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Dom Poisson su l’Annunciazione

Annunciazione_-_Jan_van_Eyck_-_1434 certosa Champmol

LA TENEREZZA VERSO DIO

La tenerezza verso Dio, più è giusta, più è utile”. (lettera a Raoul le Vert)

Nel giorno in cui si celebra l’Annunciazione del Signore, vi propongo un’eccellente sermone capitolare di Dom André Poisson concepito il 25 marzo del 1984.

Nell’anno delle celebrazioni del nono centenario della fondazione dell’Ordine, egli operò attraverso diverse omelie a tracciare un preciso profilo di San Bruno e del senso della vita eremitica dei certosini. Un testo corposo e illuminante.

Il racconto dell’Annunciazione del Signore non ci sorprende più, senza dubbio, perché l’abbiamo troppo sentito, letto, meditato. L’abitudine ci ha fatto perdere il riflesso d’ammirazione e di adorazione che noi dovremmo avere in presenza di Dio, il quale, con un solo movimento, ci svela la profondità della sua tenerezza e ci confida tutta l’intimità della sua vita divina, fino ad inserirla nel tessuto della razza umana. La fraternità, così stabilita, tra il Figlio dell’Altissimo e ciascuno di noi è un mistero infinito, ma noi non siamo esposti, nello stesso tempo, a fare il punto di partenza di una familiarità con Dio che dimentichi la rottura totale, la distanza infinita che intercorre tra noi e il Santissimo? Domandiamo a San Bruno di aiutarci a risvegliare in noi l’attitudine del suo cuore, fatta d’ammirazione senza limite, di rispetto e, nello stesso tempo, di sete bruciante di un incontro beatificante, attitudine che deve accendere nei nostri cuori la possibilità d’intimità con Dio che ci è donata nel suo Figlio divenuto nostro fratello. Bruno ci confida tutti questi sentimenti quando, al termine di un lungo sviluppo in cui ha tentato di convincere il suo amico Raoul d’essere fedele ai suoi impegni, egli non può più contenere lo slancio del suo cuore e si lascia sfuggire qualche fiamma di fuoco che lo divora di fronte al Bene senza eguali che è il suo Dio tanto amato. Cerchiamo di ritrovare lo svolgersi del pensiero di Bruno, poi vi vedremo un modello d’adorazione e finalmente scopriremo, per riprendere la parola stessa di Bruno, l’utilità di questa via per gli altri.

* * * * * * *

Bruno moltiplica le dimostrazioni per convincere Raoul che il Signore desidera vederlo entrare nella via monastica, come si è un giorno solennemente impegnato a fare. Ed ecco che Bruno si lancia in un ultimo argomento: “Amerei vedere il tuo amore convinto di una cosa, egli dice a Raoul. Monsignore l’arcivescovo ha grande fiducia nei tuoi consigli e volentieri si appoggia ad essi. E’ facile dar dei consigli che non sempre sono giusti o utili e il pensiero dei servizi che tu gli rendi non deve impedirti di donare a Dio la tenerezza che tu gli devi. Questa tenerezza, più è giusta, più è utile” (16). Come non accorgersi che, scrivendo queste righe, Bruno parla per esperienza? Lui stesso, dopo aver solennemente promesso di rivestire l’abito monastico, si è visto alle prese con una scelta temibile: egli era legittimamente eletto arcivescovo di Reims e, conoscendo perfettamente questa chiesa, egli sapeva che poteva apportare molto alle anime di cui facevano parte. Non era un servizio giustissimo e utilissimo al Signore quello di salire sulla sedia episcopale di Reims? Egli non è certo alla leggera che ha rifiutato e le tracce della lotta interiore, impegnata nel suo cuore, vi sono impresse per sempre. L’argomento che ha convinto Bruno è chiaro. Da una parte un servizio autentico, ma esposto al rischio, quasi inevitabile, di non essere sempre perfettamente giusto o utile. Dall’altra, la fedeltà ad un appello di puro amore ricevuto e accettato, di cui è certo che, nel suo slancio profondo, non può essere che giusto e utile. Noi siamo un po’ sconcertati di veder Bruno insistere molto su queste nozioni di giustizia e di utilità. Possiamo noi, in poche parole, circuire ciò che questo rappresentava per lui? Anche se è un po’ rischioso trattare troppo brevemente un soggetto tanto delicato, diciamo che, forse, per Bruno è giusto ciò che è conforme alla natura profonda dell’essere considerato. Un consiglio è giusto se risponde onestamente al senso vero della questione posta. Un po’ più in là egli dirà che è giusto amare il bene poiché ciò è inscritto nella natura dell’uomo. Allo stesso modo, è utile ciò che è proficuo, ciò che fa portare un frutto autentico all’opera considerata. Un consiglio è utile se orienta verso un agire benefico per coloro che ne riceveranno gli effetti. Amare il bene, per l’essere umano, è utile poiché è l’unica vera felicità consona alla sua natura più profonda. Queste due nozioni, soprattutto quella d’utilità, sono fondamentali per Bruno. Egli, dunque, non esita; una sola scelta è possibile, per lui come per Raoul: il massimo del giusto e dell’utile, il dono completo d’amore a Dio. Egli continua: “Sì: cosa c’è di così utile, o in altre parole cosa c’è nella natura umana di così profondamente radicato e di così profondamente consono che d’amare il bene? Ed esiste un essere, oltre a Dio, di una bontà paragonabile alla sua? Cosa dico: esiste altro bene al di fuori di Dio?” . Bruno dà così una giustificazione serrata della sua scelta. Il cuore dell’uomo è, per natura, destinato ad amare il bene. Questo è la sua giustizia fondamentale e la sua utilità massima. Bruno parte da questa affermazione, della quale sa che non può che essere accettata dal suo corrispondente, senza che sia necessario appellarsi alla Parola di Dio o ai filosofi. Bisogna, d’altra parte, concepire il bene di cui parla Bruno come una realtà metafisica astratta? Ciò non sembrerebbe per niente conforme al genio eminentemente pratico e concreto del nostro Beato Padre. I termini che egli impiega, qualche istante più tardi, mostrano che bisognerebbe, senza dubbio, per essere fedele al suo pensiero, considerare maggiormente la bellezza piuttosto che la bontà di Dio. Egli parla in effetti di “l’ineguagliabile fulgore, lo splendore e la bellezza…di questo bene”. E Bruno, in qualche riga, brucia tutte le tappe. Bisogna amare questa bellezza sovrana del bene. Nessun essere può reggere il confronto con Dio, in questo campo. Andiamo fino alla fine: solo Dio è il Bene. Solo Dio è la bellezza. Arrivati a questo punto, la dimostrazione cambia all’improvviso: o piuttosto diviene incandescente poiché non è più che uno slancio del cuore. Le parole di Bruno sono trasparenti. Egli confida: “Davanti a questo bene di cui l’incomparabile fulgore, lo splendore e la bellezza si lasciano presentire, l’anima santa è bruciata dal fuoco dell’amore

