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La vita interiore di F. Pollien capitolo I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

LA PENITENZA

392. La giustizia. – 393. La pena. – 394. La misericordia. – 395. La loro unione. – 396. La Redenzione. – 397. Adimpleo quae desunt.

392. La giustizia. – Secondo la già citata osservazione di sant’Agostino, la beatitudine dell’ordine è tale che la bruttezza della colpa non può sussistere un istante senza la bellezza della riparazione (n. 124).

La giustizia suprema ha i suoi diritti che sono imprescrittibili. Essa ripara continuamente e non può stare senza conciliare, con l’ordine eterno, l’azione delle creature libere. Se faccio il bene, essa risponde immediatamente alla mia azione con la ricompensa del merito. A misura che glorifico Dio, partecipo delle beatitudini del tempo e dell’eternità. Se, facendo il male, privo Dio della gloria che gli debbo, la giustizia, sull’istante, vendica su di me l’ordine violato, assoggettandomi alla pena, nella misura in cui mi sono reso suddito dell’iniquità. La giustizia dunque m’impone la penitenza come espiazione del disordine della mia vita.

393. La pena. – Perché la giustizia ricorre alla sofferenza per fare espiare la colpa? Il movimento che mi allontana da Dio è un movimento falso verso il piacere creato. Ora, è appunto per questo godimento indebito, che merito di essere richiamato all’ordine col castigo. Il male è corretto dal suo contrario. Quanto più mi abbandono alla vanagloria, ai piaceri sregolati, tanto più dovrò sottostare ai tormenti (cf. Ap 18, 7); è la legge del tempo e dell’eternità. Così richiede la giustizia, che bilancia esattamente i piaceri della colpa con le torture del castigo, in modo che la gloria divina, lesa dal godimento, è risarcita dalla sofferenza. L’uomo rende sempre a Dio ciò che gli deve, dice sant’Agostino. Se non lo rende facendo ciò che deve, lo rende soffrendo ciò che deve. Il debito si paga sia in un modo che nell’altro. La giustizia non condonerà nemmeno il più piccolo spicciolo (cf. Mt 5, 26). Essa non può sopprimere una pena più di quanto possa sopprimere un merito. La sua inesorabile funzione è quella di bilanciare, ed essa lo fa sempre, sia per i meriti, sia per i demeriti.

394. La misericordia. – Ma Dio non ha solo una mano. Tutte le vie di Dio sono misericordia e verità (cf. Sal 24, 10). Se egli ha la mano rigorosa della giustizia, che è inflessibile nei bilanci, ha pure la dolce mano della misericordia, che è sommamente delicata nelle sue premure. Se la giustizia ha l’ufficio di riparare l’ordine essenziale della gloria divina, la misericordia ha quello di riabilitare l’anima stessa. Il suo compito è di rialzare ciò che è caduto, di rifare ciò che è stato distrutto, di restituire ciò che è stato perduto. Dio ha voluto usare misericordia all’uomo, mentre con l’angelo usò solo giustizia.

Egli non riparò per gli angeli, ma riparò per gli uomini. Per questa restaurazione, la misericordia ha segreti di prevenienza, di delicatezza, di sollecitudine; ha ritrovati dí bontà infinitamente adorabílí. Se nulla ínganna la giustizia, nulla stanca la misericordia. Questa è talmente tenace nella sua benevolenza, quanto quella nella sua esattezza.

395. La loro unione. – Le due mani di Dio, secondo i disegni divini sull’umanità, sono destinate a incrociarsi continuamente sul capo del colpevole. Le benedizioni della misericordia si accordano con i rigori della giustizia. Dio desidera che in me avvenga sempre l’incontro della misericordia e della verità, l’amplesso della giustizia e della pace (cf. Sal 84, 11). Ed è proprio sul terreno della penitenza che si attuano l’incontro e l’abbraccio. La giustizia non mitigherà la più piccola delle sue pene, mentre la misericordia, impossessandosi di queste pene, le renderà riparatrici della mia vita e meritorie di una vita migliore. Nel medesimo tempo che io pago i miei debiti, elevo il mio essere verso le altezze dalle quali ero caduto.

Ogni colpa richiama dunque una pena; e ogni pena è anzitutto vendicativa, come esige la giustizia; ma è pure medicinale, almeno secondo i disegni della misericordia. Io non posso sottrarmi alle esigenze della giustizia, ma posso non corrispondere ai disegni della misericordia. E se, come un condannato, subisco mio malgrado la pena della giustizia, la mia penitenza è sterile, poiché non ripara i regressi. Quando, al contrario, mediante un libero concorso, mi conformo ai disegni redentori, la mia penitenza diventa ad un tempo espiatrice e riparatrice, soddisfa Dio e purifica il mio essere, toglie il male e fa il bene, paga i debiti e crea i meriti.

Non è forse un punto di supremo interesse, sapermi conformare all’opera riparatrice, affinché le esigenze vendicatrici non siano mai disgiunte dai benefici rinnovamenti? Mio Dio! quanto desidero non espiare da reprobo, ma riparare da predestinato!

