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Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

Combes Dom Baglin

                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

Il canto dei certosini VIII

coro dei fratelli

coro dei fratelli

Prosegue oggi l’approfondimento sul canto certosino, estratto dal testo scritto da Dom Benoit du Moustier Lambres, quindi fonte fedele, ed esplicativo sul canto dei certosini.

Ecco a voi l’ottavo capitolo….

LE CHANT DES CHARTREUX

Dom BENOIT-M. LAMBRES, O. Cart. (certosa di La Valsainte)

VIII

LA VERSIONE CERTOSINA ATTRAVERSO GLI ANNI

La versione certosina del cosiddetto canto “gregoriano” è stata mutuata, nel I secolo, da quella donataci dal Mss. del ramo Aquitania della tradizione universale, ed è più particolarmente legato al mss. a seconda delle due metropoli di Lione e Vienne.

Il mss. Gli stessi certosini accusano, sin dall’inizio, solo lievi differenze tra loro. Tuttavia, questi risultano essere significativi e consentono di classificare i mss. A33, Mi e un graduale senza dimensione, proveniente dalla vecchia Chartreuse de Portes e risalente alla prima metà del XIV sec. (e forse anche il graduale di Loches ms. 16) come formazione di una famiglia la cui origine sembra essere collocata nella Certosa di Portes.

Verso la fine del XII sec., Il mss. denotano un certo numero di correzioni tendenti ad una più assoluta unificazione della versione certosina. Non ci è stato dato di trovare il ms. essendo servito da prototipo per il textus receptus così sviluppato. Le correzioni, anche se generalmente non molto radicali, non erano sempre migliorative, e le versioni primitive, spesso visibili sotto i graffi del ms. A33, S, Ma e altri, sono spesso più vicini ai migliori mss. precartusiani. Il textus receptus , dalla sua fissazione intorno al 1200, fu copiato e successivamente stampato, con forse ineguagliabile accuratezza. Le edizioni attualmente in uso – risalgono all’ultimo quarto del XIX secolo. – riprodurlo ancora con sorprendente accuratezza. Così sentiamo affermare a Solesmes che, se conosciamo un manoscritto di un canto certosino, li conosciamo tutti.

Fanno eccezione, però, le “correzioni” che, verso la fine del XVII secolo, furono introdotte dallo zelo smodato dei certosini dell’epoca per adeguare i loro testi liturgici alla Vulgata. Queste correzioni del testo hanno portato abbastanza spesso ad alterazioni melodiche, generalmente non molto gravi. Queste modifiche testimoniano talvolta nei loro autori di un significato “gregoriano” sorprendente per questo periodo. I due cambiamenti veramente radicali sono stati effettuati con notevole senso musicale e ritmico.

La prima riguarda l’Offertorio Confortamini, che, in rito certosino, compare il venerdì del IV tempo di Avvento, e, in quello romano, il mercoledì.

La parte Ecce enim Deus noster retribuet judicium: ipse veniet et salvos nos faciet è diventata nei nostri libri: Ecce Deus vester ultionem adducet retributionis: ipse veniet et salvabit vos, con un adattamento di grande successo della melodia primitiva . Il secondo cambiamento radicale riguarda il Deus Introit, dum egredereris, il mercoledì di Pentecoste. I “correttori” del XVII secolo. ha ritenuto necessario completare il testo aggiungendo: terra mota est, caeli distillaverunt, che ha richiesto uno spostamento dell’Alleluia e una creazione metodica per le parole aggiunte, il tutto eseguito con gusto.

Nello stesso periodo compare per la prima volta un libro di cori certosino, in esso si abbandona il vecchio raggruppamento di note in figure neumatiche: è il Salterio del 1673, seguito nel 1674 da un Graduale nella stessa notazione. D’ora in poi, fino alle edizioni di Montreuil attualmente in uso comprese, le note saranno sempre taglienti e sommate tra loro senza distinzione di neumi.

Il grande colpevole delle innovazioni sembra essere stato il generale dell’Ordine Dom Innocent Le Masson (I675-I703). Non comprendendo nulla della composizione e del ritmo gregoriano, intraprese una radicale revisione del canto certosino per allinearlo alle idee del suo tempo sulla quantità nella lingua latina. Riuscì a far stampare alla Correrie de la Maison-Mere un Antiphonarium Diurnum (I689), il cui Monitum annunciava queste correzioni volte a “non ferire le orecchie degli stranieri che frequentavano gli Uffici”! Nelle intonazioni e nei finali, le penultime note (e anche i antepenultime) sono stampate come doppie note; Inoltre, la quantità di note è stata spostata per abbinare lo sviluppo melodico alle sillabe lunghe e accentate. Nel graduale del 170I si trovano alterazioni dello stesso tipo.

Fortunatamente, il senso della tradizione era più forte tra i Priori ceh componevano il Capitolo Generale che solo nel Generale dell’Ordine: alle innovazioni musicali di Dom Le Masson non è stato permesso di sopravvivere a lui. Dopo la sua morte, furono stampati quaderni contenenti la vecchia versione di tutti i passaggi “corretti”, con l’ordine di ritagliarli e incollarli sulle sfortunate innovazioni.

Il Collegio ha sempre professato avversione per i nuovi Uffici, e, se ha ammesso nuove feste, ha generalmente provveduto a conferire loro il corrispondente Ufficio del Comune. Così anche san Bruno dovette accontentarsi della Messa e dell’Ufficio dei Confessori Comuni, compresi gli inni. Questo gli assicurava canzoni di ogni bellezza e puro sapore gregoriano; inoltre, i testi venerabili di questo Ufficio si rivelano alle anime meditative come mirabilmente adatti al Santo Fondatore.

