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“San Brunello” a Reggio Calabria

statua di san Brunello (1730)

Con l’articolo di oggi, voglio narrarvi le vicende legate alla presenza di una chiesa dedicata a San Bruno sita a Reggio Calabria.

Ma facciamo dapprima una premessa.

Sappiamo che Maestro Bruno era stato a Reggio Calabria tra il 1089 ed il 1090, al seguito di papa, Urbano II, e che su proposta di quest’ultimo, il futuro fondatore dei certosini fu nominato arcivescovo di Reggio Calabria. Bruno rifiutò chiedendo, ed ottenendo il permesso per poter ritrovare un luogo ove poter continuare la sua vocazione monastica nel silenzio e nella solitudine. Ritirandosi in solitudine Bruno incontrò poi il generoso conte Ruggero d’Altavilla che gli offrì un territorio nella località Torre a 850 metri di altitudine nel cuore di un bosco della Calabria “ulteriore”. In questo luogo il patrono certosino nel 1090 fondò l’eremo di Santa Maria ed a breve distanza l’insediamento per i fratelli conversi, il monastero di Santo Stefano.

La nascita della chiesa di “San Brunello

A nord di Reggio Calabria, dove il massiccio dell’Aspromonte degrada dolcemente verso il mare dello Stretto, ai primi del 1700, i pochi abitanti sparsi tra i vasti terreni ricchi di bergamotti e gelsi per la coltura del baco da seta, avevano la necessità di una chiesa e di un santo protettore. Fu così che la famiglia Miceli, proprietaria di quei territori, costruì una piccola chiesa, dedicandola a San Bruno, canonizzato il 19 luglio 1514 e la cui festa era stata estesa a tutta la Chiesa solo nel 1623, mentre da poco, dal 1674, essa era stata elevata a “rito doppio”. Nel 1730, vi fu l’esigenza di avere una statua del santo certosino, fu così che giunse una scultura di piccole dimensioni e fu per questo che da allora venne affettuosamente chiamata chiesetta di San Brunello, solo successivamente questo toponimo fu esteso all’intera contrada.

Chiesetta-esterno-300x300

Chiesetta-interno-300x300

Trascorsero vari anni, nei quali nella piccola chiesetta si celebrava non sempre assiduamente. La città di Reggio Calabria crebbe, e quindi San Brunello si ritrovò al centro di un nuovo popoloso quartiere. Si rese necessario erigere una nuova parrocchia, e quindi il 27 giugno del 1957 veniva fondata canonicamente «La Parrocchia di San Bruno», fu costruito un nuovo edificio con annesse opere parrocchiali, in sostituzione della piccola antica chiesetta, dotandoli di tutti gli arredi necessari.

parrocchia

altare maggiore con statua

reliquia di San Bruno

Curiosità

Va ricordato che la tradizione vuole che maestro Bruno, durante la sua breve permanenza a Reggio Calabria, al seguito del pontefice Urbano II, si ritirasse a pregare nel posto ove un tempo sorse la chiesetta, ed oggi la parrocchia, a lui dedicata

Si narra, inoltre che durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, una bomba cadde dietro la chiesetta prodigiosamente senza scoppiare, lasciandola intatta.

Non dimentichiamo inoltre che questa parrocchia è la prima al mondo ad essere dedicata a San Bruno di Colonia!

statuetta

Dal libro di Dom Dysmas de Lassus 3

Risques-et-derives-de-la-vie-religieuse

Ecco per voi il terzo paragrafo del capitolo “Piccola radiografia della bugia” sulla menzogna, e tratto dal libro “Risques et dérives de la vie religieuse”, di Dom Dysmas de Lassus.

Come perdiamo il senso della verità

Non idealizziamo: chi di noi può affermare di vivere interamente nella verità? C’è, però, un semplice criterio per vedere dove iniziamo a varcare i confini di ciò che diventa serio: che le bugie ci sfuggono, che non abbiamo il coraggio di dire sempre la verità, quella è umano. Ma finché lo conosciamo, finché lo percepiamo come un cammino di conversione, il progresso rimane possibile, e soprattutto il senso della verità non è stato raggiunto o solo in superficie. Nel momento in cui inizi a giustificare la menzogna, entri in una spirale che può portare a profonde perversità. Va anche ricordato che il principe delle bugie sa il fatto suo e che sa benissimo che una piccola bugia giustificata è la sua prima vittoria. È stata fatta una breccia, basterà allargarla gradualmente, come insegna l’esperimento della rana. Un gruppo di ricerca ha eseguito un esperimento su una rana. La presero e la gettarono in una pentola di acqua bollente. La rana ovviamente ebbe un riflesso salvifico e saltò immediatamente fuori dalla padella. È uscita un po ‘intontita, forse un po’ bruciata, ma viva. Poi hanno preso la stessa rana e l’hanno messa in una pentola di acqua fredda. Hanno iniziato a riscaldare l’acqua molto lentamente. E la rana è stata cotta! Perché in nessun momento una soglia improvvisa lo fece reagire. A poco a poco rimase sbalordita finché non perse coscienza del pericolo. Così è con le bugie. Iniziamo con una piccola bugia che giustifichiamo. Se quella è giustificata, perché non dovrebbe esserla anche quello un po’ più grande? Sappiamo che una bugia tira l’altra. Finalmente arrivi a giustificare qualsiasi cosa. Nemo repente fit pessimus. Nessuno diventa molto cattivo all’improvviso. Più prosaicamente, un noto proverbio dice: chi ruba un uovo ruba un bue. Per quanto riguarda la giustificazione delle bugie, un altro proverbio dice: a forza di non vivere come pensiamo, finiamo per pensare come viviamo. E così, abituandoti a giustificare piccole bugie, finisci per perdere il senso della verità. Abbiamo davanti a noi un terribile esempio di questo fenomeno di progressione. All’epoca dei dibattiti sull’aborto, quarant’anni fa, si parlava di situazioni di disagio. Voci avevano annunciato che l’aborto sarebbe stato considerato normale e che sarebbero seguite l’eutanasia e l’eugenetica. Erano stati accusati di esagerazione, persino di fanatismo. Oggi vediamo che erano profetici.

