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La Grangia di Pizzauto

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Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui oggi vi parlerò, è la Grangia di Pizzauto ed apparteneva ai certosini di Capri.

Questa Grangia, fu costruita tra il 1375 ed il 1381 da Giacomo Arcuccio signore di Capri e gran Camerario del Regno Angioino. Egli è colui che nel 1371 aveva fondato la certosa di San Giacomo a Capri, essendo possessore di un vastissimo feudo denominato “Feudo di Cancelleria e Paludicella”, un territorio che comprendeva ampi terreni agricoli ubicati negli odierni comuni di Angri, Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità e Scafati, fece erigere una Grangia dedicata, anche essa, all’Apostolo Giacomo in zona, allora denominata, Pizzauto. Tutto il feudo, fu donato ai monaci certosini di Capri, che si presero cura del luogo per lo sfruttamento dei terreni.

Pianta

L’imponente struttura porta a ritenere che inizialmente fosse abitata da un consistente gruppo di monaci. Alcuni documenti, attestano che dopo tre secoli dalla sua erezione, a Pizzauto vi era la presenza di pochi certosini, sufficienti comunque a gestire l’immenso patrimonio posseduto. La Grangia, nel XVIII secolo risultava essere abitata dal Padre Procuratore, dal Magister Grangiae, dall’addetto alla Foresteria e qualche altro Fratello incaricato di riscuotere le decime. Dai citati documenti si evince che la Grangia di Pizzauto con il “Feudo di Cancelleria e Paludicella” fu una grande azienda agricola amministrante enormi beni e ingenti capitali, superando di gran lunga gli introiti della certosa madre di Capri, come pure di tutte le altre tenute o dipendenze da essa possedute tanto sull’isola che sulla terraferma. Sappiamo che nella zona a valle si coltivavano grano, frumento, legumi, orzo, fave, avena, lupini, canapa, lino, ed in quella a monte, vite, ulivo e frutteti. I certosini di San Giacomo di Pizzauto nel XIX secolo continuano a tenere il possesso dei loro beni con una conduzione di stampo feudale, a loro va il merito di aver contribuito, con la pratica della coltura, al risanamento ed alla bonifica di una zona paludosa della piana del Sarno. Va anche aggiunto che in località Monte Monaci la Grangia di Pizzauto possiede un fortilizio di quattro torri ai lati, che fu avamposto di Lettere nel XI secolo, utilizzato dai monaci certosini come convalescenziario o luogo di cura e di soggiorno per i monaci molto anziani e malati.

Con l’avvento napoleonico, 1806, fu promulgata una legge che sopprimeva gli ordini religiosi, tra cui, l’ordine dei certosini. La Grangia di “San Giacomo Apostolo”, fu venduta prima al Caveliere Andrea Dini, che la utilizzò come magazzino, poi venduta ai principi di Cerenzia Giannuzzi Savelli, i quali, da ultimo, lottizzarono i beni e la stessa grangia, cedendoli ai contadini del luogo, ciò intorno agli anni 1950. Con il sisma degli anni’80, lsi decise di porre il vincolo storico sulla struttura appartenuta ai certosini, ma nulla da allora è stato fatto . Attualmente la Grangia si presenta in una veste complessivamente settecentesca presentando pesanti deturpazioni dovute all’incuria, alle guerre e al sisma del 1980. La Grangia di Pizzauto si presenta a pianta quadrata con un chiostro al centro. Essa è formata da sotterranei, da un piano terreno e da due piani superiori ai quali si accede mediante una scala con volte a crociere. La costruzione nel lato est è sormontata da tetto in tegole con capriate in legno. La trasformazione e gli adattamenti subiti dalla costruzione agli inizi del secolo scorso, non consentono una visione chiara dei numerosi ambienti e della loro funzione e utilizzo. Si può solo ipotizzare che al piano terra vi fossero locali adibiti al servizio di foresteria, cucine e refettorio, a granai, cellai, magazzini, stalle.

Come ogni Grangia vi doveva essere anche la presenza di una chiesetta, di cui non vi è più traccia, oggi l’oratorio che vi rimane è soltanto uno di modeste dimensioni ma risalente al XIX secolo.

Complessivamente, si nota una condizione completamente fatiscente ed in stato di abbandono. Dal video che segue potremo constatare che questa situazione, purtroppo, appare difficilmente modificabile, a causa della burocrazia che impedisce un decoroso recupero di questo monumento.

“Meditationes”

copertina

361. Provare gioia o pena là dove non si deve è ugualmente miserevole. Una è causa dell’altra, poichè una gioia insensata genera una tristezza senza senso. La donna adultera, infatti, prova una gioia perversa nell’intrattenersi con il suo amante, e prova una tristezza altrettanto perversa qualora ne sia privata. E come è biasimevole quella, tanto è degna di riprovazione questa; quanto è infelice la prima, tanto è infelice la seconda.

