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Alle origini della santità di Bruno

busto di san Bruno in processione

A chiusura del mese di ottobre, nel quale la Novena al nostro amato San Bruno è stata predominante, voglio offrirvi un testo molto importante riguardante le origine della sua santità.

La più sorprendente testimonianza di virtù e la santità del venerabile Bruno fu l’immenso numero di pellegrini che si recavano presso il suo sepolcro. Da ogni parte, gli sfortunati, i malati e gli infermi accorrevano in Calabria chiedendo aiuto, salvezza e protezione al santo.

Nonostante i molti miracoli accertati, i certosini, con la loro immensa umiltà, non hanno mai chiesto al Sovrano Pontefice di instradare un processo di canonizzazione.

Hanno preferito concentrarsi sulla ricerca della loro vita così santa e così nascosta, ed accontentarsi di rendere al loro patrono un culto privato.

La Chiesa, che è sempre gloriosa nello splendore dei suoi santi, non poteva lasciare nell’oblio uno dei suoi figli più illustri. In risposta ai sentimenti di profonda umiltà del Beato Bruno, aspettò secoli per proclamare la sua gloria. Stava arrivando il momento in cui avrebbero celebrato, le lodi di questo monaco che si era strappato al mondo. Tutto il mondo cattolico era giustamente stupito, poichè nonostante la fama del miracoli occorsi per intercessione di Padre Bruno, i suoi confratelli che i certosini non chiedevano la canonizzazione del loro fondatore. Soltanto nel 1505, il Capitolo Generale dell’Ordine decise, che si sarebbero dovuti muover i primi passi per giungere ad un meritato traguardo. Ciononostante, bisogna attendere fino al 1514, allorquando il cardinale di Pavia Antonio Maria Ciocchi del Monte, amico dei certosini, di concerto con i Padri Priori di Napoli, Bologna e Mantova ed incaricati dal Capitolo Generale hanno presentato formalmente una richiesta al Sommo Pontefice. Leone X, ha accolto questa istanza con profonda gentilezza, e conoscendo la indiscussa fama di santità di Bruno, sancisce il 19 luglio 1514, il culto di San Bruno, con una sentenza orale (vivae vocis oraculo). Questa affermazione di Leone X è accertata con una lettera di Antonio Maria Ciocchi del Monte cardinale di Pavia, datata, Roma, 19 luglio 1514.
Voglio proporvi la lettura di questo prezioso testo, che ha elevato Bruno tra la schiera dei santi.

A tutti ed a ciascuno di quelli che vedranno e vorranno leggere questo dono, saluto nel Signore. Avendo, secondo il nostro dovere di protezione ed a causa della nostra gentilezza ed amore che noi abbiamo per l’Ordine certosino. Oggi, ai piedi del nostro Santo Padre, Leone X, ed agli eletti della divina provvidenza, i Venerabile religiosi:
Dom Matthieu, Priore della Certosa di Bologna; Dom Louis, Priore di Mantova, Dom Giacomo d’Aragona, Priore di San Martino a Napoli e Dom Hugon, Priore della Certosa di Santa Croce a Roma. Abbiamo esposto noi, e i religiosi sopra citati a Sua Santità molti fatti sulla vita, del Santissimo e beato confessore Bruno, il primo fondatore e insegnante dell’Ordine dei Certosini. Il Beato, nel momento in cui la milizia cristiana si rilassava perdendo il suo ardore, quando la carità e l’amore di Dio si stavano raffreddando in mezzo alle iniquità del secolo, come un valoroso generale, riunisce e forma un nuovo esercito nella Chiesa per resistere al nemico. In questo vigneto che il Signore aveva piantato dalla sua destra e chi allora fu sepolto tra rovi e spine del vizio, ha messo, come un padre intelligente, a così tanti fedeli lavoratori, che lei dona alla Santa Chiesa dei frutti, di giorno in giorno, di più abbondante, ed espira di nuovo la dolce fragranza della santità. Il modello multiplo di scienza e vita si stabilì, di innocenza e purezza raggiunte da questo Beato confessore si è generato e genera di nuovo un gran numero di discepoli, figli di adozione, che sostiene e santifica senza sosta; perché se i suoi meriti sono l’ornamento dell’Ordine certosino, i suoi miracoli sono il rafforzamento. Questo Ordine, avanza costantemente di virtù in virtù, emana allo stesso tempo con le sue altezze sublimi le montagne stesse e che saziano la terra di frutto delle sue opere.