Dom Poisson su l’Annunciazione

Annunciazione_-_Jan_van_Eyck_-_1434 certosa Champmol

LA TENEREZZA VERSO DIO

La tenerezza verso Dio, più è giusta, più è utile”. (lettera a Raoul le Vert)

Nel giorno in cui si celebra l’Annunciazione del Signore, vi propongo un’eccellente sermone capitolare di Dom André Poisson concepito il 25 marzo del 1984.

Nell’anno delle celebrazioni del nono centenario della fondazione dell’Ordine, egli operò attraverso diverse omelie a tracciare un preciso profilo di San Bruno e del senso della vita eremitica dei certosini. Un testo corposo e illuminante.

Il racconto dell’Annunciazione del Signore non ci sorprende più, senza dubbio, perché l’abbiamo troppo sentito, letto, meditato. L’abitudine ci ha fatto perdere il riflesso d’ammirazione e di adorazione che noi dovremmo avere in presenza di Dio, il quale, con un solo movimento, ci svela la profondità della sua tenerezza e ci confida tutta l’intimità della sua vita divina, fino ad inserirla nel tessuto della razza umana. La fraternità, così stabilita, tra il Figlio dell’Altissimo e ciascuno di noi è un mistero infinito, ma noi non siamo esposti, nello stesso tempo, a fare il punto di partenza di una familiarità con Dio che dimentichi la rottura totale, la distanza infinita che intercorre tra noi e il Santissimo? Domandiamo a San Bruno di aiutarci a risvegliare in noi l’attitudine del suo cuore, fatta d’ammirazione senza limite, di rispetto e, nello stesso tempo, di sete bruciante di un incontro beatificante, attitudine che deve accendere nei nostri cuori la possibilità d’intimità con Dio che ci è donata nel suo Figlio divenuto nostro fratello. Bruno ci confida tutti questi sentimenti quando, al termine di un lungo sviluppo in cui ha tentato di convincere il suo amico Raoul d’essere fedele ai suoi impegni, egli non può più contenere lo slancio del suo cuore e si lascia sfuggire qualche fiamma di fuoco che lo divora di fronte al Bene senza eguali che è il suo Dio tanto amato. Cerchiamo di ritrovare lo svolgersi del pensiero di Bruno, poi vi vedremo un modello d’adorazione e finalmente scopriremo, per riprendere la parola stessa di Bruno, l’utilità di questa via per gli altri.

* * * * * * *

Bruno moltiplica le dimostrazioni per convincere Raoul che il Signore desidera vederlo entrare nella via monastica, come si è un giorno solennemente impegnato a fare. Ed ecco che Bruno si lancia in un ultimo argomento: “Amerei vedere il tuo amore convinto di una cosa, egli dice a Raoul. Monsignore l’arcivescovo ha grande fiducia nei tuoi consigli e volentieri si appoggia ad essi. E’ facile dar dei consigli che non sempre sono giusti o utili e il pensiero dei servizi che tu gli rendi non deve impedirti di donare a Dio la tenerezza che tu gli devi. Questa tenerezza, più è giusta, più è utile” (16). Come non accorgersi che, scrivendo queste righe, Bruno parla per esperienza? Lui stesso, dopo aver solennemente promesso di rivestire l’abito monastico, si è visto alle prese con una scelta temibile: egli era legittimamente eletto arcivescovo di Reims e, conoscendo perfettamente questa chiesa, egli sapeva che poteva apportare molto alle anime di cui facevano parte. Non era un servizio giustissimo e utilissimo al Signore quello di salire sulla sedia episcopale di Reims? Egli non è certo alla leggera che ha rifiutato e le tracce della lotta interiore, impegnata nel suo cuore, vi sono impresse per sempre. L’argomento che ha convinto Bruno è chiaro. Da una parte un servizio autentico, ma esposto al rischio, quasi inevitabile, di non essere sempre perfettamente giusto o utile. Dall’altra, la fedeltà ad un appello di puro amore ricevuto e accettato, di cui è certo che, nel suo slancio profondo, non può essere che giusto e utile. Noi siamo un po’ sconcertati di veder Bruno insistere molto su queste nozioni di giustizia e di utilità. Possiamo noi, in poche parole, circuire ciò che questo rappresentava per lui? Anche se è un po’ rischioso trattare troppo brevemente un soggetto tanto delicato, diciamo che, forse, per Bruno è giusto ciò che è conforme alla natura profonda dell’essere considerato. Un consiglio è giusto se risponde onestamente al senso vero della questione posta. Un po’ più in là egli dirà che è giusto amare il bene poiché ciò è inscritto nella natura dell’uomo. Allo stesso modo, è utile ciò che è proficuo, ciò che fa portare un frutto autentico all’opera considerata. Un consiglio è utile se orienta verso un agire benefico per coloro che ne riceveranno gli effetti. Amare il bene, per l’essere umano, è utile poiché è l’unica vera felicità consona alla sua natura più profonda. Queste due nozioni, soprattutto quella d’utilità, sono fondamentali per Bruno. Egli, dunque, non esita; una sola scelta è possibile, per lui come per Raoul: il massimo del giusto e dell’utile, il dono completo d’amore a Dio. Egli continua: “Sì: cosa c’è di così utile, o in altre parole cosa c’è nella natura umana di così profondamente radicato e di così profondamente consono che d’amare il bene? Ed esiste un essere, oltre a Dio, di una bontà paragonabile alla sua? Cosa dico: esiste altro bene al di fuori di Dio?” . Bruno dà così una giustificazione serrata della sua scelta. Il cuore dell’uomo è, per natura, destinato ad amare il bene. Questo è la sua giustizia fondamentale e la sua utilità massima. Bruno parte da questa affermazione, della quale sa che non può che essere accettata dal suo corrispondente, senza che sia necessario appellarsi alla Parola di Dio o ai filosofi. Bisogna, d’altra parte, concepire il bene di cui parla Bruno come una realtà metafisica astratta? Ciò non sembrerebbe per niente conforme al genio eminentemente pratico e concreto del nostro Beato Padre. I termini che egli impiega, qualche istante più tardi, mostrano che bisognerebbe, senza dubbio, per essere fedele al suo pensiero, considerare maggiormente la bellezza piuttosto che la bontà di Dio. Egli parla in effetti di “l’ineguagliabile fulgore, lo splendore e la bellezza…di questo bene”. E Bruno, in qualche riga, brucia tutte le tappe. Bisogna amare questa bellezza sovrana del bene. Nessun essere può reggere il confronto con Dio, in questo campo. Andiamo fino alla fine: solo Dio è il Bene. Solo Dio è la bellezza. Arrivati a questo punto, la dimostrazione cambia all’improvviso: o piuttosto diviene incandescente poiché non è più che uno slancio del cuore. Le parole di Bruno sono trasparenti. Egli confida: “Davanti a questo bene di cui l’incomparabile fulgore, lo splendore e la bellezza si lasciano presentire, l’anima santa è bruciata dal fuoco dell’amore

“Tutto il mio essere – egli dice – ha sete del Dio forte, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il suo volto?”

