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Escargot alla certosina

escargot et chartreuse

Cari amici, oggi come ultimo articolo di questo 2020, anno caratterizzato dalla angoscia che il coronavirus ha instillato in tutti noi, voglio proporvi qualcosa di diverso per distrarci un pò. Una ricetta culinaria, che i monaci certosini preparano sovente, essendo ghiotti di lumache di terra, le meglio note escargot. Una pietanza semplice, ma arricchita dalla presenza del liquore Chartreuse, utilizzato per aromatizzare le chiocciole. Un binomio perfetto!

Ecco per voi la ricetta:

Ingredienti

Una dozzina di lumache di Borgogna grandi
Una dozzina di mini croste di pasta sfoglia (piccole dimensioni)
500 g di burro
30 g di scalogno
20 g di aglio
1 mazzetto di prezzemolo
50 g di nocciole sgusciate
5 cl di liquore Chartreuse verde
2 g di pepe macinato

Preparazione

Mettete il burro a temperatura ambiente con largo anticipo in modo che si ammorbidisca e diventi cremoso.
Adagiate le nocciole su una teglia e mettetele in forno medio (180 °) per qualche minuto per farle dorare quindi toglietele e lasciate raffreddare.
Quando sono fredde, grattugiatele con una piccola grattugia e mettetele da parte.
Tritate finemente l’aglio, il prezzemolo e lo scalogno.
Quindi mescolare tutti gli ingredienti con il burro, comprese le nocciole e il liquore Chartreuse verde.
Adagiate le mini croste su una teglia e muniti di sac à poche, mettete in ciascuna il quantitativo di circa mezzo cucchiaino di composto di burro.
Quindi introdurre una lumaca per boccone, quindi riempire ogni crosta fino al bordo, formando un trito con il burro.
Mettere poi in un forno caldo (220°) fino a quando il burro non schiumeggia all’interno. (Da 5 a 10 minuti)
Servite calda questa deliziosa pietanza, e…buon appetito!

Mini-bouchee-escargot

La Grangia di Tecchiena

Tecchiena

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui oggi vi parlerò, è la Grangia di Tecchiena di proprietà dei certosini di Trisulti.

Castello grangia Tecchiena

La storia

In zona di confine tra Alatri e Ferentino, in provincia di Frosinone, sorge un castello di pianura, il cosiddetto Castello o Grangia di Tecchiena. Il Castello di Tecchiena, sorse intorno all’anno Mille, nel corso dei secoli fu più volte distrutto e ricostruito. Venne fortificato con una poderosa torre di guardia, un muro di cinta ed un leggendario cunicolo segreto, utilizzato in caso di pericolo dalla popolazione circostante per potersi rifugiare al suo interno. Papa Innocenzo IV nel 1245 incamerò il castello come feudo del papato. Nel 1395 fu deciso di cederlo ai certosini di Trisulti che lo trasformarono in una grangia, ovvero un importante centro agricolo, che i monaci gestirono fino agli inizi del Novecento. Grazie alla alacre presenza dei certosini, il castello prosperò e così tutta la comunità di Tecchiena godette di tanti benefici, furono redatti infatti degli Statuti che ne regolavano la vita sociale, lavorativa e religiosa. I certosini, con questa Grangia oltre a soddisfare il fabbisogno alimentare della certosa di Trisulti, mantennero in quei luoghi condizioni di pace per cinque secoli, elessero anche un castellano, a cui era affidato il compito di fare osservare gli Statuti. I certosini furono impegnati a Tecchiena come agricoltori, allevatori di bestiame ed artigiani. Essi si curavano delle necessità delle popolazioni circostanti, sostenendo soprattutto i poveri. Ma dopo tanto benessere, sopraggiunse il tempo delle soppressioni degli ordini monastici. La prima avvenne nel 1789, la seconda nel 1810 e la terza nel 1849, durante questi tragici eventi la grangia fu selvaggiamente saccheggiata, mentre i certosini furono allontanati e reintegrati. Il periodo buio continuò fino all’ultima soppressione avvenuta nel 1873, quando il Demanio prese possesso dei possedimenti monastici. L’Ordine certosino, resosi conto che la certosa di Trisulti non poteva fare a meno dei possedimenti di Tecchiena, operò uno sforzo economico per riacquistare dallo Stato nel 1874 la Grangia. Essendo formalmente ancora soppresso, l’Ordine non poteva intestarsi nulla, ragion per cui escogitarono di intestare a due soggetti la proprietà. I monaci Dom Michele Duca, il Priore, e don Benedetto Giovannangeli benedettino di Fossanova, divennero proprietari a nome dell’Ordine, ed in nove anni di incessanti mediazioni finanziarie venne ristabilita la quiete. Ma purtroppo, nell’arco di otto mesi, tra il febbraio e l’ottobre del 1887, morirono. Finalmente, dopo un ventennio di estenuanti vicende giudiziarie, i monaci riebbero di diritto la loro Grangia. Ma l’annosa vertenza per la tenuta ed il ridotto numero di monaci agricoltori, artigiani ed allevatori di bestiame si era notevolmente assottigliato, e quindi ciò indusse i certosini di Trisulti a svendere malvolentieri la Grangia di Tecchiena. Il 2 marzo 1918, l’ acquirente Arturo Pisa, un mercante ebreo, entrò in possesso del castello e della tenuta, di ben 969 ettari e «di ricche suppellettili e di attrezzi e di macchinari e di scorte». Si concluse così la presenza certosina che perdurava da oltre cinque secoli, Vari proprietari si susseguirono nel corso dei decenni successivi, nei quali la fisionomia della superba grangia svanì lentamente.

grangia tecchiena

La struttura

Il complesso della Grangia di Tecchiena, è ancora oggi costituito dal castello, dalla chiesa di San Bartolomeo e dai granai. Nei pressi del complesso, che rappresenta il più bell’esempio di architettura settecentesca presente in quei territori, sono visibili anche alcune antiche rovine di quello che doveva essere il borgo dei contadini. Il Castello Grangia di Tecchiena è oggi una proprietà privata, e l’imponente struttura appare come una dimora abbandonata, mentre la sola parte che dà sul piazzale interno è ancora ben tenuta e sembra pulita. Sul monumentale portone esterno che immette all’interno della Grangia, alzando gli occhi, si scorge ancora intatto, uno stemma con il monogramma certosini CAR di «Cartusia» All’interno dovrebbe essere ancora presente quella che era la primitiva chiesa del castello, già intitolata a San Silvestro. Le poche immagini che vi offro sono solamente dell’esterno, poichè nessuno può accedervi, e ciò è un vero peccato poichè si potrebbe prevedere di consentirne l’accesso per visitarlo, essendo un monumento testimonianza di un passato glorioso, e pregno di storia.

