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La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

LA MORTIFICAZIONE

Regole speciali

412. Le tre classi di mortificazioni. – 413. Le mortificazioni del dovere. – 414. Le penitenze causate dal dovere. – 415. Le penitenze provvidenziali. – 416. L’accettazione della morte. – 417. Le penitenze volontarie. – 418. La penitenza per gli altri.

 

412. Le tre classi di mortificazioni. – È bene cercare qualche regola più pratica. Quali sono le mortificazioni da farsi di preferenza? Ve ne sono di tre sorte; tutte e tre divine, e non pericolose. Vi sono anzitutto quelle imposte dal dovere, indi quelle richieste dall’azione provvidenziale, ed infine quelle ispirate dallo Spirito di Dio.

413. Le mortificazioni del dovere. – Nel dovere vi sono due specie di penitenze: quelle che esso impone direttamente e quelle che occasiona.

Anzitutto vediamo quelle che il dovere impone direttamente. Da quanti piaceri debbo astenermi perché proibiti! La legge di Dio proibisce tutto ciò che corrompe e snerva, tutto ciò che è nocivo a me ed agli altri. Qualunque capriccio possa avere, non sarò mai autorizzato a soddisfarlo, se esso è tale da recar pregiudizio alla mia vita o agli interessi del mio prossimo. Debbo perciò astenermene.

Inoltre la legge della Chiesa mi impone, in certi giorni, l’obbligo dell’astinenza e del digiuno, mortificazione anch’essa obbligatoria. Questa legge, senza dubbio, ammette dispensa, ma solo secondo le necessità della vita, poiché si è dispensati dal digiuno o dall’astinenza, solo nella misura in cui la loro osservanza pregiudicherebbe la salute o l’adempimento del dovere professionale.

Infine la regola impone al religioso il voto di castità, con tutte le conseguenze di clausura, di sobrietà, di austerità nelle veglie, nei digiuni, nella disciplina, nel cibo, nel vestito, nel riposo, ecc. Tutte queste pene o privazioni s’impongono con la medesima gravità del dovere stesso e non è mai permesso prenderle o lasciarle a piacere.

414. Le penitenze causate dal dovere. – Il serio adempimento dei doveri del proprio stato raramente va disgiunto da qualche angustia o fatica. Bisogna spesso sacrificare le proprie comodità o il sonno; spesso contrariare i propri gusti e dimenticare la propria tranquillità; talora esporre la propria salute o la vita. Sono gli incomodi del dovere e si devono prendere tali e quali, senza che la coscienza possa permettersi di falsare il dovere, cercando indebitamente o di attenuarli o esagerarli.

La sorgente delle mortificazioni, grandi o piccole, imposte dal dovere, scorre sempre abbondante, tanto da fornire un primo e sufficiente ristoro alla sete di sacrificio delle anime generose. Amare il dovere, col suo seguito di pene obbligatorie, è dunque la prima parte delle pratiche di mortificazione.

 

415. Le penitenze provvidenziali. – Questa prima parte è assai spesso accompagnata dalle prove suscitate dagli avvenimenti. Intemperie, disgrazie, malattie, contrarietà, ecc. seminano così spesso la loro amarezza nella vita!… È la mano di Dio che dirige questi avvenimenti e distribuisce queste prove, secondo i disegni della sua giustizia e della sua misericordia. Ho già visto (n. 325) come bisogna saper dire « grazie » in tali circostanze.

Non già che lo spirito di penitenza consista nel subire l’avversità, come l’animale al macello si piega sotto il colpo che l’uccide; no, lo spirito di penitenza consiste, soprattutto, nella gioia coraggiosa che si prova nel soffrire qualcosa per Dio; nella fermezza per mantenersi, in questo tempo, fedele al dovere; nell’energia della lotta che bisogna spesso organizzare per combattere la malattia, vincere la difficoltà, superare l’ostacolo; nello sforzo fatto per superare la prova e perfezionarsi. Ecco la vera penitenza, che non mormora né s’impazientisce, che sa, ad un tempo, subire e sopportare gli inconvenienti, che sa allontanare ciò che è nocivo e serbare ciò che è utile, che infine sa trovare il quotidiano rinnovamento dell’essere interiore, perfino nelle disposizioni della giustizia, dalle quali l’essere esterno è progressivamente condotto alla dissoluzione. Il peso così leggero e così passeggero della tribolazione presente produce in tal modo il peso eterno di una somma ed immensa gloria.

