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  • I.F.S.B.

Una lettera di Niccolò Albergati ai certosini inglesi.

busto del beato Niccolò Albergati

busto del beato Niccolò Albergati

Nell’ articolo di oggi, vi propongo il testo di una lettera scritta dal certosino Niccolò Albergati, con pia umiltà, ai suoi confratelli della certosa inglese di Sheen.

Il re d’Inghilterra, Enrico V, desideroso di avere nel suo stato una certosa, attribuì abusivamente alla fondazione di questa i beni dell’abbazia benedettina di S. Ebrulfo. Di qui le proteste dei benedettini. Questi, richiesero un intervento, dell’Albergati, il quale non esitò a riconoscere il diritto dei benedettini e sancì l’obbligo da parte dei certosini della restituzione dei beni appartenenti all’abbazia di S. Ebrulfo. Di seguito, la lettera inviata nel 1427 ai suoi confratelli inglesi, per sanare il contenzioso.

 

Lettera del 31 maggio 1427 ai certosini inglesi

Eterna salute e pace! Venerabili e religiosi Padri, sono stato indotto a scrivervi la presente lettera da vera e grandissima carità, che mi obbliga giustamente nei vostri confronti, a motivo della religiosità del vostro santo Ordine, in cui pure noi imparammo da Dio a militare. Infatti, Padri carissimi, è proprio della carità fraterna il compito di prestarsi vicendevolmente dei consigli, specialmente per la mutua salvezza delle anime. Intendiamo dire, venerabili Padri, che il nostro intervento riguarda l’affare di cui ci giunse notizia poco tempo fa. Il R. P. abate del monastero di S. Ebrulfo in Normandia, della diocesi dei Lessovii, venne alla Curia di Roma per rivendicare i diritti del suo monastero, mediante vie legali.

Dopo aver ascoltato la relazione dei fatti, ci è sembrato che voi, Padri, occupiate abusivamente (quelle terre), anche se possedete la testimonianza di documenti pubblici. E poiché l’abate cercava un difensore per la sua causa, ricevette il patrocinio dal reverendissimo Padre in Cristo e mio signore, il signor cardinale Piacentino, e ora si fa forza del suo consiglio e della sua difesa. Ora per questo il suddetto signor cardinale, per il rispetto e la devozione che nutre verso il vostro santo Ordine, decise di affidare a me questa faccenda, e per la stessa buona reputazione dell’Ordine volle che quanto prima scrivessi a voi Padri, per esortarvi a consegnare al suddetto R. P. abate, senza contese e senza liti, i beni del suo monastero, che a noi sembra teniate ingiustamente, anche se li possedete con l’autorità del re e vengono difesi in modo quasi militare.

È assai indegno, venerabili Padri, che si commetta una colpa tanto grave da uomini di un Ordine così perfetto, i quali non temono di arricchirsi a danno degli altri. Mentre cuori onesti temono che vi sia colpa anche quando colpa non c’è, quanto più dovranno temere là dove in realtà c’è?

Dunque, venerabili Padri, vi esorto e vi supplico nel Signore Gesù Cristo, con tutta la carità che posso, perché in una cosa così delicata provvediate con rettitudine per voi e per i posteri; e non cerchiate, col pretesto di pietà e di culto divino, di ritenere lecito ciò che è proibito da ogni diritto. Non vi ho scritto questo per interesse; se però avessi mancato nel mio modo di parlare, chiedo scusa. E vi supplico di pregare per me, ottimi Padri, che saluto nel Signore.

Un ricordo per la giornata della memoria

Cattura

Cari amici lettori, domani ricorre il “Giorno della Memoria”, è una commemorazione internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per ricordare le vittime dell’Olocausto.

Da questo blog, spesso vi ho parlato della strage di Farneta, che coinvolse la comunità monastica certosina vittima della violenza nazista. Già nel 2010, provai ad evitare l’oblio di questa triste storia con uno specifico articolo, che ha avuto nel 2014 una nuova eco. Ciò avvenne grazie alla pubblicazione di un libro, che ha ricevuto un notevole successo, del giornalista e vaticanista Luigi Accattoli. Oggi vi propongo un video nel quale proprio Accattoli ci spiega con parole semplici, quanto avvenne in quei tristi giorni che insanguinarono le bianche vesti dei martiri certosini.