entrata Grangia con Car

Cart

«La tenuta dei Certosini chiamata Ticchiena è uno dei più ricchi possedimenti della Campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che pagano l’affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria. Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la beneficenza. Il nome della Certosa di Trisulti è benedetto e lodato in tutta la contrada»
(Ferdinand Gregorovius, “Passeggiate per l’Italia”)

Buon Natale 2020

25 Ancien retable du maître-autel de la Chartreuse de Strasbourg (I Nativité, II Adoration des Mages, III Circoncision). Vers 1470-1475. Noyer polychrome. Musée de l'Œuvre Notre-Dame de Strasbourg

Carissimi amici lettori di Cartusialover nel silenzio della notte stellata trascorsa, una luce possa diffondersi nella nostra grotta interiore, illuminandola e trasformandola. Sinceri Auguri per un Natale che ci trasformi, illuminandoci. Nasce Cristo e nasce la speranza, Lui ci porta la speranza, quella di cui oggi, più di sempre, ha bisogno l’intero genere umano.

Buon Natale pregno di salute e serenità

Ho scelto per voi, un’omelia di Dom Giovanni Giusto Lanspergio che credo sia edificante ed illuminante in questi tempi bui. A seguire una toccante preghiera.

Cristo, la luce della nostra vita

Omelia di Dom Lanspergio

Sermone 5, Opera omnia, 3, 315-317

Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto sorgere una grande luce (Is 9,1).

Fratelli miei, è risaputo che siamo tutti nati nell’oscurità e che una volta vivevamo lì. Ma assicuriamoci di non rimanere lì più a lungo, ora che il sole della giustizia è sorto per noi.

Cristo quindi è venuto per illuminare coloro che dimorano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per guidare i loro passi sulla via della pace. Di quale oscurità stiamo parlando? Tutto ciò che è nella nostra mente, nella nostra volontà o nella nostra memoria, e che non è Dio o non ha la sua sorgente in Dio, in altre parole tutto in noi che non è alla gloria di Dio e schermi tra Dio e l’anima, è l’oscurità.

Quindi Cristo, avendo la luce dentro di sé, ce l’ha portata in modo che potessimo vedere i nostri peccati e odiare le nostre tenebre. In verità, la povertà che scelse quando non riuscì a trovare posto nella taverna, è per noi la luce con cui ora possiamo conoscere la felicità dei poveri in spirito, a cui appartiene il Regno dei Cieli.

L’amore di cui Cristo ha testimoniato dedicandosi alla nostra istruzione ed esponendosi a sopportare per noi prove, esilio, persecuzione, ferite e morte in croce, l’amore che alla fine lo ha portato fa pregare per i suoi carnefici, è per noi la luce grazie alla quale possiamo imparare anche ad amare i nostri nemici.

È per noi la luce, l’umiltà con cui si è spogliato assumendo la condizione di servo (Fil 2,7) e, rifiutando la gloria del mondo, ha voluto nascere in una stalla piuttosto che in un palazzo e resistere una morte vergognosa su una forca. Grazie a questa umiltà possiamo sapere quanto sia detestabile il peccato di un essere di melma, un povero ometto di nulla, quando è orgoglioso, si glorifica e non vuole obbedire, mentre vediamo il Dio infinito, umiliato, disprezzato e consegnato agli uomini.

È leggera anche per noi, la dolcezza con cui sopportava la fame, la sete, il freddo, gli insulti, i colpi e le ferite, quando come un agnello veniva condotto al macello e come una pecora davanti al tosatore non ha aperto la bocca (Is 53,7). Grazie a questa gentilezza, infatti, vediamo quanto sia inutile la rabbia, oltre che la minaccia, quindi acconsentiamo a soffrire e non serviamo Cristo fuori dalla routine. Grazie a lei conosciamo tutto ciò che ci viene chiesto: piangere i nostri peccati nella sottomissione e nel silenzio e sopportare pazientemente la sofferenza quando si presenta. Perché Cristo sopportò i suoi tormenti con tanta dolcezza e pazienza, non per i peccati che non ha commesso, ma per quelli degli altri.

Pertanto, cari fratelli e sorelle, riflettete su tutte le virtù che Cristo ci ha insegnato con la sua vita esemplare, che ci raccomanda con le sue esortazioni e che ci dà la forza di imitare con l’aiuto della sua grazia.

Preghiera

Dio eterno e onnipotente, dirigi la nostra vita secondo il tuo amore, affinché nel nome del tuo diletto Figlio possiamo portare frutti in abbondanza. Da Gesù Cristo.

O Signore nostro Dio, volevi che tuo Figlio prendesse la nostra carne per diffondere la tua luce tra coloro che dimorano nelle tenebre. Concedici la grazia di una conversione più totale e rifletteremo sui nostri fratelli la chiarezza del tuo Regno. 

Amen

Auguri

Natale in certosa

25 Parkminster per Natale

Eccoci giunti, cari amici, alla vigilia del Santo Natale. Ma come viene vissuto il Natale in una certosa?

Ho deciso di offrirvi l’estratto di una intervista di qualche anno fa, fatta ad un monaco certosino della Grande Chartreuse, il quale ci spiega come è vissuta l’attesa della nascita di Cristo.

Come vi preparate per questa ricorrenza?

La parola del certosino è rara. Eccezionale. Soprattutto alla vigilia di Natale.

Durante le quattro settimane di Avvento, siamo concentrati su questo evento, la nascita di Cristo. È per noi una realtà estremamente profonda che percepiamo nell’anima, nel cuore e tra di noi ”, spiega uno di loro. Il giorno della, vigilia di Natale, è un giorno di digiuno “per essere più preparati ed essere più vigili, più svegli durante la notte”.

