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La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

NECESSITA’ DELLA GRAZIA

505. In generale. – 506. Per vedere. – 507. Per volere. – 508. Per agire. – 509. Noi non abbiamo il sufficiente. – 510. Vita nuova.

505. In generale. – Io mi devo elevare fino a Dio. Ma chi può elevarmi a lui se non lui stesso? Senza di lui non posso andare a lui. Nessuna creatura è all’altezza di Dio; nulla può elevarmi fino a lui. Ed io che posso fare? Con le mie sole forze non posso uscire da me stesso. Quando confido nelle mie forze, non esco da me, resto in me, nella ricerca di me. E quando, elevato a Dio, cesso di confidare in lui per confidare in me stesso, ricado in me; è la ricaduta nella ricerca di me; è il disordine.

Dio solo è la mia forza, il mio appoggio, il mio rifugio, il mio liberatore. Egli è il mio sostegno, il mio protettore, la forza della mia salvezza e il mio difensore (cf. Sal 17, 2-3). Io sono la vite, dice nostro Signore, voi i tralci. Colui che resta in me ed io in lui, questi porta molto frutto perché senza di me non potete far niente (cf. Gv 15, 5). Sant’Agostino fa notare che Gesù non dice: senza di me potete far ben poco, ma: senza di me non potete far nulla.

Senza di lui, non posso fare né poco né molto, non posso far nulla’.

506. Per vedere. – Se voglio, in particolare, convincermi della mia impotenza, non ho che da richiamare alla mia mente ciò che debbo fare e cioè: conoscere, amare e cercare Dio come mio fine, e la sua volontà come mia via. Ora, né la vista né l’amore né l’esecuzione, che costituiscono la pietà, sono in mio potere.

La vista di Dio, alla quale sono chiamato dal disegno misericordioso del mio Creatore, è assolutamente fuori della capacità naturale dell’occhio della mia intelligenza. Non parlo soltanto della visione eterna, a faccia a faccia, che sarà la grande beatitudine del cielo e che esisterà solo negli splendori della gloria. Parlo della vista semioscura della fede che penetra i misteri di Dio nella rivelazione della sua parola, della vista soprannaturale di Dio nello specchio degli esseri, e della sua azione nell’enigma dei loro movimenti. Da me stesso sono incapace ad avere il minimo raggio di questa vista.

Noi non siamo capaci, dice san Paolo, di pensare qualunque cosa da noi, come venisse da noi, ma ogni nostra capacità viene da Dio (cf. 2Cor 3, 5). Così, non soltanto non posso avere in me e da me la piena cognizione, ma nemmeno un semplice pensiero, un principio d’idea soprannaturale. Per vedere soprannaturalmente Dio nella sua parola, e l’azione di Dio nello specchio delle cose e nell’enigma dei loro movimenti, bisogna vedere nella luce di Dio. Questa sola dà all’occhio la penetrazione soprannaturale, l’estensione di vista che si chiama fede e con l’aiuto della quale esso scopre i misteri divini.

507. Per volere. – La mia volontà può forse, da se stessa, elevarsi a quell’amore di Dio che si chiama carità, che è la più divina delle virtù divine, l’anima e la vita di tutte le virtù e il vero vincolo d’unione fra l’uomo e Dio? « L’amore di Dio, dice san Paolo, è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5). Esso è l’opera, il dono, il gran dono dello Spirito Santo. So che è Dio che opera in me il volere e il fare (nn. 335-339). So che la volontà e lo sforzo dell’uomo non giungono fino a quel punto, poiché solo la misericordia di Dio opera questa elevazione (cf. Rm 9, 16). La carità è talmente opera della grazia, che i teologi disputano se essa sia o no distinta dalla grazia santificante. Dunque, per volere il bene di Dio, amare la sua gloria, ho bisogno del suo impulso, senza del quale mi perdo deplorevolmente nell’amore di me stesso e delle creature per me. La grazia, che è la luce del mio occhio, a cui dà la vista della fede, è anche il calore del cuore al quale comunica l’impulso dell’amore.

508. Per agire. – Senza la grazia, sono talmente incapace a compiere la minima opera di salvezza, che la pronunzia stessa di una sua parola è superiore alle mie forze. « Nessuno, afferma san Paolo, può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Cor 12, 3). Se la semplice invocazione del nome del Salvatore, invocazione meritoria e santificante, che è un atto di pietà, sta ad un’altezza inaccessibile alle sole forze della mia natura, qual è l’opera, qual è l’atto del quale io sono capace? Con la forza di Dio posso tutto (cf. Fil 4, 13), poiché ciò che è impossibile alle mie forze di uomo è possibile a Dio (cf. Lc 18, 27). Con la forza di Dio posso perciò compiere le opere più soprannaturali della mia vocazione; ma con la sola forza delle mie facoltà naturali non posso elevarmi a nessun atto di vera pietà soprannaturale. Le mie potenze hanno bisogno di essere accresciute, sopraelevate dalla virtù soprannaturale della grazia, che le rende atte alle operazioni della vita divina.

509. Noi non abbiamo il sufficiente. – Con le mie facoltà naturali posso vedere, volere ed agire; ma non è affatto questa vista, questo amore e questa ricerca che costituiscono la pietà cristiana, la quale è un’opera essenzialmente soprannaturale, che suppone nell’anima una vita soprannaturale. Gli atti di questa vita soprannaturale si esercitano mediante le mie facoltà naturali, ma unicamente in virtù del principio soprannaturale che le anima. Le mie facoltà prestano alla grazia il concorso della loro azione. La grazia è l’agente principale, il motore essenziale, la causa vitale. Il mio corpo non agisce soprannaturalmente che in virtù della grazia. L’anima produce le opere naturali, servendosi degli organi del corpo; la grazia produce le opere soprannaturali, servendosi delle potenze dell’anima. L’anima non basta, da se stessa, per le operazioni della vita soprannaturale, come non basta il mio corpo per le operazioni della vita umana; entrambi posseggono gli elementi primi e sono come la materia di tale vita; manca loro la forma. Essi non sono capaci, secondo la profonda espressione di san Paolo (cf. 2Cor 3, 5). Nel corpo è impossibile la minima operazione vitale senza l’anima; così, nell’anima è impossibile la minima operazione soprannaturale senza la grazia, poiché la vita del corpo è l’anima, e la vita dell’anima è Dio.

510. Vita nuova. – La pietà è dunque una vita nuova, superiore, una vera creazione di Dio, poiché nulla vi è in me che possa darle origine. Quantunque il mio essere naturale sia elevato a questa partecipazione divina, tuttavia, la vita stessa non ha principio da me, ma è creata da Dio in me.

Una volta creato alla vita naturale, posso compierne gli atti. Una volta creato alla vita soprannaturale, posso fare altrettanto; ma Dio, mediante la sua grazia, li compirà con me, in modo che i suoi atti saranno più numerosi dei miei. Da me stesso sono un nulla, incapace di un’azione soprannaturale come lo sono della mia creazione. E’ la grazia, dice l’apostolo, che vi dà la salvezza mediante la fede; e questa non viene da voi, ma è dono di Dio; né dalle vostre opere, affinché nessuno se ne vanti, perché noi siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per fare le opere buone preparate da Dio in modo che noi possiamo praticarle (cf. Ef 2, 8).

