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  • I Fratelli Certosini

  • Memini, volat irreparabile tempus

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  • I.F.S.B.

“Meditationes”

copertina

351. C’ erano due medici. L’uno prescrisse una pozione che riteneva mortale a un malato che odiava, e questi guarì. L’altro mosso da grande carità, donò una medicina che credeva salutare a un amico carissimo, e questi morì. La volontà perfetta, sia essa buona o cattiva, sarà giudicata in base ai risultati ottenuti.E come la pace sulla terra sarà donata agli uomini di buona volontà (LC 2, 14), così sarà dato il travaglio e l’inquietudine agli uomini di cattiva volontà. In tal modo, capita sovente che colui che uccide è stimato come un salvatore, e colui che ha guaito è considerato al pari di un assassino.

352. Due cose fanno un buon medico: la buona volontà e una scienza perfetta, poichè non è in suo potere tutti coloro ai quali profonde le sue cure. Nessuno, in effetti, può sapere quali sono i malati la cui condizione è disperata, e quali sono quelli per i quali vi è ancora la speranza di guarigione. Così il medico deve dare le sue cure a tutti e prodigare a ciascuno, con grande bontà, le risorse della sua arte. In tal modo, non meriteremo dal Padre comune meno grazia e ricompensa per quanti sono morti che per quelli che sono guariti.

353. ” Nello splendore della tua bellezza, sii attento, procedi felice e regna” (Sal 44, 5). Ciò significa se presti attenzione a una bellezza estranea, esteriore, non camminerai felice, non regnerai, ma servirai la creatura piuttosto che il Creatore, il quale è lo splendore e la bellezza dell’anima ragionevole e santa.

354. Il fariseo non avrebbe dovuto dire: ” Mio Dio, ti rendo grazie, perchè non sono come gli altri uomini, nè come questo pubblicano” (Lc 18, 11), ma : Non sono come avevo l’abitudine di essere” . Questo, in effetti, è il linguaggio di colui che progredisce e riconosce la grazia di Dio, l’altra è l’espressione di un orgoglioso che presume di conoscere i segreti del cuore altrui.

355. Il vizio che ha portato quel tale o quell’altro a disprezzarti è il medesimo che ha fatto soffrire te, che ti sei sentito umiliato, cioè la superbia. D’ altra parte, il vizio per il quale hai sofferto una tale perdita: cioè l’amore per i beni che periscono.