La giornata è scandita dalle preghiere: “Vespri dalle 16:00 alle 17:00, poi il servizio notturno dalle 22:00 e la messa di mezzanotte e lode solenne del Mattutino fino alle 3:30”.

I monaci poi rientrano nelle loro celle fino alle 6.30, per poi ritrovarsi la mattina alle 9.00 per la solenne messa del Santo Natale con il discorso del priore. “A mezzogiorno facciamo un pasto molto semplice insieme. Sentiamo, ovviamente, che sia una festa ma resta sobria. Il Natale è una festa dello sguardo, dell’udito, devi saper sentire, ascoltare e vedere. E tutto questo deve rimanere molto semplice. “

Vi fate regali?

Non ci facciamo regali l’un l’altro, ma abbiamo ricevuto regali dalle nostre famiglie, cioccolato, dolciumi, torte. Non abbiamo bisogno di niente, abbiamo tutto. E più invecchi, più senti di avere tutto. “

Dopo il pasto del 25 dicembre, i certosini potranno ora godersi appieno il Natale. “È un giorno di solitudine ancora più grande del solito per concentrarsi meglio sul mistero che stiamo celebrando: il presepe. Domani ci sarà un grande incontro nel pomeriggio per ascoltarci a vicenda. “

In silenzio nella semplicità, nella solitudine, ma uniti nell’amore, i monaci trascorrono questi giorni di festa gioiosi per la nascita del Signore.

Un dono natalizio dall’Ordine certosino

23 sito nuovo

Cari amici lettori di Cartusialover, sono lieto di annunciarvi in questo ultimo mese del 2020, una buona notizia. Un vero dono di Natale da parte dell’Ordine certosino. Difatti, da qualche giorno è online una nuovo sito dell’Ordine, volto alla diffusione ed alla conoscenza della vita monastica iniziata da San Bruno. Una grossa novità è rappresentata dal fatto che vi è una sezione dedicata interamente al poco conosciuto ramo femminile, del quale da questo blog spesso vi ho parlato. Ad arricchire queste pagine vi è un prezioso documento filmato, finalmente, ora anche in versione inglese oltre a quello originario in francese e coreano.

Da questo momento in poi potrete trovare il video “Une vie en Chartreuse: de la nuit du monde à la Nuit Pascale“, in maniera permanente nella sidebar di destra per poterlo vedere ogni volta che vorrete. Oppure acquistarlo online.

Da quasi novecento anni le monache certosine abbracciano una vita di solitudine sull’esempio di san Bruno.

Al di là dell’apparente monotonia della vita quotidiana, scandita dal suono della campana, dalla liturgia delle ore e dei tempi, esse ci invitano a un viaggio interiore attraverso le età della vita: Fervore del primo amore, tempo di aridità di guerra spirituale, ed infine, serenità da cuore a cuore con Cristo.

Per la prima volta le monache certosine hanno aperto le porte per cercare di trasmettere, attraverso il linguaggio sensibile dell’immagine, il suono ed alcuni testi scritti, che sono l’essenza della loro vita contemplativa.

Preghiera, lavoro, studio, attività quotidiane … in Francia, Italia o Corea del Sud, questo montaggio di 49 minuti ci permette di condividere la loro vita quotidiana, spogliata e ricca di vita interiore.

Un tuffo nel silenzio certosino, come un balsamo quando il trambusto della vita ci travolge.

Per ulteriori informazioni sulla loro vita, vi invito a consultare il nuovo sito dedicato al ramo femminile dell’Ordine certosino:http://chartreux.org/moniales/index.php/en/

Qui VIDEO versione in Francese

23 Une vie en chartreuse

Attendendo il Santo Natale (parte terza)

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Si conclude con la terza parte lo splendido sermone del priore certosino. Ormai ci siamo quasi all’arrivo del Bambino Gesù, l’attesa sta per finire.

*******

“Riempite le valli, raddrizzate i sentieri del Signore …” Abbiamo detto cosa si intendeva per distruzione e livellamento delle montagne della nostra anima; ora ecco cosa si deve capire senza dubbio quando San Giovanni Battista ci parla di riempire le valli: sono, mi sembra, le nostre avversioni e i nostri risentimenti, le nostre paure e le nostre tristezze, insomma, da tutti i sentimenti dolorosi dell’anima. Dobbiamo anche dominarli e superarli affinché l’invisibile processione della grazia divina possa attraversare senza ostacoli il cammino del nostro cuore.

Non c’è quasi bisogno di soffermarsi su quei lati negativi dell’indifferenza e dell’uguaglianza soprannaturale in cui le nostre anime devono essere stabilite, per quello che abbiamo detto sui pericoli delle gioie naturali o dei desideri umani, e miserie che queste passioni comportano, potremmo naturalmente ripeterlo dei sentimenti opposti. Ciò che è dannoso per l’anima non è precisamente la gioia o il dolore, è la sensibilità alle cose di questo mondo.

C’è, ci dice san Paolo, una tristezza secondo Dio e una tristezza secondo la carne. Quando pensiamo di aver offeso Dio così tanto e di aver fatto così poco per la sua gloria, quando siamo consapevoli dei milioni di offese che vengono costantemente fatte alla divina Maestà, sicuramente soffriamo. Ma è una sofferenza calma e serena che non priva l’anima della sua pace. Ci spinge e ci dà forza per il servizio di Dio. È lei che rende i religiosi umili e generosi, espiazione e riparazione delle anime. È in questo stato d’animo che diceva San Paolo: la tristezza secondo Dio dà lo spirito di penitenza (2 Corinzi 7:10).

Ma la tristezza secondo il mondo, aggiunge, causa la morte. La tristezza secondo il mondo, è quella che deriva dall’amor proprio ferito o privato dei beni che brama. Un superiore ci fa un’osservazione piuttosto dura o ci ha rifiutato qualcosa. Un collega ha pensato che fosse suo dovere denunciarci quando eravamo in colpa … Immediatamente, il nostro cuore si ribella, ci vengono tutti i tipi di cattivi pensieri e se non stiamo attenti, se non reagiamo energicamente, ci sentiamo presto le nostre anime sono tutte turbate e Dio ci lascia. Abbandonarsi a tali stati di amarezza così come abbandonarsi alla malinconia dei ricordi e dei rimpianti, questi sono, per un religioso, difetti che manifestano una mancanza di vita interiore, rapporti molto rilassati e rallentati con il Buon Dio, e che promettono, se li rinnoviamo, di raffreddare e infine di spegnere ciò che può ancora rimanere nell’anima del focolare primitivo di pietà e fervore.

