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La vita interiore di F. Pollien capitolo VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

LE RISOLUZIONI UMANE

361. Le risoluzioni fallite. – 362. Le rovine. – 363. L’esempio di san Pietro. – 364. Dio sa benissimo ciò che mi è necessario. – 365. Lo so così poco! – 366. La negligenza.

361. Le risoluzioni fallite. – Ed ora un’occhiata alla mia vita passata ed al mio stato attuale. Nel passato, quante risoluzioni sterili! Quante prove finite male perché iniziate male! Quante volte, elevato, all’inizio, da veri impulsi divini, mi sono in seguito smarrito nello sterile trambusto dell’agitazione umana! In un ritiro, per esempio, in una festa, in una circostanza particolare, qualche impulso speciale di Dio ha fatto vibrare il mio cuore. Se avessi saputo corrispondergli con semplicità, con fedeltà, con quella calma confidente della sincerità che mi avrebbe mantenuto conforme a Dio, appoggiato a lui, guidato da lui!

Ma il movimento umano mi ha trascinato così presto!… Mi ha lanciato in risoluzioni, regolamenti, preghiere, mortificazioni in cui la fretta gareggiava con la molteplicità, ed io accumulavo indiscrezioni e imprudenze. Queste risoluzioni impulsive avevano due gravissimi torti, poiché la loro agitazione significava che, prima di tutto, questo falso movimento, soppiantando il primo, che era buono e vero, nasceva da me e cessava di avere la sua sorgente in Dio. Contavo su di me e confidavo nelle mie risoluzioni, per determinare (n. 340) la corrente del bene, come se il minimo movimento di vita divina non dovesse essere creato in me dalle prevenienze della misericordia vivificatrice. La loro agitazione, poi, significava che tale movimento, nato da me, continuava a voler vivere di me. Contavo su di me e mi appoggiavo alle mie risoluzioni per misurare e sostenere l’azione divina, come se non fosse stata questa azione a sostenere, contenere e misurare la mia.

Così, il movimento ingannatore della natura mi ha indotto a confidare doppiamente in me stesso. Il mio punto di partenza e di appoggio furono trasportati in me invece di restare in Dio: ecco la duplice infermità di tali risoluzioni.

362. Le rovine. – Non dovrò più prendere risoluzioni? Bisognerà prenderne certamente, ma non di quel genere. Poiché è un fatto che, finora, queste risoluzioni non hanno avuto per risultato che quello di gettarmi nella molteplicità e nella divisione, nell’imbarazzo e nell’agitazione, e di abbandonarmi alla mia azione personale ostacolando l’azione divina. Ed è anche un fatto che pochissime di queste risoluzioni hanno attecchito, recando frutti pressoché nulli. Hanno tuttavia lasciato un frutto, che è malsano: l’abitudine cioè di mancare alla parola data a Dio. Quante promesse fatte e reiterate con proteste di fedeltà, con impegno di onore, nelle circostanze più solenni!… E di tutto questo che cosa resta? Soltanto rovine! rovine delle mie promesse, della mia parola, del mio onore! Quando il volere non è da Dio, il fare che viene dall’uomo è degno dell’uomo.

E’ meglio non far un voto, che farlo e poi non mantenerlo (Qo 5, 4).

L’abitudine a mancare facilmente di parola danneggia l’anima, perverte la rettitudine delle sue vedute, dei suoi affetti e delle sue azioni, affievolisce i sentimenti elevati e la costante energia, distrugge la delicatezza della virtù, toglie il rispetto verso Dio, le cose sacre e se stessi; per questo sentiero si giunge alla insensibilità, che prende con leggerezza i doveri, le ispirazioni, il fine e i mezzi. Non è raro trovare in certe anime, pur totalmente lontane dalla religione, un fondo di rettitudine, un’energia di risoluzione, una delicatezza di onore, in cui la verità compie delle meraviglie, allorché viene a manifestarsi. Essa non produrrà giammai questi effetti nelle anime ugualmente pronte a promettere quanto incostanti a mantenere. Questa è la lezione data dalla fede del centurione, estraneo alle credenze giudaiche, a riguardo della quale Gesù, stupito, esclamò: « In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti » (Mt 8, 1012).