362. Nessun idolatra ha potuto fare una divinità che gli fosse uguale, poichè “il vivente, con le sue empie mani, plasma un morto” (Sap.15, 17); allo stesso modo non ha potuto procurare per sè il bene o la beatitudine, una gioia o una sicurezza nel mangiare o nel bere, nei vestiti o in un muro fortificato: queste sono cose senza vita fatte da coloro che sono vivi.Gli empi non possono trovare nulla che possa essere equiparato a loro in ciò che considerano come loro felicità. In effetti, essi non potrebbero in nessun modo godere di queste cose, di cui abusano con una gioia contraria ai precetti di dio, se non valessero più di loro. Ed è il massimo dell’empietà degli uomini, quella per cui questi abbandonano ciò che è migliore di loro, cioè Dio, per aderire, godendone, a ciò che è più vile di loro, cioè i beni terreni.

363. Il Cristo conduce gli angeli ad abbracciare il loro sposo e allontana noi dall’adulterio, cioè dal mondo. Rende gli angeli forti e perseveranti per godere dello sposo, cioè di sè, e fa lo stesso con noi per liberarci dall’adulterio del mondo.Osserva gli angeli in visione o nella realtà; noi, invece, nella fede e nella speranza. Dona a loro una gioia perfetta nella vera beatitudine; a noi concede la pazienza nelle tribolazioni. Agli angeli dà la vita felice; per noi riserva una morte quanto mai preziosa ( Sal 115, 5). Concede a loro di vivere per lui, cioè per Dio; a noi di morire al mondo. Agli angeli dona di gioire della loro felicità; a noi di soffrire per i nostri mali. Ricolma di gioia i cuori degli angeli; a noi dà dei cuori contriti. A loro dona la giustizia; a noi la penitenza. Agli angeli offre la perfezione del bene; a noi dona gli inizi.

364. Giuro con certezza che gli angeli non hanno ricevuto da Dio un dono più grande o più degno, più prezioso o più utile, e dunque più desiderabile e più bello, della carità. Chi può comprenderlo o crederlo? Poichè ” Dio è amore” (1Gv 4, 16). Chi, dunque, possiede qualche cosa di più grande o di migliore della carità, possiede un essere più grande e migliore di Dio.

365. Ecco, quando dipingi, o fai qualche lavoro simile, prendi come modello un altro oggetto, già visto ohe hai davanti a te. Ma Dio per creare l’universo che cosa ha preso come modello! Quale altro sole, quale altro mondo? Dove li ha visti per crearli? Egli ha, dunque, creato tutto da se stesso, per la sua propria potenza e saggezza, con la sua bontà, cioè la sua misericordia. Nessuno è stato suo aiuto, suo maestro, suo consigliere.

Uno strano contenzioso

L’aneddoto che oggi voglio narrarvi, riguarda la statua della Vergine della Chiesa di Santa Maria del Bosco, a Serra San Bruno. Da questo blog, vi ho già spiegato l’importanza che questa scultura lignea ha per la comunità certosina serrese.

Recenti studi hanno portato alla luce nell’archivio della certosa calabrese, fogli con alcune annotazioni appuntate in calce di vecchi registri. Nel 1904, infatti, Dom Ippolito Duvivier con l’intenzione di riscrivere la storia della certosa di Serra, raccolse informazioni e si avvalse della preziosa testimonianza dei certosini più anziani, tra cui Dom Francesco Maria Ciano. Questi, all’epoca Priore della certosa di Trisulti, ma il quale aveva già ricoperto la stessa carica in Calabria dal 1883 al 1891, e pertanto conoscitore degli eventi passati. In uno di questi appunti, viene citata una vera e propria disputa tra Dom Giovanni Battista Giuliani, Priore di Serra dal 1863 al 1866, e Don Michele Regio arciprete della cittadina calabrese tra il 1836 ed il 1866. Ma su cosa si basava questa querelle tra religiosi?

L’oggetto di questo litigio avvenne a causa della statua di Santa Maria del Bosco, e per la precisione sulla paternità della sua realizzazione. Da sempre tale scultura era stata attribuita a ebanisti di scuola napoletana. Difatti secondo le antiche cronache certosine il Priore Giuliani portò con se da Napoli al suo arrivo in Calabria nel 1863 la bella statua lignea donatagli da un ignoto artista campano. Le fonti narrano di solenni festeggiamenti organizzati per accogliere Santa Maria.

L’arciprete Regio, affermava che quella scultura era opera di suo nipote Gabriele, asserendo che il nuovo priore proveniente da Napoli mentisse. Si alzò un gran polverone, e la notizia giunse fino alla Grande Chartreuse, che provvide ad inviare due Visitatori: Dom Thaddeo Suprici francese, e lo svizzero Dom Giuseppe Rivera, per appianare la sconveniente vertenza.