Ecco perché, con le preghiere sopra citate e per conto del Reverendo Padre  Dom Du Puy attualmente Generale dell’Ordine ed altri Venerabili Priori, monaci, Fratelli Conversi e altri membri di detto Ordine, che abbiamo implorato umilmente il nostro signore ed il Papa, per la gloria dell’onnipotente Dio che è questo si rallegra dell’omaggio che viene pagato ai santi, disdegnare la concessione, nella sua magnificenza e nella sua nobiltà apostolica, in onore del Beato confessore Bruno, per via delle sue stesse opere, echi di santità e prodigi della virtù che sono apparse in lui durante la sua vita mortale, virtù che lo fanno brillare nei cieli con uno splendore perpetuo e che sono oggetto di gloria per l’Ordine, abbiamo, ho detto, implorato il nostro Signore Papa, il quale si degnerà di concederlo per il 6 ottobre, il giorno in cui il Beato Bruno, depositando il suo abito mortale di carne volò nel cielo in questa gloria infinita, possiamo festeggiare ogni anno questa è una festa nella sua memoria e poter recitare un ufficio Solenne in cui è elogiato e onorato com’è degno di lui e che siano i certosini autorizzati a ricordare il loro santo fondatore in tutti gli uffici dell’anno. Abbiamo ricevuto questo favore, sebbene il Beato Confessore Bruno non è ancora stato canonizzato, secondo l’uso, dai suoi predecessori. Il Santissimo Papa e Signore, Leone X, dichiara: Avendo da tempo avuto un grande accordo sul discorso sulla gloria e sulla santità del felice confessore di Bruno, lo giudicò giusto; e forma di racconto per ragionare su ciò che era stato adornato con così grandi doni e così magnifiche grazie, e ciò che aveva ricevuto dall’Onnipotente un cuore così docile per adempiere ai suoi precetti e per rispettare la legge di vita e santità, è stato venerato e onorato e questa adorazione degna di lui ora che gode per sempre, quello di gloria divina. Questo il Signore Papa, aderendo alle nostre suppliche questo e quello dei suddetti Priori, nonché il decreto di Dom Francesco, Generale dell’Ordine, e dei Priori, monaci, monache e altri membri del suddetto Ordine, concesso e benedetto e favorevolmente concesso il passaparola che, da allora in poi e per sempre, in tutte le Case dell’Ordine, nelle sue chiese e cappelle, si proceda a celebrare solennemente il 6 ottobre la festa di Bruno. Ha anche deciso che dovremmo onorare e venerare il suo corpo e la sua memoria da degno ti lodo, recitando e cantando in suo onore un ufficio e che renda chiaro tutto il suo ricordo. Erano presenti anche il Reverendo Padre in Dio, Laurent Publius, cardinale sacerdote di Sacra Romana Chiesa e il reverendo padre Amellinus, chierico della camera apostolica. Ecco perché, a testimonianza della verità di quello che è appena stato letto, e quindi senza dubbio può avvenire riguardo a questa concessione, volevamo che questi fossero sottoscritti da noi e dal nostro segretario. Dato a Roma, presso il Palazzo Apostolico, il 9 Luglio 1514, nel secondo anno del Pontificato del nostro Papa e Signore Leone X.

Antonio, Maria Ciocchi del Monte di Santa Prassede, cardinale di Pavia e protettore dei certosini.

Antoine Testa Verulanus, segretario.

Il testo che vi ho proposto, è alquanto lungo, ma decisamente esaustivo per comprendere la formalizzazione della via di santità del nostro amato Bruno.

Il vescovo di Grenoble a Serra San Bruno

 

Dom Ignazio e Mons. Kerimel

Lo scorso 19 agosto, il neo eletto Padre Priore della certosa di Serra San Bruno ha ricevuto una visita d’eccezione. Dom Ignazio Iannizzotto, infatti, ha avuto il piacere di accogliere Mons. Guy de Kérimel, vescovo di Grenoble. E’ stato un incontro molto sentito e commovente, Il vescovo ha voluto visitare i luoghi dove San Bruno ha vissuto i suoi ultimi anni di vita e dove il 6 ottobre del 1101 è salito al cielo. Dom Ignazio ha fatto gli onori di casa, accompagnando Mons de Kérimel ad ammirare il laghetto dove si erge la statua di San Bruno in ginocchio nell’acqua, ed ha proseguito facendogli visitare il santuario di Santa Maria del Bosco. In seguito i due si sono soffermati in preghiera dinanzi al Dormitorio, una unione di preghiera davvero commovente. Qualche scatto fotografico, testimonia questo simbolico incontro tra i due luoghi principali della vita bruniana.

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Dom Antão Lopes ed il suo addio ad Évora.

Dom Antao Lopes sopra il Chiostro

La settimana scorsa è stata molto convulsa a causa della celebrazione della chiusura della certosa di Santa Maria Scala Coeli. Il Padre priore Dom Antão Lopes ha dovuto rilasciare svariate interviste ai mass media, nelle quali ha espresso il suo rammarico e la sua tristezza e nostalgia nell’abbandonare la certosa nella quale ha vissuto per cinquantotto anni. Egli ci ricorda che “i due novantenni da quando hanno appreso la notizia hanno perso l’appetito”.

