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Dom Andrés Capella, il priore certosino diventato vescovo

certosino in preghiera

Oggi vi parlerò di Dom Andrés Capella (o Capilla, in castigliano). Egli nacque a Valencia il 29 gennaio del 1529, e fin da giovanissimo, all’età di quindici anni entrò tra i Gesuiti facendo il noviziato a Gandia. Studiò teologia, ebraico, greco e latino nella Università di Alcalà, fino ad ottenere il dottorato. Divenuto sacerdote, insegnò teologia nel collegio di San Paolo di Valencia, del quale divenne rettore. Fin dai tempi di Gandia, egli si era formato sui testi di Dionisio de Rijckel e sulla Theologia mistica di Hugo de Balma.

Per questa sua inclinazione alla vita monastica contemplativa si ritirò alla Certosa di Portacoeli, nel 1567, ma non avendo il permesso del gesuita generale, San Francesco Borgia, dovette recarsi a Roma da lui chiamato per insegnare teologia. Alla fine, due anni dopo, nel 1569, ottenne dal papa la corrispondente licenza di ritirarsi in un monastero certosino, la sua grande vocazione, che sembra avesse già da prima di entrare nella Compagnia di Gesù. Riuscì dunque ad entrare nell’Ordine certosino, in cui emise i voti nel monastero della Scala Dei (Tarragona) il 17 gennaio del 1570. Nel 1574 fu incaricato di occupare il posto di priore a Portacoeli, che dovette lasciare l’anno successivo per esercitarlo a Scala Dei. Allo stesso modo, fu scelto per svolgere questo ministero a El Paular (Rascafría, Madrid, 1576-1579), Napoli (1579-1581), Milano (1581-1584) e di nuovo Scala Dei (1584-1586). Fu anche nominato visitatore della provincia lombarda durante il suo periodo italiano, nonché penitenziario apostolico, e trascorse del tempo a Roma. Nonostante tutti questi impegni importanti, egli viveva quotidianamente praticando una astinenza assoluta, nutrendosi di pane ed acqua e frutta secca.

Su richiesta di Filippo II, che lo avrebbe reso membro del Consiglio reale, fu incaricato di riformare i Benedettini de i canonici regolari di S. Agostino in Aragona, in Catalogna e in Rossiglione. La sua eccellente gestione spinse il re a nominarlo vescovo di Urgell insediandosi il 12 aprile 1588, ed avendo come assistente San Giuseppe Calasanzio, che fu collaboratore e poi vicario generale. Nel suo episcopato Andrés Capella ha fondato un collegio della Compagnia di Gesù e un seminario sacerdotale. Successivamente, chiese al monarca di potersi ritirare di nuovo alla vita certosina, che gli mancava tanto, ma il sovrano non glielo concesse, e morì dopo aver lasciato numerose opere religiose.

Tra queste il libro di preghiera e il manuale delle considerazioni, le sue opere più famose, sono state tradotti e rieditate più volte in spagnolo, nonché in traduzioni in latino, francese, tedesco e italiano. Nella raccolta dei sermoni di domenica, in conformità con le linee guida del Concilio di Trento in materia di catechesi e predicazione, ha proposto ai parroci “uno stile semplice e piacevole che tutti possano capire”, senza artifici, secondo la capacità degli ascoltatori e nel linguaggio volgare e comprensibile. 

Le notizie tramandate su di lui, lo descrivono come un uomo di preghiera, persino favorito da estasi mistiche con seguenti levitazioni, e di un buon direttore spirituale. Anche la sua carità verso i poveri e i monasteri è di solito evidenziata, e all’interno del suo stesso Ordine certosino ha cercato di promuovere la fondazione valenciana di Ara Christi. Dopo la sua morte, avvenuta il 22 settembre del 1609, il suo corpo fu sepolto nella cappella principale della chiesa parrocchiale di Sanahuja (Lérida). Una prece alla sua memoria!

Ma chi abiterà la certosa di Évora?

Dom Antao Arcivescovo e suore

Quando fu diramata la triste notizia della chiusura della certosa di Évora, al profondo senso di tristezza si aggiunse l’apprensione su quale sarebbe stato il futuro della certosa. L’auspicio era che potesse rimanere integra la sacralità e la spiritualità di quegli ambienti monastici. Ebbene quella speranza, si è trasformata in una piacevole realtà, svelataci lo scorso 8 ottobre dall’arcivescovo D. Francisco Senra Coelho, al termine della celebrazione di addio dei certosini.

Alla messa solenne dell scorso 8 ottobre tenutasi nella certosa di Santa Maria Scala Coeli hanno, infatti, partecipato un numero considerevole di suore dell’Istituto dei Servi del Signore e della Vergine di Matarà, il ramo femminile della Famiglia religiosa del Verbo incarnato. Saranno queste religiose che occuperanno gli ambienti della certosa, opportunamente riadattati alle loro esigenze, sostituendo i certosini.

Ma chi sono? Cerchiamo di conoscerle meglio

La congregazione, fondata nel 1988 in Argentina, ha circa 1.350 suore in tutto il mondo con vocazione missionaria. Ma queste suore hanno anche un ramo contemplativo di 186 suore in 16 monasteri. Sono proprio queste monache di clausura che occuperanno la certosa di Évora.

A seguire il video, il testo tradotto del messaggio dell’ arcivescovo D. Francisco Senra Coelho, immagini e la presentazione delle suore con testo tradotto.

08/10/2019 Video intervista dell’arcivescovo D. Francisco Senra Coelho

Testo tradotto

Signore Arcivescovo, la giornata non è felice, ma anche l’arcidiocesi accoglie una nuova comunità religiosa qui, qual è il sentimento arcidiocesano?

Innanzitutto, una profonda gratitudine per la grande testimonianza che i monaci certosini hanno saputo darci.

È una testimonianza di valorizzazione di tutti gli esseri umani. A questa porta hanno bussato persone con tutti i tipi di problemi, persone di diverse origini culturali, persone con diverse comprensioni, cattolici e non cattolici…Assetate di speranza, persone in situazione di angoscia, in disperazione umana, persone con un profondo senso di perdita per il lutto, senza senso della vita. Chiamavano qui, anche persone che pensavano al suicidio. E questa casa era un cuore, direi una “casa madre” dal cuore aperto, che cercava di aiutare nella fraternità che ci viene dalla nostra umanità.

