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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 29)

CAPITOLO 29

La conversione della vita

1 La santa vocazione che i nostri padri ci hanno trasmesso ci impegna su un cammino molto alto: tanto maggiore è il rischio di caderne, forse meno per evidenti deviazioni che per naturale inclinazione dell’abito. Poiché Dio dà la sua grazia agli umili, ricorriamo a lui soprattutto e lottiamo senza posa perché questa vigna del Signore non degeneri. (St 33.1)
2 Il mantenimento del nostro scopo dipende più dalla fedeltà di ciascuno che dall’accumulazione di leggi, da un adattamento di consuetudini, o anche dall’azione delle priore. Non basterebbe obbedirli, né attenersi esattamente alla lettera degli Statuti, se non sapessimo anche lasciarci condurre dallo Spirito per sentire e vivere secondo lo Spirito. La suora, fin dall’inizio della sua nuova esistenza, si ritrova posta in solitudine e lasciata alle proprie scelte. Non è più una bambina, ma un’adulta: quindi non deve lasciarsi sballottare nel vento, ma saper riconoscere ciò che piace a Dio e conformarsi ad esso spontaneamente, attuando, con sobria saggezza, la libertà di una bambina di Dio di cui è responsabile davanti al Signore. Nessuno, però, si fidi del proprio giudizio: perché chi trascura di aprire il suo cuore a una guida sicura corre il rischio, per mancanza di discrezione, di avanzare meno del dovuto, o di sfinirsi per correre troppo, o di cadere addormentato dal trascinamento. (St 33.2)
3 Come potremmo svolgere la nostra funzione nel popolo di Dio come schiere viventi, gradite al Signore, se ci separiamo dal Figlio di Dio che è la Vita e l’Ostia perfetta? Questo è ciò che accadrebbe se ci abbandonassimo alla pigrizia, all’immobilità, alle peregrinazioni della mente, alle chiacchiere vane, alle cure e alle occupazioni futili; o se nella cella l’egoismo ci terrebbe incatenati a miserevoli preoccupazioni. Con cuore semplice e mente purificata, ci sforziamo di fissare i nostri pensieri e i nostri affetti su Dio. Ciascuna, dimenticando se stessa e ciò che ha lasciato, tenda alla meta, al coronamento della vocazione celeste a cui Dio la chiama in Cristo Gesù. (St 33.3)
4 Ma colei che non ama la sorella che vede, come amerà Dio che non vede? Senza rispetto reciproco per le persone, non c’è dialogo fraterno tra gli uomini; noi, dunque, che viviamo nella casa di Dio, dobbiamo prima testimoniare l’amore che viene da Lui: accogliamo con amore le sorelle che condividono la nostra vita; per quanto il loro carattere e la loro forma d’animo siano diversi dai nostri, assicuriamoci di comprenderli con il cuore e con l’intelligenza. Le inimicizie, infatti, i conflitti e altri mali di questo genere, derivano comunemente dal fatto che non si ha riguardo per la persona degli altri. (St 33.4)
5 Guardiamoci da ciò che potrebbe nuocere al bene della pace; più che altro, non parliamo male di nostra sorella. Se sorge un disaccordo in casa tra le monache, o tra loro e la priora, si deve fare di tutto, con umiltà e pazienza, per risolvere il conflitto in spirito di carità, prima di ricorrere ai Visitatori, al Reverendo Padre, o al Capitolo Generale. È meglio che la famiglia del convento assicuri la conservazione della sua pace con gli sforzi concertati di tutti. In tali circostanze, la priora avrà un atteggiamento fraterno e non dominante; se ha torto, lo riconoscerà e si correggerà. (St 33,5)
6 Le priore svolgono un ruolo essenziale nel declino o nel progresso spirituale delle case dell’Ordine; esercitino il servizio dell’esempio, mettendo in pratica prima ciò che insegnano. Dalla loro bocca non dovrebbe uscire nessuna parola che Cristo si sarebbe rifiutato di assumere da solo. Si dedicheranno pienamente alla preghiera, al silenzio e alla vita in cella: così meriteranno la fiducia delle loro sorelle, realizzando con loro una vera comunione nell’amore. Con attenta benevolenza prenderanno coscienza della vita nella cella e delle disposizioni delle loro monache, per poter rimediare fin dall’inizio alle loro tentazioni: perché se queste acquistano forza, il rimedio potrebbe arrivare troppo tardi. (St 33.6)
7 Oggi, soprattutto, dobbiamo stare attenti a non lasciarci plasmare dallo spirito secolare. L’eccessiva ricerca della comodità, la troppa fretta per beneficiarne, sono del tutto contrarie al nostro stato, soprattutto se pensiamo che una novità ne richieda un’altra. Le risorse fornite dalla Provvidenza non sono destinate a fornirci le comodità dell’esistenza. Facile è la strada che conduce a Dio, perché per avanzare lì non è necessario caricare, ma scaricare. Deponiamo così bene il nostro peso che, dopo aver abbandonato tutto e rinunciato a noi stessi, condividiamo la vita dei nostri primi padri. (St 33.7)

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