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Un novizio portoghese

bruno-padre-carlos-rosmaninho

Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno

Eccoci giunti al mese di aprile, nel quale ci accingiamo a celebrare la Santa Pasqua. Ho per voi cari amici una lieta notizia che apre questo mese che ci giunge dalla Spagna. Lo scorso primo febbraio, alle ore 15, nella certosa iberica di Porta Coeli, nei pressi di Valencia, padre Carlos Rosmaninho ha preso l’abito certosino, cominciando così il periodo del noviziato.

Una eccellente notizia, poichè questo sacerdote è di nazionalità portoghese e quindi si unirà ai quattro anziani monaci che come ricorderete hanno lasciato la certosa portoghese di Evora, a seguito della triste chiusura. La cerimonia svoltasi in certosa, ha avuto inizio nella sua cella con l’imposizione dell’abito da parte del Padre Priore Dom Luis Nolasco, anch’egli portoghese. Successivamente la semplice cerimonia è proseguita nella sala capitolare, alla presenza dell’intera comunità monastica ed alcuni amici e familiari, che prostratosi sul pavimento ha chiesto misericordia per poi essere abbracciato dai confratelli. Ha fatto seguito un sermone pronunciato dal Padre Priore, poi la comunità lo ha accompagnato in processione nella sua cella, laddove egli ha ricevuto il nuovo nome da lui prescelto. La scelta di padre Carlos è stata Bruno di Santa Maria della Grazia e del Trionfo del suo Cuore Immacolato. Ovviamente il riferimento è a san Bruno ed al patrono della diocesi di Setúbal. La cerimonia si è conclusa con i canti dei Vespri nella chiesa della certosa.

Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno comincia il suo cammino da novizio, che durerà due anni, al cui termine potrà emettere i suoi primi voti religiosi, che successivamente saranno rinnovati e che lo condurranno ad essere definitivamente un nuovo Padre certosino. Affinchè questo percorso arrivi al completamento, nel giorno del suo inizio, vi invito a pregare per questo giovane portoghese. La Grazia di Dio con l’intercessione di san Bruno, gli illumini questo cammino da lui scelto ed esaudire la sua vocazione. La linfa certosina portoghese possa alimentare e nutrire sempre le vocazioni dell’Ordine.

Icona Bruno

Dom Georg Pirckheimer: il certosino alchimista

certosa di Norimberga

Certosa di Norimberga

Le origini dell’alchimia sono antichissime, e da far risalire all’antico Egitto ma la diffusione di testi alchemici avviene tra il 1350 ed il 1500. Inoltre, a partire dai primi anni del XV secolo, si assiste a un incremento numerico di manoscritti alchemici, che raggiunge il suo apice negli anni del primo Rinascimento. La proliferazione dei laboratori di alchimia, ovvero l’arte della trasformazione dei metalli, avviene nel XIV secolo, ed è in particolare l’aumento di impostori che induce il papato a proibirne l’esercizio.

Oggettivamente, se molti alchimisti cercano in buona fede di trasformare metalli, altri, meno scrupolosi, usano le loro scoperte e la creduloneria degli uomini per poter mettere denaro contraffatto in circolazione, un vero mercimonio. La bolla papale “Spondent Pariter” venne emanata da papa Giovanni XXII nel 1317, essenzialmente per la sua condanna degli abusi dell’alchimia, essa mira quindi a proteggere la popolazione dai criminali, ma senza fare distinzione tra alchimisti e impostori. Nel 1493, è la città Imperiale di Norimberga che ordina il divieto di alchimia tra le mura della città. Anche in questo caso, le motivazioni e gli obiettivi erano quelli di proteggere la popolazione che subivano la circolazione di denaro contraffatto, e spiacevoli inganni commessi da turpi imbonitori. Questo decreto, tuttavia, sembra completamente ignorato dal priore della Certosa di Norimberga, Dom Georg Pirckheimer, che si dedica da tempo all’alchimia all’interno della clausura. Va detto che i monaci certosini, provenienti da ambienti sociali culturalmente elevati, potevano dedicarsi non solo alla contemplazione, ma anche allo studio di discipline che esulavano dal campo religioso. Uno statuto pubblicato dal Capitolo Generale del 1499, in particolare per le Province del Reno e della Germania inferiore, indica che alcuni certosini si impegnano nella pratica dell’alchimia nei monasteri.