“Tutto il mio essere – egli dice – ha sete del Dio forte, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il suo volto?”

* * * * * * *

Quale messaggio ci indirizza, così, Bruno? Ciò che egli espone, con tale convinzione, a Raoul non è, in fondo, l’itinerario proposto a chiunque è chiamato a vivere per Dio solo? All’inizio vi è la possibilità di consacrarsi ad una attività, per buona che sia, esposta di certo per natura a delle imperfezioni, ma finalmente legittima. Questa può essere un’attività esteriore, ma allo stesso modo può anche essere un’attività interiore, un orientamento, per esempio, della vita di preghiera verso fini diversi da quelli di rimettersi totalmente all’amore di Dio solo, l’unico Bene; allora un’attrazione profonda del cuore verso quest’ ultima via, manifesta un richiamo non equivoco dello Spirito Santo. Scegliere questo cammino radicale implica, dunque, di rinunciare a tutto ciò che vi è di positivo, di benefico per sé o per gli altri in tutte le cose. Non è presunzione voler volare così alto? Non è tradire i bisogni degli altri rinunciando ad aiutarli per rifugiarsi nel silenzio della pura adorazione? Tale è la questione bruciante posta da Bruno. Egli stesso ha dovuto affrontarla e la risposta non è stata dubbiosa nel suo cuore. La sua scelta – “la più giusta e la più utile,” egli dice – è di lasciarsi sedurre, tanto quanto possibile, da Dio. E, tuttavia, quanto è paradossale la maniera in cui Bruno formula la sua risposta! Alla fine in cosa sbocca “l’anima santa” di cui ci parla? Non in un incontro con il Bene folgorante di cui l’incomparabile fulgore brucia l’anima di fuoco d’amore, ma in una domanda. “Quando verrò e vedrò il suo volto?” La sola meta che egli propone non è un possesso felice, ma una sete intensa, una brama di fronte ad un Bene che la supera infinitamente, un vuoto che, alla fin fine, scava sempre più in profondità colui che lancia il suo appello nel fondo del cuore. Per usare le parole di Bruno, Dio non attira colui che ha sedotto verso ciò che, in termini puramente umani, noi potremmo considerare come la più grande inutilità, un’ingiustizia completa di fronte agli altri e, forse, anche di fronte a noi stessi?

* * * * * * *

Non è la stessa maniera di vedere di Bruno. Ricordiamoci le sue parole: “Questa tenerezza che tu devi a Dio, più è giusta più è utile” e, qualche istante più tardi: “Cosa c’è di così utile e di così giusto che amare il bene?” E’ chiaro che, per Bruno, tutto è questione d’Amore: la tenerezza verso Dio, amare il Bene. E anche questione d’amore reciproco, d’amore condiviso, poiché egli precisa un po’ più in là che si tratta di anelare al Dio vivente, questo Dio di cui il proprio Amore risveglia nel cuore il richiamo che lo mette in movimento. La sete, la brama di cui noi parlavamo sono, dunque, veramente reali, ma sono l’impressione di un amore che si dilata. Inoltre, tutto il contesto di giusto ed utile, nel quale si situano i propositi di Bruno, ci mostra che si tratta di una relazione d’amore che ingloba gli altri. E’ certo che per lui essere bruciato dal fuoco dell’amore del solo Bene è ciò che vi è di più profittevole per coloro di cui noi ci sappiamo responsabili. La preghiera d’intercessione più efficace, ovvero la maniera più utile di sovvenire ai bisogni degli altri, è di abbandonarsi in tutta verità alla sete di Dio, se si è ricevuto questo appello. Questo significa, per Bruno, che noi dobbiamo puramente e semplicemente dimenticare coloro per i quali preghiamo, al fine di essere loro utili? Non penso. Tutto il contesto delle sue lettere ci dice il contrario: lo si sente attento a coloro che ama, nella misura in cui è tutto donato a Dio. Ciò raggiunge l’intenzione profonda del nostro testo di oggi: non sarebbe certamente giusto, per Bruno, pensare che possa essere intermediario tra Dio e i suoi fratelli, scacciando dal suo cuore il ricordo di questi ultimi. Per lui amare implica una presenza vivente, sia essa la tenerezza verso il solo Bene o il servizio affettuoso a coloro che gli sono affidati.

Amen.

(Annunciazione 25 marzo 1984)