Vorrei citare la parola humus/terra, “ricordati uomo che polvere sei e in polvere ritornerai”, molte volte la vita ci fa tornare a questa polvere, quando ci sentiamo “un niente”, quando ci sentiamo incapaci…E perciò questi uomini buoni, i monaci, avevano sempre un orecchio, il loro cuore era un orecchio. Sono stati in grado di ascoltare nel silenzio della fedeltà e della fiducia, e quindi la Certosa è diventata un centro di accoglienza e umanità. Questa è l’eredità che abbiamo ricevuto.

Naturalmente, anche qui sono state celebrate molte feste. Molte madri sono venute qui per raccontare la gioia della gravidanza, molti giovani sono venuti qui per raccontare il fascino del primo lavoro, del loro esame riuscito, infine, delle gioie… chemioterapia, esami medici positivi, cure…Qui sono venuti medici, sono venuti malati. Qui arrivarono persone per chiedere la benedizione per la loro mano prima di un intervento chirurgico. Qui sono venute persone per chiedere consigli per aiutare un figlio tossicodipendente, cosa fare per far ricominciare una vita spezzata. Le madri sono venute qui per piangere per la partenza dei loro figli che non hanno avuto un posto al tavolo della società…che sono dovuti partire per le diaspore dell’immigrazione, hanno lasciato il loro letto vuoto, il loro posto al tavolo. Qui arrivarono i padri a chiedere…

Questa è stata una casa di tenerezza. Questa è una casa di affetto che dobbiamo portare avanti nella stessa testimonianza di umanità, al servizio di prestare attenzione alla persona nel suo contesto concreto.

Naturalmente è un’eredità che suscita gratitudine. Questi uomini hanno vissuto in un silenzio gratuito, non hanno mai chiesto nulla in cambio, non hanno mai fatto il proselitismo, mai chiesto a nessuno di convertirsi. Quando si suonava il campanello del cancello di questa clausura, appariva un monaco che semplicemente ascoltava, condivideva la realtà umana e prometteva la preghiera davanti a Dio. Ho vissuto qui 8 giorni con loro prima di essere vescovo, ho fatto il mio ritiro qui…… ( in questo momento riporta un po’ la routine).

Sicuramente questa gratitudine si mescola con un grande senso di responsabilità per questo polmone spirituale. Abbiamo in mano il mazzo di chiavi… E voglio condividere con le Suore Serve di Dio che occuperanno questa casa in modo che sia un silenzio abitato, che sia un silenzio fecondo e che continuiamo ad accogliere.

Vorremmo molto apprezzare l’accoglienza, l’ospitalità, che qui ci fosse uno spazio adeguato per coloro che vogliono venire a fare un momento di oasi o deserto. Deserto per coloro che vivono nello stress dei rumori, infine…Oasi per coloro che sperimentano il contrario: la solitudine, l’abbandono, l’essere soli tra molte persone. Le Suore Serve di Dio hanno questa componente nel loro carisma di avere una locanda, accogliendo coloro che vogliono trascorrere del tempo di preghiera con loro. Speriamo che la Certosa di Évora mantenga sempre questa dimensione di profonda umanità… Che qui sia una fonte di acqua viva e che ogni Suora sia “un guscio”, come diciamo, dove possiamo vivere.

[Sull’incontro con le Suore]

Stiamo trattando di cose molto semplici. Le Suore sono venute qui per visitare la casa circa un mese fa, ancora con una certa riserva per controllare le condizioni e quando hanno visitato il monastero si sono sentite a casa perché gli Ordini monastici hanno molto in comune. Stiamo parlando di piccoli lavori, opere, che dobbiamo fare… Appena questo adattamento sarà pronto, a Dio piacendo, la Fondazione Eugenio de Almeida in collaborazione con l’Arcidiocesi di Évora sarà pronta a risolvere l’ospitalità delle Suore il più presto possibile. Non posso fissare una data, perché stiamo parlando di lavori… Preparare lo spazio della foresteria che era la casa dove abitavano il Signore Conte Vivalva, Vasco Maria Eugenio de Almeida e la signora Dona Teresa, perché hanno vissuto qui quando hanno acquistato l’edificio. Spazi per far sentire bene gli ospiti. Stiamo parlando di cose molto specifiche, perché l’edificio è in buone condizioni, ben conservato.

Presto avremo la gioia di accogliere le persone che vogliono provare un’esperienza nella certosa. Sarà sempre la Certosa! Questo è il toponimo, la Certosa! Anche dal 1834 al 1960, quando i certosini non erano qui, era chiamata Certosa.

[Sulla speranza che i certosini tornino]

È un grande desiderio, perché crediamo che l’Europa rinascerà!

Abbiamo la gioia di avere nella nostra arcidiocesi tre comunità contemplative, dove abbiamo molte suore giovane (parla di due già esistenti e sulle Suore Serve).

Questa recente fondazione, iniziata nel 1988, ha 1350 Suore nel mondo, 185 monache, 16 comunità monastiche. Loro sono dove soffre la Chiesa. Sono ad esempio in Iraq, sono in Siria, stanno avviando una nuova comunità in Turchia e in molti altri Paesi in cui essere cristiano è pericoloso per la vita. Sono Suore con vocazioni fiorenti. E fra queste 1350 Suore, circa 31 anni costituite (1988 nel pontificato di Papa Giovanni Paolo II) ciò che cresce di più è la vita monastica. Perciò crediamo che quest’Europa scoprirà la bellezza dell’Assoluto, la bellezza dell’amore nella consegna totale e che, chissà, i certosini torneranno qui. Sono sicuro che nel 1834, quando i certosini sono stati espulsi, sarebbe stato meno credibile questo che sto dicendo di oggi. Tuttavia, nel 1960 tornarono. Ma dire questo nel 1834 avrebbe causato risate. Oggi non direi che provoca risate, ma può generare un giudizio di ingenuità. Però l’uomo è un mistero più grande dell’uomo stesso. L’uomo trascende se stesso e l’uomo è sempre una sorpresa. Aspettiamo, perché nel profondo dell’uomo c’è una grande sete ed il mondo non risponde a questa sete, invece, genera più sete e molti giovani cercano Dio. È importante ricordare che 2 anni fa due portoghesi entrarono nel noviziato monastico certosino del Portogallo. Questa porta è aperta ed il futuro appartiene a Dio.

le suore partecipano alla messa ad evora

Dom Antao e sorelle.jpeg

Video presentazione suore

Arcivescovo:

Queste sono sorelle molto legate alla Chiesa sofferente, alle chiese perseguitate. Ma non sono monache, sono suore missionarie. Le monache non escono facilmente, quindi non sono venute. Usano lo stesso abito, vivono in silenzio e raccoglimento. Queste venute stasera sono missionarie attive. Fondata circa 30 anni fa, dal 1988 ad oggi. Sono 1500 sorelle.

