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La vita interiore di F. Pollien cap. VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

L’OCCHIATA

467. Sua facilità. – 468. Il suo oggetto. – 469. È la sostanza dell’esame. – 470. La chiavetta.

467. Sua facilità. – Come conoscere questo stato, come cogliere ciò che io chiamerò la fisionomia del mio cuore? In un momento qualunque, allorché voglio sapere a che punto mi trovo e qual è lo stato dell’anima mia, basterà che domandi a me stesso: dov’è il mio cuore? Con questo, cerco unicamente di conoscere quale sia la sua disposizione dominante, quella che ispira, dirige e determina l’orientamento cosciente dei miei atti. Quale inesplorabile labirinto è il cuore umano! Quante impressioni, aspirazioni, sentimenti, intenzioni s’avvicendano in esso! Ma bisogna scandagliare tutto con una rapida occhiata? No, bisognerebbe avere una vista da angelo: ma ciò che è possibile all’angelo non è possibile all’uomo. Si tratta unicamente di cogliere la disposizione, che, tenendo il primo posto, domina in quel momento la direzione e il movimento di ogni atto. Per quanto grande sia il numero e la natura delle nostre disposizioni nascoste o sconosciute, praticamente ve n’è sempre una, buona o cattiva, che ha il sopravvento, ed è questa che dà la nota vera del momento. È dunque semplicemente questa che bisogna cogliere, quando si vuole avere la fisionomia del proprio interno e la chiave della propria anima.

Per coglierla io mi faccio questa semplice domanda: dov’è il mio cuore? Istantaneamente mi giunge la risposta dall’interno. Questa domanda, infatti, mi fa gettare una rapida occhiata al centro di me stesso, ove subito scorgo il punto saliente, percepisco la nota dominante. Il procedimento è intuitivo, istantaneo. Non v’è alcun bisogno di ricerche di ragione, di sforzi di volontà, di esercizio di memoria: intendo, vedo; un’occhiata, in ictu oculi, semplice e rapida. Bisognerebbe che un’anima non avesse idea alcuna del suo interno, alcuna abitudine di rientrare in se stessa, per non costatarlo.

468. Il suo oggetto. – Talvolta costaterò, come disposizione dominante, un bisogno di approvazione, un timore di biasimo; talvolta, l’amarezza nata da una contrarietà, da parole o modi offensivi, da un risentimento sorto per un rimprovero; talvolta, l’amarezza prodotta dal sospetto, il disgusto causato da un’avversione; potrà essere ancora la mollezza ispirata dalla sensualità, lo scoraggiamento causato da difficoltà o da insuccesso, la trascuratezza, frutto della noncuranza, la dissipazione, frutto della curiosità e della gioia vana ecc. Oppure, nel bene, potrà essere l’amor di Dio, il bisogno di sacrificio, il fervore illuminato dal tocco della grazia, la piena sottomissione all’azione divina, la gioia dell’umiltà ecc. Buona o cattiva, è la disposizione principale che bisogna controllare. Trattandosi di conoscere lo stato di coscienza, potrò dire d’averlo conosciuto, se non ne verifico il bene ed il male? Andiamo dunque alla grande molla che mette in moto le varie parti dell’orologio.

Può avvenire che questa grande molla abbia origine da una disposizione persistente da lungo tempo, per esempio, da un’amarezza o da un’avversione. Ma non è difficile che un’impressione momentanea imprima, per un tempo notevole, un movimento caratteristico; l’accettazione generosa di una sofferenza, ad esempio, è cosa di un istante e tuttavia mette in cuore qualche cosa che lo farà agire per uno o più giorni.

469. È la sostanza dell’esame. – Costatata la disposizione dominante, buona o cattiva, l’esame di coscienza è sostanzialmente fatto; sono giunto al punto centrale. Questa disposizione, infatti, subordinando a sé gli altri sentimenti, dirige contemporaneamente l’interno ch’essa domina, e l’esterno in cui si manifesta. Non per nulla è dominante. A rigor di termini, potrò dunque limitarmi a quest’occhiata essenziale, e mediante questa condurre il mio gregge al pascolo o al riposo, ricercare ciò che è perduto, richiamare ciò che è smarrito, medicare ciò che è ferito, rafforzare ciò che è debole, custodire quel che è robusto e forte, pascere, infine, con giustizia (cf. Ez 34, 15-16).

Nel corso della giornata, infatti, per controllare il mio stato, per fare cioè l’esame, mi accontento di quest’unica occhiata, che mi spinge al centro: ove sono? Ed è fatto, io vedo; correggo e raddrizzo, se ve n’è bisogno; mi umilio e ringrazio, se tutto va bene. E questo posso farlo in qualunque istante; la cosa è tanto semplice! Un istantaneo ritorno su me stesso, un’occhiata! …

470. La chiavetta. – Questa semplice occhiata ha degli effetti salutari perché mantiene o ristabilisce nell’unica via e dirige all’unico fine la risultante delle mie forze. Nulla le sfugge poiché coglie nel centro. È forse necessario che mi indugi in tante particolarità? Non devo tagliare i rami all’albero, quando esso è abbattuto; né correre dietro ai ruscelli, quando sto alla sorgente.

Non si stimeranno insensati gli sforzi di un uomo che si diverte a turare, l’uno dopo l’altro, i piccoli fori di un getto potente da cui zampillano abbondanti acque, mentre ha sotto una chiavetta che potrebbe arrestare d’un tratto il getto intero? Fermandosi ai piccoli fori, si espone al pericolo di vederseli via via aprire nuovamente. Chi, nell’esame, s’arresta ai particolari ed alle esteriorità perde tempo come chi si ferma a turare i piccoli fori…; l’occhiata interiore chiude la chiavetta. Arrestarsi ai particolari e all’esterno significa fermarsi alla circonferenza e lavorare superficialmente. Vado invece al centro e posseggo la mia anima intera, quando lancio questa profonda occhiata sulla disposizione dominante.

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