Gli unici uffici (e messe) relativamente recenti nel repertorio certosino sono quelli dell’Immacolata Concezione (I864), del Santissimo Nome di Gesù (I597), della Santissima Trinità (Messa II70 / 80, Ufficio 1582), del Sacro Cuore di Gesù (1783) e la Trasfigurazione (I582). Si noti che la Messa e l’Ufficio del Santo Nome di Gesù erano composti interamente da brani del repertorio antico. Le Messe del Sacro Cuore e dell’Immacolata Concezione contengono spesso adattamenti ben fatti di antiche melodie. Gli adattamenti della Messa della Trasfigurazione avrebbero un disperato bisogno di raffinamento. La stessa osservazione vale per gli adattamenti di antiche melodie ai testi delle Messe votive introdotti nel secolo scorso. Le revisioni ad codicum fidem, supportate da una seria documentazione, sono in corso dall’inizio di questo secolo. I loro risultati stanno iniziando a tradursi in pratica corale.

“Parole dal silenzio” Santa Rosellina di Villeneuve

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Cari amici voglio oggi proporvi la quinta puntata della trasmissione “Parole dal silenzio”, andata in onda lo scorso venerdi 23 marzo in diretta streaming su vari canali socialmedia. Ormai è un appuntamento fisso, questa rubrica dedicata alla spiritualità certosina ed alle figure di Santi e Beati della famiglia monastica di San Bruno. Questa puntata sarà incentrata sulla prima santa certosina, ovvero Santa Rosellina di Villeneuve. Biografia, aneddoti, miracoli attribuitigli, ed interpretazione della sua caratteristica iconografia sono stati al centro di questo approfondimento. Ma è stata anche fatta una preziosa premessa circa la descrizione del ramo femminile dell’Ordine certosino. Oltre al sottoscritto ed all’amico Marco Primerano, è stato presente anche Antonio Zaffino, entrambi hanno gradevolmente arricchito la puntata con i loro interventi.
Per tutti coloro che non hanno visto la trasmissione in diretta streaming, ecco il video della quinta puntata.

Da non perdere!!!

Buona visione

Il “giuramento della Pallacorda” ed il certosino

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Oggi, cari amici, voglio proporvi l’analisi di un disegno preparatorio per un dipinto, nel quale è raffigurato un monaco certosino tra una moltitudine di persone. Come potrete notare è uno scenario alquanto insolito per un monaco dedito alla vita eremitica di clausura, ed allora come mai il pittore ha inserito nel suo disegno due elementi così dicotomici tra loro, come un certosino e la folla. Cerchiamo di fare chiarezza. Va detto che questo quadro sarebbe dovuto essere celebrativo, ovvero raffigurante un avvenimento realmente accaduto, ma vediamo di cosa si tratta.

L’evento da celebrare

Il 20 giugno 1789 Luigi XVI compì un grave errore: chiuse la sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles, dove per quarantacinque giorni si era riunita l’Assemblea Nazionale, col pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione. Il deputato Joseph-Ignace Guillotin, l’inventore della ghigliottina, propose di trasferirsi in una sala vicina, adibita al gioco della pallacorda. Qui, su proposta di Jean Joseph Mounier, i deputati prestarono giuramento di restare uniti fino a compimento della Costituzione Francese. Poco dopo, insieme ad alcuni rappresentanti del basso clero e alcuno nobili liberali, venne autoproclamata l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo evento avrebbe reso irreversibile il processo che portò alla Rivoluzione Francese ed alla caduta definitiva della monarchia. Fu deciso che questo momento decisivo, doveva essere immortalato in un’opera impegnativa, teatrale e quasi solenne da un noto artista dell’epoca.

L’autore e l’opera

L’autore dell’opera in oggetto, è il francese Jacques-Louis David (1748-1825), un pittore francese che nel 1790 cominciò a eseguire i disegno preparatorio per il “Giuramento della Pallacorda”( Serment du Jeu de Paume ). Il progetto prevedeva un dipinto di enormi dimensioni, che, infatti, una volta terminato avrebbe dovuto misurare dieci metri per sette. Il pittore prevedeva di raffigurare i 630 membri dell’Assemblea Costituente: al centro Jean Sylvain Bailly, il primo sindaco di Parigi dal 1798 al 1791, e sulla finestra di destra Jean Paul Marat e tra la folla in primo piano Maximillien de Robespierre.

Quando arrivò il momento di iniziare la tela era il 1791. Il parlamento era diviso, fra moderati e giacobini cresceva tra loro il dissenso e l’utopia di unità e fratellanza già vacillava. A David, appartenente al Club dei giacobini, non gli vennero concessi i finanziamenti ed il progetto venne abbandonato. Ed è così che oggi restano il solo disegno preparatorio a inchiostro ed acquerello, che misura 66 x 101 cm, conservato al Musée National du Château di Versailles, ed un piccolo quadretto a olio, 65 x 88 cm, conservato presso il Musée Carnavalet, di Parigi.

Schema

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Il certosino diventato difensore della Rivoluzione

Ma al centro, l’artista inserì al di sotto di Jean Sylvain Bailly tre personaggi che tra loro si abbracciano fraternamente. E più precisamente l’abate Gregoire rappresentante il clero secolare che cinge con le sue braccia il certosino Dom Gerle in rappresentanza del clero regolare e Rabaut Saint-Étienne, figlio del pastore protestante Paul Rabaut. Simboleggiando così idealmente l’avvento di una nuova era di pace e riconciliazione dei religiosi durante la Rivoluzione.