Vuoi dire qualcos’altro? (dice l’arcivescovo alla sorella).

La Suora dice in spagnolo:

La nostra Congregazione è nata in Argentina ed è composta dal ramo maschile e femminile. Entrambi hanno vita apostolica e vita contemplativa. Abbiamo monache di clausura e monaci, e siamo in missione in alcune parti del mondo. Siamo in Medio Oriente, come in Siria, Iraq…Siamo in Africa, America Latina, Nord America…

Il ramo maschile è nato nel 1984 ed il ramo femminile nel 1988.

È una grazia poter venire alla Certosa di Evora ed anche una grande responsabilità. Non solo per la grandiosità della certosa (materiale), ma anche per la continuità della spiritualità. Chiediamo la preghiera di tutti i portoghesi in modo che possiamo anche dare frutti di santità e vita qui.

Sulla foresteria…

Le suore vivono in clausura, quindi non escono. Ci sarà la foresteria, come in altri ordini, ad esempio, il benedettino.

Arcivescovo:

C’è anche un dettaglio interessante. Loro sono state accettate in Cina, dove la Chiesa è molto perseguitata, a lavorare con i lebbrosi.

Sì, abbiamo vocazioni in Cina, dice la Suora.

La Suora risponde ad un giornalista:

Mi chiamo Maria della Contemplazione. Siamo una congregazione missionaria e mariana. Tutte le suore cambiano il nome. Il primo nome è Maria ed il secondo è una vocazione della Vergine o una virtù…

Arcivescovo:

È molto recente, perché abbiamo aspettato che la Santa Sede, la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ci permettesse di passare dal monastero maschile al femminile. Ed anche che mettesse nelle mani del Vescovo la possibilità di ammettere e scegliere la Congregazione. E questa lettera della Santa Sede è arrivata solo questa settimana.

 

Sul mistero nuziale

Ecco come esprime il legame tra sponsalità dell’anima e sacramento del matrimonio un certosino: «L’offertorio non era solo offerta di sé a Dio: nel rito della Vecchia Alleanza, era anche desiderio, anelito patetico e disperato di unione e d’intimità con Dio. Il pasto sacrificale rappresentava solo il simbolo di tale unione e niente più. Ma adesso, nella comunione del sacrificio eucaristico, Gesù soddisfa tale anelito del cuore umano con una realtà incredibile, in una pienezza, profondità, totalità di dono di sé e una attualità di unione che superano ogni aspettativa e ogni speranza del cuore assetato di Dio. Non gli basta neppure la fusione della carne, non gli basta entrare totalmente nella sua Sposa per giungere ad una unione di cuore a cuore. Non gli basta che il suo stesso sangue scorra in lei; tutto questo per Lui divinamente assetato di intimità completa e finale, è troppo poco, è ancora troppo umano, troppo limitato alle condizioni della materia, del corpo. E’ soprattutto lo Spirito che gli interessa. E’ solo così che Egli sa di arrivare al possesso totale, all’incontro dell’abisso, all’amplesso delle profondità, dove tutto Lui prende in sé tutta Lei. Dentro il corpo di lei, Lui che oltrepassa i confini della carne, del fisico, della materia, del corpo che ancora ostacolano l’unione. Tanto è l’ardore del suo amore per la sua creatura, tanto è il suo desiderio di colmarla col dono totale il dono perfetto, il dono di tutto se stesso: il dono di sé in quanto Dio, spirito e vita divina, vita eterna, vita infinita… Lui è soprattutto questo e l’amore esige la fusione finale che esaurisce la possibilità di darsi»

Un certosino

Estratto da: La messa mistero nuziale, Gribaudi, Torino 1991.

 

