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La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

FIAT

329. Guardare la prova in faccia. – 330. Masticare l’aloe. – 331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – 332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio.

329. Guardare la prova in faccia. – Poiché la sofferenza è il più frequente e più potente modo dell’azione divina, è bene considerarla più da vicino. Un’altra pratica, molto utile, per arrivare ad accettarla santamente, è di guardare in faccia il suo lato più spiacevole ed accettarlo in anticipo. Io mi attengo, dice Giuseppe De Maistre, alla mia eterna massima di supporre sempre il male e stupirmi del bene. Quando sono minacciato da qualche prova, lascio che la mia immaginazione si monti, che la mia sensibilità si esasperi nel timore, e sono portato istintivamente a sperare l’esito più favorevole. Mi lascio trasportare dai calcoli della mia soddisfazione, senza pensare a riposarmi nella volontà di Dio, che dovrebbe essere la mia sola regola; se il male che temo mi accade, ne soffro cento volte di più, perché l’ho centuplicato coi timori dai quali mi sono lasciato trasportare. Se sapessi riposarmi nella volontà di Dio, la prova mi troverebbe calmo e forte. Ora, il vero mezzo per riuscire in ciò consiste appunto nell’accettare, in una situazione presente, il lato più spiacevole, se così piace a Dio. Quando, di fronte ad una prova, ho coraggiosamente misurato con lo sguardo il lato più nero; quando, scandagliando il mio cuore giungo a sentire che, con la grazia di Dio, esso è pronto a tutto; quando il mio sacrificio è pienamente compiuto in tutta la larghezza che Dio vorrà mettere nella sua azione; quando costato in me l’energica risoluzione di prendere il calice dalle mani di Dio e berlo interamente fino alla feccia, senza esitazione né riserva; se soprattutto insisto su questa vista del calice, fino a non tremare più, allora posso esser certo che nulla ha più potere su di me. Sento allora veramente che l’amore è forte come la morte (cf. Ct 8, 6). Né il timore né l’inquietudine né il turbamento hanno ormai alcun potere su di me. Io sono, mi mantengo nell’uguaglianza d’animo e in una sicurezza di cuore imperturbabili (n. 222).

330. Masticare l’aloe. – Un giovane studente di quindici anni, al quale i compagni avevano fatto il brutto scherzo d’introdurgli dell’aloe in bocca mentre dormiva, ne concepì un tale sdegno che giurò di vendicarsene. Non trovando altra vendetta degna di lui, comprò dell’aloe e si condannò per otto giorni a masticarne costantemente, finché non ne senti più il gusto. Venite ora, disse loro, questo sapore non mi fa più paura. Se sapessi masticare il mio aloe!… ossia, guardare in faccia una pena fino a diventarmi indifferente!… Questo è il più aspro e il più dolce dei rimedi. L’anima che ha masticato il suo aloe, che ha previsto una sofferenza fino a non sentirne più orrore, è pronta a tutto, distaccata da tutto, indifferente a tutto. Credo che nessuno sappia veramente che cosa sia la pace, finché non è passato per questa via. Nessuno conosce così bene qual forza dia all’anima il riposo nella volontà di Dio.

331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – Ciò fu praticato dai santi. San Giovanni della Croce raccomanda questa pratica. Essa suppone nell’anima una vera energia; tuttavia, non è altro che una conclusione logica del principio meditato in questa seconda Parte, sulla volontà di Dio, regola della mia condotta. Non bisogna però confonderla con un’altra pratica, giustamente biasimata dagli autori spirituali, che consiste nel rappresentarsi mali immaginari, esagerandoli e domandandosi se si potrebbero sopportare, per rendersi conto se veramente si ama Dio più di ogni cosa. Questi non sono che sogni dannosi dell’immaginazione. Nel caso nostro, nulla di simile. Bisogna cominciare col ridurre al silenzio l’immaginazione e la sensibilità, per far appello alla fredda ragione ed alla volontà energica. Non si tratta di supposizioni immaginarie, ma di una situazione attuale che bisogna misurare ad occhi asciutti; di un esito probabile che bisogna accettare con volontà calma. E’ la volontà di Dio che debbo stringere colle due braccia della mia intelligenza e della mia volontà, senza che alcuna cosa possa separarmene. « Chi, esclama san Paolo, ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8, 35-39). Sono persuaso, dice san Paolo. Come aveva calcolato tutte queste cose a mente fredda!… Com’è calmo e sicuro del suo trionfo!… Il grande apostolo poteva parlare per esperienza, perché aveva attraversato tutti questi ostacoli. Mio Dio! datemi la stabilità della sua certezza.

332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio. – La pietà passiva consiste, dunque, nella viva sottomissione al beneplacito divino. È soprattutto per questa via che si forma in me la pietà integrale, ed è principalmente per essa che incomincio a vedere, ad amare e a ricercare Dio in tutte le cose, poiché in esse vi è l’azione della sua volontà. Se dunque desidero progredire, debbo portare la mia attenzione su questo punto di sottomissione pratica. I miei occhi, dice il salmista, sono sempre rivolti al Signore (cf. Sai 24, 15). « Allora, obietta sant’Agostino, che ne fai dei tuoi piedi, se non guardi innanzi a te? Il Signore, risponde il profeta, trarrà dal laccio i miei piedi ». Mio Dio! quando avrò questa pienezza e questa perfezione di conformità ad ogni vostro volere? Quando saprò abbandonarmi come un fanciullo fra le braccia del beneplacito divino « senza dilettarmi più nel fare e nel volere le cose, ma lasciarle volere e fare da Dio per me, come a lui piacerà, gettando in lui ogni mia preoccupazione, poiché, dice l’apostolo (cf. 1Pt 5, 7), egli stesso avrà cura di me? E notate che egli dice: Ogni nostra preoccupazione, sia quella che abbiamo nell’accettare gli eventi, come quella di volere o di non volere… No, Signore, io non voglio alcun evento perché li lascio scegliere a voi, e vi benedirò per qualunque vostra scelta. O Teotimo, quanto è eccellente questa occupazione della nostra volontà, quando essa abbandona la cura di volere e di scegliere gli effetti del beneplacito divino, per lodare e ringraziare questo stesso beneplacito, di tali effetti! ».