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La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

NECESSITA’ DELLA GRAZIA

505. In generale. – 506. Per vedere. – 507. Per volere. – 508. Per agire. – 509. Noi non abbiamo il sufficiente. – 510. Vita nuova.

505. In generale. – Io mi devo elevare fino a Dio. Ma chi può elevarmi a lui se non lui stesso? Senza di lui non posso andare a lui. Nessuna creatura è all’altezza di Dio; nulla può elevarmi fino a lui. Ed io che posso fare? Con le mie sole forze non posso uscire da me stesso. Quando confido nelle mie forze, non esco da me, resto in me, nella ricerca di me. E quando, elevato a Dio, cesso di confidare in lui per confidare in me stesso, ricado in me; è la ricaduta nella ricerca di me; è il disordine.

Dio solo è la mia forza, il mio appoggio, il mio rifugio, il mio liberatore. Egli è il mio sostegno, il mio protettore, la forza della mia salvezza e il mio difensore (cf. Sal 17, 2-3). Io sono la vite, dice nostro Signore, voi i tralci. Colui che resta in me ed io in lui, questi porta molto frutto perché senza di me non potete far niente (cf. Gv 15, 5). Sant’Agostino fa notare che Gesù non dice: senza di me potete far ben poco, ma: senza di me non potete far nulla.

Senza di lui, non posso fare né poco né molto, non posso far nulla’.

506. Per vedere. – Se voglio, in particolare, convincermi della mia impotenza, non ho che da richiamare alla mia mente ciò che debbo fare e cioè: conoscere, amare e cercare Dio come mio fine, e la sua volontà come mia via. Ora, né la vista né l’amore né l’esecuzione, che costituiscono la pietà, sono in mio potere.

La vista di Dio, alla quale sono chiamato dal disegno misericordioso del mio Creatore, è assolutamente fuori della capacità naturale dell’occhio della mia intelligenza. Non parlo soltanto della visione eterna, a faccia a faccia, che sarà la grande beatitudine del cielo e che esisterà solo negli splendori della gloria. Parlo della vista semioscura della fede che penetra i misteri di Dio nella rivelazione della sua parola, della vista soprannaturale di Dio nello specchio degli esseri, e della sua azione nell’enigma dei loro movimenti. Da me stesso sono incapace ad avere il minimo raggio di questa vista.

Noi non siamo capaci, dice san Paolo, di pensare qualunque cosa da noi, come venisse da noi, ma ogni nostra capacità viene da Dio (cf. 2Cor 3, 5). Così, non soltanto non posso avere in me e da me la piena cognizione, ma nemmeno un semplice pensiero, un principio d’idea soprannaturale. Per vedere soprannaturalmente Dio nella sua parola, e l’azione di Dio nello specchio delle cose e nell’enigma dei loro movimenti, bisogna vedere nella luce di Dio. Questa sola dà all’occhio la penetrazione soprannaturale, l’estensione di vista che si chiama fede e con l’aiuto della quale esso scopre i misteri divini.

507. Per volere. – La mia volontà può forse, da se stessa, elevarsi a quell’amore di Dio che si chiama carità, che è la più divina delle virtù divine, l’anima e la vita di tutte le virtù e il vero vincolo d’unione fra l’uomo e Dio? « L’amore di Dio, dice san Paolo, è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5). Esso è l’opera, il dono, il gran dono dello Spirito Santo. So che è Dio che opera in me il volere e il fare (nn. 335-339). So che la volontà e lo sforzo dell’uomo non giungono fino a quel punto, poiché solo la misericordia di Dio opera questa elevazione (cf. Rm 9, 16). La carità è talmente opera della grazia, che i teologi disputano se essa sia o no distinta dalla grazia santificante. Dunque, per volere il bene di Dio, amare la sua gloria, ho bisogno del suo impulso, senza del quale mi perdo deplorevolmente nell’amore di me stesso e delle creature per me. La grazia, che è la luce del mio occhio, a cui dà la vista della fede, è anche il calore del cuore al quale comunica l’impulso dell’amore.

