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La strada migliore (seconda parte)

monaca 5

Ecco a voi la seconda parte. Buon completamento di lettura.

Comunque la nostra vita è stata mediocre finora e per quanto ci sia scoraggiato il nostro ricordo, non abbiamo motivo di mettere da parte questa risorsa: al contrario, è nostro dovere chiedere alla fonte suprema di darci le forze affinche torniamo all’amore eterno. La cattiva condotta non deve mai servire come pretesto per una timidezza dell’anima, come se l’amore che abbia bisogno dovesse essere riservato alle anime scelte. Infatti, questo non è ciò che dice il Maestro divino: quando un pubblico peccatore osa saltare i piedi con le lacrime e poi asciugarle con i capelli, si protende contro le critiche del fariseo, e condotta senza colpa: “Non mi hai dato il bacio della pace, e questo non ha smesso di baciare i miei piedi fin da quando è entrato. Non hai unto la mia testa con balsamo; e mi ha unto i piedi con balsamo. Da ciò che ti dico, molti peccati sono stati perdonati, perché amava molto “(Luc. VII, 45-46).

La carità deve fecondare tutta la nostra vita, è essa che dobbiamo cercare in tutte le cose e deve essere la ragione costante delle nostre azioni. Dobbiamo lasciarci guidare dall’amore affinché cresca nella nostra anima. Nessuno parlava di carità con più entusiasmo che il convertito di Damasco, e nessuno si lasciò trasportare più da lui, che desiderava così ardentemente che la morte liberatrice fosse con Cristo. “Perché l’amore di Cristo ci costringe”, dice, “perché sappiamo che Cristo è morto per tutti, affinché coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (I Cor. , 14-15).

Dio ci quasi obbligherà, con il potere del suo amore, a cedere a Lui: tuttavia, strettamente, non esercita pressione sull’anima, perché ci ha creato liberi e ama la vita della libertà.

La carità è il vivo legame tra il Padre e il Figlio: deve anche essere il legame che collega le volontà e le intelligenze a unirli a Dio. È un dono inestimabile che riceviamo al battesimo: una volta arrivati in questo mondo, Dio ci concede il diritto alla cittadinanza nel Cielo. Il suo Spirito, come porta interna, versa la carità divina: “L’amore di Dio viene versato in noi, San Paolo dice, dallo Spirito Santo che ci è stato dato “(Rom., V, 5).

Noi, che Dio ha scelto combatterà nel suo nome, non possiamo, in alcun modo, essere contento di coltivare questa o quella virtù: non c’è, si dice ancora una volta, che non è necessario. Crescono e portano frutto come l’amore cresce; allo stesso modo perdono la loro brillantezza e valore come la carità si indebolisce. E questo è ciò che l’Apostolo ci indica: “Soprattutto questo, hanno la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col, III, 14). “Lasciate che tutte le tue opere siano fatte in carità” (Cor. Xvi, 14). L’amore non riposa solo quando raggiunge una vittoria totale: quanto v’è-questo può essere vero, prima di tutto, per l’amore infinito che ha dato tutto e non può soddisfare con frammenti o resti della nostra capacità di amare
L’amore sa ogni occasione per toccare il cuore dell’amato: nei momenti di gioia ringrazia; nelle ore del dolore prova la sua fedeltà. Filiale accettazione di tutto ciò che si trovava nella certezza calma che non succede nulla senza l’intenzione di amore di Dio per noi – per quanto doloroso che l’evento ci sembra – tale consenso e questa fiducia sono una preghiera costante, attraverso la quale tutti se vivi per amore di Dio. In questo modo, il nostro comportamento è in armonia con il disegno eterno, “viviamo secondo il fondo delle cose”.

Un intento raccolto e rinnovata nel corso della giornata tutte le volte che le nostre occupazioni materiali in esso permesso, mantengono il nostro cuore alto a Dio: è un’offerta che i più poveri dei peccatori è fino a che fare quando si considera la tua miseria. Ai piedi della croce, davanti al tabernacolo, i momenti sacri dopo la Santa Comunione, siamo uniti a Gesù, nostro amico, e qualunque sia il motivo che ci separa da Lui, possiamo tornare senza indugio al Cristo in un nuovo impulso ad amare. in modo da viaggiare con lui la via della nostra vita, siamo portati a comprendere meglio la sua parola che riassume questo precetto e questa promessa di amore – come riconosciuto dopo camminavano in Sua compagnia divina, i discepoli di Emmaus: “Non è vero abbiamo sentito bruciare i nostri cuori quando ha parlato con noi lungo il cammino e ci spiegava le Scritture? “(Lc., XXIV, 32).

La strada migliore (prima parte)

in cammino

Ancora un brano per voi, tratto dal libro ” Intimidade com Deus” dall’originale francese “Parole de Dieu et vie divine”.

Il sermone che vi offro oggi dal titolo “La strada migliore” l’ho diviso in due parti, data la sua lunghezza,…eccovi la prima.

 

La fedeltà a certe pratiche religiose non è sufficiente a rendere l’uomo interiore. Colui che merita veramente questo nome non smette di pregare quando la sua bocca è in silenzio, né elogia Dio quando deve parlare di cose indifferenti. Il pericolo di una regolarità troppo esterna è quello di mettere limiti alla vita dello spirito e di rendere puramente meccanica l’espressione della pietà. È quasi inutile insistere su questo, poiché il Vangelo ci avvisa diverse volte di pericolo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me” (Matt. Xv, 8).

