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La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’INCOSTANZA

457. L’incostanza dei miei capricci. – 458. Del mio comportamento troppo superficiale. – 459. Della mia debolezza. – 460. Rimedio: sincerità e confidenza.

457. L’incostanza dei miei capricci. – Occorre, inoltre, che l’anima non resti suddivisa e sballottata dall’incostanza di cui porto in me tante cause. Non sono troppo facilmente lo zimbello dei miei capricci? Un giorno fedele, perché la tal cosa mi piace; un altro negligente, perché mi annoia. Nella consolazione mi entusiasmo; nell’aridità abbandono ogni cosa, come la banderuola che gira secondo il vento. La scissione del mio spirito fra il dovere ed il piacere mi rende oscillante, e l’uomo oscillante è instabile in tutte le sue azioni (cf. Gc 1, 8). Svolazzo da un esercizio all’altro, sfiorandoli successivamente, senza posarmi su nessuno. Secondo il paragone di san Francesco di Sales, imito le vespe che « si abbandonano a una costante inquietudine e a una inutile frettolosità. Esse svolazzano, succhiano, cercano il cibo finché durano la loro estate e il loro autunno; ma, quando sopravviene l’inverno, si trovano senza rifugio, senza riserva di viveri e senza vita ». Se, al contrario, cerco, nei fiori dei miei esercizi, il vero miele della vera devozione, imito « le api che escono dall’arnia solo per raccogliere il polline, vivono insieme solo per comporre il miele, si danno da fare solo per questo, compiono un lavoro ordinato, e, nelle loro case e monasteri, si occupano solo del lavoro profumato del miele e della cera. Hanno come unico oggetto della vita, dell’odorato e del gusto la bellezza, la soavità e la dolcezza dei fiori adatti al loro scopo, non solo compiono un lavoro molto nobile, ma hanno un rifugio sicuro e amabile, una riserva di cibo delizioso e una vita allegra in mezzo ai frutti del loro lavoro ». Oh, se sapessi riposarmi sui fiori coltivati per me, servendomi unicamente di essi, per preparare il profumato miele della gloria divina e la cera della mia santificazione, avrei anch’io un amabilissimo raccoglimento nell’anima mia, una provigione gradevolissima e una vita assai soddisfacente.

458. Del mio comportamento troppo superficiale. – Allorché, negli esercizi spirituali, mi comporto come le vespe, non cercando in essi il miele della gloria divina, basta pochissimo per interrompere il mio lavoro. Infatti, siccome non mi attengo a questi esercizi se non dal lato esteriore, basta un’interruzione, un’infedeltà, per spezzare la catena e farmi restare senza niente. Così mi scoraggio presto e sono facilmente sviato; la mia vita spirituale è spesso sconcertata. Se, al contrario, miro soprattutto all’interno, l’abitudine contratta in tal modo, non scompare per uno o più atti tralasciati, e malgrado certe negligenze o infedeltà esteriori, sento che mi rimane sempre la trama, che nulla di essenziale è interrotto ed io non mi scoraggio. Ho una stabilità maggiore. Le mie infedeltà possono ritardare il cammino, ma non mi gettano fuori della strada.

459. Della mia debolezza. – Ecco già due cause d’incostanza: i capricci della mia soddisfazione e gli inganni del mio comportamento troppo superficiale. Ve n’è pure una terza: la mia natura. Ho lasciato, purtroppo, che le mie facoltà si deformassero nelle abitudini perverse; in queste deviazioni ho perduto parte della mia forza (n. 398). Le cattive tendenze m’impongono una tirannia assai gravosa, che sento tanto maggiormente quanto più voglio liberarmene.

La mia natura è, d’altronde, debole per se stessa; le rovine del peccato originale hanno indebolito non poco le mie potenze e la loro energia, e hanno deposto in me tanti germi di disgregazione e di morte. È forse necessario aggiungere che gli allettamenti seduttori sono numerosi e incalzanti?

Per tutte queste cause sono debole ed incostante. « Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo » (Rm 7, 18-24).

460. Rimedio: sincerità e confidenza. – La debolezza della mia miseria si fa sentire e produce l’incostanza in tutta la mia vita, specialmente nell’uso degli esercizi di pietà. Come guarirla? Con la fedeltà ai miei esercizi? Sarebbe un supporre fatto ciò che è da fare. Se posso essere fedele ai miei esercizi, posso esserlo anche agli altri miei doveri. Se l’incostanza non assale più i miei esercizi è segno ch’essa è già guarita.

San Paolo indica un solo rimedio: la grazia di Dio per Gesù Cristo. Che cosa vuol dire la grazia di Dio? Vuol dire che debbo aspettare la forza solo da Dio e che debbo attenderla con sincerità e pazienza. Anzitutto con quella piena sincerità di fede che sa contare su Dio senza esitare (cf. Gc 1, 6). Inoltre, con pazienza, poiché come non si passa in un sol giorno dalla debolezza dell’infanzia alla maturità virile, così pure le infermità dell’anima non scompaiono per un momento di sincerità. Ogni opera vitale si compie mediante un lento e proporzionato progresso. Posso essere profondamente sincero con Dio, e tuttavia cadere ancora in gravi debolezze ed essere sballottato da umilianti incostanze. La debolezza non toglie nulla alla sincerità. È necessario che lo ricordi per non scoraggiarmi. Qualunque sia la mia debolezza e la mia incostanza, non ho bisogno che di sincerità, per aprire in me le vie alla grazia, la quale, entrando in me, fortificherà la mia debolezza e correggerà la mia incostanza. Nessuna debolezza, nessuna incostanza deve scoraggiare la sincerità. Ah! se fossi abbastanza umile da mantenermi nella sincerità della vera contrizione, non avrei a gemere così a lungo sulla mia incostanza. La potenza di una regolarità saggia, sobria, ferma, viva si rafforzerebbe e si manifesterebbe, non solo nei miei esercizi di pietà, ma anche nella mia vita intera.

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