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In ricordo di Benedetto XVI

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Cari amici lettori, a distanza di circa due mesi dalla dipartita terrena del Papa emerito Benedetto XVI, e con la tristezza nel cuore per la sua assenza, voglio ricordarlo con un suo breve testo.

Chi segue questo blog da tempo, ricorderà che nell’ottobre del 2016 vi annunciai l’uscita di un libro del Cardinale Robert Sarah dal titolo “La Forza del silenzio“, che poi vi proposi in successivi articoli un capitolo dedicato ai monaci certosini dal titolo “Come un grido nel deserto“. In esso vi era una preziosa conversazione con il Priore Generale dell’Ordine dei Certosini, Dom Dysmas de Lassus.

Ciò premesso, l’autore del libro dedicò il libro anche al papa emerito Benedetto XVI definendolo “grande amico di Dio e maestro di silenzio e di preghiera”.

A sua volta papa Ratzinger, rimasto entusiasta per questa edificante lettura inviò un testo manoscritto, in tedesco al Cardinale Sarah, il quale lo inserì nel volume come prefazione. Clicca qui per acquistarlo online

copertina italiano

Oggi, nel ricordo di Benedetto XVI, voglio offrire il suo scritto illuminante a voi tutti.

“Da quando, negli anni Cinquanta, lessi per la prima volta le Lettere di sant’Ignazio di Antiochia, mi è rimasto particolarmente impresso un passo della sua Lettera agli Efesini: «È meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se si fa ciò che si dice. Uno solo è il Maestro che ha detto e ha fatto, e ciò che ha fatto rimanendo in silenzio è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può percepire anche il suo silenzio, così da essere perfetto, così da operare tramite la sua parola ed essere conosciuto per mezzo del suo rimanere in silenzio» (15, 1s.).

Che significa percepire il silenzio di Gesù e riconoscerlo per mezzo del suo rimanere in silenzio? Dai Vangeli sappiamo che Gesù di continuo ha vissuto le notti da solo «sul monte» a pregare, in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo parlare, la sua parola proviene dal rimanere in silenzio e che solo in esso poteva maturare. È illuminante perciò il fatto che la sua parola possa essere compresa nel modo giusto solo se si entra anche nel suo silenzio; solo se s’impara ad ascoltarla a partire dal suo rimanere in silenzio.

Certo, per interpretare le parole di Gesù è necessaria una competenza storica che ci insegni a capire il tempo e il linguaggio di allora. Ma solo questo, in ogni caso, non basta per cogliere veramente il messaggio del Signore in tutta la sua profondità. Chi oggi legge i commenti ai Vangeli, diventati sempre più voluminosi, alla fine rimane deluso. Apprende molte cose utili sul passato, e molte ipotesi, che però alla fine non favoriscono per nulla la comprensione del testo. Alla fine si ha la sensazione che a quel sovrappiù di parole manchi qualcosa di essenziale: l’entrare nel silenzio di Gesù dal quale nasce la sua parola. Se non riusciremo a entrare in questo silenzio, anche la parola l’ascolteremo sempre solo superficialmente e così non la comprenderemo veramente.

Tutti questi pensieri mi hanno di nuovo attraversato l’anima leggendo il nuovo libro del cardinale Robert Sarah. Egli ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore, e proprio così ci aiuta anche a comprendere in modo nuovo la parola del Signore. Naturalmente egli parla poco o nulla di sè, e tuttavia ogni tanto ci permette di gettare uno sguardo sulla sua vita interiore. A Nicolas Diat che gli chiede: «Nella sua vita a volte ha pensato che le parole diventano troppo fastidiose, troppo pesanti, troppo rumorose?», egli risponde: «… Quando prego e nella mia vita interiore spesso ho sentito l’esigenza di un silenzio più profondo e più completo… I giorni passati nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno assoluto sono stati di grande aiuto. Sono stati una grazia incredibile, una lenta purificazione, un incontro personale con Dio… I giorni nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno, con la Parola di Dio quale unico nutrimento, permettono all’uomo di orientare la sua vita all’essenziale» (risposta n. 134, p.156). In queste righe appare la fonte di vita del Cardinale che conferisce alla sua parola profondità interiore. È questa la base che poi gli permette di riconoscere i pericoli che minacciano continuamente la vita spirituale proprio anche dei sacerdoti e dei vescovi, minacciando così la Chiesa stessa, nella quale al posto della Parola nient’affatto di rado subentra una verbosità in cui si dissolve la grandezza della Parola. Vorrei citare una sola frase che può essere origine di un esame di coscienza per ogni vescovo: «Può accadere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada presto nella mediocrità e nella preoccupazione per le cose temporali. Gravato in tal modo dal peso degli uffici a lui affidati, mosso dall’ansia di piacere, preoccupato per il suo potere, la sua autorità e le necessità materiali del suo ufficio, a poco a poco si sfinisce» (risposta n. 15, p. 19).

Il cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa. Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani.”