Dopo aver verificato i fatti, e per evitare ulteriori controversie con il clero locale, essi ritennero opportuno trasferire a Napoli, nel 1866 il povero Dom Giovanni Battista Giuliani, il quale è noto per essere stato l’ultimo Priore della certosa di san Martino a Napoli. Difatti dopo il definitivo allontanamento dei certosini dalla certosa napoletana, egli fece ritorno a Serra come priore nel 1877 e vi rimase fino al 1883. Per la cronaca, Dom Ippolito Duvivier, incredulo per la storia descrittagli, ebbe a commentare tali fatti con un laconico “O tempora!”. Va aggiunto che questa vicenda resta un mistero, poichè entrambi i prelati non avevano alcun apparente motivo per mentire.

Per la precisione, mi piace ricordare che recenti studi avrebbero attribuito la scultura oggetto della contestata attribuzione, alla bottega dello scultore napoletano Francesco Citarelli, e più correttamente al suo allievo Enrico Pedace.

Desumiamo pertanto, che solo pro bono pacis i certosini, preferirono recedere da quella odiosa polemica.

Ricordando Dom Marcellin Theeuwes

Dom Marcellin Theeuwes

Dom Marcellin Theeuwes

A distanza di tre mesi dalla scomparsa del compianto Dom Marcellin Theeuwes, voglio offrirvi una intervista che egli rilasciò nel settembre del 2001. In quel momento Dom Marcellin ricopriva il ruolo di Ministro Generale dell’Ordine, e Priore della Grande Chartreuse. L’importanza di questo reportage, è che fu fatto all’indomani dei tragici eventi dell’11 settembre, che sconvolsero il mondo.

Alle domande della giornalista di una rivista francese, Dom Marcellin risponde con estrema semplicità, spiegando la funzione dei monaci certosini nel mondo.

Ricordandolo con nostalgia, leggiamo queste sue risposte!

Una missione di contemplazione e intercessione

Immerso nel silenzio del Massiccio della Chartreuse, come reagisci al tragico evento dell’11 settembre?

Dom Marcellin Theeuwes: Sei tu che mi hai insegnato il dramma, il 12 settembre, quando sei arrivata per realizzare questa intervista. Non abbiamo nessuna radio o televisione, e stiamo alla larga dalla febbre delle notizie. La tragedia dell’11 settembre, negli Stati Uniti, con queste migliaia di innocenti sacrificati, dovrebbe portarci ad abbandonare la pretesa di onnipotenza. Non siamo i padroni del mondo. D’altra parte, la violenza non è mai la soluzione alla violenza, e per la guarigione delle ferite autoinflitte dell’umanità, dovremmo cominciare a riconoscerci piccoli e dipendenti dalla trascendenza divina. .

Quando dici “noi”, intendi il mondo occidentale?

Dom Marcellin Theeuwes: Parlo di tutto il mondo, perché è lo stesso ovunque. Il problema è la sufficienza e l’insubordinazione dell’uomo, la sua volontà di annettere Dio per una particolare causa umana. Ora devi passare dall’umiliazione all’umiltà …

L’umiltà è il grande segreto dei certosini?

Dom Marcellin Theeuwes: Il nostro segreto, se ne abbiamo uno, è il messaggio del nostro fondatore San Bruno. Ci invita, al di là dei secoli, a non perdere mai di vista il fatto che la vocazione suprema dell’uomo è di rimanere sempre con l’altro Dio che è anche tutto-amore. Nella solitudine e nel silenzio, accogliamo l’assoluto e cerchiamo di abbandonarci completamente. La certosa offre al mondo una grazia di preghiera, pace e abbandono. Coltiviamo la sobrietà, interiore ed esteriore, per essere il più possibile ricettivi a Dio e ricevere tutto da Lui.

Come situi il tuo “ruolo” nella Chiesa?

Dom Marcellin Theeuwes: Quando il cuore umano affronta Dio e lascia che Dio entri in lui, tutto il corpo della Chiesa è ossigenato e persino l’intera umanità in cui cammina. Non siamo soli per noi stessi, ma perché Dio ci ha chiamati a vivere l’avventura di un grande amore. E non possiamo dividere l’amore, è universale e apre i nostri cuori a tutto ciò che donne e uomini vivono sulla terra. Di notte, ci troviamo per lunghe ore di canto e meditazione in coro, senza altra preoccupazione che il desiderio di metterci davanti al Signore e essere uniti tra di noi attraverso l’ascolto della sua Parola. Una sorta di fluido passa quindi tra di noi, una profonda comunione, e percepiamo molto fortemente la dimensione iniziale della nostra preghiera per tutti voi.

Come è la tua vita nascosta “missionaria”?

