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Il “pittore dei certosini”

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L’articolo di oggi, voglio dedicarlo ad una persona del nostro tempo, noto a tutti per essere considerato appunto, “il pittore dei certosini”.

Ma chi è costui?

Trattasi di Antonio Callà, nato il 4 dicembre 1946 a Catanzaro in Calabria.

La sua infanzia l’ha trascorsa a Serra San Bruno, dove ha frequentato le scuole, ma a quell’epoca si interrompevano gli studi per cominciare a lavorare. Egli già da piccolo nutriva l’interesse per l’arte ed anche una passione per la certosa di Serra ed i suoi monaci.Tra il 1965 ed il 1975 Antonio ha lavorato in Germania, dove ha incontrato la moglie dalla quale ha avuto due figli. Dopo tanti sacrifici fatti all’estero, riesce a tornare in patria. Nell’agosto 1981, ha cominciato a lavorare presso l’ospedale di Serra San Bruno, prima come autista di ambulanza per cinque anni, poi come assistente in farmacia fino al suo pensionamento. Da questo momento in poi, Antonio ha potuto dedicare il suo tempo libero interamente alla sua passione ed amore per l’arte.

Ha eseguito numerose opere d’arte commissionategli dai monaci di Serra San Bruno, tra cui il restauro delle vetrate del Grande Chiostro. La sua produzione di dipinti, sculture, medaglie commemorative e statue in terracotta, è stata molto prolifica.

Antonio Callà è considerato il “pittore dei certosini” non soltanto perché molti dei suoi quadri raffigurano il momenti di preghiera dei monaci e la vita claustrale nell’ascesi certosina ma anche perché così è stato definito dalla prestigiosa rivista Analecta Cartusiana, del compianto Professor James Hogg. Il nostro amico serrese, ha sviluppato negli anni numerose tecniche tra le quali ricordiamo la scultura, la lavorazione della creta, lo sbalzo su lastra metallica e naturalmente la pittura.

Le sue opere sono state spesso esposte in Italia, di recente, nell’ottobre 2013, ma anche in Austria presso la certosa di Gaming ed in Spagna.

A seguire, una carrellata di immagini delle sue principali opere d’arte, ed in seguito un breve video che ci mostra il suo laboratorio.

Complimenti ad Antonio per la sua passione e dedizione verso i certosini espressa con il suo talento artistico.

La regina Isabella la Cattolica nella certosa di Miraflores

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Nell’articolo di oggi, vi propongo un dipinto realizzato dal pittore spagnolo Luis Alvarez Català (Madrid, 1836-1901), che è stato anche direttore del Museo del Prado, dal 1898 fino alla sua morte. La tela, realizzata nel 1866, descrive un episodio storico della vita della regina Isabella la Cattolica, avvenuto nel 1486 allorquando si recò nella certosa di Miraflores. Il motivo della sua visita era quello di poter vedere le spoglie mortali di suo padre Giovanni II di Castiglia, morto nel 1454, quando lei aveva appena tre anni. Il sovrano alla sua morte fu seppellito in certosa. Solo successivamente, fu eretto il favoloso monumento sepolcrale realizzato da Gil de Siloe’(1489-1493) per celebrare sia Giovanni che la sua consorte Isabella del Portogallo.

Ma torniamo alla visita di Isabella descritta nel quadro conservato al Museo del Prado. L’ingresso della regina in certosa fu consentito per il rinomato privilegio.

Isabella particolare

La regina, vestita di verde e visibilmente commossa, si sporge verso la bara aperta per osservare i resti mortali di suo padre. Alla sua sinistra si scorge sua figlia, l’infanta Isabella e la sua governante, più dietro gli accompagnatori della regina. Sullo sfondo dietro la bara aperta, un gruppo di monaci che ha accompagnato il feretro, mentre a sinistra, nel dipinto si vede il padre Priore ed altri monaci, uno dei quali sorregge una croce astile. Ciò ci lascia supporre che abbiano organizzato una solenne processione per far giungere la bara alla vista della sovrana. Il pittore, attraverso la rappresentazione di molti dettagli degli abbigliamenti e dell’architettura, ci mostra le sue notevoli qualità. Preziosa è l’illuminazione della scena e dei soggetti dipinti, giochi di luci ed ombre che arricchiscono ed enfatizzano la drammaticità della scena. Su tutto, sublime il volto triste e dall’aria malinconica di Isabella, che scruta le spoglie mortali del padre alla presenza austera del Priore che sembra raccolto in preghiera.

Quest’opera, valse all’artista la seconda medaglia nell’Esposizione Nazionale di Belle Arti del 1867.

Papa Pio VI esiliato in certosa

Ritratto_di_Papa_Pio_VI

L’episodio storico che oggi vi racconto riguarda un triste periodo, nel quale, a seguito dell Rivoluzione Francese, il Papa venne esiliato nella certosa di Firenze.

Gian Angelo Braschi salì al soglio di Pietro nel 1775, dopo la morte di Clemente XIV scegliendo il nome di Pio VI.

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Certosa di Firenze entrata dell’appartamento di Pio VI

Egli a seguito della Rivoluzione Francese, si rifiutò di riconoscere i moti parigini, difatti quando ai sacerdoti fu richiesto un giuramento di fedeltà al regime, il papa condannò come scismatica la Costituzione. Le relazioni diplomatiche furono interrotte e la chiesa francese fu profondamente divisa. Il 15 febbraio 1798 il generale Berthier entrò in Roma, proclamò la repubblica romana e, deposto il pontefice (considerato come un capo di stato), lo costrinse a ritirarsi in Toscana. L’esilio del Papa cominciò nel permanere alcuni mesi a Siena, presso gli agostiniani, ma poi fu trasferito nella certosa di Firenze. II primo giorno di giugno del 1798, alle ore 7 partì da Siena per giungere in certosa alle ore 16, dove fu accolto con gran calore ed affetto dalla comunità monastica. Fu ospitato nella foresteria, composta da tre grandi ambienti, oggi detti anche “Appartamento del Papa” in ricordo del pontefice che vi soggiornò in reclusione. Vi si trovano una grande sala, uno studio e una camera da letto, con numerose opere d’arte e oggetti appartenuti a Pio VI. Durante tutto il periodo che egli stette alla certosa, non uscì mai da quel luogo, nel quale non si dava accesso nè ai fiorentini, nè ai forestieri. La sua residenza fu guardata a vista da due commissari francesi. Ebbe rari incontri, i principali vennero immortalati in stampe, che vi propongo in questo articolo e che riguardano la visita di S. A. Ferdinado III Granduca di Toscana, avvenuta il 5 giugno. 

