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Il “cardinale della pace” e La Valsainte

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In un precedente articolo, da questo blog, vi ho già parlato del privilegio del cardinale svizzero Charles Journet, che ottenne di essere seppellito nel cimitero della certosa di La Valsainte. Oggi, invece vi parlerò di un altro cardinale che per trentacinque anni è stato sepolto sull’altare maggiore della certosa svizzera.

Ma ciò, come fu possibile?

Proverò ad illustrarvi questa vicenda, che portò il cardinale spagnolo Francisco de Asís Vidal y Barraquer a trovarsi in certosa nel giorno della sua morte.

Egli nacque a Cambrils, a sud di Barcellona il 3 ottobre del 1868. Dopo aver completato gli studi liceali ed in seguito aver conseguito la laurea in giurisprudenza, esercitò la professione forense per qualche tempo, ma nel 1895 decise di entrare in seminario a Barcellona. Ordinato sacerdote il 17 settembre 1899, esercitò il ministero nella curia della sua diocesi. Il 10 novembre del 1913 fu consacrato vescovo titolare di Pentacomia e l’anno successivo nominato amministratore apostolico della diocesi di Solsona. Il 7 maggio del 1919 fu inviato alla sede arcivescovile di Tarragona. Nel concistoro del 7 marzo 1921 Papa Benedetto XV lo elevò al rango di cardinale.

Durante la sua attività, in Spagna vi furono eventi politici che ne determinarono il corso della sua esistenza. Fu dapprima accusato ingiustamente di essere catalanista e quindi avverso alla monarchia, mentre successivamente, allo scoppio della guerra civile nel 1936, conobbe personalmente gli orrori della persecuzione anticlericale. Il 21 luglio 1936 lasciò il suo palazzo arcivescovile e fu trasferito a Poblet, dove fu arrestato due giorni dopo da elementi della FAI (Federazione Anarchica Iberica) e imprigionato a Montblanch, ma riuscì a farsi liberare ed il 30 luglio si imbarcò a Barcellona per l’Italia, passò per Roma e in seguito si stabilì nella Certosa di Farneta, vicino Lucca, dove vi rimase fino al 1939. Trascorse un periodo tra le mura certosine, dedicandosi al silenzio ed alla preghiera, riuscendo a conciliare i suoi impegni.

Il “cardinale della pace”, come era ribattezzato Vidal y Barraquer si rese protagonista di un episodio che lo costrinse a rimanere in esilio per il resto della sua vita terrena. Difatti egli si rifiutò di firmare la lettera collettiva dell’episcopato spagnolo che rappresentava l’approvazione di una delle due parti in lotta. Il suo atteggiamento pastorale non gli permise di escludere nessun cittadino spagnolo dalla sua attività a favore della pace. Il cardinale addirittura si offrì come ostaggio per evitare gli eccessi dei suoi compatrioti. Per questa sua decisione, il governo del dittatore Francisco Franco si oppose al suo ritorno a Tarragona, una volta terminata la guerra. E’ singolare che nonostante la lontananza forzata dalla sua diocesi, Papa Pio XII non chiese mai le sue dimissioni, tenendolo sempre a capo dell’arcidiocesi. Si narra che gli inverni li trascorreva a Farneta, mentre nel periodo estivo si recava alla certosa svizzera di La Valsainte. A causa delle turbolenze della guerra mondiale, decise di rimanere nella certosa elvetica ritenuta più sicura poichè sita in territorio neutrale.

Lunedì 13 settembre del 1943, all’età di 74 anni il cardinale Francisco de Asís Vidal y Barraquer, morì in esilio.

Cardinale Vidal

La cerimonia funebre fu caratterizzata da una solenne semplicità, il Padre Priore Dom Nicolas Barras e tutta la comunità certosina di La Valsainte si strinsero al feretro da loro composto, alla presenza di pochissimi amici, tra cui monsignor Charles Journet. Successivamente le spoglie mortali del cardinale furono sistemate sull’altare maggiore della chiesa della certosa, dove rimasero per trentacinque anni. Difatti, nel suo testamento egli espresse il desiderio che le sue spoglie potessero essere trasferite un giorno nella cattedrale di Tarragona, e sepolte vicino alla tomba del suo vescovo ausiliare, Manuel Borrás. Queste volontà testamentarie furono finalmente esaudite il 13 maggio del 1978.
Questa storia che vi ho voluto narrare fa luce su un personaggio dedito alla pace che visse in un periodo tormentato da violenze e persecuzioni, e che trovò ospitalità presso i certosini.

altare dove riposavano i resti

Oggi a La Valsainte vi è una targa che ricorda quella particolare sepoltura con l’iscrizione: “Ho amato la giustizia e ho detestato l’iniquità; ecco perché muoio in esilio. 13 settembre 1943 “. D’altronde va ricordato che il motto episcopale del cardinale Vidal era: diligite alterutrum” (“amatevi l’un l’altro”).

1

Un indimenticabile anniversario

certosa antica cartolina

Cari amici, oggi ricorre l’anniversario della traslazione delle reliquie del nostro amato San Bruno, dalla chiesa Matrice di Serra alla Certosa avvenuta il 30 maggio 1857.

Dopo il terremoto del 1783 vi fu  un fallito tentativo di ripristino della Certosa nel periodo 1840-1844, la comunità certosina si era poi finalmente nuovamente insediata nel complesso monastico di Serra il 4 ottobre del 1856. Il successivo 30 maggio, le reliquie di San Bruno, conservate dopo il sisma nella Chiesa Matrice, rientrarono solennemente nella Certosa.

Attraverso il testo di un documento ex manuscripto trovato negli archivi della certosa di Trisulti, vi riporterò fedelmente quanto avvenne.

