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Margherita d’Oyngt: Gli angeli ed il corpo di Cristo

Margherita d'Oyngt

Vi riporto due brani della autrice certosina Margherita d’Oyngt, nei quali vedremo l’espressione di una totale devozione a Nostro Signore Gesù Cristo. Ci parla del trasporto degli angeli e dei santi verso Cristo immolatosi per noi.

Il canto senza fine degli angeli e dei santi

Quando gli angeli ed i santi guardano la grande bellezza di Nostro Signore, e sentono la sua bontà e la sua immensa dolcezza, essi hanno una gioia talmente grande che non possono esimersi dal cantare, ma essi faranno una canzone tutta nuova, essa sarà talmente dolce che sarà una splendida melodia. Questo dolce canto verrà tramandata da tutti gli ordini di angeli e da tutti i santi, dal primo all’ultimo. E questo canto non avrà mai fine, fino a quando non ne creeranno un altro ed un altro ancora ed essi non termineranno mai.

Gli angeli ed il corpo di Cristo

Qualche tempo fa, una persona di mia conoscenza era in orazione dalla mattina presto….

Tra le altre cose, ad egli sembrò vedere Gesù Cristo così glorioso che non vi è cuore umano capace di concepirlo. Egli era vestito di questo glorioso abito, che aveva ereditato dal nobile corpo di sua Madre, Nostra Signora. Sui suoi molto nobili mani e sui suoi piedi, apparivano le gloriose piaghe che Egli soffrì per l’amore di noi uomini. Di queste gloriose ferite zampillanti, una tale chiarezza che stupiva: pareva come se tutte le bellezze della divinità passassero attraverso quel glorioso corpo. Esso era talmente così nobile e trasparente che si riusciva a scorgere l’anima all’interno. Era così chiaro come vedersi riflessi in uno specchio. Questo corpo era così bello, che si sono visti gli angeli ed i santi come se fossero stati dipinti. Il Suo viso era così pieno di Grazia , che gli angeli che lo contemplavano dopo la loro creazione, non riuscivano a rassegnarsi alla sua vista, restando sempre con il desiderio di rimirarlo.

I certosini e l’alimentazione

il pasto certosino

Il reportage che oggi vi offro, è tratto da un documentario dal titolo:

“Divines nourriture : Les liens entre la religion et la nourriture”.

Ossia un approfondimento tra il legame tra la spiritualità ed il cibo, in diversi contesti monastici. Il video integrale potrete vederlo qui, mentre in questo articolo mi soffermerò e vi offrirò la parte dedicata ai certosini di Montrieux. Attraverso la testimonianza di alcuni monaci certosini, avremo la descrizione ed il loro parere circa il severo regime alimentare, che da sempre ha contraddistinto la vita certosina. Splendide immagini che ci mostreranno gli ambienti monastici di Montrieux, e che ci consentiranno di entrare nella cucina della certosa, dove i fratelli addetti cuochi si dedicano alla preparazione dei pasti per i loro confratelli. Il tema del cibo è da sempre oggetto di curiosa attenzione, il sottoscritto ne aveva già delineato il profilo sul sito Cartusialover, descrivendone la simbologia ed anche alcune antiche ricette. Vi lascio alla visione del video ed alla voce dei monaci, che ci guidano in questo percorso. In basso il testo della rara e preziosa intervista in cucina tradotto in italiano.

(dal minuto 3:55 a 6:17)

Don Marie-Bruno, Priore:

Qui è il luogo che chiamiamo piccolo refettorio: mangiamo da soli durante la settimana, ad eccezione della Domenica, quando ci riuniamo tutti nel refettorio.

Don Étienne, Vicario:

Quando ci troviamo da soli per mangiare, cerchiamo di non ipnotizzarci sul fatto materiale di sostenerci.

In generale, i certosini leggono mentre mangiano. Quindi dovremo leggere un libro che non sia molto difficile.

Per la digestione, non è molto buono essere costretti ad uno sforzo intellettuale  in quel momento. Quindi questo pasto che facciamo è, allo stesso tempo, un arricchimento intellettuale e forzatamente spirituale, se prendiamo sul serio tutta la nostra vita, con noi e come con tutti i cristiani fuori, lo spirituale non deve mai essere scollegato dal materiale.