396. La Redenzione. – Per facilitare l’incontro e l’abbraccio della giustizia con la misericordia, ci voleva ancora un intervento d’amore ineffabile. Il prodigio si è operato nella persona del Redentore e si è compiuto sulla croce. Dio si è fatto uomo ed è venuto a subire, nella sua carne umana, le prove della vita e i tormenti della morte, santificando entrambi, conferendo loro, per il merito della sua divinità, un valore infinito di espiazione e di riparazione. Egli prese su di sé le nostre sofferenze e portò i nostri dolori. Fu percosso per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità, castigato per darci la pace, ferito per renderci la salvezza (cf. Is 53, 4-5). La sua croce conferisce alla pena il suo vero valore espiatorio e il suo potere riparatore.

Egli accumulò un tesoro infinito, il quale, dal punto di vista della sua applicazione, fu ancora accresciuto dai meriti della Vergine Addolorata, dei martiri e dei santi.

Per tutti i secoli, e per tutte le anime, vi è di che soddisfare la giustizia e far trionfare la misericordia.

397. Adimpleo quae desunt. – Come potrò riparare da predestinato? Unendomi alle riparazioni del Redentore. In qual modo mi unirò? Completando nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo (cf. Col 1, 24). I suoi meriti sono come una bevanda che debbo assimilare mediante le pratiche personali di penitenza. Quando arriverò a prendere e ad accettare le prove purificatrici, in unione ed in conformità ai disegni del Salvatore e alle idee di Dio, completerò in me l’opera redentrice iniziata da lui per me, ma non compiuta senza di me.

Quest’opera posso completarla, non solo in me e per me, ma anche per gli altri. Infatti, san Paolo, dopo aver detto che completa nella sua carne le sofferenze di Cristo, aggiunge che lo fa per il corpo intero della Chiesa. Anch’io potrò avere la consolazione di fare una penitenza efficace per me e per tutti.

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La vita interiore di F. Pollien primo libro

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO PRIMO

LE PRATICHE DI PENITENZA

391. Studierò ora i mezzi da usarsi. Prima di tutto vedrò i mezzi per correggere le mie abitudini, per spogliare l’uomo vecchio ossia l’uomo dei cattivi desideri e dell’errore. Vedrò in seguito i mezzi per rinnovare spiritualmente e rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (cf. Ef 4, 22-24). I mezzi di spogliamento sono le pratiche di penitenza, mentre quelli di rivestimento sono le pratiche di preghiera. È necessario usare questi due mezzi ed è bene unirli perché debbo allontanarmi dalle creature per elevarmi a Dio. Le grandi operazioni dello spirito del male, non sono vittoriosamente combattute, se non mediante l’unione di questi due mezzi (cf. Mt 17, 20).

Le pratiche di preghiera o esercizi di pietà formeranno l’oggetto del libro seguente; in questo, considererò le pratiche di penitenza, il loro valore, il loro compito ed il loro uso.

Io sono mente, cuore e sensi. Con essi ho commesso delle colpe che debbono essere espiate, ho contratto delle adesioni che debbono essere distrutte, ho subito delle degradazioni che debbono essere riparate. Ho bisogno dunque di pratiche di penitenza per i sensi, per il cuore, per la mente. L’opera di espiazione davanti a Dio e di riparazione si compie in me: nei sensi, mediante la mortificazione; nel cuore, con l’abnegazione; nella mente, con l’umiltà. Dunque: necessità generale della penitenza; pratiche di mortificazione per i sensi, di abnegazione per il cuore, di umiltà per la mente sarà la materia dei capitoli che seguiranno.

La vita interiore di F. Pollien Parte terza

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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PARTE TERZA

I MEZZI

CAPITOLO PRELIMINARE

LE PRATICHE DI PIETA’

385. Necessità dei mezzi. – 386. Gli strumenti di Dio. – 387. I miei strumenti. – 388. In lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere. – 389. Ciò che è essenziale e ciò che si trasforma. – 390. Divisione.

385. Necessità dei mezzi. – Conosco il fine, conosco la via; ho un vero desiderio di avanzare su questa via, verso questa meta; che cosa mi manca? I mezzi. Essi mi sono necessari. Io ho bisogno di mangiare il pane di Dio, per seguire la via della sua volontà fino all’avvento del suo regno ed alla santificazione del suo nome (nn. 75ss). Conoscendo la meta e la via e possedendo i mezzi, possederò tutto. Quali sono questi mezzi?

Fin dall’inizio di quest’opera (n. 55), il principio fondamentale mi ha mostrato che, fra Dio e me, ogni essere ed ogni movimento d’essere, venendo a contatto con la mia vita, è destinato a servire da strumento alla mia crescita per la gloria divina. Questo principio avrebbe dovuto essere enunciato fin dagli inizi, per farne scaturire le nozioni del fine e della via. La conoscenza di questo principio, come ho potuto convincermi, è indispensabile per comprendere lo scopo stesso della vita, l’ordine ed il disordine, la pietà e le sue ascese, le regole e le condizioni del mio lavoro, i modi e le mire del lavoro divino. Ma questa nozione generale, se basta per mostrare il piano, non è però sufficiente ad attuarlo. La scienza dell’architetto che traccia il piano e quella dell’impresario che dirige il lavoro, debbono essere completate dall’abilità dell’operaio che adopera gli utensili.