Quello che conta nella vita spirituale non è il numero di preghiere né l’accumulo delle pratiche, ma la continuità di una fede viva, il generoso abbandono di se stessi e l’intima unione con il Nostro Signore. Il valore delle virtù è misurato dalla fonte: i nostri atti valgono le nostre intenzioni e finché sono costantemente alzate da Dio per fede, speranza e carità, non c’è nulla nella nostra esistenza che non possa essere un’azione di grazie, non dare gloria eterna al Padre “. Non tutti quelli che dicono: Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli; ma che cosa fa la volontà del Padre mio, chi è nei cieli entrerà nel regno dei cieli “(Matt. VII, 21).

Finché non abbiamo sentito la chiamata a una vita interiore, non abbiamo pienamente compreso le parole di Cristo. E finché il nostro cuore è soddisfatto di parole di routine, quasi automatiche, siamo sicuramente lontani dall’adempimento del precetto: Amore con tutta la tua comprensione e con tutto il tuo cuore! È necessario che la nostra vita sia toccata da Lui e finché la nostra persona non cessi di appartenere a noi per rinunciare a tutti per l’amore: l’ingiunzione di Dio non può avere altro significato. Quando ci avviciniamo a Dio, una trasformazione avviene nel nostro essere, che diventa spiritualizzato e si adatta a ciò che ama. Sarebbe un grande pericolo per la nostra anima se fosse limitata alla formula e ai gesti convenzionali e non esplorasse quella parte più profonda dove Dio l’attende. “Ma l’ora viene e viene, quando i veri adoratori adorano il Padre nello spirito e nella verità. Perché sono questi adoratori che il Padre cerca. Dio è spirito; e nella verità e nello spirito è che dovrebbero adorare quelli che lo adorano (Giovanni, IV, 23-24).

Più di un modo si presenta all’uomo che vuole camminare nella luce seguendo i consigli del Maestro. Alcuni si danno alla vita di penitenza, altri cercano ritiri e solitudine, altri si sentono ancora chiamati alla povertà evangelica: ognuno di questi mezzi è adottato e apprezzato in modo speciale da alcune famiglie religiose. Ma cosa, della povertà, della solitudine e persino della penitenza, se non fossero animate da un’intenzione pura, è veramente divina? Infatti, possiamo abbandonare il mondo e i suoi piaceri, imparare a rinunciarci e dominare noi stessi con un’idea egoista; non è necessario essere cristiani per avere uno di questi ideali: Grecia e India hanno avuto eroi di ascesi filosofici che non si avvicinavano nemmeno alla santità. Nessuna virtù dovrebbe essere spiegata, perché ciò che occupa il luogo che è stato liberato da questa mancanza di vigilanza è sempre una forma di amore di sé: ciò che conta affatto non è trascurare il proprio dovere mentre si compie l’altro.

E poichè il pericolo di questa parzialità è costantemente in agguato nella nostra volontà imperfetta, dobbiamo sostenere la nostra azione, la nostra visione dei valori, al punto più alto – il più sicuro. È Dio che per fortuna lo indica e ci invita con la bocca dell’Apostolo: “Prendi quindi i migliori doni. E ti mostrerò un modo ancora migliore. Sebbene io parlo le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho carità, sono come un ottone che suona, o come un tamburo cembalo. E se distribuisco tutti i miei beni ai poveri e danno il mio corpo per essere bruciato, se non ho carità, nulla mi guadagna “(I Cor., XII, 31-XIII, 1-3).

Pedro il postulante (parte prima)

Pedro il postulante (parte prima)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

lo studio in cella

lo studio in cella

Cari amici, avevamo lasciato il giovane Pedro alle prese con i compiti affidatigli dal Maestro Dom Giovanni e lo ritroviamo, nel prosieguo del racconto, nella sua cella.

La luce era scivolata nella cella di Pedro per più di un’ora, ma egli stava ancora dormendo. Poi, alle cinque e mezzo, il prolungato suono della campana della campana bruscamente ha interrotto i suoi sogni ed aprì gli occhi. In quel breve momento, che separa il sogno dalla veglia, percepiva qualcosa di strano. La luce non proveniva dall’angolo della soffitta come al solito; il soffitto basso era più alto di qualche metro; le lenzuola erano diverse … Stava ancora sognando? Poi, diventando consapevole, notò il fatto che egli era in certosa, in una delle celle Ehi ‘Pedro! Un’ondata di gioia e di gloria, invase e, per un attimo, lui sopraffatto: “In certosa… al sicuro” Saltò fuori dal letto e istintivamente cadde in ginocchio, baciò la terra e adorò la bontà di Dio, per un momento di estasi. Corse alla finestra e l’aprì largamente. Gli uccelli nel loro giardino cantavano alla luce del sole del mattino. Quando la mattina il colore dell’oro dipinge,
Quando risvegliando il mio cuore proclamo Lode sia a Gesù! Nella preghiera come al lavoro, per il mio Gesù canto: Lode a Gesù! Lodato sia Gesù!
Una volta lavato e vestito, si avvicinò al tavolo per essere sicuro di seguire le istruzioni del suo Maestro. Andò al suo oratorio per leggere alcune delle sue preghiere preferite. Ecco il piccolo libro che aveva portato con se, in cui Brigida, la grande santa svedese, ha espresso le sue contemplazioni sulla Passione. Per Pedro, ella ha illustrato, in modo molto realistico, il grande dramma del peccato e la sua redenzione. Il suo cuore bruciava d’amore per il suo Signore e un ardente desiderio di soffrire per Lui. A dire il vero, dopo un quarto d’ora, di quello che potremmo chiamare meditazione, il povero Pedro era così ardente d’amore che dovette calmare il suo ardore. Così, avvicinandosi, baciò i piedi del crocifisso ligneo, dipinto con realismo, che era appeso nell’oratorio, poi, con un coraggio che non aveva avuto fino ad ora, si alzò per essere in grado di poggiare le labbra sul lato forato in cui il sangue scorreva a fiotti rimase in contemplazione. Pedro non aveva dimenticato che l’opera lo stava aspettando. Inoltre, sapeva che un tale fervore viene e va, perché “i fuochi violenti si spegnono da soli e rapidamente”. Il pomeriggio precedente, aveva trovato una scatola e un libro in cella. Una piccola nota, che non era scritta da Dom Giovanni Lanspergio, nella quale si diceva di iniziare la copia del volume che lo accompagnava. “Lascia un margine di poco più di un centimetro”, diceva, “circa diciotto righe per pagina, con una media di dodici parole ciascuna. E per favore non usare mai le lettere maiuscole ».

