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Sulle tracce della Grangia dell’Orsolone

10 Orsolone visione satellite

Orsolone visione satellite

Cari amici lettori di Cartusialover, voglio oggi raccontarvi la storia di una importante grangia di proprietà della certosa di san Martino a Napoli. Vi premetto, purtroppo, che, ahimè, ormai di quello che vi descriverò non vi è più nessuna traccia, ma sono sicuro interesserà a molti la mia narrazione che ai più risulterà poco nota. Imponenti erano le proprietà e le relative gestioni delle realtà agricole da parte della certosa di san Martino tra il XVI ed il XVIII secolo, mi soffermerò in questo articolo sulla Grangia dell’Orsolone.

Proviamo dapprima a localizzarla.

Non essendovi più traccia tangibile, dobbiamo indicare l’area dove sorgeva la grangia e che oggi ne ha conservato il solo nome: Orsolona. Essa è una zona di Napoli, antichissima proprietà Cartusiana” … solitaria e boschereccia”, situata in alto sulla collina dei Camaldoli, poco più sopra della attuale piazza nota come Cappella Cangiani. L’enorme estensione boschiva, di proprietà certosina, si estendeva fino all’attuale area dove oggi sorge il poderoso complesso ospedaliero Monaldi, già Sanatorio Principe di Piemonte. Esso fu concepito nel 1938, ed appunto situato nel punto più solatio e salubre di Napoli in una fitta vegetazione e destinato alla sola cura di malattie polmonari. La costruzione di questo sanatorio fu realizzata nell’area un tempo proprietà certosina. Ma vediamo le tracce documentate di questi possedimenti.

Le prime notizie pervenuteci di tale realtà agricola monastica si rifanno ad un documento del notaio Giovanni Battista Bassi del 1575, nel quale si evince l’acquisto della masseria nova in Orsolone. Da questa epoca in poi avviene la trasformazione in grangia.

La mappa del Duca di Noja (certosa e Museo di san Martino)

La mappa del Duca di Noja 1775 (certosa e Museo di san Martino)

Grangia nella mappa del duca di Noja

Particolare della Grangia

Una dettagliata descrizione, che ci fa avere idea del fasto di questa azienda agricola monastica, la desumiamo da un inventario redatto. La proprietà dell’Orsolone alla Real Certosa di S. Martino è certificata dall’ «Inventario di tutte le scritture dell’archivio della Real Certosa di S. Martino per le grance di Pianura, Campana, Orsolone e Marano» compilato da Dottor Don Vincenzo Pirozzi, e terminato nell’anno 1769. Le proprietà della Real Certosa nel territorio limitrofo all’Orsolone o poco distante erano varie come ci viene sempre indicato dall’Inventario: la selva e masserie alla Conocchia di S. Croce, il molino della Grancia d’Orsolone, il territorio in Orsolone detto Masseria nuova, e la selva detta la Conca e molte altre. Una perizia estremamente descrittiva ci fa comprendere l’aspetto di tale proprietà. Si fa riferimento ad una cisterna posta davanti alla struttura, sul quale, era inciso lo stemma dei monaci, consistente nel monogramma, C.A.R., tutto sormontato da una T, stante ad indicare il termine, Cartusia. I terreni antistanti l’edificio avevano coltivazioni di uva che consentiva la produzione di un buon vino rosso oltre a numerosi alberi da frutto, e tra questi i rinomati gelsi, fichi e castagni di pregevole qualità. Numerose erano le querce che affiancavano gli edifici. Essi erano caratterizzati, come tutte le grange certosine, in vari ambienti. Una chiesetta, un salone per gli incontri, che il notaio Giuseppe Paradiso descrive come un’ambiente molto grande e di pianta quadrata con raffinate decorazioni alle pareti. Ma il manufatto di maggiore valore, che ci fa comprendere la sontuosità di questa grangia, è la presenza di una “sala della meridiana”.

Un gran salone, dunque, con una lunga meridiana a “camera oscura”incisa a terra sul pavimento, realizzata da Rocco Bovi a somiglianza di quella già presente nella certosa di san Martino e commissionata dal Priore Dom Martino Cianci (1794-1804) così come risultava essere descritto sulla lamina di ferro posta dentro ad una piccola nicchietta a muro tra i segni dello zodiaco, posti alla fine del pavimento laddove terminava la meridiana nel pavimento. Con non poca fatica il Paradiso riuscii a decifrare l’iscrizione che riporta:

ROCHUS. BOVIO/DOMO. SCILLA./EX IUSSU. MARTINI. CIANCI. CARTUSIENSIS./VIRI. ELEGANTISSIMI./MERIDIANAM. ANC. LINEAM. IN./PAVIMENTO. CONSIGNAVIT. QUO. SOLIS. SPECIES./IN. ILLAM. PROIECTA. PRAETER. MERIDIEM./ET. ALTITUDINEM. SOLAREM. SINGULOS. MENSIS./CUIUSQUE. DIES. QUAM. EXLIPTICAE. GRADUS./OSTENTERET. AD HAEC NE. FERREA. LAMINA./AD. LAEVAM. DEXTERAMQUE. DELECTARET./NEVE. SURSUM. DEORSUMVE. LUXARITUR./MARMOREOS. LAPIDES. SOLO. HINC. INSERENDOS./INFINGENDOSQUE. CURAVIT./. RS.