416. L’accettazione della morte. – Fra tutte le prove provvidenziali, la più terribile è quella finale: la morte. Questo passaggio del mio essere attraverso la dissoluzione, quanto ripugna agli istinti della mia vita! La fede m’insegna che ciò è un passaggio, e che, per il merito della morte e della risurrezione del Salvatore, arriverò con lui al trionfo finale di una vita immortale della mia anima e del mio corpo glorificati. La morte conserva tuttavia il suo orrore. Essa resta una pena, la grande pena del peccato. Giacché questa pena dev’essere subita, non è forse utile e necessario accettarla? Se so elevarmi all’altezza di un’accettazione calma, fidente, cieca, che abbracci tutta la estensione dei decreti di Dio su di me, io pratico una delle penitenze più salutari e più meritorie. Quanto è bene familiarizzarsi con l’idea della morte!.

Potessi anch’io, sull’esempio dei santi, arrivare fino alla gioia, che faceva loro desiderare di pagare alla giustizia questo tributo finale, per trovarsi poi riuniti in Dio!

417. Le penitenze volontarie. – Vi è infine, per le anime generose, la terza classe di mortificazioni del tutto volontarie. Felici di sopportare le pene del dovere; più felice ancora di dir « grazie » nelle sofferenze provvidenziali, l’anima diventa ogni giorno più attenta ai piccoli atti di rinunzia: atteggiamento più umile nella preghiera, uso più sobrio e più austero nel cibo, semplicità più severa nel vestito, cilizi ecc. La fame e la sete d’immolazione le fanno ricercare ciò che può aiutarla a meglio offrire il suo corpo quale sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, mantenendosi nei limiti ragionevoli di un culto essenzialmente spirituale. Come sono ingegnose, varie, abili, le industrie nascoste delle anime sante, nel frenare gli appetiti disordinati dei sensi!

E’ lo Spirito di Dio che suggerisce queste industrie, che ne dà il desiderio, che ne regola la pratica. Lui solo l’anima deve ascoltare e seguire in questa via, per evitare gli smarrimenti. Per essere sicura di seguire lo Spirito di Dio, essa deve far sempre approvare le sue penitenze più segrete dal direttore spirituale (n. 260). Le regole religiose, che se ne intendono in fatto di mortificazioni e che sanno come sia necessario discernere le disposizioni per sapere se sono da Dio, non permettono nessuna pratica straordinaria di penitenza senza l’approvazione dei superiori.

 

418. La penitenza per gli altri. – A misura che l’anima generosa si esercita nella via della sofferenza e vi progredisce, si sente libera dalla molteplice tirannia delle creature sensibili e prova il bisogno di liberare altre anime che la muovono a pietà. Sa che la grazia del sacrificio può estendersi agli altri, e che è avvalorata dalle sofferenze del Salvatore e dei santi. Riconoscente, vorrebbe rendere un po’ di ciò che ha ricevuto, comprendendo che vi è più gioia nel dare che nel ricevere (cf. At 20, 35). Allora essa espia, ripara, soffre, prima di tutto per coloro che le sono cari e le sono più vicini; indi, il suo zelo si estende, e vorrebbe soffrire per la conversione dei peccatori, per le missioni, per la Chiesa intera. Essa è lieta di unire il suo sacrificio a quello del Salvatore e, con san Paolo, sente il bisogno di compiere nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, per la Chiesa e per il suo corpo (cf. Col 1, 24). Meraviglioso entusiasmo del sacrificio! Santa follia della croce! Inestimabile sorgente di riparazione! Quante anime, nel segreto della loro penitenza, sono le redentrici delle nostre colpe, i parafulmini della divina giustizia, la salvaguardia delle nostre vite!