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Dalla Grande Chartreuse non solo il liquore

copertina

La tisana dei Padri Certosini è un prodotto preparato con cura “certosina” dai monaci della Grande Chartreuse. Non solo il famigerato liquore, dunque, ma grazie alla loro vasta conoscenza delle piante, acquisita nel corso delle generazioni e tramandata di fratello in fratello, i certosini della Grande Chartreuse hanno potuto comporre questa tisana con piante accuratamente selezionate. Grazie ai benefici delle 25 piante che la compongono, la tisana “Père Chartreux” è ideale per rilassarsi e perfetta per facilitare la digestione: fiori, foglia d’arancio e tiglio calmeranno le vostre tensioni, la verbena aiuterà la digestione e la menta porterà un tocco di freschezza all’insieme. Questo primo tipo è prodotto in scatola di 24 bustine, oppure sfusa in scatola da 30 grammi.

Foto Tisana

Altra tisana prodotta e venduta dai monaci della Grande Chartreuse è la “Tisana di Frère Laurent”. Distillatore dei liquori Chartreuse per più di 30 anni, fratello Laurent ha utilizzato la sua conoscenza delle piante per sviluppare questa tisana. Diversa dalla precedente, la Miscela di Frère Laurent è quella che i monaci consigliano preferibilmente al mattino e dopo pranzo essendo digestiva, rilassante, anestetica, analgesica, antisettica, decongestionante, balsamica e carminativa.

La sua composizione? Melissa, menta piperita, bacche di ginepro, finocchio, cumino e anice. E’ venduta sfusa in scatola da 30 grammi.

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Qui il link per chi volesse acquistarle online

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Ricordando i “martiri della carità”

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Oggi 27 gennaio, in occasione della celebrazione della “Giornata della memoria”, sono lieto di offrirvi questa iniziativa del Servizio Educativo della “mia” certosa di San Martino di Napoli, oggi museo.

Per commemorare questa ricorrenza si è voluto ricordare la strage di Farneta, ovvero il sacrificio di dodici monaci certosini, barbaramente uccisi dai soldati delle S.S. per aver nascosto ed assistito ebrei e partigiani. La comunità certosina, era consapevole dei rischi gravissimi ai quali sarebbero andati incontro, come si evince dal diario di Dom Gabriele Costa in data 15 gennaio del 1944: “Il capo della provincia annuncia sanzioni severe contro coloro che proteggono o aiutano prigionieri nemici o disertori del vecchio esercito italiano”. Ma ciononostante, i religiosi non indietreggiarono e perseverarono nel soccorrere i bisognosi. Nel breve video che segue potrete ascoltare il contenuto di una immaginaria lettera scritta dai certosini di Farneta per informare un confratello di quanto stava accadendo. Essa è opera di fantasia, con la quale si è scelto di raccontare quei tragici fatti realmente accaduti. Per non dimenticare e lasciare una testimonianza alle generazioni future, affinchè certi eventi non accadano mai più. Voglio ringraziare l’amico performer, che in abito certosino ha dato lettura della drammatica missiva.

«Se veniamo uccisi dite che è stato veramente a causa della carità».

(Dom Gabriele Maria Costa, Procuratore della Certosa dal 1942)

“Parole dal silenzio” le sette stelle

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Cari amici voglio oggi proporvi la terza puntata della trasmissione “Parole dal silenzio”, andata in onda lo scorso venerdi 8 gennaio in diretta streaming su vari canali socialmedia. Ormai è un appuntamento mensile, questa rubrica dedicata alla spiritualità certosina ed alle figure di Santi e Beati della famiglia monastica di San Bruno. In questa terza puntata, la prima del 2021, l’argomento che verrà trattato sarà: “Le sette stelle

Un piacevole approfondimento, che ci porterà alla scoperta di quei personaggi che accompagnarono sin dall’inizio maestro Bruno, e che rappresenteranno i semi che faranno germogliare nel deserto di Chartreuse, l’Ordine certosino.

Oltre al sottoscritto ed all’amico Marco Primerano, è stato presente anche Antonio Zaffino.

Per tutti coloro che non hanno visto la puntata in diretta streaming, ecco il video della terza puntata.

Buona visione

 

Miseria e Misericordia

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Oggi per voi un testo di Dom Gabriele Maria Fulconis, un certosino che vi ho fatto conoscere in un precedente articolo, e che possiamo ulteriormente apprezzare in questo scritto che segue.

Miseria e Misericordia

Quanto piace a Gesù che nelle mancanze che commetto, dopo essermi pentito, mi immerga nel mare della sua infinita misericordia!

A Gesù non piacciono le diffidenze e le paure che agitano l’anima, perché Lui è il Dio della pace; per questo quando nel mio spirito e nel mio cuore provo inquietudine e dispiacere per le mancanze commesse, devo dire sinceramente:

Questo non è il mio Dio, non è il mio Gesù, non è l’amico di quest’anima, ma il suo nemico, che dopo la prima mancanza, e forse leggera, vuole farmi commettere altre anche grandi.

E per questo devo umiliarmi profondamente e con piena fiducia dirle:

Dio mio, mio Salvatore, il mio tutto, eccomi qui davanti a te, con cuore umile e contrito, ma che si fida della tua infinita misericordia.

Sì, perché sei il Dio della misericordia, cioè perché sono un povero miserabile; e se io non fossi tale, non potrei invocarti con questo bel nome; per questo unisci sempre di più a te in beneficenza ardente e ti prometto di essere sempre di più di più fedele nel futuro.

Sui Fratelli Donati

Abito Fratello Donato

Cari amici, come voi saprete oltre alla figura dei Padri e dei Fratelli conversi nell’Ordine certosino vi è la figura dei donati. Ma chi erano costoro esattamente?