Dom Marcellin Theeuwes: “La missione, prima di essere caratterizzata da opere esterne, è rendere presente Cristo nel mondo attraverso la testimonianza personale”, ha scritto il Papa nell’esortazione post-sinodale sulla vita consacrata nel 1996. Nella sua lettera il 14 maggio rivolta alla Certosa in occasione del IX° centenario della morte del nostro fondatore il Santo Padre sottolinea inoltre: “la tua vita nascosta con Cristo come la croce piantata in silenzio nel cuore dell’umanità, rimane il segno eloquente e il ricordo permanente che ogni essere può essere afferrato da colui che è solo amore … “

Questa intimità spirituale è vicina alla santità …

Dom Marcellin Theeuwes: Non ci possono essere grandi criminali tra noi, ma come dice il Vangelo, pecchiamo tutte le 70 volte al giorno … La lotta del solitario è permanente: contro le vertigini interiori, l’insensibilità interiore pigrizia, mediocrità, il rischio di essere trascinati da un’osservanza ben regolata. Ogni giorno dobbiamo rispondere alla grazia con totale generosità. E la nostra felicità è immensa quando a volte la coerenza della vita è al rendez-vous della chiamata ricevuta.

Che cosa caratterizzerebbe la tua spiritualità in poche parole?

Dom Marcellin Theeuwes: La sobrietà e la cancellazione di San Giuseppe ci affascina. Nel deserto della Chartreuse, si vede la spogliatura, anche in termini di sensibilità. Spesso, non sappiamo dove siamo, entrambi, nel nostro viaggio interiore, e la nostra unione con Dio rimane spesso nascosta, senza alcuna marcata espressione esterna. Seguendo l’esempio della Vergine Maria, ci concentriamo sulla meditazione del Vangelo nel nostro cuore, all’ombra dello Spirito, e interiorizzare il mistero dell’incarnazione e cercando di approfondire continuamente.

Come si articola la solitudine e la vita comunitaria?

Dom Marcellin Theeuwes: Per quanto solitari come noi, la vita di comunità è una parte importante della nostra esistenza, ma quasi sempre coperta dal silenzio. Si esprime in modo particolare durante i servizi del coro: la grande veglia che ci riunisce di notte, l’Eucaristia del mattino e i vespri della sera. Lo “spaziamento” (o camminata) ci consente, un pomeriggio alla settimana, di camminare insieme per tre o quattro ore in montagna. Una breve pausa ci riunisce domenica. Per il resto del tempo, siamo nella cella per pregare, meditare e studiare le Sacre Scritture e andare al lavoro quotidiano. In sintesi, vivi una vita di uomo, ma tutti si sono rivolti a Dio. Perché siamo dei solitari, ognuno deve trovare il proprio ritmo, il proprio sostegno, guidato dal suo padre spirituale. Nessuna regola è assoluta, ma piuttosto una direzione proposta.

Tali richieste non sono scoraggianti per la maggior parte dei giovani che bussano alla porta del monastero?

Dom Marcellin Theeuwes: Al contrario, molti giovani sentono il bisogno di stare da soli con se stessi e desiderano sottoporsi a una certa disciplina della vita. Ciò che è attualmente difficile, specialmente nel mondo occidentale, è piuttosto quello di fare una scelta definitiva, che impegna la vita e ambientata nel lungo periodo. Ma ci vuole una vita intera per formare un certosino solido, e la stabilizzazione viene spesso dopo quindici o vent’anni di presenza. Tutta l’arte dell’amore deve durare.

Molti dei nostri contemporanei si rivolgono alla saggezza orientale, di cui il Dalai Lama è un rappresentante altamente pubblicizzato. Come analizzi questa attrazione?

Dom Marcellin Theeuwes: Alcuni anni fa, il Dalai Lama arrivò alla Grande Chartreuse. Le nostre tradizioni contemplative si uniscono nella ricerca di auto-trascendenza e di una vita interiore. Attualmente, la saggezza buddista seduce in Europa e molti soccombono a una specie di esotismo spirituale. Non è forse il momento di riscoprire le profondità e le ricchezze del misticismo cristiano, così precise e così calde nelle descrizioni del rapporto dell’anima con Dio? Il Vangelo è una luce incredibile.

La spiritualità certosina ha generato molti santi. Perché non li fai conoscere?

Dom Marcellin Theeuwes: Storicamente i grandi santi sono stati influenzati dalla nostra spiritualità. Questo è ad esempio il caso di Ignazio di Loyola, che frequentò il monastero certosino quando era studente a Parigi. Abbiamo notato che esiste una certa affinità spirituale tra gesuiti e certosini. Anche San Giovanni della Croce, prima che santa Teresa d’Avila si affezionasse a lui, voleva diventare certosino. Per quanto riguarda il nostro ordine, Dio sa chi è santo e chi no. Da parte nostra, cerchiamo di rimanere nascosti, anche dopo la morte … Inoltre, sulle nostre tombe non viene registrato alcun nome.