Ma chi era questo certosino e perchè è raffigurato in questo dipinto?

Dom Antoine Christophe Gerle, nacque a Riom (Puy de Dôme) il 23 ottobre 1736, egli fece la professione solenne nella certosa di Port Sainte Marie il 6 ottobre 1757. Dom Gerle fu vicario nel 1767, a seguire fu eletto priore di Vauclaire nel 1768, di Moulins nel 1780 fu nominato convisitatore d’Aquitaine e nel 1781, visitatore poi, nel 1785, priore di Valdieu lo stesso anno, nel 1788, di Port Sainte Marie, la sua certosa.

Venne raffigurato nel bozzetto del dipinto poichè fu eletto deputato della Assemblea Costituente, egli fu poi anche uno degli organizzatore della cosiddetta Chiesa costituzionale. Ovvero la Chiesa istituita e organizzata dalla Costituzione civile del Clero (1790) e composta da vescovi, sacerdoti, diaconi e chierici che prestarono il giuramento richiesto. Nel 1791 fu anche eletto vescovo di Meaux, ma rifiutò questo vescovato. Nel Novembre 1793, abiura il sacerdozio restando poi coinvolto in diversi casi di scandali esoterici.

Si riversò nell’Illuminismo, fu arrestato il 17 maggio1794 durante il Terrore, ma venne salvato da Robespierre, poi si sposò e morì a Parigi il 17 novembre del 1801.

Dom Gerle busto

Pare che comunque in questa raffigurazione vi siano delle imprecisioni storiche, che il pittore ha volutamente ignorato per realizzare una sorta di manifesto simbolico. Difatti delle tre figure di religiosi che si abbracciano, il monaco certosino Dom Gerle, non era presente fisicamente quel giorno del giuramento, poichè divenne deputato di Riom soltanto alla fine di dicembre del 1789. Ma come vi ho detto, l’autore intendeva rappresentare con questo simpatico trio la nuova Chiesa costituzionale, nel 1791, speranza di riconciliazione. A questo si contrappone la scena, dal contenuto allegorico, che si intavede attraverso una finestra in alto a sinistra, laddove si vede la cappella di Versailles simbolo della Chiesa dell’Ancien Régime, colpita da un fulmine!

Lo stesso Marat, non poteva essere presente perché in quella data non era ancora deputato, ma solo un influente scrittore di pamphlet. Queste le principali incoerenze che si sommano ad altri simboli destinati ad essere interpretati.

Più che una rappresentazione precisa dei partecipanti alla seduta del 20 giugno 1789, David mette in scena le figure dell’Assemblea Costituente il cui ruolo è confermato dalla portata dei cambiamenti in atto e dagli uomini che furono particolarmente impegnati.

trio

cappella Versailles e fulmine

Una vita molto semplice

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Ecco per voi, oggi una interessante intervista rilasciata qualche settimana fà dal Padre Priore della certosa di Miraflores ad una rivista della città di Burgos.

Egli chiarisce all’intervistatore molti aspetti della vita certosina, affermando che per lui:

la vita in certosa è molto semplice.

Dom Pedro María Iglesias de Paul definisce la certosa come ” una totalità di silenzio con Dio in preghiera”, dove la regola e lo stesso complesso monastico “si basano sul carisma contemplativo, che vuole essere il più rigido possibile”. «Tutto è orientato in modo che il certosino sia concentrato tutto il giorno nella preghiera. Tant’è che la prima opera di carità di un certosino è rispettare la solitudine del fratello.

«È una vita super regolare, senza sorprese. Le uniche sorprese sono quelle che scopri nella preghiera e nella liturgia. Di giorno in giorno è una routine brutale, io lo chiamo “il rullo”, asserisce il Padre Priore. “È quello che mi è costato di più, perché conducevo una vita a modo mio e ora obbedisco solo ad una campana”, commenta questo monaco di Cadice, che è entrato a Miraflores quarant’anni fa all’improvviso e quasi senza discernimento ” per uno schiaffone di Dio “.«Se fosse stato per la mia mentalità e il mio stile di vita non sarei venuto; la mia ragione mi diceva che era impossibile, che non stavo qui … Ma andava bene, era l’unico posto dove andava bene ». Infatti, assicura che la routine e la monotonia “gli hanno dato la libertà, perché ora non ho a che fare con nient’altro che Dio. Quel ritmo ti dà una base di buon senso e pace nel profondo della tua anima che non cambi per niente ». «Qui ho scoperto che mi sono rimaste molte cose; Qui il Signore mi ha detto: “Svuotati di tutto e resta con me nel mio cuore e con tutta la Chiesa”. È un percorso molto arduo ma ne vale la pena, ti dà un’enorme libertà “, dice. Inoltre: “Se iniziamo a mettere cose non necessarie nella cella, questa è così fragile che si rompe facilmente”.

Questo ritmo di vita austero è stato forse la causa dell’ “idealizzazione” della vocazione certosina, uno stile di vita che sembra difficile da realizzare per chi vive fuori dal monastero. “Questo non è un percorso ad ostacoli”, dice il priore. “Quello che facciamo qui sembra essere tra i primati del Guinness, ma no. Può sopportarlo solo chi ha una vocazione… ». Afferma infatti che non esiste un prototipo certosino a Miraflores o che chi si ferma lì è “perché è raro e gli piace isolarsi”. “Qui succede come in ogni altra vocazione, ci sono certosini molto aperti e altri più taciturni”, sottolinea, “ma in tutto ci deve essere un equilibrio tra l’affettivo e il personale”. “Inoltre, chi viene qui in fuga dal mondo non si cozza”, dice.