Fratello Agostinho Pèrez

Fratello Agostinho Pèrez

Donato alla certosa di El Paular

Fratello donato

Agostinho Perez entra da giovanissimo nella certosa di El Paular. di modeste condizioni, solido cristiano, maestro nel lavoro sul campo, fu accolto senza difficoltà. Non vi furono motivi di pentimento per la sua ammissione. Fin dall’inizio, i superiori hanno capito che la casa avrebbe avuto un servitore fedele e devoto. I nostri fratelli – lo sanno tutti – sono divisi in due categorie. Da un lato, i conversi con i loro voti, dall’altro, i donati , vincolati semplicemente da una promessa morale. I primi, che sono religiosi nel vero senso della parola, dipendono come tali direttamente dalla Santa Sede. I secondi rimangono liberi di lasciare l’ordine, così come l’ordine può tornare indietro e rinunciare al donato. Nonostante tutto, da entrambe le parti, il fallimento deve essere solo per ragioni serie. Il giovane Pérez che soddisfaceva le condizioni richieste dal nostro statuto è stato ammesso alla donazione dopo un anno di noviziato. Dato questo primo passo, ha seguito il ritmo della comunità, il più delle volte associato alla vita dei conversi, condividendo i suoi esercizi principali, con meno obblighi, come quelli dell’ufficio, del digiuno, dell’astinenza settimanale e in particolare di quelli risultanti dai voti. Caro Fratello Agostino – è così che lo chiameremo – si è adattato senza problemi alle esigenze della sua nuova condizione. Resistente alla fatica, non si è mai lamentato. Spesso contraddetto nel mondo, maltrattato anche dai suoi compagni o da insegnanti sgradevoli, si sentiva a casa nella casa del buon Dio. Cresciuto nella dura scuola della povertà, sarebbe arrossito per lamentarsi della dieta; da nessuna parte era stato fornito così abbondantemente. I doveri della loro vita cristiana, infine, dove furono adempiuti meglio e osservati più fedelmente? Non mancava nulla della loro felicità. Si leggeva nella sua faccia sempre sorridente; il solito tono della loro conversazione diceva non meno eloquentemente. I suoi confratelli cercarono gelosamente la sua compagnia; per quelli che lavoravano sotto di lui, era come se fosse più vicino al cielo. Che tesoro per Paular! La donazione quinquennale, che in alcuni casi può essere abbreviata, a volte estesa a discrezione del precedente, quando, ad esempio, il soggetto non offre garanzie per il futuro. Ci si chiede se la donazione alla fine di questo periodo debba avvenire tra i conversi. Nulla lo costringe, per così dire. È una questione da risolvere tra lui e i suoi superiori. Il buon fratello Perez, di cui abbiamo detto ma bene, era senza dubbio una di quelle anime elette che Nostro Signore invita ad elevarsi. Il Padre Priore non si sarebbe aspettato certo che il termine regolamentare della sua donazione gli faccia intravedere le grazie insignificanti intese dalla Provvidenza. Il suo confessore gli avrà parlato allo stesso modo e dissipato i suoi scrupoli. Entrambi si sono scontrati in un rifiuto formale. Hanno cercato invano di superare il loro disgusto esponendo gli immensi vantaggi della professione religiosa. In risposta, l’umile Fratello si accontentò di dire che, non avendo più nulla da desiderare in questo mondo, chiese il favore di morire con l’abito di donato. Insistere non sarebbe servito a nulla. Il Priore, diverso da questo pio desiderio, non lo riteneva contrario alle vie di Dio, al contrario. Una volta risolto questo problema, il fratello Agostino continuò a servire la casa, misurando né la sua forza né i suoi gusti personali. Avevamo in lui uno di quegli uomini retti di cui possiamo fidarci e che ha attraversato le situazioni più delicate, in cui una virtù comune fallirebbe. In quel momento era necessario uno di questi tipi di integrità in una grangia del monastero, nelle vicinanze delle mura di Madrid. Il nostro coraggioso donato fu posto a capo di questa obbedienza che non era senza pericoli. Aperto ai passanti di entrambi i sessi, invaso in alcuni giorni da ondate di persone curiose e indigenti, il povero Fratello era in contatto permanente con il secolare, imbarazzato nel vedere e ascoltare una serie di cose non edificanti, fu costretto ad esercitare una vigilanza permanente per rimanere degno del proprio stato. Diciamo in suo onore, che per trent’anni non ha mai commesso la minima deviazione. E in questo non c’è nulla che dovrebbe sorprenderci. Dopo essersi sistemato in una modesta cella adiacente alla fattoria, fu sempre e sempre uno schiavo al servizio, di ineguagliabile uguaglianza, riservato nel suo portamento e linguaggio, un pò freddo rispetto al secolare, pieno di compassione per i poveri. mantenendosi nel mezzo di continui andirivieni, il giusto equilibrio dove si trova la perfezione. Se gli affari lo chiamavano al villaggio, non gli dedicava strettamente il tempo necessario, ma tornava calmo, raccolto, non avendo perso per un momento il ricordo della presenza di Dio. Diremmo che esce da un Tebe. Ha causato naturalmente ammirazione in città e ha vinto le simpatie della popolazione. La cosa più sorprendente, gli alti dignitari, le prime famiglie della capitale, piene di ammirazione per lui, amavano visitarlo nella fattoria, in modo che la sua vista li consolasse. Il re e la regina, avendo conosciuto le meraviglie del buon fratello, lo fecero andare a corte e rimasero profondamente colpiti da questo incontro. Questi segni di stima lo hanno lasciato in perfetta indifferenza. Abituato a porre Dio sopra ogni cosa, a vedere l’opera della Provvidenza anche nei più piccoli episodi della vita, si fece strada con lo sguardo dell’anima fisso sui beni eterni. Perché preoccuparsi di qualcos’altro quando abbiamo Dio per noi e lavoriamo per Lui? Fratello Agostino, da quando ha sentito indebolirsi le forze, ha chiesto un pò di riposo per prepararsi alla morte. Non potevano rifiutarlo. Di ritorno a Paular, continuò a edificare per la comunità fino al giorno in cui salì in paradiso (28 gennaio 1636).

Dom Antao e la saudade

Saudade

Ad un mese dalla celebrazione dell’addio dei certosini dalla certosa di Santa Maria Scala Coeli di Évora, voglio offrirvi un prezioso documentario realizzato dalla tv portoghese RTP. Nel programma religioso 70×7, è stato trasmesso un video contenente una intervista al Padre Priore Dom Antão Lopes. Immagini che ci mostrano tutti gli ambienti monastici della antica certosa, impreziosite dalle profonde parole di Dom Antao. Da esse traspare un sentimento misto tra tristezza e saudade.

In italiano non esiste una vera e propria parola per tradurre la parola portoghese saudade. Spesso noi la traduciamo con nostalgia, ma in realtà la saudade è qualcosa di molto più. In sintesi potremmo dire la tangibile “presenza dell’assenza….”

Nel documentario vedremo anche altre interviste interessanti. Vi auguro una buona visione.

A seguire il video in portoghese, ed il testo della intervista tradotto.

Testo tradotto della emozionante intervista

“Eccoci con voi, cari certosini. Suonavate sempre le campane della Certosa in ogni ora canonica fino a mezzanotte. Eccoci, siamo con voi. Eccoci, città di Evora!”. (Dom Francesco Senra Coelho)

Ecclesia:

La clausura si è aperta. L’attuale contraddizione dei termini ha avuto luogo a Evora nel monastero di Santa Maria Scala Coeli. 60 anni fa i monaci tornarono a questo luogo che un tempo è già era appartenuto a loro. Ma ora, essendo pochi, già vecchi e malati, l’Ordine Certosino gli ha ordinato di andare ad un altro monastero, in una comunità più ampia. La gente di Evora è andata al monastero per ringraziare coloro che non vedevano, ma sapevano che erano lì mantenendo un collegamento continuo che univa la città al cielo.