E’ già assai eloquente il paragrafo contenuto negli Statuti riguardante i fratelli donati, ma ciononostante il documento che segue ne è una testimonianza reale.

Il testo della donazione che vi propongo, ci fornisce alcune informazioni sull’impegno e sulla vita di questi fratelli.

Ecco per voi il testo della donazione di Benoit Vial, come fratello donato alla certosa di Port Sainte Marie datato 16 novembre 1759, una sorta di contratto.

*******

“Vale a dire, che il suddetto Vial vivrà in futuro senza fare, avere o mantenere nessuno dei suoi, sarà costretto a vivere in comune, a dimettersi e – a mettere nelle mani del suo superiore tutto ciò che avrà nelle sue potere quando e quando richiesto, per essere vero. obbediente e fedele a detto convento, procurarsi e custodire i suoi beni e il suo onore, non manterrà il segreto ma sarà obbligato a scoprire il danno e la disgrazia che vorremmo rendere al detto Priore e religioso di detto convento, di cui e dell’Ordine si sottomette completamente, e promette di rendere un buon e fedele conto al venerabile Padre Priore e agli ufficiali delle cose che avrà avuto in suo carico, tutta la fede che sarà richiesto anche a loro, di vivere in continenza, senza mai potersi sposare.

E la detta casa e il convento di detta certosa saranno tenuti a provvedere alle necessità di detto Vial, e se egli è convinto di non aver mantenuto la continenza e di non aver osservato le suddette cose o una di esse, ciò che Dio non vuole permettere per la sua santa grazia, l’Ordine potrà rompere la donazione e l’obbligo presenti, senza che il suddetto Vial possa chiedere alcun salario o ricompensa per il suo servizio nè per il tempo che gli sarà rimasto dato in condotta. Ordine, il quale Vial, sarà vestita alla maniera dei fratelli donati e vivrà religiosamente, e in questo modo godrà dei privilegi, delle indulgenze e delle libertà di detto Ordine, e avrà il beneficio di fratello ovunque nell’Ordine, se persevererà lodevolmente; reciterà l’ufficio divino mentre è contenuto nel libro dei fratelli donati, e che è stato appreso e insegnato, confesserà e comunicherà nelle solennità di Natale, Giovedi Santo, Pasqua, Pentecoste, Festa di San Bruno, ogni prima domenica di ogni mese dell’anno ; e sebbene possa mangiare carne al momento e nel luogo appropriato secondo l’usanza delle case in cui risiederà, tuttavia non potrà mangiarla in certosa né dare o permettere che sia data a nessuno, e si asterrà a mangiarlo in Avvento, e il mercoledì dell’anno, si comporterà con onore e rispetto con i religiosi, accetterà di buon cuore le correzioni e le istruzioni che saranno fatte dai superiori, e non potrà lasciare i limiti di questa casa senza il loro permesso e licenza, a tutto ciò che il suddetto Vial si è volontariamente sottoposto” .

In memoria di Santa Rosellina

Il miracolo delle rose (Dipinto di Valère Bernard)

Oggi, 17 gennaio ricorre la data della morte di Santa Rosellina di Villeneuve, ma che, come saprete, nel calendario certosino si celebra il 20 ottobre.

Dopo questa breve precisazione, voglio parlarvi in questo articolo a lei dedicato dei suoi ultimi attimi di vita e dei suoi molteplici miracoli, che si associano ai più noti, da me già menzionati. Proverò inoltre a rispondere ad alcuni interrogativi, celebrandone la sua memoria.

A Santa Rosellina, difatti vengono attribuiti prodigi accaduti sia quando era ancora in vita che successivi alla sua morte.

Si narra che nel 1310, quando era ancora in vita operò un leggendario prodigio liberando il fratello Hélion, Comandante dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, prigioniero dei Saraceni sull’isola di Rodi, pare che sia stato miracolosamente liberato dalle catene e trasportato in Provenza! Riferì di aver avuto una visione di sua sorella che gli apparve in una nuvola di rose.

Ma veniamo alla descrizione del suo ultimo giorno di vita terrena.

Rosellina aveva nel 1328 abbandonato il suo incarico da Priora, a causa delle sue debilitate condizioni fisiche, e difatti nel mese di gennaio del 1329 si aggravò. Le cronache narrano che in una fredda mattina del 17 gennaio, fu colta da una febbre violenta e che, nonostante la sua leggendaria energia, non riuscì a reggersi in piedi. Rimase dunque distesa sul suo letto di paglia e chiese di poter ricevere l’Eucaristia, tra le consorelle raccoltesi intorno a lei. Queste, non vollero credere che l’ora della sua fine era vicina, e si ritirarono per svolgere le loro solite occupazioni. Rimase vicino a sè la sola sorella Marguerite che sentì mormorare Rosellina con una flebile voce: “Addio, sorella mia, vado dal mio Creatore” e chiuse gli occhi per sempre!

La narrazione prosegue, indicando che nella cella si diffuse una luce soffusa, ed al contempo si udirono suoni soprannaturali, come il suono delle campane percepite in lontananza. Sorella Marguerite vide comparire in un alone i tre santi dell’Ordine certosino: san Bruno, il fondatore, sant’Ugo di Grenoble e sant’Ugo di Lincoln, tutti e tre con in mano un turibolo. Queste tre figure erano sovrastate dall’apparizione della Vergine, che aveva tra le braccia il bambino Gesù.

Estasiata da questa prodigiosa visione, sorella Marguerite rivolse lo sguardo a Rosellina e la vide alzarsi sul letto, stendere le braccia verso quelle figure, per poi ricadere lentamente esanime. All’età di 66 anni la sua vita terrena caratterizzata da un costante sacrificio, da digiuni, veglie ed austerità, si concluse.