La santa animazione alla pietà ed alle sue opere proviene dunque dal soffio di Dio. Questo è ancora il motivo per cui san Paolo la chiama nuova creatura (cf. 2Cor 5, 17), nuova vita (cf. Rm 6, 4), l’uomo nuovo che è stato creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (cf. Ef 4, 24). Ciò che qui chiama giustizia e santità vera, altrove chiama: fare la verità nella carità (n. 90); sono questi ancora i tre termini della pietà. Perché io abbia questa nuova vita che è secondo Dio, simile a quella di Dio, questa vita che è la giustizia e la santità della verità, cioè la pietà, bisogna ch’io vi sia creato. Tutto deriva dalla grazia, tutto: verità, giustizia, santità, vista, amore e ricerca di Dio.

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO II

LA SORGENTE DELLA GRAZIA

501. I meriti del Salvatore. – 502. L’azione di Dio. – 503. I serbatoi. – 504. La mia azione.

501. I meriti del Salvatore. – Dono soprannaturale, la grazia è essenzialmente gratuita. Se è grazia, dice san Paolo, non è dunque prodotta dalle nostre opere, altrimenti non sarebbe più grazia (cf. Rm 11, 6). Data dal Creatore, perduta per il peccato, è stata riscattata dal Figlio dell’uomo, disceso dal cielo per venire a salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). Questo mezzo divino della vita divina è dato agli uomini da colui che è l’Uomo-Dio e che, essendo Dio, si fece uomo, affinché, partecipando delle due nature, potesse elevare la natura umana alla partecipazione della natura divina. Nell’unione ipostatica delle sue due nature, egli è il vincolo d’unione, il mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1Tm 2, 5). Per mezzo di lui, Dio discende a me; per mezzo suo, io risalgo a Dio. « In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » e in lui io sono ricolmo dei doni della grazia (Col 2, 9), frutto del suo sangue. Piacque a Dio far abitare in lui ogni pienezza e, per mezzo di lui, riconciliare ogni cosa, e col sangue della sua croce pacificare ciò che è in terra e ciò che è in cielo (cf. Col 1, 19-20).

502. L’azione di Dio. – Gesù Cristo è la sorgente. Ma, per quali canali scorrono, fino al campo dell’anima mia, le acque della grazia? Ho già visto (nn. 341, 342) che, mediante le operazioni del beneplacito divino, si produce un immenso e perpetuo flusso di grazie. Le creature, che servono di strumento a Dio, sono dunque strumenti di grazia. Nei molteplici contatti che subisco, in tanti modi e ad ogni istante, ricevo una moltitudine di soccorsi soprannaturali, continuamente vari e rinnovantisi secondo i bisogni della vita. Oh, se mi adattassi a questa azione!

E non soltanto le operazioni del beneplacito, ma anche le regole della volontà significata sono per me delle grazie. Nel magistero dottrinale della Chiesa, che salvaguarda la verità; nell’organizzazione sacerdotale, che nutre la carità; nell’autorità disciplinare, che garantisce la libertà, quante grazie vi sono! I soccorsi soprannaturali mi arrivano dunque da ambo i lati della volontà divina.

Questi canali sono continuamente aperti e continuamente scorrono da essi le grazie necessarie. Essi non si arrestano; ma io, purtroppo, posso chiudermi, e allora le grazie che scorrono non entrano in me. Se mi tengo aperto, ricevo, secondo la mia misura, la pienezza di ciò che essi contengono per me.

503. I serbatoi. – Ma vi è di più. Nostro Signore ha istituito dei serbatoi speciali di grazie speciali, di cui basta nominare i due più grandi: la preghiera e i sacramenti. L’uno è alla portata di tutti; ad esso, ciascuno può attingere a suo piacimento, in ogni tempo, senza misura. L’altro è affidato soprattutto alla custodia della Chiesa, che ne ha l’amministrazione e che desidera solo versarne la sovrabbondanza nelle anime. Alla fine del libro si parlerà di questi due serbatoi.

504. La mia azione. – Io non posso, per stretto diritto, meritare la grazia prima, ossia quella che mi giustifica facendomi uscire dallo stato di peccato. Questa grazia è sempre assolutamente gratuita. Fino a tanto ch’essa non ha trasformato il fondo della mia natura, nessuno dei miei atti è proporzionato alla grazia per poterla meritare. Senza dubbio, gli sforzi fatti col solo concorso della grazia attuale hanno un certo merito di convenienza, ma non di stretto diritto, a ricevere grazie più abbondanti.

Al contrario, una volta che la vita divina è comunicata alla mia anima, ogni atto animato da questa vita diventa meritorio di nuove grazie. La grazia attuale e quella abituale possono così essere aumentate ad ogni istante, a misura che io faccio fruttificare le risorse vitali che sono in me.

Foto dallo spaziamento

Ingresso Museo Ferrerie Reali

Cari amici, oggi vi offro una curiosità, che credo vi farà molto piacere.
Ciò grazie alle foto inviatemi da un amico, il quale è riuscito ad intercettare una delegazione di monaci certosini di Serra San Bruno durante lo spaziamento del lunedi.
Come consuetudine, lo spaziamento dei certosini di Serra avviene tra i boschi che circondano la certosa, e più esattamente, essi si recano nei sentieri situati in prossimità della vicina chiesa di Santa Maria del Bosco vicino al Dormitorio di San Bruno.
Il percorso si addentra in una straordinaria foresta di abeti bianchi, abeti rossi e faggi, appunto il Bosco di Santa Maria, ci si immerge in una vertiginosa natura rigogliosa ed incontaminata.
La passeggiata dei monaci si sviluppa, solitamente, nel Sentiero dedicato al beato Pier Giorgio Frassati, ovvero un itinerario ad anello tra Serra e Mongiana della lunghezza di circa 20 km, con un dislivello di 480 metri.
Premesso ciò, occupiamoci dell’oggetto delle foto che in seguito ammirerete.
Nello spaziamento del mese scorso la comunità certosina serrese, durante il tragitto che vi ho descritto, ha deciso di fare visita al Museo delle Reali Ferriere Borboniche di Mongiana.
Ma che cosa erano le Reali Ferriere Borboniche?
Esse furono un imponente polo siderurgico, il più grande d’Italia fondato nel 1768 dalla dinastia dei Borbone, i cui prodotti hanno consentito l’inizio e lo sviluppo dell’industrializzazione di Napoli.
La delegazione monastica ha deciso di fermarsi in visita al museo che raccoglie cimeli, ricordi e testimonianze storiche del glorioso passato delle Reali Ferriere.
Le foto che seguono ci mostrano l’interesse mostrato dai monaci, calorosamente accolti dagli addetti alla struttura, che hanno spiegato loro l’importanza storica del polo siderurgico chiuso nel 1881.
Ma ora a voi le immagini!

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La notte rivelatrice

Forza silenzio 6

Ecco per voi un altro estratto dal libro “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore” del cardinale R. Sarah.

Dal capitolo V, la considerazione di Dom Dysmas de Lassus è sul silenzio durante la notte.

“Voi dite che la notte è purificatrice; io direi che è anche rivelatrice. Di notte siamo pienamente coscienti del rumore che abita dentro di noi, dei pensieri che ci sfuggono e ci trascinano da ogni parte. Durante il giorno succede lo stesso, ma lo vediamo di meno. Guardare il silenzio delle labbra non è difficile, basta volerlo, ma il silenzio dei pensieri è altra cosa.