Possa la Certosa di Evora essere sempre una scala per il nostro incontro con Dio per le mani di Maria, la Scala verso il Cielo, e che oggi la speranza rimanga nel nostro sguardo che vi vede partire, ma che manteniamo nei nostri cuori la grande testimonianza di vita, la grande predicazione del silenzio che i nostri cari certosini hanno saputo lasciarci”. (Dom Francesco Senra Coelho)

Padre Antão:

Ultimamente la società non si prepara più a questo. Abbiamo avuto molto successo all’inizio. Ne arrivarono tre, poi altri tre… che si sostenevano a vicenda. Posteriormente un monaco di volta in volta…e ogni tanto un altro…

Abbiamo iniziato con una certa facilità ma è diventato ogni volta più difficile, in parte, perché la chiesa stessa, la società, ha diminuito il suo fervore, la sua fede. Succede in tutta Europa, ma abbiamo Certose in Argentina, Brasile, Stati Uniti e Corea, dove ci sono vocazioni lì.

Ecclesia:

Antão Lopes è sacerdote e certosino da 65 anni. È a Évora da 5 decenni e mezzo. Per così tanti anni, che questo spagnolo si è abituato a parlare con Dio in portoghese.

Padre Antão:

Ho cercato di imparare da me stesso. Sono arrivato con 30 anni e in 30 anni è facile cambiare una lingua, imparare un’altra lingua. E ho iniziato qui in questa casa ad usare la lingua della casa nella ricreazione, nelle note messe alla comunità, alla porta della chiesa…Dobbiamo parlare portoghese o “portunhol” (mescolanza di portoghese e spagnolo), ma in ogni caso preferisco personalmente parlare portoghese, mi facilita.

Ecclesia:

La società da un lato vede questi uomini come persone con opzioni bizzarre in fuga dal mondo. D’altra parte, si è affascinata da coloro che non si arrendono alle tendenze dei tempi, alla volatilità delle mode e danno le loro vite in un atteggiamento di fiducia che non vacilla o dubita.

Padre Antão:

Dico sempre che non siamo migliori, siamo diversi e nessuno può negarmelo. Siamo diversi… perciò siamo così pochi. Una vita molto originale, molto diversa. Anche diversi dagli altri monaci. Gli altri monaci come i benedettini, i trappisti si irradiano nel mondo, vivono insieme, mangiano insieme ogni giorno, si parlano, lavorano insieme. Il giovane certosino arriva ed entra in una cella separata dagli altri certosini e trascorre la settimana da solo, separato dagli altri certosini. Non siamo speciali, siamo diversi.

Ecclesia:

Ed è questa differenza che distingue un monaco certosino, che una volta ha impressionato un giovane studente universitario di nome Antão Lopes.

Padre Antão:

Ero all’università con un gruppo di 6 o 8 studenti e accanto a noi c’era un gruppo di 3 o 4 professori. Uno di loro aveva un figlio che era appena entrato nella Certosa. E raccontava agli altri che suo figlio si alzava a mezzanotte per cantare alla certosa, ecc. E ho smesso di parlare con i miei colleghi e ho iniziato ad ascoltarlo, mi ha affascinato, mi ha entusiasmato. Quello era al 100%. Ed io pensavo di donarmi a Dio, pensavo dove potrei essere più di Dio in quel momento. E quella conversazione fu l’inizio dell’apparizione della parola certosa nella mia vita.

Ecclesia:

Qui nel chiostro il mondo non arriva, nonostante il verde, questo è un luogo di deserto. Ma non si tratta di aridità, piuttosto uno spazio di dimensione in modo che il silenzio si imponga.

Padre Antão:

Silenzio nel senso di facilitare la nostra lettura e preghiera e di darci pace, di darci forza. La nostra forza deriva da questo, che incontriamo noi stessi e Dio, e così la facilità di seguire. Diciamo spesso che quelli che se ne vanno, vanno via a causa della solitudine e quelli che rimangono, rimangono a causa della solitudine.

Ecclesia:

Qui la solitudine è la lente che permette una maggiore nitidezza quando si cerca il volto di Dio.

Padre Antão:

Più nitidezza perché più tempo. Direi che non siamo migliori, ma in realtà dedichiamo più tempo a leggere la Bibbia, a parlare con Dio e così conosciamo meglio Dio. Vedo questa differenza. Quando parlo con le persone fuori, dico spesso che la parola ‘Dio’ per ognuno ha un significato diverso. Mi chiedo, cosa comprende questa persona per ‘Dio’ in questa conversazione? E abbiamo imparato a conoscere Dio sempre meglio. Io con 65 anni conosco Dio meglio di quando sono arrivato in Certosa con 20. Perché? Perché ho dedicato molto tempo a leggere, a parlare ed a pensare. Non è merito, è il risultato della dedizione. Alcuni vanno alla messa le domeniche e basta, quindi è più difficile.

Ecclesia:

Abitare la clausura, nutrirsi di silenzio, è anche una sfida intellettuale. Per questo da sempre, in ogni monastero si ritiene la biblioteca come un tesoro. È la prova che qui non c’è posto per l’alienazione o la fuga dal mondo. Sono scelte mature e studiate, intellettualmente solide. La vicinanza a Dio è sempre la ricerca del monaco.

Padre Antão:

Dio è vicino a chi si lascia cercare da Lui. È così vicino che ci cerca. La vicinanza…è una parola che allude alla distanza, metri…Questo non dipende da Dio, dipende da noi. Dio è vicino. Siamo noi che siamo più o meno vicini a Dio tanto quanto vogliamo. Dio è dentro di noi, creandoci continuamente. Allora, ognuno di noi è più o meno vicino a Dio, come vuole. Dipende da noi, non da Lui.

Ecclesia:

(immagini di Fratello Antonio)

Antonio è un fratello certosino portoghese dal Mozambico, ritirato alla Scala Coeli oltre 50 anni fa. Ha ancora l’energia per assicurare ai suoi compagni alcuni servizi come prendersi cura dei loro vestiti, lavare, rammendare o assistere qualcuno che arriva per portare qualcosa ai monaci o chiedergli preghiere.

Anch’io sono stato colpito dal gentile gesto di affetto quel pomeriggio che Evora ha mostrato ai suoi monaci.

(immagini delle persone a salutare i monaci)

Fra Antonio: Persone vecchie e nuove. Alcuni che ho conosciuto, altri si sono fatti conoscere, mi è piaciuto molto.

Ecclesia: Fratello, sei stato sempre vicino al cancello, quindi conosceva molte persone.

Fra Antonio: Sì, sì…fino ad oggi. Ora sii ciò che Dio vuole.

Ecclesia: Parte con nostalgia delle persone che conoscevi?