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Il priore, infatti, sostiene che un certosino “porta nel cuore tutta la Chiesa”. «Prego sempre per l’umanità, per il mondo intero… Quando sentiamo una notizia mi rendo conto che proprio in quel momento ero unito all’umanità, chiediamo sempre; Non posso non pregare per te. Qui dentro il sentimento della Chiesa è totale, siamo uniti a tutta l’umanità ”, insiste. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, c’è una «grande sintonia» tra i problemi del mondo e le preoccupazioni del certosino e differenze che sembrano insormontabili diventano legami importanti: «Non ho incontrato nessuno con cui non mi sia connesso dal mio punto di vista certosino; Mi sintonizzo con la paura con il mondo “, dice.

«La certosa ti offre una visione diversa del mondo, con più prospettiva, e ti rendi conto che ha valori fondamentali; il male si vede sempre di più, ma ciò che c’è là fuori ha enormi possibilità. È nella punta di Dio ». Inoltre, assicura che anche i desideri e le intuizioni del mondo lo aiutano e lo stimolano, “poiché Gesù fu sorpreso dalla fede del cananeo o del centurione romano”.

La certosa di Miraflores è anche fortemente legata al mondo esterno non solo attraverso le tante persone che vi si recano per pregare e implorare benedizioni, ma anche attraverso le opere caritative che svolge. Lo stile di vita austero della comunità certosina, fa sì che il reddito che ricevono dalle visite, dalla vendita dei loro rosari e prodotti artigianali è sufficiente per loro e le eccedenze possono essere dedicate ai più poveri, come conferma il Padre Priore.

“La certosa è sempre stata molto mendicante e continua ad esserlo ancora.” Molti, infatti, ricordano ancora l’immagine dei frati che distribuivano il brodo da una pentolone alla porta di Miraflores mentre decine di poveri aspettavano la loro crosta di pane. Oggi, invece, la beneficenza viene distribuita con abbondanti donazioni alla Caritas, al Seminario, alle missioni e anche, “perché no, alle Ong non cristiane”, rivela Dom Pedro María Iglesias de Paul.

Il percorso di vita austera e rigida condotta dai certosini, non è esente da inevitabili momenti di difficoltà che devono attraversare nel loro cammino vocazionale.

«Se sei venuto qui fuggendo dal dolore della vita, stai certo che lo troverai anche qui. E, inoltre, tra quattro pareti, che risultano essere una cassa di risonanza esso è moltiplicato per dieci ». Conformarsi a quello stile di vita solitario e ascetico è un cammino arduo, dove le crisi “come quelle là fuori” sono anche compagne di strada o “lacune d’amore”, come le chiama il priore: “Dio ti apre sempre più campi, puoi sempre amare di più, in modo più puro e più profondo … Dio non si dimostra, lo stesso amore fa maturare le persone. L’amore ha ritardi e Dio vuole attirarti con nuovi legami, e questo costa. E costa per la vita. Ma se vai povero con Gesù, devi vivere la povertà di Gesù »…

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L’amore e la croce 2

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Ecco per voi il seguito del testo di un certosino.