Ci piace cantare di notte, anche a rischio di commettere errori. Perchè? Non risulta facile spiegarlo. Quando si accendono le luci, i libri, i volti, tutto è presente, vicino, come una realtà afferrabile. Quando le luci si spengono, e resta solo quella (fiaccola) posta sull’altare, è lì che vanno le nostre voci ed a quello che si dirigono, che rimane nascosto. La notte rivela il mistero. La notte ed il mistero sono fratelli di sangue.

Per noi il mistero è una realtà molto positiva. Siamo come i bambini che contemplano il mare per la prima volta. Affascinati per quello che vedono, non smettono di cercare di indovinare quello che c’è oltre e che sfugge ai propri occhi, ed anche alla propria immaginazione. Possono dire che hanno visto il mare, che lo conoscono, ed allo stesso tempo che gli resta molto da scoprire su di esso. Quando si tratta del mare senza frontiere, l’infinito di Dio, il mistero offre una apertura senza fine verso Quello che non finiremo mai di scoprire. Le parole non riescono a rendere idea tanto da poter descrivere una realtà tanto affascinante…”

La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

NATURA DELLA GRAZIA

496. Che cos’è la grazia? – 497. La grazia attuale. – 498. La grazia abituale. – 499. Effetti della grazia santificante. – 500. Le due grazie combinate.

496. Che cos’è la grazia? – La grazia, dicono i teologi, è un dono soprannaturale e gratuito, che Dio fa alla creatura ragionevole, per condurla alla vita eterna. La grazia e come una effusione soprannaturale della virtù di Dio, che eleva l’uomo al disopra di se stesso, e abilita le sue potenze e il suo essere all’unione diretta con lui, per questa vita e per l’eternità. Essa è essenzialmente ed assolutamente soprannaturale, tale che nessuna creatura, né reale né possibile, non ha né può avere per sua natura diritto alla grazia. È al disopra di tutto. Anche per gli angeli, come per la Vergine, nonché per l’umanità santa del Salvatore, essa è un dono gratuito e affatto soprannaturale. Per la Vergine, per gli angeli e per gli uomini, è il mezzo dell’unione con Dio. Per essa, e solo per essa, la mia vita si unisce a quella di Dio, il mio movimento al suo.

497. La grazia attuale. – Vi sono due sorte di grazie: quella transitoria e quella stabile; quella di azione e quella di unione; quella del lavoro e quella della vita: la grazia attuale e la grazia abituale.

La grazia attuale è quella che unisce la mia azione a quella di Dio; è la grazia transitoria della via. In che consiste? Essa consiste in un impulso vitale impresso alle mie potenze, per farle agire con Dio. È una luce che aiuta la mia mente a vedere Dio, e gli esseri secondo Dio. E’ un calore che porta il mio cuore ad amare Dio e le creature per Dio. È una forza che aiuta le mie facoltà di esecuzione a servire Dio e a servirmi delle cose per Dio. Luce, calore e forza soprannaturale: ecco la grazia attuale.

Si chiama così, perché è attiva e spinge all’azione, perché è il soccorso attuale del momento presente; perché, infine, è data e ripetuta ad ogni atto. È come il tocco della mano di Dio, che mi aiuta in ogni azione richiesta dal dovere.

Questo tocco della mano di Dio, se mi previene, per suggerirmi il pensiero, ispirarmi il desiderio ed eccitarmi a cominciare l’atto che debbo compiere, è grazia preveniente. Se, invece, sostiene il mio occhio nella vista, il mio cuore nell’amore e le mie forze nell’esecuzione del dovere fino al suo perfetto adempimento, è grazia cooperante. Per essa si stabilisce e si mantiene il concorso della mia azione con quella divina. La grazia attuale, dunque, risultando dall’azione di Dio per suscitare la mia, sta nel mezzo; è il tratto di unione, il punto di congiunzione tra la mia cooperazione e l’azione divina.

498. La grazia abituale. – Se l’impulso della grazia attuale spinge alla vita, non comunica tuttavia la vita soprannaturale propriamente detta. La sua influenza transitoria non stabilisce la mia anima in uno stato divino. Questo stato è costituito da un’altra grazia, superiore a quella, cioè la grazia detta santificante, perché è quella che conferisce la santità, chiamata anche abituale perché è stabile, resta nell’anima e la costituisce nello stato di grazia.

Che cos’è questa grazia? San Tommaso la definisce un influsso della bontà divina nell’anima, la quale, per questa comunicazione, diventa pura e giusta, grata e simile a Dio, meritevole della vita eterna. Essa è il dono della vita divina, che fa vivere l’anima, la penetra, la trasforma e la vivifica, come l’anima vivifica il corpo.

499. Effetti della grazia santificante. – Essa mi rende puro; cancella le macchie e i difetti della mia povera natura; distrugge il peccato mortale, col quale non può stare assieme; toglie successivamente i peccati veniali, le imperfezioni e tutte le adesioni alle creature; è il grande strumento di purificazione. Mi rende giusto. Per essa, si formano in me le virtù divine, le abitudini soprannaturali. Per essa sono perfezionati i doni ed i frutti dello Spirito Santo e si attuano le beatitudini.

Mi rende grato e simile a Dio. Le adesioni alle creature producono delle deformità che alterano in me la rassomiglianza divina, secondo la quale sono stato creato. La grazia ricompone i tratti di somiglianza, e per essa io ridivento oggetto delle compiacenze eterne.

Conferisce alle mie azioni il loro valore meritorio. Senza di essa, nessun atto ha valore eterno; per essa, ogni atto della mia vita, per quanto piccolo sia, diventa meritorio della beatitudine infinita del cielo.

La grazia quindi edifica la mia vita in Dio e secondo Dio; stabilisce in me la pietà, mi dilata, m’ingrandisce in modo da dare a Dio quella gloria e da guadagnare per me la felicità, che sono il mio fine. Essa è la linfa della vita soprannaturale, che va sviluppando se stessa e me, per mezzo di ogni azione che compio in conformità con la volontà divina e sotto l’impulso della grazia attuale.

500. Le due grazie combinate. – Prima che si realizzi lo stato di santificazione, la grazia attuale eccita, spinge a fare atti che avvicineranno alla giustificazione; essa è allora un avviamento alla vita. Quando si ha già la felicità di vivere della vita divina, la grazia attuale mette in opera le forze di animazione soprannaturale, le esercita, ed esercitandole, le sviluppa. I suoi continui impulsi aiutino incessantemente a progredire, facendo utilizzare le risorse soprannaturali ricevute. Sotto l’influsso combinato di queste due grazie, si forma la pietà; entrambe concorrono all’opera.

L’una, più attiva, dà il movimento; l’altra, più stabile, dà l’inclinazione e la facilità. L’una, più varia, quadra col lato mutevole dell’esistenza; l’altra, più stabile, si addice al lato permanente della vita. L’una, transitoria, è specializzata per l’atto presente; l’altra, più generale, si estende come abitudine fondamentale a tutti gli atti. L’una, più simile a Marta, va e viene secondo le necessità; l’altra, più vicina a Maria, tiene l’anima più aderente a Dio. L’una, estende, aumenta l’energia delle mie facoltà, rendendo in esse possibili gli atti superiori alle loro forze naturali; l’altra, modifica, trasforma l’intimo del mio essere, dandogli un essere nuovo, una vita divina. L’una si unisce più direttamente alla pietà attiva; l’altra più profondamente alla pietà passiva; l’una opera specialmente sulle risoluzioni dei particolari (nn. 370, 480); l’altra sulla risoluzione fondamentale (n. 373) di docilità, cioè nell’accettazione dell’azione divina; e tutte due unite assieme formano la pietà completa. L’una raccoglie i materiali; l’altra li ordina; entrambe costruiscono.