Documento 6

Traslazione reliquie di San Bruno 1857

ex Manuscripto Trisulti

Il giorno 30 maggio in Serra 1857 La storia dei nostri giorni, la quale registra tanti e si svariati avvenimenti, onde raccomandarli alla memoria dei posteri, non deve passar sotto silenzio, una cronica religiosa, i di cui fatti accaduti nel giorno 30 Maggio in una città della Calabria offrono senza dubbio un vero interesse per coloro che in tanto smarrimento di uomini e cose, prendono di mira segnatamente i gloriosi progressi della Santa Religione nostra. Quel giorno festa civile di tutto il popolo delle due Sicilie per l’onomastica solennità del più magnanimo e munificente dei Monarchi il glorioso Ferdinando II, fu doppiamente festività per i cittadini di Serra, per la ricorrenza della solenne traslazione delle Reliquie del loro principale patrono S. Brunone, nell’antica e tanto celebrata Certosa dei Santi Stefano e Bruno del bosco, testé ripristinata dell’inesauribile pietà del nostro Sovrano. Erano scorsi 90 anni da che le sacre ossa di quel gloriosissimo Eroe del Cristianesimo fondatore dell’illustre Ordine monastico dei Certosini, non formavano più il sacro deposito in quel venerando Santuario, eretto vivendo il Santo, or sono otto secoli da Ruggiero il Normanno, prima conte di Sicilia e di Calabria. L’ire sacrileghe della straniera invasione, l’avevano scacciate dalla loro sede, che restò vedova dei suoi abitatori; ed abbandonata al furore del saccheggio e delle rapine. I Serresi raccolsero in Ospizio il simulacro del Santo, coll’urna delle sue reliquie, e ne difesero con ingegnose premure il possesso contro gli attentati di una genía depredatrice. Ripristinata la Certosa con Reale rescritto del 22 giugno 1856, mercé l’infaticabile sollecitudine del tanto benemerito Padre Priore D. Vittore Felicissimo Francesco Nabantino. Questi solerte sempre più nel volere conseguire la sua santa impresa, dopo di aver preso possesso della casa nel dì 4 ottobre ultimo, sotto gli auspici di S.M.R. Duca di Calabria Principe Ereditario, rivolse tutte le sue cure a ripristinare in mezzo ai ruderi della Certosa delle abitazioni per prendervi stanza la famiglia certosina; ed edificare insieme una cappella ove potessero essere collocate decentemente le Sacre Reliquie del Santo Patriarca. Nessun altro giorno potea esser prescelto per la solenne cerimonia della traslazione delle Reliquie, che il giorno onomastico dell’augusto e pio Monarca, il quale mercé il suo provvido decreto della ripristinazione della Certosa, restituiva nella sua vetusta e gloriosa dimora, l’Esule illustre che era stato bandito in tempi calamitosi. Nulla si è trascurato perché la cerimonia riuscisse degna del Santo al di cui culto era destinata, e per la volontà del giorno in cui doveva celebrarsi. Il fasto e la pompa dei riti religiosi accompagnati dalle manifestazioni di giubilo d’un popolo immenso formavano un concorso di quelle circostanze felici che rappresentano la vera idea di una festa nel più alto senso della parola, in tutto il suo apparato brillante, in tutta la corrispondenza degli affetti che destano le più care e tenere commozioni del cuore, ed alleviano lo spirito con la seducente prospettiva dei più sublimi pensieri. Alcune copie del programma concernente la festa, sparse per dintorni, incitavano gran numero di forestieri ad assistervi, e nel mattino del giorno memorando le piazze e le strade di Serra riboccavano di una folla innumerevole di devoti, tra cui molti infermi venuti appositamente ad acquistare la guarigione. Accresceva la pompa della festa la presenza di Monsignor Vescovo di Squillace l’illustre fu Concezio Pasquini, il quale non dissimile di quel suo antico predecessore, tanto largo di riverenza e di affetto verso S. Brunone mentre viveva lasciò la sua Sede Vescovile, seguito da Reverendi Canonici, e da numeroso clero, per compiere anch’esso un tributo della sua speciale ed ereditata venerazione per il Santo Anacoreta, con quella esuberanza di cuore che tanto caratterizza il Venerando prelato. Altri distinti personaggi e soprattutto gli ufficiali della Colonia Militare di Mongiana, con alla testa l’egregio Comandante Tenente Colonnello Cav. Raffaele Malograni, accompagnato dalle Reali truppe di presidio di quel Opificio metallurgico vollero anch’essi decorare la festa con la loro dignitosa presenza e nello sfarzo delle splendide divise, far palese il comune entusiasmo di sentimenti religiosi e civili, così potentemente ispirati dalla nobile circostanza. Dopo un solenne triduo celebrato con luminarie per tutta la città con sparo di mortaletti, concerti musicali e suoni prolungati di campane, spuntava l’alba di quel giorno salutata da Salve, dall’acclamazioni e dalle grida di plausa di un popolo immenso che riempiva la navata della Chiesa Madre, già sontuosamente addobbata e risplendente di mille ceri accesi in bella mostra dinanzi al simulacro del Santo, con l’urna delle Reliquie adorna di rabeschi ricamati in oro e di ghirlande come ancora dinanzi all’augusta effige del Re esposta tra ricchi fregi e festoni. Non tardava a sopraggiungere Monsignor Vescovo in compagnia della famiglia certosina, di numeroso clero e di tutte le autorità amministrative, giudiziarie e militari, che presero luogo nei posti appositamente preparati. Tosto la cerimonia incomincia. La Messa pontificata dal Vescovo, con accompagnamento di canto e di concerti musicali e immediatamente seguita da