PIO VI 1

 

L’altra visita immortalata, è quella delle maestà Sarde che rendono omaggio al povero Papa. Entrambi le visite si svolgono sotto lo sguardo vigile dei certosini.

PIO VI 2

Nel frattempo le sue condizioni di salute peggioravano, difatti la sua paralisi faceva spaventosi progressi, ed egli soffriva moltissimo specialmente a motivo di dolorose vesciche sulla cute. La sua infermità divenne severa al punto che Pio VI perse l’uso delle gambe e non fu più in grado di reggersi in piedi. Sua Santità non potè più aver la consolazione tanto grande di celebrare la S. Messa. L’ascoltava nondimeno ogni giorno, e di tanto in tanto si comunicava alla Comunione del celebrante. Nella mattina del dì 27 marzo, dopo nove mesi e 28 giorni di reclusione, trascorsi in certosa il General Gaultier e il Ministro Rheinard, che avevano assunto il supremo comando della Toscana, si presentarono al Pontefice per notificargli gli ordini ricevuti. Gli agenti francesi, incuranti della salute cagionevole del Papa gli ordinarono bruscamente di lasciare la certosa, per condurlo a dormire fuori Firenze in un albergo, l’indomani lo si fece partire prima dei giorno. Fu scortato da 200 soldati che lo trasferirono, con un estenuante viaggio, attraverso Torino e fu costretto ad attraversare le Alpi lungo sentieri innevati, giungendo a Briançon e poi a Valence. Pio VI morì prigioniero nella cittadella di Valence il 29 agosto 1799.

Pio Vi  riceve l' ordine di lasciare  la Certosa

Pio Vi riceve l’ ordine di lasciare la Certosa

Viaggio avventuroso, passaggio al Moncenisio di Pio VI

Viaggio avventuroso, passaggio al Moncenisio di Pio VI

Nella sua ultima lettera Quoties animo scritta il 13 agosto 1799, pochi giorni prima di morire, scrive queste parole: “Le tribolazioni che ci hanno molto colpito ci avrebbero sopraffatto, se la grazia di Gesù Cristo non ci avesse aiutato”…

Desidero inoltre condividere, ciò che scrisse Giovanni Paolo II, quando asserì che “gli ultimi mesi di Pio VI furono la sua personale via crucis”.

Ho voluto raccontarvi questo triste e drammatico episodio, nel quale i nostri amati monaci certosini furono impotenti testimoni e spettatori, che seppero coccolare il successore di Pietro con dedizione ed amore cristiano.

Morte_di_Pio VI a Valence

Morte di Pio VI a Valence

 

Corpus Domini in certosa

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In questo giorno speciale, nel quale viene celebrata la festività del Corpus Domini, nella quale si celebra il mistero dell’Eucaristia istituita da Gesù nell’ Ultima Cena. La festa, lo ricordo, venne istituita nel 1246 in Belgio grazie alla visione mistica di una suora di Liegi, la beata Giuliana di Cornillon. Poi, due anni dopo, papa Urbano IV la estese a tutta la cristianità dopo il miracolo eucaristico di Bolsena nel quale dall’ostia uscirono alcune gocce di sangue a testimonianza della reale presenza del Corpo di Cristo.

Ma come si vive all’interno di una certosa oggi, e come si viveva un tempo?

Essendo una delle festività più solenni, in certosa si svolge una Processione. Essa, come vedrete nelle immagini che seguono, prende avvio dalla Chiesa conventuale e, procedendo per il percorso rituale intorno al chiostro, rientra nella Chiesa dove si svolge la celebrazione eucaristica. La processione è aperta da un certosino che regge la Croce astile, accanto due certosini reggono i ceri. Immediatamente dietro il Priore con l’ostensorio, seguono altri certosini in fila. Le immagini che ho inserito in questo articolo si riferiscono alla certosa di Serra San Bruno e sono di qualche anno fà. Da questo blog vi ho in passato mostrato un video proveniente dalla certosa spagnola di Montalegre, ed un’altro relativo alla certosa di Santa Maria di Scala Coeli, di Evora in Portogallo.

Circa le testimonianze di ciò che accadeva nelle certose in passato, vi offro una testimonianza, tratta da un testo redatto da un parroco, riguardante la certosa di Pavia.

Ecco alcune parti del manoscritto concernenti il Settecento. “1782 – Il giorno dei Corpus Domini ho spantegato li fiori vestito da angiolo”. Una delle feste più solenni dei Certosini è il giorno del Corpus Domini. Viene organizzata una processione che si snoda dal chiostro piccolo al grande, fino al pergolato, per ritornare quindi in chiesa. Alla funzione partecipano tutti gli abitanti dei dintorni ed i bambini, vestiti da angeli ed adornati di fiori, vengono fatti trotterellare di fianco al preziosissimo baldacchino. Nel 1782 si tenne l’ultima processione del secolo XVIII, con la solita pompa.