A proposito, facciamo una menzione speciale al cattivo umore. Un monaco, un cuore che si è veramente donato a Dio, non deve mai arrabbiarsi. Se ci arrabbiamo, è sempre per motivi di autostima. Gli insulti che crediamo di subire, l’indignazione per le colpe altrui, la rivolta di fronte alle ingiustizie e alle calunnie di cui siamo oggetto: tutto questo non esisterebbe se avessimo veramente dato tutto il nostro cuore a Gesù, e se non cercavamo più le nostre comodità, le nostre consolazioni e le meschine soddisfazioni della nostra piccola persona.

E c’è ancora una tristezza che non dobbiamo permettere che penetri nella nostra anima, una tristezza più profonda e pericolosa di ogni altra, senza dubbio, perché più intima. È lo scoraggiamento. Non ignori che la purificazione dell’anima avviene attraverso una serie di prove interiori o esteriori, tanto più benefiche quanto più si sopportano con più coraggio. Come sopportiamo una prova per uscirne più puri, più forti, più uniti a Dio? Non lasciandolo penetrare in fondo alla nostra anima: dicendogli di no.

No ! amarezza, scrupoli schiaccianti, dubbi sulla mia predestinazione, stanchezza spirituale, disgusto, disgusto, stanchezza, oscurità, oscurità, purgatorio e inferni interiori, no! non abbasserai la mia fiducia. Non sento più niente, non vedo più niente, ma voglio ancora credere e sperare in Dio.

Rimarrò fedele alla mia vocazione e al mio ideale di devozione e abbandono a Dio, anche se la tempesta spirituale soffia dieci volte più forte.

Conosco anime che per anni hanno combattuto in questo modo contro il dubbio, lo scrupolo e l’angoscia, che si sono forgiate così un temperamento d’acciaio e che, oggi, nella gioia dell’unione profondi e continui con Dio, benedite questi anni di tormento che sembravano non finire mai e li hanno preparati e maturati alla beatitudine presente.

Ma so che tali promesse fanno poco per alleviare l’anima alle prese con queste tempeste. È proprio questo il carattere che rende queste prove così difficili: nessun aiuto esterno può alleviarci e siamo in qualche modo certi che non finirà mai. Ricorda solo che più siamo vigili ed energici, per rifiutare l’ingresso dei nostri cuori a questi aliti di disperazione, più velocemente il demone si stancherà e maggiore sarà la raccolta delle grazie quando il sole della pace risorgerà di nuovo.

Perché questo è l’esempio e il silenzioso consiglio che ci ha dato il Precursore: taglia corto e attacca il male dalla sua radice. È così che ha fatto lui stesso: lasciare il mondo, la sua famiglia, i suoi beni e gli amici giovanissimi per andare a vivere da solo nel deserto. Non si può dire abbastanza quanto questo sia importante nelle opere e nelle lotte della vita interiore: guardare gli inizi, non fare piccole concessioni. Non appena ci accorgiamo di una cattiva tenerezza o di un pensiero maligno, presto, fate come San Giovanni Battista, voltate le spalle e coraggiosamente ritiratevi nella solitudine interiore dove Gesù ci attende. Non giochiamo, non giochiamo con pensieri sensuali o con pensieri di scoraggiamento: stiamo alla porta del nostro cuore, come un soldato armato di spada a doppio taglio, e non lasciare che passi nulla che non porti il marchio del soprannaturale e il marchio del divino.

Questo principio è così importante che vorrei inciderlo nella tua memoria con alcuni esempi. Considera un fiume alla sua sorgente: com’è facile deviarne il corso! Un bambino può farlo scavando un piccolo fosso nel terreno. Ma se aspettiamo che il fiume abbia corso per 50 chilometri, diventa umanamente impossibile cambiare direzione. È lo stesso con i cattivi pensieri. Quando sono appena nati, ci vuole solo un po’di forza di volontà per distrarre l’attenzione. Ma se aspettiamo finché non hanno invaso l’anima e l’hanno riempita con le loro onde impure, portando a concessioni dopo concessioni e colpe dopo colpe, naturalmente, sarà ben altra cosa sbarazzarsene.

San Giovanni Battista senza dubbio giudicava che l’uomo nel mondo fosse come un albero piantato in un terreno cattivo. Se lo strappiamo molto piccolo e lo trasportiamo in un buon terreno, crescerà e darà frutti. Questo è quello che ha fatto per se stesso quando ha lasciato il mondo così giovane. È così facile tirare su un piccolo germoglio di un abete: ma tirare su un grande abete è impossibile. Se l’albero è stato piantato in un luogo sfavorevole dove ha preso la direzione sbagliata, e avete aspettato troppo a lungo per trapiantarlo, non resta che una cosa da fare: tagliarlo e gettarlo sul fuoco. Perché il nostro Signore ci avverte: ogni albero che non dà nulla di buono per la vita eterna sarà gettato nel fuoco (Matteo 3, 10).

Imitiamo dunque questo santo, selvaggio e gentile, questo mangiatore di insetti e miele che fu in qualche modo il primo certosino; siamo vigili, energici e veloci nella lotta con noi stessi, abbreviamo ciò che ci impedisce di vivere uniti al buon Dio. Possiamo dire che questo amore per le soluzioni radicali è caratteristico dello spirito monastico e soprattutto dello spirito certosino. Ed è, in fondo, ciò che è più abile. Perché è più facile rinunciare del tutto, completamente, tutto in una volta a ciò che ci turba e ci infastidisce (ad esempio una curiosità, un desiderio di vanità) che volerlo accontentare a metà rimanendo nell’amicizia di Dio. Un’anima divisa è un’anima infelice. Coloro che non pensano affatto a Dio possono assaporare i piaceri grossolani dei sensi. Coloro che si donano totalmente al Buon Dio sono felici come gli uccelli, come i bambini, come gli angeli, perché non hanno più preoccupazioni.