MARTIRI

Per non dimenticare, riviviamo insieme e facciamoci carico di divulgare e tramandare quei tragici fatti, affinchè non accadano mai più.

A voi il gradevole video.

 

Certosini al voto

25 voto 0

Per l’articolo di oggi ho scelto una curiosità. Come sappiamo una delle certose attive è quella di Pleterije, situata nel comune di Šentjernej nella Slovenia sud-orientale. Ebbene undici membri della comunità monastica certosina hanno partecipato alle recenti elezioni amministrative svoltesi lo scorso 18 novembre. Nelle foto possiamo scorgere alcuni certosini intenti a votare, che hanno destato la curiosità degli scrutatori presenti. Da notare che sono anziani ed uno ha anche un bastone, apprezziamo quindi la buona volontà.

Uno di loro ha detto: “la nostra comunità è composta interamente da stranieri, ma ciononostante intendiamo partecipare alle elezioni esprimendoci con il voto per dare il nostro contributo”.

Vi lascio alle immagini….

25 voto 1

25 voto 2

25certosino che vota

Non è la prima volta che vengono scorti monaci certosini ad espletare la funzione del voto politico. Nel 2007, a Valencia il 27 mayo, come ci mostrano le immagini di un video della EFE TV, I monaci certosini si recarono al voto, tra la curiosità degli astanti!

La Grangia di Vigano certosino

Grangia Vigano

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui vi parlerò in questo articolo è quella situata nell’attuale comune lombardo di Gaggiano, ma più precisamente nella frazione denominata Vigano certosino proprio per l’insediamento monastico.

Va premesso che la notizia più antica relativa al borgo di Vigano è del 1118, anno in cui un certo Leopertus de Vigano vende dei beni di quel luogo. Luogo abitato fin da tempi remoti, in pieno Medioevo diviene quindi sede di un piccolo castello. Il 30 giugno del 1400 Gian Galeazzo Visconti, dona alla certosa di Pavia questo insediamento. I monaci lo adibirono a comunità agricola, detta grangia, curando la bonifica di queste fertili terre. La trasformazione da fortilizio in locale casa certosina, dette origine ad un complesso agricolo di notevole razionalità e fascino, organizzato attorno ad un cortile a portici.I certosini, fornirono il villaggio di un muro di cinta, di un’osteria e di una locanda oltre a far costruire la chiesa parrocchiale dei S.S. Eugenio e Maria, a fine XV secolo, con i suoi antichi affreschi.