Per meglio calarci nella suggestiva atmosfera di questa solenne Processione, ecco per voi il cantico di S. Ambrogio e S, Agostino “Hymne Pange Lingua”. Estratto audio dal film “Il Grande silenzio”,

 

Le vetrate della certosa di Miraflores

“In questa chiesa della certosa di Miraflores dominano le pareti aspre e spoglie, simili alle solide basi ascetiche della nostra vita spirituale, indispensabili per la pura preghiera.

Ma, lassù, mentre il vetro freddo del vetro colorato si svolge caldo, e si

colora quando arriva la luce del sole, così come l’anima del monaco si illumina e si trasforma nel tocco misterioso della luce divina”.

 

Così descrivono i monaci certosini di Miraflores le famose vetrate che adornano la chiesa della certosa.

E da qui, che voglio partire per cominciare a descrivervi questa meravigliosa decorazione artistica.

Bisogna fare una distinzione tra le tre vetrate poste sull’abside e riguardanti La Presentazione al Tempio, l’Incoronazione della Vergine e l’Adorazione dei re Magi. E le dieci vetrate poste nella Navata che si riferiscono a sinistra a: Preghiera nell’orto, la Flagellazione, l’Incoronazione di spine, la Salita al Calvario e la Crocifissione. Mentre a a destra, la Deposizione, la Resurrezione, l’ Ascensione, la Pentecoste ed il Giudizio Universale. L’anno liturgico cattolico è diviso nel ciclo della Natività e nel ciclo pasquale. Le scene dell’abside sono state scelte dalla vita della Madonna e dell’Infanzia di Cristo e appartengono al ciclo della Natività. Al contrario, le scene rappresentate nelle altre finestre appartengono al ciclo pasquale e, in esse, l’importanza non è data alle gioie ma ai dolori della Vergine. Nei libri delle ore, queste scene illustrano spesso le ore dell’Ufficio della Croce.

Nel 1484 Martín de Soria, per ordine diretto della regina Isabella, commissionò e pagò la realizzazione di tredici vetrate nella regione delle Fiandre per adornare le pareti della chiesa certosina, le quali furono infine assemblate nel 1488.
Delle tredici vetrate, dieci, ovvero quelle della navata, sarebbero interamente attribuibili, dopo la scoperta della sua firma in molti di essi, a Niclaes Rombouts, un noto vetraio fiammingo, fino a poco tempo fa, noto semplicemente come Maestro Nicolae. Da quello che si conosce di Niclaes Rombouts (nativo di Lovanio, intorno al 1450 – Bruxelles 1531), questo è stato senza dubbio uno dei più importanti vetrai fiamminghi della fine del XV e dei primi del XVI secolo, ed è da considerare come uno dei migliori vetrai dell’epoca in Europa.

A seguito del degrado dei materiali, tra il 2003 e il 2006, è stato effettuato un restauro al fine di preservare e prevenirne il deterioramento, ed in quella sede si è scoperta la firma dell’autore. E’ stata infatti identificata la firma che appare nella vetrata raffigurante la Crocifissione, dove si può leggere “CLAS LEUVEN EASE”. Inoltre nella vetrata della Pentecoste, viene raffigurato con grande realismo la figura che appare in alto a destra, che si ipotizza essere un autoritratto di Niclaes Rombouts. Le vetrate poste sull’abside non sono riconducibili allo stesso artista. Dopo avervi introdotto e spiegato la storia, e gli aneddoti di queste meravigliose vetrate artistiche, vi lascio alle immagine. In esse, spero, possiate coglierne il lodevole fascino, che esse emanano.

Pianta

 

Dettaglio Crocifissione con firma autore

Dettaglio Crocifissione con firma autore

Dettaglio Pentecoste con presunto autoritratto

Dettaglio Pentecoste con presunto autoritratto

Fra Bonaventura Presti, l’architetto certosino

3 Leggio monumentale manufatto di B. Presti

Leggio monumentale manufatto di B. Presti

Cari amici, nell’articolo odierno voglio parlarvi di un personaggio poco noto, ma molto attivo in attività esterne alla vita claustrale, un fratello certosino distintosi per le sue spiccate virtù di artigiano. Voglio parlarvi di Fratello Bonaventura Presti, a molti di voi questo nome non dirà nulla, perciò proverò a farvelo conoscere. Della sua biografia non si conosce molto, si sa che nacque a Bologna ed in quella città ebbe la sua formazione, imparando l’arte della falegnameria. Successivamente, cominciamo ad avere notizie certe sulla sua vita, poichè è documentata la sua presenza a Napoli all’interno della certosa di San Martino, appunto come fratello converso. In questa città si svolge la sua vita, dall’aprile del 1650 fino alla data della registrazione della sua morte, avvenuta il 9 settembre del 1685. A Napoli il suo status di converso gli permise contatti con il mondo esterno alla clausura, consentendogli di sviluppare una prolifica carriera come architetto ed ingegnere. Le opere realizzate dal Presti furono notevoli e numerose. Ma proviamo a contestualizzare il suo operato, per comprendere meglio la sua alacre attività esterna alla vita claustrale. Fra’ Bonaventura, in quel tempo, rappresentò nella politica culturale dei certosini napoletani, uno ‘strumento di persuasione’, nell’accezione barocca del termine, da proporre ai potenti dell’epoca pronti a legittimare la loro magnificenza personale per poter passare alla memoria dei posteri. Il periodo era quello nel quale l’aspetto della stessa certosa era in trasformazione, oramai improntata allo splendore post-conciliare teorizzato dai principi della Chiesa che in funzione antiprotestante incoraggiarono il recupero della magnificenza delle basiliche, delle cattedrali e delle chiese. A questa imponente trasformazione contribuì Fra’ Bonaventura Presti, che nel 1656, a seguito delle controversie sorte tra i monaci ed il grande Cosimo Fanzago, il quale decise di abbandonare tutti i lavori in corso, assunse un ruolo essenziale nella conduzione dei lavori, curandone il prosieguo ed il completamento. Tra questi, vi ricordo i dispersi arredi lignei per lo studiolo del Priore e la realizzazione del leggio monumentale del coro, oltre al completamento del pavimento della chiesa, e forse la realizzazione del vano ellittico sottostante l’aula del coro per realizzare la famigerata “cassa armonica”. A ciò si aggiunge l’esecuzione di un disperso modello ligneo per l’altare maggiore e altri interventi inerenti l’arredo del Quarto del Priore e della Foresteria. Fin qui gli interventi e le opere realizzate per la propria certosa, ma come vi dicevo egli a queste, sovrappose attività legate alla committenza fatta dal Cardinale Ascanio Filomarino dal 1655 a seguire. Da quest’ultimo fu incaricato dell’ampliamento e ammodernamento del palazzo arcivescovile e della residenza avita a largo San Giovanni Maggiore. Nel 1659 Fra Bonaventura progetta a Soriano Calabro, dopo un devastante sisma, il convento di San Domenico che verrà nuovamente distrutto dal terremoto del 1783. Negli stessi anni a Casoria completa la chiesa di San Mauro. Creazioni di notevole livello scultoreo progettate dall’architetto furono i soffitti lignei delle chiese di San Pietro a Majella e del Carmine (quest’ultimo andato distrutto durante la seconda guerra mondiale e sostituito da una riproduzione moderna), entrambe realizzati sul finire degli anni cinquanta del Seicento. Il Vicerè il 2 ottobre 1666, rilasciò al nostro certosino la patente di “Regio ingegnere e architetto” in base alla “expereniencia que haves mostrado”, riferendosi agli interventi effettuati in città.