Morte di santa Rosellina

San Bruno, il fondatore, Sant’Ugo di Grenoble e Sant’Ugo di Lincoln, tutti e tre con in mano un incensiere e la Vergine Maria, portando il bambino Gesù tra le braccia (Dipinto di Valère Bernard)

Rosellina sembrava riposasse, il suo viso così radioso, i suoi occhi così luminosi che tutti, prostrandosi, non poterono fare a meno di renderle omaggio come una persona privilegiata dal cielo. Il corpo mantenne la sua flessibilità, le pupille la loro luminosità e chiarezza. Santa Rosellina rimase così per giorni, contemplata con rispetto non solo dalle sue consorelle, ma da tutta la popolazione dei dintorni che era accorsa alla notizia della sua morte. Tutti volevano rendere un ultimo tributo alla loro benefattrice, soprattutto gli sfortunati ed i derelitti che lei aveva sempre aiutato. Pellegrinaggi formati da tutti i paesi vicini, da Les Arcs, Trans, Flayoscs, Draguignan, da Muy e persino da Fréjus si diressero presso la certosa a La-Celle-Roubaud. Per tre giorni una pio corteo composto da uomini, donne, infermi, ammalati, anziani e bambini entrò in certosa. Nonostante il freddo, la pioggia, la stanchezza, i pellegrini volevano vedere Rosellina un’ultima volta. Davanti alle spoglie miracolosamente conservate, i malati e gli infermi, innalzati dalla fede, osarono avvicinarsi, toccare le mani della Santa, contemplare i suoi occhi, implorare la loro guarigione.

I prodigi

I miracoli ebbero luogo nella cella. I malati furono liberati dai loro malanni, i paralitici riacquistarono la libertà di movimento, i ciechi riacquistarono la vista. L’ esaltazione collettiva durò fino all’ora in cui la santa fu portata nel chiostro dove sarebbe stata sepolta nel cimitero.

Qualche tempo dopo dal luogo della sepoltura avvenne quello che viene chiamato “l’odore di santità” difatti un dolce e potente profumo di rose si diffondeva prodigiosamente, pertanto le monache attonite lo condivisero con le massime autorità religiose.

Ottenuto il permesso di riesumare la salma fu fissata la data della cerimonia nell’11 giugno 1334, prima domenica dopo Pentecoste. Questa cerimonia di esumazione rivelò un grande miracolo. Dopo 5 anni trascorsi sotto terra, il corpo di santa Rosellina apparve intatto come nel giorno del suo funerale. Gli occhi azzurri in particolare, invece di essere stati spenti dalla morte, avevano conservato tutto il loro splendore e sembravano fissare gli astanti sbalorditi.

Fu allora che EIzéar de Villeneuve, nipote di Rosellina, che presiedeva la cerimonia in qualità di vescovo di Digne, ebbe l’idea di estrarre questi straordinari occhi dalle loro orbite e raccoglierli in un reliquiario per meglio esporli alla venerazione dei fedeli. Dalla sua riesumazione nel 1334 però vi sarà un vuoto di 280 anni, dove non si trovano più scritti riguardanti queste reliquie. Le vicende della certosa di la Celle Roubaud tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo narrano di un decadimento della disciplina da parte delle monache, che furono soppresse dal capitolo generale certosino nel 1420. La struttura ospitò vari ordini religiosi che si avvicendarono fino al 1504, quando la famiglia Villeneuve vi insediò una comunità francescana che sopravvisse fino alla rivoluzione francese. Verosimilmente, il corpo di Santa Rosellina in questi tempi travagliati fu cautamente nascosto nei sotterranei. Il corpo della santa riapparve solo nel 1614, è ancora interamente conservato, ad eccezione delle labbra, la cui carne cominciò a seccarsi.

corpo santa rosellina

Uno dei due occhi, ancora oggi visibili in un reliquiario datato 1883, non ha però più il suo aspetto naturale, ma perchè?

La colpa è di Luigi XIV, o almeno del suo medico personale, Antoine Vallot. Era il 1660. Il re si recava a Cotignac in compagnia di sua madre, Anna d’Austria. Non avendo il tempo di recarsi personalmente a Les Arcs, ma avendo sentito parlare del meraviglioso stato in cui era stato conservato il corpo di Santa Rosellina, mandò Vallot ad accertare la realtà di tutto ciò che veniva detto su questo argomento. Messo in presenza di occhi miracolosi, Antoine Vallot, per assicurarsi che non ci fosse inganno, non trovò niente di meglio che infilare un ago nei due angoli dell’occhio sinistro. Il risultato fu immediato: il miscredente rimase sbalordito. Il medico del re, a costo di quello che ancora oggi sembra un sacrilegio, ebbe la prova che gli occhi erano naturali e vivi 331 anni dopo essere stati rimossi dal corpo!

occhi

Nel corso dei secoli, i Bollandisti riferiscono di un marinaio di nome Blaise Blanc che per intercessione di Rosellina nel 1671 si salva dall’affondamento della sua nave nel Mar Ionio. Oppure della guarigione della bambina cieca di Jean Mayol, a Les Arcs,e riferiscono inoltre di un taglialegna di Callian, trascinato lungo un torrente da un albero caduto, e scampato prodigiosamente all’annegamento, invocando la pia certosina.

Tutti questi miracoli hanno fatto crescere nel tempo la devozione per santa Roselina, al punto che ancora oggi si svolgono delle processioni, le principali delle quali si svolgono il 17 gennaio per la festa della santa, la prima domenica di agosto e il 16 ottobre.

 

Ma quando fu canonizzata Rosellina?

Pare che avvenne già nel 1360, da papa Innocenzo VI ad Avignone, ma non fu mai ratificata da Roma, pertanto furono i certosini ad ottenere, l’autorizzazione al culto diocesano, masoltanto nel 1851, A seguito di ciò, l’Ordine chiese l’approvazione di questo culto in tutte le certose, e l’iscrizione della festa corrispondente nel calendario ordinario del loro rito particolare.

