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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

L’ISOLAMENTO

Effetti particolari

451. La meditazione isolata. – 452. L’orazione degli antichi. – 453. La meditazione viva. – 454. Le distrazioni. – 455. L’unità del lavoro e della preghiera. – 456. 1 Salmi.

451. La meditazione isolata. – L’invasione del formalismo isolante, in nulla è più funesta quanto nell’orazione. Com’è esaltato dai santi l’esercizio dell’orazione! e com’è insistentemente consigliato! Per formarsi ad esso, i maestri spirituali raccomandano all’anima di applicarsi ogni giorno, almeno per mezz’ora, alla meditazione. Consiglio salutare, i cui frutti sono incomparabili in coloro che lo sanno praticare in modo vivo. Ma ecco introdursi il difetto paralizzante: l’isolamento, che chiude la meditazione in una mezz’ora formalista. Si farà questo esercizio per giustificarsi dinanzi alla propria coscienza; gli si concederà il tempo prescritto dalla regola; e sarà tutto. Si crederà di aver fatto meditazione, perché si è dato ad essa il tempo stabilito, mentre non avrà che poca o nessuna influenza pratica sul corso della giornata. Si crede che questo piccolo esercizio, troppo esteriore e compiuto tanto superficialmente, sia tutta l’orazione, e non si comprende affatto che cosa sia la vita di orazione.

Formalizzando in tal modo la meditazione, si è giunti ad estinguere la contemplazione. Ai giorni nostri non vi sono più anime veramente contemplative, eccetto alcune, semplici e rette, che senza aver mai saputo meditare formalmente, hanno cercato Dio nella semplicità del loro cuore. Si sono attenute, mediante l’umile fedeltà, alle direttive dello Spirito Santo; e l’azione intima e viva dello Spirito di vita le ha condotte ad intrattenersi con Dio senza sforzo e quasi per un’espansione naturale del loro essere.

452. L’orazione degli antichi. – Una volta si era meno formalisti, meno esclusivisti e più solleciti dell’unità e della circolazione della vita; ciò è attestato dalle regole degli ordini antichi. Si recitava l’ufficio canonico nelle diverse ore della giornata. Era questo il punto principale della devozione, anche per i laici pii. Come devozione privata, si recitavano i Salmi e, senza dubbio, con più gusto ed intelligenza del testo sacro. Si partecipava effettivamente alle funzioni liturgiche. Le cerimonie non erano lettera morta, come lo sono purtroppo ai giorni nostri per un gran numero di anime. In questa recitazione spesso reiterata nel corso della giornata, e in questa partecipazione alle funzioni sacre, l’anima si univa a Dio, viveva in comunicazione con lui e trovava di che alimentare la sua orazione, nelle ore di raccoglimento come in quelle di lavoro.

La regolarità viva e sostanziale di quest’alimentazione liturgica stabiliva una grande corrente di unità. Le idee, i sentimenti, le azioni si nutrivano di una medesima sostanza, si trasformavano, si elevavano. In tal modo l’anima andava a Dio. Che cosa sono infatti le prescrizioni esterne del culto, se non il canale regolatore della preghiera? Come non andrà a Dio un’anima, la quale, stabilitasi in questa corrente liturgica, attinge, da una parte, alla sorgente prima degli insegnamenti e dei sentimenti divini, e dall’altra, si mantiene sottomessa agli impulsi dello Spirito che insegna a pregare? Soltanto le anime fedeli a questa condotta andavano quindi a Dio. Le disposizioni interne, causate da questa frequenza divina, diventavano le disposizioni abituali, praticamente dominanti ed efficacemente direttrici della vita. L’anima viveva di esse; la vita si trasformava continuamente in uno stato meditativo permanente fino a giungere alla contemplazione.

È forse il caso di aggiungere che la liturgia è la forma pubblica ed ufficiale della preghiera della Chiesa, e che l’orazione, cercando in essa le sue sorgenti, è in comunicazione con la vita della Chiesa, ne prende lo spirito, forma il senso cattolico, unisce le anime tra loro, le immedesima alla loro Madre, vivifica questi grandi atti della vita cristiana e concorre potentemente a creare l’unità vivente delle idee e dei sentimenti cattolici? Si tratta di una questione d’immensa portata sociale e individuale.

453. La meditazione viva. – Se ai giorni nostri, la mezz’ora di meditazione fatta da ogni anima sollecita del proprio avanzamento, s’isolasse di meno in un concetto troppo formalista; se invece di essere una semplice parte come le altre, mirasse maggiormente ad essere come il cuore di tutta la giornata, ove il sangue degli altri esercizi e degli altri atti venisse a vivificarvisi; se invece di farla scaturire esclusivamente da un metodo, talora troppo convenzionale, e da libri troppo superficiali e particolareggiati, si cercasse piuttosto di farla scaturire dalle profondità dell’anima e della vita ordinaria; se mettesse in opera la liturgia delle ore, la messa, le preghiere, gli incidenti e le occupazioni della vita, riferendole a Dio; se, per mezzo suo, si imparasse a leggere l’azione di Dio, a vederla nelle sue relazioni viventi con l’anima; se non si confinasse nella sua mezz’ora, e tendesse maggiormente ad estendersi agli altri momenti della giornata, creando nel cuore come un bisogno di rituffarsi, tratto tratto, in colloquio con Dio, allora essa sarebbe ad un tempo più potente e più facile; costerebbe di meno e gioverebbe di più. L’isolamento uccide tutto, ma nulla esso uccide tanto, quanto l’orazione.