Eccitata e sostenuta, in tal modo, dalla grazia attuale; nutrita, ingrandita e perfezionata dalla grazia abituale, la mia volontà si mantiene nella legge di Dio e vi si esercita giorno e notte. Posso allora paragonarmi all’albero piantato lungo il corso delle acque, i cui frutti appaiono nel tempo stabilito, e le cui foglie non cadono mai. Tutte le mie azioni prosperano per la gloria di Dio e per la mia felicità eterna (cf. Sal 1, 2-3).

La vita interiore di F. Pollien Libro III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO TERZO

LA GRAZIA

495. Le creature, cioè gli esseri e i loro movimenti, sono nelle mani di Dio, che le guida mediante i procedimenti già descritti brevemente nelle operazioni del suo divin beneplacito. Qual è il compito delle creature in quest’opera immensa della creazione? Qual è il risultato finale dell’opera di Dio? Non mi è possibile saperlo, né spetta a me indagarlo. Posso, però, e debbo fare una sola constatazione, e cioè, che il Maestro supremo mette a contatto con la mia vita moltitudini di esseri. Ora, se io volessi penetrare la complessità delle cose e degli avvenimenti che cooperano, nelle mani dell’artista supremo, alla perfezione del mio essere, il problema resterebbe infinitamente al disopra delle mie forze. Senza dubbio mi converrebbe assai entrare in una luce più comprensiva di questo grande mistero, in cui leggerei, a caratteri commoventi, i segreti della potenza, della sapienza e della bontà. Ma anche questo oltrepassa i limiti elementari in cui la mia piccolezza deve contenersi. Tuttavia, se non posso estendere lo sguardo su quest’insieme, mi è possibile e necessario riconoscere la parte di Dio nel punto in cui si concentra la sua azione. E questo punto è precisamente quello in cui le creature, guidate da lui, prendono contatto con la mia vita. In tale contatto si produce, per mezzo loro, un’influenza superiore a tutto ciò che è relazione e risultato naturale. Certamente, gli strumenti di Dio, hanno pure, per l’utilità della mia anima e del mio corpo, dei rapporti ed effetti considerevoli, che non sono superiori alla mia natura, poiché la costruiscono. Ma essi non si fermano qui, perché l’intenzione di Dio è di elevarmi alla vita soprannaturale. È per questo che l’ultima parola d’ogni creatura che giunge al mio essere, è nella grazia. Questa è l’influenza definitiva, in cui il creato prende l’orientamento totale delle sue operazioni. Qui, dove mi limito a seguire le grandi linee, io considererò tra i mezzi di Dio, solo quello che ne è l’espressione ultima. In questo libro tratterò dunque: la grazia, la sua natura, la sua sorgente, la sua necessità, la mia debolezza senza di essa; così pure i mezzi principali che mi comunicano la grazia. E terminerò rivolgendo uno sguardo amoroso sulla Madre e sull’autore della divina grazia.

La storia di un aspirante e Dom Lanspergio (Seconda parte)

nel chiostro

 

Come annunciatovi segue in questo articolo il racconto di Dom Maccabe.

Ma dove eravamo rimasti?

Abbiamo lasciato il giovane aspirante a colloquio con Dom Lanspergio e Fratello Gaspare che si reca dai due per avvisare che il pranzo preparato per Pietro è pronto.

Dom Giovanni concesse al giovane di recarsi in foresteria per consumare il pasto, e visibilmente turbato si avviò pensieroso nel chiostro. Pietro con vorace appettito, proprio della sua giovinezza, si avventò sul cibo, fiero e sicuro di aver convinto il suo interlocutore che non lo aveva ancora risposto.

Difatti Dom Lanspergio, pur essendo stato profondamente colpito dalla ardente devozione ed amore verso Dio mostrata ed espressa da Pietro, era combattuto di dovergli negare l’ingresso in certosa rimandandolo almeno di un anno. Si, ma come dirglielo, dove trovare le giuste parole per non smarrire quella docile pecorella?

Il testo degli statuti, al riguardo, era chiarissimo: “Pueros sive adolescentulos non recipimus … spiritualia et corporalía pericula formidantes sed viros”. “Noi non ammettiamo bambini o adolescenti, temiamo pericoli spirituali e corporei, ma ammettiamo gli uomini adulti”. Attanagliato da questi dilemmi, nell’angolo del chiostro scorse il suo unico rifugio in tali emergenze. In una nicchia nel muro vi era una immagine lignea policroma raffigurante la Madonna, con i fiori freschi ed una lampada votiva accesa. Dom Giovanni non esitò ad inginocchiarsi e raccogliersi in preghiera “Beata viscera Mariae Virginis”, recitò, spinto dalla dolce immagine davanti a lui – et beata ubera quae lactaverunt Christum Dominum “(Lc 11, 27). Abbandonatosi nella preghiera e trovatosi al cospetto della Vergine, improvvisamente i suoi pensieri e dubbi angosciosi si trasformarono in una grande fiducia affinchè tutto si sviluppi per il meglio. “Sicut lilum inter spinas”, si ritrovò a dire, quando le parole tornarono a lui – sic amicus i miei inter-affine “(Ct 2,2) aggiunse, pensando a Pietro. Cosa succederà se i brufoli crescoeranno più velocemente del giglio, lasciandolo asciugato e asciutto?

La Madre gloriosa si inchinò alla sua richiesta, già concessa prima che della richiesta. In tutta la città religiosa di Colonia sarebbe stato difficile trovare un migliore servitore di Maria, più tenero e fedele di Dom Giovanni Giusto Lanspergio. Ma quella mattina, la Madre di Dio aveva sentito un supplicante ancora più insistente di lui, non era altro che Pietro. Dal suo trono stellato, aveva visto il giovane lasciare la sua mansarda che un gentile gentiluomo caritatevole gli aveva prestato per vivere a Colonia Conosceva la sua decisione di non passare, nemmeno un altro giorno in quella la grande e turbolenta città che rappresentava una Babilonia, per la sua anima pura. Perché si poteva aspettare tutto: una devozione ardente, un grande sforzo, un atto di incredibile coraggio, da parte di un diciassettenne, ma non una virtù così dimostrata. Cosa succede se metti fuori un ramo fiorito in un freddo polare? Oppure quando si espone un albero giovane ad un uragano? Lo aveva visto nella chiesa ai piedi del confessore e sull’altare della sua comunione con l’Agnello di Dio Poi aveva sentito la sua promessa – un giorno vorrei prendere i voti – dimostrava forti legami, a quella comunità di monaci vestiti di bianco Così, con l’astuzia di una madre, aveva cominciato a lavorare per rivelare la malvagità dei cuori induriti dagli uomini, disprezzando, in nome del figlio di diciassette anni, tutte le regole.