* * * * * * *

Quale messaggio ci indirizza, così, Bruno? Ciò che egli espone, con tale convinzione, a Raoul non è, in fondo, l’itinerario proposto a chiunque è chiamato a vivere per Dio solo? All’inizio vi è la possibilità di consacrarsi ad una attività, per buona che sia, esposta di certo per natura a delle imperfezioni, ma finalmente legittima. Questa può essere un’attività esteriore, ma allo stesso modo può anche essere un’attività interiore, un orientamento, per esempio, della vita di preghiera verso fini diversi da quelli di rimettersi totalmente all’amore di Dio solo, l’unico Bene; allora un’attrazione profonda del cuore verso quest’ ultima via, manifesta un richiamo non equivoco dello Spirito Santo. Scegliere questo cammino radicale implica, dunque, di rinunciare a tutto ciò che vi è di positivo, di benefico per sé o per gli altri in tutte le cose. Non è presunzione voler volare così alto? Non è tradire i bisogni degli altri rinunciando ad aiutarli per rifugiarsi nel silenzio della pura adorazione? Tale è la questione bruciante posta da Bruno. Egli stesso ha dovuto affrontarla e la risposta non è stata dubbiosa nel suo cuore. La sua scelta – “la più giusta e la più utile,” egli dice – è di lasciarsi sedurre, tanto quanto possibile, da Dio. E, tuttavia, quanto è paradossale la maniera in cui Bruno formula la sua risposta! Alla fine in cosa sbocca “l’anima santa” di cui ci parla? Non in un incontro con il Bene folgorante di cui l’incomparabile fulgore brucia l’anima di fuoco d’amore, ma in una domanda. “Quando verrò e vedrò il suo volto?” La sola meta che egli propone non è un possesso felice, ma una sete intensa, una brama di fronte ad un Bene che la supera infinitamente, un vuoto che, alla fin fine, scava sempre più in profondità colui che lancia il suo appello nel fondo del cuore. Per usare le parole di Bruno, Dio non attira colui che ha sedotto verso ciò che, in termini puramente umani, noi potremmo considerare come la più grande inutilità, un’ingiustizia completa di fronte agli altri e, forse, anche di fronte a noi stessi?

* * * * * * *

Non è la stessa maniera di vedere di Bruno. Ricordiamoci le sue parole: “Questa tenerezza che tu devi a Dio, più è giusta più è utile” e, qualche istante più tardi: “Cosa c’è di così utile e di così giusto che amare il bene?” E’ chiaro che, per Bruno, tutto è questione d’Amore: la tenerezza verso Dio, amare il Bene. E anche questione d’amore reciproco, d’amore condiviso, poiché egli precisa un po’ più in là che si tratta di anelare al Dio vivente, questo Dio di cui il proprio Amore risveglia nel cuore il richiamo che lo mette in movimento. La sete, la brama di cui noi parlavamo sono, dunque, veramente reali, ma sono l’impressione di un amore che si dilata. Inoltre, tutto il contesto di giusto ed utile, nel quale si situano i propositi di Bruno, ci mostra che si tratta di una relazione d’amore che ingloba gli altri. E’ certo che per lui essere bruciato dal fuoco dell’amore del solo Bene è ciò che vi è di più profittevole per coloro di cui noi ci sappiamo responsabili. La preghiera d’intercessione più efficace, ovvero la maniera più utile di sovvenire ai bisogni degli altri, è di abbandonarsi in tutta verità alla sete di Dio, se si è ricevuto questo appello. Questo significa, per Bruno, che noi dobbiamo puramente e semplicemente dimenticare coloro per i quali preghiamo, al fine di essere loro utili? Non penso. Tutto il contesto delle sue lettere ci dice il contrario: lo si sente attento a coloro che ama, nella misura in cui è tutto donato a Dio. Ciò raggiunge l’intenzione profonda del nostro testo di oggi: non sarebbe certamente giusto, per Bruno, pensare che possa essere intermediario tra Dio e i suoi fratelli, scacciando dal suo cuore il ricordo di questi ultimi. Per lui amare implica una presenza vivente, sia essa la tenerezza verso il solo Bene o il servizio affettuoso a coloro che gli sono affidati.

Amen.

(Annunciazione 25 marzo 1984)

I Priori Generali sepolti in Italia

Nell’articolo di oggi voglio parlarvi della inconsueta sepoltura di tre Priori Generali dell’Ordine certosino. Difatti, contrariamente al solito, ovvero che colui che ricopre l’incarico di Priore della Grande Chartreuse è allo stesso tempo Priore Generale, e quindi alla fine dei suoi giorni è seppellito nel cimitero con le croci di pietra ad essi dedicato (nella foto).

Ma cosa ha impedito questa consuetudine?

A seguito della ignobile espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse il 29 aprile del 1903, frutto di odiose leggi anticlericali andate in vigore in Francia a seguito della Rivoluzione e che si concluderanno con la definitiva separazione tra Stato e Chiesa avvenuta nel 1905, la comunità espulsa trovò rifugio nella certosa di Farneta.

Fu così che il 10 novembre del 1903 l’Ordine certosino dovette riacquistare la certosa di Farneta, nel frattempo diventata proprietà privata. Difatti, l’eremo certosino toscano nel1806 a sua volta era stato soppresso, come tutti gli ordini religiosi dello stato lucchese, ed anche i certosini di Farneta furono così costretti ad abbandonare il monastero.

I monaci della Grande Chartreuse espulsi dalla Francia poterono così trasferirsi “in esilio” a Farneta. La certosa di Farneta diventava così la Casa Generalizia dell’Ordine ed in essa vi furono trasportati, tra l’altro l’importante archivio e la grande biblioteca provenienti dalla Grande Chartreuse..