Con la chiusura di Évora, scompaiono anche gli ordini maschili di clausura in Portogallo. La scarsità di vocazioni in Europa e l’età veneranda dei quattro certosini hanno dettato un risultato che era già stato rinviato nel 2011. Come afferma Dom Antão:”Siamo ancora in grado di spostarci e cantare ogni sera, ma prima che qualcuno di noi stia a letto infermo, è preferibile spostarci in un’altra certosa.” prosegue dicendo che “non c’era altra soluzione” poichè “Roma ha chiesto alla Chiesa di unire le piccole comunità e così rafforzeremo una certosa di otto monaci a Montalegre, Barcellona”. Già otto anni fa, nel 2011, sono riuscito a rinviare la chiusura. “Volevano (il Capitolo Generale) che ci unissimo alla Certosa di Burgos, ma gli è stato chiesto di lasciarci qui.” A quel tempo, sostenevano che, sebbene pochi e vecchi, mantenevano pienamente lo stile di vita certosino. “Continuiamo a cantare di notte e lasciamo la cella con una temperatura di 10 gradi”, afferma il priore di Scala Coeli, che ha vissuto 58 anni a Évora. E con mestizia conclude: “Non si può tornare indietro ora. Andiamo davvero. “

Dom Antão sottolinea l’importanza del silenzio e della solitudine. “La solitudine è continua tutto il giorno”, nel chiostro, nelle celle e in tutto il monastero, è possibile ascoltare solo gli uccelli e l’acqua che scorre nella fontana del giardino. La voce umana è rara. “Fuori c’è molta solitudine e silenzio, ma per noi sono cose diverse. La solitudine è un mezzo per Dio e ciò implica il silenzio. La solitudine è negativa quando è la solitudine con se stessi ed è positiva quando è la solitudine con Dio. E ricorda commosso “Ho pianto nella mia cella quando ho saputo che mia madre è morta, ma è stato un episodio. Non mi sento solo perché so per certo che Dio mi ascolta ”.

In certosa non arrivano le immagini e i suoni della televisione e della radio. È il postino che porta loro i giornali stampati.“Ci informiamo per iscritto perché possiamo scegliere il momento e il tema. Io, come superiore, leggo i giornali e poi passo attraverso le celle le pagine più interessanti in modo che tutti possano leggere dopo aver mangiato “, prosegue Dom Antão, che ha imparato come usare i programmi di editing video per realizzare brevi video sulla vita monastica. Di tanto in tanto i monaci guardano film e documentari su argomenti religiosi. Nel 2009, la comunità ha visto “Il grande silenzio“, il film di Philip Gröning sulla Grande Chartreuse. “Conosco quella certosa . Ci sono stato sette volte nelle riunioni dei superiori (Capitoli Generali). Un giorno Gröning, venne a Évora e quando entrò nel chiostro mi disse: “Peccato che non ho fatto il film qui”. Fu sorpreso dalla luce. “

Padre Antão arrivò poco dopo la riapertura della certosa del 1960 “Ho visto crescere la città, ma che non ha mai disturbato la nostra vita, perché qui non senti nulla”, dice. Dei suoi 85 anni di vita, 50 sono stati spesi in Portogallo. Poi esplica il suo rammarico”Vorrei essere sepolto qui.”

Dom Antao nel cimiterino

Antonio, che prima di prendere l’abito certosino si chiamava Eduardo racconta che prese il suo nuovo nome in onore del famoso eremita, è nato a Cadice nel 1934. Studiò filosofia e all’età di 20 anni sentì il fascino della vita religiosa, dopo aver sentito un professore ordinario che parlava della vita del figlio che era diventato certosino. “Mi ha attratto dedicarmi al 100% a Dio, sapendo che alcuni sono dedicati a Dio e altri agli uomini. Più che andare in missione in Africa o in Alaska, volevo passare la giornata con Dio. ”Nel 1954, entrò nella Certosa di Miraflores a Burgos Sette anni dopo, divenne maestro dei Novizi in Évora.

Sui giovani e le vocazioni si esprime così: “La perseveranza oggi è scarsa per mancanza di preparazione. La società ha molte attrazioni. I giovani di 20 o 30 anni hanno una vita così indaffarata e distratta che non sono preparati per quello che trovano qui “. Egli ci spiega:” Gesù ci chiede la radicalità di essere solo per colui che, in effetti, è molto esigente. Noi non siamo mai usciti per visitare la famiglia. Sono i nostri fratelli, nipoti e amici che vengono al monastero due volte all’anno ”.