Dom Giovanni si alzo risollevato da quell’intimo colloquio, e, sorridendo con gratitudine a quella immagine, si allontanò. Si recò nella cella del Padre Priore per discutere sulla richiesta del giovane Pietro. Appena entrato il Priore disse: Suppongo che tu sia venuto a dirmi che Pedro dovrebbe rimanere”, e senza aspettare una risposta, aggiunse: “Ma naturalmente è impossibile, no?”

Ascoltato ciò Dom Giovanni intravidi non una negazione totale, ma uno spiraglio per tentare di esternare la sua volontà. Forte della carica datagli dalla Madonna, convinse il Priore ad accettare la permanenza del giovane Pietro sotto forma di ritiro di salvezza della durata di un anno fino a poterlo accogliere come postulante al compimento del diciottesimo anno d’età. Convennero che il giovane era troppo prezioso per perderlo.

Terminato positivamente quel colloquio, Dom Giovanni si recò nella Foresteria per comunicare la lieta notizia a Pietro. Il giovane stava consumando l’ultimo pezzo di pane dopo aver divorato il pasto fino a lustrarne i piatti, con sguardo fiducioso ed apprensivo guardò il volto del Maestro dei novizi che rivelava una espressione gioiosa. Alzandosi dal tavolo egli si fece il segno della croce ed a gran voce si espresse con un Deo Gratias per il favore che gli era stato concesso.

A questo punto Dom Giovanni lo istruì sul comportamento da dover tenere in questo anno di attesa, e Pietro si mostrò disponibilissimo pur di non ritornare fuori le mura della certosa.

Gli fu affidata una cella, e gli furono ricordati i divieti di entrare nel coro, nel capitolo, nel refettorio, e di non camminare nel chiostro. Dom Giovanni si curò poi di affiggere nella cella le sue caratteristiche “piccole note”, che era solito impartire ai novizi.

“Figlio caro, tu mi hai chiesto una regolamentazione per quando vivi nella cella, ti terrai disponibile al monastero trascrivendo libri, fino al giorno in cui ti abbraccerai con noi la nostra regola. Questo ti permetterà di chiamarti monaco cartusiano per nome e in realtà. Data la tua giovanissima età e la tua situazione attuale, devi osservare quanto segue.

Prima di tutto, quando alzatoti presto la mattina, la tua prima preoccupazione è di dirigere tutto il tuo essere a Dio. La prima parola, il primo desiderio, la tua prima attività del giorno deve essere orientata verso Dio orientato o comunque qualcosa legato al servizio a Dio. Che il tuo cuore non desideri niente, la tua lingua non prenda nulla, la tua mano non cominci a fare alcun lavoro o muovere il piede, senza prima aver consacrato tutto a Cristo. Prima di intraprendere qualsiasi cosa, prima di uscire dal cubicolo, appena si esce dal letto, prostrarsi a terra, adorare Dio e raccomandare umilmente alla protezione della Madre di Gesù, che è anche tua. Scegli un posto per te stesso ai tuoi piedi. Allo stesso modo, offrite voi stessi e ordinatevi al Cuore di Gesù. Dopo aver letto alcune preghiere, in cui ti senti uno stimolo alla pietà e alla devozione, come quelli di Santa Brigida, inizia a copiare manoscritti. Quando ascolti i sacri misteri di Cristo, che noi chiamiamo le masse pregate, corri il più presto possibile per svolgere il ministero dell’altare con il sacerdote; Esternando il grande onore che Dio ti dà chiamando a essere ministro e servitore di un simile sacrificio. Durante la celebrazione, intreccia una corona di cinquanta graziosi saluti alla Madre di Dio, intrecciando la commemorazione della Passione di suo Figlio e altre aspirazioni ardenti.

Quando torni alla cella e ogni volta che entri, fermati per un attimo davanti all’immagine della beata Maria, che guarda come custode della tua cella e dici:

“Salve dulcis et formosa, Mater Dei glorioso, mi adotta in filium”
(Saluta dolce e giusta, gloriosa Madre di Dio, Adottami come figlio).

Se sei in fretta, puoi dirlo quando metti la chiave nel blocco mentre apri la porta. Dopo aver pregato, leggere uno o due capitoli di un libro che incoraggia la pietà. Quindi fare il letto e se c’è qualcosa da pulire o fare nella cella, farlo. Se non c’è niente da ordinare, puoi fare un po ‘di lavoro manuale nell’officina. Poi, aspettando il pranzo, copia manoscritti.

Prima del pranzo, dovresti mettervi nell’oratorio e ricordare le gioie della Madonna, così come la morte di Cristo sulla croce e, in suo onore, dire la preghiera domenicale. O quella preghiera che spiega le condizioni della morte di Gesù e che inizia a dire “Precor te amantissime Domine Gesu Christe” (ti chiedo molto caro Gesù Cristo). Quando prendi il cibo al tavolo, pregate per tutti coloro che con la loro elemosina e la loro generosità, il loro lavoro e la loro cura forniti e preparati per voi. Quando iniziate il secondo piatto, pregate per noi, un nostro padre, per tutti i tentati, i poveri e tutti gli afflitti. Prega quindi per l’anima più bisognosa del purgatorio. Infine, rendi grazie a Dio, infinitamente buono, per il tuo pasto e per tutti i benefici che ricevi.

Poi, dedicati al lavoro manuale, ma non allontanarti completamente da Dio. Durante il lavoro, ricrea il tuo spirito con inni, sequenze, antifoni e altre canzoni spirituali dello stesso genere. Li canta con voce bassa. Ferma il tuo lavoro con frequenti aspirazioni, con brevi e ferventi preghiere, desideri infiammati e conversazioni dirette, mentali o vocali a Dio.

Dividi il tempo dal pranzo ai vespri con il lavoro manuale, la copia e la lettura. Dopo le quattro, astenersi da tutti i lavori esterni e fare rumore. Mentre prendi il tuo pasto, o durante i tempi di digiuno, durante la colazione, hai un libro davanti ai tuoi occhi per leggere mentre si mangia. Poi puoi copiare fino alla sera. Da lì, confortato da una leggera lettura spirituale, entra nell’oratorio e esamina la coscienza: cosa hai fatto in questo giorno contro la legge di Dio? In che cosa hai fallito contro il tuo stato santo? Chiedi a Dio il perdono per i tuoi difetti e rinnova le tue buone intenzioni. Prega a Dio per guidarti e mantenerli. Prega per la tua Madre, Beata Maria. Per non superare un’ora, riposa in un sogno pacifico. Arrivederci!”

Un piccolo programma emozionante, certo. Questo è il suo grande merito, perché ciò che questo giovane senza bisogno di formazione era più che un’esortazione, un orientamento tranquillo per formare le sue abitudini di ordine e regolarità. Da abituare, fin dall’inizio, al “trotto” della vita contemplativa.
Il lettore può notare che Lanspérgio insiste soprattutto su quello che si chiama “la pratica della presenza di Dio”. Questo “Signore, tu mi vedi”, viene a servire come briglia e spore, come lo richiede così. Solo allora arriva l’occupazione, il lavoro. E per annullare la mancanza di interesse o monotonia, spesso cambia da una forma di lavoro all’altro. Le semplici devozioni, per questo aspirante, prendono il posto dell’ufficio divino.E lui stesso è spinto a vivere sotto lo sguardo della sua Madre celeste. Quindi i cambiamenti sono ritmici per la campana, la preghiera, l’opera e il resto. Come il giovane Pietro ha vissuto questo programma e se perseverava, è una storia che deve essere raccontata l’altro giorno.