Il Monte Calvario

L’amore e la croce

La vita secolare ha le sue croci; l’eremo ha la sua, e il deserto che ti ripara dal secolo è la terra preferita del sacrificio: è la replica dell’Eden. Dove un giardino di delizie, la steppa; dove un albero frondoso, la Croce; l’uomo si è perso nel paradiso terrestre, si riscatta nel deserto. La Croce è il vero albero della vita. Salendo il pendio dell’Eremo si sale al Calvario. Non drammatizzare nulla; Non c’è inganno peggiore dell’inflazione verbale o sentimentale che spesso nasconde realtà squallide. Non poche generosità non sono eroiche se non nell’immaginazione, e fantasticano su un ideale insostenibile, un sogno più della vita. La croce del monaco è molto semplice e molto modesta, anche se pesante. La gente lo considera ridicolo. Non l’hanno mai considerato. D’altra parte, ognuno sente solo il proprio peso, l’unico che fa male. Cosa toccherai? Dio sa. Senza rimedio sarai crivellato dalle mille e una battuta d’arresto della vita normale. È la più banale delle croci, pesante perché non suscita in nessuno interesse né compassione: è la sorte comune. Affidare il tuo dolore a un altro, implorare la tua pietà, allevia non poco. Non cercarlo. Il tuo atteggiamento interiore di accettazione e oblazione è sufficiente per dare dignità a queste sciocchezze. Perderesti molto ribellandoti, persino sfogandoti. Tutto ciò che è doloroso, fisicamente, moralmente, spiritualmente, qualunque sia lo strumento, gli uomini, gli eventi, le cose, anche se tu ne sei la causa, ha valore di croce per lo spirito di fede. È sufficiente che tu accetti e offri le dolorose conseguenze dei tuoi errori o fallimenti. La Chiesa chiama il disastroso errore di Adamo “felice colpa”. La miglior penitenza è sopportare per amore gli effetti fastidiosi dei tuoi deliri. Fallo così, godrai sempre della pace. Le rinunce imposte dai voti portano infinità di sofferenze: disagio di povertà, isolamento dalle creature, ripugnanza del corpo e dello spirito nell’ascetismo. Tutto questo, in pratica, prende un’aria, a volte divertente, a volte compiacente. Piccoli benefici per l’amor proprio. Solo la fede trasfigura tanta banalità e ne garantisce l’eterno contraccolpo. Possa il Signore ricaricare la tua croce. In tanti modi sa mettere alla prova il meraviglioso strumento che è la sensibilità! Come l’autore, lo colpisce con l’arte divina. L’eremita non dovrebbe esserne infastidito. Non è venuto nell’ eremo per assomigliare a Cristo crocifisso? Dio ci prende sempre sul serio. A volte vorrai incolparlo. Basta uno sguardo al crocifisso per soffocare le tue critiche, senza annullare le tue sofferenze. Se ami intensamente, vorrai essere disteso sulla Croce. Un tale desiderio è una cima. Non dispiacerti di vederti lontano da lei. Va bene non ribellarsi mai o scappare. Gesù stesso non è salito al Calvario in trionfo; non perderlo di vista. San Paolo ti dice “Rifletti su chi ha sopportato una tale contraddizione da parte dei peccatori, per non stancarti dello scoraggiamento” (Eb 12,3). Non fidarti dell’entusiasmo della stampa. È facile scrivere sublimità. La Sacra Scrittura è più realistica, è più consapevole del povero cuore umano. Il Dio che l’ha ispirato è anche quello che ci ha plasmati, e le nostre lamentele, piene di amorevole conformità, non possono dispiacergli quando sono rivolte a lui: “Venite a me, voi tutti stanchi e oppressi, e io vi darò sollievo” (Mt 11, 28). I nostri gemiti trovarono un’eco nel Cuore da cui sgorgava una parola così ricca. Non dobbiamo mai lamentarci di Dio con gli uomini, ma non gli dispiace quando gli facciamo lievi rimproveri. Indossa le tue croci senza vantarti. Né la grazia che ti sostiene, né la vivacità della tua corrispondenza toglieranno il loro sguardo doloroso. La natura continuerà a piagnucolare, proverà lo stesso orrore di ciò che la lacrima e lo spezza, la stessa voglia di scacciare ciò che le dà fastidio. La Croce non sarebbe più la Croce se cessasse di affliggere. Solo la parte spirituale della tua anima potrà gioire, anche se quella gioia non si troverà in se stessa: è un dono di Dio. L’eremita deve pregare molto. Diffida della tua debolezza; Non siete più coraggiosi degli Apostoli che protestarono quando Gesù profetizzò loro: “Sarete scandalizzati per causa mia proprio così notte “(Mt 26,31). E così è stato. La tua unica certezza è che Gesù ha pregato per te perché la tua fede non venga meno (Lc 22,32). Sii umile, non anticipare la grazia; Prendi le croci della Providenza come meglio puoi, prima di chiederne di più pesanti. Il pericolo lontano non spaventa. Quanti sono paralizzati dalla sua vicinanza! Questo però richiede l’amore della Croce. La rassegnazione è il più piccolo grado di adesione alla Volontà di Dio. Manca di calore e di spinta; se ne va come un residuo di rimpianto. La fede nella saggezza, potenza, bontà di Dio non agisce con tutta la sua forza nell’anima. Una cosa è accettare ciò che Dio dispone; un altro, accoglierlo , per amarla positivamente. con lui, nella chiara visione del bene della Croce. Non sei tu che a darti quella illuminazione dinamica: meditando attentamente la Passione ti prepari, la preghiera assidua e la generosità nei sacrifici ordinari il Signore a concederti quella grazia. Tuttavia, trascinerai senza dubbio l’umiliazione di un indicibile avversione della Croce. Non scappare nemmeno al primo allarme, né urlare al cielo per un graffio. Confronta la tua croce con la somma delle sofferenze che la lotta per la vita infligge alle persone del mondo. La tua codardia ti farà arrossire. È a Gesù ea nessun altro che devi confessare il tuo poco valore, a meno che tu non possa più. È l’unico che può darti un aiuto efficace. La fiducia non essenziale delle nostre delusioni è spesso verme dell’amor proprio. Cerchi un derivato umano, o implori l’approvazione della nostra impazienza, forse è tanta ammirazione per la nostra tenacia. Impara a non diffondere prove ordinarie. Se Cristo è davvero tuo amico, ti basta. È lui che ti mette alla prova, pensi che gli piacerà essere controllato dagli uomini? Ti affiancherai ad anime silenziose e serene, di quelle che, scosse dalla sofferenza, non parlano mai di se stesse; sono pieni di comprensione compassionevole per le lacrime degli altri. I grandi anacoreti dell’antichità danno questa impressione. Il deserto insegna a portare la croce da solo, seguendo Gesù e come lui. Il Cireneo credeva di aiutarlo, quando fu Gesù a iniettargli la sua forza. San Benedetto ti ha avvertito: “Senza l’aiuto di nessuno … con il solo vigore delle sue mani e delle sue braccia”. È austero, ma è necessario adattarlo. Dio ritira la sua mano nella misura in cui ci appoggiamo a quella dell’uomo. Sulla Croce Gesù non ha voluto il minimo aiuto, il minimo sollievo, né quello di sua Madre. Non possiedi, beh è vero, la sua forza divina, ma lui è lì per sostenerti. La tua croce è una sua scheggia e lui la porta più di te. La croce è il pane quotidiano dell’eremita. “Senza apparenza né bellezza”, scriveva Guigo il certosino, “è così che si deve adorare la verità”. Ma lo indossa così sorridente che sembra non averne nessuna. Le sue lacrime sono per il Signore, che è colui che le fa scorrere: “Hai un racconto della mia vita errante, metti le mie lacrime nella tua fiala” (Sal 55,9).