La vocazione non è solo un dono ricevuto dal monaco, dice. Viene anche dato alla famiglia. “Ero nella certosa da un anno quando i miei genitori e mio fratello vennero a trovarmi. Durante il viaggio, mia madre chiese: “E se arrivassimo e lui ci dice che verrà con noi?” Mio fratello gli rispose: “Avrai il più grande crepacuore della tua vita”. Alla fine hanno accettato la mia scelta, vivendo questo sacrificio senza troppi pseudo-problemi. “

Non è il semplice stile di vita che ha ridotto i novizi.”Nessuno se ne va perché sono affamati o hanno freddo”, afferma Padre Antão priore dal 1989 ad Évora .“Quando si arriva in certosa da fuori, è normale voler parlare, ma col passare del tempo, più taci, più ti piace. Abbiamo perso l’abitudine di parlare. Non bisogna pensare che passiamo la vita in lutto. Dico spesso che quelli che se ne vanno, se ne vanno a causa della solitudine, e quelli che rimangono rimangono a causa della solitudine. “

Dom Antão fa il punto della situazione.

Sebbene in Europa i certosini abbiano comunità sempre più piccole, in altre parti del pianeta, la tendenza è invertita. “In Argentina per esempio stanno costruendo altre cinque celle perché ci sono giovani in attesa di entrare. Lo stesso vale per gli Stati Uniti e in Corea del Sud. Ci sono vocazioni lì. ”In tutto ci sono circa 300 certosini nel mondo, metà dei quali spagnoli. Di questi “ci sono tre professi portoghesi in Spagna, uno in Inghilterra, uno in Italia. Sono altri due sepolti a Scala Coeli e un altro a Medianeira in Brasile. Ce ne sono altri due in formazione in Spagna. ”

Poi, proseguendo ci parla del mondo visto dalla certosa…

Dalla certosa, il mondo non è un posto lontano.“Non devi andare in un bordello o in una casa di prostituzione per sapere come soffrono queste donne. Non devi essere in guerra per pregare. La nostra comprensione del mondo è maggiore o migliore di quanto si pensi ”, afferma l’anziano Priore, spiegando che i monaci leggono gli eventi alla luce del Vangelo.

Essendo Priore di Scala Coeli da 30 anni ed essendo il ponte di contatto con l’esterno, Padre Antão afferma di essere “mezzo certosino“. “Ho dedicato metà vita alla direzione spirituale e metà alla direzione materiale della casa. Sono già stanco e ho bisogno di morire e riposare o riposare e morire ”, precisa. Essere il collegamento con l’esterno per così tanti anni è stato in grado di realizzare l’impatto della certosa con la città. “Suoniamo la campana a mezzanotte e, a seconda del vento, sappiamo che ci sono molte persone che ascoltano e pregano un’Ave Maria, perché i monaci canteranno”. Da quando sono arrivati ad Évora, le richieste di preghiera sono state continue. “Abbiamo ricevuto richieste di intercessione e ringraziamenti. Abbiamo fede e fiducia nel fatto che sacrificando e pregando convertiamo le persone e c’è un’eco là fuori che lo conferma ”.

Evora e la certosa

A maggio, quando i miei confratelli hanno saputo che avrebbero dovuto trasferirsi a Barcellona, non hanno nascosto la loro tristezza. “La partenza è dura. I monaci di 90 anni hanno perso l’appetito. A questa età, varcare una porta e non dover accendere la luce, perché conosci la strada, aiuta a vivere ”, ammette rattristato Padre Antão. Ma non è la cosa più difficile, suppone. “Ci rammarichiamo per il cambiamento di ambiente, ma siamo particolarmente tristi di dover sparire da qui”. Alla fine del mese, quando i quattro monaci andranno a Barcellona, “con pochi libri”, l’unico bottino che vogliono mantenere, porteranno con sé. quasi 60 anni di presenza silenziosa ma feconda sul suolo portoghese.”Ho molti ricordi nel mio cuore, ma molte foto su una pendrive”.

Dom Antao tristezza

A seguire uno splendido video con l’intervista all’anziano Padre Priore, che ci accompagna per un ultima volta all’interno degli ambienti monastici.