Dom Martino Cianci 1

Dom Martino Cianci

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Per quanto riguarda la sua chiesa interna si sa che questa misurava 4,00 metri per soli 5,00, piuttosto piccola, una sorta di cappella, affrescata alle pareti ed alla volta anche se al momento della descrizione l’autore del documento dichiara di averla trovata tutta quanta imbiancata di fresco. La volta della cappellina o che chiesa dir si voglia, per vecchiezza dovette crollare, pur mostrando evidente il disegno architettonico di una volta a sesto di botte delle specie legnosa del Settecento. Al centro, ancora in essere, al momento del racconto, parte di un dipinto su tela, assai deturpato dall’umidità e che pareva ritrarre una Trasfigurazione. Agli angoli della mutata chiesa nel racconto del Paradiso dovettero esserci stati avanzi di fronti di colonne e l’altare molto antico era in legno dipinto, conservato molto male, al di qua e al di là di due finestrelle molto allungate sormontate da teste di angeli con funzione di candelabri per illuminare l’ambiente attorno alla mensa, che misurava due metri ed il suo paliotto si apriva a due battenti mostrando scaffalature interne per la sistemazione e conservazione degli arredi sacri necessari all’ufficio di culto.

La descrizione prosegue: “La pala ha un dipinto del Settecento d’ignoto autore e pare rappresenti la Madonna delle Grazie (…). Ai due lati delle pareti sono due pitture in cornici di legno entro incastrature di stucco: una raffigurante la Fuga in Egitto, l’altra la Nativita. (…) Ai lati e sopra la porta d’ingresso, pure in cornice, vi sono tre figurazioni che a me sembrano episodi della vita di san Martino”.

Tutto ciò, è quello che rimane delle tracce di questa sontuosa grangia certosina dell’Orsolona. Per completezza vi aggiungo due aneddoti ad essa legata. I monaci emisero un “Banno per li territori di San Martino“. Si tratta di una prammatica emessa dai certosini durante l’esercizio temporale dei propri diritti immobiliari in forza del possesso del manufatto, di questo e di altri ancora sul territorio. La prescrizione vietava “il passaggio per queste terre a tutti quelli che si sarebbero dovuti portare giù all’Arenella, a Santa Croce all’Orsolone, e in tutte le masserie e le selve del monastero, né a piedi, né a cavallo, né per tagliare legna, né per strappare frutti agli alberi, né pascolare o far pascolare qualsiasi tipo di bestia, né per andare a caccia, a ritiro, ” … a pernottare, acquare, farvi travi, guastare siepi, scavar fossi, cogliere herbe meravigliose e non far altri danni nei quali si incorre alla pena di ducati cento ed in qualche caso pure la carcerazione ipso facto.”

Altro intrigante aneddoto narrato dalle cronache….

«Nel giorno 2 settembre 1777, il Regnante Ferdinando IV volle visitare i Padri dell’Eremo dei Camaldoli, posto in una collina deliziosa; se non che le selve di quei contorni la rendevano alquanto solitaria e boschereccia. Luogo per altro che, quantunque remoto dal commercio della città, pure viene giornalmente frequentato dai Napoletani, o per devozione che ispira il devoto orrore di quella solitudine, o per godere delle deliziose vedute delle nostre campagne, della città di Pozzuoli, ed in lontananza poi della città di Gaeta e di tutta la provincia di Terra di Lavoro. Portossi dunque la M.S.(Maestà Sovrana) per visitarlo ed assaggiare la minestra degli orticelli di quei buoni Padri, facendo portare seco altre vivande e rinfrescamenti, e tutto il bisognevole. Vi si trattenne sino al tardi del giorno. E poi, nel calarsene, fu nel Monistero di San Martino dei P.P. Certosini (chiaro riferimento alla grangia dell’Orsolone) in dove assaggiò dei famosi meloni offertigli da quei Monaci». Quindi il monastero martiniano citato dal Florio altro non può essere che l’Orsolone. Ancora il notaio Paradiso ci ricorda quale doveva essere la suggestione ambientale di tale area irrimediabilmente perduta: «Uscendo da questo palazzo – un tempo monastero – ci troviamo nel sito più caratteristico della contrada, dove la città si trasforma in villaggio, le strade in viottoli o cupe il gas in lampioni ad olio. Seguono più in sopra una serie di villaggetti accessibili a pacifici cittadini pedestri o a dorso di somaro, perchè qui la civiltà non si e ancora affermata con alcun moderno mezzo di comunicazione. Il cittadino che, sfidando il caldo e la polvere nell’estate, il fango e la neve nell’inverno, si rivolge verso i paesetti in questione, deve nutrire la maggior fiducia nelle sue gambe, od in quelle di un orecchiuta cavalcatura; cioè bisogna affidarsi all’intelligenza di un asino il quale conosce i siti e si avanza con mirabile sicurezza»

Come avrete capito cari amici attraverso la ricostruzione di poche tracce di un’antica e fastosa grangia, ho voluto liberare dall’oblio le origini della Zona dell’Orsolone, nota oggi solo per essere una area di un quartiere della città di Napoli.