Dopo aver studiato, nella prima Parte, il piano della mia vita e nella seconda Parte le regole del lavoro, debbo in questa terza Parte studiare il modo di eseguirlo e l’uso di quegli strumenti che sono le creature.

386. Gli strumenti di Dio. – Di chi sono strumenti le creature? Sono strumenti dei lavoratori che costruiscono il tempio della gloria divina e della felicità umana. Per conseguenza, sono anzitutto gli strumenti di Dio, che è l’artefice principale, e in secondo luogo sono i miei strumenti, essendo io chiamato ad essere l’operaio secondario.

Dio conosce l’utilità dei suoi strumenti e perciò sa usarli. Non spetta a me controllare l’uso ch’egli ne fa, ma ciò che spetta totalmente a me e che, sotto un certo aspetto mi è necessario, è di vedere il contatto e il risultato in me del loro lavoro. Ora, qualunque sia lo strumento usato da Dio, l’effetto costantemente prodotto è la grazia. Essa è quindi il mezzo divino immediato, unico, costante, ed è quello che m’interessa soprattutto conoscere, affinché in questo punto di contatto arrivi a conformare i miei mezzi a quelli di Dio.

387. I miei strumenti. – È importante conoscere l’utilità e l’uso delle creature, che sono gli strumenti ch’io debbo maneggiare. Qual problema impenetrabile alle mie ricerche è la loro utilità, gli immensi vantaggi ch’essi mi arrecano, gli innumerevoli benefici di cui io sono il centro! Ma non mi è possibile trattarne qui, perché allora mi allontanerei troppo dalla veduta di unità in cui mi circoscrivono le proporzioni del piano adottato.

La questione più importante è quella dell’uso; è necessario soprattutto che le mie facoltà diventino abili ed idonee ad usare le creature. Ora, non è buon operaio chi non possiede quelle attitudini e abilità che, con l’amore al mestiere, producono opere perfette. Per formare il gusto, l’occhio, la destrezza, vi sono, in ogni mestiere, certi procedimenti, certi segreti tecnici. Ve ne sono anche per formare la sovrana attitudine e abilità dell’anima, che si chiama: pietà. Mi resta dunque da considerare, almeno nella loro economia generale, gli accorgimenti e le pratiche adatte a rendere le mie facoltà capaci di far buon uso delle creature. Ho detto: almeno nella loro economia generale, perché, avendo fin qui fermato lo sguardo solo sulle grandi linee del fine e della via, continuerò con lo stesso metodo a trattare dei mezzi.

Quali sono le pratiche che mi metteranno in grado di usare bene delle creature? Non cercherò qui i segreti dell’uso naturale che adatta le cose allo sviluppo fisico, morale e intellettuale del mio essere; questo è l’oggetto delle scienze e delle molteplici arti, che s’ingegnano a trovare ovunque i mezzi migliori, per sviluppare la vita umana sotto tutte le sue forme. Il mio compito è ben più alto; esso mira ad armonizzare tutte le risorse naturali e soprannaturali con l’opera superiore che io sto trattando. Voglio imparare a servirmi dell’intero creato per la mia pietà; voglio cioè imparare la scienza che san Paolo dice che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 19). Devo dunque trovare le pratiche che mi condurranno a questo fine. So che l’opera della mia crescita divina necessita di una duplice operazione: da un lato l’allontanamento dal creato, dall’altro l’adattamento al divino (n. 295). Di qui due ordini di pratiche pie destinate: le une, a distaccarmi dal basso; le altre, a unirmi all’alto. Mi abituano al distacco le pratiche di penitenza; mi abituano all’incontro divino le pratiche di preghiera. Dovrò allora considerare i principi generali concernenti l’uso delle pratiche di penitenza e di pietà.

388. In lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere. – Nella gloria di Dio vi è la pienezza del mio fine essenziale; nella sua volontà vi è la regola suprema del mio movimento; nella sua grazia vi è il mio grande mezzo vitale. Fine, principio, mezzo; Dio è tutto per me. In lui viviamo, poiché egli è il mezzo, il nutrimento della nostra vita. In lui ci muoviamo, poiché egli è il principio e la regola del nostro movimento. In lui siamo, poiché egli è il fine in cui ci riposiamo (cf. At 17, 28). La sua gloria è il fine del mio essere; la sua volontà è la regola del mio movimento; la sua grazia è il mezzo della mia vita. Egli è il fine, il principio, il mezzo; egli è tutto. Mio Dio e mio tutto.

389. Ciò che è essenziale e ciò che si trasforma. – Alla gloria di Dio è subordinata la mia felicità. All’azione con cui egli mi anima e mi sostiene dev’essere subordinata la mia azione personale. Alla grazia dovranno anche essere subordinate le mie pratiche di pietà. Così, sia circa il fine, sia circa la via e i mezzi, Dio è dappertutto l’essenziale, il primo, il padrone; io dappertutto il suddito, il secondo, il servo.

Inoltre ho visto come la mia soddisfazione, dapprima sviata lontano da Dio, rientra, si assorbe e si trasforma nell’unità, lasciando nell’annientamento le falsità dell’umano. Ho visto pure come la mia azione, dopo essersi agitata accanto all’azione divina, rientra, si assorbe e si trasforma in quella di Dio, mediante la distruzione dell’indipendenza del movimento umano. Nello stesso modo dovrò ora vedere come la molteplicità delle mie pratiche spirituali, si concentri e si vivifichi nell’unità degli impulsi della grazia. Sotto i tre aspetti del fine, della via e dei mezzi, vi è il medesimo movimento di subordinazione, di trasformazione e di unione; vi è la stessa ascesa verso l’unità.

