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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino

Stat prologo

Carissimi lettori, non è stato semplice nel corso di questi anni darvi molte informazioni sulle monache dell’Ordine Certosino. Nel corso degli anni, vi ho proposto testi antichi o testimonianze di giovani aspiranti ed alcune notizie sulle certose femminili, avete inoltre apprezzato i loro soavi canti. Ma per avere una conoscenza maggiore e più approfondita sulla loro vita claustrale, ho deciso di proporvi gli Statuti appositamente dedicati al ramo femminile dell’Ordine. Si parte oggi con il primo capitolo il “Prologo”, e si proseguirà ogni mese con articoli dedicati.

È giunto dunque il tempo che queste sante donne di Dio ricevano la gratitudine che meritano per la loro vita di preghiera a favore dell’umanità intera.

Voglio precisare, che il mio intento è quello di divulgare e diffondere questo testo al fine di coinvolgere coloro che possano essere interessate a questo tipo di vita di clausura, auspicando che con l’aiuto della Provvidenza, possano germogliare nuove vocazioni.

Statuti delle monache
dell’Ordine Certosino

Capitolo 1

Prologo

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Amen.

1 A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, ha sempre scelto per opera dello Spirito Santo uomini per condurli nella solitudine e per unirli in un intimo amore. Rispondendo a questa chiamata, Maestro Bruno, anno del Signore 1084, entrò con sei compagni nel deserto della Chartreuse e vi si stabilì. Lì, questi uomini ei loro successori, rimanendo alla scuola dello Spirito Santo e lasciandosi formare dall’esperienza, svilupparono uno stile specifico di vita eremitica, trasmesso alle generazioni successive non con la scrittura ma con l’esempio. Altri eremi furono fondati ad imitazione di quello della Certosa, e su loro ripetute richieste Guigues, quinto priore della Certosa, scrisse una descrizione di questo modo di vivere; tutti lo accolsero e decisero di conformarsi ad esso, affinché fosse legge della loro osservanza e vincolo di carità della loro nascente famiglia. Per lungo tempo i priori dell’osservanza certosina hanno insistito sul priore e sui frati della Certosa perché fosse loro concesso di tenere un Capitolo comune in questa casa; infine, sotto il priorato di Anthelme, si riunisce il primo Capitolo Generale, al quale tutte le case, compresa quella di Chartreuse, hanno rimesso per sempre i loro destini. Nello stesso periodo, le monache di Prébayon in Provenza decisero di abbracciare la regola di vita certosina. Questa fu l’origine del nostro Ordine. (St 1.1)

2 Il Capitolo Generale si impegnò ormai ad adattare la vita certosina nel corso dei secoli, tenendo conto dell’insegnamento dell’esperienza o dell’apparire di nuove circostanze; e così facendo ha rafforzato e sviluppato il nostro modo di vivere. Ma questo continuo e attento aggiornamento dei nostri costumi ha causato, alla lunga, un accumulo di ordinanze; anche il Capitolo Generale del 1271 riunisce il contenuto della Dogana di Guigues, le ordinanze dei Capitoli Generali e gli usi della Certosa, e promulgò gli Statuti Antichi. Nel 1368 furono integrati da altri documenti, intitolati Nuovi Statuti; nel 1509 fu aggiunta una serie di testi; questa era la Terza Compilazione. Il Concilio di Trento fu l’occasione per unire in un’unica opera le tre raccolte allora vigenti. Questa Nuova Raccolta ha ricevuto nella sua terza edizione l’approvazione in forma specifica di Innocenzo XI dalla Costituzione Apostolica Iniunctum nobis Una nuova edizione, riveduta e corretta secondo le prescrizioni del Codice di Diritto Canonico allora vigente, ha ricevuto anche l’approvazione in forma specifica dalla Costituzione Apostolica Umbratilem di Papa Pio XI. (St 1.2) Come prescritto dal Concilio Ecumenico Vaticano II, e secondo lo spirito delle sue decisioni, si è intrapreso un adeguato rinnovamento della nostra forma di vita, che doveva preservare in modo inviolabile la nostra separazione dal mondo e dalle attività proprio della vita contemplativa. (St 1.3)