L’amore e la croce 1

genuflesso in devozione

Ho scelto per voi amici di Cartusialover, un testo concepito da un certosino, sul senso profondo della croce e dell’amore che dobbiamo nutrire per essa, e per il suo significato essenziale. Essendo il testo molto lungo ho preferito dividerlo in due articoli. Ecco a voi il primo dei due. Vi invito alla riflessione ed alla meditazione.

… Per vivere per Dio, sono stato crocifisso con Cristo” (Ga 2,19).

Il Monte Calvario

L’amore e la croce

La croce è sospesa sull’eremo: è un monito. Tutto qui fiorisce all’ombra della croce e in essa vieni a ripararti.

Bene, è immediatamente per attirare la tua attenzione su di esso. Il mondo da cui vieni non gli dà un volto migliore che ai tempi di san Paolo: follia per alcuni, scandalo per altri (1 Cor 1,23). E anche chi lo predica non lo fa senza grande timidezza.

La vita dell’eremita ha senso solo alla sua luce. Cristo vi avverte: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce quotidiana e mi segua” (Lc 9,23). Dovrai soffrire ogni giorno e soffrire volentieri. Sei debole e sensibile come ogni uomo e quella prospettiva non è del tutto piacevole. Anche per un’anima generosa, l’unica attrazione della croce è il suo rapporto con Gesù.

Il Figlio di Dio si è incarnato per soffrire. Il suo primo atto cosciente nel momento stesso del suo concepimento fu quello di offrirsi come vittima per espiare i nostri peccati: “Sacrifici e offerte non volevi ma hai formato un corpo per me. Gli olocausti e le espiazioni per i peccati non ti sono piaciuti ; poi ho detto: Guarda, io vengo … per fare la tua volontà, o Dio “(Eb 10,51).

Quella volontà era che lui soffrisse e versasse tutto il suo sangue per noi. Lo dirà dopo: (Vita mia) “nessuno me lo toglie, lo offro io stesso … tale è l’ordine che ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10,18).

Gesù entra pienamente nei disegni paterni e, conformando perfettamente la sua volontà a quella del Padre, sceglie positivamente di soffrire: “Invece della gioia che gli è stata proposta, ha sopportato la croce” (Eb 12,2), cioè tutta una vita di lavoro e di dolore, del corpo, del cuore e dell’anima: tutto in lui è stato trafitto dall’amarezza della Croce.

Grazie a questo tremendo sacrificio siamo ciò che siamo soprannaturalmente, “santificati mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo” (Eb 10,10), (Pie 2,21-25). Non è necessario insegnare all’eremita che “il discepolo non è al di sopra del maestro, né il servo al di sopra del suo Signore” (Mt 10,24). Se corri il rischio di dimenticarlo, ascolta San Pietro: “Se facendo del bene devi soffrire e sopportarlo con pazienza, questo è gradito a Dio. Perché questo è ciò che sei stato chiamato a fare, perché anche Cristo ha sofferto per te, lasciandoti un esempio perché tu possa seguire i suoi passi, colui che non ha commesso alcuna colpa “(1 Pie 2,20-21). Anche se fosse innocente, dovrebbe conformarsi al suo Maestro, anche se la sua sofferenza non era di alcuna utilità per nessuno o per niente. Per la sua struttura, il cristiano è crocifisso, e il motivo è quello di san Paolo: “Con Cristo sono crocifisso, perché non vivo più, è Cristo che vive in me” (Ga 2,19), e “Cristo vuole continuare la sua passione nelle sue membra “(Col 1,24). Esaminati: la croce è profondamente impressa nella tua carne e nella tua anima da tutti i sacramenti, fin dal Battesimo in cui ti hanno detto al momento della firma: “Ricevi il segno della Croce sulla fronte e sul cuore” (Rituale). Era una salvaguardia e un programma di vita. La conferma ha aggiunto una precisione: la Croce è il tuo copione di combattimento: “Ti segno con il segno della Croce e ti confermo con il crisma della salute”. L’Eucaristia, la Penitenza, rivitalizzano quel segno per ricordarvi che tutto, nell’ordine della grazia, vi è giunto per mezzo della Croce; quella, quindi, è una benedizione, ma anche un peso, e che sarai giudicato in base ad essa.

Continua…

San Bruno in Costa Rica

Sb

       San Bruno ora pro nobis

Cari amici lettori ecco per voi oggi una curiosità segnalatami da un cartusiafollower della Costa Rica. Poco tempo fà vi ho parlato della parrocchia dedicata a San Bruno esistente a Reggio Calabria, al cui articolo vi rimando, ed oggi eccomi a parlarvi di una chiesa dedicata al Patrono certosino sita in Costa Rica!

