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La cosiddetta certosa di Taranto

Grangia san brunone

Nell’articolo odierno voglio parlarvi della cosiddetta certosa di Taranto. Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci, non si tratta esattamente di una certosa, ma di una Grangia di proprietà dei monaci certosini di Padula. Questo chiarimento circa la differenza tra una certosa ed una grangia era opportuno, anche se tra i tarantini è diffusa la convinzione di essere in presenza di una certosa. Proviamo a ricostruirne la storia, ma prima una breve spiegazione del significato di Grangia. Etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium). Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella.
La ricca certosa di Padula, possedeva immense proprietà terriere, tra queste quella sita nei pressi di taranto in Puglia, difatti la nobile famiglia Nasisi, senza eredi, decise di donare ai certosini i propri terreni, che si estendevano dall’attuale cimitero fino al Galeso. Anche nel territorio tarantino c’erano zone paludose che venivano affidate come grangie ai monaci, notoriamente dediti anche a lavori di prosciugamento e disboscamento. Fu così che i monaci eressero questi edifici tra il 1626 ed il 1634.
La vita nella grangia continuò indisturbata fino al 1807, quando a seguito della soppressione degli ordini religiosi voluta da G. Murat, i certosini furono costretti ad abbandonare le loro proprietà, che furono incamerate dal Demanio. Nel 1820 gli ambienti della Grangia certosina furono dati in affitto alla famiglia Nitti. L’anno precedente, per ordine di Ferdinando di Borbone, fu acquistato il giardino adiacente che doveva servire da cimitero, realizzato nel 1837, dopo che fu spiantato l’oliveto esistente nel territorio della masseria della famiglia. Il cimitero di Taranto che venne realizzato fu intitolato a San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, a ricordo della presenza cartusiana in quella area, verso la fine dell’800 venne innalzato l’attuale portale in stile neoclassico col motto paolino: “Canet tuba et mortui resurgent”(1 Cor 15,52). Il sacrificio di questi monaci non fu vano perchè nei loro possedimenti oggi riposano i defunti, cosi come accadde anche per la certosa di Bologna e  per quella di Ferrara, trasformate in cimiteri
Ma perchè oggi il mio interesse cade su questa grangia?
Poichè recentemente si sono levati appelli circa le condizioni di estremo degrado del luogo dove sono situati i resti dell’antica grangia certosina. Attualmente in quella medesima area vengono accatastate vecchie lapidi marmoree di un certo pregio artistico, appartenenti a cappelle cimiteriali dismesse, ai fini della realizzazione di un famedio, in un’area attigua. Purtoppo alle lodevoli intenzioni non sono susseeguiti i fatti!
Ma provo a descrivervi cosa resta della antica struttura monastica. Sulla facciata esteriore del portale ancora si può notare un’arme coronata, consunta dal tempo, che tra due teste d’angelo reca una croce latina. Attorno all’asta inferiore della croce (T) c’è una grande “C” seguita da due piccole lettere, “ar”: “Cart” è infatti la sigla che ricorda il latino Cartusia e l’intero scudo rappresenta l’arme dell’Ordo Cartusiensis, cioè l’Ordine dei certosini. Entrando si accede nel chiostro a forma rettangolare; attiguo l’androne c’è un modesto portale con fregi floreali. Degli interni della chiesa resterebbe solo una piletta dell’acquasanta e sul pavimento una lapide sepolcrale senza iscrizione.
Credo sia giunto il momento di valorizzare questa antica struttura e fare qualcosa affinchè non versi più in abbandono o cada nell’oblio o nell’ulteriore degrado.

Taaranto

taranto 2
Nel video che segue vi è una splendida ricostruzione di come era la grangia ai tempi del suo splendore, comparata con le immagini dell’attuale decadimento.

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