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La vita interiore di F. Pollien Parte terza

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

PARTE TERZA

I MEZZI

CAPITOLO PRELIMINARE

LE PRATICHE DI PIETA’

385. Necessità dei mezzi. – 386. Gli strumenti di Dio. – 387. I miei strumenti. – 388. In lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere. – 389. Ciò che è essenziale e ciò che si trasforma. – 390. Divisione.

385. Necessità dei mezzi. – Conosco il fine, conosco la via; ho un vero desiderio di avanzare su questa via, verso questa meta; che cosa mi manca? I mezzi. Essi mi sono necessari. Io ho bisogno di mangiare il pane di Dio, per seguire la via della sua volontà fino all’avvento del suo regno ed alla santificazione del suo nome (nn. 75ss). Conoscendo la meta e la via e possedendo i mezzi, possederò tutto. Quali sono questi mezzi?

Fin dall’inizio di quest’opera (n. 55), il principio fondamentale mi ha mostrato che, fra Dio e me, ogni essere ed ogni movimento d’essere, venendo a contatto con la mia vita, è destinato a servire da strumento alla mia crescita per la gloria divina. Questo principio avrebbe dovuto essere enunciato fin dagli inizi, per farne scaturire le nozioni del fine e della via. La conoscenza di questo principio, come ho potuto convincermi, è indispensabile per comprendere lo scopo stesso della vita, l’ordine ed il disordine, la pietà e le sue ascese, le regole e le condizioni del mio lavoro, i modi e le mire del lavoro divino. Ma questa nozione generale, se basta per mostrare il piano, non è però sufficiente ad attuarlo. La scienza dell’architetto che traccia il piano e quella dell’impresario che dirige il lavoro, debbono essere completate dall’abilità dell’operaio che adopera gli utensili.

Dopo aver studiato, nella prima Parte, il piano della mia vita e nella seconda Parte le regole del lavoro, debbo in questa terza Parte studiare il modo di eseguirlo e l’uso di quegli strumenti che sono le creature.

386. Gli strumenti di Dio. – Di chi sono strumenti le creature? Sono strumenti dei lavoratori che costruiscono il tempio della gloria divina e della felicità umana. Per conseguenza, sono anzitutto gli strumenti di Dio, che è l’artefice principale, e in secondo luogo sono i miei strumenti, essendo io chiamato ad essere l’operaio secondario.

Dio conosce l’utilità dei suoi strumenti e perciò sa usarli. Non spetta a me controllare l’uso ch’egli ne fa, ma ciò che spetta totalmente a me e che, sotto un certo aspetto mi è necessario, è di vedere il contatto e il risultato in me del loro lavoro. Ora, qualunque sia lo strumento usato da Dio, l’effetto costantemente prodotto è la grazia. Essa è quindi il mezzo divino immediato, unico, costante, ed è quello che m’interessa soprattutto conoscere, affinché in questo punto di contatto arrivi a conformare i miei mezzi a quelli di Dio.

387. I miei strumenti. – È importante conoscere l’utilità e l’uso delle creature, che sono gli strumenti ch’io debbo maneggiare. Qual problema impenetrabile alle mie ricerche è la loro utilità, gli immensi vantaggi ch’essi mi arrecano, gli innumerevoli benefici di cui io sono il centro! Ma non mi è possibile trattarne qui, perché allora mi allontanerei troppo dalla veduta di unità in cui mi circoscrivono le proporzioni del piano adottato.

La questione più importante è quella dell’uso; è necessario soprattutto che le mie facoltà diventino abili ed idonee ad usare le creature. Ora, non è buon operaio chi non possiede quelle attitudini e abilità che, con l’amore al mestiere, producono opere perfette. Per formare il gusto, l’occhio, la destrezza, vi sono, in ogni mestiere, certi procedimenti, certi segreti tecnici. Ve ne sono anche per formare la sovrana attitudine e abilità dell’anima, che si chiama: pietà. Mi resta dunque da considerare, almeno nella loro economia generale, gli accorgimenti e le pratiche adatte a rendere le mie facoltà capaci di far buon uso delle creature. Ho detto: almeno nella loro economia generale, perché, avendo fin qui fermato lo sguardo solo sulle grandi linee del fine e della via, continuerò con lo stesso metodo a trattare dei mezzi.

