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La vita interiore di F. Pollien cap. VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’ESAME DI COSCIENZA

461. Gli esercizi devono essere unificati. – 462. L’esercizio unificatore e direttivo. – 463. Scopo dell’esame. – 464. Testimonianza dei santi. – 465. Gli atti transitori. – 466. Le corde che bisogna far vibrare.

461. Gli esercizi devono essere unificati. – Abbiamo visto i difetti; cerchiamo ora i mezzi di unità. Gli esercizi di pietà essendo, per l’anima, gli strumenti speciali della sua formazione divina, fallirebbero nella loro missione, se non riuscissero a concentrare le potenze di essa nella vista, nell’amore e nella ricerca del suo fine unico, e ad orientarle sicuramente sulla via dei voleri divini. Il loro scopo specifico è dunque di unificare i movimenti dell’anima fino alla consumazione nell’unità, indicatami nella prima Parte, e di mantenerli e dirigerli sulla via che m’è stata chiarita nella seconda Parte.

Ma come potranno formare all’unità se essi stessi non sono uniti? Come potranno correggere la dispersione e distruggere la molteplicità, se essi stessi sono incoerenti e divisi in tante parti? La divisione non potrà creare l’unione, né la divergenza produrre l’unità. È dunque necessario che abbiano tra loro una viva coesione, un legame comune ed un centro unico.

Come riusciranno, poi, a mantenere e a dirigere altri sulla via, se mancano essi stessi di luce e di direzione? Le aberrazioni delle false devozioni testimoniano come ci si può esercitare in pratiche estranee alla via. Di qui la necessità di un esercizio regolatore e direttivo.

462. L’esercizio unificatore e direttivo. – Nella molteplice varietà delle pratiche pie, ve n’è una che presenti i requisiti per espletare, al tempo stesso, la funzione centrale e direttrice? Anzitutto, qual’è l’esercizio centrale, unificatore di tutti, in rapporto al fine? Un carattere distintivo me lo farà indubbiamente riconoscere. Se ve n’è uno in cui non si possa infiltrare il male che allontana dal fine, ossia la ricerca di sé, questo sarà l’esercizio centrale. E lo sarà sicuramente e completamente solo se questo male ne è escluso per la natura stessa dell’esercizio. Se, infatti, in esso penetrasse un poco la ricerca di me stesso, io sarei allontanato dallo scopo, proprio dall’esercizio destinato a condurmici. Ma ve n’è uno in cui non possa nutrire la mia vana soddisfazione? Nella preghiera, nella meditazione, nella messa, nella comunione, ecc., posso facilmente cercare, per interesse umano, le dolcezze e le consolazioni; di conseguenza, nessuno di essi è l’esercizio cercato. Ma quale soddisfazione troverò nell’esame di coscienza?… Ecco dunque l’esercizio centrale.

In rapporto alla via, poi, quale sarà l’esercizio direttivo e regolatore degli altri? Per non uscire dalla via e progredire, la prima condizione è di vedere dove si è, dove si cammina, dove si va, quali ostacoli s’incontrano, quali pericoli si presentano, quali mezzi sono necessari.

Ora, che cosa può chiarire più praticamente e più sicuramente questi diversi punti, se non l’esame? Dunque, esso è pure l’esercizio regolatore e direttivo.

463. Scopo dell’esame. – Vedrò ora in qual modo l’esame sia il mezzo che assicura la direzione e attua l’unità degli esercizi; assicura, per conseguenza, la direzione e attua l’unità della pietà. Qui soprattutto non debbo lasciarmi dominare da un’idea di un metodo speciale e nuovo. Lo scopo di queste riflessioni non è né un metodo, né una particolarità, né una novità, ma la direzione da dare e l’unità da procurare (n. 18).

Quanto all’esame, ch’io segua l’ordine dei comandamenti o quello dei miei doveri verso Dio, verso il prossimo e verso me stesso; ch’io compia questi o quegli atti, sentimenti o riflessioni; che lo inizi o lo termini con tali preghiere, invocazioni o ringraziamenti ecc., sono tutte particolarità di applicazione che trovo assai bene indicate in molti ed eccellenti libri. Tra questi metodi e consigli, sono libero di seguire quelli che veramente rispondono al bisogno ed all’attrattiva dell’anima mia.

Qui considererò soltanto un aspetto più generale dell’esame: il suo influsso sull’unità degli esercizi. Il modo particolare di praticarlo può variare, ma ciò che non deve affatto variare è l’influsso direttivo e unificatore. Mi studierò di vedere il modo di mantenere questo influsso al disopra e in favore dei procedimenti particolari.