In questo livello spirituale, c’è l’importanza del pasto di domenica, di essere in comunità. Il certosino non è un eremita, egli è un solitario che vive nella comunità. C’è una parte della vita di comunità che è molto importante e che ci preoccupiamo di mantenere, che è il refettorio della domenica. Esso contrasta un po’ quello che la vita assolutamente solitaria può avere di pericoloso, di rischio…ed anche dal punto di vista dell’amore fraterno, è molto bello incontrarci insieme. Infatti in questo tempo che  si trascorre in silenzio, si sente una corrente fraterna che passa tra di noi, ma è ancora un po’ di una liturgia, è un’estensione della nostra Messa che abbiamo celebrato poche ore prima.

(dal minuto 12:38 a 16:30)

Don Étienne Vicario:

Il pane rappresenta il cibo che dà forza, che ci permette di vivere fisicamente la nostra vita normale.

Il vino è anche un elemento importante. Esso simboleggia soprattutto la gioia di vivere.

I nostri pasti ci portano al fatto che un giorno parteciperemo definitivamente nell’eternità del vero banchetto del Signore.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

Prendo le cipolle e le taglio per fare una salsa di pomodoro. È troppo buona.

È un alimento molto, molto semplice.

Ad esempio, sabato, ogni 15 giorni, mangiamo patate al vapore con un po’ di maionese. Alla comunità piace molto. Se le patate sono buone, per me è uno dei migliori piatti.

Faccio anche patatine fritte. Sabato farò le patatine fritte. Ma farle ogni settimana sarebbe troppo.

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Noi alterniamo: un giorno il pesce, un giorno le uova. Non mangiamo carne, evidentemente. Ed io preparo l’insalata.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

In generale, faccio quasi tutti i legumi. Faccio fagioli, piselli, carote, rape, porri, indivia… Domani farò indivia, per esempio. No, non domani. Farò salsefrica (una sorta di manioca).

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Facciamo le uova bollite, fritte, omelette, le uova mimosa nei giorni di festa. Che altro? Le uova strapazzate alla domenica.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

In estate, in generale, faccio qualcosa di farcito: pomodori, melanzane, zucchine. In generale, è questo in estate. In inverno, alle feste sono indivia, salsefrica. Cosa faccio anche in inverno…? Bene, faccio le fave…Ah…no, faccio indivia, salsefrica. C’è un terzo legume…champignon.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Alla festa di San Bruno faremo una torta di tonno.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Per esempio, quando faccio la pizza, un piatto principale, un’entrata un po’ più calorica, allora faccio una crema più leggera. È molto apprezzata.

Abbiamo fatto un voto di povertà, quindi ci organizziamo in modo che il cibo non avanzi. Mi arrangio a distribuire più o meno per ciascuno. Ma il principio più importante qui a Montrieux è che non avanzi.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Per il giorno di digiuno, in particolare per i sacerdoti, è pane ed acqua. Coloro che vogliono, possono fare, per esempio, mangiano un legume e un’insalata a pranzo e solo.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Qui abbiamo un religioso di 85 anni. Ebbene, a 85 anni egli segue pienamente il regime della comunità. Egli segue gli uffici, il mattutino, la messa, i vespri, ed ancora il giorno di astinenza. Oggi è giorno di astinenza, solo gli serviamo un pezzo di pane. Non dico che ieri egli non abbia conservato una mela o un piccolo pezzo di cioccolato. A 85 anni si può fare questo, ma non tutti lo fanno. Ho 70 anni e non faccio più il mio digiuno a pane ed acqua. Io mangio un legume. Per me oggi sarebbe molto difficile.

si ringrazia:

Dom Marie Bruno priore

Dom Etienne Vicario

Fra Marie Paul dispensiere e panettiere

Fra Jean Michel primo cuoco

Fra Jean Marie secondo cuoco

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA CONDOTTA DIVINA

355. Dio domanda il dovere. – 356. Tutto il dovere. – 357. Solo il dovere. – 358. Vie straordinarie. – 359. Dio fa tutte le nostre opere. – 360. Né fatalista né quietista.