Tutti gli strumenti erano all’interno della scatola, con alcune matite senza punta e una boccetta d’inchiostro nero, ma non rosso o blu, che rendeva impossibile scrivere le lettere maiuscole. Poi cominciò con una mano ferma: Incipit liber institutionum Joannis Cassiani, monachi (Iniziato il libro delle istituzioni di Casiano, monaco)
Il libro era stato deliberatamente scelto per servire sia l’esercizio fisico che l’istruzione.
La sera prima, aveva fatto quasi metà pagina, e ora stava continuando il suo compito. Un’ora dopo, al rintocco della campana egli si recò nella chiesa, dove doveva servire la Messa. Il sacerdote, prostrato sulle scale dell’altare, stava preparando per la celebrazione, non si rese conto che Pedro era lì. Solo quando aprì il messale per iniziare l’introduzione, Pedro ebbe l’opportunità di vedere il suo volto. Egli si concentrò sui suoi doveri dell’altare, e cominciò, come Dom Giovanni aveva prescritto, ciò che potremmo chiamare i Misteri Dolorosi del Rosario. Ogni Ave Maria finì con un piccolo ritornello che ricordava il corrispondente mistero, come Dom Domenico di Treves aveva insegnato.
Al termine, dopo la Messa, nell’ aprire la porta della sua cella, entrò provando una piacevole sensazione di appartenenza. Era tutto suo, non c’era nessuno che avrebbe potuto turbare la sua pace. Nessuno tranne la quasi percepibile presenza della Regina e della Madre, nella sua nicchia, vicino alla porta, e di fronte alla quale si inginocchiava, salutandola. C’era anche questa altra grande Presenza, più di un Fratello, il cui amore fece della piccola cella un pezzo di cielo caduto sulla terra.
“Quindi starete al sicuro nella cella! Non ci imprigioniamo per castigarci”: aveva scritto un certosino inglese un secolo prima, ma per una maggiore sicurezza. Perché ci sono posti come nella alta, solida torre della religione, in cui le frecce velenose di questo mondo malvagio e le tempeste inquietanti di questo mare amaro sono in grado di raggiungerci
La giornata finì quasi prima che fosse iniziata, così breve era quel programma di occupazioni. La domenica è trascora con una velocità sorprendente e da maggio si è arrivati a giugno, senza rendersene conto.
Continua…..

Dio è silenzioso quando parla

Forza silenzio 6

Ancora uno stralcio della “preziosa conversazione” di Dom Dysmas de Lassus, contenuta all’interno del libro del cardinale Sarah, La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Parole semplici e preziose!

Nella relazione con Dio tutto è paradossale. Le realtà che nell’uomo si contrappongono, in Egli sono una cosa sola. La presenza e l’assenza si sovrappongono, come dice la deliziosa quartina del poeta Rainer Maria Rilke.

Per incontrare Dio bisogna essere felici

perchè quelli che lo invocano con angustia

vanno molto veloci e cercano poco

l’assenza della sua intimità.

Parola senza voce o comunione silenziosa; queste espressioni indicano la realtà sempre misteriosa dell’incontro con Dio. Non potrebbe essere diversamente. Quando l’infinito si incontra con il finito, questo incontro sfugge ai nostri limiti naturali.

In certosa non cerchiamo il silenzio, ma la intimità con Dio attraverso il silenzio. E’ lo spazio privilegiato che permetterà la comunione; appartiene all’ordine del linguaggio, ma un linguaggio di altra categoria.

Per questo gli Statuti dell’Ordine, cominciano con queste parole essenziali:

A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, per mezzo dello Spirito Santo, si scelse fin dal principio degli uomini per condurli nella solitudine e per unirli a sé in intimo amore. Seguendo tale chiamata, nell’anno 1084, Maestro Bruno entrò con sei compagni nel deserto di Certosa e vi si stabilì. ” (1,1)

Dobbiamo tornare di nuovo indietro al mistero di Gesù. Duemila anni fà, Dio parlò nel mezzo del mondo con una parola umana identica alla nostra. Cristo visse trentatrè anni su questa terra e, durante trenta dei quali, la sua parola non oltrepassò i confini di un villaggio di un centinaio di abitanti. Questo è il silenzio di Dio. E’ sulla terra e rimane nascosto. Si può parlare di un Dio silenzioso? Io parlerei piuttosto di un Dio nascosto. Sono due sfumature della stessa realtà che offrono lo stesso contrasto: Quello che è silenzioso è il modo di parlare di Dio. Dio è silenzioso quando parla. Quando il Verbo si fa carne, si mostra davanti ai nostri occhi, e per questo stesso, velato nella sua divinità.Quando parla con parole umane, la parola divina ci risulta ascoltabile ed è nascosta: la maggioranza ascolta le parole umane senza prestare attenzione. E’ un sorprendente paradosso. Dio si abbassa fino a parlare il nostro linguaggio e ciò ci rende sordi alle inflessioni divine di questa voce troppo terrena.