La grangia di Vigano fu ultimata nell’aprile del 1511 dal pittore Bernardino de Rossi (doc. 1484-1514), commissionata dai monaci della Certosa di Pavia, fu composta da elementi iconografici che risentono dell’estetica certosina. Il ciclo, non sempre di facile ricostruzione, prevedeva in alto, al centro, sopra la grande finestra circolare, il Padre Eterno benedicente, circondato da angeli in volo; più in basso, in cornici coronate dalle sigle “GRA CAR” (Gratiarum Cartusia o Certosa delle Grazie), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata, inseriti in nicchie marmorizzate che simulavano uno sfondamento prospettico. Al di sotto, alla sinistra del portale, comparivano forse Sant’Ugo di Grenoble e a destra Sant’Eugenio vescovo. Sulle paraste, in alto, a sinistra del Padre Eterno, era visibile San Bernardo di Chiaravalle mentre a destra era dipinto, munito di una coscia di mula, il beato Guglielmo Fenoglio. Sopra il portale appariva il medaglione con il profilo del donatore Gian Galeazzo Visconti, infine, ai lati delle paraste, due Santi di ampie proporzioni, identificati anche con San Cristoforo e San Rocco. Oltre a fungere da grangia fu anche adibito a ospizio, trasformando l’antica fortificazione in una dimora per i religiosi vecchi e malati con annesso oratorio. Più precisamente questa trasformazione deve essere avvenuta tra il 1557 e il 1565 quando invece si fa menzione dell’Ospizio adibito dai religiosi a propria residenza e al quale è annessa un’osteria aperta sulla piazza. A questi anni deve risalire anche l’Oratorio dedicato a Sant’Ippolito e i cui affreschi furono eseguiti da Aurelio e Giovan Pietro Luini (due dei quattro figli del più celebre Bernardino, probabilmente ricavato con la ristrutturazione della cappella del Castello menzionata alla fine del ‘400 e nei primi decenni del ‘500. Nel 1769 Maria Teresa d’Austria soppresse tutti gli ordini religiosi e i relativi monasteri compreso la grangia di Viganò. In quell’anno i religiosi presenti erano 29. Nel corso del 1785 e del 1786 i beni del monastero vennero dapprima inventariati e poi messi all’asta pubblica. L’ospizio, le case, l’osteria, le cascine e le terre vennero disperse tra diversi acquirenti. Divenuta proprietà privata, è abitato da un gruppo di famiglie ed è sede di un’associazione (Mambre) , recentemente è stata completamente restaurata. Oggi, se ne ammira l’ingresso dalla attuale Piazza san Brunone. Si scorge sulla facciata esterna, più precisamente nella parte superiore del portone centrale, un affresco che risale al 1700 raffigurante l’apparizione della Vergine col Bambino e due monaci certosini. Nel centro si intravede la certosa di Pavia. L’affresco è sormontato da una targa in cui è inserita l’arma dell’antico ducato di Milano. All’interno dell’edificio v’è un piccolo cortile su cui si affaccia un interessante porticato. Apprezzabili sono un bel locale con due colonne in granito e volte a crociera adibito un tempo a sala capitolare e la cappella (Oratorio di Sant’Ippolito), restaurata nel 2008.
Sulla facciata posteriore della grangia è possibile vedere incise a graffito sul muro le date dei vari rifacimenti. Sopra il portone prospiciente il fossato si vede la data 1692 sovrastante la meridiana  con la scritta GRA CAR.

Le foto ed il breve video che seguono, ci mostrano alcuni scorci interessanti.

 

 

Le certosine che adorano Gesù Bambino

Noel 2

Carissimi amici, in moltissimi mi avete contattato per ricevere informazioni sul dipinto che ho inserito come immagine dell’articolo per il giorno del Santo Natale appena trascorso. Ebbene proverò a fare su di esso un approfondimento. Innanzitutto voglio precisare che l’immagine da me usata è solo una parte dell’intero dipinto, come potrete vedere dalla foto che ho inserito oggi, che lo raffigura per intero.

Questa tela del XVI secolo, di artista ignoto, apparteneva alla certosa femminile di Mont Sainte Marie di Gosnay in Francia, ed oggi è conservato al Museo di Belle Arti di Arras. Premesso ciò, andiamo ad analizzare il dipinto che presenta una scena centrale con la Natività e sedici riquadri laterali che rappresentano dall’alto verso il basso cominciando da sinistra: Adamo ed Eva, il sacrificio di Noè, l’apparizione a Mosè, l’arca dell’alleanza con l’iscrizione «VIRGA AARON», Gedeone e la prova del vello, lo sposalizio della vergine con la scritta «DEPOSIT MARIA MR IESU IOSEPH», l’annunciazione con la scritta «AVE GRACIA DOMINUS», la visitazione con la scritta «UNDE HOC MIHI UT VENIAT MR DNI MEI AD ME», l’apparizione dell’angelo a Giuseppe «IOSEPH FILI DAVID NOLI TIMERE ACCIPERE MARIA COJUGEM TUA MAT, l’apparizione della Vergine ai Profeti, l’apparizione della stella cometa ai re magi, la circoncisione, l’adorazione dei magi, la presentazione al tempio con l’iscrizione «GLORIA IN EXCELSIS DEO», il massacro di Erode, ed infine la fuga in Egitto.

