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La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’UMILTA’

Sua pratica

427. Niente da me. – 428. Tutto da Dio. – 429. Niente per me. – 430. Tutto per Dio.

427. Niente da me. – Le pratiche di umiltà liberano la mente; quelle di abnegazione liberano il cuore, e quelle di mortificazione liberano i sensi. La mia mente è fatta per vedere Dio; io invece vedo sempre me stesso. L’umiltà corregge la sua vista. Prima di tutto mi dice che non ho nulla da me; non dice che non ho nulla, ma che non ho nulla da me. Io non esisto da me stesso, e niente di ciò che ho viene da me. Né l’esistenza né alcuno dei suoi doni sono in me per merito mio. Da me ho il nulla, il peccato, la tendenza al male, la debolezza, l’imperfezione, tutte le miserie delle quali porto i segni.

L’umiltà, che è verità, mi fa vedere e riconoscere il mio nulla. Essa non batte ciglio di fronte alle lezioni del suo niente, date all’uomo in tante circostanze e sotto vari aspetti. Riconoscere le proprie colpe ed i propri errori, non ostinarsi nelle vedute personali, riconoscere le proprie imperfezioni e mancanze, accettare le umiliazioni interne ed esterne, concludere di preferenza contro se stessi ed in favore degli altri ecc., ecco quanto suggerisce l’umiltà.

L’orgoglio non ama riconoscere i propri difetti, s’indispettisce delle sue colpe, cerca ragioni contro ogni ragione, per persuadersi che agisce bene. L’orgoglio m’induce a mentire a me stesso e ad amare anche gli altri, che mentono, facendomi complimenti.

L’umiltà è sincera, di quella sincerità inflessibile, che non ama la menzogna e che non vuole mai mentire né a sé né agli altri né a Dio; ha in orrore le scuse e i sotterfugi, i pretesti e le ragioni colorate, l’ipocrisia e la menzogna. Per essa ciò che è, è; ciò che non è, non è (cf. Mt 5, 37); vuole vedere le cose come sono e le guarda con occhio freddo, netto, imparziale. Non mira che alla verità; il suo unico bisogno è di conoscerla anche quando non piace.

428. Tutto da Dio. – La vera umiltà non misconosce, non nega, non diminuisce nessun dono di Dio. Conosce troppo bene la responsabilità dei talenti ricevuti; riconosce i doni naturali e soprannaturali; sa donde vengono; e allorché questi doni, da essa riconosciuti e utilizzati, danno i loro frutti, li attribuisce all’Autore di ogni dono. Sa benissimo di non possedere nulla che non abbia ricevuto, e si guarda dal gloriarsene, come se non l’avesse ricevuto (cf. 1Cor 4, 7). L’umiltà che spinge ad ignorare o a negare i doni divini è un’indegna infingardaggine, che conduce a sep­pellire il talento ricevuto: umiltà che soffoca e addormenta, capace solo di atrofizzare le facoltà, appesantire l’anima, indebolire il movimento, diminuire la vita.

Naturalmente, il dono ch’io ignoro non è utilizzato; non vedendolo, non posso conoscere la responsabilità che lo accompagna. Ignoro il vantaggio che mi reca, e i doveri che m’impone. Il seme santo non è perciò coltivato e non fruttifica. Bisogna dunque riconoscere il dono di Dio. Se lo conoscessi!

Riconoscere il dono di Dio non vuol dire esporlo in pubblico. Vi sono opere che debbono far risplendere la nostra luce davanti agli uomini, affinché il nostro Padre celeste ne sia glorificato (cf. Mt 5, 16); queste non possono essere occultate. Ma ve ne sono altre, come la preghiera, il digiuno, l’elemosina, che il Maestro dal cuore mite ed umile raccomanda di fare, per quanto è possibile, nel segreto, sotto lo sguardo di Dio (cf. Mt 6, 1-18).

L’umiltà sa operare con semplicità, in pubblico, ciò che deve apparire, ed in segreto ciò che deve restare nascosto, non cercando che di agire unicamente sotto lo sguardo di Dio. La sincerità le fa riconoscere il nulla dell’uomo, come pure i doni di Dio.

429. Niente per me. – L’umiltà, che sa utilizzare i talenti ricevuti, non si limita mai alla gioia egoista e interessata. È forse a me che debbo attribuire l’ammirazione, la stima, la lode altrui? No, dice l’umiltà. È forse verso di me che debbo far convergere i piaceri e i servizi delle creature a me soggette? No, dice l’umiltà. È in me che debbo arrestare il mio sguardo, le mie cognizioni per godere di me stesso in me? No, dice ancora l’umiltà, no. Nulla deve arrestarsi a me, al mio interesse egoista, alla mia soddisfazione. L’orgoglio non sa vedere che il suo interesse dappertutto. L’umiltà vede l’interesse di Dio al disopra di tutto, l’interesse del prossimo più del suo ed il suo interesse in quello di Dio. Essa non vuole onori, che nella misura dell’onore di Dio; quanto al resto, preferisce le avversità e le privazioni. Ogni veduta che termina nell’uomo, le sembra corta e bassa, meschina e spregevole; non le piace quella posizione curva dell’anima che si ripiega su se stessa; essa ha bisogno di elevazione.

430. Tutto per Dio. – L’umiltà è la grande scienza dell’oblio di sé, ed è anche l’alta preparazione alla visione di Dio. A misura che vedo meno me stesso, divento più atto a veder Dio. Il mio sguardo, meno oscurato dalla nebbia dell’interesse personale, si apre puro alla luce celeste. Così illuminato, riferisco me stesso e tutte le cose a Dio; vedo il fine, la via e i mezzi; cammino ed arrivo. Le pratiche di umiltà sono i veri strumenti che liberano l’occhio dalle sue falsità e lo preparano alla visione della verità, elemento superiore della pietà.

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