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La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO II

LA MORTIFICAZIONE

Suo compito

398. La facilità e il vigore perduti. – 399. Espiazione e riparazione. – 400. La mortificazione. – 401. Vere e false mortificazioni. – 402. La mano di satana e quella di Dio. – 403. Lo spirito della Chiesa. – 404. Lo spirito dei santi.

398. La facilità e il vigore perduti. – Tutte le mie energie debbono essere conservate per Dio, affinché siano poste a servizio della sua gloria. Per servire il Signore, i miei sensi hanno bisogno di vigore interno e di facilità esterna. Questa è la duplice condizione della loro libertà e di ogni libertà. Ora, a misura che essi si lasciano dominare dalla falsità del piacere, perdono progressivamente questa duplice condizione della loro libertà. Anzitutto diventano schiavi delle creature che li dominano (n. 124). Anche se conservano il loro vigore interno, sono tuttavia come il prigioniero che ha le catene alle mani, come l’uccello che ha le ali invischiate. Gli ostacoli del piacere tolgono ai sensi la condizione esterna della loro libertà ed essi non hanno più agilità nel servizio di Dio.

Ben presto perdono il loro vigore interno; diventano pesanti, grossolani, lenti, pigri; quindi molli, effeminati, snervati; infine vengono le degenerazioni e le malattie di ogni sorta, quali conseguenze estreme dell’abuso dei godimenti. La degradazione distrugge il lato interno della loro libertà. Essi non hanno più la forza necessaria per il servizio della suprema Maestà. Il mio essere si trova, in tal modo, minorato, e la gloria di Dio, frustrata.

399. Espiazione e riparazione. – L’uomo che si è lasciato sedurre dal piacere, allorché si avvede della sua minorazione e del debito che ha contratto verso Dio, sente la necessità di soddisfare a Dio e di rialzare se stesso. Un istinto profondo gli dice che la pena è lo strumento di espiazione e di riparazione. Desideroso di riparare in sé l’umano e ritrovare il divino, per un misterioso impulso ricorre al sacrificio, non già come al fine, ma solo come a un mezzo, e vi ricorre con energia tanto maggiore quanto più imperioso è il bisogno di uscire dal male ed elevarsi nel bene. L’asprezza delle privazioni, l’austerità delle sofferenze esercitano su di lui una potente attrattiva. L’amore dei santi, per tutto ciò che crocifigge la carne con le sue passioni e i suoi desideri (cf. Gal 5, 24), è una caratteristica universale. Essi sono tutti inchiodati alla croce col Salvatore (cf. Gal 2, 20), per soddisfare Dio e liberare se stessi. « Noi portiamo sempre e dovun­que nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale » (2 Cor 4, 10-11). Ecco l’amore dei perfetti, ossia di quelli che sono pervenuti alle vette. È questa, come si è già visto, la caratteristica dell’ultimo grado della consumazione (n. 205).

400. La mortificazione. – La mortificazione dev’essere il cammino della vita. Mortificazione significa: « uccisione ». Mortificare significa: « Mettere a morte ». Che cosa bisogna mortificare? – « Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra », risponde san Paolo (Col 3, 5). Come? Bisogna dar la morte al proprio corpo? – È questo un castigo, che il peccato ha certamente meritato, e che il corpo dovrà subire, senza potervisi sottrarre in alcun modo. Tuttavia, è un castigo di cui Dio si riserva l’economia. Egli solo, mediante la voce del dovere, della malattia, delle disgrazie, o in altro modo, intende esercitare il potere di « mettere a morte ».

Io non ho diritto di morte su ciò che Dio ha posto in me, ma solo il diritto di vita. Vi è però in me qualcosa che viene da me e non da Dio, essendo io un uomo peccatore.

« Uomo e peccatore, dice sant’Agostino, sono due parole che contengono due cose: l’una viene dalla natura, l’altra dalla colpa; l’una fatta da Dio e l’altra da me. Ama ciò che Dio ha fatto, detesta ciò che hai fatto tu ». Mortficate quella parte di voi che appartiene alla terra, dice san Paolo; e precisa subito ciò che bisogna mettere a morte: la fornicazione, l’impurità, le passioni, i desideri cattivi e l’avarizia (cf. Col 3, 5). Dio non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (cf. Ez 33, 11).

401. Vere e false mortificazioni. – Quale acuto discernimento deve avere la mortificazione, per distinguere in me l’uomo dal peccatore, la natura dal male, per distruggere la morte e salvare la vita! Il compito più importante della mortificazione consiste nel saper spezzare il laccio e liberare l’uccello, uccidere il microbo e guarire il malato, liberare la vita dalla morte. Ogni mortificazione è vera, se spezza ciò che è da spezzare e fortifica ciò che è da fortificare.