Città del Vaticano, nella settimana di Pasqua 2017

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Silenzio certosino 3

Silence c

Queste profondità che nulla di creato può riempire

Le tue conversazioni mi ricordano il detto di Pascal: “Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”. Desiderare amare è già amare: Concupivit anima mea desiderare justificationes tuas. Bisogna anche amare questo desiderio. Soffri di questo desiderio; ti sbagli di grosso. È il meglio della tua anima. Emerge dalle profondità estreme, da queste profondità che nulla di creato può riempire, che chiama Dio. Con te, eccolo. Ma non lo sai abbastanza, e vuoi saperlo troppo… o sentirlo meglio. Vorresti percepirlo come si percepisce un fiore, o come si coglie una grande verità. Dio è molto diverso da quello; e il nostro rapporto con Lui ha tutt’altro carattere. Quante volte avrai pianto sulle belle pagine delle Confessioni dove sant’Agostino passa in rassegna tutta la creazione e chiede a tutti gli esseri di dirgli dove è Dio e cosa è. E tutti gli rispondono: “Guarda più in alto”. In fondo, tutto ciò che sappiamo di Dio si riduce più o meno a questo: sappiamo che Egli è più grande di tutto ciò che ha fatto, e che per impossessarci di Lui dobbiamo andare oltre ogni sua opera. Quindi non stupirti quando la sua presenza nel profondo della tua anima non si traduce come quella degli esseri che ha creato. Proprio questo è il segno caratteristico della sua azione. Si dona a noi in una forma essenzialmente nascosta e incomprensibile. Si lascia percepire da un organo superiore che tu ben conosci. È “l’occhio della luce interiore”… Prego che questo sguardo interiore si sviluppi. Per questo, esercitala in pace e trova la pace nella fiducia. Dio vuole donarsi a te molto più di quanto tu voglia possederlo.

Il vuoto che il mondo lascia nel cuore è il posto di Dio.

Così sono tanti i nostri rapporti con il buon Dio, e non sono né i meno vivi né i meno profondi. Sant’Agostino vi ha spesso parlato del Maestro interiore che insegna senza parole e il cui insegnamento risuona nelle sacre profondità dove tutto è scolpito per l’eternità. Non lamentarti troppo se circostanze più forti di noi ci costringono a usare questo linguaggio nei nostri rapporti reciproci, e non credere più in un dereliquisti me quando c’è solo silenzio forzato… È necessario che il mondo lasci un grande vuoto nei nostri cuori. Questo vuoto è il posto di Dio. Chiedigli di riempirlo sempre di più. Fecisti nos ad te, et irrequietum est cor nostrum donec requiescat in te, riposerai un giorno fino all’estensione del tuo presente tormento. Fallo già. Riposa spesso nel bene: In pace in idipsum, dormiam e requiescam. Vi raccomando vivamente queste due parole che lo spirito santo non ha combinato senza ragione. C’è davvero un sonno che non riposa; e c’è un altro sonno che opera il rilassamento dell’essere. Il sonno in Dio, il sonno dell’anima che si abbandona completamente a Lui di tutte le sue preoccupazioni e dolori, questo è il sonno che è riposo.

Il fondo della tua anima

Hai svelato, il giorno in cui hai scritto questa pagina, l’unico segreto della serenità vera e duratura. Risiedono nel distacco dalle realtà e dagli eventi effimeri che formano il tessuto superficiale della nostra vita. Tutta questa superficie ci lascia vuoti e delusi, quando non ci fa male. Abbiamo bisogno di qualcos’altro… e andiamo istintivamente all’unica realtà duratura quaggiù che è la profondità della nostra anima. Portiamo dentro di noi, in effetti, un germe primitivo da cui ha origine tutto il nostro essere e tutti i suoi sviluppi. Questo piccolo seme, nella sua radice iniziale, non cambia. È lei che garantisce la durata del nostro essere attraverso il cambiamento incessante di ogni giorno e di ogni ora. È nel dono continuo che fa di sé Colui che è. Partecipa alla sua immensità, alla sua immutabilità. Quando ci distacchiamo da tutto ciò che passa e scendiamo in queste profondità, ci sentiamo fuori dall’effimero e dal nulla; gustiamo una pace che è la sua Pace. Pacem meam do vobis. Ma Gesù ci ha insegnato che questo luogo intimo è il regno del Padre, che colui che vi regna non è solo l’Essere che è, ma l’amore che si dona. È il suo posto, il seno del Padre, in sinu Patris. È qui che ci chiama: Venite ad me omnes qui laboratis… et ego reficiam vos. ti rifarò. Là infatti avviene una creazione continua…