Per tutta la vita, Gesù parlo con parole, ed una volta anche con corde. Ma davanti al Sinedrio, al cospetto di Erode e Pilato tace. Al sommo sacerdote gli dice: Io ho parlato chiaramente al mondo, e non ho detto niente in segreto. Domanda a quelli che mi ascoltarono, di cosa gli ho parlato, loro sanno quello che ho detto (Giovanni 18, 20-21). Questa risposta gli valse uno schiaffo: non è esattamente la situazione di oggi? Gesù ha pronunciato la parola che Dio voleva indirizzare al mondo. Ha compiuto la sua missione fino alla fine. Se vogliamo sapere quello che ci dice, dobbiamo domandare a coloro che sono i suoi testimoni, o a quelli che sono accreditati da Lui, ovvero la Chiesa. Ma questa è una risposta che non piace…

Il silenzio di Dio, non ha nulla a che vedere con chi non parla con il suo modo di esprimersi e con la poca voglia di ascoltarlo.

Nella vita spirituale, si alternano in successione, un Dio che si mostra ed un Dio che si nasconde, un Dio che si fa ascoltare ed un Dio che tace. La preghiera ci insegna la sottigliezza della parola divina.

E’ Dio che è silenzioso, o siamo noi che non lo ascoltiamo perchè il nostro orecchio interiore e la nostra intelligenza, non sono abituate al suo linguaggio?

Il frutto del silenzio consiste nell’apprendere a distinguere la sua voce, anche quando conserva sempre il suo mistero.

Nella preghiera, la voce è potente nel senso che è capace di giungere nel più intimo del nostro essere, ma si manifesta in maniera estremamente discreta. Le strade della vita spirituale sono molto diverse, e c’è chi può attraversare un deserto che sembra non aver fine. Alcuni toccano, praticamente, con tutte le dita il silenzio di Dio nella propria vita. Questo può dar vita a forme mistiche, come dimostra la dolorosa esperienza di Madre Teresa di Calcutta; dopo anni di profonda intimità con il Signore, la santa vide come tutto andava scomparendo. Anche Teresa del Bambino Gesù, visse questa forma di abbandono nei suoi ultimi due anni di vita. Ciononostante, non è questa la regola generale, e l’anima contemplativa che ha appreso il linguaggio dello Sposo divino, se non lo ascolta mai come si ascolta la parola umana, apprende progressivamente a percepire in tutta la sua traccia. Inoltre questa anima somiglia ad una donna innamorata che sa di essere intensamente amata, e che aspetta di riunirsi nuovamente con il suo sposo per la notte. Per questo, per tutto il giorno, anche senza incontrarlo, vede ovunque segnali della sua presenza. Ecco una lettera affettuosa senza firma, ma il cui testo conosce troppo bene per poter dubitare la provenienza; c’è un mazzo di fiori, senza altre spiegazioni, anche se alcuni dettagli rivelano chi possa averlo lasciato. Più tardi andando in campagna ed ascoltando la musica di un flauto la cui origine non si percepisce chiaramente, ma la donna sa che si tratta di lui che suona per lei, mentre la persona che la accompagna non sospetta niente. E così tutto il giorno. Lei lo sente dappertutto, dappertutto vede segni della sua presenza, ma dell’attenzione che presta e che sembra che non smetta mai di parlare con lui, anche se non lo vede. Si va preparando per l’incontro della notte, quando finalmente potranno parlare. E’ lì come un profumo, impalpabile, ma totalmente percepibile, presente in ogni luogo, anche se non si riesce a stabilire da dove proviene.

Credo che Dio parli in silenzio.Non finisce mai di stupirmi la sua discrezione, i suoi modi delicati, infinitamente rispettosi della nostra libertà. Siamo fragili come il cristallo, e Dio modula il suo potere e la sua parola per adattarsi alla nostra debolezza.

L’amore non si impone, non può imporsi. E come Dio è l’amore infinito, il suo rispetto e la sua delicatezza ci sconcertano. Precisamente perchè è presente dappertutto, a cura di nascondersi, per non imporsi. C’è un comandamento divino che ci ordina di amarlo, ma questo è soltanto un primo livello; così lo esprima in modo splendido la lettera di un fratello certosino: “Mio Dio, è incredibile che ci hai detto di amarci l’un l’altro. Dato quello che sei e quello che noi siamo, dovresti proibircelo, ma se ce lo permetterai noi ti ameremo segretamente.”

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

RIEPILOGO GENERALE

538. Alleluia. Deo gratias. Amen. – 539. L’unità. – 540. La vita. – 541. Comandamenti alla mia portata. – 542. Via fa­cile. – 543. Preghiera.