Nella cornice che circonda la Natività sono rappresentati sul lato sinistro San Giovanni e San Marco con il loro rispettivo emblema. Sotto il profeta Isaia. Infine, la rappresentazione della scala di Giacobbe. Sul lato destro, San Matteo e San Luca con i loro rispettivi emblemi. Sotto, il profeta Michea. Finalmente una scena che rappresenta la triplice benedizione di Israele di Balaam.

Ma passiamo alla raffigurazione più intrigante e insolita, che ha attirato la curiosità di voi lettori.

Natività XVI sec.

Ad adorare Gesù Bambino, vi sono anacronisticamente due monache certosine, le quali indossano l’abito della consacrazione, vale a dire la stola, il manipolo e la croce.

Ma chi sono queste due monache? E perchè furono inserite nel dipinto?

Sulla sinistra è stata effigiata Marguerite d’Houchin che entrò nella certosa di Mont Sainte-Marie nel 1504, e fu priora dal 1537 al 1553, morì il 15 settembre 1564. Sulla destra Marie De la Cloye, nata nel 1537, entrò a Mont Sainte-Marie nel 1542 all’età di 15 anni, e morì nel 1512. Sopra la testa di Margueritte leggiamo “Benedictus qui venit in nomine Domini salmo 117” , mentre sopra la testa di marie Marie leggiamo “Dominus enim Deus nos illuminat salmo 117”.

Questo dipinto fu indubbiamente fatto realizzare dalle famiglie di Houchin e De la Cloye per la professione solenne delle loro figlie, ed offerto alla certosa di Gosnay.

Mi associo a quanti hanno trovato questo dipinto molto originale, e spero di essere riuscito a spiegarvelo svelandone la sua storia.

Un aneddoto su Praga

certosino a san vanceslao praga

Con l’articolo di oggi, un pò bizzarro, voglio dare una risposta ad un amico lettore della Repubblica Ceca che mi ha posto recentemente un quesito. L’oggetto della sua curiosità, riguarda una delle figure poste alla base della statua equestre situata in piazza San Venceslao a Praga. Il monumento in statue bronzee, dedicato principalmente al santo protettore della Repubblica Ceca il duca di Boemia Venceslao I, è situato nell’importante piazza omonima del quartiere di Nové Město a Praga.

La statua attuale è del 1912 e insieme al principale santo patrono a cavallo ci sono, più in basso sui quattro lati gli altrettanti patroni della Repubblica Ceca

(Santa Ludmilla e San Procopio davanti, S. Adalberto e SantAgnese dietro).

Sullo zoccolo si possono leggere delle parole che i cechi hanno sempre invocato nei momenti di difficoltà:“San Venceslao, duca di terre ceche, nostro principe, Non permettere il nostro perire e quello dei nostri figli”.

Fin qui la descrizione di questo importante monumento nazionale, ma quale è il dilemma del nostro amico lettore ceco?

Ebbene, una delle due figure poste anteriormente, esattamente quella raffigurante San Procopio di Sázava è stata scolpita vestita con l’abito certosino!

Ma che nesso c’è tra questo patrono ceco, abate boemo e fondatore di un abbazia nel IX secolo?

Nessuno….è la risposta.

L’unico “collegamento” plausibile è che anch’egli ha condotto una vita eremitica, ma oggettivamente un po pochino per giustificare l’abito certosino. L’amico che mi ha contattato per dissipare i suoi dubbi, aveva ritenuto che l’autore della statua, avesse voluto ricordare la persecuzione subita dai certosini di Praga, con la successiva distruzione della certosa di Mariengarten.

Dopo una ricerca storica credo di poter affermare che trattasi di un errore grossolano, commesso dall’autore della statua, che rappresenta una curiosità sulla quale è stato interessante approfondire ogni aspetto. Se ci fosse qualcuno tra voi che ha una spiegazione diversa, suffragata da elementi storici, non esiti a contattarmi e comunicarmelo. 

certosino piazza san venceslao praga

Fratello Giorgio Vedrina

Fratello Giorgio Vedrina

Professo della certosa di Bologna

Fratello in cucina

Ancora una narrazione di vite esemplari di fratelli certosini, stavolta di un giovane italiano.