Sorprendentemente nel piccolo stato dell’America Centrale, nella capitale San Josè vi è infatti la “Parroquia San Bruno Colima Tibas”

Provo a ricostruirne la sua storia…

La comunità di San Bruno non è sempre stata una parrocchia, prima era una filiale di San Juan de Tibás. Poi è diventato un Centro di Animazione Pastorale, e infine è stato istituita la Parrocchia il 3 novembre 1985, quando monsignor Román Arrieta Villalobos  l’ha dichiarata tale. La costruzione della chiesa parrocchiale iniziò nel 1957. Tuttavia, già dal 1959 la comunità era radunata in un cortile per celebrare l’Eucaristia. Non sempre è stata identificata con il nome di San Bruno, poiché nel 1959 essa era intitolata a “Cristo Re” ma 10 anni dopo, con lo scopo di servire i quartieri di Colima, fu deciso di dedicarla a San Bruno.
Da allora incessante prosegue una intensa attività parrocchiale, che vede una larga partecipazione popolare associata ad una speciale devozione al fondatore dell’Ordine certosino.

Per meglio farvi comprendere il fervore di questa comunità vi allego alcune foto ed un video della celebrazione dello scorso 6 ottobre. In questa data al termine della Novena in onore di San Bruno, i festeggiamenti sono proseguiti. con la cerimonia liturgica che ha visto la presenza di José Rafael Quirós Quirós, dal 4 luglio 2013 arcivescovo metropolita di San José di Costa Rica.

E’ entusiasmante pensare che il culto per il nostro amato San Bruno sia giunto fino in America Centrale, ed e è bello sapere che sia viva la devozione popolare.

Nel ringraziare chi mi ha segnalato la presenza di questa parrocchia bruniana, colgo l’occasione per invitare chiunque ne conosca altre, di segnalarmele.

Dal libro di Dom Dysmas de Lassus 4

Ecco per voi il quarto paragrafo del capitolo “Piccola radiografia della bugia” sulla menzogna, e tratto dal libro “Risques et dérives de la vie religieuse”, di Dom Dysmas de Lassus.

Niente può giustificare la menzogna

L’affermazione sembrerà eccessiva ad alcuni, eppure lo è merita di essere difesa: nella vita ordinaria, nulla può giustificare la menzogna. L’obiezione che verrà subito in mente a molti lettori è classica: se i nazisti vengono a chiedere a qualcuno se sta nascondendo ebrei in casa sua, ed è vero, ha il diritto di dire loro di no. Giusto. Questo è un diritto di autodifesa che può consentire alle persone di uccidere se attaccate e di mentire di fronte a una seria minaccia. Se un terrorista viene a dare fuoco a una chiesa e chiede al parroco se sa dove sono i fiammiferi perché ha dimenticato l’accendino, il parroco non deve dirgli la verità. Ma non possiamo trasporre nella vita ordinaria ciò che si applica a situazioni eccezionali. Quindi potremmo chiarire un po ‘l’affermazione dicendo: a parte il caso dell’autodifesa, nulla può giustificare la menzogna. Perché ? Una rapida indagine mostra che poche persone hanno pensato a questa domanda: perché è sbagliato mentire? La risposta sta in due assi principali:

  • Mentire distrugge la relazione perché distrugge la fiducia..
  • Mentire non rispetta la persona con cui stai parlando.

Come si può vedere, questa risposta è a livello puramente umano e naturale e può essere compresa da chiunque.

A livello soprannaturale, dovremmo aggiungere che Dio è Verità, che ogni parola che ci dice è vera, e che Gesù è venuto e morto per testimoniare la verità. Una semplice domanda: supponiamo di sapere che in Rivelazione ci sono delle bugie (anche per salvare il dolore), quale sarebbe la conseguenza? Il crollo totale della nostra fede, perché non avremmo più modo di sapere cosa è vero e cosa è falso, e se le promesse di Dio non sono un’illusione. Dobbiamo menzionare qui una dolorosa realtà. Le persone che hanno vissuto in comunità dove si praticava la cultura della menzogna e che ne sono uscite, spesso hanno anche perso la fiducia in Dio: Io non posso più pregare. Non so più se credo in Dio. Queste parole l’autore di questa riga ha sentito e sono così tristi. Uomini, donne che hanno voluto dare la vita a Dio con tutto lo sfogo d’amore di una vocazione, e quell’effusione d’amore si spezza a causa della contro-testimonianza in cui spesso le bugie sono la chiave di volta. Se queste persone che affermano di essere rappresentanti di Dio mentono così, che merito dovremmo dare all’Iddio che servono? La domanda è giusta e la risposta è terribile. Si trova in San Giovanni: Gesù parla del diavolo e dice: Quando dice una menzogna, la tira fuori da sé, perché è bugiardo e padre di menzogne. Se vogliamo prendere sul serio questo testo, la menzogna, quando è diventata una cultura, ci rende figli del diavolo. Ciò che Cristo ci chiede e ci mostra è chiaro: la tua parola sia “sì”, se è “sì”, “no”, se è“ no”. Per di più viene dal Male. A maggior ragione, se la nostra parola è “sì” quando è “no”, viene dal Maligno.

Il micologo certosino

Fra Cumino

Il personaggio di cui voglio parlarvi nell’articolo odierno, è un Fratello converso della certosa di Pesio, che si distinse per lo studio della micologia.

La micologia è un ramo della botanica che si occupa dello studio dei funghi.

Ma chi era costui?

Giovanni Paolo Cumino nacque l’8 giugno del 1762 a Revello in provincia di Cuneo, in Piemonte. Egli è il primogenito di otto tra fratelli e sorelle di una famiglia agiata, ciò permise a Giovanni Paolo di studiare a Moretta. Probabilmente gli studi che egli intraprese furono di carattere umanistico, se si considera la notevole padronanza del latino dimostrata dal Cumino nei suoi scritti. Successivamente si trasferì a Torino, dove il 24 maggio 1786 consegue il brevetto di farmacista, all’epoca “speziale“.