Ma quelli che vogliono dare pur conservando, essere sia a Dio che a se stessi, avere le consolazioni di Gesù e ancora altre consolazioni, questi sono sempre preoccupati, titubanti, turbati. Non possono essere felici. Quindi, per avere successo nella vita interiore come in ogni cosa, ricorda questi due consigli: osserva gli inizi ei principi e non prendere mai mezze misure.

In conclusione, diciamo una parola su ciò che accade nell’anima quando ha seguito fedelmente il consiglio di San Giovanni Battista e si è purificata dalle gioie e dai dolori dell’amor proprio, quando non si lascia più trasportare dai piaceri, grandi o piccoli, né sopraffatti da dolori e fastidi.

Questi affetti e queste passioni, questi affetti su noi stessi o sugli altri, questi desideri e queste amarezze avevano fatto perdere alla nostra anima la sua serenità: era agitata da ogni genere di movimento che non permetteva più alla luce di attraversarla.

Ora lo abbiamo stabilizzato con calma e vediamo: è come un’acqua che, tempo fa, era agitata e turbata, e che viene lasciata riposare per qualche istante. Il disturbo scompare gradualmente; riacquista la sua limpidezza, la luce del sole lo attraversa di nuovo e vi si riflette come in un cristallo. Così fa la luce di Dio nell’anima dove si è placato il tumulto delle passioni egoistiche: quest’anima trova la pace e la fiducia e la luce dolce della fede. Eccola di nuovo, tutta limpida e schietta come acqua pura, leale a Dio ed a se stessa, umilmente benefica, gentile, caritatevole con gli altri nelle cose piccole come in quelle grandi.

Noi persone sole possiamo fare molto per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, semplicemente offrendo a Dio un cuore calmo, pacificato dal sacrificio, dove Dio può venire e riposare come il raggio di sole nel cristallo, Riposarsi, dico, moltiplicarsi in qualche modo, e risplendere con lucidità di fede e consolazione di speranza sulle anime che ci sono vicine e su quelle che sono lontane da noi, in questo mondo e nell’eternità.

Un chartreux

Attendendo il Santo Natale (parte seconda)

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Ecco per voi, la seconda parte del lungo sermone. Meditiamo su queste sagge parole, nell’attesa del Santo Natale.

*******

Le disuguaglianze della nostra anima che rendono difficile la penetrazione per il soffio dello Spirito Santo, e che di conseguenza ostacolano lo sviluppo della nostra vita interiore, sono i nostri affetti e le nostre inclinazioni incontrollabili, tutto amore e tutto odio, ogni gioia e ogni dolore. che hanno per oggetto la creatura e che, di conseguenza, ci allontanano da Dio. Diciamo prima qualche parola sull’affetto che possiamo provare nelle nostre relazioni esterne: amicizia per le persone o attaccamento alle cose.

Senza dubbio, non ci è proibito amare i nostri fratelli, abbiamo anche il dovere di amarli. Non ci è nemmeno vietato, nel senso stretto del termine, di amare un collega più di un altro. Ma è certo comunque che, per i contemplativi, l’ideale dell’amore puro e disinteressato è amare tutti gli uomini con tutto il cuore, senza nemmeno chiederci se uno ci piace più degli altri, secondo quanto dice il Vangelo: “Sii come il tuo Padre celeste che fa splendere il suo sole sui buoni come sui malvagi”.

Quando proviamo un affetto speciale, chiediamo lealmente perché amiamo questo compagno piuttosto che gli altri? Nella grande maggioranza dei casi, non tarderemo a scoprire che la base della nostra preferenza non è altro che l’amor proprio; è perché questo confratello è più gentile con noi, perché ha fiducia in noi, perché i rapporti con lui sono più piacevoli, perché lui stesso ci mostra affetto. Tutte ragioni che più o meno si riducono all’autostima e che non avrebbero presa su di noi se fossimo veramente soprannaturali e se avessimo dato il nostro cuore totalmente al Buon Dio. È ovvio che tali affetti ostacolano il nostro rapporto con Dio, diminuiscono il fervore e la profondità della nostra vita spirituale. Chi ama veramente gli uomini, li ama tutti in Dio, con un amore troppo immenso per potersi attaccare all’uno o all’altro. Notatelo bene, questa indifferenza del contemplativo è ben diversa dall’indifferenza di chi è troppo egoista per amare. L’egoista ha un cuore troppo piccolo per amare qualcosa di diverso da se stesso; il contemplativo ha un cuore troppo grande per attaccarsi a qualcosa di diverso da Dio.

Se il nostro cuore, fatto per Dio, è troppo grande per attaccarsi a un uomo, molto di più è troppo grande per attenersi a una cosa. Eppure spesso accade che perdiamo il nostro equilibrio interiore perché ci aggrappiamo a un oggetto o, più spesso ancora, a un’occupazione. È soprattutto per noi monaci contemplativi, è per noi certosini che san Paolo ha dato questo consiglio: “fare le cose come non farle” (1 Cor 7,30). Il difetto contro il quale ci vuole mettere in guardia presenta per noi, mi sembra, due forme principali: l’attaccamento a un lavoro che ci è stato affidato dai nostri superiori, o la curiosa ricerca di un’occupazione estranea al nostro lavoro. .

Nella prima forma non credo sia necessario espandersi; troppo spesso abbiamo esempi di religiosi ai quali dobbiamo prestare ogni tipo di cura, per sapere se questo o quel lavoro, questo o quel carico piace loro, se possiamo cambiare la loro obbedienza senza perderli. coraggio…

Capite cosa intendo: possiamo, e dobbiamo anche far conoscere ai nostri superiori i nostri bisogni e anche le nostre capacità. Ma è comunque vero che dobbiamo essere sempre pronti a sacrificare le nostre preferenze personali, non appena sentiamo che Dio ci chiede di farlo.

Su questo punto, purtroppo, ci somigliamo tutti e la nostra povera natura umana si attacca come un’ancora a tutto ciò che incontra. Ecco un’altra forma che spesso assume il nostro attaccamento alla terra: i religiosi che di tanto in tanto non sono molto persi in Dio sperimentano attacchi di curiosità che è naturalmente più o meno difficile soddisfare per un oggetto o per l’altro. Qualcuno vuole un libro, un altro vuole scrivere a varie persone, ecc. Tale curiosità crea nell’anima una preoccupazione e quindi un disturbo. L’anima non è più uguale, non è più calma e serena e Nostro Signore se ne va. Abbiamo urgente bisogno di fare quello che ci consiglia San Giovanni Battista: “livellare l’anima, raddrizzare le vie del Signore”.