La gloria di Dio, la volontà di Dio, la grazia di Dio, soprannaturalizzandomi, distruggono progressivamente ed annientano nella mia soddisfazione, nella mia azione, nei miei mezzi, ciò che nasce da me e si allontana da Dio; esse assorbono, trasformano ed uniscono ciò che viene da Dio ed è destinato all’unione eterna. Vedo così le tre nubi della mia mortalità fondersi nella chiarezza del gran sole che si eleva sull’anima mia. La molteplicità scompare davanti all’unità; la creatura aderisce al Creatore. Così, Dio, che al principio era il primo, finisce per trasformare tutto in sé (cf. Col 1, 17). Egli è tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28).

390. Divisione. – Questa Parte sarà divisa in tre libri. Il primo avrà per oggetto le pratiche di penitenza. Il secondo sarà dedicato agli esercizi di pietà. Il terzo tratterà della grazia.

La vita interiore di F. Pollien libro IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IX

IL CONCORSO RISTABILITO

378. La deviazione. – 379. Le conseguenze. – 380. Accettarle. – 381. La contrizione umana. – 382. La detestazione divìna. – 383. La riparazione divina. – 384. Grazie, mio Dio!

378. La deviazione. – Potessi, o mio Maestro, conservarmi in contatto continuo ed in perfetto accordo con voi… Ma, o Signore, quanti errori! Quante volte il movimento o l’inerzia della mia natura mi allontanano da voi! Cesso allora di essere vivificato da voi e cado.

Dopo la colpa che cosa debbo fare? Inquietarmi? No, davvero; sarebbe una nuova stoltezza, un nuovo errore e talora una nuova caduta. Quanto vi è ingiuriosa l’inquietudine, mio Dio! Che farò dunque? Accetterò il più risolutamente ed il più prontamente possibile l’umiliazione della mia colpa, con tutte le sue conseguenze penali. La mia colpa, certo, non è stata voluta da Dio, ma è stata permessa da lui; essa è immediatamente seguita da certe conseguenze vendicative, volute da lui. Spesso Dio permette una colpa, per ricavarne un mezzo di guarigione; vi sono dei mali che non guariscono se non colle cadute. È necessario che avvengano degli scandali (cf. Mt 18, 7).

379. Le conseguenze. – Le conseguenze penali della colpa sono, per esempio, l’umiliazione esterna di fronte agli altri, l’umiliazione interna davanti a me stesso e davanti a Dio, le opere espiatorie, i contraccolpi spesso profondissimi nell’anima, che è scossa, indebolita, intorpidita, le ripercussioni estesissime che una colpa esercita talora sugli avvenimenti esterni ecc. Non so mai fino a quale distanza ed a quale profondità un errore può ripercuotersi. Siffatte conseguenze sono volute da Dio e attestano quanto egli detesti il peccato. Egli non ha voluto la colpa ma ne vuole la punizione. In ciò vi è la sua volontà. La colpa è la mia azione; le conseguenze penali della colpa costituiscono l’azione del beneplacito divino, che vendica subito il disordine avvenuto.

380. Accettarle. – Per correggere le deviazioni della mia azione, non ho che da rientrare in quella di Dio e vi rientro accettandola. Un grazie risoluto, che riconosca l’azione divina, adori la sua volontà, si pieghi gioioso sotto i colpi vendicatori, senza inquietudini, senza calcolare ciò che possono essere, attesta che io non potrei essere più praticamente sottomesso, più sinceramente contrito, più intimamente riconciliato. Qual mezzo potente è un buon grazie di umiliazione, per imparare le vie della giustificazione! (cf. Sal 118, 71).

In questa pratica del grazie energico vi è un pentimento di una forza e di una calma veramente divina. Tutto ciò che potrei dire, chiedere, promettere o fare in certi impeti di dispiacere, non giungerà mai all’altezza di questa semplice accettazione. I miei focosi ardori sono troppo spesso frutto del mio movimento umano e del mio modo di detestare il peccato. E questo modo non è affatto buono, perché io sono più portato a detestare e a dolermi proprio di ciò che dovrei accettare: l’umiliazione. È più difficile aborrire le conseguenze penose del peccato anziché il peccato stesso. La detestazione umana è così fatta, da anteporre sempre la soddisfazione dell’uomo alla gloria di Dio.

381. La contrizione umana. – La pena ch’io provo per le conseguenze del mio peccato, per gli inconvenienti di cui esso è causa, fortificano piuttosto i segreti attaccamenti al mio disordine interno. Ciò vuol dire che in realtà io detesto l’azione vendicatrice di Dio e continuo ad amare la mia azione cattiva. Strana contrizione davvero, che confinerebbe con l’ironia, se non fosse la stoltezza umana a scusare un po’ sì grave abbaglio. Ecco ciò che io chiamo la mia contrizione; essa è purtroppo mia perché non viene affatto da Dio.