Il decreto di questa concessione fu firmato a Roma il 17 settembre 1857 dal cardinale Patrizi, presidente della Congregazione dei Riti.

Due anni dopo, il 27 settembre 1859, fu concessa l’indulgenza plenaria a chi visitava una chiesa certosina nel giorno della festa della Santa fissata per il 17 gennaio.

Cappella Santa Rosellina

interno cappella e altare

Il corpo incorrotto della santa è oggi esposto alla vista dei fedeli e dei turisti nell’antica cappella della certosa di Celle Roubaud, divenuta Chappelle Sainte Roseline. Questa deliziosa cappella che ha un arredamento molto ricco tra cui stalli rinascimentali e stalli del coro datati 1635, vi sono inoltre statue lignee che raffigurano la certosina.

Fuori dal coro, sulla destra, la teca di cristallo in cui giace il corpo della santa miracolosamente conservato e il reliquiario dei suoi occhi (1883). Il mosaico di Marc Chagall, e le vetrate di Jean Bazaine e Raoul Ubac e un leggio in bronzo di Diego Giacometti che adornano questa cappella.

Nella cappella sono collocati anche alcuni ex voto dipinti, che testimoniano la fede degli abitanti in santa Rosellina e testimoniano i loro desideri che sono stati esauditi. Nel 1817 a seguito di una grande siccità che ne comprometteva i raccolti, gli abitanti di Lorgues si recarono in pellegrinaggio alla tomba della Santa per implorare il suo aiuto, la loro richiesta fu esaudita da un’abbondante pioggia. 

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Su un altro ex voto, vediamo un uomo ferito a seguito di una caduta, che supplicava santa Rosellina di aiutarlo.

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A seguire un video di una recente processione in suo onore

Festa di Sainte Roseline a Les Arcsil 17 gennaio 2016 – Processione d’ingresso

La certosa di Motta Grossa

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Cari amici, oggi voglio parlarvi della seconda certosa fondata nel XX° secolo, ma ormai del tutto sconosciuta ai più. Essa fu la 278esima fondazione certosina che nacque, e fu fondata in Italia, precisamente a Riva di Pinerolo in Piemonte, essa fu nota come certosa di Motta Grossa.

Ma conosciamone la sua storia.

Bisogna raccontare un antefatto, nel 1903 a seguito di leggi che soppressero case monastiche, la comunità certosina femminile di Bastide Sainte Pierre a Montauban nella Garonna in Francia, dovette abbandonare il proprio convento trovando rifugio in Italia. Il Padre Priore Generale dell’epoca, Dom Michel Baglin, dovette, acquistare l’antico castello medievale di “Motta dei Trucchetti” da un medico di Torino, Mario Scrivano, su richiesta di padre Martin, superiore del seminario di Pinerolo, e grande benefattore delle monache fino alla sua morte. Le consorelle certosine, si insediarono così presso l’antico castello nel 1903.

Furono realizzati grandi lavori di ristrutturazione, iniziati nell’ottobre 1903, eseguiti sotto la direzione di Dom Roch Mallet, procuratore della Grande Chartreuse, il quale rese gli edifici idonei alla regola monastica certosina. Fu installato un bellissimo orologio, proveniente dalla certosa di Le Reposoir, che fu posto in una torre quadrata, a una cinquantina di metri dal convento. Poiché l’antica cappella di San Giovanni Battista, situata nel giardino, era troppo piccola, ne fu costruita un’altra più spaziosa, e Dom Michel Baglin andò a benedirla il 12 maggio del 1904 titolandola a Santa Rosellina. In questo luogo la comunità religiosa rispettò la regola certosina come casa rifugio, e soltanto in seguito, nel 1936, visto la notevole crescita del numero di monache, si decise di erigere una certosa autonoma conosciuta con il nome di Motta Grossa. Le monache certosine di Riva, rappresentarono la seconda fondazione femminile dell’Ordine in Italia, dopo quella di Buonluogo, esse vi rimasero fino al maggio del 1998 data in cui si trasferirono alla certosa di Vedana. La certosa fu poi ceduta all’Istituto Diocesano di Torino, che da allora l’ha abbandonata.

Ma cosa ne è stato di questa certosa?

Oggi, la certosa di Motta Grossa ci appare come un luogo abbandonato e spettrale, svetta tra la fitta vegetazione che quasi ne impedisce l’accesso. Un vecchio cancello arrugginito ma aperto, ne ha consentito l’ingresso a balordi sacrileghi, che nel corso degli anni hanno vandalizzato gli ambienti claustrali. Lo stato di abbandono, è subito percepibile, vetri rotti, finestre spalancate, tapparelle divelte e porte sfondate invase dai rovi, fanno da sfondo a quel che resta degli arredi liturgici. Writer sfrontati hanno deturpato le pareti irrimediabilmente.

La struttura monastica è costituita da un enorme edificio eretto su due livelli, al centro del pian terreno si trova la Chiesa con i suoi imponenti stalli lignei, con l’altare maggiore ed un grande crocifisso ligneo. Nel 1947, Michele Baretta dipinse l’ affresco ancora presente nell’abside, raffigurante la certosa nel contesto del paesaggio di Pinerolo, su di un lato si accede alla sacrestia. In essa troviamo ancora un grande mobile che conteneva i paramenti sacri, ed i cassetti a scaffale che un tempo custodiva i documenti del monastero. Poco più a sinistra si entra nella cucina dove troviamo l’enorme focolare al centro, dalla parte opposta si trovano invece le stanze adibite a lavanderie e laboratori che le sorelle usavano per cucire e ricamare, lavorare il legno e la ceramica, che in quel periodo servivano come sostentamento economico di tutto il convento.