Quali sono le pratiche che mi metteranno in grado di usare bene delle creature? Non cercherò qui i segreti dell’uso naturale che adatta le cose allo sviluppo fisico, morale e intellettuale del mio essere; questo è l’oggetto delle scienze e delle molteplici arti, che s’ingegnano a trovare ovunque i mezzi migliori, per sviluppare la vita umana sotto tutte le sue forme. Il mio compito è ben più alto; esso mira ad armonizzare tutte le risorse naturali e soprannaturali con l’opera superiore che io sto trattando. Voglio imparare a servirmi dell’intero creato per la mia pietà; voglio cioè imparare la scienza che san Paolo dice che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 19). Devo dunque trovare le pratiche che mi condurranno a questo fine. So che l’opera della mia crescita divina necessita di una duplice operazione: da un lato l’allontanamento dal creato, dall’altro l’adattamento al divino (n. 295). Di qui due ordini di pratiche pie destinate: le une, a distaccarmi dal basso; le altre, a unirmi all’alto. Mi abituano al distacco le pratiche di penitenza; mi abituano all’incontro divino le pratiche di preghiera. Dovrò allora considerare i principi generali concernenti l’uso delle pratiche di penitenza e di pietà.

388. In lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere. – Nella gloria di Dio vi è la pienezza del mio fine essenziale; nella sua volontà vi è la regola suprema del mio movimento; nella sua grazia vi è il mio grande mezzo vitale. Fine, principio, mezzo; Dio è tutto per me. In lui viviamo, poiché egli è il mezzo, il nutrimento della nostra vita. In lui ci muoviamo, poiché egli è il principio e la regola del nostro movimento. In lui siamo, poiché egli è il fine in cui ci riposiamo (cf. At 17, 28). La sua gloria è il fine del mio essere; la sua volontà è la regola del mio movimento; la sua grazia è il mezzo della mia vita. Egli è il fine, il principio, il mezzo; egli è tutto. Mio Dio e mio tutto.

389. Ciò che è essenziale e ciò che si trasforma. – Alla gloria di Dio è subordinata la mia felicità. All’azione con cui egli mi anima e mi sostiene dev’essere subordinata la mia azione personale. Alla grazia dovranno anche essere subordinate le mie pratiche di pietà. Così, sia circa il fine, sia circa la via e i mezzi, Dio è dappertutto l’essenziale, il primo, il padrone; io dappertutto il suddito, il secondo, il servo.

Inoltre ho visto come la mia soddisfazione, dapprima sviata lontano da Dio, rientra, si assorbe e si trasforma nell’unità, lasciando nell’annientamento le falsità dell’umano. Ho visto pure come la mia azione, dopo essersi agitata accanto all’azione divina, rientra, si assorbe e si trasforma in quella di Dio, mediante la distruzione dell’indipendenza del movimento umano. Nello stesso modo dovrò ora vedere come la molteplicità delle mie pratiche spirituali, si concentri e si vivifichi nell’unità degli impulsi della grazia. Sotto i tre aspetti del fine, della via e dei mezzi, vi è il medesimo movimento di subordinazione, di trasformazione e di unione; vi è la stessa ascesa verso l’unità.

La gloria di Dio, la volontà di Dio, la grazia di Dio, soprannaturalizzandomi, distruggono progressivamente ed annientano nella mia soddisfazione, nella mia azione, nei miei mezzi, ciò che nasce da me e si allontana da Dio; esse assorbono, trasformano ed uniscono ciò che viene da Dio ed è destinato all’unione eterna. Vedo così le tre nubi della mia mortalità fondersi nella chiarezza del gran sole che si eleva sull’anima mia. La molteplicità scompare davanti all’unità; la creatura aderisce al Creatore. Così, Dio, che al principio era il primo, finisce per trasformare tutto in sé (cf. Col 1, 17). Egli è tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28).

390. Divisione. – Questa Parte sarà divisa in tre libri. Il primo avrà per oggetto le pratiche di penitenza. Il secondo sarà dedicato agli esercizi di pietà. Il terzo tratterà della grazia.

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