Bisogna stupirsi se questa contrizione umana produce così scarsi frutti di conversione divina? In quanti casi questa pretesa contrizione serve di guanciale alla coscienza per dormire nel suo male! Sento in me una certa detestazione, e senza voler troppo esaminare il punto preciso su cui cade, mi tranquillizzo sulle mie disposizioni interne. Rimango così in uno stato d’animo che ha qualche rassomiglianza con quello del ladro che si è lasciato prendere, e che è molto dolente, non di aver rubato, ma di essere stato preso. Dannosa disposizione che, dopo una colpa, tende a rendere sterile la pronta azione di Dio per guarirla.

382. La detestazione divina. – Quando accetto le conseguenze vendicatrici della mia iniquità, allora passa in me la detestazione stessa di Dio per il peccato; se le accetto pienamente, senza riserva, faccio mia tutta la detestazione di Dio per il mio peccato. Lo detesto perciò, non più come posso farlo io stesso, ma come Dio lo detesta, e non semplicemente come Dio aborrisce il peccato in generale, ma come egli detesta ora questa colpa particolare, nella quale sono caduto e nella misura in cui la detesta egli stesso. Dunque, allorquando non ho saputo accettare l’azione di Dio tutte le mie colpe vengono di lì, io non ho che da dire: Grazie, mio Dio, grazie dell’umiliazione. All’istante mi trovo nelle braccia di Dio, unito a lui per la riparazione del disordine che mi ha in un istante separato da lui. Questo atto mette nell’anima tanta tranquillità e forza che si è quasi tentati di cantare con la Chiesa: O felix culpa…

383. La riparazione divina. – Con quest’atto di accettazione, sono unito a Dio, non soltanto per la detestazio­ne della mia colpa ma anche per la riparazione. Il pentimento è divino e lo è pure il buon proposito. Che dico, il buon proposito? Qui non è soltanto il buon proposito di ricostruire in me l’edificio della gloria divina, danneggiato o distrutto dalla mia colpa; ma è effettivamente la costruzione ripresa immediatamente e ristabilita dalla mano di Dio. Egli stesso ripara i danni del peccato, ed allora quale riparazione! Egli conosce il danno avvenuto all’edificio; lo vede, lo misura interamente; nulla sfugge al suo sguardo. Io invece non so mai dove si estendano le rovine, le brecce e le distruzioni. Io lo vedo ancor meno, poiché il primo effetto del peccato è l’accecamento. Dunque, sono incapace di riparare in modo opportuno.

Poiché Dio interviene, non soltanto a punire ma anche a riparare, non ho più né imbarazzo, né inquietudine; devo solo accettare la sua azione, unirmi a lui, seguire il suo lavoro cooperandovi, e subito vedrò rialzarsi l’edificio secondo il vero piano della mia creazione. Prestissimo il male verrà riparato, non solo quello attuale e passeggero del peccato particolare che ho commesso, ma anche il fondo cattivo che l’ha occasionato; poiché Dio sa trarre profitto dagli atti per guarire le abitudini. Egli non si accontenta di intonacare le fessure, ma riprende dalle fondamenta. Non si accontenta, per la sua gloria, di un edificio barcollante, ricoperto di intonaco ingannatore. Ama il solido; ciò che costruisce è fondato sulla roccia, e ciò che è da riparare lo ripara dalle fondamenta… se lo si lascia fare. Mio Dio! quando dunque vi lascerò costruire?… Quando riparare? Quando, con un buon grazie, mi unirò al vostro lavoro di costruzione e di riparazione? Oh, gli effetti veramente riparatori di un buon grazie!

384. Grazie, mio Dio! – Si può forse dire che questa pratica del « grazie », per le conseguenze vendicatrici della mia colpa, comprenda tutta la contrizione, e riassuma tutto ciò che è da farsi per la riparazione dovuta a Dio? No, di certo. Parlando dei mezzi, vedrò nella terza Parte, la necessità del sacramento della penitenza, e la necessità, la natura ed i motivi della costruzione (n. 477). Qui mi preoccupo soltanto di una cosa: ristabilire al più presto possibile la corrispondenza all’azione divina. La colpa l’ha intercettata, ed il grazie, per me, è il proce­dimento più rapido, più semplice e più giusto per ricondurmi al contatto divino.

O grazie, divino grazie! quanto sei grande, fecondo, potente e santo!… Tu contieni tutti i tesori di vita e di forza, di calma e di pace. Tu sei la miniera inesauribile in cui io trovo Dio. Vorrei dirti e spesso ripeterti continuamente, nella gioia e nel dolore, nei miei progressi e nelle mie cadute, sempre e dovunque: grazie… Bonum mihi Domine!… Così, mio Dio, io resterò in voi e voi in me, e porterò finalmente copiosi frutti (cf. Gv 15, 5).

La vita interiore di F. Pollien libro VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VIII

LA RISOLUZIONE FONDAMENTALE

373. Una risoluzione madre e maestra. – 374. Quelle che nascono da essa. – 375. Nessuna inquietudine per il presente. -376. Né per l’avvenire. – 377. Preghiera per la confidenza.

