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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

L’ABNEGAZIONE

Suo compito

419. Necessità. – 420. Il male da rimuovere. – 421. La misura da osservare. – 422. Il bene da procurare.

419. Necessità. – Il cuore ha, ad un tempo, la potenza di affetto, mediante la quale tende a stabilirsi e a riposarsi nel suo fine, e la potenza di determinazione, per cui si muove verso il luogo del suo riposo che è Dio, scopo dei suoi affetti, al quale deve sommamente e unicamente aderire mediante la carità (n. 86). La via delle sue determinazioni è nella volontà di Dio, di cui esse debbono, in continua sottomissione e conformità, seguire le regole stabili e l’azione mobile. La corrispondenza tra l’uomo e Dio deve diventare talmente intima da esservi fra loro unità di azione (n. 359). È questo l’ideale assoluto della via e del fine.

Il suo male, lo so pure, è l’amore proprio, il quale fa sì che la sua potenza di affetto si arresti e aderisca al creato, e che la sua potenza di determinazione non concordi con l’azione divina, sviandosi nell’indipendenza della sua agitazione e della sua inerzia. Né il movimento della sua vita, né il riposo del suo fine sono pienamente in Dio: ecco il suo male.

Giacché la pienezza del suo movimento e del suo riposo dev’essere in Dio, il cuore ha bisogno di pratiche le quali lo ritraggano dal male e lo riconducano al bene. Quali sono queste pratiche? Sono le pratiche di abnegazione.

420. Il male da rimuovere. – Qual è dunque il compito preciso delle pratiche di abnegazione? Rimuovere il male dal mio cuore e promuovere il bene. Allontanare il male è il compito primo, diretto. Per conseguenza: combattere, diminuire, distruggere le adesioni al creato; perseguitare, cancellare, annientare gli sviamenti causati dall’indipendenza, dai capricci dell’agitazione e dall’incuranza dell’inedia; in una parola, soffocar l’amor proprio, è ciò a cui debbono mirare i loro colpi. Là debbono dirigersi e non altrove. Non è loro permesso né indebolire né ledere né impacciare l’energia delle mie potenze affettive; al contrario, debbono liberarla dalle falsità nelle quali si consuma e si esaurisce la sua forza. Quanta energia si consuma nell’agitazione o s’intorpidisce nell’inazione! I falsi affetti, come fanno degenerare i migliori istinti del cuore! che felice liberazione è quella che mi svincola da tutte queste cause di debolezza e d’impotenza!

421. La misura da osservare. – Anche qui bisogna usare discrezione. E’ più facile reprimere imprudentemente il movimento, che dirigerlo. Accade facilmente che si atrofizzi la potenza affettiva col pretesto del distacco.

Certi procedimenti di sorveglianza sospettosa o di costringimento brutale, insegnano benissimo, coi loro risultati spiacevoli, come su questo terreno si cammini per una falsa strada. Reprimere non basta, perché ogni repressione è ben lungi dall’essere vitale. Vi sono repressioni che sostengono e sono buone; ve ne sono altre che soffocano e non valgono nulla.

Il distaccare non è tutto. Spezzare i legami che avvinghiano, è bene; ma spezzare i legami vitali è un funestissimo errore. Il chirurgo, che maneggia il suo bisturi nelle carni vive, ha bisogno di una profonda conoscenza dei tessuti. La minima deviazione basterebbe a fargli troncare in un attimo un organo essenziale. In tali operazioni la vita è vicina alla morte: se egli taglia nel punto opportuno, è salva la vita; se sbaglia, dà la morte.

Così è un po’ dappertutto, allorché si ha da tagliare sul vivo. Non tutte le situazioni sono egualmente delicate e pericolose, ma l’esattezza dei colpi è sempre richiesta. In questa chirurgia morale che si chiama abnegazione, la precisione dei colpi è necessaria al progresso vitale.

Se sono trattenuto opportunamente da pratiche che impediscono le deviazioni dei miei capricci; se sono eccitato da mezzi che scuotono l’atonia della mia pigrizia; se sono distaccato e sollevato da disposizioni che dirigono i miei affetti verso Dio, il mio cuore acquisterà gradatamente il pieno sviluppo della sua energia e della sua vitalità.

422. Il bene da procurare. – Sviluppare l’energia morale è il secondo scopo dell’abnegazione. Vi è un vigore e una virilità che fanno bene al cuore. La forza deve infondersi nella dolcezza dei suoi affetti e nella calma delle sue risoluzioni, ed è soprattutto attraverso il canale dell’abnegazione che essa s’infiltra. L’uomo che sa rinunziare a se stesso, ai suoi capricci, alla sua sensibilità, diventa necessariamente un uomo di carattere fermo e di zelo poderoso. I grandi cuori sono temprati nell’abnegazione e sono di tempra tanto più forte quanto più sanno immergersi, con l’intelligenza, in questo bagno. Qual potente strumento è un cuore preparato alla carità nella tempra dell’abnegazione! Ecco un cuore che sa amare Dio, il prossimo e se stesso. Non desidero anch’io elevarmi a questa valorosa carità, centro vitale di tutta la pietà? Debbo dunque usare quelle pratiche di abnegazione che preparano il mio cuore a tali ascese.