un’orazione panegirica pronunziata dal molto R.do P.dre F. Geremia da Rocca Scalogna. Quest’orazione ricca di tutti i pregi della Sacra eloquenza e profondamente sublime in quel valentissimo Oratore, e molto più toccante per le peculiari circostanze di cui era scopo, destava un entusiasmo indicibile nell’uditorio che non tardò a manifestarla armonizzando ad una voce le note di un solenne Te Deum cantato con tutta la religiosa esultanza dai tanti cuori intimamente commossi dai più vivi sensi di amore e di gratitudine. Già si apprestava l’istante della Processione che era disposta in questo modo. Un plotone di soldati doveva aprire la marcia, dietro a cui venivano a lunga e doppia fila le tre Confraternite della città con i loro stendardi spiegati e vestiti in abito da cerimonia, e con ceri accesi in mano. In seguito gli Ufficiali di Mongiana in uniforme, quindi una banda musicale dietro di cui seguivano il Clero con la Croce inalberata, vestiti dei più ricchi paramenti sacri, in compagnia di Monsignor Vescovo in abiti pontificali. Immediatamente l’urna delle Reliquie sostenuta dai PP. Certosini sotto ricco baldacchino portato da quattro decurioni, e fiancheggiato da doppia fila di soldati, seguiva pure la statua in argento di S. Bruno sostenuta da fratelli Certosini. Procedeva dietro alla statua il Padre Priore D. Vittore Nabantino vestito con la cocolla ecclesiastica, portando egli in mano una Reliquia di S. Stefano, ed un’altra di S. Brunone, incastonata in ricca teca d’argento. Dopo di lui le Autorità Amministrative e giudiziarie ed altre distinte persone, e quindi un’altra banda musicale ed un plotone di Gendarmi e di soldati chiudevano la marcia. Un popolo immenso accompagnava il corteo. Le prolungate salve dei mortaletti, le campane suonanti a distesa, i concerti musicali annunziavano il momento in cui il Santo abbandonava il suo domicilio provvisorio, ritornava nella pompa del trionfo nella sua casa prediletta e santificata delle sue virtù: risuonavano i canti religiosi, ed il corteo incominciava a procedere in mezzo alle vie stipate di gente, adorne di archi trionfali, e con le pareti delle case fiancheggianti adorne anch’esse di fiocchi di seta e di rabeschi di diversi colori ed iscrizioni allusive alla circostanza. Già il simulacro del Santo appariva fuori il vestibolo del tempio. Fu un istante in cui la folla alla vista del Santo trasportato dai figli suoi esultanti di tanta gioia per aver avuta la sorte avventurosa di sostenere quel caro peso cessò dai suoi canti per dare sfogo ad un irresistibile sentimento di tenerezza che costringeva a versare stille di dolce pianto. Era quello uno spettacolo sublime, la Religione nostra solamente poteva effettuarlo! Un temuto incidente interruppe la cerimonia, la pioggia incominciò a cadere a rovescio ed ostinatamente durava fin dopo le tre p.m. Ma la folla non si era dispersa per questo, quantunque fu fatta arrestare la processione. Nel frattempo che si stava aspettando che la pioggia cessava, ebbero luogo trattenimenti, furono tirati a sorte diversi maritaggi per povere donzelle e fatte copiose largizioni ai poveri ed ai carcerati. Finalmente parve che le nubi si diradassero e la processione si pose in marcia. Dopo poco giunse alle mura della Certosa, ed era uno spettacolo meraviglioso ed importante il contemplare quella calca di popolo immenso che copriva il lungo viale che da Serra mena al Cenobio. Altre salve ed appositi concerti in musica salutavano l’arrivo e l’ingresso del Santo nella sua propria casa, la quale sebbene coperta di rovine e frantumi, pure sembrava sorridere alla presenza del Santo Patriarca il di cui simulacro attraversava i chiostri e le volte infrante, quasi che presentasse l’influenza benefica di un più felice destino per il ritorno del suo fondatore le cui gloriose Reliquie sono novellamente il palladio di quella solitudine. Un ultimo salve ed il canto di un altro Te Deum annunciava che S. Brunone prendeva possesso della sua Certosa, e che la sua urna veniva collocata nel luogo destinato per il suo deposito. Era compiuta la cerimonia, ma la folla non si dissipava ancora, si voleva vedere un’altra volta le venerate sembianze del Santo Protettore. Il Padre Priore Nabantino commosso nel più profondo del cuore, cercò di soddisfare subito questo desiderio mostrando il simulacro del Santo dall’alto di una loggia ed aggiungendo la benedizione con la Reliquia. Questa benedizione fu accolta da tutti genuflessi tra lacrime di gioia e di tenerezza e grida fragorose di plausa in onore del Santo e dell’augusto Monarca, e queste grida festive risuonavano lungamente intorno, accresciute dall’eco delle rovine e dei silenzi delle selve circostanti. Il giorno terminava infine con una solenne Accademia poetica tenuta in un vasto salone all’uopo apparecchiato con l’intervento di nobili e con molte persone che tributarono ben meritati applausi di lodi a quella eletta schiera di giovani che caldi di generosi sentimenti fecero pompa con le loro ispirate poesie di quel nobile entusiasmo di cui riboccavano i loro cuori nella solennità di un giorno sacro al trionfo di S. Brunone ed al nome glorioso dell’immortale Ferdinando II. Oh qual giorno sarà scritto in bianca pietra dai cittadini di Serra ed incancellabilmente stampato sul frontespizio del libro dei fasti della ripristinata Certosa dei Santi, di quel Santuario che è tuttora il primo monumento religioso della Calabria.