373. Una risoluzione madre e maestra. – Poiché cerco ostinatamente l’unità e ho bisogno di progredire in questa via, occorre soprattutto ch’io prenda e mantenga la risoluzione una… madre e maestra… dalla quale debbono nascere… successivamente… a loro tempo… e alla quale debbono appoggiarsi sempre… le risoluzioni particolari… che diventano necessarie secondo l’andamento della vita interiore.

Qual è la risoluzione sempre identica nella sua sostanza, poiché dev’essere unica; anteriore alle altre, poiché dev’essere la madre; superiore, poiché dev’essere la maestra; vivente, poiché deve produrre le altre? La risoluzione unificante, vivificante, da cui tutto dipende nella vita e nel suo svolgersi, è quella di vigilare affinché l’anima si mantenga aperta all’azione divina, corrisponda al suo impulso e sostenga la sua azione mediante l’accettazione. Questa risoluzione appartiene dunque alla pietà passiva e ne è l’espressione pratica.

Le varie risoluzioni che nascono da essa e vivono di essa appartengono alla pietà attiva e ne sono l’applicazione attuale.

La risoluzione principale dà il fondamento di unità e il contatto vitale; le risoluzioni secondarie armonizzano con le divergenze e s’accomodano alle contingenze. L’una riguarda Dio, le altre il creato; l’una si tiene in contatto con l’alto, le altre con il basso. Il loro mutuo accordo assicura l’unione del divino con l’umano ed il collegamento della diversità con l’unità. Così sono sempre in relazione vivente con l’influsso soprannaturale e le realtà naturali.

Ecco come si afferma e si orienta il vero cammino della pietà.

374. Quelle che nascono da essa. – Quando la risoluzione principale mi mantiene in relazione con Dio e dà libero accesso alla sua azione di grazia, si stabilisce in me una corrente di luce, di ardore e di forza in cui io sono spinto a prendere, a tempo e nella misura voluta, le risoluzioni particolari richieste dal dovere. Così, nate da Dio e non da me, appoggiate su Dio e non su di me, queste risoluzioni particolari avranno la sobrietà e la verità che loro conviene (n. 370). Eviterò in tal modo l’eccesso, la molteplicità e l’illusione. Avrò più probabilità di conservare, con l’aiuto di Dio, ciò che avrò intrapreso sotto il suo impulso. Occorre che nelle mie risoluzioni non vi sia nulla di me e per me solo, nulla del mio movimento separato, della mia immaginazione sviata, della mia volontà. Ciò che è dell’uomo non ha consistenza; soltanto ciò che è di Dio è forte e durevole (n. 351).

375. Nessuna inquietudine per il presente. – Ora, per lo stato attuale dell’anima mia, vedrò come debba correggere due difetti che sono due inquietudini: l’inquietu­dine del presente e quella dell’avvenire.

Per il presente, la mia buona volontà si lascia facilmente dominare da una trepida ansietà, la quale tende perfidamente a persuadermi che non potrò arrivare all’altezza del mio dovere. Temo di essere troppo distratto o troppo fiacco o troppo debole. Ah, certamente! distratto, fiacco, debole, da me stesso lo sarò sempre. Giammai sarò troppo diffidente di me, né abbastanza convinto che il dovere è al disopra di me. Ma è forse questo un motivo per essere inquieto? La diffidenza di sé non è l’inquietudine, anzi ne è l’opposto. La diffidenza di sé porta alla confidenza in Dio e questa non dà mai adito all’inquietudine.

Che cosa significa inquietudine? Significa che l’anima, vacillando sulle sue basi, si sente mancare un sufficiente punto d’appoggio. Donde proviene l’inquietudine? Nasce l’incorreggibile smania di confidare più in se stessi che in Dio. Si cerca in se stessi la luce, il movimento e la forza necessaria all’adempimento del dovere e non trovandoli ci si inquieta e si dubita. Quando sarò retto? Quando saprò ricorrere a Dio e confidare in lui?… Si fa sempre abbastanza quando ci si tiene stretti alla mano di Dio… poiché la mano di Dio dà sempre in sovrabbondanza quanto è necessario al dovere presente.

376. Né per l’avvenire. – L’inquietante preoccupazione di guardare in avanti sulla via, di fare supposizioni e prendere ansiose disposizioni è anch’essa mancanza di fede. « Non affannatevi per il domani, dice il Signore, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena » (Mt 6, 34). Il segreto per avere la luce della vita e per non camminare nelle tenebre sta nel seguire il Maestro (cf. Gv 8, 12). Anziché appoggiarti alla tua prudenza, metti tutta la tua fiducia nel Signore; pensa a lui in tutte le tue vie ed egli dirigerà i tuoi passi (Pro 3, 5). Ecco la sola preoccupazione che debbo avere; se questa si può chiamare così, poiché san Paolo mi raccomanda di non averne alcuna (cf. Fil 4, 6). E san Pietro vuole che ogni preoccupazione si abbandoni in Dio (n. 332). Conviene dunque ch’io sia sollecito di stringere la mano che mi conduce e di adempiere così il mio dovere; allora la vita s’illuminerà. Non v’è altro da fare che vivere ciò che si sa, per sapere ciò che si vivrà. « Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete » (Gv 14, 19), ha detto il Salvatore agli apostoli. Vedete che è la vita che porta a conoscere la vita? L’oggi ben vissuto sarà la luce di domani, mentre l’inquietudine per l’avvenire sarà il turbamento dell’oggi e l’oscurità del domani.