Pianta Baratta particolare della Darsena

Pianta Baratta. particolare della Darsena

A seguito di ciò, venne incaricato di quella che sarà la sua opera ingegneristica più importante ovvero la darsena, realizzata tra il 1667 e il 1668. Come vi avevo premesso, l’ascesa di Fra’ Bonaventura al rango di regio ingegnere è strettamente connessa all’influenza dei certosini di San Martino. Data la sua notorietà acquisita, l’architetto certosino fu incaricato di fare e dirigere il progetto della darsena, ma senza alcuna conoscenza di ingegneria, purtroppo durante lo scavo dell’opera si aprì una sorgente d’acqua sotterranea ed il certosino non riuscì nell’impresa, venne quindi sostituito da architetti ed ingegneri i quali trovarono il rimedio per prosciugare lo scavo. Dal 1668 lo si vede attivo nella vicina Aversa, nel cantiere della Chiesa della Santissima Annunziata. Contemporaneamente venne incaricato di realizzare laVilla Carafa di Belvedere al Vomero, voluta da Ferdinando Vandeneynden e realizzata tra il 1671 ed il 1673. Il certosino ottenne anche la nomina di ingegnere ordinario del Pio Monte della Misericordia a Napoli nel 1678, e tra il 1673 e il 1685 Presti è autore del rifacimento della chiesa di San Domenico Soriano e del relativo chiostro che sarà poi completato molto più tardi. Queste che che vi ho citato sono solo le principali opere ed interventi, tra le numerosissime che egli realizzò.

Dalle cronache, sappiamo che Bonaventura Presti, dopo aver convissuto negli ultimi anni con una malattia che interessò le vie urinarie lentamente si spense nella sua certosa, il 9 settembre del 1685 a causa di un blocco renale. Come accennatovi, Presti fu soprattutto un abile falegname e dotato di un notevole talento come intagliatore e disegnatore, ebbe indiscutibili capacità creative pertinenti alla figura dell’architetto piuttosto che quella dell’ingegnere, la sua ascesa come abbiamo visto fu dettata però non solo dalle sue doti, ma anche da motivi politico religiosi. Restano oggi tutti i suoi meravigliosi manufatti, che ci testimoniano il suo innegabile talento, che ho voluto farvi conoscere. A seguire immagini di alcune delle sue opere.

 Pavimento Navata certosa

Pavimento Navata certosa

Particolare commesso marmoreo chiesa_pavimento_di_fra_bonaventura_presti_1664-67_

Particolare commesso marmoreo pavimento 1664-67

Grata nel pavimento del coro della certosa (cassa armonica)

Grata nel pavimento del coro della certosa (cassa armonica)

3 Leggio monumentale manufatto di B. Presti

 

Il certosino croato in Corea

22 Padre Sipos

L’articolo di oggi voglio dedicarlo ad un monaco certosino che avrete visto nelle recenti immagini provenienti dalla certosa coreana, oggetto dei video estratti dal film “La casa alla fine del Mondo”, di cui vi ho parlato. Da qualche anno, l’Ordine aveva fatto un appello ai confratelli delle certose europee circa la possibilità di trasferirsi in Corea, per incrementare, con giovani, la certosa asiatica. Ebbene Dom Pio Maria Šipoš (Tin, nome di battesimo ), di nazionalità croata, confratello della certosa di Marienau in Germania ha accettato questa proposta, ma conosciamolo dal racconto dei suoi genitori. In una intervista rilasciata ad una rivista croata, essi ci fanno conoscere la storia di Dom Šipoš.

I genitori e Dom Pio

I genitori e Dom Pio Šipoš

 

 

I suoi genitori, Mary e Velimir, si sono incontrati quando erano studenti universitari. Si sono poi sposati quando lei aveva 23 anni e lui 27, e Tin è nato dopo due anni.

“Era un “bambino vivace” fin dalla nascita. Il momento della nascita è stato difficile; taglio cesareo, rianimazione del bambino. Entrambi abbiamo avuto la sepsi. Io mi chiesi se mai sarebbe sopravvissuto, dice sua madre. “Sebbene leggesse molto, non si stancava mai. In particolare, amava le fiabe, quindi ha adottato molte espressioni forbite che spesso hanno sorpreso i professori a scuola. All’età di otto anni, è andato al centro studentesco per un seminario informatico dove ha imparato a programmare. Era uno studente così bravo che si trasferì direttamente dalla terza alla quinta elementare.