Quanto detto finora riguarda il nostro attaccamento alle soddisfazioni esterne, ma ci sono altri piaceri ai quali la nostra autostima si attacca in modo più sottile e comunque molto pericoloso per la solidità della nostra vita spirituale. Queste sono le consolazioni, le dolcezze, gli accessi di fervore e di grazie sensibili che molte persone ricevono quando iniziano la loro vita interiore. Ci mettiamo alla presenza di Dio, percorriamo la Via Crucis, diciamo le litanie della Beata Vergine e il nostro cuore è tutto caldo, tutto tenero. Abbiamo momenti deliziosi alla presenza del Santissimo Sacramento: ci sentiamo pieni di fuoco e ardore per il servizio di Dio. Sfortunatamente, tali stati non durano; prima sono intermittenti e poi, dopo pochi mesi o pochi anni, noi ci accorgiamo che stiamo diventando sempre più freddi e secchi e ci chiediamo se è la vita interiore che è diminuita e se siamo ancora nell’amicizia del Buon Dio.

Ma anche qui va ricordato che le gioie, anche queste gioie purissime, sono pur sempre solo accidenti dell’anima: non si deve mai attribuire loro un’importanza secondaria. Senza dubbio, quando il Buon Dio ci manda tali dolci e tali impulsi, dobbiamo accettarli con gratitudine e sforzarci di trarne vantaggio essendo molto fedeli e molto generosi. Ma dobbiamo sapere che queste grazie non costituiscono santità o vita interiore. Se li abbiamo usati come dovremmo, se ne andranno per fare spazio a grazie più profonde, per un attaccamento molto più puro e più solido della fede e della volontà che abbraccia Dio nella siccità e nelle tenebre. con appassionata testardaggine. Chi vive così senza sentire forse altro che il soffio gelido delle tentazioni e dei dubbi, ma fedele, immobile, aggrappato in qualche modo a Dio: questo somiglia davvero al Divino Crocifisso, è un figlio di Dio. Accumula tesori di luce per la vita eterna e il giorno in cui i veri volti degli uomini saranno finalmente rivelati, gli angeli si prostreranno davanti alla sua bellezza!

Continua…

Attendendo il Santo Natale (parte prima)

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Carissimi amici lettori, da oggi e per i successivi due articoli vi proporrò, un testo estratto dal libro “Ecole de silence”. Il lungo sermone, che ho diviso in tre parti, è stato concepito da un priore certosino per la propria comunità monastica, ed è una preparazione per la venuta di Gesù Cristo nella nostra anima. Credo sia il modo migliore per attendere il Santo Natale. Meditiamo su queste sagge parole…

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Sai che il nostro Dio infinitamente saggio ha creato questo mondo in modo tale che, nell’ordine naturale come nell’ordine soprannaturale, tutto risponde e corrisponde.

Le cose inferiori sono l’immagine delle cose superiori. Così la nostra vita animale e la nostra vita spirituale presentano su diversi punti un’ovvia analogia. L’anima nasce alla vita di grazia, si nutre dei sacramenti e della parola di Dio, può diventare la sposa di Nostro Signore e acquisire un’immensa fecondità spirituale. Può anche, purtroppo, morire di peccato. Proprio come la carne, quindi, ha salute e malattia, nascita, crescita e fioritura.

Allo stesso modo, le cose esteriori sono come i riflessi delle realtà interiori. L’anima ha le sue sorgenti molto più belle di quelle della natura, e anche inverni più terribili; ha le sue serate autunnali e i suoi pomeriggi estivi. Tutte le cose sono collegate tra loro, intrecciate come in una cornice divina, come in un romanzo infinitamente complicato per noi, infinitamente semplice per Dio che solo conosce l’ultima parola.

Quindi c’è di nuovo una stretta somiglianza tra la vita e le azioni di Nostro Signore in Giudea 2000 anni fa e la sua vita e le sue azioni nei nostri cuori; tra la sua nascita a Betlemme, la sua morte e la sua risurrezione da un lato e, dall’altro, il suo ingresso nella nostra anima a cui si unisce, attraverso le sofferenze che sopporta con lei, e infine la gioia di l’anima che ha superato vittoriosamente le sue prove e che risorge con Gesù per l’eternità.

È in questa luce della corrispondenza della storia della Redenzione con la storia della nostra anima che vorrei dare uno sguardo oggi con voi al periodo che ha preceduto e preparato la venuta di Nostro Signore. su questa terra.

Sono tre le persone che hanno un ruolo immediato nella preparazione della festa del Natale: la Santissima Vergine, San Giuseppe e San Giovanni Battista.

È su quest’ultimo che vi parlerò questa sera.

Ricordate quello che Nostro Signore stesso ha detto di lui nel vangelo di oggi: “Chi è quest’uomo che la gente vedrà e sentirà nel deserto? Eppure non è un principe vestito di magnifici tessuti, ma è più grande di tutti i principi e anche di tutti i profeti, perché è l’angelo, cioè l’inviato di Dio. chi mi prepara la via. E nessuno è più grande di lui tra gli uomini ”(Luca 7, 24-28).

C’è già in queste poche parole, un insegnamento singolare. Il più grande degli uomini, non è quello che conquista imperi o che costruisce città, che già conoscevamo, ma non è nemmeno quello che compie grandi virtù, penitenze e miracoli. No, è più semplice di così: il più grande tra i figli degli uomini è quello che prepara la via a Dio.

C’è un grande, mostruoso errore che è comune a tutti noi e che non riusciremo mai a sradicare completamente. L’errore qui è: immaginiamo sempre che faremo qualcosa da soli, facciamo più o meno affidamento sulle nostre forze. Ma da soli, come Nostro Signore dice altrove nel suo Vangelo (Luca 12:25), non siamo in grado di aggiungere un piede alla nostra altezza. Questo è vero in tutto, ma è vero soprattutto per quanto riguarda la vita di preghiera, la vita interiore. Non possiamo darci le grazie di cui abbiamo bisogno, grazie di luce e di amore, grazie di forza e dolcezza, siamo mendicanti e peggio di così, perché non siamo nemmeno in grado, spesso, di esprimere i nostri bisogni, per conoscerli; lui no

Questa vita di preghiera, questa luce e questa forza soprannaturale che ci permetterebbero di vivere continuamente alla presenza e nell’amicizia di Dio, questo è però ciò che tutti desideriamo avere. E infatti per noi è fondamentale acquisirlo se vogliamo raggiungere l’ideale che ci siamo prefissati entrando in Certosa. Ma se, come abbiamo appena affermato, non possiamo ottenerlo da soli, cosa faremo?incrociare le braccia? No, non proprio, faremo quello che ha fatto San Giovanni Battista; preparare la via a Nostro Signore.