La storia di un aspirante e Dom Lanspergio (Prima parte)

novizio in cortile

Ecco l’estratto del primo dei sette racconti raccolti da Dom Sebastian Maccabe, riguardanti l’approccio con aspiranti monaci, postulanti, novizi. Lo scenario è la certosa di Colonia ed il protagonista è Dom Lanspergio.


Era una bella giornata nel maggio del 1525. Poco dopo la Ave Maria di mezzogiorno, frate Gaspar, portiere della Certosa di Santa Barbara, aprì la serratura della grande porta d’ingresso, in risposta ad un suono squillante proveniente dalla portineria.

All’uscio vi era un diciassettenne che aveva sempre scritto di sé descrivendosi come “studente dell’Università”. Frate Gaspar riconobbe ovviamente con chi aveva a che fare. Non era uno di quei giovani che chiedevano cibo ogni giorno. Lo salutò, poi dolcemente, con un leggero abbraccio. Questo era l’unico giovane che veniva spesso, non solo attratto dal cibo che perisce, ma anche dal confessarsi. Giovani studenti universitari lo hanno fatto, di tanto in tanto, forse non abbastanza. Come Lanspérgio che ha messo in bocca di uno dei suoi personaggi letterari, la frase che questi giovani potrebbero dire: “Preferirei versare i miei peccati in una cocolla”

“Posso parlare con Dom Govanni Lanspergio?” Ha detto Pietro (così lo chiameremo) .

Frate Gaspar comprese il motivo della richiesta e fece entrare il giovane in portineria, richiudendosi immediatamente il portone alle loro spalle. Avendo avuto brutte esperienze con altri finti pellegrini che lo avevano ingannato, quindi la sicurezza innanzitutto!

In seguito incontrando il Padre Priore, fratello Gaspar riferì della richiesta ricevuta dal giovane Pietro. Il Priore lo invitò a servire un pasto al giovane.

Dopo essersi accordato con il fratello cuoco sul pasto da destinare al nuovo ospite, condusse il giovane Pietro alla cella di Dom Giovanni Lanspergio Maestro dei Novizi. Entrando Fra Gaspar disse “Lode a Gesù Cristo” ed il Maestro rispose: “Per sempre Amen”, quindi annunciò, “questo è Pietro porta con sè un piccolo pacco con i vestiti ed alcuni libri”. Uscendo dalla cella si recarono verso il Chiostro per poter offrire al giovane la possibilità di esternare le sue richieste, a Dom Lanspergio già note. Difatti non meno di una settimana prima aveva già ascoltato il giovane Pietro che esprimeva il suo desiderio di entrare in certosa come postulante, e gli aveva già dovuto rispondere che avendo soli diciassette anni ciò era impossibile.

Ed infatti dopo poco Pietro esclamò: “Padre, come vedi, sono venuto per rimanere!” mostrò il pezzo di abbigliamento, lamentosamente piccolo e quattro libri, legati da una corda di canapa, che rappresentavano tutto il suo guardaroba e tutto il suo tesoro di questo mondo. “Oh, non dirmi no, perché dovrei entrare, e adesso! No, non me ne andrò nemmeno se cercherai di mandarmi via. » Continuò mostrando un po ‘di audacia.

Frate Gaspar si allontanò dai due per non essere indiscreto, e recandosi in cucina seppe dal cuoco quale era il pasto da destinare al giovane ospite. Il cuoco conoscendo la fame dei giovani si era apprestato a preparare un enorme piatto di abbondante zuppa di piselli, alcune uova e una grande porzione di stufato di anguilla. Nel portavivande che consegnò a Fra Gaspar aggiunse qualche formaggio ed al cune mele oltre ad una bottiglia di vino, il tutto fu portato nella Foresteria ed appoggiato su di un grosso tavolo di pino.

Il racconto prosegue nel successivo articolo….

La vita interiore di F. Pollien cap.XII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO XII

L’UNITA’ DEGLI ESERCIZI DI PIETA’

488. La semplicità dell’occhio. – 489. L’occhio degli esercizi. – 490. Il preludio obbligato della meditazione. – 491. Di tutti gli altri esercizi. – 492. La presenza di Dio. – 493. Il grande strumento della pietà. – 494. Consultare gli autori per le particolarità dei metodi.

488. La semplicità dell’occhio. – Debbo ora vedere come l’esame di coscienza, fatto in tal modo, sia veramente l’esercizio centrale e direttivo, e come gli altri esercizi trovino in esso la loro direzione e la loro via, la loro luce e la loro regola, il loro legame e la loro unità. Posso applicare ad esso ciò che nostro Signore dice della semplicità dell’occhio: « La lucerna del tuo corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo è nelle tenebre. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, tutto sarà luminoso, come quando la lucerna ti illumina con il suo bagliore » (Lc 11, 34-36).

Se l’occhio dell’esame è semplice, tutto il corpo degli esercizi sarà luminoso; ma se esso è guasto, tutti gli esercizi saranno nelle tenebre.

489. L’occhio degli esercizi. – L’esame non è tutto il corpo degli esercizi, poiché da solo non basterebbe. Non è neppure il cuore che distribuisce la vita. Il cuore è costituito dagli esercizi produttori della grazia, ossia i sacramenti, la preghiera; da essi viene la vita e da essi si attinge la linfa.

L’esame ne è l’occhio. Per mezzo suo, vedo, sono illuminato, evito i pericoli, correggo i difetti, raddrizzo le vie. Per mezzo suo, porto la luce nel mio interno, stabilisco ogni cosa nella luce e così non posso restare nel male, ma sono costretto a camminare nella verità, ossia ad avanzare nella pietà, poiché: « Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio » (Gv 3, 20-21).

È sommamente importante che questa luce dell’esame non sia tenebra, poiché se la luce che è in me è tenebra, che saranno mai le tenebre stesse? (cf. Mt 6, 23). Se l’esame è mal fatto, in che stato saranno gli altri esercizi?

490. Il preludio obbligato della meditazione. – L’esame è la preparazione indispensabile di ogni serio esercizio. Nella mia meditazione, ad esempio, non eviterò i difetti che ne distruggono il valore, se non a patto che all’inizio mi domandi: « Dov’è il mio cuore? ». Senza di ciò, potrei dar ascolto alla mia accidia e tralasciare la meditazione, oppure cercare di pascere in essa la mia brama di consolazione e nutrirvi così il mio capriccio ed il mio amor proprio. Sia in un modo che nell’altro, non andrò a Dio, e la mia meditazione fallirà nel suo scopo. Ma se rettifico il mio cuore con la rapida occhiata dell’esame, questi due nemici, cioè la mia accidia e la mia soddisfazione, sono messi alla porta, ed allora chi impedirà a Dio di entrare? Evidentemente tutte le difficoltà non saranno con ciò soppresse; le distrazioni, le aridità e cento altre miserie ci saranno ancora, ma poiché nulla di ciò è volontario, nessuna di esse potrà impedire l’incontro con Dio. Queste stesse miserie sono spesso ciò che più giova all’anima retta. Il vero successo della meditazione è dunque assicurato.