538. Alleluia. Deo gratias. Amen. – Al termine della corsa, dando uno sguardo generale ai tre luoghi di idee percorse, io vedo emergere in ciascuna di esse un punto, come un faro luminoso. Nella prima, la gloria di Dio, che predomina come fine; nella seconda, il grazie che apre la via alle operazioni di Dio ed alle mie; nella terza, l’occhiata dell’esame di coscienza, che adatta alla grazia e dirige l’uso dei mezzi.

Per dare a ciascuno la sua veste liturgica, dirò che la prima si sintetizza nell’Alleluia, la seconda nel Deo gratias e la terza nell’Amen.

Alleluia, lodate il Signore, glorificate Dio. Anima mia, elevando questo grido dal tuo intimo, che puoi dire di più per formulare il tuo canto?

Deo gratias, grazie a Dio; grazie per quel che compie e per quello che domanda; grazie assoluto di viva conformità alla sua azione e direzione. Questo grazie è la formula più perfetta per conservarti e spronarti nella tua via, o anima mia.

Amen, col suo duplice significato di assenso e di affermazione. Amen, così sia, per tutte le sollecitazioni e gli impulsi della grazia. Amen, in verità, per dare all’occhiata il suo orientamento e la sua efficacia e porla nella luce di colui che si è chiamato: l’Amen, il testimone fedele e verace (cf. Ap 3, 14). Ecco dunque, anima mia, il motto per farti corrispondere ai mezzi di Dio, per illuminarti circa l’uso dei tuoi.

In queste tre esclamazioni della tua preghiera, tu hai il triplice segnale della tua pietà, che ti rammenta il tutto del tuo fine, della tua via e dei tuoi mezzi.

539. L’unità. – Ed ecco in che modo la pietà è ricondotta all’unità del fine, della via, dei mezzi, di tutto. Non vi è che un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, dice il grande apostolo. Non vi è che un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e verso il quale dobbiamo elevarci; che è in noi tutti per elevarci a lui; e che si serve di tutte le cose come mezzi per condurci a lui (Cf . Ef 4, 5-6).

Com’è facile a un’anima che ha compreso ciò, progredire con questo mezzo, su questa via, verso questo fine! La pietà così compresa, così liberata dalle molteplici complicazioni, nel cui dedalo ci si smarrisce troppo spesso, non è forse alla portata di tutte le anime avide di perfezione? Essa mi appare grande, è vero, infinita come Dio, ed io vedo un po’ meglio l’estensione di quella sentenza del Salvatore: « Siate dunque perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste » (Mt 5, 48). Quanto è semplice questa grandezza nella sua unità!

540. La vita. – Qui dunque l’unità è dappertutto, come pure la vita. Il capitolo che apre e spiega la prima Parte è intitolato: La vita. In realtà, che cosa ho io fatto nei quattro libri che compongono questa prima Parte, se non meditare sugli elementi, sull’ordinamento, sulla crescita e sul coronamento della mia vita? La seconda Parte mi ha mostrato le vie della vita; i mezzi di essa costituiscono l’oggetto della terza Parte. L’opera intera è intitolata: La vita interiore. Questa, infatti, ho cercato continuamente e senza tergiversazioni. Ho cercato la vita nelle sue sorgenti; ma la vita con Dio, interiore, non la vita di agitazione esteriore, la quale, separata da lui, non è che lo sciupio dell’esistenza.

Mio Dio! da questa meditazione mi sembra di aver attinto un vero desiderio di vivere, ossia di crescere sempre e con tutti i mezzi. Conoscere, ma in voi, per mezzo vostro, per voi; crescere continuamente, senza riposo, fino all’eternità del riposo nella pace.

541. Comandamenti alla mia portata. – « Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male… Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui » (Dt 30, 11-20).

542. Via facile. – « Ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via santa; nessun impuro la percorrerà e gli stolti non vi si aggireranno » (Is 35, 8).

Ecco davanti a me questo sentiero della perfezione, ecco questa grande via della santità. Pochi sono quelli che sanno trovarla (cf. Mt 7, 14), poiché colui che è ostacolato dalla ricerca di se stesso e delle creature non la conosce affatto. Batte le vie molteplici e difficili delle creature, ma ignora la via di Dio (cf. Sap 5, 7). Questa non è difficile; è unica, diritta, breve, facile, sicura. Vi si può camminare senza timore, avanzare senza pericolo. Non si richiede né la sagacia del giudizio, né l’abilità dell’esecuzione. Il più semplice, il più ignorante, il più stolto stesso, non corre rischio di smarrirvisi. Essa è alla portata di tutti. Ascoltiamo dunque tutti il consiglio del saggio Tobia: « In ogni circostanza benedici il Signore e domanda che ti sia guida nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine » (Tb 4, 19).

543. Preghiera. – Mio Dio, Padre della mia vita, fate che, in tutta la perfezione accessibile al mio essere, oggi e tutti i giorni della mia vita, docile alla grazia del vostro Spirito Santo e fedele ai miei mezzi di santificazione, resti incessantemente conforme alle disposizioni della vostra Provvidenza ed esatto nei doveri del mio stato, affinché per voi prima di tutto, e per voi solo, io cresca in Gesù Cristo, mediante l’operazione della verità nella carità, e mi rallegri della somma ed unica gloria del vostro nome.

Così sia.

ATTENZIONE: Da oggi nella sezione Download è disponibile l’intero libro di  Dom François Pollien “La vita interiore, semplificata e ricondotta al suo fondamento” in formato PDF da poter scaricare.