Al piano superiore si entra in un lunghissimo corridoio che conduce alle celle dove vivevano le sorelle. Ogni cella era composta da un piccolo ingresso, dove nella parete interna si vede ancora un immagine in legno della Madonna e una piccola sporgenza che serviva a sostenere la candela che illuminava l’immagine, a sinistra un piccolo bagnetto frontalmente si trova la piccola stanzetta adibita a studiolo dove in un angolo una piccola stufa a legna riscaldava tutta la cella nei rigidi inverni, sulla destra invece il letto spartano, e l’inginocchiatoio che le suore usavano per la preghiera. Esternamente al centro si trova un enorme giardino che al tempo serviva come orto dove le monache coltivavano gli ortaggi che servivano al fabbisogno quotidiano. Purtroppo ovunque si trovano tracce del passato, incredibilmente ovunque si trovano ancora sedie, libri, lettere, statue come se si fossero cristallizzati dal giorno in cui le monache abbandonarono questa certosa. Le immagini che seguono, credo possano farvi meglio comprendere quanto ho provato a spiegarvi in questo articolo. I video che ho scelto per voi, sono due, il primo è quello che più rende idea del presente e del passato, poichè in esso vi sono anche rare immagini della quiete vita monastica.  Il secondo è una testimonianza capillare,  della situazione di decadimento di due anni fa, potrete percepire come la devastazione aumenta crescentemente con il passare del tempo!

Grazie agli autori che li hanno realizzati!

Auspichiamo che qualcuno possa intervenire, per evitare ulteriore degrado ad un luogo in cui regnava la spiritualità monastica certosina, e nel quale oggi la sacralità sembra ormai svanita.

VIDEO 1

VIDEO 2

Il canto dei certosini V

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Prosegue oggi l’approfondimento sul canto certosino, estratto dal testo scritto da Dom Benoit du Moustier Lambres, quindi fonte fedele, ed esplicativo sul canto dei certosini.

Ecco a voi il quinto capitolo….

LE CHANT DES CHARTREUX

Dom BENOIT-M. LAMBRES, O. Cart. (certosa di La Valsainte)

LE BARRE MUSICALI E LA TRADIZIONE RITMICA

Il primo mss. cartusiens contengono molti esempi di disaggregazione dei neumi, isolamento di una prima nota, corrispondente a allungamento di queste note nei mss. Sangalliens, Metz e Chartres, o come questi mss. i ritmi indicano l’allungamento dalla forma del neume, o da le lettere a o t oppure usano lo stesso processo di disaggregazione.

Così, all’inizio dell’ultima frase melodica dei Repons-graduels del 2 ° modo e dei loro versi,

(Sabato del IV Tempi di Avvento), la formula la-do-si-la-si a, in S e Ma, come in ed. Vaticano, il primo ad isolarla, che spesso si ritrova, ma non regolarmente in luoghi paralleli. Questa incostanza dà pensa che qui l’isolamento non è altro che una traccia grafica di un’estensione cade in disuso, soprattutto perché l’importante mss. contemporanea A33 Mi scrive comunemente la-do in podatus qui. Nell’Introibo Comunione di Sexagesime, sull’etificate, il ms. S,Gr, Ma e I7 ricordano l’effetto del lungo podatus di mss. Sangalliens isolante, con il graduale di Laon (Pal. Mus., t. X, 9 / Ioe s.) e Gde Chartr.80o, la sua prima nota.

Questi esempi, che potremmo moltiplicare a nostro piacimento, sembrano dimostrare che nel XI° secolo, anche se la disaggregazione dei neumi nei mss.cartusiens a volte era più di una semplice reminiscenza grafica, l’allungamento non era più osservato ovunque.

Da prima del primo Capitolo Generale (II40), ci sembra di aver voluto fissare e standardizzare per tutti i certosini ciò che abbiamo sentito osservare sfumature ritmiche della tradizione universale, che l’uso aveva conservato. A tal fine, i certosini hanno introdotto le barre che sono in tutti i loro Graduali del 12 ° secolo, tranne il Gr che è stato adattato dal romano (Grenoble?) Per uso certosino, verso la fine dello stesso secolo. Queste barre – di cui, per il ms. che attualmente è il nostro A33, il Pal. Dovere. Io, ho notato che risalgono molto vicino allo stesso periodo in cui questo gradualeche è stato scritto – può essere trovato in tutti i primi mss. cartusiens a mermes posti.

Queste barre formano quindi un sistema.

Il compito principale del Capitolo Generale del 1141 è stato quello di stabilire, nella confederazione dei primi certosini, uniformità liturgica. Adesso due brani che da quella data furono esclusi dal repertorio, l’Alleluia Regnavit Dominus Deus noster onnipotens e l’Offertorio Viri Galilaei, portano le barre in A33. Queste barre risalgono quindi a prima del 1141. Da quel momento in poi, non è più improbabile che le barre siano state aggiunte per prime in questo graduale A33, e che il Capitolo del 1141, volendo uniformare anche in materia ritmica, ha adottato il sistema e lo ha esteso all’intero Ordine. Con una frequenza sorprendentemente, queste barre corrispondono alle indicazioni ritmiche di mss. Sangalliens, Metz, Chartres, che sembrano avere una missione da ricordare.

Altre barre fissavano la distinzione dei neumi, in un momento in cui la notazione Aquitania, evolvendo verso una notazione quadrata, tendeva sempre più a non confondere più i neumi dissolvendoli. C’erano ancora le barre che indicavano quali note appartenevano a tale parola o sillaba.

Per i monaci di quel tempo, in breve, stavano arrivando aiuti alla memoria in aiuto delle tradizioni ancora vive; per noi è un “sistema” non molto sistematico e abbastanza confuso. Solo un attento confronto e supportato con mss. i ritmi, soprattutto Sangallian, ci permettono di distinguere le battute che ricordano le sfumature ritmiche, quelle con un altro significato e per avere un’idea approssimativa di cosa che i primi certosini avevano preservato dalla tradizione ritmica di una volta.

