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La vita interiore di F. Pollien capitolo I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

LA PENITENZA

392. La giustizia. – 393. La pena. – 394. La misericordia. – 395. La loro unione. – 396. La Redenzione. – 397. Adimpleo quae desunt.

392. La giustizia. – Secondo la già citata osservazione di sant’Agostino, la beatitudine dell’ordine è tale che la bruttezza della colpa non può sussistere un istante senza la bellezza della riparazione (n. 124).

La giustizia suprema ha i suoi diritti che sono imprescrittibili. Essa ripara continuamente e non può stare senza conciliare, con l’ordine eterno, l’azione delle creature libere. Se faccio il bene, essa risponde immediatamente alla mia azione con la ricompensa del merito. A misura che glorifico Dio, partecipo delle beatitudini del tempo e dell’eternità. Se, facendo il male, privo Dio della gloria che gli debbo, la giustizia, sull’istante, vendica su di me l’ordine violato, assoggettandomi alla pena, nella misura in cui mi sono reso suddito dell’iniquità. La giustizia dunque m’impone la penitenza come espiazione del disordine della mia vita.

393. La pena. – Perché la giustizia ricorre alla sofferenza per fare espiare la colpa? Il movimento che mi allontana da Dio è un movimento falso verso il piacere creato. Ora, è appunto per questo godimento indebito, che merito di essere richiamato all’ordine col castigo. Il male è corretto dal suo contrario. Quanto più mi abbandono alla vanagloria, ai piaceri sregolati, tanto più dovrò sottostare ai tormenti (cf. Ap 18, 7); è la legge del tempo e dell’eternità. Così richiede la giustizia, che bilancia esattamente i piaceri della colpa con le torture del castigo, in modo che la gloria divina, lesa dal godimento, è risarcita dalla sofferenza. L’uomo rende sempre a Dio ciò che gli deve, dice sant’Agostino. Se non lo rende facendo ciò che deve, lo rende soffrendo ciò che deve. Il debito si paga sia in un modo che nell’altro. La giustizia non condonerà nemmeno il più piccolo spicciolo (cf. Mt 5, 26). Essa non può sopprimere una pena più di quanto possa sopprimere un merito. La sua inesorabile funzione è quella di bilanciare, ed essa lo fa sempre, sia per i meriti, sia per i demeriti.

394. La misericordia. – Ma Dio non ha solo una mano. Tutte le vie di Dio sono misericordia e verità (cf. Sal 24, 10). Se egli ha la mano rigorosa della giustizia, che è inflessibile nei bilanci, ha pure la dolce mano della misericordia, che è sommamente delicata nelle sue premure. Se la giustizia ha l’ufficio di riparare l’ordine essenziale della gloria divina, la misericordia ha quello di riabilitare l’anima stessa. Il suo compito è di rialzare ciò che è caduto, di rifare ciò che è stato distrutto, di restituire ciò che è stato perduto. Dio ha voluto usare misericordia all’uomo, mentre con l’angelo usò solo giustizia.

Egli non riparò per gli angeli, ma riparò per gli uomini. Per questa restaurazione, la misericordia ha segreti di prevenienza, di delicatezza, di sollecitudine; ha ritrovati dí bontà infinitamente adorabílí. Se nulla ínganna la giustizia, nulla stanca la misericordia. Questa è talmente tenace nella sua benevolenza, quanto quella nella sua esattezza.

395. La loro unione. – Le due mani di Dio, secondo i disegni divini sull’umanità, sono destinate a incrociarsi continuamente sul capo del colpevole. Le benedizioni della misericordia si accordano con i rigori della giustizia. Dio desidera che in me avvenga sempre l’incontro della misericordia e della verità, l’amplesso della giustizia e della pace (cf. Sal 84, 11). Ed è proprio sul terreno della penitenza che si attuano l’incontro e l’abbraccio. La giustizia non mitigherà la più piccola delle sue pene, mentre la misericordia, impossessandosi di queste pene, le renderà riparatrici della mia vita e meritorie di una vita migliore. Nel medesimo tempo che io pago i miei debiti, elevo il mio essere verso le altezze dalle quali ero caduto.

Ogni colpa richiama dunque una pena; e ogni pena è anzitutto vendicativa, come esige la giustizia; ma è pure medicinale, almeno secondo i disegni della misericordia. Io non posso sottrarmi alle esigenze della giustizia, ma posso non corrispondere ai disegni della misericordia. E se, come un condannato, subisco mio malgrado la pena della giustizia, la mia penitenza è sterile, poiché non ripara i regressi. Quando, al contrario, mediante un libero concorso, mi conformo ai disegni redentori, la mia penitenza diventa ad un tempo espiatrice e riparatrice, soddisfa Dio e purifica il mio essere, toglie il male e fa il bene, paga i debiti e crea i meriti.

Non è forse un punto di supremo interesse, sapermi conformare all’opera riparatrice, affinché le esigenze vendicatrici non siano mai disgiunte dai benefici rinnovamenti? Mio Dio! quanto desidero non espiare da reprobo, ma riparare da predestinato!

396. La Redenzione. – Per facilitare l’incontro e l’abbraccio della giustizia con la misericordia, ci voleva ancora un intervento d’amore ineffabile. Il prodigio si è operato nella persona del Redentore e si è compiuto sulla croce. Dio si è fatto uomo ed è venuto a subire, nella sua carne umana, le prove della vita e i tormenti della morte, santificando entrambi, conferendo loro, per il merito della sua divinità, un valore infinito di espiazione e di riparazione. Egli prese su di sé le nostre sofferenze e portò i nostri dolori. Fu percosso per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità, castigato per darci la pace, ferito per renderci la salvezza (cf. Is 53, 4-5). La sua croce conferisce alla pena il suo vero valore espiatorio e il suo potere riparatore.

Egli accumulò un tesoro infinito, il quale, dal punto di vista della sua applicazione, fu ancora accresciuto dai meriti della Vergine Addolorata, dei martiri e dei santi.

Per tutti i secoli, e per tutte le anime, vi è di che soddisfare la giustizia e far trionfare la misericordia.

397. Adimpleo quae desunt. – Come potrò riparare da predestinato? Unendomi alle riparazioni del Redentore. In qual modo mi unirò? Completando nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo (cf. Col 1, 24). I suoi meriti sono come una bevanda che debbo assimilare mediante le pratiche personali di penitenza. Quando arriverò a prendere e ad accettare le prove purificatrici, in unione ed in conformità ai disegni del Salvatore e alle idee di Dio, completerò in me l’opera redentrice iniziata da lui per me, ma non compiuta senza di me.

Quest’opera posso completarla, non solo in me e per me, ma anche per gli altri. Infatti, san Paolo, dopo aver detto che completa nella sua carne le sofferenze di Cristo, aggiunge che lo fa per il corpo intero della Chiesa. Anch’io potrò avere la consolazione di fare una penitenza efficace per me e per tutti.

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