 

 

La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

GESÙ CRISTO

532. Invocazione. – 533. L’Incarnazione. – 534. La Redenzione. – 535. La vita mistica del Cristo. – 536. Questo libro è una prefazione. – 537. Non è che una prefazione.

532. Invocazione. – O mio Gesù, finora ho parlato assai poco di voi. Quanto è difficile parlar bene di voi e quanto poco so parlarne io! Vorrei contemplarvi e conoscervi per dire qualche cosa di voi. Ma, come Simon Pietro, lo stupore m’invade e non so far altro che gettarmi ai vostri piedi e dirvi: O mio Maestro, allontanatevi da me che sono peccatore! (cf. Lc 5, 8).

Ho parlato poco di voi e tuttavia non ho cercato qui che una sola, unica cosa: il segreto di divenire simile a voi. Ho cercato le profondità di questo segreto, poiché mi sembra che sia un segreto profondo. Non ebbi affatto l’ambizione di conoscere, come i santi, quale ne sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza (cf. Ef 3, 18). Sono troppo piccolo per giungere a queste dimensioni. Ho voluto almeno trovare qualche cosa della profondità, cercare i fondamenti ed i primi elementi della carità, per arrivare, in seguito, a coglierne tutte le dimensioni.

533. L’Incarnazione. – Non mi sono dunque soffermato a contemplare la vostra sacra Persona e, nella sua unità, l’unione della divinità all’umanità. Non sono affatto risalito a questa prima legge della creazione, la cui integrità conteneva e continua a contenere l’idea completa di Dio. Là voi esistevate prima di ogni altra cosa, primogenito di tutte le creature (cf. Col 1, 15); capo del corpo, di cui gli eletti, angeli e uomini, dovevano essere le membra; re del creato, che universalmente era destinato a servirvi ed a formare la vita dei predestinati in voi. Neppure mi sono fermato finora a considerare il mistero della vostra Incarnazione, causa primordiale della creazione, che contiene la pienezza dell’idea creatrice, la forma completa di tutto ciò che sarebbe avvenuto dall’inizio fino alla consumazione dei secoli; luce vera che illumina ogni uomo (cf. Gv 1, 9); luce che lo illumina su Dio, su se stesso e su tutte le cose; luce, non solo di questo mondo, ma dell’eternità; luce che non ha bisogno del sole, né della luna per risplendere, perché il suo splendore è la gloria di Dio, e voi ne siete la fiaccola (cf. Ap 21, 23). Seduto ancora all’ombra, non ho potuto accostarmi all’irradiazione del vostro sole nel suo meriggio; la luce tuttavia mi è venuta da voi, diffondendosi parzialmente sull’incertezza dei miei passi.

534. La Redenzione. – Non ho contemplato neppure il mistero della vostra Redenzione, per mezzo del quale avete restaurato la gloria del Padre vostro e la felicità dei vostri fratelli, degradati dalla prevaricazione; per mezzo del quale ci avete restituita la grazia e la speranza della gloria. Non ho contemplato il sacrificio in cui avete offerto tutto voi stesso, spargendo il vostro sangue per la Chiesa che amate, al fine di santificarla, dopo averla purificata nel battesimo di acqua, mediante la parola di vita, per possederla gloriosa, senza macchia, senza difetti, ma santa e immacolata (cf. Ef 5, 26). Non ho contemplato nemmeno il mistero della sofferenza, iniziata col vostro annientamento nella carne, continuata durante i trentatré anni della vostra vita mortale, consumata sul Calvario; lungo martirio, in cui i vostri occhi hanno versato abbondanti lacrime su tante miserie, il vostro cuore ha accettato molteplici immolazioni, la vostra vita ha subito ogni sorta di umiliazioni e di privazioni, l’anima vostra ha portato il peso di tutti i peccati del mondo, che vi causarono un’agonia di sangue. Non ho contemplato la vostra Passione, con gli inesprimibili tormenti dell’anima e del corpo; la vostra Croce, strumento allora dei vostri ultimi supplizi e ora delle nostre benedizioni; infine, ultima testimonianza di amore dataci dopo morte, la piaga del vostro sacro costato, fonte aperta alla casa di Davide e agli abitanti di Gerusalemme, per lavare il peccato e l’impurità (cf. Zc 13, 1); sorgente divina in cui si alimentano i sacramenti. Non ho contemplato tutte queste munificenze della vostra carità, che soddisfa ai rigori della giustizia e che innalza al disopra di essa la misericordia; ne ho scorto appena qualche piccolo segno. E tuttavia non è proprio questo il grande sacramento della pietà, che è stato manifestato nella carne, giustificato nello Spirito, svelato agli angeli, predicato alle nazioni, creduto nel mondo, elevato nella gloria? (cf. 1Tm 3, 16).

535. La vita mistica del Cristo. – La vita che vivete in noi e che ci fate vivere in voi, quale estensione dei misteri della vostra Incarnazione e Redenzione; l’intimo delle comunicazioni in cui, divenuto nostro ceppo, noi siamo i vostri tralci; questo mistero della Chiesa universale, animata dal vostro spirito, dilatata dalla vostra linfa, che per mezzo vostro dà frutti di santità, prepara quaggiù le glorie eterne, forma nel suo seno i figli dell’immortalità e si avvia verso il numero completo dei predestinati, nei quali risplenderà in eterno la glorificazione voluta dal Creatore; questo termine della Chiesa eterna, in cui voi sarete tutto in tutti (cf. Col 3, 11 ), perché questa sarà la vostra vita manifestata nelle vostre membra; queste meraviglie così nascoste ora, perché troppo intime, così splendide lassù, poiché risplenderanno nella loro luce, così reale, poiché sono le nostre più sostanziali realtà; di tutto questo che cosa ho io considerato? Soltanto qualche barlume. Secondo quanto mi ero proposto in principio (n. 11), io non ho dunque trattato nessuna delle altezze di questi grandi segreti, né di voi, né della Chiesa, né della mia vita, né degli esseri creati.