Ma la piccola certosa, in disuso da un secolo, non era pronta per tornare alla sua antica destinazione. Si rese necessario l’ampliamento della casa per poter accogliere i Priori del Capitolo Generale e per ospitare la comunità della Grande Chartreuse. Un lavoro considerevole fu intrapreso e svolto con rapidità, nonostante le numerose difficoltà La vecchia struttura della certosa fu completamente rispettata e restaurata ed il numero delle celle fu triplicato, l’intero chiostro prese la graziosa forma di un immenso colonnato rettangolare, la cui profondità ricorda in qualche modo il chiostro della Grande Chartreuse. Sul fronte furono costruiti due grandi edifici, uno per gli ospiti e per i Priori ospiti del Capitolo Generale, l’altro per i Fratelli e per le obbedienze.

Nel 1903 e nel 1904, non potendo convocare il Capitolo Generale a Farneta, il Reverendo Padre ottenne dalla Santa Sede l’autorizzazione a riunirlo presso la Certosa di La Valsainte, in Svizzera. Fu lì che si tenne effettivamente l’incontro del 1904. Fu stabilito che il governo dell’Ordine, con il Reverendo Padre ed il Capitolo Generale, avrebbe avuto come sede Farneta.

Nel 1905, per la prima volta, si riunì a Farneta il Capitolo Generale.

Rara immagine del Capitolo generale del 1905 alla certosa di Farneta

Rara immagine del Capitolo generale del 1905 alla certosa di Farneta

I tre Priori Generali a Farneta dal 1903 al 1940

Tre quindi furono i Priori Generali che si susseguirono in questo periodo, e che quindi morirono e non furono sepolti nel cimitero delle croci di pietra della Grande Chartreuse.

  • 1892-1905 : Michele Baglin
  • 1905-1911 : Renato Herbault
  • 1911-1938 : Giacomo Maria Mayaud

Dom Michel Baglin

Alfred – Louis Baglin, nacque a Château-Gonthier (Mayenne), il 15 novembre del 1839. Egli fece la professione solenne nella certosa di Notre Dame de Pres a Montreuil il 3 giugno del 1883. Fu eletto priore di Valbonne, e successivamente, nel 1892 fu incaricato come Priore Generale alla Grande Chartreuse. Ebbe il compito di organizzare le case rifugio, durante l’espulsione subita nel 1901. Rimase in tale incarico fino al 1905, quando decise per motivi di salute di ritirarsi, ottenendo misericordia, gli fu restituita così la pace, il silenzio, la felicità nascosta e raccolta della vita di un semplice religioso, interamente consacrato a cercate solo Dio. Scelse di ritirarsi alla certosa di Calci, Si narra che un anno dopo, alcuni Priori, venuti al Capitolo Generale e di passaggio a Pisa, si fermarono per alcune ore nella certosa dove si era ritirato Dom Michel, volendo salutare di passaggio il loro ex Generale. Era l’ora del lavoro manuale e lo trovarono nel suo giardino, con un grembiule da lavoro, la vanga in mano, calzato con zoccoli terrosi e copiosamente sudato! La vita certosina ha questi contrasti e questa semplicità…

A Calci terminò i suoi giorni terreni il 20 gennaio del 1922 dove fu sepolto.

Dom Renè Herbault

René-Marie Augustin Herbault nacque a Fontevrault, nella diocesi di Angers, il 2 febbraio del 1844. Entrò nella Grande Chartreuse e fece la professione il 22 gennaio del 1868. Successivamente fu nominato Procuratore Generale a Roma, fu dunque eletto il 3 maggio 1905 Priore Generale della Grande Chartreuse esiliata a Farneta, come successore di Dom Baglin. Nessun fatto esterno molto saliente contraddistinse il suo generalato, egli è ricordato come un padre pieno di gentilezza. Religioso esemplare, con una modestia pari solo alla sua pietà, Dom René non ebbe la fortuna di vedere riaprire la Grande Chartreuse. Morì in carica il 14 dicembre 1911, dopo una brevissima malattia, e fu seppellito nel cimitero di Farneta.

Dom Jacques Mayaud

Pochi giorni dopo la morte di Dom René Herbault, si elesse Priore e Generale dell’Ordine Dom Jacques-Marie Mayaud, nato a Saumur, nella diocesi di Angers, il 28 novembre del 1855, e professo a Valbonne il 21 novembre 1887. Al momento dell’espulsione del 1903, Dom Jacques era al fianco di Dom Michel Baglin, di cui era lo scriba. Quando Dom René fu eletto Priore Generale nel 1905, Dom Jacques lo aveva sostituito a Roma come Procuratore Generale. Divenuto a sua volta Reverendo Padre nel dicembre del 1911, conobbe i tumulti della prima guerra mondiale. Dal 1915 al 1918 gli fu impossibile, nel blocco universale delle comunicazioni, convocare il Capitolo Generale.

Dom Jacques diresse e svolse in prima persona, l’opera di adeguamento degli Statuti certosini al nuovo Codice di Diritto Canonico, opera richiesta dalla Santa Sede. Nel 1930, Dom Jacques preparò anche con il Capitolo Generale, una nuova edizione dell’Ordinario o Cerimoniale Certosino.

Le sue infermità lo costrinse, all’inizio del 1938, a chiedere alla Santa Sede di accettare le sue dimissioni. Ottenne con soddisfazione misericordia il 19 febbraio. Dom Jacques morì il 29 ottobre dello stesso anno, e fu seppellito nel cimitero della certosa di Farneta.

Per completezza…

Il 2 marzo 1938, la comunità di Grande Chartreuse ospitata a Farneta elesse a Generale dell’Ordine, Dom Ferdinand Vidal, già procuratore dal 1930. Questi ebbe la pesante responsabilità seguita dalla grande gioia di riportare i certosini nella culla del loro Ordine, ma questa è un’altra storia che presto vi racconterò.

Soltanto nel 1940 la comunità poi poté rientrare in Francia, fatto che fu accelerato anche per l’ingresso in guerra dell’Italia contro la Francia. Con decreto della Santa Sede del 3 agosto 1940, la certosa di Farneta fu così costituita Casa regolare con proprio noviziato.

“Speculum” terzo capitolo

Margherita d' Oyngt (certosaCalci)

Cari amici eccoci giunti al terzo ed ultimo capitolo del testo “Speculum” di Margherita d’Oingt.

Ho rispettato la divisione in tre capitoli, e per una maggiore diffusione vi sarà la versione in inglese ed in francese. 