Poiché l’Ordine aveva già proibito in precedenza con un documento specifico, valido per tutte le certose, lo studio del diritto, dell’astrologia, dell’alchimia, delle opere di Erasmo e della lingua greca ed ebraica, tale menzione costituisce pertanto un avvertimento mirato per quella area geografica. Nel caso in cui le attività non si fossero fermate immediatamente, i certosini sarebbero stati puniti con la sospensione del loro ufficio nel caso di priori, o con una pena detentiva. Poiché l’avvertimento fu destinato a due Province, senza indicare con precisione le Certose direttamente interessate, possiamo considerare che non vi era un caso isolato, ma piuttosto che diverse certose erano dedite alla ricerca della quintessenza. Un caso era già stato identificato presso la certosa di Güterstein nel 1470 e il Capitolo Generale convocò il colpevole tale monaco Ulricus. Ancora una volta, il vertice dell’Ordine non punì il certosino, ma gli diede un primo avvertimento: Et dominus Ulricus, monachus dicte domus [Güterstein], amplius non intromittat se de alchimia nec de quinta essentia. Et si que concessa sunt aut mandata super his, revocamu. Ovvero Ulrich, un monaco della casa [Güterstein], non immischiarsi in alchimia e la quinta essenza. E se questo sono stati concessi o commissioni su quelli revochiamo.

Certamente, la dimensione mistica dell’alchimia avrebbe potuto essere una ragione del divieto della pratica da parte del Capitolo Generale. In effetti, Aristotele afferma che Dio è l’essenza di tutte le cose, il che implica quindi che si trova in tutte le cose e quando l’alchimia propone di trasformare la natura degli elementi, attacca solo l’essenza divina, che può quindi essere assimilata Ora, non sembra che il Capitolo Generale proibisca la pratica dell’alchimia nei certosini per ragioni teoriche, ma piuttosto per motivi pratici. Prima di tutto, perché l’alchimia è un’arte molto costosa. Gli elementi necessari per i preparativi richiedono un capitale iniziale abbastanza grande, che è in contraddizione con il voto di povertà imposto ai certosini dalla loro professione di fede. I religiosi che si abbandonavano all’alchimia dovevano quindi fare affidamento su di un sostegno finanziario esterno al monastero, oppure compromettere i fondi destinati per la gestione ordinaria della casa. Tuttavia, nessuna soluzione drastica fu autorizzata dagli statuti dell’Ordine. Gli alchimisti avevano quindi bisogno di un contributo finanziario regolare, che può essere troppo restrittivo, persino pericoloso per una comunità. Inoltre, il monaco-alchimista certamente non lavora nella sua cella, in primo luogo per motivi di salute, ma anche perché ha bisogno di un assistente che lo aiuti nei preparativi e che alimenti perennemente il forno, “atanor”. Ciò comporta la creazione di un laboratorio, vale a dire uno spazio non destinato alla realizzazione dell’ideale certosino, ma d’altra parte incoraggia una collaborazione tra due certosini, che rinunciano in effetti alla solitudine imposta dalla severa regola dell’Ordine. Inoltre, l’alchimia è un’arte che richiede diligenza. I preparativi possono talvolta essere complicati e i tempi di elaborazione possono richiedere diversi giorni. Ne consegue quindi che l’alchimista non può rispettare un impiego rigoroso del tempo certosino: al monaco gli mancherebbe il servizio, non poterebbe dedicarsi alla preghiera nella cella, insomma, si discosta notevolmente dal suo scopo originale, la contemplazione. Tuttavia, ciò che preoccupava l’Ordine non è tanto la pratica dell’alchimia da parte di un padre, anche se non fa parte delle normali attività monastiche, quanto la complessità dell’insieme e l’inevitabile alterazione della vita solitaria e silenziosa. La costruzione di un laboratorio nella Certosa, così come l’irregolarità di un padre in ufficio, non sfuggirono al resto della comunità. In effetti un’attività, vietata dagli statuti dell’Ordine, trova posto nell’eremo solo con il consenso generale, in altre parole un tacito accordo per ignorare la legge.

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

Poiché l’alchimista è il priore della Certosa, questa pratica mette a repentaglio l’intera comunità, poiché il superiore, che dovrebbe incarnare la regola, non la rispetta. La legittimità della sua autorità è compromessa e quindi conseguenzialmente l’unità tra tutti i confratelli. Si ha una prova inconfutabile della pratica alchemica svolta dal priore Dom Pirckheimer, difatti nel Germanische Nationalmuseum di Norimberga, è conservato il manoscritto con sigla HS 9715, intitolato Alchemie, il massiccio lavoro del certosino Georg Pirckheimer. Egli è stato Priore della certosa di Norimberga dal 1477 al 1498, fu anche Visitatore della provincia tedesca inferiore tra il 1486 e il 1493 e infine, fu vicario della certosa di Ilmbach. Inoltre, va detto che il suo cognome ci riferisce delle sue origini patrizie, poiché la famiglia Pirckheimer fu una delle famiglie più importanti della città imperiale. Un suo parente Willibald Pirckheimer fu sicuramente uno degli umanisti più famosi della città ed è anche conoscitore e diffusore dell’alchimia. Allo stesso modo, Caritas Pirckheimer, Badessa del convento delle clarisse di Norimberga, figura importante della vita religiosa di Norimberga e sorella di Willibald, che fu in contatto diretto con Dom Georg Pirckheimer