Il problema del significato delle barre si pone anche ai Cistercensi, Domenicani, Francescani e altri, che li hanno anche nei loro Mss. Sembra, tuttavia, che i certosini siano stati i primi a farne uso “sistematico”. Poiché questi segni si trovano in due pezzi della A33 graduale che non furono più cantate dopo il 1141 dovevano essere state messe lì prima di questa data. Questa era avanzata esclude per i certosini la soluzione ingegnosa che ci è stato proposto da un dotto liturgista francescano: per mezzo delle barre, avremmo provato ad applicare teorie semimetriche al canto gregoriano di Giuliano di Guglia e Girolamo di Moravia 0. P. (XIII secolo); tentativo, che, non sarebbe riuscito.

Il parere espresso da R. P. Delalande, O. P. nel suo libro “Le Gradueldes Precheurs “(Parigi 1949), vede in queste barre, chiamati da Humbert de Romanzi nel suo prototipo Antifonario domenicano? “Virgulae pausarum”, tutte pause nella respirazione, rese necessarie dall’aumento di peso aumento dell’esecuzione. Ma questa ipotesi è esclusa per i certosini dal fatto che alcuni mss. a volte hanno barre che incorniciano una singola nota.così, per esempio, all’Adjutor Repons-gradual di Septuagesima, il primo la nota di in aeternum è incorniciata tra due battute in A33 e Ma, mentre S, 17 e 31 accentuano la disaggregazione da una barra solo dopo questa stessa nota. Calcoli molto precisi di Dom Amand Degand, esposti nel suo opera segreta su “Tradition in Carthusian Chant” (I9I5) – demone- al contrario, la canzone dei primi certosini doveva essere abbastanza vivace e vigile. È soprattutto del XIV secolo. che, sotto influenze varie – la decimazione dei cori monastici dalla grande peste, la perdita del significato “ gregoriano ” della moda per dechant e polifonia – la pianura la canzone diventa pesante e lenta. Allora è stato abbastanza naturale prendere respiro in luoghi dove originariamente si praticavano le sfumature ritmico. Il che ha cambiato impercettibilmente le barre di richiamo di queste sfumature (più osservate), nelle battute di pausa.

Il trattato Opus Pacis de correctione librorum in ordine cartusiensi di un certo tale Dom Oswald de Corda, monaco della Grande Chartreuse, – morì nel 1437, come Priore della Scottish Charterhouse of Perth – già visto in questi bar pause, ma non obbligatorie, e non ha ritenuto necessario metterle nei libri che non ne avevano uno.

Le pause respiratorie obbligatorie sono state quindi regolate, in Chartreuse come altrove, da principi che ci sono stati trasmessi da una compilazione di un monastero certosino anonimo del XIV secolo . Si legge: Ibi quoque in uocibus fiat respiratio, ubi in sensu litterarum congrua est repausatio, ut uerborum e cantus una possit esse distintio. E ancora: Item curandum est ut plena respiratio, si fieri potest, non fiat nisi ubi distinctiones terminur, que omnia assiduo jugique meditatione notanobis esse poterunt.

Questo spiega perché, ad esempio, l’antifonario manoscritto della Certosa di Gosnay, data I537 (Gde Chartr., Ms. 817), non include niente pause barre, tradizione vivente che lo soppianta.

I copisti certosini degli ultimi secoli del Medioevo, non sapendo sempre più il significato delle barre le trascurava sempre di più, in modo che è spesso impossibile per noi capire il perché di questo e di quelle barre perso in mss. tardi. Nel XVI secolo la situazione era diventato così confuso che R. Padre Generale Dom Jean-Michel de Vesly (I594-I600) portò alla Grande Chartreuse un monaco dellaVal-Saint-Pierre, noto per essere un grande musicista, per metterlo in ordine. Cosa lui disse – limitandosi al Graduale – nel modo seguente. Si è trovato in presenza di tre categorie di barre: barre che circondano i neumi, barre di raggruppamento, battute ritmiche e di testo. Non capendo il significato loro aveva in mss. dei primi due secoli certosini, ha fatto tutto questo barre indifferentemente mettere in pausa barre, contenuto per sottrarne alcuni solo pochi, soprattutto nei recitativi. Lo sfortunato lavoro di questo Dom Brillot è stato imposto all’intero Ordine. Da questo momento risale questo canto tagliato, ansimante, privo di qualsiasi senso musicale, che era in uso in Chartreuse fino a tempi molto recenti.

Nel graduale del 1897, un numero molto limitato di queste barre di pausa è stato soppresso, ma senza principio o logica. Negli ultimi anni, in tutto l’Ordine, i libri del coro sono stati corretti a matita: le super barre i flussi sono stati eliminati e ad altri è stato dato il significato che ritorno.

In sintesi, possiamo dire che il canto dei primi monaci certosini servivano apprezzabili sfumature ritmiche che si sono mantenute fino al XIV secolo, vale a dire probabilmente più lungo che altrove. Da allora, il canto certosino sembra essere stato rigidamente qualificato: con uguale movimento e con note uguali, senza altre sfumature di durata se non il raddoppio delle finali, soprattutto (e dal XVII secolo, quasi esclusivamente!) della penultima nota di una canto o di un verso. Il fatto che nel XVII secolo abbiamo adottato una notazione un quadrato note senza distinzione di neumi, sembra indicare che, in questo modo, la tradizione egualista è stata preservata senza interruzioni fino ai nostri giorni. E il fatto che la notazione certosina ignora, dall’inizio, i neumi “non-equalists”che sono chiamati epiphonus, cephalicus, salicus e ancus, conferma quello che sappiamo altrove, cioè che questa tendenza ha un’interpretazione equalista si fece sentire alla fine dell’ XI°secolo.