Il Canonico Don Bruno M. Tedeschi

di Serra in Calabria alla Certosa di S. Stefano e Bruno del bosco

30 ottobre 1857

Le ricette dei certosini (1)

ricettario cartusia

Cari amici, come vi avevo annunciato, in un precedente articolo, ecco per voi le prime tre ricette, scelte per voi da un antico ricettario certosino.

Consideriamo sempre che il pranzo, solitario o comunitario nei giorni festivi, è vissuto dai monaci certosini come un vero e proprio momento liturgico.

«Io consumo il mio pasto molto lentamente. Mangiare non è solo una necessità fisiologica. Nutrirsi è anche un atto quasi liturgico. E’ il momento consacrato alla cura del corpo che è tempio dello Spirito Santo. Personalmente dedico a questo momento tutto il tempo necessario, gusto il cibo fino in fondo nella piena coscienza che nutrirsi nella gratitudine è un atto eucaristico direttamente collegato al cibo spirituale che si assume nella celebrazione della messa.» Un certosino

Zuppa di riso con cipolla

Ingredienti:

Una cipolla
50 gr di burro
1 Cucchiaio di farina o amido di mais
1 Cucchiaino di Sale
1 Pizzico di Pepe nero
150 gr di riso
1 litro d’acqua

Svolgimento:

Tritate la cipolla molto finemente e fatela soffriggere nel burro. Prima che imbiondisca aggiungete una manciata di farina o amido di mais che va anche fritto un po’, mescolando con una spatola; aggiungere abbastanza acqua per il brodo; condire con sale e pepe e far bollire.
Dopo che il brodo è passato attraverso il colino, si aggiunge il riso e quando è pronto si toglie e si serve.

Sardine al forno

Ingredienti:

1 Kgr di Sardine

1 cipolla media
100 Gr. pangrattato
1 Rametto di Prezzemolo
6 spicchi d’aglio
1Pizzico di Pepe Bianco
Olio, sale a piacimento


Svolgimento:
Mondate e aprite bene le sardine, eliminando la spina centrale salarle a piacimento. In una ciotola o contenitore singolo, coprire il fondo con un soffritto di cipolla dorata e pangrattato preparato in precedenza; disporre uno strato di sardine; sopra di loro un altro strato, coprirle con lo stesso condimento fino all’ultimo strato. Sopra a quest’ultimo adagiate la cipolla cruda tritata finemente, allo stesso modo il prezzemolo, un po ‘di aglio tritato e un pizzico di pepe bianco; il tutto sarà ricoperto da pangrattato, ben distribuito sopra le sardine; il tutto viene ricoperto con olio o in alternativa fiocchetti di burro, in modo che possa sciogliersi una volta infornato e si rosoli. Sale qb.

Piselli al burro nero (manteca negro)

Ingredienti:

1/2 Kg di piselli
1 Cucchiaio di Burro
1 foglia di Alloro
1 scalogno
2 spicchi di aglio
1 Cucchiaino di Sale
1 pizzico di pepe
1 Cucchiaio di aceto.

Svolgimento:

Cuocere i piselli in acqua bollente salata. Scolateli tutti e ben caldi, metteteli in una padella con un cucchiaio abbondante di burro nero caldo, che deve rosolare un po’, con un cucchiaio di aceto bollito, alloro, aglio e pepe. Servire caldo.

converso in cucina

La “casa rifugio” a Zepperen

Zepperen 1

Oggi vi parlerò della “casa rifugio” a Zepperen, della comunità certosina di Glandier, la quale svolse attività monastica in certosa fino al 1901, anno in cui una nuova legge impose la spoliazione, obbligando così i monaci ad abbandonarla.

Al 1 ° luglio 1901 a Glandier c’erano 37 religiosi, di cui 21 padri e 16 fratelli. Dom Pierre Ligeon, il priore ricevette il 22 agosto un invito dalla Grande Chartreuse per discutere con gli altri priori sulle misure da adottare contro quella odiosa legge.

Fu deciso che la comunità di Glandier doveva trovare un nuovo luogo dove recarsi, al di fuori dei confini francesi. Furono fatti vari tentativi, in Belgio, nei Paesi Bassi, in Spagna ed in Italia. Vano fu anche il tentativo di insediarsi nella antica certosa olandese di Roermond.

Alcune settimane dopo, Dom Albert Courtray, che era stato nominato il 2 novembre 1900. procuratore di Glandier individuò in Belgio, e precisamente in prossimità della cittadina di Sint-Truiden, nella provincia del Limburgo, in Belgio un castello da poter acquistare. Dopo una prima missione esplorativa di due monaci sul luogo, avvenuta il 19 settembre del 1901, fece seguito, poichè sollecitati ad abbandonare la certosa, un primo gruppo di confratelli, composto da Dom Mansuetus Bretoneiche, antiquior e responsabile del gruppo, Dom Auguste Hastraffer, Dom Alexis Sirois, Dom Ephrem Bruneel, Dom Pierre Anthouard e del fratello converso Jacques Marti, il 23 settembre raggiunse Zepperen. Con la partenza di questo primo gruppo terminò l’attività monastica a Le Glandier! Il 25 settembre giunse un nuovo scaglione che comprendeva altri dieci religiosi. Il vicario, Dom Hilaire Legrand, Dom Jean de la Croix Dufaître, Dom Félix Charvot, Dom Jean-Baptiste Lefebvre, Dom Léonce Choquette, Dom Basile Romans, Dom Grégoire Boutiron, Dom Gervais Gatineau, ed i fratelli conversi Georges Nora e Placide Scholastic.

Il giorno successsivo, giovedi 26 settembre un terzo gruppo guidato da Dom Joël Girandier, coadiutore, e composto da Dom Joseph de Cussé, Dom Hilaire Aurit, e dai Fratelli Michel Michel, Julien Lopez, Martin Rougemaître e Bernardin Escot si aggregò a Zepperen.