Il viaggio di Tin verso la chiamata spirituale iniziò precocemente, già alle elementari egli era molto interessato alla vita monastica certosina. In un’occasione, durante un viaggio, passarono accanto ad un loro monastero, credo Pleterije e lo trovò molto interessante. Chi sono questi certosini? Che aspetto ha la loro vita solitaria? All’epoca pose questi quesiti ai suoi genitori ed alla fine, mostrò l’intenzione di andare al seminario “Gli abbiamo detto di andare liberamente, e lo tranquilizzammo dicendogli che poteva sempre tornare a casa.”

Per un po’, è stato in formazione a Fratrovac, e poi a Salata, dove ha incontrato Marko Glogovic, con il quale era stato in giro. Ci sono state anche le prime crisi di fede, hanno ricordato i genitori. Era abbastanza maturo, leggeva molto. Pensava che ci sarebbero state molte preghiere lì e cose simili, ma alcuni ragazzi ascoltavano anche musica “folk”, e giocavano a carte. Tin è andato a concerti di musica classica e ha avuto difficoltà a tollerare l’atmosfera di svago nel seminario Fratrovac. Quindi ritornò dopo poco tempo, a casa dei suoi genitori. Successivamente il sacerdote Ivica Berdik, che lo portò per la prima volta in seminario per un ritiro, lo incoraggiò a lasciare il seminario, terminare il liceo e iscriversi alla facoltà di teologia, come fece Berdik. Tuttavia, Tin tornò in seminario, e in seguito disse che era stata una bella esperienza e che non gli era dispiaciuto farla.

Ha completato i suoi studi in teologia a Zagabria. Per due anni è stato cappellano di Ludbreg, nella Parrocchia e Santuario del Preziosissimo Sangue di Cristo. Fu mandato alla scuola di specializzazione a Roma, dopo di che è stato parroco per tre anni a Coblenza nella Missione cattolica croata in Germania. Mentre era a Coblenza si recò per la prima volta alla certosa di Marienau. In precedenza, aveva fatto una visita nella certosa calabrese di Serra San Bruno ed a Pleterje. Ma ha deciso di scegliere la certosa tedesca dove ritenne che vige una regola molto stretta.  C’era una situazione piuttosto caotica a Coblenza; i laici erano divisi, ed era anche molto stancante perché la parrocchia era spazialmente grande. Ma non è quello che conta. Era più infastidito dalla confusione e dal disaccordo tra i credenti. Entrò nell’Ordine certosino e scelse il nome religioso Pio Maria.

Inizialmente, ha vissuto crisi fino a quando – come ha testimoniato ai suoi genitori – non aveva completamente deciso a questo invito religioso. Passarono diversi anni fino a quando finalmente decise “Ci ha detto, ‘Se alla fine uscissi e mi arrendessi, non vorrei essere di nuovo un pastore. “Nessuna chiamata del genere. Lo visitavamo ogni anno “, dicono Maria e Vladimir.

22 Padre Sipos a Marienau

Padre Šipoš a Marienau

Dopo dieci anni trascorsi nella certosa tedesca di Marienau, Tin ha compiuto un altro grande passo in avanti accettando l’invito di andare alla certosa in Corea del Sud.

Dato che sono tutti monaci in età avanzata, avendo più di 70 anni, avevano bisogno di qualcuno più giovane per diventare insegnante di reclutamento per venire lì. Cercavano un volontario da cinque anni e nessuno prima di nostro figlio Tin aveva risposto. Alla domanda se davvero era intenzionato ad accettare, Dom Pio ha risposto. che a lui non importava dove si trovasse, perché ovunque egli si trova è sempre con Dio “.

È partito a luglio dell’anno scorso, (2018). Per i primi tre mesi, era in prova per vedere se poteva adattarsi. A Zagabria, ha trovato una signora dalla Corea che gli ha dato istruzioni della lingua per corrispondenza. Attualmente, Dom Šipoš parla 12 lingue e ora sta imparando anche il cinese perché lo vede pertinente al coreano ed al vietnamita che già conosce. Lo studio delle lingue, lo rende felice. Parla perfettamente oltre al croato, latino, greco, ebraico, inglese, tedesco, italiano, francese e ungherese. Un vero poliglotta!

A seguire un video realizzato in croato dai suoi connazionali nel 2014, nel quale si rende omaggio a Dom Pio Šipoš, quando era nella certosa di Marienau.

Fratello Francisco de Aranda

Fratello Francisco de Aranda

Donato di Porta Coeli

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Monumento a Francisco de Aranda a Teruel

Ho lasciatio per ultimo questo profilo di vite esemplari di fratelli e donati. Il Fratello Francisco de Aranda è infatti uno speciale donato della certosa di Porta Coeli. La sua vita, oltre ad essere esemplare, è stata abbastanza sui generis, proverò ad illustrarvela. A causa della lunghezza del testo ho ritenuto opportuno dividerlo in due articoli.