454. Le distrazioni. – L’isolamento, infine, mantiene le distrazioni. L’abitudine di non pensare che a me stesso nelle mie occupazioni, di agire da me stesso, senza mettere Dio a parte della mia vita, o meglio in cima a tutto, mi ha condotto a questa idea, del tutto falsa, che, nella preghiera, io debba pensare soltanto a Dio. Determino così due parti distinte: l’una, nella quale vorrei vivere in Cielo tutto in Dio; l’altra, in cui pretendo di vivere sulla terra tutto per me. Mi lusingo, almeno lo tento, di far passare la mia anima dall’una all’altra, in modo che, stando da una parte, non pensi assolutamente all’altra.

Confesso che, quando mi trovo nelle mie occupazioni perdo troppo facilmente il ricordo di Dio. Ma quando sono in preghiera!… Vi sono io mai, o mio Dio?… Le distrazioni abbondano… mi assalgono… mi opprimono… Il mio spirito vi ricade continuamente, ed i miei sforzi più energici non riescono a raccogliermi totalmente in Dio. Ciò sarebbe contro la natura. L’anima non cambia affatto le abitudini, come il corpo cambia gli abiti. Se bisognasse soltanto lasciare gli abiti da lavoro e indossare quelli da festa, la preghiera sarebbe cosa agevole; ma non avviene così per le mie potenze. Le abitudini sono permanenti e l’anima le porta ovunque con sé. Se ho l’abitudine di pensare a me, senza pensare a Dio; di pensare al mio lavoro e a tutte le vicende della vita all’infuori di Dio, porterò quest’abitudine nella preghiera; e l’unico rimedio per non portarvela sarebbe quello di cambiarla.

455. L’unità del lavoro e della preghiera. – Come cambiare questa abitudine? Unificando la mia vita, sopprimendo quella stolta suddivisione in scompartimenti, che spezza e guasta tutto. Certo, la mia vita ha bisogno di un regolamento, come è necessaria una scorza all’albero e un corpo all’anima. Il regolamento è come la scorza e il corpo. Ma se è necessaria una scorza all’albero e il corpo all’anima, ci vuole inoltre la linfa per la scorza e un’anima per il corpo. È dunque necessario uno spirito al regolamento. Qual è questo spirito che circola dappertutto e vivifica tutte le parti del corpo? Non ho che da richiamare alla mente il grande principio: Tutto, nella mia vita, dev’essere diretto alla gloria di Dio, animato da Dio, retto da lui. Dovrei abituarmi a vedere e a consultare Dio, nel mio lavoro come nei miei esercizi di pietà; a trattare i miei affari con lui, facendoli come pregando; e a vivere con lui nel lavoro come nella preghiera.

La vera religione consiste nell’unione di me stesso con Dio. Debbo vivere con lui, per mezzo di lui, in lui. Il mio lavoro non dev’essere più umano della mia preghiera, né questa più divina del mio lavoro. Debbo lavorare con Dio, come parlo con lui; attendere da lui la direzione del mio lavoro, come l’ispirazione della mia preghiera; nel mio lavoro, rivolgere a lui il mio pensiero; e nella mia preghiera, parlargli del mio lavoro.

456. I Salmi. – Non è forse la lezione ricavata dai Salmi, quella che la Chiesa predilige al punto da farne il centro quotidiano della sua preghiera ufficiale? Quasi senza transizione e con una unione ammirevole, il salmista si occupa alternativamente della gloria di Dio e dei suoi interessi personali. Canta le lodi sacre e innalza il grido della sua miseria; tutto ciò si unisce, si alterna, si lega formando un solo cantico. L’anima sale dalla terra al cielo; ritorna dal cielo sulla terra; ed è in continuo colloquio con Dio. Ai più sublimi slanci d’amore e di lode, il profeta unisce la litania delle sue angosce e dei suoi pericoli, senza neppure pensare che una cosa sia meno degna di un’altra, alle orecchie di Dio. Ecco la sua preghiera; come si nota bene il suo tenore sempre uguale! Il Signore e lui formano una cosa sola; gli interessi dell’uomo sono mescolati agli interessi di Dio; la sua vita è una.

Perché la Chiesa invita tanto insistentemente a recitare questi Salmi, se non per dire: « Ecco il tuo modello, unifica così la tua vita e la tua preghiera »? Oh, se ne fossi capace!… Trattare ogni cosa con Dio, confidargli tutto, affidargli la direzione di tutto! Vedrei allora tutte le cose nella sua luce; le cose viste in tal modo non mi causerebbero distrazioni, perché non mi allontanerebbero mai da lui. Le mie azioni e le mie preghiere costituirebbero una sola e medesima corrente, un solo e medesimo stato soprannaturale; vi sarebbe allora la pietà, la vera pietà. Fiat! Fiat!…

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