536. Questo libro è una prefazione. – Ma se non ho visto le vette, ne ho forse toccate le basi o, per lo meno, le ho cercate. L’unione con voi, mio Dio, non è stata preparata ovunque? I suoi fondamenti non sono stati posti? Che ha voluto, che ha cercato la prima Parte? La subordinazione dei miei interessi, anche eterni, all’interesse di Dio; la limitazione del creato e dei suoi piaceri ad un compito esclusivamente strumentale, per il servizio della gloria suprema e della mia felicità in essa (Libro I); l’ordinamento del mio essere e della mia vita nell’unità della pietà (Libro II); la mia crescita per Dio mediante l’eliminazione di ciò che è falso dominio dell’umano (Libro III); le vette dell’unità, in cui mi consumo in Dio mediante la scomparsa di tutto ciò che m’impedisce di essere tutto suo (Libro IV). E così, cercando nel creato soltanto quello che si riferisce e mi conduce a Dio, io giungo finalmente a fondere, senza confonderli, i due oggetti della mia ricerca: la sua gloria e la mia felicità, nell’unità di un fine unico. Unione senza confusione né divisione: ecco lo scopo principale della prima Parte. E non è proprio questa la formula stessa del grande dogma della vostra Incarnazione? « Il dogma veramente centrale del cristianesimo, dice Solov’év, è l’unione intima e completa del divino e dell’umano, senza confusione e senza divisione ». Gli intenti del fine erano dunque tesi verso di voi.

Che cosa hanno cercato gli sforzi della via, nella seconda Parte? Di sottomettere la mia azione alle vostre leggi (Libro I), il mio essere alla vostra azione (Libro II), e, infine, di fondere queste due azioni in una sola, di cui voi siete il motore ed il direttore (Libro III). Anche qui, dunque, tutto si conchiude nell’unione.

Nella terza Parte, infine, gli sforzi del lavoro spirituale che miravano a mortificare le tendenze umane (Libro I) e ad orientare le aspirazioni divine (Libro II), non hanno cercato la loro vita nella vostra grazia? (Libro III). Voi siete dunque il mezzo unico al quale si collega l’economia degli strumenti.

Inoltre, nell’opera intera, quasi ad ogni pagina, le vostre parole non sono state la lampada dei miei passi, la luce dei miei sentieri? (cf. Sal 118, 105). Esse però sono state la mia lampada, non il mio sole; ho seguito solo dei sentieri, non la via regia; ma voi siete stato la mia luce; ed i miei sentieri erano diretti verso di voi.

537. Non è che una prefazione. – Qui si trova dunque la sostanza della vita cristiana, dal suo primo germe fino al suo pieno sviluppo. Ma non si trova che lo scheletro del corpo, l’armatura dell’edificio, le radici dell’albero. O Gesù, voi siete la vite ed io il tralcio (cf. Gv 15, 5). Voi siete il capo ed io sono il membro (cf. Ef 1, 22). Voi siete la pietra angolare, il fondamento (cf. Ef 2, 20), ed io sono una piccola pietra dell’edificio (cf. 1Pt 2, 5). Debbo crescere in voi, essere edificato su di voi, per l’eterna gloria del Padre vostro e Padre mio, Dio vostro e Dio mio. Voi siete il mio fine, poiché in voi debbo con­sumarmi nell’unità. Dovrò dunque studiare la vostra vita eterna in Dio e la vostra vita mistica nella Chiesa, per contemplarvi il mio fine.

Voi siete pure la mia via. Infatti, siete venuto in mezzo a noi a vivere la nostra vita, adempiendo la volontà del Padre che vi ha mandato, per condurci alla vita eterna mediante gli esempi della vostra condotta e le parole del vostro insegnamento. Nessuno va al Padre se non per mezzo vostro (cf. Gv 14, 6). Dovrò dunque studiare la vostra vita mortale ed i vostri insegnamenti, per trovare in essi la mia via.

Nella vostra umanità, avete voluto diventare mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1Tm 2, 5), ossia avete voluto farvi nostro mezzo vitale, meritandoci, con le vostre sofferenze e la vostra morte, le grazie della vita. Dovrò dunque studiare le vostre sofferenze e la vostra morte, per trovarvi i mezzi della mia vita…

Voi siete il ceppo ed io il ramo, voi il corpo ed io il membro. Il ramo vive con l’albero e della vita dell’albero; il membro vive col corpo e della vita del corpo. Così, o Gesù, mia vita, io vivo in voi e di voi. Da voi ricevo il sangue divino e la linfa divina. Da voi attendo la mia crescita.

Voi siete dunque il mio fine, la mia via, il mio mezzo. Voi stesso l’avete detto: « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14, 6). Dio non mi ha dato con voi ogni altra cosa? (cf. Rm 8, 32). O Gesù, conducetemi con voi in quelle vie della pietà in cui servirò, amerò e vedrò Dio nell’enigma della vita presente e nella luce della vita eterna. Amen. Fiat!