È una vita estremamente curiosa quella di questo bravo Fratello che morì all’età di novantadue anni sotto l’umile abito di donato. Venne al mondo nel villaggio di Teruel intorno al 1346. La famiglia di origine era tra le più illustri del paese. La sua prima educazione, diretta al bene, sotto il controllo dei suoi genitori e con l’aiuto di abili maestri, non lasciava a desiderare. Dotato di doni e aggettivi squisiti che donano al giovane tanto fascino, il bambino è diventato un adolescente di grande distinzione, destinato ad avere un ruolo importante nella società. Suo padre lo presentò alla corte, dove lui stesso aveva i suoi ingressi, e lo presentò al re d’Aragona, Pedro IV, persuaso che avrebbe aperto i suoi onori. Francesco vinse presto, il favore del monarca che lo nominò primo cameriere del figlio minore. C’è la morte del sovrano, l’erede della corona ha dovuto inviare un corpo di marina in Sicilia per sopprimere un inizio di insurrezione. Mise il fratello alla testa delle truppe, ma mantenne il brillante scudiero a cui affidò l’educazione del figlio maggiore da bambino. Delicata missione per un giovane di sedici anni! Interamente dedicato al suo compito, il maestro coltivava lo spirito e il cuore del suo studente con sorprendente competenza e maturità, che gli valse più di una volta gli incoraggiamenti dei principi e lo mise in evidenza. Queste due esistenze finirono per crearne una sola, in modo tale da avere punti di contatto. Le giornate sono state condivise tra la vita familiare e le lezioni del tutor. Quest’ultimo, tuttavia, ha avuto la parte migliore. Di notte, le loro stanze erano comunicanti. Ora, una mattina, contrariamente alla sua abitudine, il bambino non rispose alla chiamata. Sorpreso e non ascoltando, Aranda penetra nell’appartamento e trova un cadavere ancora caldo. L’emozione è indescrivibile e trasmessa con il passaparola ai quartieri più remoti della capitale. Immediatamente furono svolte indagini. Gli abitanti del palazzo furono sottoposti a un accurato interrogatorio; Aranda fu particolarmente incalzato di domande. Nonostante ciò, questa tragica morte rimase avvolta nel mistero. Tuttavia, il giovane viene arrestato e, sebbene non vi sia alcun sospetto fondato su di lui, viene imprigionato nella cittadella di Morella. Scuola dura che un giorno dovrebbe metterti in possesso anche del sovrano! Scuola dura, diciamo! In effetti, si può prevedere una svolta più inaspettata e completa? Ieri al vertice delle distinzioni; oggi, in fondo alla scala sociale! Seduto al tavolo di un re ieri; gettato oggi nel fondo di una prigione! Ieri, lusingato dalla massa di favoriti; oggi, posto tra i ranghi dei prigionieri! In quale direzione tende la fortuna di un uomo! A ciò che tende la tua rovina morale! Qui, per uno spirito esperto nelle cose della fede, ci sarebbe una questione di riflessione. Profondamente abbattuto, ma rassegnato, consapevole della sua innocenza, il nostro prigioniero adora, senza capire, le vie della Provvidenza e bacia la mano che lo batte. “Ah! se dice, il mondo è fatto comunque! Promette molto. Cosa dà comunque? La fortuna mi ha sorriso. La mia orgogliosa famiglia mi ha mostrato il futuro con i colori più belli. Quanti miei amici hanno invidiato la mia situazione! Ed ecco questo bellissimo edificio crollato da cima a fondo! Cosa diventerò? Solo tu lo sai, Signore; questo è abbastanza per me. Mi abbandono anima e corpo ai tuoi disegni impenetrabili. Tutto quello che posso promettere, “giuro” è che se mi dai la libertà, il mondo non conta più su di me tra i suoi adoratori. Mi rinchiuderò in un chiostro.

Nel frattempo, re Giovanni I d’Aragona morì improvvisamente per un incidente di caccia (1395). Per mancanza di un erede diretto, suo fratello minore, Martino, un tempo studente di Aranda, salì al trono. Ma, essendo stato trattenuto in Sicilia, Dona Maria, sua moglie, fu proclamata regina dell’Aragona. Riconosciuto per i servizi forniti, una volta, dallo scudiero di Teruel, ne ordina la scarcerazione e lo nomina membro del consiglio privato: una doppia iniziativa che riceve piena approvazione dal sovrano. La riparazione fu completa, soprattutto perché era necessaria. Il rilascio del prigioniero fu un sollievo per tutte le coscienze. Riabilitato nell’opinione e reintegrato in tribunale, Aranda non perderà di vista le riflessioni sensibili suggerite dal suo soggiorno a Morella? Ora che la fortuna gli sorride, il mondo non gli appare, senza dubbio, con colori così cupi. E, in effetti, una voce gli dice: questa voce del mondo che invariabilmente dà la stessa nota: «Tagliare la tua carriera, lanciarti nell’ignoto, lasciare il giusto per l’incerto, è pazzo. Ci hai pensato? E se i certosini ti respingessero? O se non riuscissi a perseverare in questo impegno? La corte sarebbe evidentemente chiusa a te.