I fratelli del noviziato, Joseph Casnelnaud, Irénée Petit e Bruno Zurbach, erano stati promessi alla certosa di Montalègre in Spagna, pertanto lasciarono Glandier il 27 settembre in abiti civili.

Rimase l’ultimo gruppo, composto dal Padre priore, dal sacrestano Dom François d’Assise Marechal, dal Procuratore, Dom Albert Courtray e dai fratelli Alphonse Allen, Emmanuel Bélenguer, Victor Léonard, Hubert Bleylevens e Jean-Marie Raset, partì il 30 settembre da Le Glandier, lasciando definitivamente vuota la certosa.

Purtroppo, il frettoloso trasferimento non aveva consentito l’idonea trasformazione del castello di Zepperen alle necessità della vita monastica certosina. Dopo le pratiche burocratiche di acquisizione, non si era riusciti a rendere agevole la quiete monastica.

Il solerte Padre priore, riuscì già dal2 ottobre a recitare l’ufficio notturno in una cappella improvvisata, mentre i confratelli risiedevano in stanze che nulla avevano a che vedere con le loro amate celle. Piano piano, con grande pazienza e sacrificio, i monaci tutti dovettero adattarsi a quella difficile situazione, che non garantiva loro l’ideale isolamento e solitudine per svolgere la vita claustrale a cui erano abituati.

Zepperen interno

Breve fu la durata di quel soggiorno forzato, difatti il Capitolo generale del 1905 fu deciso di sopprimere Zepperen che rimase soltanto “una casa rifugio”, poichè non riuscì mai a garantire il silenzio e la solitudine cercata. Tra il maggio e l’agosto del 1905, i religiosi partirono per le certose a cui erano stati destinati, abbandonando per sempre il castello di Zepperen. Ma che ne fu di questa casa rifugio? Dopo un tentativo di insediarvi la comunità certosina femminile di Gard, come vi ho descritto in un precedente articolo, questa proprietà certosina fu venduta il 24 luglio del 1920 ai Padri Assunzionisti. Oggi, l’antico castello ospita l’Istituto Sint-Aloysius, ovvero un campus universitario.

Ho voluto narrarvi le vicissitudini di questi confratelli certosini alle prese con i trambusti derivanti da odiose leggi anticlericali, che videro turbata la serenità della loro vita eremitica.

Zepperen aerea

-Zepperen oggi

Il volto dei certosini che salvarono i dipinti di Goya

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Circa dieci anni fà, da questo blog vi parlai della straordinaria intercessione dei certosini di Aula Dei, per evitare la distruzione delle undici pitture a olio realizzate dal grande pittore Francisco Goya. I certosini sono stati da sempre i custodi dei dipinti che Goya realizzò tra il 1772 ed 1774 e che adornano le pareti della chiesa. Le tele dedicate alla vita della Vergine e di Cristo, inizialmente erano undici, attualmente se ne conservano solo sette in parte restaurate, le quattro mancanti furono sostituite nel 1903 da dipinti dei fratelli Paolo ed Amedeo Buffet.

Ma vediamo di chiarire quanto accadde.

I certosini furono allontanati nel 1835 dalla certosa di Aula Dei per la Desamortización di Mendizábal, successivamente vi fecero ritorno nel 1901, in quella occasione si restaurò l’intero complesso e le opere d’arte presenti. Il restauro fu affidato all’architetto francese Pichard che era intenzionato a distruggere ciò che era stato danneggiato per poter ricostruire. Ciò avvenne anche per i quadri e le sculture particolarmente rovinate.

Grazie alla tenacia di due certosini, il Padre Priore Dom Leonard Gorse ed il suo Vicario Dom Anastasio Malasignè, i quali si opposero alla distruzione delle tele particolarmente danneggiate decidendo di rimpiazzare soltanto le quattro più deteriorate, fu possibile salvare i capolavori di Goya, che ancora oggi possiamo ammirare. Va detto, per la precisione, che i religiosi non conoscevano ancora la attribuzione di quei dipinti. Soltanto qualche mese più tardi, infatti, giunse in certosa lo storico tedesco Augusto L. Mayer, che stava scrivendo una biografia d’artista e studiandole, conclamò che quelle tele erano opere di Goya.

Quei certosini di cui conoscevamo il nome, oggi hanno un volto!

La novità sorprendente, è che sono state recentemente ritrovate alcune fotografie scattate nella certosa spagnola, da Aurelio Grasa nel 1917, che permettono di dare un volto ai monaci che hanno impedito la scomparsa dei dipinti di Goya, di cui tra l’altro quest’anno ricorre il 275° anniversario della nascita.

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Ma perchè furono scattate quelle fotografie?

Il 9 settembre 1917, il noto fotografo Aurelio Grasa realizzò alcuni scatti tra i certosini di Aula Dei, su richiesta del governo francese, che voleva essere informato a causa della prima guerra mondiale, dei cittadini francesi presenti in Spagna.

Il 13 maggio 1917 il Priore Dom Gorse scriveva: ′′ Per ordine delle Cortes spagnole, in occasione della guerra europea il console di Francia a Saragozza chiede un ritratto dei religiosi stranieri di questa casa e a tal fine è venuto oggi il giovane signore Aurelio Grasa con suo padre Joaquin, commerciante di Saragozza per scattare le fotografie “.

