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La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’ATTESA DI DIO

313. Calma nel risveglio. – 314. Attesa premurosa. – 315. Alla scuola di Dio. – 316. L’attesa del Messia.

313. Calma nel risveglio. – « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel “regno dei cieli » (Mt 18, 3). Mio Dio! se mi sono inoltrato così poco nel vostro regno, non è forse perché, troppo preso dalle agitazioni, o troppo assopito nelle mie negligenze, non ho saputo restare aperto alla vostra azione? Purtroppo è così difficile, all’indipendenza orgogliosa o indolente, ritornare con voi alla confidenza del fanciullo verso la madre, confidenza così calma nella sua semplicità, così interrogativa anche nella sua attività, che riposa e risveglia nello stesso tempo tutto il suo essere! Ed ecco la calma nel risveglio, in cui l’anima mia dovrebbe costantemente mantenersi davanti a Dio per ricevere le operazioni del suo beneplacito.

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 35-37). Duplice preparazione, dunque: di raccoglimento in se stessi e di attesa del padrone, affinché il servo non sia colto all’improvviso, né il padrone trattenuto alla porta.

314. Attesa premurosa. – Dio continua a compiere, ad ogni istante e con tutti i mezzi, le sue operazioni vitali nell’anima mia, e io devo tenerla costantemente in grande semplicità e in tranquilla avidità, sempre aperta all’azione divina. I miei occhi siano rivolti verso colui che abita nei cieli. « Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi » (Sal 122, 2). In questa preparazione fondamentale non devo fare preferenze od esclusioni, ma devo esser disposto a ricevere indifferentemente tutto da Dio.

Ecco come san Francesco di Sales parla del grado supremo dell’indifferenza e dell’abbandono al divin beneplacito: « Mi pare, dice, che l’anima che si trova in questa indifferenza e che non ha alcun desiderio, ma lascia agire Dio secondo il suo volere, debba mantenere la sua volontà in una semplice e generale attesa; in quanto che, attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l’attesa dell’anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma una semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Alorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l’attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l’anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre ».

315. Alla scuola di Dio. – Non riuscirò certamente a raggiungere d’un tratto questa perfezione. Un primo sguardo ed un orientamento parziale e momentaneo dell’attenzione possono essere compiuti in un attimo; ma l’educazione di questa attitudine dell’anima, la sua chiaroveggenza, la sua stabilità sono necessariamente frutto di lungo esercizio, e tanto più lungo quanto più io debbo giungervi da lontano. Mi sono smarrito nelle vie della mia volontà, della mia agitazione, delle mie distrazioni, delle mie negligenze; non ho saputo ascoltare la voce di Dio, prestargli attenzione, interrogarlo; ed egli mi ha abbandonato ai desideri del mio cuore, mi ha lasciato seguire le vie della mia immaginazione (cf. Sal 80, 12-13). È di là ch’io devo giungere. Come si arriverà a questa tranquilla attenzione? Per gradi. La pietà incomincia lentamente, con la fuga del peccato, per elevarsi fino alla consumazione. Poiché la volontà di Dio è la via che conduce alla pietà, è chiaro che la via è in rapporto con il fine. Se vi sono dei gradi all’arrivo, è perché ve ne sono nella via. Dunque, all’inizio, potrò ricevere molto imperfettamente l’azione divina. La mente, il cuore e i sensi sono troppo abituati a vedere solo la creatura in sé, e non possono perciò elevarsi subito a comprendere, gustare e raggiungere il sacramento universale dell’operazione divina. Ho qui un lungo e paziente tirocinio soprannaturale da intraprendere e da proseguire con una serena sincerità. E, per essere sicuro di riuscirvi, occorre che, da docile allievo, mi metta alla scuola di colui che è il mio unico Maestro.

316. L’attesa del Messia. – E’ necessario venire a questa scuola senza il preconcetto di voler essere diretto e di apprendere a modo mio, di interrogare i miei desideri anziché quelli del Maestro. Chi più del popolo eletto fu alla scuola di Dio? Eppure, dopo tanti secoli d’insegnamento, non seppe riconoscere colui che gli era stato indicato e che attendeva. Il Messia venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero (Gv 1, 11). Non lo ricevettero perché non lo riconobbero; non lo riconobbero perché, legati ai loro concetti ed alle loro ambizioni, l’attendevano diverso e diversamente dal come venne. Ecco il pericolo e la disgrazia. Quantunque circondato da tanti ammaestramenti divini, posso anch’io misconoscere, nella sua azione, la venuta di colui che fa di tutto per farsi conoscere ed accogliere. Quanto è vero, allora, che non bisogna legarsi a modi o a mezzi particolari, ma al di là di ogni mezzo o modo, occorre aderire all’azione purissima, che è distinta e che bisogna distinguere da ciò che ne è soltanto il veicolo!

L’attesa allora è serena, perché sta al disopra e al di fuori di ogni contingenza; ed è veramente un riposo ristoratore dell’anima. Inoltre, perpetuamente saziata dal torrente dell’azione divina, sempre avida di quest’azione, che segue e di cui è sicura, l’anima non conosce né le angosce d’un vuoto presente, né le ansietà d’una privazione futura. Dio le basta ora e per sempre.