Luce e notte della parola umana

Aspettavi una parola di luce che non venne. O se è venuta, non l’hai trovata. E io che sono obbligato a risponderti: non è alla luce di una parola che bisogna cercare la luce. La luce di una parola è ancora creata, effimera, il nulla. Se ci aggrappiamo ad essa restiamo in cammino, non arriveremo mai alla fine. Per questo Dio dà alle anime che ama la grazia di rifiutarle. Li lascia durante la notte. Ed è la notte che diventa luce: Et nox iluminatio mea in deliciis meis. La vera luce risplende nell’oscurità. Ma devi abituarti a trovarlo lì. All’inizio rimaniamo allibiti: la luce è una cosa così dolce e necessaria! A poco a poco, però, il giorno sorge. Vediamo che la luce mancante è una luce inferiore, e ciò che cresce è più puro. Non trovi più in te la dolce certezza di appartenere a Dio. Ciò che trovi dentro di te è divisione e oscurità. Dobbiamo andare oltre; devi uscire da te stesso; dobbiamo disprezzare la voce che dubita, o che discute, o che è disperata. Devi ascoltare l’altro, quello che giustamente chiami interiore, quello del profondo… e che ti dice: “Dio è amore, per separarti da Lui ci vuole un atto della facoltà di amare”.

Pienitudine nella solitudine

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Nell’articolo odierno, voglio offrirvi un delizioso testo di Dom Giovanni Giusto Lanspergio che si esprime sul valore della solitudine, e di come tale condizione è essenziale per incontrare Dio. Seguiamo i suoi validi consigli.

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“Nella solitudine, l’uomo si purifica e si custodisce puro; conosce se stesso e inizia nell’amore di Dio. Nella solitudine impara a mortificare la sua carne, a rendersi simile a Dio, ad unirsi a Lui. Chi ha il gusto della solitudine, ha il gusto di Dio. Lì tutte le cose del mondo diventano strane all’uomo, tutti i fardelli diventano leggeri dal sapore dei beni celesti. L’uomo perde se stesso e trova Dio. Ma questa solitudine, pochissimi la conoscono e pochissimi sanno amarla; se gli uomini avessero lo sguardo più profondo, vedrebbero quale tesoro è nascosto in essa, e tutti correrebbero da lei… ”.

“Rimani assiduamente nel tuo santuario interiore… Non ti dare a nulla in eccesso; accontentati del semplice uso delle cose presenti di cui devi occuparti quando è necessario, senza che il tuo cuore si attacchi ad esse. Rimetti subito a Dio ogni evento triste o gioioso, vivi senza molteplicità, affinché Dio rimanga presente in te. Rifiuta ogni impedimento… Non desiderare di compiacere nessuno, tranne Dio solo. Scegli con Maria la parte migliore, non vagabondare di qua e di là… Torna senza sosta alla solitudine, alla conversazione interiore. Colui che cerchi non può trovarlo nessun senso o nessuna intelligenza, solo le anime pure lo ricevono. Possa Egli essere il tuo pensiero, la tua ricerca continua e, qualunque cosa accada, vai per la tua strada. Torna sempre così dentro dove è presente la verità stessa. Non ci arriverai mai nel borbottio inconsistente delle parole. Fai dunque silenzio, resta in pace, sopporta tutto, abbi fiducia in Dio, fai ciò che è in tuo potere e presto riceverai una luce meravigliosa per conoscere le strade così perfette della vita interiore”.

Dom Antoine Vallet

per priori generali

Dom Antoine Vallet nacque il 20 maggio del 1725. Chiamato da Dio ad una vita solitaria, abbandonò il mondo e fece ingresso alla Grande Chartreuse nel 1746, facendo professione il 15 agosto del 1747. Fu Maestro dei Novizi nel 1754, Vicario nel 1756 e Procuratore alla certosa di Melan sempre nel 1756.

Le sue notevoli doti lo fecero nominare Scriba o Segretario dell’Ordine nel 1772. Occupò questa posizione sotto tre Generali, i Reverendi Padri Dom Etienne Biclet, Dom Hilarion Robinet e Dom Nicolas Albergati de Geoffroy. In tutte le circostanze difficili in cui si trovava, Dom Antoine seppe mostrare grande energia e notevole abilità. Nell’Ordine era considerato il futuro successore di Dom Albergati. In virtù di un’Ordinanza del Capitolo Generale tenutosi a Bologna nel 1793, era stato disposto che, in caso di morte del Reverendo Padre, il suo segretario ne ereditasse l’autorità e la esercitasse alle stesse condizioni, fino al prossimo Generale Capitolo. Di conseguenza, Dom Antoine Vallet, alla morte di Dom Nicolas Albergati, assunse l’amministrazione dell’ Ordine, con il titolo di Vicario Generale, e mantenne il potere con questo semplice titolo, le disgrazie di questo tempo funesto non gli permisero di riunire il Capitolo. Dom Antoine Vallet risiedette, dal 1797, come il suo predecessore, nella Certosa di Roma, ma costretto a lasciare questa città, nel 1810, ebbe un momento il pensiero di ritirarsi nella Certosa di La Part Dieu, presso Friburgo, in Svizzera. Era quasi l’unica Casa regolare rimasta nell’Ordine Certosino. Le circostanze politiche non avendogli permesso di realizzare il suo progetto, fecero si che si ritirasse a Romans, nel dipartimento della Drôme. Alcuni certosini della Val-Sainte-Marie de Bouvantes erano venuti durante la Rivoluzione a cercare asilo in questa cittadina. Uno di loro era diventato giudice dell’ex Convento dei Récollets, il 31 marzo 1791, e tutti insieme ripresero la loro vita certosina in questo ex monastero. Non furono disturbati e poterono trascorrere, nel silenzio della solitudine, i giorni peggiori del Terrore. Nel 1810, Dom Antoine Vallet venne a stabilirsi in questa Chartreuse fondata in circostanze così straordinarie e vi trascorse alcuni anni nella più profonda tranquillità. Il 25 giugno 1813, lì consegnò a Dio la sua bella anima, all’età di ottantotto anni, dopo aver vissuto sessantasette anni nell’Ordine. Il necrologio della Grande Chartreuse lo loda in poche parole: “Obiit R. P. Domnus Antonius qui vixit valde laudabiliter in Ordine. “I suoi funerali – racconta l’Amico di Religione – furono celebrati secondo il rito certosino; il suo corpo era vestito dell’abito dell’Ordine ed esposto su una semplice tavola al centro della chiesa. Tutti i Religiosi indossavano il loro saio. Il rispettabile parroco di Romans, padre Antelme, pronunciò l’elogio funebre del defunto, alla presenza degli amministratori degli ospizi e di diverse famiglie illustri che onorarono i certosini. Le spoglie di Dom Vallet furono sepolte, accanto a quelle dei suoi confratelli morti prima di lui, all’interno del recinto della chiesa, presso la cappella dell’Addolorata. »