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Gli inconsapevoli eroi

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Dom Lèonard Victor Gorse, nacque a Tulle nel 1840 e da giovane fece parte della “Société des Missions Etrangères de Paris”, una società missionaria internazionale per la quale fu inviato in Cina. Solo successivamente egli decise di entrare tra i certosini nella Grande Chartreuse facendo professione il 16 febbraio del 1868. In seguito, nel 1872, fu Vicario e Maestro dei novizi nella certosa di Le Reposoir, poi procuratore a Le Glandier nel 1874 ed ancora sotto procuratore alla Grande Chartreuse. Nel 1885, fu nominato Priore nella certosa di Montreuil, e l’anno seguente Convisitatore. Nel 1897 Dom Gorse divenne Priore di Valbonne, successivamente, fu nominato priore della certosa spagnola da restaurare di Aula Dei. Padre Gorse si mise subito al lavoro e ripristinò le dipendenze perché fossero vivibili e una cappella quella della Madonna del Pilar, per svolgere le funzioni religiosi. Lo vediamo quindi protagonista dei fatti che vi ho narrato, Dom Gorse morì il 6 ottobre del 1934 come Antiquior di tutto l’Ordine.

Di Dom Anastasio Malasigné sappiamo che fu anche un valente pittore e fu colui che ha ripristinato le lunette dipinte dal confratello Fra Jusepe Bautista Martinez, che appartenevano alla certosa ma che all’epoca si trovavano depositate al Museo di Saragozza.

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Le tele di Goya, potranno così essere ammirate nella chiesa certosina di Aula Dei per le celebrazioni del 275° anniversario della nascita del più grande pittore spagnolo del suo tempo.

Dom François Grangier, da certosino a parroco

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Cari amici lettori, lo spunto per realizzare l’articolo odierno mi viene offerto da un piccolo libro edito in francese dal titolo “Dom François Grangier, les exils d’un chartreux”. In esso, l’autore Julien Fleury un sacerdote della diocesi di Marsiglia dal 2006 e parroco di Saint-Giniez dal settembre 2015 riesce a descriverci la martoriata vita di questo monaco certosino.

All’origine di questo libro ci sono tre lettere trovate negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, dove Dom François Grangier trascorse i suoi ultimi anni.

Ma cerchiamo di ricostruire i fatti, e di conoscere questo certosino.

François Grangier nacque a Salon de Provence il 18 maggio del 1755, quando ha soli ventuno anni muore suo padre Joseph, ed egli qualche mese dopo decide di abbracciare la vita monastica. Entra nella certosa di Bonpas, pronunciando i suoi primi voti il 28 maggio del 1776. Comincia il suo percorso di vita claustrale fino al 1781 quando pronuncia la sua professione solenne, dopo aver studiato e conseguito il diaconato ed il sacerdozio.

Nel 1791 Dom François Grangier, viene inviato alla certosa di La Verne per assistere il Padre Priore diventandone il Vicario. Sta per cominciare il terribile periodo legato agli avvenimenti della Rivoluzione Francese, ed egli diventerà un testimone di quei tragici tempi, che stravolgeranno la sua vita.

Dovendo abbandonare La Verne, Dom François comincia il suo periplo raggiungendo la certosa di Montrieux, ma dopo poco tempo anche questa comunità viene dispersa. Ritroviamo nel 1792 Dom Grangier in Italia, nella certosa di Bologna dove stette poco, poichè braccato nuovamente dagli eserciti napoleonici, si rifugiò a Montello tra il 1797 e il 1805 con i suoi confratelli.

Dopo l’incoronazione di Bonaparte, avvenuta nel dicembre del 1804, egli spera in un ritorno alla quiete della vita monastica in Provenza e torna a Salon, sua città natale dove rimarrà dal 1805 al 1811. Scoprendo che molti dei suoi confratelli erano stati perseguitati, deportati o giustiziati, divenne vicario parrocchiale e poi parroco. Successivamente lo troviamo ad Arles nel 1811, poi parroco a Saint-Chamas per dieci anni. Infine, il13 novembre del 1822 il certosino ha ricevuto un ultimo nomina a Saint-Giniez vicino Marsiglia. È proprio in quest’ultima parrocchia che Dom Grangier ha lasciato più ricordi. E’ qui che l’autore del libro, Julien Fleury avendo ritrovato tre lettere negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, riesce a ricostruire la vita tormentata ed il suo peregrinare che lo porterà a dover abbandonare la vita monastica che aveva condotto per ben trenta anni. La Provvidenza dopo averlo sottoposto a tante prove lo ha condotto negli ultimi anni della sua vita alla cura pastorale, che svolse con grande impegno. Una vita spesa con Fede e radicata in Cristo.

In una di queste missive, indirizzata al vescovo di Marsiglia, Mons. Fortuné de Mazenod, Dom François ormai parroco settantenne scrisse al suo vescovo per informarlo dei suoi problemi di salute. La parrocchia è enorme, ha una grande estensione territoriale, lamenta che un ginocchio gli fa male, ed è paralizzato dai reumatismi. Espone un suo timore: doversi alzare di notte per portare il viatico a un malato che vive sui ripidi pendii di Notre-Dame de Garde. Pur sapendo che la vita monastica è ripresa alla Grande Chartreuse, a causa della sua età e dalla salute precaria opta nel luglio del 1831 di ritirarsi in campagna nei pressi di Marsiglia, avendo ottenuto dal Vescovo il permesso di potersi ritirare. La vita terrena di Dom François Grangier si concluderà il 24 febbraio del 1832.

Spero vogliate apprezzare l’avervi portato a conoscenza un’accenno della storia esposta in questo libro su questo personaggio, che avrebbe voluto vivere la sua vita all’interno delle mura monastiche, in quiete e solitudine.

Il “medico dei poveri” è beato!

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Cari amici è con il cuore colmo di gioia che voglio comunicarvi che il “medico dei poveri”, è stato proclamato beato!

