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La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

PARENTADO DIVINO

345. Sollecitazione e unione. – 346. L’unione va compiendosi e perfezionandosi. – 347. Nisi Dominus. – 348. Surgite postquam sederitis. – 349. Naturalismo, quietismo, cristianesimo. – 350. La vita della mia vita.

345. Sollecitazione e unione. – Tra la mia volontà e quella di Dio si compie un vero matrimonio. Per un primo atto del suo beneplacito, Dio sollecita il mio consenso. Dato il consenso, si contrae l’unione, la quale si consuma nell’azione. Da questa mutua azione delle due volontà unite nascono i frutti, che sono gli atti della pietà.

346. L’unione va compiendosi e perfezionandosi. – Questo matrimonio però non è perfetto fin dal suo inizio, perché le mie facoltà, le loro attitudini e disposizioni si abbandonano in Dio solo gradatamente, per parti. Vi è tutto un lungo lavoro di trasfusione della mia vita in lui. L’unione va perciò estendendosi e perfezionandosi a ciascun sollecitamento di Dio ed a ciascuna accettazione da parte mia. Così, l’uomo abbandona se stesso ogni giorno, fino a che la sua volontà, assorbita nella volontà divina, cambi l’azione propria in quella di Dio, come la sposa cambia il suo nome in quello dello sposo. Allorché la volontà di Dio, mediante azioni successive, è giunta ad assorbire e trasformare interamente la mia volontà, si consuma definitivamente e si celebra quello che i santi chiamano il matrimonio mistico, lo stato d’unità (n. 302). Per il matrimonio umano, due vivono in una sola carne; per il matrimonio mistico, vivono due in un solo spirito. Qui si può richiamare il passo di san Giovanni: « A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » (Gv 1, 12-13).

347. Nisi Dominus. – Il matrimonio della volontà umana con quella divina, la loro mutua collaborazione, i frutti della loro unione, non sono ciò che, con occhio profetico più universale, ha cantato il salmista nel Salmo 126, in cui direttamente parla delle fatiche della costruzione del tempio; della custodia di Gerusalemme e della sussistenza degli abitanti? Non sappiamo che le realtà materiali della storia sacra erano figura delle future nostre realtà spirituali? (cf. 1Cor 10, 11). Il tempio di Dio rappresenta tutto ciò che è, in noi e fra noi, interesse od ordinamento di interessi divini. Gerusalemme rappresenta ciò che è interesse di ordinamento sociale; il lavoro per il sostentamento quotidiano rappresenta ciò che è preoccupazione di mantenimento, di progresso e di profitto personale.

Al centro del suo canto v’è una parola, prima della quale tutto è tenebre e vanità, ma dopo è luce e fecondità. Prima c’è l’uomo fuori di Dio, senza Dio; dopo c’è l’uomo in Dio, con Dio.

Prima. – Inutilità del lavoro attorno al tempio se il Signore non lo costruisce; senza Dio l’uomo non farà nulla a sua gloria. Inutilità di vegliare alla custodia della città se il Signore non ne è il custode; senza Dio l’uomo non avrà alcuna sicurezza dei suoi interessi sociali. Inutilità di levarsi prima dello spuntar del giorno per mangiare un pane di sudore; se l’uomo si antepone a Dio, per i suoi interessi, non raccoglie che vuoto e sofferenza. È dunque completamente inutile la fatica umana di costruzione divina, di conservazione sociale, di profitto individuale, se vuole escludere o sorpassare Dio.

Ecco ora la parola che è il nodo della vitalità e della fecondità. Prima di levarsi per uno qualsiasi di questi tre motivi riposatevi nel sonno che l’amore dà all’amore, che l’amore deve prendere nell’amore. Questo sonno non è altro che il mistero del riposo divino (n. 310), in cui, nella benevolenza di Dio e nella confidenza dell’uomo, si allaccia l’unione dell’attività umana all’azione divina; in cui le forze della creatura, riconfortate alla sorgente del Creatore, ricevono da lui una virtù novella di feconda vitalità. È dunque l’atto e l’attitudine di accettazione, che apre ed abbandona l’essere umano alle influenze ed alle operazioni rinnovatrici dell’amore riparatore e vivificatore.

Dopo. – Allorché riposerete in Dio, allorquando i vostri voleri umani si saranno annientati in questo sonno in cui si estingue la loro falsa attività; allorquando la vostra pura volontà si solleverà, forte del vigore di cui l’avrà penetrata colui che fa e rifà la vita, allora nasceranno dalla divina alleanza dei rampolli santi, legittimi eredi di Dio, di cui posseggono le ricchezze; ricompensa dell’accettazione che vi ha unito a lui, frutti anche del vostro seno di cui contengono la vitalità. Questi sono gli atti pieni di vita e di forza della vera pietà.