“Meditationes”

copertina

356. Felice colui la cui anima non è mossa o attratta se non dalla conoscenza e dall’amore della verità, e il cui corpo non è guidato se non dall’anima stessa, in modo tale che anche il corpo è mosso dalla sola verità. Infatti, se non vi fosse nell’anima nessun altro movimento se non della verità, e nessuna attività del corpo se non dell’anima, non ci sarebbe nessun movimento nel corpo se non della verità, cioè Dio.

357. E’ una vendetta misericordiosa quella dello sposo che, avendo sorpreso la sposa in adulterio, le toglie solamente le occasioni di peccare. Ma quanto sarebbe impudica e impudente quella donna che prendesse tale comportamento come un’offesa. Tu stesso non hai altra causa di sofferenza che questa: la privazione di ciò che costituisce la tua infedeltà. I tuoi dolori comprovano le tue infedeltà: non hai bisogno di altri testimoni.

358. La donna, per quanto sfacciata e impudica possa essere, è solita nascondere agli occhi del marito le lacrime che versa a causa delle disavventure occorse al suo amante, e a causa degli insulti che ella riceve dal suo complice in collera con lei: ciò vale sia per le ingiurie sia per le gioie. Vedi, ora, se ti comporti allo stesso modo con Dio, cioè se non ti lamenti apertamente davanti a lui dei travagli che toccano il tuo compagno di adulterio, cioè il mondo, o se non esulti per la sua prosperità. ” La tua sfrontatezza è diventata simile a quella di una prostituta” (Ger 3, 3).

359. Da questo riconosci le cose che devi solo a Dio: offerte a qualsiasi altro, non gli sono affatto utili. Tali cose sono la conoscenza, l’amore di fruizione, l’ammirazione, il timore, la venerazione etc. Tutti questi atti, per il fatto che non sono utili per chi li riceve, mostrano che sono dovuti solamente a colui che non ne ha bisogno. In effetti, se fosse utile essere lodati, conosciuti o ammirati, chi non ingaggerebbe ogni giorno, dietro pagamento di un salario, una sorta di operai perchè gli forniscano tutto ciò assiduamente, al fine di giovarsene senza posa? Quale madre non procurerebbe, continuamente, tutto ciò ai suoi figli? Chi non magnificherebbe i suoi abiti, le sue proprietà, i suoi beni, e non loderebbe giorno e notte la propria persona, al fine di migliorare tutte queste cose? Tutti questi riguardi non sono utili in niente a chi li si offre, colui che li elargisce, al contrario, diventa peggiore o migliore attraverso questi tributi. Infatti, se ammira o teme ciò che deve, egli diventa migliore, ma se lo fa nei confronti di chi non lo merita, diventa certamente peggiore. Ciò vale anche per tutte le altre cose. Come è buono, dunque, il Signore! Egli non esige nulla da noi per trarne un personale vantaggio, ma ritiene di aver ricevuto un grande servizio, allorchè compiamo sempre ciò che ci è utile.

360. L’immagine dello sterco modellata in oro vale certamente di più per la sostanza in cui è fatta, che come immagine in sè, poichè la sua sostanza è di oro, ma l’immagine è quella dell sterco. Al contrario, se imprimiamo all’oro l’immagine di un angelo, questa ha più valore in quanto immagine che riguardo alla materia di cui è fatta: l’angelo, infatti, è un essere vivente, spirituale, dotato di ragione, ma la materia è un corpo privo di sensibilità e di vita. Allo stesso modo, quando la tua anima si accende di amore per ciò che è corporale, morto o deteriorabile, vale certamente di più in quanto alla sostanza che riguardo alle immagini porta in sè. Infatti, nel suo essere, essa è dotata di vita e di ragione, fatta a immagine di Dio, ma, nelle sue rappresentazioni interne,essa è simile agli oggetti di cui si occupa per goderne. Quando, dunque, l’anima si disperde fuori di sè, attraverso i sensi del corpo, e si protende verso quegli oggetti, in realtà essa passa da ciò che è migliore, cioè dalla sostanza vivente e dotata di ragione che essa stessa è, verso ciò che è inferiore. E quanto più compie tutto ciò con passione, tanto più diviene peggiore. Per contro, quando l’anima si eleva al di sopra di se stessa, afferrata dalla verità, cioè da Dio, essa è senza alcun dubbio migliore e più preziosa in quanto all’immagine e non in quanto alla sostanza. Infatti, quanto alla sostanza essa rimane un’anima, ma quanto all’immagine, se è lecito dirlo, è Dio” Ho detto: voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo” (Sal 81, 6; Gv 10, 34). Quando l’anima si eleva al di sopra di sè verso lui, passa da ciò che è inferiore a ciò di cui non c’è nulla di migliore, e quanto più lo fa con efficacia tanto più diventa migliore.