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Grangia di Talamanca de Jarama

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L’approfondimento che oggi voglio proporvi è su di una importante grangia della certosa spagnola di El Paular. Conosciuta oggi, impropriamente, come Cartuja de Talamanca de Jarama essa è ubicata nella Comunidad de Madrid, al limite settentrionale dell’area urbana, i monaci certosini in progressiva espansione accumularono proprietà nella vallata e quindi decisero di realizzare questo complesso agricolo, motivati soprattutto dalle fertili condizioni del terreno della pianura del Jarama. I lavori di detto complesso dovettero iniziarono nel XVI secolo, modificando una preesistente enclave militare musulmana del IX secolo di cui si scorgono ancora le mura. Questa grangia si distingue per il suo grande valore storico e architettonico, oltre che per le sue notevoli dimensioni (18 mila mq)).
La sua importanza sta nell’aver conservato materiali, impianti e tecniche costruttive, utilizzate tra il XVI e il XVIII secolo, oltre a rispecchiare l’organizzazione economica delle certose, eminentemente agraria, basata sulla coltivazione dei campi e allevamento animale e, quindi, destinata allo stoccaggio di grano, vino, olio, aceto e diversi capi di bestiame.

Per tale motivo il 23 settembre del 1982, è stata dichiarata monumento storico artistico, dunque Bene di Interesse Culturale.
La proprietà è composta da vari fabbricati, attualmente tutti in cattivo stato di conservazione, è strutturata su due livelli ed è concepita intorno ad un chiostro a forma di elle, all’interno del quale troviamo diversi ambienti di interesse storico, come la cucina che ospita al piano interrato la cantina coperta da volte in mattoni, e la piccola ma deliziosa cappella, con bellissimi affreschi sul soffitto e sulle pareti.

A questi ambienti si aggiungono altre, costruzioni ausiliarie con strutture che mantengono solo una parte del loro perimetro in altezza muraria variabile e senza alcun tipo di copertura. In origine la grangia aveva dimensioni maggiori, ma quel che resta è sufficiente per comprenderne la grandezza e l’importanza che ebbe per quel territorio, non solo di rifornire la certosa di El Paular, ma vendere prodotti per una sana economia che ne garantisse la floridità economica.

Menzione a parte il suo caratteristico ed inconfondibile ingresso principale, che presenta un grande portone architravato con bugne, chiuso da due lamiere lignee con cassettoni e chiodi. Sull’apertura spicca un frontone curvilineo delimitato da una modanatura barocca e con lo stemma di Castilla y León.

La cantina, posta nei sotterranei della grangia, fu edificata nel 1703, secondo l’iscrizione posta nell’arco di accesso. È un quadrato lungo quattro sezioni per quattro di larghezza; ognuno di questi è coperto da volte a crociera in mattoni su pilastri quadrati. Lungo le sue pareti spiccano numerose grandi giare, la maggior parte delle quali incuneate con resti di reimpiego (capitelli e basi). L’edificio dispone anche di altri due magazzini.

Il fienile, risalente al 1799, posto al piano terra sopra la cantina e costituito da un vano di analoghe proporzioni, coperto con travi in legno e volta ad intonaco su pilastri.

La cucina, alla quale si accede attraverso un piccolo chiostrino porticato su montanti lignei con basamento.  Il pavimento della cucina è realizzato con macine in pietra.