I giorni della fine

Fratello Hipolito Raymond

Fratello Hipolito Raymond

Professo di Val San Pietro

Fratello converso

La santità di un umile converso, quasi ignorato, pesa tanto nell’equilibrio di Dio quanto a volte più della santità di un personaggio distinto e di un marchio saggio. Il fratello Raymond, che morì a metà del diciassettesimo secolo, aveva una sua personalità. Certamente non che voleva essere qualcuno; ma la popolarità è arrivata a lui, come i metalli vanno al magnete. Era, in ogni senso della parola, uno di quei buoni israeliti, in cui, come diceva il Salvatore, né malizia né ombra di travestimento. Fece ingresso, da giovane, a Val Saint Pierre, ha condotto una vita pura ed edificante, non cercando Dio in tutte le cose. Reso professo tendeva alla raddoppiata alla perfezione, sfidando sempre lo straordinario. Un religioso interessato a se stesso diventa ridicolo e diventa insopportabile. Semplicità, ancora e sempre semplicità! Incaricato di prendersi cura dei malati, il buon Fratello si dà senza riposo. Dove c’è un dolore da curare, offre i suoi servizi senza calcolare la stanchezza. Questa dedizione assoluta, realizzata senza ulteriori motivi, diventa il suo carattere distintivo. Quando in seguito gli verrà affidato il compito di mantenere la porta con la distribuzione delle elemosine, si dedicherà con diligenza al servizio dei poveri. Lo sfortunato, il piccolo, il vecchio lo troveranno sempre pronto ad ascoltarli e ad aiutarli. Nel giorno del suo funerale, erano tutti lì con le lacrime, dicendo a modo loro che avevano appena perso un vero amico. Dove il fratello Raymond ha consegnato il tesoro della sua carità, è stato con i suoi aspiranti, i donati e i giovani professi che hanno avuto cura della loro esperienza e del loro zelo. Questi doveri, sebbene differissero essenzialmente da quelli del maestro dei novizi, poiché non implicavano né confessione né direzione, non hanno meno importanza capitale. Questo è così vero che anche qui possiamo dire: “Vale tanto l’educatore, tanto vale il discepolo”. Le nuove reclute mantengono invariabilmente il segno del luogo in cui sono state espresse. Quale eccellente impulso per un maestro Fratello, desideroso della perfezione stessa, se, per parlare un linguaggio molto comune, vede i suoi simili solo attraverso il seno sacro del Salvatore! Tale era l’eccellente converso di cui abbiamo parlato. Lo spirito soprannaturale abbondava in lui; era visibilmente visibile nelle sue parole, nelle sue azioni, anche dall’esterno. “Quando mi preoccupo delle sciocchezze, ha detto, mi ritiro nella parte posteriore del mio cuore, ascoltando abbastanza a lungo perché nessuno si accorga della mia ritirata.” Ha mantenuto lo stesso atteggiamento a Mont-Dieu, dove ha trascorso gli ultimi anni del suo la tua vita. Il coraggioso Raymond si era sempre distinto per la profonda devozione a San Giuseppe: ora non si prevedeva che una cappella, eretta di recente in onore del marito di Maria, fosse aperta al culto, ma una benedizione liturgica. Mentre si avvicinava il 19 marzo (1639), il fratello Ippolito chiede umilmente di porre fine a questa formalità. Infatti, e come si crede, il priore benedirà l’oratorio alla vigilia della festa e lì dirà messa il giorno successivo.

Per una ragione o per l’altra, non considera appropriato ignorare la richiesta del Fratello. Quindi cede le sue ripetute istanze. Tutto va secondo il programma. Il 18, il santuario è benedetto e il 19, al mattino, il priore è pronto per salire all’altare. Già, ad eccezione della casula, copriva i suoi paramenti; nient’altro è atteso dalle coincidenze. È proprio il fratello Raymond che dovrebbe portarli. Ma ha impiegato alcuni minuti per confessare nel capitolo; che lo ha ritardato naturalmente. Volendo recuperare il tempo perduto, impone il ritmo e ansima a metà della collina. Lì si prende una pausa e, appena seduto, fa il suo ultimo respiro tra le braccia di un converso che il Priore inquieto, gli aveva appena inviato per incontrarlo. Invano si cerca di riportare il calore su questo corpo spezzato. È troppo tardi Il celebrante, che era disceso, recitò alcune preghiere e si ricompose immediatamente per offrire i santi misteri ai defunti.

Domingos António de Sequeira, un certosino mancato

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Cari amici in questo articolo voglio parlarvi di un dipinto realizzato dal pittore portoghese Domingos António de Sequeira, intitolato san Bruno in preghiera. Questo dipinto fu realizzato tra il 1799 ed il 1800, ed oggi è conservato nel Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona. Questo valente pittore era da sempre molto religioso, ed i suoi problemi esistenziali acuirono la sua tendenza ascetica al punto che decise di entrare nel 1798 come novizio alla certosa di Laveiras. Egli era seriamente convinto di diventare certosino, in quell’epoca dipinse questa tela imprimendo in essa la condizione che avrebbe voluto raggiungere. Un suo mentore convinto che si sarebbe perso il suo talento pittorico tra le mura della certosa, decise di convincerlo ad uscire 1801, e fu così che il giovane Sequeira abbandonò la vita claustrale per diventare nel 1802 il primo pittore di corte!

