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La tenerezza di Dio (parte seconda)

3

E come promesso, ecco la seconda parte dell’omelia di Dom Poisson.

* * *

Eccoci ora a piè d’opera per scoprire la pedagogia di Bruno di fronte al lavoro, incessantemente rinnovato, della conversione monastica.

Chiunque, un giorno, ha seriosamente scelto di divenire monaco ha dapprima incontrato una misteriosa Sunammita. Essa ha infiammato il suo cuore d’amore divino e tutte le seduzioni del mondo si sono “trovate senza sforzo rigettate”. L’ideale verso il quale tende il monaco è divenuto molto chiaro ai suoi occhi e con fermezza vi si è vincolato. Ma quanto lontana, nello scorrere dei giorni, diviene la bella Sunammita di fronte alla realtà concreta del quotidiano. L’amore del mondo, che si era rifugiato nei recessi segreti del cuore, compare di nuovo e un segno ben chiaro manifesta la sua presenza: il disordine che esso mantiene nell’animo.

Inquietudini, tenebre, disgusto, tutto ciò riflette che “l’amore del Padre non regna in lui” esclusivamente. Sovente non è la volontà cosciente che provoca ciò che Bruno chiama “impareggiabile manifestazione di uno spirito sregolato e decaduto”, ma delle tensioni scaturite dalla zona oscura del cuore dove regnano ancora gli amori per la creatura che non sono stati purificati. Situazione dolorosa e che a volte sembrerebbe senza uscita, poiché non si arriva ad individuare la radice del male.

Cosa fare allora, o amatissimo, dice Bruno, cosa fare se non credere ai consigli divini, credere alla Verità che non può sbagliare? Essa dona in effetti questo avvertimento a tutti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. Tale è la grande risposta quando l’opera di conversione supera le nostre forze: non cercare, in primo luogo, di purificarsi, ma cominciare ad andare a Gesù poiché Egli ha promesso di ristorarci. Venire a Lui, caricati del suo pesante fardello e depositarlo semplicemente tra le sue mani.

Noi vediamo qui all’opera la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Che noi siamo giovani novizi o anziani veterani, non abbiamo altra salvezza a nostra disposizione che Colui che viene in questa Tenerezza incarnata, Colui il quale ha portato e continua a portare, fino alla fine dei tempi, tutte le nostre infermità. Così, grazie a Lui, lasciamo la regione pericolosa delle tempeste e degli uragani per penetrare nel “riposo e sicurezza del porto”.

Ma occorre, malgrado tutto, fare il passo grazie al quale noi supereremo l’ostacolo sul quale abbiamo inciampato, questo amore segreto per il mondo che si opponeva nel nostro cuore all’amore leale del Padre. Bruno parla allora di rinunciare a tutto ciò che si ha per divenire il discepolo della Saggezza. La lotta che abbiamo conosciuto veniva dal fatto che noi contavamo sui nostri propri beni, le nostre piccole luci, la sicurezza tutta umana di ciò che noi immaginavamo aver ben compreso. Con tutto questo, di cui noi eravamo divenuti proprietari, noi speravamo volare con le nostre proprie ali verso il Signore. E la Saggezza eterna, attraverso la voce di Bruno, ci dice tutto il contrario. “Ti conviene rinunciare a ciò che tu credi avere, restare alla scuola di questa Saggezza divina, sotto la guida del Santo Spirito e apprendervi la filosofia di Dio”. Occorre che il tuo sia un cuore di discepolo, un cuore che apprende. “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,43), dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni. Utile e bell’insegnamento, dice Bruno, che è il frutto della sofferenza portata e finalmente affidata alla tenerezza di Dio.

* * *

Bruno cambia, allora, bruscamente di registro. Ci sono giorni, sembra egli dire, in cui la situazione si presenta completamente diversa. Sono le scelte fondamentali di fronte a Dio che bisogna saper riassumere, un po’ come se ripartissimo da zero. Alla fin fine, il cammino percorso fino allora non era che una tappa preparatoria a questo nuovo incontro con la Gloria e la Bellezza di Dio. Lo stato di dialogo profondo tra Dio e il monaco si trova messo a nudo, in piena luce. Io mi sono impegnato di fronte all’Altissimo: Egli si è impegnato di fronte a me (cf.12). Dove sono io nei confronti di questa scelta? Il mio cuore ha seguito il dritto cammino implicato nel dono primo che Egli ha fatto di sé stesso?

Bruno impiega, allora, un vocabolario che ci urta, forse nella misura in cui egli sembra consegnarci senza difese alla vendetta di Dio. In realtà, sotto queste parole vigorose è evocata la distanza infinita che si è formata tra ciò che noi avremmo dovuto donare, di noi stessi, a Dio e ciò che, parsimoniosamente, per leggerezza o inconseguenza, ci siamo accontentati di donare.

Viene il momento in cui è bene rendersi conto che essere amati da Dio e aver da rispondere al suo amore non è un gioco o una sorta di contrattazione dalla quale ci si può ritirare a buon mercato. Agli occhi di Dio il nostro amore ha grande valore, ha valore infinito, poiché è la risposta al suo proprio amore. Come potrebbe Egli non aprirci gli occhi, un giorno, su ciò che noi rappresentiamo per Lui? Forse ci ritroveremo brutalmente scrollati dalla scoperta che ci è così imposta. Ma non è l’unica via di salvezza per noi, quella di rimetterci sul giusto cammino?

* * *

Bruno segnala, allora, a Raoul un’ultima maniera di cercare di crearsi dei falsi pretesti per evitare di donarsi puramente e semplicemente all’amore di Dio. Ci siamo esposti, anche noi, nel silenzio della nostra cella o proprio nel segreto del nostro cuore: non ci sono tutte le buone ragioni di pensare che si potrebbe mostrare utile e generoso rendere dei servizi che non ci sono richiesti, intraprendendo dei lavori che non nascono dall’obbedienza?

La risposta di Bruno è appassionata e tanto più tagliente quanto più è appassionata : “Niente di più giusto e di più utile che amare il bene, l’unico Bene”, egli dice. Là è il nostro posto e non altrove. La giustizia o l’utilità di tutto l’agire impallidisce di fronte a quest’abbandono totale in Dio. Bruno ci riporta così alla fonte ultima di tutto l’amore di Dio. Lui solo è buono, interamente, senza riserva, senza equivoco. Lui ci ha creati per trovarlo e mai il nostro cuore si quieterà fintanto che non l’avrà pienamente incontrato.

* * *

L’ultimo paragrafo della lettera, in cui Bruno termina di perorare la causa di Raoul, abbiamo notato che è pieno d’una dolcezza e di un calore umano che si dovrebbe ritrovare presso tutti coloro che camminano sulle tracce del nostro beato Padre. Tutto ciò che Bruno ha potuto dire fino allora, delle vie previste da Dio per attenderlo nel silenzio della solitudine, è bello, ma vi è un’altra via semplice, modesta, quanto vera ed efficace: quella di camminare verso Dio a fianco dei nostri fratelli di cui l’amore ci sostiene, ci accompagna, ci incoraggia. Aver la certezza che le nostre lotte sono supportate dalla loro preghiera e dalla loro amicizia, che le nostre prove pesano sul loro proprio cuore e che le nostre gioie li illuminano tanto quanto noi, tutto ciò e già un incontro con la tenerezza di Dio nostro Signore.

Veramente è buono e dolce per dei fratelli restare nell’unità, quella dell’amore che viene dal Padre.

Amen.

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