Tali atti, figli del vostro spogliamento umano e del vostro rinnovamento divino, saranno potenti come frecce nelle mani di un eroe. Beati voi se ne saprete riempire la vostra faretra! Nessun nemico accanto a voi potrà mettere la confusione nel vostro lavoro di costruzione divina, di preservazione sociale e di profitto personale.

348. Surgite postquam sederitis. – Ecco dunque il segreto fondamentale della mia pietà nel suo lavoro. Prima di levarsi per la propria azione occorre riposarsi nell’accettazione; dopo esserci fortificati nell’abbandono della pietà passiva occorre slanciarci alle azioni della pietà attiva. Surgite postquam sederitis. Queste tre parole quanto caratterizzano bene, nel campo del lavoro, la verità cristiana e le due falsità che le si oppongono! Il naturalismo dice « Surgite, levatevi » e sopprime ciò che segue. Il quietismo dice « Sederitis, restate seduti » ed omette ciò che precede. Il cristianesimo dice « Surgite postquam sederitis, alzatevi dopo che avrete riposato »; non omette e non capovolge alcunché. Il naturalismo nega l’azione di Dio; il quietismo esclude l’azione dell’uomo; il cristianesimo reclama l’alleanza e la sottomissione dell’azione dell’uomo all’azione di Dio. E, cosa ammirabile, questo riposo dell’appoggio in Dio e questa azione con Dio si uniscono sempre, per costituire in me la vita divina, fatta essenzialmente di riposo e di. azione. Ogni vita non è un’attività riposata?

349. Naturalismo, quietismo, cristianesimo. – Il naturalismo e il quietismo non erano soltanto semplici errori circa la via, ma anche circa il fine e i mezzi. Non è inutile aprire qui una breve parentesi per caratterizzare, nel loro insieme, questi due errori, che riassumono le tendenze divergenti della falsità umana.

Quanto al fine, il naturalismo sopprime o tende a sopprimere la gloria di Dio, non lasciando sussistere che l’interesse umano. Quanto alla via, sopprime o tende a sopprimere l’azione divina, non contando che sull’azione umana. Quanto ai mezzi, sopprime o tende a sopprimere la grazia, non confidando che nell’industria umana. Dio, più o meno allontanato dalla via, dall’azione e dai mezzi dell’uomo: ecco il naturalismo e le teorie che ad esso si collegano.

Il quietismo, invece, sopprime o tende a sopprimere la cooperazione dell’uomo circa la speranza della sua salute, per non lasciar sussistere che la gloria di Dio come fine. Sopprime o tende a sopprimere l’azione umana per far posto soltanto all’azione divina come via. Sopprime o tende a sopprimere gli esercizi e i mezzi spirituali per non lasciare operare che la grazia come mezzo. L’uomo sminuito, minorato nel suo fine, nella sua attività e nei suoi mezzi: ecco il quietismo e tutte le tendenze che ad esso si ricollegano.

L’idea specifica del cristianesimo è l’unione inalterabile, ma subordinata, dell’umano al divino. Beatitudine dell’uomo, unita e subordinata alla gloria di Dio come fine; azione dell’uomo, unita e sottomessa all’azione di Dio come via; pratiche di pietà dell’uomo, unite e subordinate alla grazia di Dio, come mezzi: ecco il cristianesimo. La coordinazione e subordinazione dell’umano al divino costituisce l’oggetto delle tre Parti di quest’opera.

350. La vita della mia vita. – La mia azione deve dunque unirsi a quella di Dio. Come l’anima, unita al corpo, senza assorbirlo né alterarlo, gli comunica la propria perfezione animandolo e governandolo, così Dio vuol diventare l’anima della mia anima, la vita della mia vita. Egli vuole, con la sua azione, animare e dirigere la mia, per unirla intimamente alla sua, come nella mia vita naturale l’attività del mio corpo è legata a quella della mia anima. Donde viene al corpo la sua attività? Dall’anima. Esso agisce nella misura in cui riceve il suo influsso. Così accade fra Dio e me. La mia pietà attiva è viva e operante in quanto è retta e animata dall’azione del beneplacito divino, mediante l’accettazione della pietà passiva.

La grande parola dell’accettazione è il grazie. Ho già detto prima come il grazie apra la sorgente delle grandi gioie (n. 326) e delle grandi azioni (n. 328). Esso è dunque, in realtà, la vera chiave che apre la via della pietà. Infatti, se io accetto pienamente, l’azione di Dio ha il suo pieno effetto, e la mia azione può avere il suo. Se non accetto che in parte, l’azione di Dio è in parte ostacolata e la mia vien diminuita di almeno altrettanto, anzi, ordinariamente, ancor di più; poiché, se la mia accettazione non risponde a tutta l’azione di Dio, la mia azione corrisponderà difficilmente a tutta la mia accettazione. Infine, se non accetto affatto, l’azione di Dio è del tutto ostacolata e la mia non c’è affatto; io ricado nel vuoto della mia vanità.

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