The Mirror 3

Le Miroir 3

Il manoscritto originale, di questa meravigliosa opera, è conservato presso la biblioteca municipale di Grenoble.

Ecco a voi il terzo capitolo

Marguerite d’Oingt

SPECULUM

23. Di recente, una persona che conosco bene è stata immersa nella sua preghiera, intorno al Mattutino. Immaginò Gesù Cristo, seduto alla destra di Dio, suo padre, e all’improvviso il suo cuore si sollevò così violentemente da credere di essere trasportata in un luogo più grande del mondo intero e che brillava da tutte le parti, più forte del sole. Questo posto era pieno di persone così belle e luminose che non si possono descrivere.

24. E tra loro sembrava di vedere Gesù Cristo, in una tale gloria che non può essere descritto. Era vestito con i gloriosi ornamenti che gli erano stati affidati dal nobile corpo della Madonna. Sulle sue nobili mani e sui suoi piedi apparvero le gloriose ferite che soffrì per amor nostro. Da questa gloriosa piaga scaturì una chiarezza così grande che fu un grande stupore come se tutta la divina bellezza vi si fosse raccolta. Il suo corpo glorioso era così nobile e trasparente che si poteva vedere la sua anima. Il suo corpo era così puro che lo si poteva vedere più chiaramente che in uno specchio, così bello si vedevano gli angeli ed i santi lì come se vi fossero dipinti. Il suo volto era così aggraziato che gli angeli, che lo avevano guardato dalla loro creazione, non poterono scrollarsi di dosso questo spettacolo e continuarono a gioirne.

25. A dire il vero, basta considerare e guardare la sua bellezza e la bontà che è in lui per amarlo così tanto che tutto il resto diventa amaro. Perché è così buono e così dolce e così cortese che tutto ciò che ha lo ha dato e condiviso con i suoi amici.

26. Pensa allora alla bellezza così grande che ha dato a tutti gli angeli ed a tutti i santi che sono le sue membra affinché ognuno sia limpido come il sole. Immagina allora quanto è bello il posto dove c’è tanta lucidità.

27. Perché Dio è così grande da essere ovunque, e questo riguarda solo lui. Ha dato ai suoi amici una tale leggerezza che vanno dove vogliono in un istante; perché dovunque siano gli stanno vicino.

28. Dio è molto forte e molto potente ed è per questo che ha dato ai suoi amici così tanta forza e potere che possono fare quello che vogliono. Se vogliono sollevare il mondo, tutto ciò che devono fare è muovere un dito.

29. Gesù Cristo è libero; ed è per questo che ha reso i suoi amici così liberi, sottili e leggeri da poter entrare e uscire a porte chiuse, senza alcuna difficoltà, come fece Gesù dopo la sua risurrezione.

30. Dio non soffre alcun male e non conosce alcuna infermità ed è per questo che ha affidato ai suoi amici una salute tale che non siano mai ammalati, né stanchi, né sofferenti, né di corpo né di spirito.

31. Dio è gioia perché non c’è né dolcezza né felicità che non provenga da lui. È l’aroma dei sapori inebrianti. È così buono che chi lo assaggia continua a volerlo e non vuole altro che conoscerne la dolcezza che sentiva in lui.

32. Dio è pieno di saggezza e ha dato così tanto ai suoi amici che non potevano chiedere di più, perché hanno tutto ciò che vogliono.

33. Dio è amore e ha dato così tanto ai santi che si amano tanto quanto un membro può amare l’altro.E quello che uno vuole tutti vogliono.

34. Dio è eterno ed è per questo che ha fatto i suoi amici di materia così nobile che non possono essere corrotti o invecchiare ma vivranno con lui eternamente.

35. Pensa alla grande bontà che c’è in lui così tanto da aver dato tutto quello che aveva ai suoi amici. Ha fatto ancora di più perché ha dato se stesso, e li ha resi così belli e così gloriosi che tutti possono vedere la Trinità in se stesso, come si guarda in uno specchio bellissimo. Ed è questa l’iscrizione che si legge sul secondo fermaglio: “Mirabilis Deus in sanctis suis”.

36. E proprio come i santi gioiscono nel contemplare la bellezza di Nostro Signore, così il nostro buon Creatore si rallegra nel vedere la bellezza e l’amore delle sue creature che ha creato – a sua immagine e somiglianza – come un pittore di talento si compiace di contemplare il suo capolavoro.

37. Io credo, in verità, che colui al quale è dato di contemplare la bellezza che il Signore si manifesta nella gloria dei suoi santi, non possono fare a celebrare le sue meraviglie e che, molto vicino a svenimento in esso. emozione della sua rivelazione, riconoscerà che Dio ha davvero adempiuto la promessa del suo profeta Davide: “Ego dixi, dii estis”. E a ciascuno sembrerà diventare un piccolo Dio, perché tutti sono suoi figli ed eredi.

38. Certamente non credo che esista nel mondo un cuore abbastanza freddo per conoscere e sperimentare la bellezza di Nostro Signore senza vedersi risplendere d’amore. Ma ci sono cuori imbastarditi che come i maiali preferiscono l’odore del fango al profumo delle rose. Così sono quelli che preferiscono le cose dell’epoca alla compagnia di Dio. Sono così pieni di oscurità che non vedono nulla.

39. E le persone a cui manca tutta la purezza non hanno il potere di amare Dio o di conoscerlo. Perché Dio ci dice nel suo Vangelo che nessuno conosce il figlio se non il padre, né il padre se non il figlio e coloro ai quali il figlio vorrà rivelarlo. Credo che il Figlio di Dio non affidi i suoi segreti a coloro che non sono puri perché beati i puri di cuore che vedranno Dio chiaramente. È lui stesso che lo promette nel Vangelo e dice che gli innocenti sono benedetti perché vedranno Dio faccia a faccia, nella sua grandissima bellezza.

40. Possa Gesù Cristo concederci di vivere puri, nel cuore e nel corpo, così che quando le nostre anime lasciano i nostri corpi, si degni di mostrarci il suo volto glorioso.

Amen

Speculum esplicito.

Mi auguro che questo meraviglioso testo della mistica certosina abbia riscontrato il vostro apprezzamento.