Da questo blog, nel lontano 2014, vi proposi un’articolo volto a farvi conoscere l’insigne Dr.José Gregório Hernández, il medico venezuelano con un trascorso da certosino. Il suo operato al servizio degli umili portò quest’uomo ad offrirsi a Dio anche se in maniera diversa da come egli avrebbe voluto. Nel 1949, dopo trent’anni dalla sua morte, a seguito di diverse grazie documentate, ebbe inizio il processo di canonizzazione. In seguito Josè Gregorio è stato dichiarato venerabile da papa Giovanni Paolo II il 16 gennaio 1986, e da quel momento l’intero popolo venezuelano e non solo ne attendeva la beatificazione. Il 9 gennaio 2020 la Commissione Medica della Congregazione per le Cause dei Santi ha approvato il miracolo attribuito alla sua intercessione, lo stesso è accaduto il 27 aprile 2020 con la Commissione Teologica. Il 19 giugno 2020, la Congregazione per le Cause dei Santi ha promulgato il decreto con l’autorizzazione di Papa Francesco per la beatificazione del Venerabile Dott.José Gregório Hernández, quarto Beato del Venezuela. La beatificazione è l’ultimo passo prima della canonizzazione come santo. Fino ad ora nessun venezuelano è stato dichiarato santo dalla Chiesa cattolica.

Ebbene questo giorno tanto atteso è arrivato!

Lo scorso venerdi 30 aprile, lo stadio dell’Università Centrale del Venezuela è stata la sede della beatificazione del “Dottore dei Poveri”, in una cerimonia presieduta dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ex nunzio in Venezuela, svoltasi insieme a tutti i vescovi ed al popolo venezuelano.

La cerimonia purtroppo si è svolta con una capienza limitata a causa della pandemia di coronavirus.

Sabato 1 maggio, invece a Isnotú (Stato di Trujillo), città natale del nuovo beato, si terrà la Messa di Ringraziamento presieduta dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Cardinale Marcello Semeraro.

In una Lettera Apostolica firmata da Papa Francisco egli ha fissato come data per la celebrazione liturgica del Dr José Gregorio Hernández il 26 ottobre di ogni anno, che coincide con la data della sua nascita e che “è già per i venezuelani una tradizione celebrare quel giorno”. Il Santo Padre come riportato, ha accolto “con grande affetto” la notizia di questa beatificazione. Ha aggiunto che durante gli anni trascorsi in America Latina ha notato “il grande affetto del popolo del Venezuela” per il dottor José Gregório Hernández. “È stata una grande impressione, pochi santi sono così amati. Sono impressionato di vedere in questa persona un grande scienziato e grande insegnante e, d’altra parte, grande servizio e sollecitudine per i poveri ”.

In questo terribile momento, nel quale l’intero pianeta si trova a dover affrontare la crisi sanitaria ed economica che sta flagellando milioni di persone, possa l’intercessione di questo nuovo beato, che tanto ha fatto per i più deboli e sofferenti, concederci la viva speranza che presto tutto possa terminare.

Beato José Gregorio Hernández

ora pro nobis

immaginetta

Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

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                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

Il “giuramento della Pallacorda” ed il certosino

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Oggi, cari amici, voglio proporvi l’analisi di un disegno preparatorio per un dipinto, nel quale è raffigurato un monaco certosino tra una moltitudine di persone. Come potrete notare è uno scenario alquanto insolito per un monaco dedito alla vita eremitica di clausura, ed allora come mai il pittore ha inserito nel suo disegno due elementi così dicotomici tra loro, come un certosino e la folla. Cerchiamo di fare chiarezza. Va detto che questo quadro sarebbe dovuto essere celebrativo, ovvero raffigurante un avvenimento realmente accaduto, ma vediamo di cosa si tratta.

L’evento da celebrare

Il 20 giugno 1789 Luigi XVI compì un grave errore: chiuse la sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles, dove per quarantacinque giorni si era riunita l’Assemblea Nazionale, col pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione. Il deputato Joseph-Ignace Guillotin, l’inventore della ghigliottina, propose di trasferirsi in una sala vicina, adibita al gioco della pallacorda. Qui, su proposta di Jean Joseph Mounier, i deputati prestarono giuramento di restare uniti fino a compimento della Costituzione Francese. Poco dopo, insieme ad alcuni rappresentanti del basso clero e alcuno nobili liberali, venne autoproclamata l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo evento avrebbe reso irreversibile il processo che portò alla Rivoluzione Francese ed alla caduta definitiva della monarchia. Fu deciso che questo momento decisivo, doveva essere immortalato in un’opera impegnativa, teatrale e quasi solenne da un noto artista dell’epoca.

L’autore e l’opera

L’autore dell’opera in oggetto, è il francese Jacques-Louis David (1748-1825), un pittore francese che nel 1790 cominciò a eseguire i disegno preparatorio per il “Giuramento della Pallacorda”( Serment du Jeu de Paume ). Il progetto prevedeva un dipinto di enormi dimensioni, che, infatti, una volta terminato avrebbe dovuto misurare dieci metri per sette. Il pittore prevedeva di raffigurare i 630 membri dell’Assemblea Costituente: al centro Jean Sylvain Bailly, il primo sindaco di Parigi dal 1798 al 1791, e sulla finestra di destra Jean Paul Marat e tra la folla in primo piano Maximillien de Robespierre.

Quando arrivò il momento di iniziare la tela era il 1791. Il parlamento era diviso, fra moderati e giacobini cresceva tra loro il dissenso e l’utopia di unità e fratellanza già vacillava. A David, appartenente al Club dei giacobini, non gli vennero concessi i finanziamenti ed il progetto venne abbandonato. Ed è così che oggi restano il solo disegno preparatorio a inchiostro ed acquerello, che misura 66 x 101 cm, conservato al Musée National du Château di Versailles, ed un piccolo quadretto a olio, 65 x 88 cm, conservato presso il Musée Carnavalet, di Parigi.