3 Il Capitolo Generale dei monaci del 1967 decise di dare alle monache Statuti pubblicati separatamente e che avrebbero seguito quelli dei padri e dei fratelli con i necessari adattamenti. Questo lavoro è stato quindi intrapreso con la collaborazione di tutte le case di monache, e potrebbe essere completato sotto il nome di Statuti delle monache dell’Ordine Certosino dagli Statuti dei monaci rinnovati, approvati e confermati dal Capitolo Generale del 1973. Il primo Capitolo Generale delle Certosine, tenutosi nel 1973, ha approvato questi Statuti. Per adeguarsi al Codice di Diritto Canonico del 1983, sono state nuovamente riviste e divise in due parti, la prima delle quali comprende i libri da 1 a 4 che ora costituiscono le Costituzioni dell’Ordine. Noi dunque, umile fratello André, priore della Certosa, e gli altri membri del Capitolo generale delle monache del 1989, approviamo e confermiamo questi Statuti. (cfr St 1,3)

4 Rivolgiamo perciò a tutte le monache dell’Ordine la seguente esortazione e preghiera, in nome della bontà misericordiosa di Dio, che ha circondato di tanta benevolenza la famiglia certosina dalle sue origini fino ad oggi, proteggendola e guidandola, e che ci ha generosamente fornito di tutti i mezzi utili alla nostra salvezza e alla nostra perfezione. Che ciascuno di noi, secondo i doveri della nostra vocazione, si sforzi di rispondere con tutta la gratitudine possibile a tanta liberalità e paterna benevolenza da parte del Signore nostro Dio. Lo faremo, applicandoci a seguire l’osservanza trasmessa da questi Statuti con tale fedeltà e sollecitudine, che il nostro uomo esteriore, istruito e formato da ciò che essi prescrivono, permette all’uomo interiore di cercare Dio stesso. più rapidamente e di possederla più pienamente; così potremo, per grazia del Signore, giungere alla carità perfetta, che è il fine del nostro stato come di tutta la vita monastica, e che ci condurrà alla beatitudine eterna. (San 1.4).

Capitolo 2

Elogio di Guigo della vita solitaria

I monaci che hanno lodato la solitudine hanno voluto dare una testimonianza del mistero di cui avevano sperimentato le ricchezze e che in verità solo i beati conoscono pienamente. Qui si compie un grande mistero: quello di Cristo e della Chiesa, di cui la Vergine Maria è un esempio eminente; tale mistero sta nascosto tutto anche in ogni anima fedele ed è rivelato più profondamente dalla stessa forza della solitudine.

Perciò nel presente capitolo, tratto dalle Consuetudini di Guigo, si devono ricercare come delle scintille sfavillanti dall’anima di colui che lo Spirito incaricò di formare le prime leggi del nostro Ordine. Infatti queste parole del quinto priore, mentre interpretano la Sacra Scrittura secondo l’antica allegoria, con esatto senso attingono la sublime verità che ci unisce ai nostri padri nella fruizione della medesima grazia.

Nel tessere l’elogio della vita solitaria, alla quale siamo chiamati in modo speciale, diremo poche parole, perché sappiamo che è stata grandemente lodata da molti santi e sapienti di così grande autorità, che non ci sentiamo degni di seguirne le orme.

Sapete infatti che nell’Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento quasi tutti i più grandi e profondi segreti furono rivelati ai servi di Dio non nel tumulto delle folle, ma quando erano soli. Gli stessi servi di Dio, tutte le volte che li accendeva il desiderio di meditare più profondamente qualche verità o di pregare con maggiore libertà o di liberarsi dalle cose terrene con l’estasi dello spirito, quasi sempre evitavano gli ostacoli della moltitudine e ricercavano i vantaggi della solitudine.

È per questo, tanto per farne qualche breve accenno, che Isacco esce da solo nella campagna per meditare, e dobbiamo credere che ciò non fosse per lui occasionale, ma abituale; così anche Giacobbe, mandati innanzi tutti gli altri, rimasto solo, vede Dio a faccia a faccia, ed è favorito simultaneamente della benedizione e del cambiamento del nome in uno migliore, conseguendo più in un attimo di solitudine che non in tutto il tempo della vita trascorso in compagnia degli uomini.

La Scrittura attesta quanto anche Mosè, Elia ed Eliseo amino la solitudine e quanto per essa progrediscano nella conoscenza dei divini segreti; come tra gli uomini si trovino frequentemente in pericolo, e come invece, mentre sono soli, vengano visitati da Dio.

