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Il digiuno grato a Dio del certosino

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Per questo periodo di Quaresima, voglio offrirvi questo sermone di un certosino, il quale ci riferisce del digiuno grato a Dio. Ho diviso in due parti il testo alquanto lungo, ma molto prezioso. Vi invito a leggerlo ed a meditare su queste sublimi parole.

Seguiamo Cristo quando digiuna nel deserto, castigando il nostro corpo e riducendolo in servitù, perché l’anima nostra risplenda del desiderio di Dio” (St. Cart 16,1) .

In questa vita non c’è niente di così bello o di riempire il cuore, come camminare nella verità. Non siamo certo noi a dirlo, ma Gesù stesso: «Se rimarrete fedeli alla mia Parola, sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-2) . Tutti vogliamo camminare come camminò Cristo e, per questo, vogliamo accompagnarlo con alcuni segni di penitenza esteriore e preghiere finalizzate alla propria conversione, perché, ripetiamo, non c’è niente di più bello che camminare nella verità, e, applicandolo alla penitenza, deve essere vero, affinché il giorno in cui la pratichiamo, a: “Giorno santo in cui l’uomo si umilia davanti al suo Signore e Padre. Un giorno gradito al Signore” (Is 58,5). Nell’Antico Testamento vediamo che c’erano giorni e tempi di penitenza, ma Gesù si lamentava di quei giorni dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Mt 15,8). Il momento storico in cui viviamo corrisponde a quello di cui il Salvatore disse: “Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora (i miei discepoli) digiuneranno” (Mt 9,15). La nostra Madre Chiesa pone un’enfasi speciale sul fatto che la penitenza mostrata dal digiuno va oltre la materialità stessa del digiuno. È in questa prospettiva che vorremmo rinnovarci nel santo coraggio di cui abbiamo bisogno per aspirare all’autentica penitenza che il Signore si aspetta da noi. Iniziamo queste modeste riflessioni dicendo che, prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio, nell’antico popolo di Israele, alcuni non coglievano il significato profondo e il valore dei “giorni santi” di penitenza – diciamo qui, alcuni, non tutti -, e credevano che tutto il loro valore risiedesse nel negare il cibo del corpo in misura maggiore o minore. Più è stato negato, più valore ha avuto; se MENO, allora MENO. In un simile proposito, tutto dipendeva dalla materialità, cioè dalla lettera, non dallo spirito. Per questo non ci sorprendono le lamentele del Signore attraverso la voce dei Profeti o, a volte, quelle di Gesù stesso, sulla vacuità del contenuto essenziale della penitenza praticata con così poco fondamento interiore. Oggi viviamo nella “pienezza del tempo” in cui godiamo del “Mistero di Cristo”, quindi, prima di tutto, dobbiamo ascoltare lo stesso Redentore dell’Uomo che ci dice esattamente cosa si aspetta Dio quando ci chiede di digiunare. “Quando digiuni, non fare la faccia triste, come gli ipocriti, che si sfigurano il viso affinché gli uomini possano vedere che stanno digiunando; in verità vi dico che hanno già ricevuto la loro paga. Quando invece digiuni, profumati il capo e lavati la faccia, perché il tuo digiuno sia visto non dagli uomini, ma dal Padre tuo che è là, in segreto; E il Padre vostro, che vede nel segreto, vi ricompenserà» (Mt 6,16-18). Chi sonda i cuori va dritto al cuore dei suoi figli. Vediamo prima di tutto in quale direzione volgiamo i nostri cuori. Se cerchiamo di onorarlo solo con le nostre labbra, essendo il nostro cuore lontano, o lo cerchiamo (cfr Mc.6,6-7). Già il Precursore ci invitava a convertirci (cfr Mc 1,15). La stessa parola: “con-vertire“, ci sta già parlando di volgersi verso… Dio. Abbiamo parlato del pericolo di non comprendere bene la mortificazione nell’Antico Testamento, ma la verità è che finché le radici del “vecchio uomo” rimangono nella nostra carne, dobbiamo tutti fare in modo che non crescano nelle pieghe del il nostro cuore, infettando anche le stesse opere di virtù che pratichiamo. Non saremo noi a mettere i punti sulle i. Ascolteremo insieme un autore della seconda generazione cristiana, Erma, nella sua celebre opera: “Il pastore”, scritta in Italia nell’anno 150 della nostra era. Dice questo dell’astinenza: “Vi insegnerò cos’è un digiuno completo, gradito al Signore: Dio non vuole un digiuno vano come quello (puramente materiale); perché digiunando così, per Dio, non farai nulla per la santità. Invece, offri a Dio un digiuno come questo: non fare nulla di male nella tua vita e servi il tuo Signore con cuore puro; osserva i suoi comandamenti camminando nei suoi precetti e nessun desiderio malvagio salirà nel tuo cuore. Crede in Dio. Se fai questo e temi Dio ed eviti tutte le azioni malvagie, vivrai per Dio. Se fai questo, farai un grande digiuno gradito a Dio. Erma pensieroso se il suo interlocutore ha capito bene, se ha visto non solo l’importanza delle disposizioni interiori, ma anche quale sarà il vero digiuno, ripete ancora: “Questo digiuno (di astenersi dal cibo) è buono se si osserva il comandamenti del Signore. Così, dunque, il digiuno che farai lo realizzerai così: prima di tutto, guardati da tutte le cattive parole e da tutti i cattivi desideri, e pulisci il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo; se lo farai, questo sarà il digiuno perfetto per te”. Quale chiarezza evangelica, fratelli, traspare in questa mostra. Lascia qui semplicemente espresso, in che cosa consiste l’astinenza e in che cosa consiste il digiuno perfetto: L’anima che vuole offrire a Dio una penitenza, deve proporsi, con grande determinazione del suo cuore, di bandire da sé ogni desiderio che dispiace a nostro Signore. E questo, contraddicendo non poco il suo orgoglio e autostima. Chi agisce in questo modo, secondo l’espressione di Erma, pratica un “digiuno perfetto”. “Un digiuno veloce…!” Che bella espressione!

CONTINUA….

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