Recatosi a Barcellona per la famiglia, convinto del grande progetto che alimenta, un giorno entra in una chiesa, si avvicina a una cappella dedicata a Santa Anna e le sue mani appoggiate sull’altare, rinnova il suo giuramento per rompere con la corte e per finire se stesso nella certosa di Porta Coeli e voler trascorrere il resto dei suoi giorni con l’abito di donato. Ciò accadde nel 1396. Poco dopo, scrive al priore di questa casa, implorandolo di riceverlo come l’ultimo dei suoi figli. Per ottenere la benedizione del cielo su sua richiesta, si impegnò a costruire interamente un chiostro e sette celle a proprie spese. Queste celle sarebbero state fornite da lui e fornite del materiale necessario per le occupazioni dei suoi abitanti. Inoltre, un reddito annuo di cinquanta scudi d’oro, che sarebbe stato consegnato, vicino al Natale, nelle mani del priore, e diretto ai bisogni più urgenti del monastero. La risposta non fu fatta aspettare; era del tutto affermativo. Il lettore estraneo alle cose di religione dirà esiste un singolo convento che non apre tutte le porte a un candidato armato di tali pezzi? Anche se, secondo gli statuti, al priore è vietato, sotto severe sanzioni, di pretendere qualsiasi cosa da un postulante, non gli è tuttavia proibito accettare una donazione mano nella mano. Ritornando al nostro Francisco. Con il suo futuro fissato, poteva solo dire addio ai sovrani. È, secondo lui, il lato delicato della domanda. Il re e la regina, ascoltando questa notizia, non possono evitare un movimento di sorpresa misto a tristezza. dopo trentadue anni che questo coraggioso Aranda entrò in tribunale, tutti i principi lo avevano votato come un affetto quasi fraterno; tutti si sono resi conto dell’idea di vederlo finire in mezzo a loro. Nessuno è più silenzioso del sovrano. Non è sotto gli occhi e, per così dire, nella scuola del tuo precettore, che sei cresciuto e hai imparato le lezioni in cui ti ispiri ogni giorno nella gestione degli interessi del Paese? Quante obiezioni, quante riparazioni affettuose, cadono da questi due cuori infranti e sono confuse nel mezzo di un diluvio di lacrime! E lui rispose con una voce rotta dai singhiozzi: «L’affetto per il tuo augusto popolo, mi è stato concesso per molto tempo. Ciò che ho cercato lì per forza morale, nel corso della mia frequente cattività, solo Dio lo sa. La tua desolazione testimonia la sincerità della tua amicizia; i tuoi gemiti mi spingono nel profondo della mia anima. Solo Dio lo sa. Vuoi allora che resista alla chiamata della grazia? Tutto mi indica la vita del chiostro. Separandomi da te, sono sicuro, per quanto possibile, di adempiere un dovere di coscienza. Se il sacrificio che sto pensando di fare fosse opera della mia volontà, certamente non lo farei. Ma state tranquilli, la separazione non vi sta dimenticando. Al contrario, più apparteniamo a Dio, più apparteniamo a coloro che amiamo quaggiù. Là tutto consegnato alle mie sante occupazioni, vi porterò, ancora di più nel mio cuore. Lontano dalle vanità del mondo, estraneo agli affari, non smetterò di pregare per la conservazione di Vostra Maestà e per la prosperità del regno, – ciò che è più caro in questo mondo. »Crediamo che le cose debbano accadere più o meno così. Ciò che ci rifiutiamo di tradurre è l’emozione che è esplosa da una parte e dall’altra nel momento in cui, con l’ultimo saluto, sono stati scambiati gli ultimi sguardi pieni di lacrime. Aranda aveva cinquantadue anni quando aprì l’ingresso di Porta Coeli Per lui, stava entrando nell’atrio del paradiso. Arrivato al porto, si espande in termini commossi ed esclama: «Che ringraziamento devo darti, Signore, per avermi portato in questa santa dimora! È allora al tuo tabernacolo che i miei giorni passeranno d’ora in poi. È sufficiente, per riconoscere questo favore, offrirti l’offerta della mia povera persona sotto il dominio di São Bruno? Perché dovrei pentirmi di ciò che ho lasciato? Tutto questo non è nulla in confronto a quello che ho trovato, oh mio Dio. ”Ricordiamo, aveva espressamente chiesto di rimanere nella condizione di donato, vale a dire tra i più piccoli della famiglia. Per non parlare del chiostro a cui non ha mai osato appartenere, ha respinto l’idea di unirsi ai conversi. La donazione pura e semplice era il suo sogno. Le sue aspirazioni più intime non salirono più in alto. Lavoratore dell’ultimo minuto, voleva vivere nell’ignoranza, nonostante il fatto che la sua esperienza di vita, la sua educazione, la sua conoscenza lo rendessero adatto a tutte le posizioni. La Provvidenza gli aveva riservato delusioni crudeli.

Continua…..

Il più prolifico scrittore certosino del XX° secolo

Dom Benoit Lambres (Farneta 1949)

Dom Benoit Lambres a Farneta nel 1949

Cari amici nell’articolo odierno, è mia intenzione farvi conoscere un certosino, noto per essere stato il più prolifico scrittore dell’Ordine di San Bruno dello scorso secolo. Ma chi era costui?

Corneille Lambres, nacque a Utrecht, nei Paesi Bassi, il 2 gennaio del 1898. Sin da giovane egli indirizzò i suoi studi verso la musica, l’arte e la letteratura, e di conseguenza tale attrazione per queste discipline ha influenzato la sua successiva spiritualità. Dopo aver completato la sua scuola di grammatica, Dom Lambres è entrato nell’ordine domenicano in Olanda. Ma presto sentì un forte desiderio di vita contemplativa e ascetica incarnata nell’ideale solitario e comune dell’Ordine certosino. Fu così che nel dicembre del 1920, a soli ventidue anni, Corneille entrò alla certosa svizzera di La Valsainte, il suo percorso proseguì adempiendo la sua aspirazione. Il 2 febbraio del 1923 egli fece la sua professione solenne scegliendo il nome di Benoit, e già in quello stesso anno scrisse il suo primo libro dal titolo “Een boek ouer Karthuizers” ovvero “Un libro sui certosini”, pubblicato in forma anonima un anno dopo e rivisto due volte nel 1937 e nel 1947. Nel 1924, a causa della carenza di celle a La Valsainte, Dom Lambres fu inviato alla certosa inglese di Parkminster. Nel 1930 fu trasferito nella certosa di Serra San Bruno, da dove iniziò un soggiorno in varie certose italiane. Nel 1931 andò a Vedana, nel 1934 a Pavia, e nel l945 a Firenze. Nel 1946 divenne vicario della certosa di Calci, dove tentò di compattare una comunità di certosini olandesi riuniti per preparare il ritorno dell’Ordine nei Paesi Bassi, che però non avvenne mai. Nel 1949 fu trasferito alla certosa di Farneta a Lucca e poi di nuovo a Firenze nel 1951. Questo peregrinare continuo da certosa a certosa, fu determinato anche dall’impetuosità del suo carattere artistico, che non mancò di creare tensioni nelle silenziose comunità contemplative. Finalmente, nel 1955 Dom Lambres trovò pace ritornando nella certosa dove era avvenuta la sua professione, ovvero a La Valsainte, dove trascorse gli ultimi vent’anni della sua vita. Il 13 giugno 1974, a settantasei anni Dom Lambres morì in cella, fu trovato nel letto dopo che tardava a recarsi in chiesa per il Mattutino. Si spense così l’esistenza di questo certosino, che dedicò la sua vita monastica alla preghiera ed al silenzio, ma coltivando la sua passione per la scrittura, scrivendo oltre trecento libri!