E notate bene, questo non è un lavoro da poco, né un compito facile che uno può intraprendere nel tempo libero e finire senza troppi sforzi. Non possiamo darci affatto queste grazie, ma possiamo prepararci a riceverle, dobbiamo prepararci ad esse rimuovendo gli ostacoli: e questa è sia un’opera di forza che di pazienza in cui ciascuno di noi deve applicarsi costantemente. Ed è un’opera che richiede generosità, come ci dice Nostro Signore, parlando ancora di san Giovanni Battista: poiché la via per il cielo è aperta, possiamo conquistarla, ma a condizione di fare violenza a noi stessi e per non risparmiarti. “Da San Giovanni Battista, il Regno dei Cieli ha subito violenze, e sono i violenti che prevalgono con la forza” (Matteo 11)

Ma colui da cui oggi vogliamo trarre una lezione – San Giovanni Battista – specifica ancora un po’ quale deve essere questo lavoro che faremo nella nostra anima. Queste sono le sue parole: “Io sono la voce di Lui che grida nel deserto: Preparate le vie del Signore, livellate i suoi sentieri, ogni valle deve essere riempita e ogni montagna e collina deve essere livellata. Ciò che è piegato deve essere raddrizzato e ciò che è irregolare deve diventare uguale ”(Luca 3).

Pensiamo un po ‘a queste parole: cosa significava il misterioso precursore, nutrito di miele selvatico e cavallette, in che senso livellare i sentieri della nostra anima, riempire le nostre valli, livellare le nostre montagne? Come equalizzare la nostra anima in modo che Nostro Signore possa facilmente venire lì, penetrarvi e stabilirsi lì?

Continua…

L’addio a Dom Marianus Marck

 

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Nel precedente articolo, nel quale vi ho fatto conoscere Dom Marianus Marck, vi ho preannunciato che vi avrei offerto il titolo funebre. Esso fu dedicatogli da Dom Andrè Poisson, che all’epoca della morte di Dom Marianus era Priore generale dell’Ordine dei Certosini, e conosceva molto bene personalmente il compianto confratello.

Il 19 settembre 1997, all’indomani della sua morte nel momento della sepoltura nel cimitero della certosa della Trasfigurazione, Dom Poisson lesse questo splendido discorso.

“Dom Marianus era per me un vecchio amico, eravamo insieme in noviziato tanti anni fa e siamo rimasti in contatto quasi fino a quando non è arrivato qui alla Certosa della Trasfigurazione, ma sono convinto che la nostra amicizia fosse viva nonostante ciò con il silenzio che siamo stati costretti a mantenere a causa della distanza.
Lo ricordo in quel tempo lontano come una persona sorridente che ha imparato il francese con qualche difficoltà ma sempre con senso dell’umorismo.
Eravamo insieme sotto la responsabilità di un imponente maestro dei novizi che fu felicissimo di accogliere Dom Marianus, ma con il chiaro intento di dargli una vera formazione cartusiana, nonostante la sua precedente formazione benedettina in un monastero bavarese.
Ciò significava una inesorabile aggressività da parte del maestro dei novizi contro ogni forma di spirito benedettino. Dom Marianus probabilmente soffrì di questi attacchi, ma non perse mai il suo sorriso e le sue maniere aperte con il suo maestro dei novizi. Per quanto ricordo, ha sempre avuto fiducia e amicizia con lui.
Dopo la professione solenne, il primo incarico affidato a Dom Marianus fu a Parkminster, dove trascorse molto tempo imparando e praticando intensamente la contabilità, insieme ad alcune menti brillanti come il nostro attuale Procuratore Generale. Entrambi sapevano come mantenere il sorriso e la pace in questo lavoro.
Ma forse la cosa più importante di Dom Marianus è il fatto che all’epoca imparò l’inglese e un buon senso dell’umorismo.
In tutta onestà, devo ammettere che non ricordo affatto perché e come ho deciso di mandarlo alla Trasfigurazione, ma ricordo molto chiaramente quanto sia stato difficile per lui accettare per mesi e forse anni prima, rimanere qui perché sentiva una forte attrazione dalla spiritualità orientale.
Non posso dubitare della sua lealtà, ma ho sempre pensato che non fosse preparato per questa prova e, per quanto posso ricordare, Dom Raphael condivideva questo punto di vista.
Alla fine, ha accettato di cuore di essere il Procuratore della Trasfigurazione e ha mantenuto quella posizione per 20 anni per la gioia della comunità. Alla fine, quando divenne vecchio, fu nominato vicario.
Ad un altro livello divenne un prezioso confessore, pieno di discernimento e saggezza, con i monaci del monastero.
In generale, era una vita monastica meravigliosa, ma gli scopi del Signore erano più profondi. Mancava qualcosa a questa carriera monastica: un’esperienza umile e dolorosa della croce.
Lentamente Dom Marianus si accorse delle sconosciute deficienze psicologiche nell’equilibrio nelle sue reazioni, nel suo contatto con la realtà.
I medici non potevano aiutarlo: il suo contatto esterno è diminuito. Come sappiamo, i suoi ultimi anni quaggiù sono stati per lui una vera esperienza della Via Crucis: capite tutti cosa intendo.

In conclusione, vorrei ringraziare Marianus per il messaggio finale che ha dato al procuratore ed a me durante le brevi ore in cui eravamo con lui quando stava morendo. Di certo non si rendeva conto di quello che stava succedendo: avevamo davanti solo un povero corpo umano, sofferente in coma profondo fino al punto in cui il suo cuore si fermò, esausto.
E sapevamo interiormente che sarebbe poi entrato gradualmente in cielo davanti ai nostri occhi attraverso la Via Crucis, perché è amato da Dio”.