La cappella, all’interno della quale vi sono ha dipinti murali sul soffitto e sulle pareti che rappresentano l’Immacolata Concezione, la Santissima Trinità, la Pentecoste e l’Agnello Mistico. Ai lati è presente un basamento in finto marmo su cui sono rappresentati Sant’Ugo, San Antelmo e la Maddalena, l’emblema della Casa dei Borbone e lo stemma certosino. Sull’altare vi è invece un bel dipinto raffigurante l’Immacolata Concezione.

Il definitivo abbandono di questa proprietà avvenne nel 1835 con il decreto di secolarizzazione e confisca emesso da Mendizabal, che costrinse la vendita di tutti i beni dei monaci e l’abbandono dell’area. La grangia di Attualmente di Talamanca de Jarama è di proprietà privata, pur conservando la sua utilità agricola e nota per essere stata utilizzata in numerose occasioni come set cinematografico.

La seconda vita

Per i suoi suggestivi ambienti, la Grangia di Talamanca de Jarama dopo esser diventata di proprietà privata è stata scelta, negli ultimi cinquanta anni, da produttori e registi come quinta scenica per rappresentare ambientazioni riguardanti il seicento spagnolo. Questa location ha visto Marlon Brando, Sigourney Weaver, Arnold Schwarzenegger, Viggo Mortensen, Natalie Portman tra i principali attori che hanno recitato in ruoli storici. Molte sono state infatti le riprese cinematografiche di film, serie televisive e spot pubblicitari, che hanno visto protagonista l’antica grangia certosina come sfondo per la spettacolarità di questo set. Alatriste, Conan il Barbaro, I fantasmi di Goya, I quattro moschettieri, Santa Teresa di Gesù, Farinelli, Capitan Alatriste, Curro Jiménez, Águila Roja, Los Gozos y las sombras, La Celestina, Cervantes, La Cocinera de Castamar, El Ministerio del Tiempo. Sono questi i titoli delle principali pellicole, come ricorda una didascalia all’ingresso del complesso. Nel 2003 e nata Talamanca de Cine, con lo scopo di utilizzare il cinema come risorsa turistica, e in questo modo preservare e diffondere l’ampio percorso storico-cinematografico di questa città. Vi è anche celebrato annualmente, nel mese di giugno, il TALAMANCA FILM FESTIVAL.

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A seguire, due brevi video che ci faranno apprezzare la bellezza e l’importanza di questo sito, antica proprietà certosina, ed oggi importante luogo per realizzazioni cinematografiche.

Silenzio certosino 2

Silence c


Dobbiamo affrontare la vita reale

Non dobbiamo più avere paura di noi stessi o degli altri. Devi guardare in faccia la vita reale. È questo sguardo profondo e prolungato che ci darà Dio; perché Dio è alla base di tutto. Tutto è perché lo ha voluto o lo ha permesso. E se il male permesso da Dio ci fa paura, diciamo che in fondo a questo male c’è un bene, ed è questo bene che si vuole. Posso quindi dire, anche pensando al male, che in fondo a tutto si nasconde una volontà (cioè un amore) di Dio. È questa volontà (o questo amore) che cerchiamo. Soffriamo di non trovarlo quanto vorremmo. Questa sofferenza è nobile. Ringraziamo Dio per averla posta nel profondo del nostro cuore come una chiamata di Lui a noi e di noi a Lui. Ma consoliamoci: il rimedio c’è, è la vera fede. È una fede che aderisce alle Verità con la sola intelligenza; ce n’è un altro che aderisce con il cuore. Il primo non basta: è freddo e distante; non unisce; ci lascia lontani da Dio e vuoti. Il secondo ci appaga perché unisce. Questa fede vera e viva è come una presa di possesso di Dio. Diventa nostro; diventa l’ospite amato dell’anima. E all’anima, liberata dalle cose, non resta che rivolgersi a Lui con un pensiero amoroso per raggiungere l’intimità sognata. Questo, mi sembra, è dove Dio ci chiama. Ci arriviamo solo dopo un lungo viaggio che ci separa dalle creature e da noi stessi. Avremo il coraggio di compiere questo lungo e faticoso cammino, e conosceremo la gioia del termine raggiunto.

Non lasciarti demolire

Non farti demolire dai piccoli incidenti della vita. È passeggero. La tua anima è immensamente più grande di così. Una delle sue grandezze è proprio quella di poter andare oltre tutto questo effimero e ricongiungersi all’eterno attraverso ciò che passa. Le cause o le occasioni dei nostri dolori sono solo strumenti. Bisogna vedere l’operaio che lo usa: è sempre Deus Caritas. Lo spirito di fede scopre questo “amore” nella sofferenza e lo illumina. La luce dell’amore, cioè in fondo la luce dello spirito santo (lo spirito dell’amore), è questo che dà dolcezza e bontà a tutto. Hai questa luce. Tutto quello che devi fare è abituarti a usarlo. Le croci quotidiane sono gli esercizi con cui lo spirito santo sviluppa quest’abitudine in un’anima.

Il pericolo per molte anime

Il pericolo per molte anime è guardare la vita, pensarla e assaporare quel pensiero senza viverla. Bisogna praticare ciò che si crede, realizzare ciò che si pensa, vivere ciò che si ama, pena l’avvicinarsi a una pigra contemplazione che è lo stato d’animo più comune e una delle peggiori miserie. La grande scienza e la grande luce quaggiù è l’amore.