Alcuni dei testi di Dom Lambres alias Benoit du Moustier

Alcuni dei testi di Dom Lambres alias Benoit du Moustier

Egli utilizzò diversi pseudonomi, tra i quali Benoît du Moustier e P.I.M. Fu molto prolifico, in molti dei suoi scritti, Dom Lambres difese la bellezza come un grande valore cristiano e come un modo per giungere a Dio, egli scrisse anche diverse “meditazioni musicali” oltre ad articoli sulla poesia. Attraverso gli scritti di Benoit du Moustier molti lettori nei Paesi Bassi, in Italia, in Francia e nel mondo di lingua inglese conobbero la tradizione certosina o persino cristiana. Dom Lambres ha pubblicato un gran numero di articoli e molteplici recensioni su riviste olandesi. In molti dei suoi articoli Dom Lambres condivise la sua lectio divina con i suoi lettori, raccontando loro di scrittori spirituali e traducendo parti significative delle loro opere. Altri articoli riguardarono la storia certosina o degli aspetti della vita contemplativa. Spesso Dom Lambres offrì consigli pratici a coloro che cercavano Dio nella preghiera e nella meditazione. Forse tra le sue migliori pubblicazioni ci sono le sue meditazioni su parole scritturali, testi liturgici o citazioni di poeti. Prima di adottare lo pseudonimo “Benoit du Moustier”. Dom Lambres era già noto con un altro pseudonimo, “Minstree di PrinsJesus” (The Minstrel of Prince Jesus). Con questo nome pubblicò un gran numero di storie edificanti e meditazioni per i giovani adolescenti, poi raccolte in libri, il primo dei quali, Prins Jesus Minstreel (1933), divenne molto popolare e fu spesso ristampato.Tra i libri da menzionare anche due libri di preghiere olandesi, Noaa et Vetera (1950) e In Christo (1962). Il primo di questi, che ha avuto sei edizioni, ha esercitato una grande influenza ed ha avuto una enorme diffusione. Gli studi di Dom Lambres nella storia del canto certosino meritano una menzione speciale. Poiché era estremamente amante della musica, fu infatti un soave cantore nel corso della sua sua vita monastica, fu incaricato dal Priore Generale dell’Ordine di preparare un inno, rivisto in conformità con i più antichi manoscritti liturgici. Al termine dei suoi studi, riuscì nel 1958 a completare il suo inno rivisto e nel 1963 completò anche un graduale rivisto. Ho voluto offrirvi alcune notizie su questo personaggio certosino che si meritò di essere definito come il più prolifico scrittore certosino del XX° secolo.

Ritratto di un certosino

Christus_carthusian

Oggi come spesso accade, da questo blog un focus su un dipinto che immortala storie di monaci certosini. Vi ho descritto nel corso degli anni dipinti che hanno istoriato scene tratte dalla vita dei santi dell’Ordine di san Bruno, cicli richiamanti martiri subiti dai certosini nei secoli, e spesso testimonianza di fatti storici accaduti. Il dipinto sul quale oggi mi soffermerò, è originale anche nel titolo “Ritratto di un certosino”. Un austero dipinto realizzato dal pittore fiammingo Peter Christus, datato 1446 ed ora esposto al Metropolitan Museum di New York. Ma ora proviamo ad osservare con una lente d’ingrandimento immaginaria il quadro, per coglierne ogni minimo particolare. Va detto che esso fu realizzato con la tecnica di olio su tavola, precisamente legno di rovere. Il soggetto raffigurato è un anonimo monaco certosino, con uno sguardo magnetico e ritratto con una barba che sfiora mirabilmente la tonaca.

sguardo magnetico

Sullo sfondo vi è una luce rossastra che contorna la figura del monaco, che sembra giungere da una fioca fonte luminosa alle spalle del certosino. Strabiliante l’impressione di tridimensionalità, che ci esprime il dipinto, difatti il monaco sembra quasi uscire dalla cornice, catturando l’osservatore. Ma il vero capolavoro in questo dipinto, è rappresentato dalla presenza sul bordo della cornice di un trompe-l’oeil, rappresentato dalla raffigurazione di una mosca. L’insetto dipinto con dovizia di particolari, sembra poggiato sulla cornice. Molto dibattuta è la simbologia che gli si attribuisce. Solitamente viene associata al maligno, alla morte ed alla caducità della vita in genere, tutti elementi che contrastano con la purezza spirituale certosina e con il candore dell’abito.

mosca

Altri ipotizzano, invece, pur senza prove certe, che il monaco del ritratto sia da identificare col più celebre certosino del tempo, Dionigi di Rijkel, coetaneo di Petrus Christus. In tal caso la mosca diventerebbe, allora, un’allusione al “De venustate mundi”, il testo in cui il filosofo certosino classifica la bellezza dell’universo in una gerarchia che comprende, sia pure al grado più basso, anche la bellezza degli insetti come testimonianza dell’armonia del creato.

Indipendentemente da tutto ciò, vi è un dato inconfutabile ovvero che l’artista abbia voluto dare un saggio della sua capacità pittorica, inserendo quel piccolo insetto che non turba e non infastidisce il certosino, serenamente in posa con uno sguardo che cattura l’attenzione di chi lo osserva. Un quadro di piccole dimensioni, ma davvero grande per la maestria con cui è stato realizzato.