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La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

CONTRIZIONE E RISOLUZIONE

476. Necessità. – 477. La contrizione perfetta. – 478. La contrizione imperfetta. – 479. Salire dall’una all’altra. – 480. Una risoluzione. – 481. Unione dei tre elementi dell’esame.

476. Necessità. – Posso io contentarmi di questo sguardo? Vedere è forse tutto? No, ma è il principio di tutto. Perché voglio vedere? Perché, come ho già detto (n. 473), per secondare il movimento della grazia e quello di ascesa verso Dio, è necessario correggere i difetti che si commettono, fortificare e sviluppare il buon movimento, quando esiste. Questa conoscenza sarebbe incompleta, se non conducesse alla contrizione e al proposito. La contrizione ripara il male e il proposito rafforza il bene; la contrizione guarda la strada percorsa; il proposito guarda il cammino da percorrere.

477. La contrizione perfetta. – La contrizione deve giungere a ispirarsi, come a motivo essenziale, all’amore perfetto, all’amore di Dio per se stesso e per la sua gloria. L’unico tutto della mia vita è di giungere a ricercare in ogni cosa la gloria di Dio. La contrizione è appunto il movimento che avvicina a questo, allontanandomi dal male. Questo movimento sarebbe imperfetto se non tendesse a questo fine superiore.

Poiché la gloria di Dio è il centro e il vertice di ogni cosa, tutto conduce ad essa, purché vi si voglia arrivare. Per conseguenza, tutti i motivi di contrizione e di amore, tutti i mezzi atti a svilupparli conducono a questo fine, purché io voglia dirigerveli. L’essenziale è di non arrestarmi per via, di mirare là e di salire fino a quelle altezze. Posso utilizzare, in quanto mi saranno utili, le industrie suggerite dai santi, le pratiche raccomandate a questo scopo dagli autori spirituali, ma sempre per elevare la mia anima fino a quella vista, a quell’amore e a quella ricerca di Dio, in cui si deve consumare la mia vita.

478. La contrizione imperfetta. – I motivi di contrizione imperfetta, ossia il timore dell’inferno, il desiderio del cielo, la bruttezza del vizio, la bellezza della virtù ecc., sono motivi buoni ed utili. La Chiesa li approva, i santi li raccomandano, Dio stesso vi è ricorso con la sua sacra parola, per determinare gli uomini a glorificarlo. Anch’io posso servirmene utilmente, ma in che modo? Come il sarto ricorre all’ago per far passare il filo. L’ago è necessario perché senza di esso il filo non sarebbe introdotto; ma l’ago non deve restare, altrimenti il filo non potrebbe entrare (n. 300). Così, i motivi di timore possono e debbono servire per introdurre il filo del puro amore; a tale fine bisogna che passino, e resti soltanto l’amore, perché la perfetta carità allontana il timore (cf. 1Gv 4, 18). Posso dunque domandare a Dio di trapassare la mia carne coll’ago del timore dei suoi giudizi; questa piaga sarà utile, se per essa si elimineranno gli umori del male e penetrerà la vera pietà. Oh, penetri il timore e s’introduca l’amore!

479. Salire dall’una all’altra. – Mi è dunque utile ricorrere al timore dei giudizi di Dio. Esso è un potente rimedio contro il male, un potente stimolo per allontanarlo, un preservativo energico che mi proteggerà contro le cadute. Però, dovrò stare bene in guardia contro quel concetto egoista e gretto che mi renderebbe sensibile unicamente alla perdita dei piaceri dei quali il peccato mi ha privato.

Se mi preoccupassi in questo modo di me, mi condannerei a non fare alcun progresso. Come uscire da se stessi quando ci si ripiega su se stessi? Vedendo in Dio soltanto il suo rigore, io obbedirò forzatamente e sarò preso da timore. Oppresso dall’alto dalle minacce divine, dal basso da quelle del peccato, la mia vita sarebbe un continuo tormento di angoscia e di dolore.

Si finirebbe per trovare e far trovare la religione penosa, soffocante, noiosa e scoraggiante.

Ma quando l’anima si dilata nell’amore, quando si eleva nella vera e soda pietà, quando la contrizione la riconduce alla vista, all’amore ed alla ricerca di Dio, allora, se il pentimento continua ad avere il suo stimolo, questo porterà con sé tanta dolcezza da immergere il dolore in un oceano d’infinita felicità. Bisogna davvero essere nemici di se stessi, per condannarsi a soffrire nella contrizione imperfetta, allorché si potrebbe trovare tanta quiete e tanto slancio nella contrizione perfetta. Occorre forse aggiungere che l’una scancella da se stessa il peccato, mentre l’altra non lo scancella che con l’assoluzione sacramentale?

480. Una risoluzione. – Nella contrizione, la detestazione riguarda il passato: il male da riparare; ma il motivo riguarda già l’avvenire: il bene da compiere. Ciò tuttavia non è che un desiderio, un germe, e questo germe non può restare infecondo: sboccerà nel buon proponimento e questo maturerà in una risoluzione. Dico: una risoluzione, perché qui bisogna ridursi all’unità.

Non parlo ora della risoluzione fondamentale, che deve esservi sempre, per dare principio ed appoggio alle altre, e della quale si è trattato nella seconda Parte (n. 373), ma della risoluzione speciale, propria del momento e del bisogno attuale, che deve ispirarsi e fortificarsi in quella fondamentale, secondo quanto è già stato detto.

Tale risoluzione io posso e debbo anche particolareggiarla, per farla giungere al punto più saliente, che è di raddrizzare la tendenza che si è maggiormente allontanata da Dio, o consolidare quella che gli si è maggiormente avvicinata, e così indirizzare totalmente il mio cuore alla gloria di Dio, nella volontà di Dio, nella grazia di Dio. Occorre sempre ritornare a questo punto.

481. Unione dei tre elementi dell’esame. – I tre elementi costitutivi dell’esame di coscienza sono dunque: l’occhiata, la contrizione e la risoluzione. Ma non sono essi anche i tre elementi costitutivi della pietà: vista, amore e ricerca di Dio? Come l’unione di questi tre elementi, in un unico movimento o stato dell’anima, costituisce la pietà, così l’unione dei tre elementi: occhiata, contrizione, risoluzione, in un unico movimento dell’anima, costituisce l’esame completo.

Infatti, nell’esame rapido che io ripeto durante il giorno, questi tre atti non sono affatto distinti, ma formano un solo moto istantaneo che è il rapido sguardo, in ictu oculi. Quest’occhiata è al tempo stesso: vista, amore e ricerca; sguardo, contrizione e proposito. Queste tre operazioni non si distinguono che nell’esame più prolungato, ad esempio, in quello della sera, in cui l’infermità della mia natura mi obbliga a separare le parti di questo movimento, ad analizzarle ad una ad una, a percorrerle una dopo l’altra, affinché ciascuna sia più perfetta e il tutto sia più completo.

In tal modo mi appaiono, ad un tempo, la distinzione e l’unione fra l’esame e la pietà. Questa è l’atto vivificatore; quello è l’atto verificatore e direttivo, che assicura l’integra e pura formazione del tutto. La pietà è l’insieme dell’anima e del corpo (n. 98); l’esame è l’occhio di questo corpo e di quest’anima.