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Ma vediamo ora di interpretare questa splendida tela, che raffigura S. Bruno, il quale si trova in orazione all’interno di una grotta, luogo adatto per la preghiera. Va detto che ci troviamo di fronte ad una posizione totalmente insolita per la figura di un santo, La sua collocazione è di totale dedizione e prostrazione, di sicuro è stato intenzionale mostrare l’estasi e il fervore che questo monaco ha mostrato durante la sua esistenza. Bruno ha davanti a sé un libro di preghiere aperto ed al suo fianco un crocifisso, che poggia su due libri chiusi, un teschio e una lampada accesa. Sullo sfondo si vede una ciotola ed una brocca, in riferimento al severo ed essenziale nutrimento certosino. Gli oggetti che il santo ha accanto a se sono proprio del genere vanitas. Il Crocifisso, il teschio e la candela accesa fanno riferimento alla caducità della vita e in ultima analisi al dovere di essere in pace con se stessi, perché in qualsiasi momento la morte può giungere, memento mori, Questa pace deve essere conquistata con una vita dedita alla preghiera ed al silenzio.Sulle mani, giunte nella preghiera, si concentra la luce in modo che sia il focus della visione dell’osservatore. Nonostante le ombre che si addensano sul fondo della composizione, il crocifisso e il teschio si notano a causa della luce della candela accesa. La morte e di conseguenza la vita eterna.
Un opera eccellente come tutte le altre che realizzò nel corso della sua esistenza, la Provvidenza decise di far si che si realizzasse il suo talento pittorico, anziché quello monastico.

L’abbraccio di Évora ai certosini di Santa Maria Scala Coeli

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Cari amici di Cartusialover, nell’articolo odierno vi parlerò della cerimonia celebrativa della chiusura della certosa di Santa Maria Scala Coeli. Lo scorso martedi 8 ottobre, la città di Évora ha voluto salutare la comunità certosina con un ultimo abbraccio. Alle ore 18.30 l’arcivescovo di Évora, D. Francisco Senra Coelho nella chiesa rinascimentale della certosa di Scala Coeli, ha celebrato una messa solenne alla presenza dei monaci e diverse decine di sacerdoti, prelati e diaconi. La peculiarità di questo evento è che la cerimonia era straordinariamente aperta al pubblico, il quale, giunto numeroso ha riempito la chiesa dopo aver visitato tutti gli ambienti monastici certosini. La apertura eccezionale ed unica della certosa ha fatto accorrere molti cittadini, notevolmente rattristati dalla partenza dei certosini. Alla presenza di decine di giornalisti e dei principali canali televisivi, la celebrazione si è svolta in un atmosfera di suggestiva emozione.

Alla cerimonia hanno assistito anche le suore dell’ Istituto Serve del Signore e della Vergine di Matarà, il ramo missionario, in rappresentanza delle monache dello stesso Istituto che arriveranno presto a Évora, in sostituzione della comunità certosina.

Secondo l’arcivescovo Senra Coelho, sarà necessario eseguire lavori nell’edificio religioso, vale a dire “rivedere le celle e prendersi cura di alcuni dettagli”, perché “la certosa è stata concepita per una comunità maschile e, ora, sarà per le donne”. Si prevede inoltre di creare una foresteria per consentire alle persone interessate di poter “trascorrere giorni con loro, pregare, tacere, sperimentare il pellegrinaggio interiore, provare a scoprire la bellezza dell’amore di Dio, e quindi condurre una vita monastica per alcuni giorni”.

Tanti amici e tante testate giornalistiche hanno fatto reportage di immagini e di video, a seguire, ecco per voi una selezione degli scatti più significativi e toccanti.

A seguire i video della Messa solenne, della dichiarazione del Padre Priore Dom Antao Lopes.

Ma apriamo con il sunto di questa giornata celebrativa nella quale la clausura ha aperto per l’ultimo abbraccio.

 

La Messa solenne

 

Dom Antão parla un po’ ai giornalisti sull’inizio della Certosa di Evora, che fu fondata da 7 monaci e che quando la vita riprese nel 1960 furono anche 7 monaci fondatori. Proprio come 900 anni fa, all’inizio dell’Ordine.

E chiarisce che la Chiusura della Certosa di Evora è dovuta alla mancanza di vocazioni e all’invecchiamento della comunità. “Sono stati anni difficili, nel senso che siamo andati via via diminuendo e invecchiando…Ma siamo riusciti a vivere la vita certosina.”

Dice che loro sono pochi, sono molto anziani, ma hanno sempre osservato la Regola, come in tutte le Certose del mondo.

Più di 55 anni dopo l’arrivo a Evora, Dom Antão Lopez parla che ha vissuto lì una “bellissima esperienza”. Sono andati a vivere la vita certosina totalmente chiusi e, nonostante tutto, sono stati conosciuti e stimati, fuori, commenta.

Secondo Dom Antão, “il Portogallo è abbastanza cristiano per stimare questo tipo di vita”.

Quando gli è stato chiesto di essere triste per la partenza da Evora, afferma: “Questo addio per me è stato una sorpresa, in parte, ma è stato un segno che il popolo portoghese è un popolo sensibile ai valori cristiani”, aggiunge.