La “casa del silenzio”

La “casa di silenzio” dove vi hanno presentato San Paolo, Sant’Agostino e l’imitazione e tanti altri, e dove Colui che è la verità immutabile e la bellezza stessa! Ecco a cosa dobbiamo arrivare per non perdere l’equilibrio quando ci vengono chiesti certi sacrifici… o semplicemente quando il movimento delle cose ci prende e ci toglie tutto ciò che amiamo. La sofferenza che provi è buona in questo momento. Lei è l’artiglio di Dio su un’anima. Lo segna per un destino che le ore più belle, e la conversazione più dolce, e i pensieri più alti… e i castagni più solenni nel luogo più ricordato 1 non possono soddisfare. Questo artiglio, lo conosci bene. Sei segnato. Benedici il buon Dio e lascialo fare.

Il tuo desiderio è una scintilla del Suo Desiderio

Non temere affatto: il Signore che ha posto nel tuo cuore l’infinito desiderio di cui mi parli non ti abbandonerà mai. Lui stesso desidera infinitamente soddisfarlo. Il tuo desiderio è solo una sua scintilla: è il dono essenziale di Dio alle nostre anime. Più un’anima ne soffre, più ha ricevuto questo dono, più è grande e amata. I nostri desideri ci misurano e siamo praticamente ciò che desideriamo. Ovviamente questi desideri sono solo germi; il Signore li ha gettati nella terra delle nostre anime perché si sviluppassero. Ma il suo amore che ha dato desiderio dà anche sviluppo. Basta che trovi in noi la buona volontà. La buona volontà è un buon terreno… e tu ce l’hai. Dio farà il resto.

I tre tipi d’amore

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In questo articolo ecco per voi un testo di un certosino, che ci illustra con semplicità tre tipi d’amore. Leggiamo e meditiamo amici!

Ci resta l’ultima delle virtù teologali, la più grande secondo San Paolo, la carità, l’amore. Lei esercita in tre registri: l’amore per il Signore, l’amore per quello accanto, l’amore verso noi stessi. Questi tre amori non sono uguali ma crescono sulla stessa radice: tutti e tre insieme sono l’immagine dell’amore eterno che unisce il Padre e il Figlio nello Spirito. È lo stesso Spirito che ci è stato dato in Pentecoste che ci permette di amare come amano il Padre e il Figlio.

Questo amore divino ha ovviamente punti in comune con l’amore umano che è un riflesso di Dio nei nostri cuori perché Dio è amore. Qualunque amore vero, qualunque siano i suoi limiti, ci rimanda a Dio anche se spesso lo fa in modo lontano. Ma l’amore divino che ci interessa qui, ancor più della fede e della speranza, è un dono nuovo, uscito direttamente dal cuore di Dio. Non è una tecnica nonostante dobbiamo impararla passo dopo passo per introdurla nella nostra vita reale. Non è una tecnica, è lo stesso impeto che vivono le persone divine e di cui partecipiamo per poter vivere a loro immagine.

La realtà dell’amore in te si riconosce dalla qualità dello sguardo che rivolgi ad una persona; cioè, se non sei capace di condannarla, di non rispettarla, di non ammirarla, vivrai in totale povertà davanti a lei senza trattenere nulla di ciò che puoi. Allo stesso tempo, aspiri a ricevere lo stesso da parte sua non come un diritto che potresti esigere ma come un adempimento del tuo amore.

Non bisogna confondere l’amore teologico con i grandi impulsi passionali che risvegliano gli strati del fondo del cuore o della nostra sensibilità. Non si oppongono necessariamente al vero amore, ma si trovano su un altro livello. La vera carità non finisce in questo mondo o nell’altro. Le grandi passioni assomigliano alle onde del mare, violente, a volte potenti ma mutevoli e che possono dare spazio alla tranquillità assoluta.

Sembra insegnarci l’esperienza che l’amore più difficile da sviluppare nel nostro cuore e soprattutto all’inizio, è l’amore per noi stessi che non ha nulla a che fare con l’egoismo, l’amor proprio o il ripiegamento su se stessi. È un dono dell’Onnipotente che ci arriva perché siamo suoi figli: qualunque siano le miserie che possiamo scoprire in noi stessi quasi non contano accanto a questa divinizzazione. Questo non può che suscitare la nostra ammirazione, gioia, rispetto e amore, nella luce e nella trasparenza. Non smettere mai di prenderti cura di questo amore in te, perché se fosse troppo carente, tutta la comunione con Dio ne soffrirebbe.

Bisogna rileggere il discorso di Gesù nell’ultima cena e la prima lettera di San Giovanni se vogliamo ascoltare ciò che il cuore di Dio ci dice sull’amore per gli altri. Tutti abbiamo la possibilità di praticarlo nella vita quotidiana ma dobbiamo svilupparlo e approfondirlo senza sosta nella preghiera aprendo sempre più il nostro cuore a quello del Padre e del Figlio.

