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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 18)

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CAPITOLO 18

Lavoro

1 Le monache, nella linea propria della loro vocazione, sono soggette alla legge divina del lavoro ed evitano l’ozio che gli antichi chiamavano il nemico dell’anima. Con gioiosa umiltà accettano tutti i compiti imposti dalle necessità di una vita povera e solitaria, avendo cura tuttavia di ordinare tutto al servizio della contemplazione di Dio, alla quale sono interamente devoti. (St 5,1)

Attività delle monache di clausura

2 Per le monache di clausura, oltre ai vari lavori manuali, l’insieme degli obblighi che derivano dal loro stato costituisce materia del loro servizio, principalmente la celebrazione del culto divino e degli studi sacri. (cfr St 5,1) Nella cella, per non sprecare la loro vita dedicata a Dio, le monache si dedicano con ardore e discrezione a studi che gli convengono: non per soddisfare la voglia di imparare o di pubblicare libri, ma perché una lettura sapientemente ordinata dà all’anima più forza e fornisce supporto per la contemplazione. È un errore credere che si possa trascurare lo studio della Parola divina, o poi abbandonarlo, e tuttavia raggiungere facilmente l’intima unione con Dio. Cercando dunque il midollo del senso più che la schiuma delle parole, scrutiamo i misteri divini con la sete di conoscenza che nasce dall’amore ed a sua volta lo ravviva. (St 5.2)
3 Attraverso il lavoro manuale, la monaca pratica l’umiltà e riduce tutto il suo corpo alla servitù per raggiungere meglio la stabilità interiore. (St 5.3)
4 Nei tempi previsti (cfr 41,9), si applica alle opere veramente utili; non è opportuno sprecare in occupazioni vane o superflue il tempo prezioso che ci è stato dato per glorificare Dio. Ma questo periodo della giornata non è affatto escluso il beneficio della lettura e della preghiera. (St 5.3)
5 La suora di clausura normalmente rimane nella cella per il lavoro a lei affidato. Tuttavia, se la priora ritiene che ci sia un motivo sufficiente per rimuoverla dalla cella, non rifiuterà di aiutarla. Non appena questo obbligo cessa, deve ritornare al silenzio della cella a cui è particolarmente chiamato.
6 In ogni momento, la priora può ordinarle di compiere un lavoro o un servizio utile al bene comune: lo accoglie volentieri, nella gioia della carità, perché nel giorno della sua professione ha chiesto di essere accolta come umile serva di tutti. Ciascuna potrà misurare l’autenticità della sua vita solitaria dal modo sollecito, sereno e gioioso con cui aderisce alla volontà di Dio e della sua priora, e dall’amore vero ed efficace che manifesta agli altri. Ma il lavoro affidato a una monaca di clausura deve sempre lasciarle sufficiente libertà d’animo e non dare adito a preoccupazioni per il profitto o per il ritardo da osservare. Alla solitaria, più attenta a mantenere lo sguardo sulla meta che sul lavoro, è necessario fornire i mezzi per tenere sempre all’erta il cuore. (St 5.5)
7 La suora resta libera di organizzare il suo tempo di lavoro nella cella sotto lo sguardo di Dio, secondo la sua coscienza e le sue attitudini. In uno spirito di disponibilità ai bisogni della comunità e d’accordo con la priora, si è assicurata di rimanere fedele alla grazia propria della sua vocazione alla preghiera. Ciascuna salvaguarderà la sua solitudine e la sua libertà interiore nel pieno rispetto delle scelte delle sue sorelle in questo ambito, senza preoccuparsi delle loro attività. (cfr. St 5,5)

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