Fra Antonio: Sì, sì…Ieri sono state qui, anche oggi, molto simpatici.

Ecclesia: Ti ricordi il giorno in cui sei entrato nella certosa?

Fra Antonio: Sì, 11 gennaio 1965.

Ecclesia:

In questi giorni in cui i monaci salutano Évora, sentono anche la fragilità della separazione dal luogo in cui hanno sempre vissuto, dagli amici che sono stati vicini per molti anni o dai fratelli che sono andati in Cielo e riposano in questo angolo del chiostro (immagini di Padre Antão in preghiera nel cimitero).

Padre Antão:

Ho sempre pensato… noi abbiamo sempre pensato che saremmo morti tutti qui, saremmo sepolti qui. Ma essendo 4, il primo sarebbe stato l’unico, gli altri 3 sarebbe impossibile. L’Ordine ha deciso di non aspettare più. Ma abbiamo sognato quando siamo entrati qui.

Ecclesia:

Il cuore distaccato del monaco non è indifferente alla partenza, a lasciare il suo chiostro, la sua cella di tanti anni.

Padre Antão:

“Affettivamente sì, è un peccato. Siamo 3 spagnoli e 1 portoghese. Il portoghese è qua da 50 anni… Pertanto, il cambiamento è sentito affettivamente, si nota.”

Ecclesia:

Dopo così tanto tempo e con l’età avanzata, anche questi uomini provano qualcosa di molto portoghese che chiamiamo “saudade” (nostalgia).

Padre Antão:

“È interessante che sentiamo “saudade” (nostalgia), perché siamo cresciuti qui. Io ho vissuto più qui che in Spagna. Pertanto ci consideriamo monaci da questo luogo. Distinguiamo questa vita che abbiamo qui con questa relazione affettiva, perché qui siamo per un motivo molto speciale: fare presente l’Ordine Certosino in Portogallo. Ed in effetti abbiamo avuto un sacco di eco, molta simpatia, molto affetto, molto interesse. Abbiamo vissuto qui sapendo di essere considerati, stimati, utili, perché ci chiedevano molti interventi, molte intercessioni. Quindi qua c’era oltre la vita normale certosina, il motivo speciale era la presenza della Certosa in Portogallo.

Ecclesia:

Nostalgia sentono anche quelli che si sono affezionati a questo posto. Tra le centinaia che visitarono la Certosa di Evora quel pomeriggio, c’erano anche quelli che la conoscevano bene. (immagini dei visitatori)

Da 14min, brevi testimonianze di persone molto vicine ai certosini.

Da 19min25, appaiono immagini di Padre Antão a suonare la campana.

Ecclesia:

Un solito gesto che sta per finire. La chiamata alla preghiera rivela i pochi monaci di Scala Coeli e anche la fragilità della loro condizione. Sono i superstiti di un’opzione di vita che il mondo oggi non osa. Andranno alla certosa di Montalegre, vicino a Barcellona.

Padre Antão:

Andrò a riposare. Smetterò di muovermi, parlare…e la comunità non noterà molta differenza perché la nostra vita certosina è la stessa in ogni casa.

Dai 20 min, brevi immagini della Messa d’addio e parole dell’arcivescovo sulla responsabilità di continuare la vita nel monastero e l’annuncio della nuova congregazione che occuperà la Certosa.

Ecclesia:

Scala Coeli continuerà ad essere la scala per il Cielo. I certosini partono con la soddisfazione di vedere chi arriva, chi riceve la casa che lasceranno intatta. Partono gli uomini stanchi, arrivano le giovani donne. Ma questo posto, Evora chiamerà per sempre “la Certosa”.

Padre Antão:

Diciamo spesso che siamo stati qui in tutti questi anni e non è perché le persone siano certosine, ma sì, che siano migliori di ciò che sono.

È semplicemente perché gli altri preghino un po’ più di quanto pregano, parlino con Dio più e meglio di quanto parlano. Questo è il senso della nostra vita, non semplicemente rendere tutti come noi, ma che ognuno sia migliore.

La noce di preghiera

noce di preghiera 1

In questo articolo vi parlerò di un oggetto molto curioso, in uso tra il XV° ed il XVI° soprattutto nei Paesi Bassi e nelle Fiandre. L’oggetto in questione denominato noce di preghiera, a causa della sua forma e delle sue dimensioni paragonabili al frutto secco.

Data la meticolosità con cui venivano realizzate queste miniature,venivano prodotti su commissione per personaggi di altissimo rango, erano oggetti molto costosi, si narra che ne furono possessori re Enrico VIII d’Inghilterra, Caterina d’Aragona, e l’imperatore Carlo VI. Le noci di preghiera, erano ricavati in un unico pezzo di legno di bosso, materiale duro ma dalla grana fine, particolarmente adatto ad essere intagliato, e piacevole al tatto dopo la lucidatura.

Esternamente apparivano semplicemente come sfere di legno, di circa 4 cm di diametro con figure decorative, ma quando si aprivano rivelavano un’incredibile opera d’intaglio, la cui precisione talvolta non si riesce ad apprezzare ad occhio nudo.

Ma veniamo ai nostri amati certosini.

Fu dunque un oggetto devozionale in uso anche ai monaci, soprattutto dai superiori dell’Ordine. Esso era apprezzato, per la sua manegevolezza e dunque idoneo ad essere utilizzato durante i viaggi per pregare.

L’esemplare che vi propongo nelle immagini che seguono, è appartenuto al Reverendo Padre Priore Generale Dom François du PuyAnalizzando la miniatura in oggetto, ammiriamo che la sfera presenta nei suoi due emisferi le seguenti raffigurazioni incise. Dom François du Puy genuflesso, presentato dal fondatore dell’ordine, San Bruno dietro il Priore, in piedi con i suoi simboli iconografici alla Vergine ed al Bambino scolpiti nell’altra metà della noce. Il guscio esterno, finemente intagliato, raffigura San Bruno in compagnia dei suoi primi sei compagni che si recano dal vescovo Ugo, raffigurato sulla sedia vescovile e con la di sotto le sette stelle. A memoria dell’origine dell’Ordine. Un piccolo gioiello, capolavoro di artigianato, realizzato da Adam Dircksz tra il 1517 ed 1521, appartiene oggi ad un collezionista privato.