355. Dio domanda il dovere. – Se so abbandonarmi lealmente e generosamente all’azione divina, sono certo di essere sempre, mediante l’operazione del beneplacito sovrano, attratto a fare ed a fare bene, nella misura e nel tempo stabilito, ciò che Dio domanda: dapprima, mediante la significazione della sua volontà; attualmente e di fatto, con le sollecitazioni della sua azione. E che cosa domanda? Il compimento dei doveri della pietà attiva, ossia l’osservanza dei comandamenti e dei consigli nei doveri di stato. Per il sacerdote, la fedeltà alle leggi ecclesiastiche; per il religioso, la conformità alla sua regola; per il laico, l’amore al dovere professionale. Dio domanda il dovere, tutto il dovere, solo il dovere.

Dio domanda il dovere e lo domanda assolutamente. Infatti, egli agisce, non per dispensarmi dall’azione, ma per farmi agire con lui e per mezzo suo.

356. Tutto il dovere. – Dio domanda tutto il dovere, da ciò che è oggetto di un obbligo più stretto e più comune, fino a ciò che raggiunge, alla cima, l’ideale più perfetto (n. 277). Ma non lo impone, né lo sollecita tutto d’un tratto. Il compito dell’azione del suo beneplacito è di dare la misura di ciò che domanda la sua volontà generale. Questa non specifica la misura praticamente possibile del dovere, né il momento preciso in cui dev’essere adempiuto. Segnala, in generale, le cognizioni da acquistarsi, le virtù da praticarsi, le azioni da eseguire, le imperfezioni da evitare secondo le esigenze della vocazione. Così, le rispettive leggi indicano al sacerdote, al religioso, al padre di famiglia ecc., le cognizioni, le virtù e le azioni che per essi sono obbligatorie o consigliabili, ed indica le mancanze biasimevoli.

Ma in qual tempo, modo e misura bisogna acquistare queste cognizioni, praticare queste virtù, esercitare questi atti, fuggire questi depravamenti? Tutto ciò non è precisato dettagliatamente dalla volontà significata, ma viene determinato volta per volta dalla volontà di beneplacito. Disponendo gli avvenimenti, suscitando le occasioni, essa obbliga a vedere, a sapere o ad apprendere tale parte del dovere; mette nella necessità o nella facilítà di praticare tale virtù; conduce a compiere tale azione; dà modo di combattere quel vizio. Al momento propizio essa m’impone o mi suggerisce i distacchi e i sacrifici di cui sono capace e che corrispondono ai disegni di Dio su di me. Se la voglio seguire, mi condurrà progressivamente alle particolarità più perfette ed alle sublimità più chiare del dovere, senza nulla dimenticare, confondere, rimuovere o alterare. Essa basta a tutto; conduce così bene a Dio!

In tal modo, dall’abbandono del peccato mortale fino alla totale consumazione, i gradi della pietà si succedono in un movimento costantemente suscitato e misurato dal beneplacito divino.