Parlando dell’amore per Dio, arriviamo all’unico fine di queste pagine. Una fine di cui abbiamo ricevuto sin dall’inizio della vita spirituale, ma che non potremo portare alla sua pienezza prima della seconda venuta del Signore quando, nel corpo e nell’anima, nella comunione di tutti i santi, vedremo Dio che ci sarà consegnato e saremo capaci di accoglierlo.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 34b)

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CAPITOLO 34b

L’elezione della priora

14 Terminata la votazione, il primo confermatore conta le schede e le apre. La futura priora deve ottenere più della metà dei voti espressi, cioè dopo aver sottratto i voti nulli e gli astenuti. Se nessuno soddisfa questa condizione, i confermatori pronunceranno i nomi di coloro che hanno ottenuto voti e il numero di voti ottenuti da ciascuno. Le schede vengono quindi bruciate sul posto e si procede a una nuova votazione. (St 38,14)
15 Se dopo il terzo scrutinio non risulta eletto, si può tenere nello stesso giorno un quarto e ultimo scrutinio. Prima di questo, gli elettori potranno conferire fuori del Capitolo, ma non dovranno parlare con nessun altro. Se alla fine nessuno sarà eletto, si farà ricorso al Reverendo Padre che poi esaminerà la cosa con i Visitatori, per provvedere alle necessità della casa. (St 38,15)
16 Se c’è un prescelto, il primo confermatore annuncia ad alta voce: Abbiamo una priora; indica il suo nome, la sua casa di professione, la sua carica se ne ha una e il numero di voti che ha ottenuto. Tutte le schede vengono poi bruciate. (St 38,16)
17 Appena proclamato pubblicamente il nome della priora, la sottopriora, a meno che non sia stata eletta priora, chiede ai confermatori di procedere alla conferma dell’eletta. Questi stabiliranno un termine per opporsi alla forma dell’elezione o alla persona dell’eletto, uno o due giorni. (St 38,17)
21 Se i confermatori non troveranno impedimento, convocheranno al capitolo tutti gli elettori, e solo loro, mentre le altre suore andranno in chiesa. Gli eletti saranno confermati dalla voce del primo confermatore, in questi termini: Noi tal dei tali, umili priori di tale o tale casa, deputati dal Capitolo Generale (o dal Reverendo Padre di Chartreuse) a presiedere alla vostra elezione, confermiamo, per l’autorità degli Statuti, la sorella tale e tale, professa di tale e tale casa, priora della vostra casa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E la comunità risponderà: Amen. Se uno dei confermanti fosse impedito, l’altro farebbe da solo la conferma. Dopo questo atto, il secondo confermatore leggerà il verbale delle elezioni, che sarà firmato dai confermatori, poi da tutti i votanti. (St 38,21)
25 Il giorno dell’entrata in carica della priora, all’ora stabilita, la sottopriora e l’antiquior, tenendo per la cuculla la nuova priora ai lati, la conducono in chiesa e la conducono al suo stallo; tutti seguono e pregano per un momento in ginocchio, rivolti all’unisono. Poi tutti tornano al capitolo dove la confermataria principale (o la sottopriora) rivolge alcune parole alla nuova priora. Poi si avvicina la sottopriora, si inginocchia e pone le mani giunte in quelle della priora che le chiede: Prometti obbedienza? La sottopriora risponde: Sì, lo prometto; e dopo aver scambiato il bacio di pace con la priora, si alza e torna al suo posto. Lo stesso fanno l’antiquior e le altre monache, secondo il loro grado. (St 38,25)
26 Se la nuova priora non è stata eletta dalla comunità, ma è stata nominata dal Capitolo generale o dal Priore di Certosa, nel giorno stabilito, la sottopriora o l’antiquior leggerà la lettera di nomina al capitolo. Il proseguimento della cerimonia sarà come sopra indicato, n° 25.
27 Tutto questo giorno è dedicato alla gioia; si consuma il pasto in refettorio (48,10) dopo aver cantato la sesta in chiesa, e non si digiuna, a meno che non sia un giorno in cui il digiuno non sarebbe interrotto nemmeno da una solennità. (St 38,26)

Silenzio certosino 1

Silence c

Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell’eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza.