Uno spaziamento su generis

14 comunità di Serra a briatico

Cari amici lo scorso lunedi 16 settembre la comunità monastica della certosa di Serra San Bruno, ha svolto uno spaziamento sui generis. I certosini si sono spinti fino a Briatico, lungo la costa tirrenica calabrese, a circa cinquanta chilometri di distanza dalla certosa. La meta raggiunta, infatti, e prefissatasi è stata la “Casa Sacro Cuore“, dei Padri Dehoniani, la quale sorge su un promontorio a ridosso del mare sulla “Costa degli Dei”, nel Comune di Briatico, a 12 Km da Tropea. L’incontro, gioioso ed emozionante fra la comunità certosina e quella dei dehonian,i ha infatti prodotto momenti di grande intensità spirituale con il confronto di due modi diversi di avvicinarsi a Cristo (la Congregazione dehoniana è ispirata dalla volontà di riparare le offese arrecate dell’umanità al cuore di Gesù e di parlare “di Dio alla gente”, i certosini conducono un’esistenza incentrata sul silenzio e sulla contemplazione e parlano “a Dio della gente”), ma che conservano un fattore di base comune: quello di amare e lodare Dio. La semplicità di questi due mondi particolari si è tradotta nella diffusione di una sensazione di profonda felicità interiore, oltre che nel rinnovamento di un rapporto fra le due comunità religiose. Per l’occasione i dehoniani di Briatico sono stati raggiunti dai loro omologhi di altre realtà italiane. Recentemente i dehoniani avevano raggiunto il monastero serrese, ed avevano incontrato l’allora Padre Priore Dom Basilio Trivellato.

Un incontro davvero edificante!

cappella

panorama.jpg

spiaggia

14 certosini presso i Dehoniani di Briatico

 

Alle origini della certosa di Valdemossa

11martino dona la certosa a i monaci Anckermann

Oggi vi parlerò delle origini della certosa sita nell’isola spagnola di Maiorca, nelle Baleari, e meglio nota come certosa di Valdemossa. Bisogna fare una premessa, storica, il Regno di Maiorca, fu istituito da Giacomo I il Conquistatore come regno vassallo della Corona d’Aragona, nel 1231. Ciò detto, alla sua morte gli successe suo figlio Giacomo II, che regnò dal 1276 al 1311, ed il suo regno ebbe la caratteristica di essere autonomo, e non più dipendente dalla corona di Aragona come lo era stato in origine. Giacomo II ebbe un figlio che gli succederà sul trono alla sua morte nel 1311, con il nome di Sancho I. Questi, quando era bambino dette molta apprensione a suo padre a causa di una forte asma e conseguente difficoltà respiratoria. I cerusici di corte, consigliarono a re Giacomo II di trasferirsi in un luogo più sano con aria salubre ed acqua migliore, pertanto il sovrano decise di costruire un palazzo sull’ altura maiorchina di Pujol. Il ragazzo trasse giovamento dall’abitare in un luogo più ameno consentendogli di contrastare la malattia.

Vi ho quindi spiegato il perchè della costruzione del palazzo, che, come vedremo in seguito, diventerà una certosa.

La destinazione di questo nuovo palazzo reale, negli anni divenne sempre più legata ad un uso ricreativo, ovvero come luogo di feste e ricevimenti, nonchè utilizzato come base per la caccia. Dopo circa un secolo dalla sua creazione, il Regno di Maiorca fu nuovamente annesso alla Corona d’Aragona, e questa costruzione, inoltre, risultava essere inutilizzata ed in decadimento strutturale.

I monaci certosini, vicini ed amici del re Martino I d’Aragona, detto “l’Umano”, il quale aveva già sostenuto la fondazione della certosa di Valldecrist nel 1385, venendo a conoscenza di tale situazione, non esitarono a chiedere al re di dare loro l’edificio, per poterlo convertire, dopo restauri ed adeguate modifiche degli spazi, in una certosa. Martino I accettò, la proposta.

Il dipinto che completa questo articolo, fu realizzato da Ricardo Ackermann, ed illustra il momento storico avvenuto il 29 ottobre del 1398, allorquando due emissari provenienti dalla Grande Chartreuse giunsero a Maiorca, dove furono accolti calorosamente. Nella spelendida tela, possiamo distinguere al centro Dom Berenguer Cams e Dom Nicolas Roberto, i quali appaiono che si inchinano davanti al re, ringraziandolo con un gesto di servitù per l’offerta davanti a tutta la corte, soldati, nani e cani inclusi. Successivamente, dopo una attenta verifica degli ambienti del palazzo da parte dei due emissari certosini, l’accordo fu raggiunto. Essi riscontrarono nel castello di Valdemossa le idonee condizioni per poter vivere la vita claustrale certosina. Re Martino informato del beneplacito rilasciato dai certosini, formalizzò il donò del castello e dei suoi terreni circostanti, in data 15 giugno 1399. Il dipinto in oggetto, è attualmente esposto nella sala da musica del Palazzo del Re Sancho, e fu commissionato nel 1871 da Joan Sureda, a quel tempo il proprietario dell’edificio.

 

La Grangia di San Demetrio

Grangia_di_San_Demetrio

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui oggi vi parlerò, è la Grangia di San Demetrio di proprietà dei certosini di Padula.

Nel 1462, i fratelli Sanseverino, principi di Bisignano, donarono all’ordine dei Padri Basiliani la badia di S. Maria dell’acqua calda, denominata così, per la presenza, in quel luogo, di una falda di acqua termale. I basiliani tennero la rettoria per oltre quarant’anni, fino all’inizio del XVI secolo, allorquando, l’antico monastero basiliano situato in località Brindisi Montagna, in Basilicata, passava ai Padri della Certosa di di San Lorenzo a Padula, che la eressero a Grangia di San Demetrio (1503).

Nel 1514, i certosini fecero restaurare la chiesetta preesistente situata nel vasto fabbricato, a pian terreno, a destra dell’ingresso principale della Grangia. Vi eressero un altare e nella parete superiore vi fecero dipingere l’immagine di Maria Santissima, che denominata dell’Acqua Calda, ha in braccio il bambino Gesù ed ai lati S. Bruno e S. Demetrio.
Sull’altare i monaci collocarono la statuetta di S. Lorenzo e fecero riprodurre in affreschi, sui muri laterali, i martirii del santo. Nel piano superiore, vi erano ambienti luminosi, destinati al Padre Procuratore che vi ospitava visitatori illustri e monsignori; in esso, all’estremo dell’ala destra, vi era una cappellina detta «Oratorio del Crocifisso» ove si narra che nei venerdì di marzo veniva esposta una corona di spine del Nazzareno.