Allo stesso modo Geremia siede solitario, perché è penetrato dalle minacce di Dio; anzi, domandando che sia data acqua al suo capo e una fonte di lacrime ai suoi occhi per poter piangere gli uccisi del suo popolo, chiede anche un luogo dove poter compiere con maggiore libertà un’opera così santa dicendo: Chi mi darà nella solitudine un rifugio di viandanti?, come se non potesse dedicarsi a questo in città; in tal modo indica quanto la presenza di altri uomini precluda il dono delle lacrime. Egli afferma ancora: È bene attendere nel silenzio il soccorso del Signore; attesa che riceve sommo aiuto dalla solitudine, e aggiunge: È bene per l’uomo sottoporsi al giogo fin dall’adolescenza, parole queste che sono di grandissimo conforto a noi che quasi tutti abbiamo abbracciato questa vocazione fin dalla giovinezza. Il profeta dice infine: Siede solitario ed in silenzio per poter elevarsi sopra di sé, indicando così quasi tutto ciò che vi è di meglio nella nostra vocazione: la quiete e la solitudine, il silenzio e il desiderio dei beni celesti.

Il profeta poi mostra quale trasformazione opera una tale disciplina in coloro che vi si sottomettono, dicendo: Porgerà la guancia a chi lo schiaffeggia e sarà saziato di obbrobri. Nel primo caso rifulge una somma pazienza, nell’altro una perfetta umiltà.

Anche Giovanni Battista, di cui, secondo l’elogio del Salvatore, nessuno è sorto più grande tra i nati di donna, mostra con evidenza quanta sicurezza e utilità procuri la solitudine. Egli, non stimandosi sicuro né per gli oracoli divini che avevano predetto che, ripieno di Spirito Santo fin dal seno materno, sarebbe stato il precursore di Gesù Cristo con lo spirito e la forza di Elia, né per la sua mirabile natività, né per la santità dei suoi genitori, fuggì la compagnia degli uomini come piena di pericoli e scelse come sicura la solitudine del deserto; e finché dimorò solitario nell’eremo, non conobbe né pericoli né morte. L’aver battezzato il Cristo e affrontato la morte per la giustizia dimostrano quanta forza e quanti meriti vi abbia acquistato. La solitudine infatti lo rese il solo degno di battezzare il Cristo che tutto purifica e di non indietreggiare né davanti al carcere né davanti alla morte per la verità.

Lo stesso Gesù, Dio e Signore, la cui virtù non poteva essere aiutata dalla solitudine né impedita dalla presenza degli uomini, tuttavia per giovare a noi col suo esempio, prima di predicare e di compiere miracoli, volle nel deserto essere sottoposto alle tentazioni e ai digiuni come ad una prova. Di lui la Scrittura dice che, lasciata in disparte la folla dei discepoli, saliva da solo sul monte a pregare. E nell’imminenza della Passione lascia gli apostoli per poter pregare da solo, insegnandoci soprattutto con questo esempio quanto la solitudine giovi all’orazione, perché non vuole pregare insieme con altri, fossero pure suoi compagni gli apostoli.

Non possiamo passar qui sotto silenzio un mistero che merita tutta la nostra attenzione: lo stesso Signore e Salvatore del genere umano si degnò di darci nella sua persona il primo modello vivente del nostro Ordine, col dimorare solo nel deserto, attendendo alla preghiera e agli esercizi della vita interiore, macerando il corpo con digiuni, con veglie e altre pratiche di penitenza, e vincendo le tentazioni e il nostro avversario con le armi spirituali.

Ed ora considerate voi stessi quanto profitto spirituale nella solitudine trassero i santi e venerabili padri Paolo, Antonio, Ilarione, Benedetto e innumerevoli altri, e avrete la prova che nulla, più della solitudine, può favorire la soavità della salmodia, l’applicazione alla lettura, il fervore della preghiera, le penetranti meditazioni, l’estasi della contemplazione e il dono delle lacrime.

Né vi bastino questi pochi esempi che vi abbiamo citato a lode della vocazione abbracciata, ma piuttosto voi stessi raccoglietene altri, attingendo sia dall’esperienza quotidiana, sia dalle pagine delle Sacre Scritture.