357. Solo il dovere. – L’azione di Dio riguarda soltanto l’osservanza dei doveri del proprio stato: delle leggi ecclesiastiche per il sacerdote, della regola per il religioso, del dovere professionale per il laico. Dio allora non domanda altro che la fedeltà ai comandamenti ed ai consigli conforme ai miei doveri di stato? Null’altro. La sua azione, almeno nella via ordinaria, non me ne condurrà fuori; è precisamente questa la sua impronta, il carattere da cui la si riconosce infallibilmente. Un’azione, che mi spinga fuori delle vie della volontà significata, è sospetta. Dio, infatti, non dà una direzione divergente alle due manifestazioni della sua volontà; l’una è fatta per manifestare l’altra. Con i suoi segni più esteriori, stabili, sicuri, rinsaldati dall’autorità infallibile della Chiesa, la volontà significata mi offre il mezzo di verificare, secondo il consiglio di san Giovanni, se le ispirazioni vengono da Dio (cf. 1Gv 4, 1), se gli impulsi che ricevo vengono dal suo beneplacito. Non debbo credere che l’azione incessante di Dio sia sempre sensibile e conosciuta; essa agisce in ogni cosa e per mezzo di tutto, ma il suo impulso è ordinariamente segreto e quasi fuso nel movimento della vita. L’essenziale, per me, non consiste nel discernere l’impulso, spesso impercettibile, ma nel verificare continuamente il mio movimento. E lo verifico puramente e semplicemente, armonizzando la mia disposizione interna col dovere esterno. La volontà significata serve così di controllo, di garanzia, di interpretazione alla volontà di beneplacito. Rientra nell’economia generale del piano divino, nell’organismo della Chiesa, il darmi in ciò che è esteriore: leggi, istituzioni, sacramenti, ecc., il mezzo sensibile, che contiene, controlla e garantisce l’elemento interiore vivente, invisibile. In tal modo questi due lati della volontà divina s’appoggiano e si completano: l’uno coll’apportare l’impulso e la precisione specifica del momento; l’altro col dare la stabile garanzia della direzione. Coloro che separano questi due lati si condannano a perire nel fariseismo, se conservano solo la volontà significata; oppure, a perdersi nelle illusioni dell’illuminismo o nelle altre aberrazioni del senso privato, se pretendono di ascoltare soltanto la volontà di beneplacito.

Io, invece, che vedo questi lati sempre uniti, sono certo di avere unitamente e in ciascuno di essi, l’impulso interiore e la garanzia esterna.

358. Vie straordinarie. – Se a Dio piace chiamarmi per le vie straordinarie, non avrò che da lasciarmi condurre da lui appena sarò certo che è veramente lui che mi conduce. E’ da notare che le vie straordinarie, quelle di Dio s’intende, non sono mai contrarie alle vie ordinarie; sono ad esse superiori e le continuano. Sono un’espansione più alta dello spirito, contenuto nelle vie ordinarie. Dio le rivela soprattutto per dimostrare alle anime che la lettera uccide, dove si trovi il vero spirito che vivifica. Questo spirito, che a lui piace liberare dalle tenebre e dalle pastoie della lettera, lo fa risplendere puro, dilatato, vivificante; lo addita così alle anime che languiscono sedute nelle tenebre e nelle ombre della lettera.

359. Dio fa tutte le nostre opere. – Ecco dunque in che consiste l’unione delle due volontà. La volontà significata mi traccia, in modo stabile e generico, la via da seguire, il dovere da compiere. La volontà di beneplacito mi conduce su questa via, mi mette in cammino, fa molto senza di me, e col suo movimento mi eccita a fare quel poco che devo e ch’essa mi determina e mi misura ogni volta. Come comprendo le parole del profeta: Siete voi, mio Dio, che date successo a tutte le nostre imprese (cf. Is 26, 12). Dio mi prende, mi conduce, mi traccia la via, mi sostiene, mi dà la forza e la vita. Finché rimango nel suo beneplacito sono certo di progredire.

Ecco come la passività produce l’attività, come la ricettività dell’azione divina è la condizione vitale della mia azione, come infine si compie l’unità del movimento, che è il punto supremo della mia unione con Dio. Debbo infatti arrivare a quel termine finale dell’unità, in cui il suo movimento ed il mio non sono che uno solo. L’unità! (n. 346).

360. Né fatalista né quietista. – Qual distanza dunque fra l’accettazione cristiana del beneplacito divino e la rassegnazione inerte dei fatalisti! L’effetto dell’accettazione, per essi, è morte; per me, è vita. Essi, nella loro rassegnazione, si abbattono; io, nella mia accettazione, mi elevo. Il colpo ricevuto li rende inerti; l’impulso divino produce in me l’energia vitale del dovere. Essi cedono alla brutalità dei fatti; io mi unisco alla vitalità dell’azione provvidenziale con la quale Dio mi conduce.