 

 

Serena Pasqua 2019

Resurrezione Pontormo (certosa di Firenze)

Resurrezione Pontormo (certosa di Firenze)

A tutti voi, cari amici lettori vanno i miei più sinceri auguri di una serena e gioiosa Pasqua. Meditiamo sulla morte di Cristo ed in attesa della sua Risurrezione, riflettiamo sui due momenti essenziali di questi giorni. La luce della risurrezione non fa scomparire la morte sulla croce, ma aiuta il credente a capire il mistero di vita e di amore che da essa si sprigiona.

Una splendido sermone di un Priore certosino per la sua comunità, è il contenuto dell’articolo che ho scelto per voi, spero che la sua lettura e meditazione possa riempirvi il cuore di gioia.

Pasqua

– Un passaggio ad una vita migliore nella fede –

L’intero mistero di Gesù Cristo durante i giorni della sua vita, passione e morte, può essere riassunto in queste parole di San Paolo: “Si è umiliato e si è fatto ubbidiente fino alla morte” (Fil 2, 8). È una parola chiave che apre ed illumina il Mistero Pasquale. Ma la sua passione manifesta anche un altro aspetto che potremmo chiamare la conseguenza della sua obbedienza. La sua santa ed estrema obbedienza al piano di Dio opera un miracolo tra Dio e tutta l’umanità. La sottomissione di Gesù ci ha meritato la misericordia del Padre e tutte le grazie per salvarci e santificarci, cioè seguire Gesù nel suo itinerario pasquale, nella comunione e nell’intimità del Padre. Perché se la parola di San Paolo può riassumere la sua vita, passione e morte, c’è un’altra parola dello stesso Paolo che può riassumere il mistero della sua risurrezione: “Vive per Dio. Vive in Dio.” Quest’uomo Gesù, che ha trascorso 33 anni in mezzo a noi, che è entrato nella nostra storia ed è stato martirizzato dagli uomini, vive in Dio. Vive per Dio. Ha ricevuto da Dio, suo Padre, una nuova vita, misteriosa per noi, una vita gloriosa, senza malattie o limiti. La resurrezione di Cristo è il passaggio ad una situazione migliore, la Pasqua è la nascita alla nuova vita. Nuova vita anche per noi, basata non sulle nostre forze, ma sulla fede in Gesù Cristo e sulle meraviglie che Dio ha adempiuto per Lui e in Lui per noi. Siamo tutti chiamati a condividere la Pasqua di Cristo. In Lui tutta l’umanità era presente ed è stata riconciliata con il suo Creatore e Padre.

Attraverso di Lui, nonostante il nostro peccato, ogni uomo può realizzare nuovamente la sua piena vocazione di comunione di vita e di amore con Dio Padre. La grande iniziativa pasquale di Dio è l’incarnazione del suo Figlio, incaricato di realizzare il piano primitivo di Dio Padre, piano ostacolato dalla disobbedienza del primo uomo. E qual è il piano di Dio? Rendere l’uomo un partecipante del suo amore, della sua vita, della sua immortalità e della sua felicità. Piano manifestato e già realizzato in Gesù Cristo e Maria Santissima, attraverso la sua passione e compassione. A questo mistero pasquale appartiene tutta l’opera della Creazione e della salvezza. Gesù Cristo in se stesso è tutto questo mistero, mentre nella sua umanità si realizza il piano eterno di salvezza. Quindi la Pasqua è il passaggio ad una situazione migliore!

Alla Pasqua di Cristo la forza dell’amore divino è molto chiara, e spetta a ognuno di noi aprire i nostri cuori all’invasione della vita e della gioia, del perdono e della forza per camminare. Celebrare la Pasqua è celebrare ed esaltare la forza divina dell’amore. San Paolo ci fa meditare e cantare questa parola: “Cristo è la nostra Pasqua”. Cosa significa? Significa che in Gesù, il Figlio di Dio in mezzo a noi, accade la vera Pasqua, mentre Dio passa in mezzo a noi con la sua incarnazione, e poi la nostra umanità passa in Dio nella Pasqua di Cristo, nostro Signore. Passaggio alla vita migliore per tutti noi. L’obbedienza di Gesù al piano di Dio ci ha meritato questo passaggio. Gesù ci porta con sé nella sua vita a Dio. È grazia pasquale: donazione totale a Dio nella fede, nella speranza e nell’amore. Questo è ciò che San Paolo ci consiglia nella Liturgia del tempo pasquale, con così insistenza: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”. Le cose di Dio sono il suo piano di salvezza e santificazione.

Nel Cristo risorto, la fede incontra il Padre onnipotente, che resuscita il suo Figlio e ci dona il suo Spirito. Il mistero pasquale, infatti, è carico di ‘dynamis’, cioè della forza della Santa Trinità. A lei sia la lode e il ringraziamento, l’adorazione e tutta la gloria! Amen! Alleluia!