La chiesa di San Lorenzo

chiesa di san lorenzo in Grangia

La preesistente chiesa, intitolata a San Demetrio Martire,venne poi trasformata in chiesa di San Lorenzo tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento.

L’ iscrizione posta sulla campana bronzea (AVE M.G.P.D.T. SANTUS LAURENCIUS DE PADULA A.D.1565) attesta la realizzazione dell’opera nel 1565 per San Lorenzo di Padula e non per la Grancia di Brindisi di Montagna. In maniera analoga, l’iscrizione posta sul portale di ingresso alla chiesa (DIVO DEMITRIO MAR. DICATUS), rinvenuta dopo lo smontaggio del tavolato dipinto che copriva l’androne dell’ingresso principale, testimonia che il controsoffitto venne realizzato sempre dai padri certosini nel 1700, su modelli ancora oggi presenti in molti ambienti della Certosa di Padula, per nascondere alla visione l’epigrafe che attestava la consacrazione a San Demetrio Martire. Tali opere di pregevole fattura sono state attribuite a Gian Domenico Vinaccia, Antonio Fontana e Bartolomeo Chetti che le realizzano tra il 1683 e il 1699 ma, probabilmente, gli esecutori materiali dei paliotti in scagliola furono gli stessi frati certosini, interessati ed attivi alla pratica artigiana. Di questo corpus di opere certamente faceva parte anche il paliotto oggi a Brindisi di Montagna ed è plausibile che anche l’altare in legno policromo e dorato con l’alzata e i dipinti realizzati da Filiberto Guma nel 1638 provenga dalla Certosa di Padula committente dell’opera, come viene confermato dalla sigla CAR posta al centro della cimasa.

 

 

La grangia

bianco e nero

Le prime minuziose descrizioni di questa grangia datano 1728 e furono redatte da Dom Andrea Maria Micheli, Priore della Certosa di San Lorenzo e Fratello Salvatore Lavirasta, grangiere di San Demetrio. I due documenti presentano il feudo ecclesiastico come fondo burgensatico, la tenuta aveva un’estensione di circa nove mila tomoli di cui un terzo di territorio coltivabile e la restante parte boscosa e rocciosa. Nella parte coltivabile si produceva grano, orzo, avena, veccia e legumi secondo l’uso, largamente in voga nel regno napoletano, della rotazione triennale con un anno di riposo, che consisteva nel seminare, sullo stesso appezzamento di terra, nel primo anno frumento, nel secondo orzo e avena, lasciandolo, poi, un anno a riposo o a maggese nudo o parzialmente coperto da legumi. La parte non coltivabile era destinata all’allevamento di animali grossi e piccoli. Nella vigna e negli orti erano invece sistemate le macchine idrauliche del mulino, della gualchiera e della concia per le pelli. L’immobile era organizzato con un cortile centrale; esterna a questo immobile vi era poi la masseria che serviva da abitazione ai lavoratori addetti alla coltivazione ed alla pastorizia e per deposito degli attrezzi agricoli.

In questo sito oggi come allora vi sono evidenti e tangibili tracce dell’insediamento certosino. Precisamente, una vasca di raccolta di acqua sorgiva che sovrastava gli antichi orti, una gualchiera per il lavaggio della lana, una conceria, un mulino a pietra, un forno a legna, un casone per la stabulazione degli animali al pascolo, e la probabile presenza di un antico lattodotto in tubi fittili, che garantiva in tempi rapidi, il trasporto del latte appena munto, direttamente nella fucina per la trasformazione. Si segnala, infine, la presenza di ulivi secolari (fasola, maiatica), qualche vitigno autoctono (moscato bianco) ed essenze spontanee officinali (malva, origano, camomilla, liquirizia). Tra i cereali, infine, si segnala la presenza di una varietà di grano duro denominata “saragolla fine” (documentata nell’atto di vendita dei beni della Grancia del 1808), come varietà di grano tenero la “maiorica”, e come varietà di segale la “jermana”, varietà, tutt’ora presenti anche in un area più ampio, a testimonianza della diffusione e dell’influenza dei monaci sul contesto territoriale. Preziosa fu la presenza dei certosini, in questo angolo interno della Basilicata poichè ha da sempre caratterizzato l’economia rurale dello stesso territorio tanto da sviluppare lavoro per numerose famiglie, che in primis garantirono forza lavoro presso l’ampio possedimento certosino, e poi con l’eversione della feudalità di inizio ‘800, divennero proprietari terrieri aggregando altri possedimenti costituendi, così, quelle che oggi ritroviamo come aziende agricole locali.

La grangia di San Demetrio, ebbe il massimo splendore nel 1700.
Soppressi gli ordini monastici a causa della legge napoleonica del 1806, la grangia fu acquistata dai baroni Blasi di Pignola e rivenduta dai loro eredi al Demanio verso il 1925. Dal giugno 2000 la Foresta della Grangia è diventata il più importante parco storico rurale e ambientale lucano.

Le immagini che seguono, ci consentiranno di apprezzare quel che resta di questa splendida grangia.

 

Top ten Novembre

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Dallo scorso mese di settembre, e fino a dicembre, vi proporrò un post contenente il meglio di questi primi dieci anni.

In questo articolo celebrativo del decennale del blog, vi propongo i post più letti nel mese di novembre di ogni singolo anno, dal 2009 ad oggi. Un modo per far conoscere gli articoli più datati agli amici lettori più recenti, esso è anche rivolto ai più nostalgici che seguono Cartusialover dall’inizio.

Top ten Novembre

2009 I primi anacoreti

2010 Margherita d’Oingt

2011 Ettore Majorana, ed il mistero della sua scomparsa

2012 San Bruno, collocato nella Sagrada Familia

2013 La morte in certosa

2014 NEWS:L’ordine certosino ha un nuovo Priore Generale

2015 Cantate Deo!

2016 Lo scherzo dopo la morte

2017 Il cardinale cappuccino in certosa

2018 Il nuovo vescovo di Evora in Certosa