377. Preghiera per la confidenza. – O mio Maestro, datemi la grazia di saper attendere, comprendere e seguire il vostro movimento; di saper restare in voi, al fine di agire per voi e con voi. Datemi la sincerità e la docilità necessarie per corrispondere alla vostra azione. Datemi il riposo della confidenza per avere la sicurezza del lavoro. Concedetemi di vivere di voi, per voi, in voi, e di evitare i due grandi scogli, che consistono nell’agitarmi fuori di voi e nel riposarmi lontano da voi. Oh no, mio Dio! non l’agitazione dell’orgoglio presuntuoso, né il riposo della pigrizia incurante, ma la sincera e viva corrispondenza della mia azione alla vostra. Allontanate da me gli sbalzi costanti del naturalismo e l’indolenza negligente del quietismo e datemi l’unione vitale del cristianesimo genuino.

 

Buone vacanze estive 2017

vacanze

Cari amici lettori e care amiche lettrici di Cartusialover, anche quest’anno il blog si concede un po’ di vacanza e quindi una breve pausa. Non ci saranno nuovi articoli con l’eccezione dei nuovi capitoli del libro di Dom Pollien, “La vita interiore”, che saranno pubblicati anche il sabato, oltre che come di consueto la domenica.

Auguro a voi tutti di trascorrere questo periodo di vacanze in serenità e quiete, con l’auspicio che possa essere utile a tutti noi per poterci ricaricare di nuove energie. Colgo l’ occasione per segnalarvi, che questo blog ha di recente raggiunto un’altra tappa, ovvero un milione di visite!

                             GRAZIE

Vi abbraccio idealmente, e mi congedo da voi con una preghiera di “affidamento” scritta da Dom Ludolfo di Sassonia.

A presto!

“Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, concedi ad un peccatore debole e miserabile come me, la grazia di avere sempre davanti agli occhi del mio cuore la tua vita meravigliosa e le tue virtù sublimi, affinché io cerchi di imitarle come posso.
Fai che, per questo mezzo, io cresca ogni giorno fino alla perfezione per diventare un tempio consacrato alla gloria del Signore.
Ti supplico che la luce della tua grazia dissipi le oscurità della mia anima e non cessi di prevenirmi ed accompagnarmi ovunque.
Fai che, avendoti come guida, io possa realizzare tutto ciò che gli è gradito e fuggire da tutto che gli dispiace.
Oh Saggezza suprema, dirigi i miei pensieri, le mie parole e le mie opere secondo la tua legge divina, i tuoi precetti ed i tuoi consigli, in modo che osservando in tutto la tua volontà adorabile, io meriti, per il tuo aiuto, essere salvato in questo tempo e nell’eternità. Così sia!”
(Ludolfo di Sassonia)

Vi lascio ad un consiglio di lettura edificante….di cui vi ho già parlato e di cui vi continuerò a parlare. Approfittate della convenienza dell’acquisto online cliccare in alto sulla sidebar di destra,  oppure cliccare qui!

copertina italiano

Dio è una serena evidenza (parte seconda)

Brother Marcellin Theeuwes, former general prior of the Carthusians, Taize, july .2015

Come vi avevo preannunciato ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Dom Marcellin Theeuwes.

“Dio è una serena evidenza”

parte seconda

 I due pilastri della vita certosina sono il silenzio e la solitudine, che sono spesso fraintesi nella nostra vita moderna. Come capirli?

– Il silenzio e la solitudine inquietano. Tutto è fatto nelle nostre società per riempirli il più presto possibile. Ma senza il minimo di silenzio e solitudine, l’uomo perde di vista se stesso, non riesce più ad ascoltare ciò che si mormora in lui. Questi due pilastri permettono progressivamente di imparare a “abitare con se stesso” come diceva San Benedetto. Non è imprigionare il silenzio e la solitudine come faremmo con gli animali selvatici, ma di entrare progressivamente, amichevolmente, come passiamo attraverso una porta stretta verso uno spazio di maggiore libertà. La solitudine ed il silenzio permettono una discesa profonda in noi stessi, non ci isola, aiutaci a decentralizzarci: il silenzio ci apre alla Parola e la solitudine alla presenza di Dio. Questi due pilastri possono essere fecondi nel cuore di un’esistenza vissuta nel mondo, nella vita familiare e professionale. Come abitare la propria esistenza, come tessere legami fecondi con l’altro, se si è rivolto al di fuori di se stesso? Vissuti abbastanza radicalmente per vocazione e predisposizione interiore dai certosini, il silenzio e la solitudine sono anche indispensabili a ogni vita umana.

I certosini vivono la giornata nella cella, dove pregano, lavorano e mangiano da soli. Perché questo isolamento?

– Non si tratta di un isolamento, ma di una risposta a una chiamata. La cella offre un luogo dove si impara a vivere con se stesso per mantenersi alla presenza di Dio. Un’ascesi che corrisponde ad una vocazione particolare, un sentiero paradossale di liberazione.

Forse è l’ aspetto più “ruvido” della vita certosina?