Dal libro di Dom Dysmas de Lassus

Risques-et-derives-de-la-vie-religieuse

Cari amici, torno a parlarvi in questo articolo dell’ultimo libro di Dom Dysmas de Lassus, del quale vi annunciai l’uscita nel mese di marzo. Oggi vi offrirò un breve estratto da quel testo, pubblicato poche settimane prima che il pianeta fosse stravolto dalla tremenda pandemia che ha sconvolto tutti noi. Lo scorso 5 marzo è uscito in Francia l’atteso libro dal titolo: “Risques et dérives de la vie religieuse”.

Per la prima volta, parla il priore dei certosini, rompendo il canonico silenzio. Nel nome di una millenaria tradizione di vita spirituale, denuncia l’era dell’abuso mentale che stiamo attraversando, nella Chiesa e nel mondo.

Non vi sono solo abusi sessuali nella Chiesa. Ci sono anche abusi spirituali.

La copertina di questo libro ha un’immagine molto forte, che non è stata scelta a caso, come ci spiega l’autore della fotografia.

Questo albero non è stato sradicato, perché le nostre radici sono in Dio, e nessuno può strappare nulla dalla mano del Padre … Ma è tragicamente spezzato nel suo balzo verso il cielo, che voleva essere dritto verso Dio …

Direi un ottima premessa per leggere questo libro e… che dire della dedica iniziale?

A tutti voi, conosciuti e sconosciuti,

che avete voluto offrire la vostra vita a Dio

in una grande slancio d’amore.

A voi che quella vita religiosa ha deluso

o a volte, ahimè, ha rotto.

Anche se non ci credete più

Dio non dimenticherà mai

ciò che volevate

Dedicate la vostra vita a Lui.

Per rispetto a voi

e anche per tristezza

volevamo

far sentire

il vostro grido.

Ho scelto per voi di proporvi il capitolo intitolato:Piccola radiografia della bugia“.

Un’analisi molto profonda sulla menzogna ed il suo senso palese e nascosto. Meditiamo su queste sagge parole…

1. Una bugia può nasconderne un’altra

Diversi livelli di menzogne possono sovrapporsi e le più visibili non sono le più gravi.

Una giovane suora lasciò la comunità. La priora annuncio: Suor N. è stata mandata in un’altra casa. Ad alcune sorelle che conoscevano la verità, spiega: dico questo per non disturbare la comunità.

La prima affermazione, esplicitamente contraria alla verità, risponde perfettamente alla definizione di bugia: dire una cosa falsa sapendo che è falsa. Abbiamo una bugia, facili da identificare.

Questo tipo di menzogna può sfuggirci: di fronte a una situazione nuova, quando siamo colti in flagrante, la reazione per difenderci anche se significa nascondere la verità, chi non l’ha mai provato?

Un po ‘di coraggio è sufficiente, una volta che sei tornato in te, per ripristinare la verità. Finché si rimane consapevoli che questa è una bugia e quindi non avrebbe dovuto essere detta, il male non è irreparabile, un giorno o l’altro possiamo correggerci. Se il male è chiamato male, la conversione è possibile. La seconda affermazione: lo dico per non disturbare la comunità, ci porta in una gravità molto più elevata perché questa volta giustifichiamo la bugia. Una bugia che ci sfugge non ha conseguenze molto gravi se almeno siamo consapevoli che è una bugia. Anche se non abbiamo il coraggio di negarlo, almeno la nostra coscienza rimane intatta.

Dal momento in cui proviamo a giustificare la menzogna, iniziamo a oscurare la coscienza, il senso della verità viene attaccato. O abbiamo già perso la consapevolezza che questa è una bugia?

Soprattutto perché è probabile che questa affermazione sia anche essa una bugia ma più nascosta perché mimetizzata da una mezza verità: non è sbagliato che si voglia evitare di disturbare la comunità, ma è tutto qui? In realtà, non è il punto di mentire per nascondere alla comunità un evento imbarazzante perché offusca l’immagine idilliaca, la facciata impeccabile che si vorrebbe mantenere? In breve, non siamo particolarmente preoccupati che la comunità possa porre domande? Se ciò fosse corretto, avremmo un terzo livello di menzogna: l’intenzione di tenere la comunità all’oscuro di ciò che è negativo. Finché è solo un errore a sorpresa e in seguito riconosce apertamente la realtà, non ci sono conseguenze. Confessare una menzogna è a suo modo una testimonianza della verità. D’altra parte, se il processo diventa abituale, si entra in un grave inganno e probabilmente nella manipolazione. Coltiviamo una facciata per attrarre o trattenere le persone, per valorizzare la comunità a costo di camuffare la realtà.

Epifania 2021

Adorazione dei magi Simone Peterzano certosa di Garegnano

In occasione della Festività dell’Epifania, eccovi una splendida omelia di un priore certosino e rivolto alla sua comunità. Leggiamola e meditiamo su queste sagge parole.

Oggi vorrei approfondire con voi un argomento che interessa tutti coloro che vivono da soli: la lotta alle ossessioni.