Dom Antão parla del desiderio di “tornare in cella” per riprendere la vita normale. Dice che nella nuova comunità le loro vite non cambieranno, “le nostre vite sono le stesse ovunque” e ammette che “resta una nostalgia dell’ambiente, delle persone”. Ma dice afferma: “questa tristezza è stata compensata da questo addio, così inaspettato”.

Alla fine della Messa, Dom Antão parla:

Per i cristiani, ogni addio è un ‘ci vediamo presto’. Speriamo che un giorno saremo di nuovo insieme davanti a Dio. Pertanto, ringraziamo per il vostro addio, ma vi diciamo anche che torneremo a incontrarci, qualche giorno, alla presenza di Dio. Arrivederci”.

FOTOGALLERY

(cliccare su ogni foto per ingrandirla)

 

Una simpatica testimonianza

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Oggi voglio proporvi una simpatica testimonianza, trovata in rete, di una signora che ci parla dei suoi ricordi d’infanzia, riguardanti il suo rapporto di vicinato con la certosa di Farneta. In questa testimonianza video che segue, ella ci parlerà di come ha vissuto il divieto assoluto di entrare in certosa per le donne. Un divieto tassativo che dura nei secoli, e come vi ho proposto qualche articolo fa, per il quale vi è il solo cosiddetto privilegio delle regine. Ora vi lascio alla visione ed all’ascolto di questa singolare testimonianza.

Top ten di Ottobre

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Dallo scorso mese e fino a dicembre vi proporrò un post contenente il meglio di questi primi dieci anni.

In questo articolo celebrativo del decennale del blog, vi propongo i post più letti nel mese di settembre di ogni singolo anno, dal 2009 ad oggi. Un modo per far conoscere gli articoli più datati agli amici lettori più recenti, esso è anche rivolto ai più nostalgici che seguono Cartusialover dall’inizio.

Top ten Ottobre

2009 Il Rosario certosino

2010 Benedetto XVI sarà a Serra San Bruno

2011 Benedetto XVI in diretta webtv dalla certosa di Serra san Bruno

2012 Progettata nuova certosa in Olanda

2013 “Il silenzio certosino”

2014 News dalla Grande Chartreuse: Il Priore Generale si dimette

2015 Spes Mea

2016 La dieta certosina e la longevità

2017 Preghiera a San Bruno

2018 Preghiera a San Bruno

Un libro dedicato al beato certosino Oddone da Novara

 

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Cari amici lettori voglio relazionarvi in questo articolo odierno su una lodevole iniziativa, susseguita alla presentazione di un libro sul beato certosino Oddone da Novara.

Lo scorso 28 e 29 settembre a Tagliacozzo, in provincia de L’Aquila, si è svolta una due giorni interamente dedicata alla celebrazione della memoria del santo eremita.

Sulla vita di Oddone, fino ad oggi, vi erano scarne e frammentarie notizie fino a quando il prof. Lucio Meglio ha deciso di curarne ricerche e studi.

Grazie al ritrovamento di una copia seicentesca del rotolo processuale del 1240 sulla vita e le virtù di Oddone, avvenuto presso l’Archivio storico della Certosa di  Trisulti, si è svelata la vicenda storica di questa figura tanto cara al popolo marsicano. Un lungo lavoro di ricerca, oserei dire certosino, consistito prevalentemente nella trascrizione del contenuto pergamenaceo di 2 metri e 86 cm di lunghezza e con l’intera traduzione italiana dal latino. Oltre a ciò si riportano documenti inediti conservati nell’Archivio della Congregazione delle Cause dei Santi. Oddone è così l’unico caso di santo certosino ad avere una considerevole mole di documenti storici coevi riferiti alla sua santità.

Le celebrazioni sono cominciate sabato 28 settembre, quando alle ore 16 nella sala consiliare del comune è stato presentato il libro di Lucio Meglio “Vita, miracoli e culto del beato Oddone da Novara, monaco certosino”, Edizioni Kirke.

Da quasi un millennio le benedettine di Tagliacozzo custodiscono nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano il corpo del monaco certosino Oddone da Novara e da sempre ne hanno avuto cura di ravvivare e incrementare la fiamma della devozione che arde attorno alla sua figura. Le cerimonie sono proseguite domenica 29 settembre nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano dove, dopo anni, è stata esposta l’urna con i resti mortali del beato certosino. La messa solenne è stata officiata dal vescovo dei Marsi mons. Pietro Santoro, al termine della quale è stata benedetta la nuova nicchia dove è stato collocato il beato. La nicchia è composta dal sarcofago medievale che in passato conservava il corpo di Oddone e sul quale oggi sono state riposte le sue ossa. Accanto è stato posizionato il grande quadro settecentesco raffigurante il beato Oddone orante.