– No. Spesso più difficile sono l’obbedienza e la vita comunitaria. L’obbedienza non è una risposta “militare” ad un ordine esterno, ma è un dono di autodeterminazione. È lasciarsi condurre dove, spontaneamente, non abbiamo il desiderio di andare. Una strada di umiltà dura in certi momenti…ma il frutto è così spesso la gioia! Nella vita di comunità, i limiti umani, le differenze, le personalità si confrontano. È un’esperienza di spogliamento. La realtà quotidiana, lontano da una visione un po’ sognata della vita monastica, ci chiama ogni giorno alla conversione!

 La parola chiave è “l’umiltà”?

– Sì. Accettare le nostre debolezze, senza cadere in un cattivo senso di colpa, perché il nostro Dio ci accoglie con i nostri fardelli. Non essere per se stesso un maestro troppo severo; guardare te stesso, senza compiacimento, ma con misericordia.

 Il grande appuntamento, è l”Ufficio Notturno. Una veglia che vi costringe ad alzarsi a mezzanotte per quasi tre ore di preghiera…

– L’Ufficio è quello che ci segna di più. Il mondo dorme, una buona parte della vita attiva si ferma, il silenzio è più significativo. In quest’ora ci alziamo unicamente per pregare e condividere un grande momento di intimità con il Signore. Noi “degustiamo” i salmi leggermente. Siamo collegati al mondo, agli uomini e alle donne che affidiamo alla tenera misericordia di Dio. Questo Ufficio Notturno è la fonte che irriga la mia vita di monaco certosino!

 Una fonte che ti aiuta a “trovare” Dio?

– Forse di più per consentirGli di unirsi a me. Non so se “trovo” Dio attraverso gli sforzi fatti per raggiungerLo. Chiaro, l’ascesi è necessaria, ma è sempre Dio che agisce per primo. È Egli che ci avvicina di noi e ci cerca, nonostante le nostre debolezze e le nostre difficoltà a riconoscerLo. Noi possiamo alimentare il nostro ardente desiderio di raggiungerLo. In certi momenti di grazia, accade l’incontro; allora, sì, oso dire che “trovo” Dio!

Dopo più di 50 anni di vita monastica, Lo conosci un po’ meglio?

– Dio rimane sempre l’Altro, e ci sfugge. Ma la Sua esistenza diventa per me ogni giorno più di un’evidenza…

“Un’evidenza”? È una parola forte!

– Non riesco a trovare altro. Dio è per me una serena evidenza. Sono sicuro del Suo amore infinito.

 Il nostro tempo è piuttosto segnato dal dubbio…

– Sarà che alcuni credenti non si accontentano? Non conviene, uscire da questo mezzo, per osare affermare, tranquillamente, che Dio esiste, che Lo vediamo all’opera nelle nostre vite, nella storia? Ritornare alla catechesi e alla predicazione, più esplicitamente alle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità? Nel nostro battesimo abbiamo ricevuto la grazia di credere in Dio, di sperare nel Suo amore ed amare come Egli ci ama. La fede non è un semplice auspicio umano, è una speranza. Dobbiamo lasciarla agire. Affrontare ciò che è talvolta descritto come “l’assordante silenzio di Dio”, uscire da una sordità prima di tutto segnata dall’assenza del desiderio di incontrarLo.

Il male, la sofferenza, restano come i grandi ostacoli alla fede…

– La sofferenza, la malattia, la morte sono inerenti alla nostra condizione. Attraverso Cristo, possiamo imparare a vivere con queste ferite e scoprire che la morte non ha l’ultima parola. Per la Risurrezione, possiamo avere la speranza di una vita che trascende la morte. La morte come un passaggio, un’immersione nell’amore di Dio.

Si tratta di osare abbandonarsi?

– Sì, bisogna affidarsi al Padre e dirGli con Cristo: “non la mia volontà, ma la Tua volontà”. Non abbiamo tutta la vita per imparare quest’abbandono; osare fidarsi nonostante l’enigma del male e della sofferenza; credere, nonostante ciò che sembra contraddirlo, perché Dio vuole solo una cosa: la nostra felicità.

Il grande cammino che conduce alla felicita è la preghiera?

– Sì. Ed il modo migliore di imparare a pregare è quello di mettersi in preghiera, cioè, il coraggio di credere che c’è qualcuno ad ascoltarci. La preghiera è un atto di fede in Dio.

Cosa fare quando non c’è più gusto nella preghiera?

– Bisogna perseverare, resistere, nonostante tutto. Appoggiarsi sui salmi, sulla preghiera della Chiesa, sul Vangelo…Affidare questo tempo di deserto al Signore. Aspettare…

Dom Agustin Guillerand (1877-1945), uno dei vostri fratelli certosini, descrive l’anima orante come “un paese invaso: dobbiamo liberarci, buttare fuori il nemico”.

– La preghiera è una lotta, perché non è così ovvia, richiede uno sforzo, un impegno, una piena consapevolezza. Non si entra in preghiera come si siede a tavola! Non è una necessità fisica, ma un desiderio che corre il rischio di attenuarsi. È essere davvero lì, lavorare sulla nostra presenza davanti a Dio. Riconoscendo umilmente che siamo segnati dalla mancanza, dall’incompletezza, mai all’altezza dell’aspettativa di Dio. Sempre dipendente dalla Sua grazia…Questa grazia che ci è data in abbondanza nel mattino della risurrezione.