363. L’esempio di san Pietro. – Come sono insensato! Dal momento che Dio si riserva di indicarmi il cammino e di condurmi, quale stoltezza voler agire da me stesso, prima di lui, senza di lui, svincolarmi dalle sue braccia, pretendere di fargli rimostranze, di precederlo e di dirigerlo! Tale fu il torto di san Pietro nel fatto precedentemente ricordato (n. 151). Egli, spinto dal suo affetto umano, osò riprendere il Maestro. Il movimento umano fu fatale per lui, che pur era l’uomo dalla sincerità priva di calcolo e dalla generosità che non esita. Questo movimento lo condurrà, più tardi, fino al rinnegamento del suo Maestro e gli meriterà l’acerbo rimprovero: « Lungi da me, satana! tu mi sei di scandalo » (Mt 16, 23). Severo rimprovero, parole dure, che indicano quanto l’Uomo-Dio detesti il movimento umano. Rimprovero, questo, che Dio rivolge ad ogni anima, che, volendo camminare da se stessa e prevenire la sua azione, diventa invece di ostacolo ad essa. Quante volte ho io meritato questo rimprovero?

364. Dio sa benissimo ciò che mi è necessario. – Non vi è follia più grande di questa: sapere che Dio è la mia luce, la mia forza, la mia vita; che egli è mio Padre, sollecito del mio progresso e della mia santificazione, desideroso di portarmi fra le sue braccia; che egli regola la sua azione secondo lo stato attuale dell’anima mia; che non permetterà mai che io sia tentato al di là delle mie forze; che non permetterà la tentazione se non per favorire per mezzo suo il vero profitto dell’anima mia (cf. 1Cor 10, 13); che egli è infinitamente sapiente, vede infinitamente meglio di me il mio stato interiore, i miei bisogni, il modo di condurmi, i mezzi opportuni, i pericoli da evitare, lo scopo da raggiungere; che egli desidera la mia perfezione immensamente più di me, che è questo il tormento del suo amore; sapere tutto ciò… ed essere tanto imprudente, tanto insensato da abbandonare la sua mano e voler camminare da solo!… Per andare a Dio, svincolarsi dalle sue braccia!…

365. Lo so così poco! – Che ne so io dei veri bisogni della mia vita soprannaturale, dei rimedi che le sono necessari, degli alimenti che le sono utili? La mia anima, le sue malattie, le sue debolezze, i suoi obblighi, le sue attitudini, quali misteri per me!… Quando pretendo di guarirla da me stesso, di curarla, di fortificarla, di elevarla, accumulo imprudenze, errori e cadute. Dio conosce così bene l’anima mia; l’ama tanto!… le sue premure e la sua azione sono sempre proporzionate allo stato di essa. « Incapace, dice san Giovanni della Croce, di elevarsi con le sole sue forze all’altezza del soprannaturale, l’anima vi è portata e stabilita unicamente da Dio, quando gli dà il suo pieno consenso. Lo ripetiamo: agire da se stessi è porre ostacolo alla comunicazione di Dio, cioè del suo Spirito; è arrestarsi alla propria azione, opposta e immensamente inferiore all’opera dell’Onnipotente; è infine ciò che a buon diritto si chiama estinguere lo Spirito ».

366. La negligenza. – L’altra stoltezza, anch’essa del tutto umana e che bisogna evitare prontamente, è la negligenza nel prendere nessuna o poche risoluzioni. Sono questi i due eccessi dell’uomo: voler fare senza Dio o non voler far nulla con Dio. Se non mi è permesso misconoscere l’azione del beneplacito divino nell’adempimento della volontà significata, non è neppure giusto lasciar da parte la volontà significata, col pretesto di sottomettermi alla volontà di beneplacito. L’una non dev’essere disgiunta dall’altra. Io non mi salverò senza Dio, ma egli non mi salverà senza di me. Dal momento che mi manifesta i suoi voleri, è evidente che esige il mio concorso; debbo dunque essere risoluto a darglielo. Se non è bene voler prevenire Dio, non è neppur bene restare indietro. Egli mi chiede di seguirlo. Seguire non vuol dire precedere, e nemmeno star fermo, bensì agire, ma in dipendenza ed in conformità ad un’azione che precede e regola la mia. Se sapessi seguire Dio!… Se infine le due oscillazioni opposte della mia natura – verso l’agitazione dell’orgoglio, che vuol camminare senza Dio, e verso il sonno della pigrizia, che lascia andar Dio senza di me – potessero risolversi in un unico movimento vitale che si chiama seguire Dio!… Vivere di Dio, per mezzo di Dio, in Dio e per Dio!… È il caso di ripetere ancora le parole del Salvatore: « Se uno mi vuole servire mi segua; e dove sono io, là sarà pure il mio servo » (Gv 12, 26).

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