Recensioni dal passato

certosa-di-san-martino

Oggi, nella nostra epoca molte attività si svolgono sul web, tra le tante, una molto diffusa ed utile è quella di rilasciare opinioni, commenti su luoghi di notevole interesse visitati. Su tutti, il noto portale TripAdvisor, svolge un impareggiabile servizio, pubblicando le recensioni degli utenti riguardo hotel, ristoranti, città, musei ed ogni attrazione turistica.
Vi starete chiedendo che attinenza ci sia tra ciò ed i certosini.
Ebbene, sin dagli albori dell’attuale turismo di massa cominciato con il Grand Tour, i viaggiatori erano soliti esprimere le proprie impressioni di viaggio, magari annotandole su appositi appunti al fine di tramandare le proprie sensazioni.
Il Grand Tour in particolare era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare ed arricchire il loro sapere.
Spesso le certose erano tappe obbligate in questi itinerari, sia per la loro ubicazione privilegiata, sia per le ricchezze artistiche in esse custodite e sia per la curiosità nutrita nei confronti dei contemplativi monaci certosini.
Allora, concedetemi questo simpatico anacronismo.
E se ci fosse stato TripAdvisor nel XVII° secolo?

Queste sarebbero state alcune tra le più autorevoli recensioni, che ho raccolto per voi amici lettori, sulla bellezza e ricchezza della Certosa di san Martino.
Voglia essere questo un omaggio alla “mia certosa”. Seguiranno immagini dell’attuale immutato splendore.

“Di tutti i chiostri che ho visto quello dei certosini di san Martino, è il più splendido e magnifico. Possiede un vasto cortile quadrato circondato dal più bel perystilium o chiostro che abbia mai visto: tutte colonne e l’intero pavimento (del portico) sono di marmo policromo ben rifinito, lucidato ed intarsiato e tenuto così pulito ed elegante che è impossibile vedere qualcosa di più piacevole di questo genere. Devo confessare che ne sono rimasto molto colpito.” (John Ray 1665)

 

” Vi sono in certosa opere di grande interesse; annoto nella mia agenda che il più bello tra tutti è il dipinto dello Spagnoletto (Ribera), in fondo alla sacrestia; è la migliore opera di questo artista. Ma se volete un quadro ben più stupendo di tutti questi, affacciatevi alla finestra, e ditemi cosa pensate della visione.
Ebbene? Mi dispiace ancora la fatica che ho affrontato portandomi ad arrampicare sopra le rocce di questa dannata certosa, dove mi pareva che non sarei arrivato?” (Charles De Brosses 1740)

 

” Ciascun religioso ha la sua piccola abitazione composta di un gabinetto, di una biblioteca e di un piccolo giardino, tenuto con grandissima pulizia, ma l’abitazione del Priore può infatti gareggiare con l’appartamento di un principe. Viene la medesima adornata di gallerie e logge coperte e discoperte, con vaghe pitture a fresco, magnifici colonnati, scalinate di marmo, belle stanze lastricate di finti marmi di vari colori; il tutto fornito di statue, busti, bassorilievi, vasi antichi, con deliziosi giardini pensili abbelliti dei più rari fiori e di parecchie curiose fontane. Nelle mentovate stanze trovasi inoltre una copiosa raccolta di eccellenti pitture dei migliori Maestri, e tale che può dirsi una compiuta galleria….Delle fin qui descritte cose si può abbastanza comprendere la bellezza e magnificenza di questo luogo, che forse non ha il simile in tutta l’europa. (Thomas Salmon 1761)

 

“La superbe Chartreuse de Saint Martin dans une des plus belles situations de l’univers!

L’eglise seule peut etre regardee comme une superbe galerie des plus beaux tableaux et ornèe de tout ce qu’il est possible d’immaginer en pierres prècieuses, en stucs, dorures et marbres les plus rares, il y sont rèpandus avec profusion et cependant avec beaucoup de goût”. (Abbé de Saint-Non 1781)

 

“La tonaca bianca dei monaci dà loro un aspetto amichevole; e in realtà essi sono ancora più amichevoli; Accolgono lo straniero con la massima benevolenza e cordialità. Nessuno può associare ai certosini la tipica figura del rigido anacoreta, che non pensa ad altro che a prepararsi la tomba,e non pronuncia sillaba che non sia un memento mori. I certosini di San Martino non sono così tetri;sorridono e ridono, abitano spaziose stanze molto ben arredate, e molti ne hanno addirittura tre, dormono sotto le coperte, si divertono a guardare con il cannocchiale dai balconi lo spettacolo della gente di Napoli e offrono il caffè agli stranieri…..Nel Refettorio vidi un gran numero di tavole apparecchiate…la cucina era un bello spettacolo, degno di attenzione del visitatore. Era spaziosissima con un pozzo al centro in cui un Tritone versava acqua dal corno….La Farmacia è degna della cucina. Il vecchio monaco che vi presiede ha grandi conoscenze di medicina, e sa come comporre panacee”. ( August Von Kotzebue 1804)

 

n_a
Potrei continuare citandovi i giudizi di De Sade, De Moratin, Stendhal, Dumas, Melville, Taine, Twain eccetera, ma non intendo tediarvi, pertanto vi lascio gustare le immagini che si commentano da sole.

priore in meditazione certosa di San Martino