Celebrando San Giuseppe

Cappella San Giuseppe (certosa San Martino)

Cari amici, oggi celebriamo la festività dedicata a San Giuseppe. Quest’anno è un pò speciale, poichè il Santo Padre, ha dedicato il 2021 allo sposo della beata Vergine Maria. Il Papa, infatti, lo scorso 8 dicembre ha indetto l’Anno di San Giuseppe, asserendo che: “Il mondo ha bisogno di padri

Per ben celebrarlo, voglio offrirvi una splendida omelia di Dom Pierre Marie Anquez, il Priore certosino che volle offrirla alla sua comunità il 19 marzo del 2001.

Su San Giuseppe

omelia di Dom Pierre Anquez

Carissimi Fratelli,

In questo tempo di Quaresima, quando siamo tutti impegnati a rivedere il nostro percorso spirituale in preparazione alla Santa Pasqua, non c’è niente di meglio che cercare um esempio de vita per completare la nostra preparazione.

Su questa strada troviamo oggi il grande San Giuseppe, il Padre adottivo del Verbo incarnato, compagno amorevole e delicato della Madre di Dio. Il suo esempio può aiutarci, mostrandoci come deve essere la nostra azione davanti a Dio, in considerazione ed adempimento della nostra totale consacrazione a Dio.

Non so se avete notato che, tre volte, sulla stessa pagina del suo Vangelo (fine del primo capitolo e inizio del secondo), San Matteo scrive: “Giuseppe destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato”.

Mt 1,24: “destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato”.

Mt 2, 14: “Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto”.

Mt 2,21: “Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele”.

Perciò, San Giuseppe è sempre stato considerato un esempio di obbedienza, un uomo obbediente.

Dio ha voluto un uomo perfettamente obediente per dargli la dignità di prendere il posto del Padre celeste nella vita umana del suo Figlio incarnato. Grande dignità, basata su grande umiltà e obbedienza. Dio, nella sua bontà, ha formato il cuore di Giuseppe per il ruolo di figura umana del Padre celeste accanto a Gesù.

Dio chiede obbedienza a Giuseppe:

– una prima volta, dopo l’Annunciazione, per dirgli di prendere Maria per sua moglie;

– una seconda volta, per fuggire dall’Egitto;

– e una terza volta, per tornare in Israele.

Nella seconda volta, l’angelo gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò”. Le ultime parole ci offrono un dettaglio importante: non c’è spazio minimo per Giuseppe fare la sua volontà e decidere cosa fare; l’angelo è molto chiaro: “finché non ti avvertirò”.

Non c’è spazio per la volontà dell’obbediente: “finché non ti avvertirò “. È così che Dio tratta i suoi amati figli: fammi anche avere il tuo discernimento, la tua azione e lascia a me la decisione.

Detto questo, mi sembra che l’obbedienza sia un aspetto della figura spirituale di San Giuseppe. Appena conosce la volontà del Padre, si conforma senza discutere, senza riflettere, senza preoccuparsi delle difficoltà che dovrà affrontare: Dio è con lui. Fa quello che Dio vuole.

Cari fratelli, lasciamoci guidare dall’esempio di San Giuseppe, per vedere cosa esige dalla nostra obbedienza la nostra vocazione monastica. Gli Statuti, infatti, hanno tutta una dottrina secolare sull’obbedienza; secolare, perché ci viene da San Bruno (nella sua Lettera) e da Dom Guigo, a 25 anni dalla morte del Fondatore. Dom Guigo, in ‘Costumes’, si esprime così: “Se chiunque decide di vivere sotto una regola deve praticare l’obbedienza con grande cura, dobbiamo praticarla con tanta devozione e sollecitudine quanto più rigoroso e austero è lo scopo che abbracciamo; se mancasse l’obbedienza – che Dio non voglia – tanti lavori sarebbero infruttuosi. Da qui la parola di Samuele: “L’obbedienza vale più delle vittime; la docilità è più preziosa che offrire il grasso delle pecore ”(statuti 10.11).

Il pensiero è chiaro: abbiamo deciso di vivere sotto una regola molto esigente e severa. Tocca a noi essere coerenti. Siamo impegnati, per scelta di Dio e anche nostra, su un cammino dove l’obbedienza è seguita con grande rigore. E l’intenzione ispiratrice di quel testo è nelle sue ultime parole: senza l’obbedienza tutti i nostri sforzi sono inutili, sarebbero privi di frutto.

Quindi siamo attenti a capire il suo significato spirituale, perché riguarda la nostra vita. È la nostra vita che è in gioco. Se non sappiamo obbedire, perdiamo tempo qui, nonostante tutti i nostri sforzi.

Ma perché un tale requisito? Risponde San Bruno nella sua lettera: “Perché la vera obbedienza è il compimento della volontà di Dio”. Ogni obbedienza ha sempre l’obiettivo e lo scopo di unirsi a Dio, oltre ai suoi intermediari e mediazioni; obbedire è adempiere quella che sappiamo essere la volontà del Padre nei cieli. E Gesù insegna: per seguirmi, rinuncia a te stesso, cioè alla tua volontà.

Per oggi basta convincerci e rinnovare la nostra convinzione che obbedire è ricevere – attraverso una guida umana – ricevere, ripeto, la tenerezza del Padre celeste che ci genera nella sua vita divina, come ha fatto con Gesù e per Gesù… “Alla ricerca di un atteggiamento di volontaria sottomissione”, che ci unisce a Gesù e al Padre.

L’obbedienza ci mette in contatto con Dio, contatto filiale che ci rende fecondi e ravviva ciò che facciamo: senza quella fecondità, c’è solo sterilità. “Senza obbedienza, non possiamo aspettarci alcun profitto” (Statuti 7.8).

L’obbedienza che promettiamo ci porta a imitare San Giuseppe: “Alzati e resta là finché non ti avvertirò”. Non sarà sempre facile, perché i nostri cuori sono ancora duri. Non sappiamo ascoltare l’angelo che parla così, attraverso il Priore, l’angelo che è Gesù stesso: il Priore agisce come Gesù.

Abbiamo anche, invece di uno, tre angeli che ci trasmettono ciò che Dio vuole da noi: gli statuti, la comunità, il Priore!