Va ricordato, che Tagliacozzo, come Serra San Bruno, è una delle poche città a venerare con grande culto e devozione un monaco certosino del quale si conservano i resti mortali e da oggi grazie al professore Meglio, anche tutta la documentazione storica. Lo scorso luglio l’autore ha avuto l’onore di presentare questo libro nella Certosa di Serra San Bruno, in Calabria, dietro invito del priore, trascorrendo tre giorni con i monaci certosini, dimorando nelle stanze che nel 1984 ospitarono Giovanni Paolo II e vivendo direttamente le loro liturgie, compreso il Notturno. Un raro e meritato privilegio. A seguire le immagini di questa due giorni suggestiva ed a tratti emozionante, che spero possa rinverdire il culto del beato certosino ed a cui voglia elevarsi la nostra breve preghiera.

PREGHIERA

Signore, concedi a tutti coloro che celebrano la festa del Beato Oddone, che hanno fisso lo sguardo dell’anima nella contemplazione della tua gloria, e che,dopo aver perseverato nella fede in questa vita, risplenda in noi la luce della tua presenza nella patria celeste.

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Vi allego il link per poter acquistare il libro che vi invito a leggere

 

Note sull’autore:

Lucio Meglio è docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Ateneo dove dirige la Rivista “Annali di Storia Sociale ed Ecclesiastica”. È autore di oltre sessanta pubblicazioni nel campo della Storia sociale e della Sociologia delle religioni. È socio accademico della Società Internazionale di Studi Francescani e socio onorario della Pontificia Academia Mariana Internationalis.

Il Rosario e la pietà mariana

certosino mentre recita il rosario

Oggi 7 ottobre, voglio ricordarvi che oltre a celebrarsi la ricorrenza del santo certosino Artoldo, vescovo di Belley, al cui articolo biografico vi rimando, si celebra anche la memoria della Beata Vergine del Rosario. Vi offro un testo di un certosino, che ci illumina con alcune sue precisazioni.

Cosa dire a coloro che pensano che il Rosario ripeta inutilmente le stesse parole?

Il Rosario ha suscitato riserve ed obiezioni basate sulla natura apparentemente meccanica di questo tipo di preghiera: molti lo considerano un esercizio condannato all’automatismo ed alla routine, atto a sterilizzare la vita di unione con Dio piuttosto che a stimolarla.

Tuttavia, si verifica che sia i santi che i grandi saggi cristiani stimavano molto il Rosario.

Non si può formulare un giudizio appropriato su tale pratica se si tiene conto solo della sua faccia esterna. La ripetizione delle preghiere vocali può davvero dare l’impressione che si materializzi e meccanizzi la preghiera (che è essenzialmente l’elevazione dell’anima a Dio); può quindi sembrare incorrere nella condanna che Gesù pronunciò nel Vangelo: “Quando pregherete, non moltiplicherete le parole, come fanno i pagani, i quali credono di essere esauditi alla vista della moltitudine delle loro parole” (Matteo 6: 7). In questo testo, non c’è dubbio, il Signore disapprova il concetto che fa coincidere la preghiera con la ripetizione di parole, come se l’uomo potesse influenzare la Divinità attraverso l’apparato della sua verbosità.

Tuttavia, non è per questa mentalità che si ripetono le “Ave Maria” nella recita del Rosario. No; queste hanno un valore totalmente subordinato; hanno solo lo scopo di creare un’atmosfera, un clima, all’interno del quale lo spirito, pacatamente, possa elevarsi a Dio; è la contemplazione interiore, accompagnata da atti d’amore, che costituisce lo scopo della ripetizione delle formule nel Rosario. La preghiera vocale, in questo caso, può essere paragonata al corpo, mentre la contemplazione agisce come l’anima del Rosario. Ora, proprio come l’anima umana, in condizioni normali in questo mondo, ha bisogno della collaborazione del corpo anche per svolgere le sue funzioni più sublimi, così il sollevamento dell’anima a Dio nella preghiera ha bisogno di un esteiro sensibile, che, nel caso del Rosario è la recitazione delle “Ave Maria”; crea uno “spazio” spirituale all’interno del quale devono svilupparsi la meditazione e l’affetto; la monotonia delle formule è spezzata dal ritmo progressivo della meditazione o della contemplazione. Così il Rosario mette in moto tutte le potenzialità dell’uomo, sia spirituale che corporale, per promuovere l’unione con Dio.

Quanto sono lontani dalla via della verità coloro che rifiutano questo metodo di preghiera (il Rosario) come una formula noiosa e cantilena monotona, conveniente solo per i bambini e le donne semplici!…La pietà si comporta a somiglianza dell’amore: anche se si ripetono sempre le stesse parole, queste non esprimono sempre la stessa cosa; ma qualcosa di nuovo attraverso di loro si traduce, qualcosa di nuovo ispirato per nuovi e nuovi affetti d’amore.

Un certosino