Qual distanza, inoltre, fra l’accettazione cristiana e la quiete sterile di certi eretici! Essi contano su Dio per non fare nulla; io conto su Dio per avere la forza di fare ogni cosa per mezzo suo. Essi attendono da lui, non un impulso ma un assorbimento; io, dal Signore attendo l’unione della mia attività alla sua azione, per poter giungere all’unione della mia vita con la sua. Il loro modo di concepire il tutto di Dio diminuisce ed annienta quello che essi sono e quello che hanno ricevuto da lui; io concepisco il tutto di Dio come la sorgente della mia esaltazione, la perfezione del mio essere, la causa della mia felicità.

 

Sul Sacro Cuore di Gesù (Dom Giovanni Giusto Lanspergio)

Lanspergio (affresco nel refettorio della certosa di Calci)

Nel mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, non potevo non inserire un testo di Lanspergio vero apostolo di tale devozione, nel XVI° secolo. Un vero maestro spirituale, che ci ha lasciato molti testi, caratterizzati, dal linguaggio estremamente sensibile ed umano. Nella lettera che vi offro, diretta ai suoi confratelli, egli spinge, come in tutti i suoi scritti a far accrescere l’amore verso Dio.

Mio caro figlio, sii sicuro di adoperarti a venerare il grande Cuore di Gesù, Cuore così pieno di amore e di misericordia, di onorarlo con un culto assiduo, baciarlo ed entrate nel pensiero di quel Cuore che vi si apre. Chiedigli qualsiasi cosa tu voglia, offrigli tutte le tue azioni, perché esso è il vaso che contiene tutte le grazie celesti, la porta attraverso la quale si va verso Dio e con il quale Dio viene a noi.ponete in un luogo dove di sovente passate, qualche immagine del Cuore Divino, la sua sola visione vi farà crescere il desiderio di agire per Lui. Guardandola, ricordate che siete in esilio e nella misera schiavitù del peccato …Potrete anche, se la devozione sarà tale che vi spingerà ad abbracciare tale immagine, ossia il Cuore del Re Gesù, di lasciarvi andare e convincervi di essere sotto la protezione del Cuore Divino di Gesù Salvatore.Oh! Dunque brucerete dal desiderio di attaccare a Lui, il vostro cuore e di immergere ed assorbire in Lui il vostro spirito.Orbene, dopo potrai pensare, se questo Cuore amabile è nel tuo cuore ed attira la sua mente, la sua grazia, le sue virtù, ed in definitiva tutto ciò che è salutare per un cuore…e tutto ciò è ….incommensurabile”.

(lettere ai certosini, libro I lettera XXVI)

Il giovane ebreo alla ricerca di Dio

Nell’articolo di oggi vi parlerò della storia del celeberrimo Teologo cattolico Dietrich Von Hildebrand e di un suo allievo dell’Università di Fordham nelgli Stati Uniti.

La storia che sto per narrarvi è la storia di una conversione.

Premettiamo subito che Von Hildebrand nato in una famiglia protestante, si era convertito al cattolicesimo nel 1946, diventando poi “il Dottore della Chiesa del XX° secolo” definizione di papa Pio XII.

La storia legata a questo teologo che voglio divulgarvi si riferisce a quando nel 1946, al termine della seconda guerra mondiale, il Professore Von Hildebrand insegnava alla Fordham University. Tra i tanti giovani studenti, vi era un ragazzo ebreo che era stato ufficiale di marina durante il coflitto mondiale appena conclusosi. Egli aveva cominciato a studiare filosofia alla Columbia University, ma ben presto si rese conto che non era quella la sua strada nella vita. Fu così che un amico gli suggerì di recarsi a Fordham, e più specificatamente di contattare il Professor Dietrich. Iniziò così un rapporto empatico tra i due.

Il giovane confidò al Professore, che stando al fronte, ed ammirando tra tanto dolore e sofferenza un tramonto del sole nel Pacifico, intuì di voler cominciare una vita volta alla ricerca di Dio.

Il Professore rimase colpito da quelle parole, e frequentando il giovane apprese da lui che molti insegnanti erano basiti e si mostrarono non disponibili a convertire al cattolicesimo un giovane ebreo.

Dietrich Von Hildebrand, questo immenso teologo, riuscì con le sue parole non solo a convertire il giovane alla religione cattolica, facendogli da padrino al Battesimo, ma come vedremo egli fu testimone anche della vocazione monastica che spinse il giovane a diventare un monaco certosino!