La nostra obbedienza finirà sempre per essere dolorosa, prima o poi. Giuseppe, in fuga in Egitto con il bambino e sua madre, com’è stata? E quella di Gesù, com’è stata? Obbedire è rinunciare a se stesso. Siamo ben consapevoli che l’obbedienza che Dio vuole da noi è quella di Gesù, che ha scelto per sé un’obbedienza dolorosa, che dovrebbe diventare la salvezza di tutti noi ed essere coronata nella sua risurrezione. Questa dolorosa obbedienza ci conduce, come Gesù, a una più grande unione con il Padre.

Se fai tutte le tue volontà prima di obbedire, dov’è l’obbedienza?

Se obbediamo quando tutte le circostanze sono favorevoli e abbiamo tempo per farlo, il lavoro sarà fatto, sì, ma non per obbedienza. Offriamo a Dio un’obbedienza senza bellezza che non interessa a nessuno … né a Dio.

Giuseppe si alzò durante la notte e partì per l’Egitto.

Chiediamo al nostro buon Padre San Giuseppe la sua filiale obbedienza. Chiediamola anche a Gesù e Maria.

La Grangia del Ceci

Mappa Rizzi Zannoni (grangia del cece)

Nell’articolo odierno, vi parlerò del complesso sistema di organizzazione delle grange certosine. Vi ho già parlato della prima grangia concepita dal beato Lanuino, il primo successore di san Bruno alla guida della certosa calabrese di Serra. La grangia di San Giacomo di Montauro, nacque nel 1114 essa viene attrezzata con gli strumenti idonei alla raccolta e lavorazione dei prodotti agricoli, come mulini, frantoi, magazzini ecc. Altro scopo era quello di accogliere gli eremiti certosini troppo anziani, o quelli infermi non più in grado di sostenere la ferrea vita monastica in certosa. Questo eremo “satellite”, era funzionale anche per coloro che si accingevano a prendere i voti, ossia i novizi, che potevano così gradatamente iniziare il loro percorso monastico, prima di accedere alla certosa. Nel corso degli anni la gestione agricola, grazie ad ulteriori donazioni, si estese su altri territori limitrofi. Accadrà quindi che per poter meglio controllare i propri enormi possedimenti terrieri, i monaci faranno sorgere decine di nuove grange ( Gasperina, Gagliato, Rocca di Neto, Giampilieri).

Siccome la Grangia di Montauro sorgeva su di una collina a 350 m.s.l.m, si rendeva necessario concepire nuovi presidi sulla fascia costiera. A partire dalla fine del ‘500 il territorio viene riorganizzato con la creazione di ulteriori strutture di controllo e gestione dei terreni quali i casini (Casino del Ceci, Casino dei Militi) per la lavorazione e la conservazione delle materie prime vennero realizzati nuovi mulini, frantoi e filande.

La Grangia del Ceci detta anche Casino o Torre del Ceci, domina gran parte del territorio costiero appartenente alla Grangia di Montauro. La struttura, che risulta oggi in stato di abbandono, si andò sviluppando negli anni intorno ad una torre centrale con base quadrangolare. Questo torrione centrale che, probabilmente, fu realizzato negli anni finali del 1500, presenta caratteristiche simili alla torre campanaria della Grangia di Montauro. Vi è poi una una corte centrale, dove furono concentrate varie strutture, tra cui una chiesa e impianti di trasformazione dei prodotti del territorio. Troviamo un frantoio, magazzini, stalle semisotterranee, concimaie, una calcara, ed una grossa cisterna. Su di un portale che ha resistito allo scorrere del tempo è ancora visibile la data 1662, esso infatti con gli altri pochi ruderi superstiti hanno superato il violento terremoto del 1783, che sconvolse la Calabria distruggendo molti edifici, compresa la certosa ed i suoi possedimenti, tra cui le sue numerose grange.

L’intero complesso della Grangia del Ceci divenne di proprietà privata a seguito delle vendite di beni ecclesiastici operate dalla Cassa Sacra e fu regolarmente abitato fino alla metà del ‘900. Nelle immagini che seguono possiamo ammirare quel che resta della importante grangia costiera certosina.

Sul digiuno

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Nell’articolo odierno, voglio offrirvi un testo di un certosino, il quale si esprime sul digiuno. Quest’ultimo è una delle pratiche quaresimali più note, che contraddistingue i quaranta giorni che precedono la Pasqua.

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Uno degli elementi integranti della Quaresima cristiana è il digiuno. Infatti, la preghiera più intensa, l’elemosina più generosa, la carità e il digiuno più ardentemente praticati, costituiscono l’ armatura del cristiano, cioè “le armi spirituali” del “soldato di Cristo” nella sua costante lotta contro il mondo, il diavolo e la carne. Da qui il luogo designato che il digiuno ha sempre avuto tra le pratiche quaresimali. Purtroppo, ai nostri giorni, il digiuno non ha “buona reputazione”, tanto meno “pubblicità” o buona stampa, anche tra i cristiani. Dato l’ambiente pagano ed edonistico in cui vive la maggior parte della società, molti pensano che sia “pericoloso” per la salute, una pratica obsoleta e una pena corporale la cui utilità per lo spirito è incomprensibile … Ma questo sentimento è una conseguenza della cultura che la società vive dove: si esalta la tipologia giovanile, si idolatra la felicità corporea, si pratica una religione del corpo giovane, sano e sportivo; l’indipendenza è adorata, non si vuole alcun collegamento con nulla, tanto meno qualsiasi imposizione esterna.
Tu fai, mangi e bevi quello che vuoi e nessuno ha il diritto di interferire nella vita di ogni persona … Ma, allo stesso tempo, vediamo e sentiamo costantemente una contraddizione di follia in chi parla così: è sorprendente, per non dire spaventosa e disumana, “la dieta” che artisti, atleti, modelli e innumerevoli persone si impongono semplicemente per “mantenersi in forma”, per non ingrassare, per dimagrire per essere più agili, e così via. un regime che prevede il digiuno o la privazione di cibo molto più dannoso per la salute e l’organismo di tutti i “digiuni religiosi”. E dico “religioso” perché la storia delle religioni di tutti i tempi ci parla di “digiuni” praticati in tutte le religioni dell’umanità. Infatti, in ogni momento e in tutte le parti, le varie religioni che sono apparse hanno avuto certi periodi di digiuno per i loro seguaci, sia per motivi di ascesi corporale, per lutto, per purificazione, supplica o come riti propriamente religiosi. Ad esempio, può essere sufficiente ricordare il digiuno universale, per persone e animali, che il re di Ninive impose ai suoi sudditi, dopo aver sentito la minaccia di una punizione imminente annunciata dal profeta Giona. E l’intenzione fu pubblicata dallo stesso re: “Vediamo se, attraverso il digiuno e la conversione della vita, possano ottenere il perdono”. E l’hanno raggiunto. Un altro esempio persistente anche ai nostri giorni, è il digiuno annuale dei musulmani, il Ramadan, praticato da tutti i fedeli, per sperimentare ulteriormente la trascendenza di Allah con questa pratica penitenziale, vissuta come “tributo” o dono annuale alla divinità.

un certosino

“Speculum” secondo capitolo

Margherita d' Oyngt (certosaCalci)

Cari amici eccoci giunti al secondo capitolo del testo “Speculum” di Margherita d’Oingt.