491. Di tutti gli altri esercizi. – Ciò che è vero per la meditazione, lo è anche per gli altri esercizi: la messa, la comunione, la liturgia delle ore, ecc. Per mezzo dell’esame, ciascun esercizio è diretto al suo vero scopo; i pericoli sono additati, gli ostacoli eliminati, la via rischiarata, l’anima assicurata, lo scopo raggiunto. Non solo ogni esercizio è perfezionato, ma tutti sono uniti, tutti convergono al medesimo scopo, sotto l’azione comune del principio direttivo. L’azione dell’uno si unisce a quella dell’altro, la sostiene e la fortifica; essi si sostengono come le pietre di una medesima volta; si fortificano come le lame di una stessa calamita e, in definitiva, la loro multiforme azione è una. Come sarebbe forte l’anima stretta in un tal fascio! Quanto avanzerebbe sollevata da una tale potenza!

492. La presenza di Dio. – Ciò che ho considerato mi conduce ad un’altra osservazione. Ogni esercizio pio comincia col ricordo della presenza di Dio; è una raccomandazione utile per tutti. Volendo parlare con Dio, debbo evidentemente cominciare col mettermi alla sua presenza. Ora, la maniera veramente pratica e profonda di mettermi alla presenza di Dio, è data dall’esame di coscienza inteso nel modo accennato. Se mi contento di chiamare alla mia memoria il ricordo di Dio, senza discendere nel mio cuore per rettificarlo, ciò mi sarà utile senza dubbio, ma non rettificherà le mie vie. Io potrò restare nella ricerca di me stesso e non andare a Dio. È ciò che accade ad alcune anime. Contraggono l’abitudine della presenza di Dio e delle giaculatorie; sono piene di tenerezza, di parole affettuose per Dio, e tuttavia sono quasi altrettanto piene di se stesse e infatuate di amor proprio. Non è un caso problematico. È la ricerca di sé!…

Ma se scruto il mio cuore per vedere dove sia, se rettifico i suoi sentimenti, dirigendoli a Dio ed alla sua gloria, allora sono efficacemente alla presenza di Dio, lo cerco veramente, vado a lui e lo incontro. Quest’atto s’impadronisce dell’intimo dell’anima, raggiunge la molla delle mie facoltà e le dirige a Dio e, se ne contraggo l’abitudine, arriverò veramente a vedere, ad amare e a ricercare Dio in tutto. Sarò pio.

493. Il grande strumento della pietà. – Riassumendo: l’occhiata dell’esame, assicurando ai miei esercizi il loro centro e la loro direzione, rischiarando le vie della mia azione, mantenendo le sue vie aperte all’azione di Dio, sarà il principale strumento di formazione. È impossibile seguire la via che conduce al fine ultimo senza il gran mezzo dell’esame; ed io la seguirò prontamente e facilmente solo mediante l’esame interno. San Francesco di Sales mi dice chiaramente che colui il quale desidera progredire, deve esaminare le abitudini e l’interno (n. 466). La ricerca di sé è così sottile, penetra talmente le idee, gli affetti e le abitudini, invade così profondamente l’interno, che, volendola cacciare fuori, è necessario andarla a scovare in questi trinceramenti; è necessario perciò rientrare in noi stessi. A ciò tendono queste riflessioni.

Distogliere l’anima dalle sue preoccupazioni esterne, per attirarne l’attenzione specialmente sull’interno; purificare l’interno del bicchiere e del piatto, affinché l’esterno sia anch’esso puro (cf. Mt 23, 26); far uscire l’anima dal particolare in cui si arresta, si affatica e s’inganna, per richiamarla al principio ch’essa dimentica; ridare al suo movimento spirituale i veri procedimenti della vita, l’unità e la semplicità del lavoro interno, l’unità del fine, della via e dei mezzi; sfrondare i procedimenti troppo convenzionali, la cui molteplicità giunge ad ostacolare il lavoro della vita: questo è lo scopo ardentemente cercato qui.

494. Consultare gli autori per le particolarità dei metodi. – Che dirò ora degli altri esercizi? Nulla, perché mi sembra che, se il loro compito generale nella pietà è ben compreso e se l’esame di coscienza li mantiene nella vera via, essi saranno perfetti o non tarderanno a diventarlo. Le questioni di metodo, come già dissi (n. 18), sono accessorie e necessariamente varie secondo i diversi bisogni e le differenti disposizioni delle anime. Non volendo qui trattare se non le questioni essenzialmente connesse con l’unico principale oggetto di tutto questo lavoro, io non studio che i rapporti essenziali, senza, trattare dei particolari intorno ai quali, del resto, si trovano i migliori consigli nei maestri di vita spirituale.

La vita interiore di F. Pollien cap.XI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO XI

I DIVERSI ESAMI

482. L’esame abituale. – 483. L’esame generale. – 484. Le due questioni fondamentali. – 485. Esame particolare. – 486. L’esame preventivo. – 487. Facilità soprattutto per la confessione.

482. L’esame abituale. – È tempo di parlare delle diverse specie di esame, se pure ve ne sono. Comunemente si distinguono: l’esame generale, l’esame particolare e l’esame preventivo. Innanzitutto, bisognerebbe ricordare ciò che chiamerò esame abituale. Esso consiste nella semplice rapida occhiata, che nella semplicità di un solo movimento riassume i tre atti consecutivi dell’esame di coscienza. Mi sembra di averne trattato abbastanza la natura e la pratica, per non insistere sulla sua necessità. Se voglio fare qualche progresso nella pietà, dovrò abituarmi a ripeterlo spesso. Quanto più ne contrarrò la facilità, tanto più la mia pietà avanzerà verso il pieno splendore del suo meriggio. Nel santo che raggiunge la cima, questo atto diventa il movimento unico della sua vita; l’atto si confonde con l’abitudine; non si sa più se sia un atto abituale o un’abitudine attuale. Egli si avvicina a Dio, che è atto puro. Mio Dio! Quando vi rassomiglierò?

483. L’esame generale. – Per l’esame di un giorno, di un mese, di un anno, di tutta la vita, conviene, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, far vibrare le corde una ad una (n. 466); ed ecco in che modo l’occhiata può procedere in questo. Occorre anzitutto verificare il punto fondamentale, il fatto più rilevante della vita, quello che deve manifestarsi sempre uguale in tutto, quello della risoluzione madre e maestra (n. 373). Come mi sono conservato rispetto all’azione di Dio?… Aperto o chiuso?… Ciò, in generale, è presto costatato. Poi: aperto o chiuso, perché?… Questo è il punto immediatamente pratico della disposizione particolare, attualmente predominante, e che forma l’oggetto speciale dell’occhiata (n. 468). Per una giornata, è ancora prontamente costatato, anche con le variazioni che la disposizione predominante ha potuto subire. Per un mese, un anno, una vita intera, la rassegna è necessariamente più lunga, molto meno tuttavia per un’anima abituata a controllare le sue azioni. Ma tali rassegne si fanno generalmente nel ritiro; il tempo, la luce e la calma dànno facilità di procedere con ordine e semplicità. Appena riconosciuta la causa o le cause di corrispondenza o di deviazione, lo stato della pietà passiva è controllato, ed è il punto più importante, poiché da esso proviene la vita.