Originario di Reggio, un paese della Emilia Romagna, Giorgio Vedrina ha lavorato a lungo come muratore nella certosa di Bologna. Di solito in contatto con i buoni fratelli, di cui era in grado di osservare i più piccoli movimenti, cominciò a riflettere. Considerando da un lato, i vantaggi della vita del chiostro, e altri pericoli che si corrono senza numero nella virtù nel mondo, ha dunque deciso di chiedere al Padre Priore di poter diventare fratello converso. Questi, totalmente felice di questa conquista della grazia, lo accolse a braccia aperte. L’atteggiamento, finora solido e così cristiano, dell’aspirante era, indubbiamente, indicativo di una vocazione più nobile. Dopo aver passato le prove del noviziato, emise la professione il 26 luglio 1594. Gli fu affidata l’obbedienza della cucina, dove aveva fatto il suo debutto come aiutante, durante il suo postulato. Pieno di auto-disprezzo, si considerava sinceramente l’ultimo di tutti loro. Riferendosi alla casa paterna, dove prevaleva la più rigorosa frugalità, era considerato un ricco proprietario, ospitato come un principe, felice come un re. Pieno di rispetto per i superiori, corrispondeva ai suoi ordini con scrupolosa precisione. Con una parola da parte loro, si sarebbe gettato a capofitto nel fuoco o nell’acqua. Con un balzo, l’uomo santo era giunto all’obbedienza nel terzo grado. L’obbedienza che cerca la causa di un ordine è troppo curiosa. Non gli è permesso di avere occhi, se non di capire cosa gli manca. Nel mezzo di questo andirivieni, che causa l’obbedienza della cucina, il caro fratello ha mantenuto il controllo totale di se stesso. Modesto, sempre sorridente, unito visibilmente Dio in ogni cosa e tutto era pieno di attenzione ai suoi subordinati, nascondendo le loro false manovre quando non causato alcun danno alla comunità, scuotendo l’apatia per la sua attività costante, aggiungendo alla loro ordini, o una buona parola, o un pio riflesso, una preghiera giaculatoria: tutto ciò che è giusto per far applicare i principianti al duro lavoro delle mani. Giorgio Vedrina, ha testimoniato la stessa gentilezza con gli operai che lo aiuteranno in seguito nella vigna e nelle fattorie. Aveva il dono di istruirli e costruirli, senza stancarli. Non sapendo leggere o scrivere, gli piaceva sentire la vita dei santi. La sua ricca memoria gli fornì un certo numero di tratti edificanti, con i quali temperò le sue conversazioni con una nota di notevole pietà. Una di queste fattorie era situata a otto miglia dal monastero. Ogni sabato, sia in estate che in inverno, il fratello Giorgio andava, secondo la consuetudine, alla casa alta carica di frutta, uova, formaggio, vino, ecc … La domenica sera scese le loro piccole forniture per l’intera settimana. La sua faccia, splendente di sudore, brillava

la felicità. Dedicarsi al servizio della comunità, dare ai suoi fratelli, aiutare il prossimo, era tutta la sua vita, era tutta la sua felicità. Arrivò il momento in cui l’intrepido lavoratore dovette fermarsi, rovinato dall’età e dalle malattie. La comunità abituata a vederlo trionfare sempre sui suoi malanni, grazie alla sua indomabile energia, non voleva credere in una fine vicina. Lui stesso non pensava di essere così vicino al termine. L’illusione presto non fu più possibile. Non si può fare a meno di ammirare la calma e la forza dell’anima del morente. Nel mezzo dei dolori più acuti, né una lamentela né un movimento di impazienza persino involontaria. Ricevette i sacramenti e rispose alle preghiere con tale unzione, che mormorò l’assistenza alle lacrime. Finalmente, il tredici marzo dell’anno 1628, il servo di Dio entra in questa felice dimora dove il peccato non dimora: dimora della felicità infinita e della pace eterna.