Le mortificazioni false, e ve ne sono anche di queste, colpiscono senza discernimento e, sotto l’impulso del genio malefico, arrivano fatalmente a spezzare ciò che bisognerebbe conservare, e a conservare ciò che bisognerebbe spezzare. Invece di crocifiggere, nella carne, i vizi e le concupiscenze, esse uccidono l’uomo, lasciandogli le sue passioni e moltiplicando spesso i suoi vizi.

402. La mano di satana e quella di Dio. – Nessun sacrificio è voluto per se stesso. L’idea di sacrificio per se stesso è satanica perché omicida. Essa, per l’individuo, termina logicamente nel suicidio, e per la società, nelle abominazioni dei sacrifici umani. Quante aberrazioni e mostruosità ci fa vedere la storia nel corso dei secoli, presso tutti i popoli! Dovunque, colui che sant’Agostino chiama il preposto della morte, semina la morte. Uno dei suoi trionfi preferiti è quello d’impadronirsi di questa idea del sacrificio, che è una delle più fondamentali idee religiose, e di farne uno strumento di distruzione. L’impronta diabolica si riconosce infallibilmente dal fatto che, il sacrificio, compreso in tal modo, è un attentato alla dignità e all’integrità delle membra e delle facoltà dell’uomo, è demolitore della vita, è omicida.

Nulla di ciò che è divino degrada. Senza dubbio Dio esige talvolta il sacrificio di un membro, di una facoltà, della salute, della stessa vita, ma lo esige in vista dello sviluppo generale. Se fa delle ferite, sono tali che portano la guarigione; se dà la morte, è per farne scaturire la vita. « Io percuoto e io guarisco », dice il Signore (cf. Dt 32, 39). Egli sa benissimo quando la sofferenza e la morte sono utili alla vita di ogni singolo uomo, poiché la vita e la morte obbediscono a Dio nell’interesse della vita degli eletti. Egli adunque le manda secondo i suoi disegni di giustizia e di misericordia. In fondo, la malattia e la morte lavorano per la vita.

403. Lo spirito della Chiesa. – Quanto è istruttivo consultare su questo punto lo spirito della Chiesa! Nella costruzione dei suoi templi e dei suoi monasteri, nelle cerimonie e nelle sue feste, nelle arti e nelle scienze, la Chiesa incoraggia, esalta, approva, benedice tutto ciò che purifica e libera, tutto ciò che può dirozzare e spiritualizzare i sensi. Anch’essa ha degli splendori, ma qual differenza fra il suo canto e la musica delle passioni, fra il lusso di una chiesa e quello di un salotto! Il mondo organizza tutto in vista della gioia che snerva; la Chiesa consacra tutto in vista della libertà che eleva. Lo scopo del mondo è il piacere; quello della Chiesa è l’elevazione.

Essa ha gli stessi incoraggiamenti per le austerità e per le sontuosità che nobilitano, ed ha gli stessi anatemi per le crudeltà e per le sensualità che degradano; questo è il suo spirito. Con ciò si spiegano tutte le autorizzazioni e tutte le proibizioni della sua disciplina circa l’uso delle cose sensibili. Nell’abitazione e nel vestito, nel cibo e nel riposo, nelle feste e negli svaghi, dappertutto il suo linguaggio è quello di san Paolo: « Fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che e virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri » (Fil 4, 8).

404. Lo spirito dei santi. – Che cosa vi è di più istruttivo dello spirito dei santi? Essi furono maestri verso il loro corpo; e la storia testifica come abbiano saputo, all’occorrenza, abbandonarlo alle torture dei carnefici od alle asprezze della penitenza. Hanno soddisfatto alla giustizia, ma hanno salvato la loro vita. Tutte le volte che la giustizia divina non ha richiesto il sacrificio della salute o dell’esistenza, essi hanno saputo curare e conservare il vigore delle loro membra. Ho già notato (n. 208), come le loro mortificazioni abbiano, in generale, un’impronta igienica. La sobrietà del digiuno, la semplicità degli alimenti, l’uso dei cibi amari, se contrariano il gusto, favoriscono la purezza del sangue. La durezza del letto, la brevità del sonno, l’asprezza e il cilicio, la ruvidità delle vesti, l’eccitazione della disciplina favoriscono la buona circolazione del sangue. Il corpo si libera in tal modo dalle pesantezze della vita animale, si preserva dai cattivi umori, diventa uno strumento più docile e più forte nello stesso tempo, per servire alle operazioni dell’anima. Questo era lo scopo ambito dai santi, ed ecco perché le loro penitenze portano abitualmente questa duplice impronta di severità e di prudenza. Severità, per reprimere gli appetiti sregolati, gli istinti sensuali, i godimenti snervanti; prudenza, per evitare le lesioni e le deformazioni, gli indebolimenti e le degenerazioni.

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