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La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

GRAZIE

325. Modo di dire il grazie. – 326. Il fiume di gioia. – 327. Il dolore estinto. – 328. Meravigliosa forza di progresso.

325. Modo di dire il grazie. – Come bisogna accettare la sofferenza? Con riconoscenza; non però con gioia poiché questa spesso non dipende da me. Dio la dà come ricompensa, mentre la riconoscenza dipende sempre da me. A prima vista, e per un’anima che vi sia stata abituata dalla fede, può sembrare difficile giungere fino al sentimento di gratitudine sotto la stretta del dolore. In realtà, credo che sia più facile dire un grazie risoluto, anziché pazientare gemendo.

Uno slancio di generosità, poiché questo non si fa bene se non in un impeto del cuore: Mio Dio, grazie! e basta. Non v’è alcun bisogno di insistere, di ripetersi, quasi si dubitasse di sé e di lui. Le parole che sgorgano dal cuore si ripetono tanto meno quanto più sono sincere. Se la vostra amicizia mi rende qualche servizio, un semplice le grazie, che testimoni la mia riconoscenza per la vostra generosità, non basterà, alla vostra beneficenza ed alla mia riconoscenza? Quante cose dice una sola parola del cuore tra amici! Lo stesso avviene tra l’anima e Dio, quando egli la previene coi suoi doni di dolcezza e più ancora di dolore. Mio Dio, grazie! Quanto è eloquente questo grido del cuore! esso dice pienamente al mio Signore, che ho riconosciuto la sua azione ed ho compreso la sua intenzione.

326. Il fiume di gioia. – Non è necessario ripetere questo grido del cuore, quasi a volerne far scaturire, a viva forza e d’un tratto, uno stato di gioiosa riconoscenza. Un po’ di calma gli darà modo, e meglio ancora, di produrre i suoi effetti. E quali effetti! Esso, sgorgando, fa un’apertura in profondità tali, che mai avrei creduto a tanta immensità del mio essere. I sensi, qui, non hanno parte alcuna. Da queste profondità finora sconosciute, e che il grazie mi rivela, sento scaturire da una fessura misteriosa una sorgente anch’essa sconosciuta, che, or con un solo getto e ora lentamente, riempie le mie più intime capacità. L’anima è inondata di un’acqua così saporosa, di una gioia sì dolce, sì penetrante, sì calma da non potersi paragonare a nessuna gioia esteriore.Chiunque beve l’acqua delle gioie esteriori avrà ancora sete; mentre, chi berrà l’acqua delle profondità non avrà mai sete. Ma l’acqua data da Dio, diventerà, in chi la beve, una fontana zampillante fino alla vita eterna (cf. Gv 4, 13). E’ il grazie che la fa scaturire. « Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7, 38). Niente è da paragonarsi a questa dolcezza; dopo averla gustata, si comprenderà bene l’ebbrezza dei santi nelle tribolazioni (cf. 2Cor 7, 4). In essi vi erano i torrenti d’acqua viva. Bevevano al torrente; per questo erano così trionfanti (cf. Sal 109, 7). Il primo grazie non farà certo scorrere questo fiume di gioia, ma ciò che in principio è solo un impercettibile filo, non tarderà a diventare ruscello, torrente, fiume. « O voi tutti assetati venite all’acqua » (Is 55, 1).

327. Il dolore estinto. – Un altro effetto di questo grazie è di rendere l’anima invulnerabile al dolore così accettato. Il corpo continua a soffrire, se il dolore è fisico, ma l’anima gode. L’acqua che l’inonda la eleva al disopra della regione in cui soffrono i sensi. L’anima ha ricuperato come una parte del dono primitivo dell’impassibilità. Se il dolore è puramente interno, come un affronto, una calunnia, un’umiliazione, ecc., il sentimento della sofferenza è come soppresso. Se resta un’amarezza, questa è gradevole perché è proprio essa che reca la gioia.Il grazie è come il legno che Dio mostrò a Mosè e che, gettato nelle acque amare, le cambiò in dolci (cf. Es 15, 25). Ecco che io sono in pace nella mia amarezza. L’amarezza mi è dolce fin dall’istante in cui essa mi apre la fonte sigillata, le cui acque fanno germogliare in me come un paradiso di delizie (cf. Ct 4, 12). Si forma così un non so qual meraviglioso miscuglio di amarezza e di dolcezza, di gioia e di sofferenza, in cui l’amarezza dà origine alla dolcezza e questa si conserva nell’amarezza. Questa gioia è la sola vera, perché ogni gioia che non nasce e non si conserva nell’amarezza è poco durevole, mentre questa è forte e vivificante e fa scorrere la vita fino al midollo delle mie ossa. Mai si corrompe, mai corrompe; essa è forza e vita. Il mio dovere diventa allora la mia gioia, e l’accettazione riconoscente della sofferenza diventa così il vero mezzo per non soffrire. Godere della sofferenza è il grande segreto dei santi (n. 207).

328. Meravigliosa forza di progresso. – Niente è forse tanto efficace per il progresso spirituale dell’anima mia quanto questo grazie. Niente reca la vita con tanta abbondanza ed impetuosità, fino alle più recondite profondità, e apre pienamente la via a Dio quanto il grazie. Questa pratica sola basterebbe a santificarmi in breve tempo; sarebbe la garanzia delle virtù e la condizione del loro progresso. Se sapessi!… se volessi!… Ma quanto è abile il demonio a eccitare la sensibilità… Come sa bene esagerare le esigenze della natura!… Arriva così a inaridire, con un solo colpo, la sorgente delle gioie più sostanziali, dei progressi più rapidi e dei meriti più preziosi. Crudele malfattore! col pretesto di risparmiarmi le pene della strada, mi spoglia, mi crivella di ferite e mi lascia mezzo morto sulla via (cf. Lc 10, 30). Ecco ciò che guadagno a voler fuggire la sofferenza. Oh, i tesori di un buon grazie! …

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