 

A U G U R I 

Auguri da certosa

 

La Veglia Pasquale

Veglia pasquale

In questa giorno, vigilia della Santa Pasqua, è mio piacere offrirvi un documento filmato, proveniente dalla certosa portoghese di Evora. Si riferisce alla Veglia Pasquale nella Notte Santa dello scorso anno. Queste deliziose immagini, si aprono con il rumore della traccola, che rompe il silenzio e la quiete del Chiostro. Il Padre Priore Dom Antão Lopes , richiama al Mattutino i suoi confratelli, facendo le veci del consueto suono della campana, che durante la settimana di passione in segno di lutto per la morte di risultano essere silenti. A seguire la liturgia della luce o “Lucernario”, nel quale i certosini si radunano fuori della chiesa; attorno al fuoco che divampa, per accendere le candele.

l fuoco nuovo e la luce del cero sono simboli di Gesù risorto che vince le tenebre del male.

A seguire, comincia la funzione della veglia, in semioscurità. Vi lascio alla visione del video.

Meditando sul Venerdi Santo

19monaca certosina raccoglie sangue Cristo

Cari amici lettori, in occasione di questo Venerdi Santo in cui si commemora la passione e la crocifissione di Gesù Cristo, ecco per voi una sublime meditazione di una monaca certosina. Una accorata e profonda preghiera!

 

Venerdì Santo

Santissima Vergine, Santa Maria Maddalena, San Giovanni, mettetemi insieme a voi ai piedi della Croce del vostro Amato, perché così, prostrata insieme a voi, io possa condividere la vostra adorazione ed il vostro dolore, ed il vostro riconoscimento e svenimento. Concedetemi che, nella vostra compagnia, io agonizzi ai piedi dell’Amato morente, ricevendo il Suo ultimo sguardo, ascoltando il Suo ultimo respiro; fatemi svenire d’amore, di dolore, di penitenza… portatemi a svenire ed a perdermi in amore e dolore grande come l’oceano, annegandomi, inondandomi e sommergendomi, non sapendo nulla tranne che muoio ai piedi del mio Gesù morente! Oh Gesù, ecco, ci hai amato “fino alla fine”.

“La più grande prova d’amore è dare la vita per tuo fratello”, hai detto la scorsa notte, oh mio Amato!… Ed ecco, poche ore dopo averlo detto, hai dato la Tua vita per me, oh mio Sposo! Concedimi la grazia di dare anche la vita per Te, ti supplico con tutte le mie forze; So che sono troppo codardo per farlo e indegna di questo onore, ma “Tutto posso in Colui che dà la forza”, e tu hai detto: “Chiedete e riceverete”.

Nel Tuo nome, oh Amato, ti chiedo la grazia di dare il mio sangue per Te, mio Sposo: con amore e coraggio, ed in un modo a glorificarti il più possibile!…Tuttavia, in questo come in tutto, che sia fatta la Tua volontà e non la mia! Fai di me ciò che più contribuisce alla Tua gloria! Possa io consegnarmi a Te senza riserve, per essere, fare, soffrire tutto ciò che Ti piace, non avere più di un desiderio e una richiesta: glorificarti il più possibile, mio Amato e Sposo: tu…che sei là, morto per me nella croce dove mi prostro e con cui voglio morire.

una monaca certosina (1964)

Poccetti e l’Ultima cena

 

1 Poccetti e Ultima cena

Autoritratto di Poccetti

Oggi, giovedi Santo, si celebra il giorno in cui Gesù ebbe l’ Ultima Cena con i Suoi discepoli. Moltissime sono le raffigurazioni pittoriche e scultoree che rappresentano tale scena, io voglio offrirvene due realizzate per i certosini da Bernardino Poccetti.

Pocetti è lo pseudonimo del pittore fiorentino Bernardo Barbatelli. Nato nel 1548, era di bassa statura, da cui derivò il diminutivo del nome. Fu specialista in affreschi di facciate e in decorazioni a grottesche. Il soprannome “Poccetti” pare derivi dalla sua abitudine a “pocciare” cioè a “bere” nelle osterie. Fu un prolifico pittore di affreschi, attivo in Toscana, ha lasciato poche opere a olio, per di più di modesta qualità. Morì a Firenze nel 1612.

I due affreschi, che analizzeremo furono realizzati entrambi per i certosini. Il primo fu eseguito nel 1596 per il Refettorio della certosa di Pontignano, in provincia di Siena, mentre il secondo anch’esso per il Refettorio ma della certosa di Calci, in provincia di Pisa.

La certosa di Pontignano, oggi è il centro congressi ufficiale dell’Università di Siena e meta ideale per soggiorni in Toscana, è adatta per ospitare gruppi, famiglie e singoli visitatori offrendo svariate tipologie di alloggi. Al suo interno, si possono ammirare diversi ambienti monastici residui, tra essi quella che oggi è una importante sala conferenze dedicata al Prof. Bracci. Essa è dislocata negli spazi che un tempo erano destinati a Refettorio della certosa. Questa sala è interamente affrescata da Bernardino Poccetti, che dipinse una prestigiosa e preziosa “Ultima Cena”.