In questa permanenza a Torino, incontrò Carlo Antonio Lodovico Bellardi di cui diventa prima allievo e discepolo, poi fraterno amico. Questa amicizia sarà determinante per la passione verso la botanica, la micologia, per nutrire l’interesse verso le scienze naturali, che Cumino coltiverà per tutta la sua vita.

Ma nel 1788, a ventisei anni, decise, di prendere i voti entrando alla Certosa di Pesio come Fratello converso. qui egli vi rimase come vedremo fino al 1802. Difatti con l’arrivo delle truppe napoleoniche, la certosa venne soppressa ed il Cumino si trasferì a Cuneo.

In certosa, grazie agli importanti legami stretti a Torino con professori universitari, medici e botanici intraprese un fitto epistolario ricco di notizie e di informazioni.

Gli argomenti trattati nelle missive sono disparati. Essenzialmente vi sono notizie sulla raccolta di erbe, fiori, piante, funghi, semi, alla quale il Cumino si dedicò con passione.

Si evince inoltre da tale carteggio che Fra Cumino ebbe, a causa della sua passione per la botanica, scontri con il Priore ed i confratelli. I contrasti erano originati a causa di questa sua applicazione che lo assorbiva al punto da ostacolare seriamente la severa vita religiosa intrapresa.

Egli fu lo speziale della certosa e le sue occupazioni non gli permettevano come avrebbe voluto di occuparsi di botanica, infatti in una delle prime lettere scriveva “…vorrei inoltrarmi in questo dilettevole studio botanico ma gli affari della religione e del mio trattenimento farmaceutico il più delle volte mi disturbano…”.

Le sue difficoltà nel coniugare vita religiosa e studi vengono palesate in un’altra lettera, nella quale egli scrive “…dal momento sono uscito dallo scrutinio del Padre Visitatore, il quale mi ha fatto presente molti capi d’accusa che hanno fatto contro di me, e tutti toccanti l’assenza dal Monistero per andare in cerca di erbe…”.

Fratello Cumino era però dotato di una Fede incrollabile, e quindi sostenuto anche dal Padre Priore desistette dal proposito di lasciare la vita monastica

Egli obbedì ad ogni incarico, difatti gli venne assegnata la cura della foresteria e verrà privato, per un certo periodo, del suo orticello ove amorevolmente curava le sue piante, costringendolo a nascondere presso altri religiosi compiacenti alcuni vasi con le poche piante rimaste. Venne rimosso dalla Spezieria, e poi in seguito reintegrato. Forse per punizione, venne inviato per alcuni periodi ai possedimenti agrari della Certosa situati in località di Tetti Pesio, ove vi era una Grangia.

L’indomito Cumino non demorse mai, anche a Tetti Pesio continuò ad andare in cerca di funghi ed erbe da studiare, fu qui infatti che troverà una nuova specie di fungo, nei boschi di quercia allora molto diffusi.

Finalmente nell’estate del 1790 inizia l’agognato noviziato dove egli scelse di prendere il nome di Frate Ugo Maria, e scrisse così: “…forse in settembre mi sarà cambiato il nome, se la cosa andrà bene, e mi rimetto in questo alla Divina Volontà. Sono impaziente di divenire professo, perché allora non avrò più tante misure da prendere…”. Giunge così il 21 novembre 1791; superata l’ultima votazione fa solenne professione di fede “…non rincrescendomi di aver sofferto tante calunnie ed avversità perché così il Signore mi ha provato nella mia vocazione…”.

Ma purtroppo questa quiete ritrovata venne stravolta dagli eventi storici che si susseguirono. L’attività monastica della certosa cessò con la nuova dominazione dell’impero napoleonico, il Primo Impero francese, con l’abolizione degli ordini monastici dal 31 ottobre1802. Il 3 marzo 1803, dopo l’allontanamento dei ventitré religiosi e di quarantatré fra inservienti e manovali, tutti i beni del complesso furono messi all’asta.

In quei giorni il nostro speziale ed i suoi confratelli, si trovarono sopraffatti da un violento sconvolgimento. Fra Ugo Maria si trovò espropriato di tutte le sue memorie, dei suoi scritti e dei suoi volumi di botanica e micologia. A seguito di ciò il Cumino fu costretto ad andare a Cuneo, dove si stabilì, e per vivere scelse di esercitare la professione di farmacista. Sappiamo che in quegli anni, fu anche nominato curatore dell’Orto Botanico, carica che mantenne fino al 1807.

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In quegli anni venne anche pubblicato il testo dal titolo “Fungorum Vallis Pisii Specimen” (1805) in tale opera, corredata da tre tavole, Cumino descrisse centocinquantuno specie di funghi di cui alcune classificate come nuove specie. Questa valente memoria micologica, non ebbe una larga diffusione a causa delle poche copie vendute. Le ultime notizie di questo illustre personaggio risalgono al 1828 anno, ipotizzato come quello della sua morte.

Pochi sanno che Fra Ugo Maria Cumino è considerato uno dei primi studiosi di micologia, a livello italiano, che abbia descritto e illustrato la flora micologica.

In questo articolo ho dunque voluto farvi conoscere questo esimio certosino, che tra notevoli difficoltà ha contribuito ad arricchire le conoscenze nello studio dei funghi.

Possa il ricordo di Fra Ugo Maria Cumino allontanarlo dall’oblio in cui non merita di cadere.