464. Testimonianza dei santi. – I santi lo riconoscono che l’esame ha un’importanza capitale di direzione e di concentrazione vitale. Così lo stimò sant’Ignazio, che nella direzione dei suoi compagni adoperò per molto tempo soltanto l’esercizio dell’esame e l’uso frequente dei sacramenti. Nelle costituzioni del suo ordine, l’esame ha un’importanza tale, che nulla può dispensare da ciò. La malattia od altre necessità gravi potranno esentare dall’orazione e dagli altri esercizi, non mai dall’esame. La ragione ne aveva già dimostrato l’importanza a Pitagora, che lo raccomandava ai suoi discepoli come il vero mezzo per acquistare la sapienza. San Giovanni Crisostomo lo stimava tanto da asserire che, se fatto bene, anche per un solo mese, basterebbe per stabilirci in una perfetta abitudine di virtù. San Basilio, nelle sue costituzioni, dice che, per preservarsi dal male e fare qualche progresso nel bene, bisogna mettere questo esercizio come sentinella, all’inizio di tutti i nostri pensieri, affinché col suo occhio li trattenga e li diriga. Gli autori spirituali sono unanimi nell’attribuire all’esame quest’importanza capitale.

465. Gli atti transitori. – È necessario però saperlo fare. Spesso ci si perde nei particolari; si fa molta fatica, per progredire pochissimo. Così, ci si scoraggia facilmente e si arriva a trascurare, o anche ad abbandonare questo esercizio, che è il più importante di tutti. Se voglio giungere a riconoscere la sua vera utilità direttiva ed unificante, debbo ricordare alcuni princìpi teologici.

La teologia, d’accordo con la filosofia, m’insegna che l’atto è di sua natura transitorio, mentre l’abitudine è permanente. L’atto passa, l’abitudine resta. Se si tratta di colpe veniali, so che, nello stato di grazia, vengono cancellate da un atto di virtù soprannaturale che le segue.

Queste colpe non lasciano dunque tracce in un’anima, che, nel corso della giornata, produce necessariamente innumerevoli atti soprannaturalmente buoni, supposto che si trovi in stato di grazia. A che serve allora l’insistere sull’esame di tali colpe di cui non resta nulla? Qual conoscenza della mia anima potrà darmi la rassegna di questi particolari? La Chiesa m’insegna che non sono obbligato a confessarli; perché dunque occuparmene a lungo facendo di essi il centro del mio esame?

Quanto si è detto è da applicarsi agli atti completamente transitori, che non hanno alcun legame intimo ed essenziale con un’abitudine interna. Quanto a quelli che dipendono da un’abitudine, essi non possono essere cancellati se non da un atto che interrompa l’abitudine e intercetti l’influsso da essa esercitato sull’atto. Vedremo ora il modo di esaminare anche questi.

Se si tratta di colpe mortali, l’atto non è più cancellato da una virtù qualsiasi; solo la carità perfetta ha questo potere. Tuttavia, questo peccato cancellato dalla carità, resta soggetto al potere della Chiesa e bisogna perciò esaminarlo. Ma, grazie a Dio, i peccati mortali non abbondano in un’anima che pensa alla perfezione, e la loro traccia è talmente notevole da non offrire alcuna difficoltà per l’esame.

466. Le corde che bisogna far vibrare. – La sola revisione degli atti non potrà mai darmi una profonda conoscenza della mia anima. Soltanto con essa non arriverò mai a fare, nel senso profondo della parola, un vero esame di coscienza. La cognizione degli atti può essere utile; talora è necessaria. Ma bisogna penetrare più addentro. La coscienza è ciò che vi è di più intimo e di più segreto in me; è il santuario del tempio. Per fare veramente l’esame di coscienza, bisogna penetrare in questa segreta intimità e visitare questo santuario. In esso si trovano le abitudini e le disposizioni dell’anima. Dalla conoscenza di queste apprenderò lo stato dell’anima mia e non altrimenti. Chi vuol progredire, deve portare lì le investigazioni del suo esame.

« Bisogna, dice san Francesco di Sales, ridurre l’esame alla ricerca delle nostre passioni; poiché l’esame dei peccati è richiesto per la confessione di coloro che non cercano affatto di progredire. Quali affetti legano il nostro cuore? Quali passioni lo dominano e da che cosa è specialmente turbato? Se si vuole, infatti, conoscere lo stato dell’anima, occorre analizzare una per una le sue passioni. Come un suonatore di liuto, facendo vibrare tutte le corde, cerca di accordare quelle che non lo sono, tendendole o allentandole, così, se dopo aver fatto vibrare la corda dell’odio, dell’amore, del desiderio, del timore, della speranza, della tristezza e della gioia dell’anima nostra, ci accorgiamo che queste passioni sono mal accordate per il motivo che vogliamo suonare, cioè per la gloria di Dio, possiamo allora accordarle mediante la sua grazia ed il soccorso del nostro padre spirituale ».

L’importante è che le corde del mio cuore siano accordate per l’aria che voglio suonare, che è la gloria di Dio. Ora, l’esame ha per fine essenziale di mostrarmi se queste corde suonano bene quest’aria. Le corde del mio cuore sono le mie disposizioni interne. Queste dunque bisogna far vibrare, per sapere che suono diano. Cantano la gloria di Dio oppure la mia soddisfazione? Quando conoscerò il loro suono, allora avrò veramente fatto il mio esame di coscienza.

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