20 Dom Raphael in motherhouse

Un giovane Dom Raphael in Grande Chartreuse

Ma chi era questo giovane?

Raphael Neil Diamond, nacque a Brooklyn negli Stati Uniti il 22 aprile del 1923, fece diversi studi, tra cui anche la musica ed il canto gregoriano, oltre alla teologia e filosofia come abbiamo visto alla Fordham University. Il mentore Von Hildebrand e la passione per il canto gregoriano lo spinsero dapprima a diventare cattolico ed in seguito a decidere di entrare nella Grande Chartreuse nel 1952, laddove fece la professione solenne l’8 settembre del 1954. Fu ordinato sacerdote il 22 marzo del 1958, Dom Diamond fu inviato dall’Ordine a Skyfarm in Vermont per seguire la creazione della nascente certosa americana. Nel 1966 ritornò in Europa e nominato Vicario della certosa di Parkminster, ma nel 1968 fece ritorno nel Vermont per sorvegliare la materiale realizzazione della certosa della Trasfigurazione, e sovrintendere alla organizzazione dell’avvio della vita monastica. Fu dapprima rettore, poi nel 1971 fu eletto Priore e vi rimase in carica fino al 1995. Dom Diamond fu anche Visitatore della Provincia di Francia dal 1987 al 1991. terminò la sua vita terrena il 16 giugno del 1996, dopo quarantaquattro anni di vita certosina.

20 Dom Raphael 1996 in America (1)

Dom Raphael nel 1996, una delle sue ultime immagini

Ho ritenuto utile rendere nota questa vicenda di conversione, poco nota, ma che ancora una volta ci mostra l’imprevedibilità della vita, condotta per noi dai disegni imperscrutabili della Divina Provvidenza. Da giovane soldato ebreo che voleva cercare Dio a primo Priore della certosa della Trasfigurazione, una inenarrabile esistenza.

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

AZIONE DIVINA E AZIONE UMANA

351. L’azione divina, giusta ed eterna. – 352. L’azione umana, falsa e mortale. – 353. Nonne homines estis? – 354. L’azione cristiana.

351. L’azione divina, giusta ed eterna. – L’azione divina è sempre pienamente, adeguatamente vera, perché è del tutto conforme alle idee di Dio che sono veraci. E poiché è sempre conforme a queste idee, è anche giusta. Essa concorda su tutti i punti con i bisogni dell’anima e con le condizioni esterne. Nell’azione di Dio, non vi è nulla di imperfetto, di indeciso, di incompleto; nessun tentennamento, né incoerenza, né contraddizione. Tutto si collega e si richiama, tutto si continua e si sostiene. Inoltre, le idee di Dio sono eterne, e tutto ciò che è conforme ad esse, partecipa della loro eternità. L’azione di Dio è dunque eterna; ciò che egli fa non è da rifare né da ritoccare, ma resta per l’eternità (cf. Sal 116, 2).

352. L’azione umana, falsa e mortale. – Le idee dell’uomo sono false. L’uomo, come tale, non vede che il creato, l’umano, l’inferiore, l’utilità momentanea, il falso interesse. Ogni uomo è inganno (cf. Sal 115, 2); Dio solo è verace (cf. Gv 17, 3).

L’azione dell’uomo, finché resta conforme alle idee dell’uomo, è falsa e vana; non è mai completamente giusta e adeguata, ma sempre difettosa da qualche lato, anzi da molti lati. Se pare adattarsi in un senso, storna spesso in tutti gli altri.

Le idee false dell’uomo sono necessariamente caduche; verrà immancabilmente il giorno in cui periranno tutte (cf. Sal 145, 4), assieme alle azioni da esse prodotte e ad esse conformi; poiché, le azioni trasmettono alle idee la loro infermità. Per conseguenza, finché resto uomo, sono condannato alla caducità dalla falsità. Idee ed azioni, tutto ciò che è dell’uomo, deve perire. Tutto passa, nulla resta.