Schema

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Il certosino diventato difensore della Rivoluzione

Ma al centro, l’artista inserì al di sotto di Jean Sylvain Bailly tre personaggi che tra loro si abbracciano fraternamente. E più precisamente l’abate Gregoire rappresentante il clero secolare che cinge con le sue braccia il certosino Dom Gerle in rappresentanza del clero regolare e Rabaut Saint-Étienne, figlio del pastore protestante Paul Rabaut. Simboleggiando così idealmente l’avvento di una nuova era di pace e riconciliazione dei religiosi durante la Rivoluzione.

Ma chi era questo certosino e perchè è raffigurato in questo dipinto?

Dom Antoine Christophe Gerle, nacque a Riom (Puy de Dôme) il 23 ottobre 1736, egli fece la professione solenne nella certosa di Port Sainte Marie il 6 ottobre 1757. Dom Gerle fu vicario nel 1767, a seguire fu eletto priore di Vauclaire nel 1768, di Moulins nel 1780 fu nominato convisitatore d’Aquitaine e nel 1781, visitatore poi, nel 1785, priore di Valdieu lo stesso anno, nel 1788, di Port Sainte Marie, la sua certosa.

Venne raffigurato nel bozzetto del dipinto poichè fu eletto deputato della Assemblea Costituente, egli fu poi anche uno degli organizzatore della cosiddetta Chiesa costituzionale. Ovvero la Chiesa istituita e organizzata dalla Costituzione civile del Clero (1790) e composta da vescovi, sacerdoti, diaconi e chierici che prestarono il giuramento richiesto. Nel 1791 fu anche eletto vescovo di Meaux, ma rifiutò questo vescovato. Nel Novembre 1793, abiura il sacerdozio restando poi coinvolto in diversi casi di scandali esoterici.

Si riversò nell’Illuminismo, fu arrestato il 17 maggio1794 durante il Terrore, ma venne salvato da Robespierre, poi si sposò e morì a Parigi il 17 novembre del 1801.

Dom Gerle busto

Pare che comunque in questa raffigurazione vi siano delle imprecisioni storiche, che il pittore ha volutamente ignorato per realizzare una sorta di manifesto simbolico. Difatti delle tre figure di religiosi che si abbracciano, il monaco certosino Dom Gerle, non era presente fisicamente quel giorno del giuramento, poichè divenne deputato di Riom soltanto alla fine di dicembre del 1789. Ma come vi ho detto, l’autore intendeva rappresentare con questo simpatico trio la nuova Chiesa costituzionale, nel 1791, speranza di riconciliazione. A questo si contrappone la scena, dal contenuto allegorico, che si intavede attraverso una finestra in alto a sinistra, laddove si vede la cappella di Versailles simbolo della Chiesa dell’Ancien Régime, colpita da un fulmine!

Lo stesso Marat, non poteva essere presente perché in quella data non era ancora deputato, ma solo un influente scrittore di pamphlet. Queste le principali incoerenze che si sommano ad altri simboli destinati ad essere interpretati.

Più che una rappresentazione precisa dei partecipanti alla seduta del 20 giugno 1789, David mette in scena le figure dell’Assemblea Costituente il cui ruolo è confermato dalla portata dei cambiamenti in atto e dagli uomini che furono particolarmente impegnati.

trio

cappella Versailles e fulmine

San Bruno in Costa Rica

Sb

       San Bruno ora pro nobis

Cari amici lettori ecco per voi oggi una curiosità segnalatami da un cartusiafollower della Costa Rica. Poco tempo fà vi ho parlato della parrocchia dedicata a San Bruno esistente a Reggio Calabria, al cui articolo vi rimando, ed oggi eccomi a parlarvi di una chiesa dedicata al Patrono certosino sita in Costa Rica!

Sorprendentemente nel piccolo stato dell’America Centrale, nella capitale San Josè vi è infatti la “Parroquia San Bruno Colima Tibas”

Provo a ricostruirne la sua storia…

La comunità di San Bruno non è sempre stata una parrocchia, prima era una filiale di San Juan de Tibás. Poi è diventato un Centro di Animazione Pastorale, e infine è stato istituita la Parrocchia il 3 novembre 1985, quando monsignor Román Arrieta Villalobos  l’ha dichiarata tale. La costruzione della chiesa parrocchiale iniziò nel 1957. Tuttavia, già dal 1959 la comunità era radunata in un cortile per celebrare l’Eucaristia. Non sempre è stata identificata con il nome di San Bruno, poiché nel 1959 essa era intitolata a “Cristo Re” ma 10 anni dopo, con lo scopo di servire i quartieri di Colima, fu deciso di dedicarla a San Bruno.
Da allora incessante prosegue una intensa attività parrocchiale, che vede una larga partecipazione popolare associata ad una speciale devozione al fondatore dell’Ordine certosino.

Per meglio farvi comprendere il fervore di questa comunità vi allego alcune foto ed un video della celebrazione dello scorso 6 ottobre. In questa data al termine della Novena in onore di San Bruno, i festeggiamenti sono proseguiti. con la cerimonia liturgica che ha visto la presenza di José Rafael Quirós Quirós, dal 4 luglio 2013 arcivescovo metropolita di San José di Costa Rica.

E’ entusiasmante pensare che il culto per il nostro amato San Bruno sia giunto fino in America Centrale, ed e è bello sapere che sia viva la devozione popolare.

Nel ringraziare chi mi ha segnalato la presenza di questa parrocchia bruniana, colgo l’occasione per invitare chiunque ne conosca altre, di segnalarmele.