Si chiama ossessione un’idea o un’immagine che occupa un posto considerevole nel nostro pensiero, quando, per la sua importanza, dovrebbe limitarsi ad occupare un posto modesto o nemmeno eseguirne alcun ruolo. Queste sono le ossessioni che più spesso si trovano nella coscienza di un religioso: pensarsi detestato e perseguitato, essere geloso, ribellarsi alla superiorità reale o immaginaria di un fratello, avere paure schiaccianti sulla propria salute, ricchezza o vita morale della famiglia, essere agitati o indignati per le imperfezioni degli altri, essere angosciati dalla preoccupazione di agire sulle persone non sono soggetti né alla loro giurisdizione né alla loro autorità. . . Ecco alcuni esempi di tendenze o rappresentazioni che possono ossessionarci, ma la varietà è infinita. Il mezzo per reprimere questi disturbi consisterà nel ripristinare il diritto al pensiero che gli manca. L’ossessione, infatti, è dovuta in gran parte, se non totalmente, al fatto che non vediamo le cose per come sono. È falsa nozione che si impone per caso, e che interrompe il normale corso di pensiero. Riconoscere la falsità dell’idea ed eliminarla proprio per questo sarebbe il rimedio più efficace. Sfortunatamente, quando la facoltà di giudizio è difettosa in qualcuno di noi, non esiste un modo naturale per migliorarla. Tuttavia, ripristinando la calma, prendendosi il tempo necessario per una serena riflessione e, soprattutto, ritirandosi alla presenza di Dio, possiamo creare condizioni più favorevoli per il suo esercizio.

Inoltre, c’è una virtù nemica della stupidità: è l’umiltà. In effetti, chiunque sia umile è ragionevole in sostanza, perché sa mettersi al suo posto. E quando sappiamo come occupare il nostro posto, che è l’ultimo: in novissimo loco (Luc., XIV, 10), vediamo le cose nel loro vero valore.

Un’anima con poca lucidità naturale, che ne fosse consapevole e si arrendesse alla direzione degli altri (anche se il Direttore non superasse la sensibilità media), sarebbe quindi libera da tanti scrupoli, da stupidi pensieri che ne tormentano un altro. Siamo modesti, aperti e docili, che sono questi grandi rimedi contro false idee la cui insistenza rischia di rischiare infelicemente la vita dell’uomo solo e di fargli perdere la sua nobiltà. Inoltre, nella scelta dei candidati alla vita certosina, uno spirito chiaroveggente, un solido buon senso dovrebbero essere considerati qualità indispensabili: alcune persone sono stupite da questa esigenza. Non c’è bisogno di un così grande buon senso per lasciare tutto – dicono – ma è un errore. Per liberarci e disconnetterci dalle cose, dobbiamo vederle nella loro vera natura, soppesarne il valore, inquadrarle al loro posto. La saggezza è così necessaria e ancor più necessaria per la rinuncia ai beni del. mondo che per il loro possesso molte volte, tuttavia, sembra che non sia sufficiente fare un giusto giudizio per sbarazzarsi dell’ossessione. In primo luogo, questo potrebbe avere un fondamento reale: potrei esserlo ostacolato da una malattia o persecuzione immaginaria; ma può succedere che io sia effettivamente malato o essere inseguito. Quindi l’idea tirannica non è esattamente falsa, ma forse è falsa l’importanza che assume nella nostra vita interiore. In tanti casi; sappiamo più o meno chiaramente che, alla luce di Cristo, ciò la cui immagine o pensiero ci insegue ha poco valore, ma non è per questo che siamo liberati dall’ossessione; Dobbiamo quindi convenire che la volontà del cristiano è necessaria per sostenere il suo ragionamento e per completarlo: deve imporre certezze spirituali all’immaginazione e alla sensibilità. Quando conosciamo certe verità, dobbiamo ancora ammetterle fino in fondo all’anima, il che richiede uno sforzo continuo per ritirarci e moderarci, uno degli elementi essenziali di tutta la vita cristiana. ‘Questa lotta non può essere evitata; ciò che si può ottenere attraverso l’esperienza è riconoscere meglio la strategia.

In primo luogo, ci sono condizioni fisiche che lo rendono inefficace.

Per ora, dobbiamo sapere come prenderci. Ma qui vogliamo solo parlare di mezzi spirituali. Ora, da questo punto di vista, tutte le ossessioni sono dovute a una certa resistenza all’amor proprio; non vogliamo accettare la nostra arte nella sofferenza e nell’umiliazione. Bisognerebbe acconsentire all’esclusione: abbandono. La nostra infelicità è appesa solo a un filo, e questo filo è lo stesso che teniamo noi: non vogliamo essere liberi. Cedere a Dio in quello che chiede, totalmente, radicalmente, di pronunciare un Amen senza riserve, sarebbe liberazione. C’è un proverbio che dice: dove non c’è niente, il re perde i suoi diritti. Allo stesso modo, il Principe di questo mondo non ha potere su chi acconsente a essere ridotto a niente; i demoni dell’orgoglio, dell’impazienza, della gelosia non ti circonderanno più, perché hai già abbandonato tutto ciò che questi poteri potevano desiderare. Spesso, per secondi, sembra di aver raggiunto questo stato, ma presto l’idea crudele riacquista il suo potere: la nostra volontà è debole e incostante. Solo la grazia può aiutarci a volere, solo i doni dello Spirito Santo, doni di intelligenza e sapienza, possono sanare il nostro ragionamento, la cui rettitudine soprannaturale è un elemento determinante. Questo dono di saggezza deve essere chiesto a Dio in una preghiera umile e perseverante; preghiera che funzionerà tanto meglio quanto più è contemplativa. Perché la perfezione del ragionamento dipende soprattutto dallo sguardo interiore: se l’anima è abitualmente rivolta a Dio, se è contemplata di fronte, entrerà nel segreto di quella felice dimenticanza di tutto ciò che non è il suo amore. È qui che sta certamente il punto critico; ecco dove le cose si uniscono come all’inizio e alla fine; lì si ristabilisce la vera armonia e l’equilibrio dell’intero essere umano. Maria, madre e modello delle anime contemplative, ottenga da noi il suo divin Figlio, nella presente festa della sua manifestazione, questa liberazione interiore e il suo eterno frutto.

Un certosino

(brano tratto da libro “Silencio com Deus”)

Presepe allestito sull’altare dai monaci certosini di Serra San Bruno

presepe certosa serra