353. Nonne homines estis? – Non debbo forse essere uomo? No, mi risponde san Paolo. Egli rimproverava i Corinzi di essere uomini. Infatti dice: « Siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: Io sono di Paolo, e un altro: Io sono di Apollo, non vi dimostrate semplicemente uomini? » (1 Cor 3, 3-4). « Che dunque? dice sant’Agostino. Che voleva farne di questi uomini a cui rimprovera di essere tali? Che cosa voleva farne? desiderate saperlo? Ascoltate il salmista: Io dissi: voi siete dèi e figli dell’Altissimo. E’ a questo che Dio ci chiama, a non essere più uomini. Ma non possiamo elevarci a tale condizione superiore, se non riconosciamo di essere uomini. Mediante l’umiltà saliremo a questa altezza, poiché, se crediamo di essere qualche cosa mentre siamo nulla, non solo non riceveremo ciò che non siamo, ma perderemo ancora ciò che siamo »’.

Bisogna che io cessi di essere uomo, di isolarmi e intristirmi nell’umano. Le mie idee, i miei sentimenti, le mie azioni non devono più essere idee, sentimenti e azioni di uomo, ma è necessario che si sottomettano e si conformino all’idea, al desiderio ed all’azione divina. In che modo? Con l’accettazione. La pietà passiva è la porta della vita.

354. L’azione cristiana. – Non appena la vita entra da questa porta, la mia azione si trova pervasa e diretta dall’azione divina. Io non determino e non dirigo più in me un movimento puramente umano. Io cesso di essere uomo e divento cristiano. Il cristiano è l’uomo unito a Dio. Quando tutta l’attività umana è sottomessa al movimento divino che la dirige, allora l’uomo è perfettamente cristiano e può dire con san Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2, 20).

L’ideale è dunque di lasciarmi penetrare dall’azione divina, a tal punto che le mie potenze siano totalmente possedute, dirette e condotte da Dio ad operare nella pienezza della loro attività.

Le mie cognizioni non saranno più delle vedute semplicemente umane, basse e false, ma rischiarate dal raggio divino, diventeranno sempre più le vere e sublimi intuizioni della vita. Le mie virtù non saranno più misere qualità naturali e interessate, ma penetrate dal calore eterno, si trasformeranno in copiosi frutti di santità. Le mie azioni non si succederanno più a caso, ma, pervase tutte dall’azione soprannaturale, avranno un significato ed un valore infinito.

 

Fratello Guilherme Raymond

Fratello Guilherme Raymond

Professo di Scala Dei

Corpus Domini

 

Oggi per la ricorrenza del Corpus Domini, ecco a voi una breve narrazione di una “vita esemplare di un fratello converso certosino, vita vissuta, come vedremo, in odore di santità.

Questo buon fratello era professo della Grande Chartreuse e rinnovò i suoi voti a Scala Dei, dove arrivò lì come un ospite.

Fu un uomo di grande virtù, un santo in ogni senso della parola. Non è per caso che registriamo qui questa nota, in sua lode. In essa non c’è nulla di esagerato. Due o tre fatti lo dimostreranno.

Un giorno, mentre si dirigeva ad un’altra camera, un mucchio di demoni in forma di allegri bambini, corsero al suo incontro gridando con tutte le loro forze: «Oh! santo, santo! Venite a vedere il santo!» Arrivando alla cella, il buon Fratello prese una catena di ferro e si flagellò fino il sanguinamento. “I santi! Ecco quel che fanno i santi. Ricetta infallibile contro la superbia”.

Quando era responsabile dell’obbedienza della cucina, aveva l’abitudine di scappare ogni mattina durante la Messa conventuale. Ma dove egli correva? Andava in chiesa al suono della campana del ‘Sanctus’, per adorare la Divina Eucaristia nelle mani del sacerdote. Dalla porta del coro dei fratelli dove si manteneva in ginocchio, non essendo in grado di vedere l’altare, fu più di una volta sollevato dagli angeli.

Un giorno in cui il lavoro lo teneva in cucina, si prostrò al momento della consacrazione e vide distintamente l’ostia santa sull’altare.

La sua morte fu come quelle che ogni religioso può invidiare. Essa arrivò il 24 Aprile 1439.