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La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO II

NATURA DEL CONCORSO

340. Sorgente e misura della mia azione. – 341. L’entrata. – 342. L’unione. – 343. L’elettricità. – 344. Il contatto divino.

340. Sorgente e misura della mia azione. – Fin dall’inizio della prima Parte abbiamo affermato l’anteriorità e la superiorità del divino sull’umano (n. 37). L’anteriorità caratterizza specialmente le relazioni del divino con l’umano nell’ordine del fine; la superiorità spiega piuttosto il rapporto pratico nell’ordine dell’azione. Tuttavia anche qui si affermerà l’anteriorità, perché Dio non ha soltanto il diritto di dirigere il mio movimento e di dominarlo con le regole della sua volontà significata, come ho visto nel primo libro di questa seconda Parte; non ha soltanto il diritto di esercitare su di me l’azione di beneplacito, che ho seguita nel secondo libro, ed alla quale mi devo sottomettere. Egli ha anche il diritto di anteporre la sua azione alla mia e, in questo diritto, il privilegio di vivificare soprannaturalmente la mia azione. Da ciò risulta che l’azione divina, dovendo precedere, dirigere e possedere la mia, questa ha la sua sorgente vitale e la sua misura in quella.

Ha lì la sua sorgente, perché nessun atto soprannaturale può nascere se non sotto l’impulso divino, che determina, anima e mette in movimento le mie facoltà.

Ha lì la sua misura. La mia azione è conservata, sostenuta, diretta e misurata da quella di Dio. Io non posso né precedere né eccedere né abbandonare il movimento divino, senza ricadere, completamente o in parte, nel vuoto d’una agitazione puramente umana e naturale.

Nel cammino della pietà, la mia parte d’azione l’ho chiamata pietà attiva; la parte dell’azione divina, o piuttosto, la corrispondenza all’azione di Dio, l’ho chiamata pietà passiva. Di qui la rigorosa conclusione: la pietà attiva ha la sua sorgente e la sua misura nella pietà passiva. Questa dà a quella il suo primo impulso, determina il suo primo movimento; poi sostiene, conserva, misura e dirige il movimento creato da se stessa.

Così, queste due parti della pietà si uniscono e non possono mai essere separate. La separazione segnerebbe la morte e nella morte non v’è alcuna pietà. L’unione forma la vita, e la pietà è una vita. Non v’è dunque vita né pietà senza l’unione della pietà attiva alla pietà passiva; e l’unione suppone che la pietà passiva animi la pietà attiva, come l’anima vivifica il corpo.

341. L’entrata. – Lo sviluppo di questa unione procede così: Dio mi previene, agisce con qualche atto del suo beneplacito, atto interno od esterno, consolante o crocifiggente; ad esempio un’ispirazione o una disgrazia, una parola o un incontro, ecc.; in sostanza, con qualcuno di questi atti provvidenziali che si esercitano ininterrottamente. Ma che cosa produce l’azione che si compie su di me, quantunque inizialmente senza di me, che mi previene e che in certo modo si impone a me? È come un incitamento, un invito, una sollecitazione. Essa suggerisce un’idea, un sentimento o un’azione. Questa prima scossa, frutto dell’impulso divino, è propriamente la grazia attuale preveniente. E che vuole da me? Che io l’accetti, ossia: che la mia mente sappia riconoscerla; che il mio cuore desideri accoglierla; che i miei sensi si pieghino a subirla quale operazione divina (n. 308). Poco importa che l’accesso fino alla dimora interiore le sia dato mediante un atto presente o uno stato generale che favorisce il suo ingresso in me.

La mia libertà, infatti, può essere un impedimento, quando la dissipazione esterna, l’apatia interna, od ogni altro stato di peccato e d’imperfezione mi tiene estraneo all’impulso divino. È d’impedimento quando, troppo sensibile all’impressione naturale, io mi scoraggio nella prova o abuso di una consolazione, o mi lascio dominare da qualche altro sentimento naturale. In questo caso non v’è corrispondenza all’azione di Dio, ed io resto freddo, vuoto, senza animazione spirituale, facilmente smemorato, svogliato o incapace al mio dovere. Resto nella menzogna, nella vanità e nella schiavitù della mia inerzia e del mio movimento umano; i miei pensieri, sentimenti ed azioni non sono penetrati dall’influenza divina alla quale io sono chiuso.

Non v’è né pietà passiva né pietà attiva; essendo mancata la sottomissione, viene a mancare anche il dovere.

342. L’unione. – Se uno stato abituale o un atto di sincera accettazione tiene aperto o mi apre alla sollecitazione divina, mi metto in comunicazione effettiva con l’autore della vita. L’operazione con la quale Dio mi ha prevenuto continuerà in me, mi accompagnerà, mi sosterrà e mi fortificherà fino al completo adempimento del dovere per cui mi è dato questo soccorso divino. Il dovere, visto così nella luce di Dio, amato nel movimento di Dio, eseguito nella forza di Dio, ha una perfezione consumata, purché io mi mantenga in questa corrispondenza, che permette al concorso divino di seguire il suo corso e di produrre il suo effetto. Questi effetti di luce, di calore e di forza costituiscono la grazia attuale concorrente. Questi eccitamenti divini si rinnovano continuamente, si moltiplicano e si proporzionano ai miei doveri, in modo che nessuno di questi rimanga senza l’aiuto preveniente e il concorso dell’operazione soprannaturale.