In conseguenza della situazione della mia anima, qual è stata, circa il dovere, la mia condotta dinanzi all’azione di Dio? la questione della pietà attiva: questa deriva da quella. Che ho fatto?… in bene o in male?… interno od esterno?… E qui si devono esaminare gli avvenimenti principali dei movimenti interni, delle parole e delle azioni compiute nello spazio di tempo sottoposto all’esame. Dopo che l’occhiata ha richiamato l’anima al suo centro, facendole riconoscere la sua situazione di fronte a Dio, ha più facilità e prontezza nell’abbracciare, in uno sguardo quasi simultaneo, questi avvenimenti vari che sono come i punti di una circonferenza che attorniano il, centro; li comprende meglio nella loro specie, nella loro unione e nel loro insieme. Se si tratta di una giornata, ne ho il preciso controllo ad ogni istante, ne conosco soprattutto la viva fisionomia, poiché ne percepisco il concatenamenti vitale. Per un mese, per un anno, per la vita intera, l’occhiata dovrà prolungarsi secondo che dovrà spingersi più o meno lontano. Ma sempre, allorché parte dal centro, come più viva si proietta la luce, più netta si opera l’analisi, più istruttiva appare la sintesi, più semplice diventa il dovere, più fecondo s’afferma il risultato!

484. Le due questioni fondamentali. – Le due questioni circa la pietà passiva e la pietà attiva sono fondamentali e tali devono restare. Di esse devo cercar di riconoscere solo i tratti più salienti, principali, spiccatamente indicatori, perché è necessario che non ci si perda nei particolari, ma ci si arresti soltanto a ciò che è caratteristico nello stato dell’anima e negli avvenimenti della sua condotta. È cento volte meglio non raccogliere tutte le piante, anziché perdersi nella foresta. Così concepita, la risposta alle due questioni non è eccessivamente lunga, né difficile. Trattandosi di una semplice giornata, la cosa è tanto chiara. Nell’esame più complesso, di periodi più lunghi, l’esperienza proverà assai presto, da quante torture e inquietudini ci si liberi, partendo da principi basilari, per seguire le varie ramificazioni. Allora le rassegne della coscienza, anziché essere un angoscioso supplizio nelle tenebre, diverranno una visione luminosa nel giorno del Signore. Per quanto nere siano le ombre del nostro male o della nostra morte, noi vediamo brillare, al di sopra, i raggi trionfanti della divina misericordia, perché tutto vediamo in questa luce: il bene e il male. Oh, quanto si sa, quando si vuol vedere!… Il difficile non sta nel vedere, ma nel saper rivolgere lo sguardo dal lato buono. Oh, se sapessi, se volessi vedere! … Mio Dio, concedetemi di saperlo e di volerlo!

485. Esame particolare. – Il suo scopo è di atterrare Golia, il difetto predominante. Ottengo questo, ogni qualvolta faccio l’esame nel modo indicato. Appena ho gettato la mia occhiata nell’interno, domandandomi a che punto sono, colpisco il vero Golia, la disposizione che predomina, che mi impedisce di vedere, di amare e di ricercare Dio solo in ogni cosa… Ho dinanzi a me il nemico vivente che agisce, che io vedo, che afferro e abbatto.

Questo nemico principale, questa disposizione predominante di cui ho già trattato (nn. 467, 471), può variare da un giorno all’altro, anzi, nello stesso giorno. Ma queste stesse variazioni e oscillazioni m’insegneranno a penetrare certe realtà a cui non potrei giungere diversamente, e mi faranno intravedere, in profondità remote, certe cause segrete, la cui azione si può cogliere soltanto mediante le fluttuazioni ch’essa produce. Queste cause si richiameranno abitualmente all’una o all’altra di quelle tendenze umane che sono più vive in me e più opposte al dominio del divino. Ogni volta che ne ritroverò le manifestazioni, rinnoverò, in un modo speciale, la risoluzione di estirpare in me questo difetto che risalta maggiormente. È utile, dice san Francesco di Sales, che ognuno scelga un esercizio particolare di qualche virtù, ma non al punto da tralasciare gli altri. Lo sforzo di perfezionarmi su un punto, non sarà dunque esclusivo, non mi isolerà in un angolo dell’anima, non mi farà perder di vista l’orientamento di tutto il mio essere verso Dio. Non mi affaticherò a stabilire statistiche, che, per alcune anime soprattutto, sono spesso ingannatrici e inutili; non mi fermerò a esaminarmi soltanto su di un punto unico, a rischio di dimenticare il principale per l’accessorio, il fine per il mezzo; ma, analizzando sveltamente il mio cuore, così come si presenta, vivente, con i suoi battiti, le sue alternative di sanità e di malattia, coglierò sul fatto la mia disposizione dominante, per raddrizzarla, e il mio difetto principale per combatterlo. Niente può essere più efficace per giungere alla vera conoscenza e alla distruzione del vero Golia. In conclusione, l’esame particolare non è altro che l’occhiata che costituisce il centro di tutto l’esame. 486. L’esame preventivo. – Esso deve servire, all’inizio della giornata, per assicurarne la buona direzione e per farmi evitare i falli ai quali sono più esposto. Se, in tale momento, getto questo sguardo profondo del vero esame, in modo da mettere il mio cuore di fronte a Dio e da stabilirlo saldamente nella ricerca del fine supremo, il successo della mia giornata sarà garantito; il circuito elettrico è aperto. Prima di prevedere i particolari, il che ha indubbiamente la sua utilità, è importante stabilirmi nella ricerca di Dio e nell’oblio di me stesso; due cose che abbracciano tutto. La previsione delle circostanze in cui dovrò mantenere questa disposizione verrà in seguito; essa non è essenziale. Anche qui, come sempre, l’essenziale consiste nel regolare il centro.

487. Facilità soprattutto per la confessione. – L’essenza stessa dell’esame di coscienza mi mostra che, in sostanza, esso è uno e non molteplice. In ogni occasione va nell’intimo, vi penetra sempre nel medesimo modo, e con questo rapido e profondo sguardo mi rivela immediatamente a che punto mi trovo. Quindi, grande semplicità.

Inoltre, grande facilità. Non giri e rigiri; ma rapidità di occhiata sull’insieme dello stato dell’anima. All’inizio, il più grande ostacolo, anzi, l’unico ostacolo, è quello di volere sempre guardare più lontano del necessario, cercare, come dice il proverbio, il pelo nell’uovo e perdersi nei particolari. Con un po’ di buona volontà e con l’aumento di luce, che emana da tale esercizio, si arriva presto a correggersi di questo difetto. Grande efficacia; poiché, in tal modo, io vedo veramente la mia coscienza, vado alla sorgente, scopro le radici. Quale utilità per una confessione! Alla fine di una settimana, in cui mi sono così reso conto del mio stato interno, vado dal mio confessore e gli dico: Ecco quali sono state le mie disposizioni interne e gli atti principali che ne derivano; ecco le cause e gli effetti. In poche parole, ho messo il quadro dell’anima mia davanti ai suoi occhi. Egli vi legge come in un libro aperto, vede il mio stato, segue il movimento, scopre la molla, sorprende per così dire le pulsazioni della vita, e può, in poche parole anche lui, darmi dei consigli molto appropriati ai miei bisogni.

Al contrario, accumulando solo dei particolari, che farò? Una confessione molto lunga, ben poco chiara, sempre superficiale e insignificante, come tutte le confessioni comuni. E il confessore, che dalle mie parole non può sufficientemente comprendere il mio stato interno, è condannato a darmi avvisi applicabili più o meno a tutti.