18Ultima cena Poccetti 1596 (certosa di Pontignano)

In essa possiamo notare la caratteristica scena in cui Gesù siede al tavolo con gli apostoli, sullo sfondo notiamo un colonnato ed archi, tipici di una struttura certosina. Il momento raffigurato sembrerebbe quello successivo alla predizione del tradimento di Giuda, il quale appare isolato ed evidentemente turbato, con un volto che rivela la sua cupidigia. L’abilità del Poccetti sta nel calare questa scena biblica nella dimensione quotidiana della vita in certosa, poichè raffigura ai lati del tavolo due gruppi di monaci certosini in piedi, silenti spettatori di quel momento.

18Ultima cena Poccetti 1597 (certosa Calci) refettorio

Alla certosa di Calci, Poccetti dipinge ad affresco l’Ultima cena sulla parete di fondo del Refettorio, sotto le finestre che danno sul chiostro e sopra l’armadio ligneo, con la figura centrale in corrispondenza del sedile priorale. La disposizione dei soggetti è quella classica dei cenacoli, ovvero una lunga tavola con tovaglia bianca posta tra l’osservatore e i personaggi seduti a mensa con al centro il Cristo. In questa raffigurazione i due apostoli seduti alle estremità della tavola hanno alle spalle due Fratelli conversi certosini che provvedono al servizio della tavola. Davanti alla tavola scorgiamo, seduto su di una panca, Giuda che nasconde dietro le spalle un sacchetto, contenente i trenta denari, e gira la testa verso l’eterno della scena a simboleggiare l’isolamento a cui il suo tradimento lo condanna. Sullo sfondo si vede la prospettiva di un porticato, tipico dell’architettura certosina.

Entrambi le opere hanno accompagnato i pasti consumati nei Refettori delle certose toscane, a memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

Silenzio ed umiltà

Sarah e Dom Dysmas

Ancora uno stralcio tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Dom Dysmas de Lassus, risponde a due domande poste dall’intervistatore.

Nicolas Diat: Quale è il vincolo tra silenzio ed umiltà?

Dom Dysmas: Quando si tratta di Dio, il mistero e dappertutto. Lo stesso uomo è mistero, perchè è stato fatto a immagine di Dio. La creazione è mistero, perchè Dio lo è tutto e fuori di Lui non può esistere niente. Il primo versetto della Bibbia ci permette di affermare che Dio ha creato il mondo, ma non possiamo spiegarlo. Prima del mistero, prima di ciò che è troppo grande, troppo bello per essere capaci di capirlo, possiamo mantenere un silenzio di stupore. Nel suo libro ” Face a Dieu: la priere selon un chartreux” , Augustin Guillerand scriveva con eloquenza. ” Per trovare l’umiltà, è meglio guardare a Lui, anzichè guardare se stesso”.

Non posso dare una risposta migliore di questa alla sua domanda.

Nicolas Diat: Che luogo può occupare il silenzio nella liturgia?

Dom Dysmas: la adorazione è il centro della liturgia.

Questa attitudine del cuore non si esprime tanto con le parole come con la postura, i gesti, il silenzio. Una genuflessione ben fatta parla da sola. Se si eliminano tutti i segni espressivi della adorazione, dapprima scomparirà la propria attitudine, e poi il senso del sacro. Inginocchiarsi, baciare il suolo come facciamo in certosa durante l’angelus, prendere il calice durante l’offertorio coperto con il panno – qualcosa di caratteristico nella nostra liturgia –: tutti questi gesti contengono un proprio significato. Nei nostri monasteri abbiamo un segno molto bello come la prostrazione. Prima della messa il sacerdote si prostra nel presbiterio, si sdraia per terra leggermente raccolto su se stesso. Non posso evitare di pensare che questo entusiasmo sia terribilmente appagante. Più di una volta ho chiesto a coloro che vengono da noi a fare ritiri, se qualche volta hanno sentito parlare in qualche sermone

della fine e della vita eterna. La risposta è sempre stata ” MAI”. E se avessi aggiunto “e della filiazione divina?”e possibile che mi avrebbero risposto lo stesso. Perchè non si parla mai di quello che è la nostra speranza? Ma anche quando, ci osserviamo da vicino, comprendiamo che questa speranza è scritta nel cuore di ogni uomo: la speranza di un amore senza limite che non finirà mai. Che la Chiesa ricorda costantemente l’importanza della filiazione divina; che i sacerdoti non esitano nel parlare della fine e della vita eterna: quindi all’uomo moderno l’adorazione non sembrerà un umiliazione, ma l’atteggiamento naturale di chi scopre di aver ricevuto tutto. Con la adorazione, il silenzio recupererà il suo spazio naturale.