508. Per agire. – Senza la grazia, sono talmente incapace a compiere la minima opera di salvezza, che la pronunzia stessa di una sua parola è superiore alle mie forze. « Nessuno, afferma san Paolo, può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Cor 12, 3). Se la semplice invocazione del nome del Salvatore, invocazione meritoria e santificante, che è un atto di pietà, sta ad un’altezza inaccessibile alle sole forze della mia natura, qual è l’opera, qual è l’atto del quale io sono capace? Con la forza di Dio posso tutto (cf. Fil 4, 13), poiché ciò che è impossibile alle mie forze di uomo è possibile a Dio (cf. Lc 18, 27). Con la forza di Dio posso perciò compiere le opere più soprannaturali della mia vocazione; ma con la sola forza delle mie facoltà naturali non posso elevarmi a nessun atto di vera pietà soprannaturale. Le mie potenze hanno bisogno di essere accresciute, sopraelevate dalla virtù soprannaturale della grazia, che le rende atte alle operazioni della vita divina.

509. Noi non abbiamo il sufficiente. – Con le mie facoltà naturali posso vedere, volere ed agire; ma non è affatto questa vista, questo amore e questa ricerca che costituiscono la pietà cristiana, la quale è un’opera essenzialmente soprannaturale, che suppone nell’anima una vita soprannaturale. Gli atti di questa vita soprannaturale si esercitano mediante le mie facoltà naturali, ma unicamente in virtù del principio soprannaturale che le anima. Le mie facoltà prestano alla grazia il concorso della loro azione. La grazia è l’agente principale, il motore essenziale, la causa vitale. Il mio corpo non agisce soprannaturalmente che in virtù della grazia. L’anima produce le opere naturali, servendosi degli organi del corpo; la grazia produce le opere soprannaturali, servendosi delle potenze dell’anima. L’anima non basta, da se stessa, per le operazioni della vita soprannaturale, come non basta il mio corpo per le operazioni della vita umana; entrambi posseggono gli elementi primi e sono come la materia di tale vita; manca loro la forma. Essi non sono capaci, secondo la profonda espressione di san Paolo (cf. 2Cor 3, 5). Nel corpo è impossibile la minima operazione vitale senza l’anima; così, nell’anima è impossibile la minima operazione soprannaturale senza la grazia, poiché la vita del corpo è l’anima, e la vita dell’anima è Dio.

510. Vita nuova. – La pietà è dunque una vita nuova, superiore, una vera creazione di Dio, poiché nulla vi è in me che possa darle origine. Quantunque il mio essere naturale sia elevato a questa partecipazione divina, tuttavia, la vita stessa non ha principio da me, ma è creata da Dio in me.

Una volta creato alla vita naturale, posso compierne gli atti. Una volta creato alla vita soprannaturale, posso fare altrettanto; ma Dio, mediante la sua grazia, li compirà con me, in modo che i suoi atti saranno più numerosi dei miei. Da me stesso sono un nulla, incapace di un’azione soprannaturale come lo sono della mia creazione. E’ la grazia, dice l’apostolo, che vi dà la salvezza mediante la fede; e questa non viene da voi, ma è dono di Dio; né dalle vostre opere, affinché nessuno se ne vanti, perché noi siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per fare le opere buone preparate da Dio in modo che noi possiamo praticarle (cf. Ef 2, 8).

La santa animazione alla pietà ed alle sue opere proviene dunque dal soffio di Dio. Questo è ancora il motivo per cui san Paolo la chiama nuova creatura (cf. 2Cor 5, 17), nuova vita (cf. Rm 6, 4), l’uomo nuovo che è stato creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (cf. Ef 4, 24). Ciò che qui chiama giustizia e santità vera, altrove chiama: fare la verità nella carità (n. 90); sono questi ancora i tre termini della pietà. Perché io abbia questa nuova vita che è secondo Dio, simile a quella di Dio, questa vita che è la giustizia e la santità della verità, cioè la pietà, bisogna ch’io vi sia creato. Tutto deriva dalla grazia, tutto: verità, giustizia, santità, vista, amore e ricerca di Dio.