“Lettera di S. Bruno a Raoul le Verd”

IL SILENZIO DELLA PREGHIERA E DELLA VERITÀ

Silenzio, parola, amore

La solitudine e il silenzio sono ospiti dell’anima. L’anima che le possiede le porta ovunque con sé. Chi ne è privo non può trovarli da nessuna parte. Per tornare al silenzio non basta fermare il movimento delle proprie labbra e il movimento dei propri pensieri. Questo è solo tacere. Tacere è una condizione di silenzio, ma non è silenzio. Il silenzio è una parola, il silenzio è un pensiero. È una parola e un pensiero in cui si concentrano tutte le parole e tutti i pensieri. È quindi il risultato di questa concentrazione; è il termine del ricordo, ed è anche il suo principio, poiché principio e fine corrispondono sempre. Il silenzio è un amore che comanda questa concentrazione: amor est congregativus; è l’amore di questa unica parola e pensiero attorno a cui si raccolgono tutti gli altri. Ma per essere amati, questo pensiero e questa parola devono precedere, essere conosciuti dal silenzio che li ama. Il silenzio precede quindi la parola e l’amore. Il silenzio è essere. La parola è la conoscenza o la visione che ha di se stesso. L’amore è il rientro della parola nel silenzio (o nell’essere), o meglio è l’unione (bacio, abbraccio, dono reciproco) della parola nel silenzio. Il silenzio parla o si dona. La parola risponde o si dà. L’essere interamente dato alla parola, e interamente restituito o recuperato dalla parola, è l’essere completo. Il silenzio è dunque la parola del silenzio che si dona per amore al silenzio. Silenzio! Parola! Amore! È pieno! Ego sum qui sum.

La grazia di trovarci invece di fuggirci

Con noi le parole che non diciamo diventano preghiere. Questa è la nostra forza e possiamo solo fare del bene con questo grande mezzo del silenzio. Parliamo con Dio di quelli con cui non parliamo. Dobbiamo chiedere a Dio la grazia di trovarci invece di scappare da noi. Ritrovarsi, fuggire, sono solo formule. Questo è ciò che intendono e in quale verità più profonda di loro sono d’accordo. Dentro di noi c’è l’oggetto delle nostre aspirazioni. È davvero lì; È presente in modo personale e vivido; È lì come un fratello, un amico, un padre. Ad essa si dona intimamente e continuamente. Lui è il nostro vero essere, la parte di noi stessi che non si lascia trascinare in ogni momento dallo scorrere delle cose, quella che è immutabile ed eterna. Trovare se stessi è trovarlo in se stessi. Questa scoperta è opera della fede amorosa. Le anime che amano hanno un certo modo di credere che le fa uscire da se stesse ed entrare nell’oggetto del loro credere. Essi comprendono questa parola del Vangelo: “Se uno mi ama, osserva i miei comandamenti. lui e stabiliamo in lui la nostra dimora”. È qui che dobbiamo fuggire e dove dobbiamo ritrovarci: nella dimora della nostra anima dove risiede Dio. E quando avremo trovato questo Dio dentro di noi, quando lo avremo reso il compagno amato dei nostri giorni e delle nostre ore, non troveremo più la vita così pesante e la compagnia dei nostri simili così noiosa. In loro, come in noi, vedremo e ameremo Colui che è la loro vera fonte di bellezza. Questa vita interiore ci permetterà anche di fare del bene intorno a noi. È lei che manca a chi non ha fede. Mancano di amore e di unione con Colui che solo può riempire il vuoto nei loro cuori e dare loro la perfezione che sogniamo. La perfezione è l’opera intima dell’amore che si comunica. La perfezione quotidiana è ciò che fa ogni giorno. È solo relativo e imperfetto. Ma lo sforzo costantemente ripetuto un giorno lo rende assoluto e perfetto.

Le grandi forze della vita

Lascia che la vita, il tempo, tutto questo grande movimento delle cose che è più forte di noi e che il buon Dio sa usare così bene per riportarci quando è necessario come è necessario. Calma, silenzio, soprattutto preghiera, queste sono le grandi forze della vita. Il discorso viene solo dopo, e molto più tardi.

Un video della certosa della Defension a Jerez

Cartusia Defension

Nell’articolo di oggi, voglio offrirvi una vera chicca che giunge dal passato, inviatami da un lettore. Trattasi di un documentario della tv spagnola “Onda Tv” di Jerez de la Frontera, prodotto nel 1991 dal titolo “La profunda vida de los cartujos“. Il video fu girato all’interno della certosa della Defension della città di Jerez, laddove vi è stata una comunità monastica certosina fino al 2001, anno in cui il Capitolo Generale decise di chiuderla. E’ stato realizzato, ovviamente, in lingua spagnola, e dopo aver fatto una introduzione al complesso monastico circa la sua fondazione e la sua storia scorreranno rare immagini della cospicua comunità certosina dell’epoca, che contava una ventina di confratelli. Essi ci mostreranno la loro vita quotidiana, attraverso una presentazione dei vari ambienti monastici, a cominciare dalla cella. Ascoltermo la mirabile esecuzione del canto gregoriano, a cui farà seguito una spiegazione del funzionamento della “tabula hebdomadaria“. A seguire una carrellata delle varie attività svolte dai Fratelli conversi che contribuiscono al sostentamento ed alla funzionalità della certosa. Vedremo l’ebanista, il fabbro ed i fratelli dediti alla coltura delle arance. Vi saranno anche immagini dello spaziamento e per finire una preziosa intervista al compianto Dom Gerardo Marìa Posada, Priore dell’epoca, di cui vi ho già parlato in precedenti articoli, che con voce pacata ci spiega alcuni aneddoti sulle certose.

A voi la visione di questo breve, ma prezioso video.