Amen.

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Gesù manda me!

Gesù, mio Signore e Signore, lo so

ogni individuo deve portare la tua luce dentro

cosicché irradia sulla patria e sul mondo.

Ecco perché sono responsabile anche per il futuro

della patria e della terra.

Gesù, mio Re, hai bisogno di uno in più tra i tanti individui

attraverso il quale vuoi espandere il tuo regno?

Quindi guardami: sono pronto!

Mi chiederai se ti amo

Ti amo.

Mi chiederai se voglio seguirti?

Voglio seguirti!

Mi chiederai se posso bere la tazza che hai bevuto?

Signore, per questo devi rafforzarmi.

Ti prego, prepariami per il tuo servizio sulla terra.

Voglio confessarti e onorarti attraverso l’azione e la vita.

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Oh dio, aiuto.

Sei, oh Dio, il Signore dei mondi.

Sei l’unico obiettivo di tutte le nostre azioni.

Lascia che qualunque cosa accada conti come tua grazia

Siamo felici, soffriamo.

Aiutaci a gestire fedelmente il tuo feudo,

Stai fermamente con te, vero e chiaro.

Il tuo regno nella tempesta delle forze sataniche.

Vieni da noi, vieni dalla tua banda di soldati!

Dom Marianus Marck, da principe a certosino

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Il monaco certosino che oggi intendo farvi conoscere ha una storia personale particolare, che mi preme raccontarvi.

Friedrich Alfred, principe di Sassonia-Meiningen, nacque il 5 aprile 1921 a Jena. Egli ha ha vissuto con la sua famiglia in Turingia, prima di frequentare un liceo classico a Stoccarda dal 1930, dove si è poi diplomato con un diploma militare. Fu arruolato come soldato nel 1939, ma a causa di una grave polmonite, fu presto in grado di lasciare l’esercito dopo un periodo trascorso in ospedale. Dal 1942 studia silvicoltura e filosofia a Friburgo, per poi studiare teologia nel 1947, a Bamberg. Dall’ottobre del 1947 all’ottobre 1950 lo troviamo all’Università dei Gesuiti di Innsbruck. Friedrich voleva diventare un prete. Il 31 luglio 1949 fu ordinato diacono. Il principe di Sassonia-Meiningen prese una nuova decisione, il 15 giugno 1950 entrò nell’abbazia benedettina di Niederaltaich. Fin dall’inizio ha portato il nome Marianus Marck.

Non voleva essere “il principe”. Solo il suo abate, infatti, conosceva le sue nobili origini!

Fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1950 dal responsabile locale Ordinarius, il vescovo di Passau, Konrad Landersdorfer. Il 1° novembre 1953, giorno di Ognissanti, scrisse una lettera di addio alla sua famiglia ed ai suoi amici. Due giorni dopo, il 3 novembre 1953, padre Marianus lasciò il suo monastero, l’abbazia benedettina di Niederaltaich. Il 18 novembre 1953 fu il giorno in cui Marianus Marck arrivò nella Grande Chartreuse. A 32 anni, durante il postulato padre Marianus indossava ancora l’abito monastico dei benedettini prima di essere vestito, trascorsi tre mesi, da novizio, .

Il giorno della Candelora, il 2 febbraio 1959, il monaco Marianus Marck emise i voti solenni, la professione perpetua, nella Grande Chartreuse. Nel 1962 Dom Marianus soggiorna per alcune settimane nella certosa svizzera di La Valsainte. Egli fu incaricato di sovrintendere ai preparativi per il trasferimento della certosa di Hain da Düsseldorf a Marienau in Allgäu. Si trattava di gestire le trattative immobiliari, i costi ed i piani di costruzione. I suoi superiori credevano che come nobile tedesco potesse avere maggiori facilità di rapportarsi con le autorità tedesche.

Durante questo periodo egli scrisse anche un memorandum dal titolo “La costruzione di una certosa”. Dom Marianus avrebbe gradito che la nuova certosa tedesca fosse stata posta sotto il patrocinio del Cuore di Maria. I superiori dell’ordine inviarono Dom Marianus alla certosa di Parkminster in Inghilterra nel settembre 1962. Qui averbbe dovuto dedicarsi alla contabilità. Dopo il suo ritorno alla Grande Chartreuse, quasi otto anni dopo, il 9 luglio 1970, fu nominato temporaneamente sacrestano. Subito dopo, dovette viaggiare di nuovo, poichè il il 23 agosto del 1972 fu inviato alla certosa della Trasfigurazione nel Vermont, negli Stati Uniti. Su richiesta del priore lì, gli viene affidata la carica di procuratore. Come tale, fu anche responsabile della formazione dei fratelli monaci fino al 1991. Fino al marzo 1994 è stato anche vicario del priore.

Ma purtroppo da quel momento divenne chiaro che Dom Marianus si stava ammalando, divenne smemorato e fragile. I medici diagnosticarono il morbo di Parkinson e la demenza di Alzheimer. Fu trasferito in una casa di cura, accompagnato da due suoi confratelli.

Dom Marianus Marck morì il 18 settembre 1997 ed il giorno successivo fu sepolto nel cimitero della certosa americana.
Il segreto del suo titolo nobiliare, fu tenuto fino alla sua morte, molti che lo conobbero hanno saputo solo dopo tanti anni, che Dom Marianus era un aristocratico di altissimo livello. Si è saputo che egli si trovava nella lista dei possibili candidati per sposare la principessa britannica Elisabetta, l’attuale regina del Regno Unito. L’unica condizione che fu posta al giovane principe di Sassonia-Meiningen Friedrich Alfred, fu quella di diventare protestante. Egli rifiutò categoricamente, e dopo poco decise di entrare in certosa. Sua sorella Regina Helene Elizabeth Margarete Prinzessin von Sachsen-Meiningen, era sposata con Otto von Habsburg, figlio del Beato Carlo, l’ultimo imperatore austro-ungarico.

Fin qui, vi ho narrato la storia di questo certosino dal passato nobile, che ha rinunciato a tutto per trovare Dio nel silenzio e nella solitudine della clausura certosina. In un prossimo articolo, vi proporrò il titolo funebre dedicatogli da Dom Andrè Poisson.

Dom Marianus Marck in USA