Quando l’aiuto preveniente ed il concorso divino mi hanno condotto abbastanza presso Dio, in modo da poter attuare le condizioni della giustificazione, allora la corrente di animazione santa circola in me, depone come una linfa divina, che trasforma interiormente il mio essere comunicandogli la vita soprannaturale. Ecco la grazia santificante. Per essa sono trasformati i miei atti, i miei sentimenti, le mie idee. Per essa la mia attività si trova veramente come fusa nell’attività divina; per essa le mie facoltà sono abilitate, adattate, elevate all’altezza soprannaturale del dovere cristiano della vita interiore. Ma, come ho detto, non è ancora il momento d’apprezzare qui, nella loro intima natura, questi mezzi del tutto divini, che sono la grazia preveniente o concorrente e la grazia santificante. Di questo si tratterà nella terza Parte (nn. 497, 498).

Ecco dunque in qual modo sono condotto alla sottomissione vitale della mia mente ai desideri di Dio, della mia volontà a quella divina, della mia azione alla sua azione, della mia vita alla sua vita.

Si compie così l’unione della pietà attiva alla pietà passiva. La mia pietà è allora una sola, unica, vivissima operazione di cui Dio è il movente ed io il cooperatore. E’ la vita di Dio in me ed è la mia vita in lui. Egli è in me con la sua azione ed io sono in lui con la mia azione; abbondano allora in me i frutti della pietà (cf. Gv 15, 5).

343. L’elettricità. – Sebbene Dio sia presente in ogni luogo con la sua potenza, con la sua scienza e con il suo essere, tuttavia, nell’attuazione della mia unione vitale con lui, egli non mi è accessibile che in un solo punto, quello della sua azione presente in me e del mio dovere per lui (n. 278). « Nessuno può venire a me, disse il Salvatore, se non lo attira il Padre che mi ha mandato » (Gv 6, 44). Bisogna andare a Dio; è il dovere della pietà attiva. Ma, per andarci, è necessario essere attratti; è questo il compito della pietà passiva. Essere attratto e andare è la pietà completa. Per essere attratto, è però necessario: 1) che Dio agisca; 2) che io mi metta in contatto con questa azione divina. Come agisce Dio? Col suo beneplacito. In che modo mi metto in contatto con l’azione divina? Prima di tutto con l’accettazione. Ora, nel medesimo istante in cui avviene il contatto, si stabilisce la comunicazione, e l’elettricità divina circola in me.

Elettrizzato da Dio, sono elevato e trascinato all’esecuzione del dovere presente. Qualunque sia l’operazione divina, prova o gioia, appena l’accetto, sento circolare in me l’energia vitale soprannaturalmente necessaria e corrispondente agli obblighi del dovere attuale.

La corrente divina non sarà interrotta, se non per una mia deviazione che interrompa il contatto con Dio, e sarà ristabilita allorché una nuova accettazione mi rimetterà in contatto con essa.

344. Il contatto divino. – Questo contatto è stabilito, nella sua piena perfezione, dal grazie dell’accettazione; grazie (n. 325) penetrante che sa discernere, nella gioia e nel dolore, l’operazione divina, e che, non lasciandosi dominare né dal fascino del piacere né dalle apprensioni del dolore, aderisce direttamente all’azione di Dio e al risultato da lui voluto. Quanto più il grazie attraversa il sensibile per penetrare direttamente ed unicamente fino all’operazione, al desiderio ed all’idea di Dio, tanto più il contatto è intimo. Quale attività allora!

Finora mi sono lasciato troppo stoltamente cullare dalle consolazioni, troppo vilmente opprimere dalle desolazioni; perché? Perché, essendo troppo preoccupato di me stesso, non ho avuto l’intelligenza dell’azione di Dio, e così non ho saputo mettermi in contatto con lui. Il piacere mi ha perciò infiacchito e la sofferenza scoraggiato.

Allorché ho saputo dire nella gioia un grazie più intelligente, quale slancio ho provato verso il mio dovere! quale luce per conoscerlo! quale ardore per amarlo! quale facilità per adempierlo! In quei momenti di entusiasmo, pare che nessun dovere costi; lo si vede, lo si ama e lo si compie così bene! L’elettricità divina eleva l’anima.

Ma, soprattutto, quando all’urto di una prova risponde un grazie profondo, oh allora!… Altrove ho parlato (n. 326) della gioia che zampilla; ora bisogna invece parlare della forza che solleva, dell’ardore che trascina, della luce che inonda, della forza che rende i martiri trionfanti nei loro supplizi, dell’ardore che trasporta gli apostoli nel loro zelo, dei lumi che rendono così profonde le intuizioni delle anime che hanno sofferto. Tutti gli eroismi del dovere, quelli calmi e nascosti, come quelli entusiasti e strepitosi, sono figli di questo grande grazie pronunciato nella sofferenza; perché in nessun punto il contatto con Dio è così intimo e potente e nessun’altra cosa apre così pienamente l’anima alla circolazione della vita divina. Tutte le sublimità del sacrificio sono accessibili alle anime che sanno fare questa apertura e mantenersi in questo contatto. Ah, Signore, se l’uomo sapesse! Questo è ciò che i santi chiamano corrispondenza a Dio e che raccomandano in tanti modi.

Questa corrispondenza non conduce ad ogni istante alle sublimità, poiché le sublimità non sono di tutti gli istanti; ma conduce sempre però alla perfezione delle azioni, poiché la perfezione conviene a tutte le azioni cristiane.

 

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