Ho rispettato la divisione in tre capitoli, e per una maggiore diffusione vi sarà la versione in inglese ed in francese. 

The Mirror 2

Le Miroir 2

Il manoscritto originale, di questa meravigliosa opera, è conservato presso la biblioteca municipale di Grenoble.

Ecco a voi il secondo capitolo

Marguerite d’Oingt

SPECULUM

14. Qualche tempo fa era in preghiera, dopo il mattutino, e guardava il suo libro come al solito. All’improvviso, senza che se ne accorgesse, vide il libro aperto, mentre fino ad allora aveva solo contemplato l’esterno.

15. L’interno era come un bellissimo specchio e non aveva più di due pagine. Da quello che ha visto nel libro, non dirò molto perché non c’è né intelligenza per afferrarlo né bocca per dirlo. Al massimo vi dirò quello che Dio mi darà la grazia di dire.

16. In questo libro ha aperto un luogo di gioia, così grande che il mondo intero è piccolo in confronto. E da questo luogo scaturì una luce gloriosa con un triplo alone di colori, come da tre persone; non possiamo dire di più.

17. Da lì è venuto tutto ciò che è buono. Da lì è venuta la vera saggezza mediante la quale tutte le cose sono fatte e create. Da lì è proceduto il potere a cui tutto si piega. Da lì emanava una dolcezza così grande e una consolazione così grande che gli angeli e le anime erano soddisfatte e non potevano desiderare. Da lì si diffondeva un odore che era dolce e le attirava tutte le virtù del cielo. Da lì è nata una tale conflagrazione d’amore che tutta la felicità del mondo è solo amarezza nei suoi confronti. Da lì è stata espressa una tale gioia che nessun corpo umano può nemmeno percepirla.

18. Quando gli angeli ei santi contemplano la bellezza di Nostro Signore e ne sperimentano la bontà e la dolcezza, si rallegrano così tanto che iniziano a cantare una canzone sempre nuova la cui melodia è dolcissima. Questo dolce canto scorre da uno all’altro, dagli angeli ai santi, dal primo all’ultimo. E appena esce un altro prende il suo posto. E questa canzone durerà all’infinito.

19. E i santi godranno per sempre del loro Creatore, come i pesci bevono l’acqua di mare, senza fine, giorno dopo giorno, senza mai stancarsi né vederla diminuire. Sarà sempre così; i santi daranno da mangiare e placheranno la loro sete della grande dolcezza di Dio. E più assaggiano, più chiederanno. E questa dolcezza non potrebbe essere esaurita più dell’acqua del mare. Perché come l’acqua dei fiumi sgorga dall’acqua del mare e tutti alla fine vi ritornano, così anche la bontà e la dolcezza di Nostro Signore, sebbene siano diffusi ovunque, torna sempre da lui. Ed è per questo che non possono mai essere esauriti.

20. E anche se i santi non facessero altro che immaginare la grande bontà di Dio, non potrebbero riuscire a concepire l’immensa carità mediante la quale il grandissimo Signore mandò sulla terra il suo benedetto Figlio.

21. Ma pensa che nasconde in lui ancora molte altre ricchezze. Supera tutto ciò che può essere immaginato e desiderato da tutti i suoi santi. Ed è questo il significato dell’iscrizione che è incisa sul primo fermaglio del libro: “Deus erit omnia in omnibus”.

22. Sulla seconda chiusura del libro è scritto: “Mirabilis Deus en sanctis suis” Dio è ammirevole nei suoi santi! Nessuno può immaginare quanto sia ammirevole Dio nei suoi santi.

In preghiera con Dionigi di Rijkel

Dionysius_Carthusiensis_Doctor_Ecstaticus

In occasione del giorno in cui si celebra la memoria del beato Dionigi di Rijkel, voglio proporvi un testo ed una breve preghiera da lui concepita. Egli ci indica la strada per raggiungere la quiete dell’anima. Preghiamo e meditiamo.

Sbarazzati dell’effimero

Dio tiene nelle sue mani la luce della contemplazione.
A volte lo apre
e lascia che questa luce gloriosa
fluisca nell’anima purificata.
Allora l’anima non può più reggersi
e trabocca d’amore.
È trascinata
dalla luce incommensurabile che vede
e dimentica se stessa,
tutti i suoi poteri e sensi
svaniscono
e sprofonda nell’abisso
della luce non creata,
nel mare della beatitudine
e viene consumata dal fuoco dell’amore.
Tuttavia, non può restare a lungo
in questa contemplazione,
perché Dio ritrae la luce.
Dopo un po’, Dio lascia
che
ritorni all’anima
con maggiore luminosità di prima.
Quando l’anima
si stacca da ogni attaccamento al transitorio
e non desidera altro che Dio,
può
ascendere a Dio ogni giorno di più
e si vede immersa
nell’amore eterno.

(Dionigi il Certosino, De fonte lucis ac semitis vitae, XVI, Opera omnia, 41,115-116)

O anima mia, non pensare a niente e non fissarti su nulla”:

O anima mia, stai soffrendo molto perché pensi a molte cose. Lascia lì queste tante cose e pensa solo all’Uno e così non ti affaticherai più per molte cose. E anche, se vuoi, e se puoi, non pensare a nulla di creato e non faticherai affatto, ma sarai ozioso, riposando, con Dio in questo silenzio interiore che Gli piace più di tutto il tuo dolore e tutti i tuoi esercizi . Quindi scegli quello che vuoi, perché piace a Dio che tu rimanga ozioso, nudo, puro e libero da ogni vizio e da ogni immaginazione, e che non pensi a niente e che non ti fissi su nulla”.

Amen.