Nel 1497, il Capitolo Generale lo nominò “sovrintendente” della certosa di Prüll, in altre parole, doveva assicurarsi che il cambio di priore in questa casa fosse conforme alla legislazione dell’Ordine. Per questa missione, Pirckheimer agisce come rappresentante dell’autorità del Capitolo Generale, ciò ci illustra non solo la sua riconosciuta capacità di assicurare questo ufficio, ma anche la fiducia che l’autorità suprema dell Ordine gli conferì. Tuttavia, nel 1498, perse il suo ufficio prima di essere trasferito nella certosa di Ilmbach, poi nel 1499, il Capitolo Generale pubblicò il divieto di praticare l’alchimia nelle case della  Germania Inferiore e del Reno. I meccanismi istituzionali certosini sono implacabili: lo spostamento di Georg Pirckheimer da Norimberga a Ilmbach e il suo degradarlo dall’ufficio precedente per un vicariato sono certamente una conseguenza della sua disobbedienza agli statuti. Si potrebbe pensare che la pena inflitta dal Capitolo Generale sia leggera, poiché Pirckheimer mantenne la carica vicariale. Tuttavia, il suo trasferimento verso la certosa di Ilmbach, molto meno influente, ebbe il sapore di un esilio. Anche se non fallì come capo spirituale della sua comunità, né nei vari compiti che il Capitolo Generale gli affidò nella provincia della Bassa Germania, che si trattasse della visita o delle missioni spontanee, con la sua condotta mise in pericolo la Certosa di Norimberga, prima di tutto per il rischio insito nella pratica dell’alchimia, ma soprattutto per la sua mancanza di assiduità nella preghiera. Come un priore, egli avrebbe dovuto agire con l’esempio. Il Capitolo Generale non può reagire se non con il suo licenziamento. Infine, va notato che all’inizio del XV secolo la certosa di Norimberga ha avuto serie difficoltà finanziarie e ci si interroga se ciò non sia una conseguenza delle azioni di Georg Pirckheimer. Certamente lui utilizzò il patrimonio di famiglia per finanziare le sue attività di alchimista, ma è lecito pensare che abbia usato anche le entrate della Certosa e che abbia effettivamente contribuito a gravare sul bilancio ordinario. Ma non tutti i mali vengono per nuocere! Va altresì detto, infatti, che tracce di questi studi si riversarono sui medicamenti concepiti all’interno delle note spezierie certosine. Tra queste ne ricordiamo alcune, come la polvere di smeraldo con miele per problemi oculari, lo sciroppo di corallo contro le febbri insistenti, l’ambra contro la disuria, e la canfora contro la peste e nonchè come anafrodisiaco, non a caso i monaci ne portavano un sacchetto addosso, per placare le pulsioni sessuali. A Dom Georg Pirckheimer, per la precisione, va anche attribuito il merito dell’impegno per far si che venisse pubblicata la prima edizione di “Imitato Christi” di Tommaso de Kempis nel 1494.

Speziale

certosino speziale

In certosa al tempo del Coronavirus

serracovid

Cari amici lettori non avrei mai voluto scrivere un’articolo sul tema riguardante questa immane tragedia che il genere umano sta affrontando. Ma la comunicazione deve adattarsi ai tempi, pertanto in questo periodo nel quale siamo tutti costretti in una clausura obbligata nelle nostre case, percepiamo, seppur lontanamente, la scelta volontaria di chi opta per la vita monastica eremitica. Vi propongo una interessantissima intervista al Padre Priore della certosa di Serra San Bruno, che torna ad esprimersi sul tema. Alcune ore fa in piena quarantena, gli sono state poste delle domande alle quali ha risposto illustrandoci su come si vive in certosa al tempo del Coronavirus.

Dom Ignazio Iannizzotto

In che modo state vivendo questa situazione di emergenza da Covid-19 all’interno della Certosa di Serra San Bruno? Avete cambiato qualcosa negli stili di vita e in quei momenti di agape comunitaria e fraterna che la regola consente?

«La regola certosina comporta già una notevole separazione dal mondo che, in qualche modo, corrisponde a ciò che le autorità ci stanno chiedendo e quindi la nostra vita in concreto non è cambiata molto. I momenti di fraternità all’interno della clausura in fondo sono equiparabili a quelli di una normale famiglia che vive nella propria casa, tuttavia abbiamo voluto che alcuni aspetti della nostra vita sottolineassero la nostra comunione con tutti coloro che vivono con sofferenza questo periodo. Penso soprattutto alla privazione dell’eucaristia per tanti fedeli, per questo abbiamo deciso di rinunciare ad un segno molto importante nella liturgia certosina, che si è mantenuto fin dai primi secoli: la comunione al calice per tutta la comunità. Ripeto, oltre ad una scelta di prudenza igienica, per noi è soprattutto un far memoria, attraverso questa rinuncia, della più grande rinuncia a cui sono costretti tanti nostri fratelli e sorelle. Abbiamo anche scelto di fare lo “spaziamento” settimanale dentro le mura del monastero soprattutto per evitare nella gente ambiguità riguardo la possibilità o meno di fare passeggiate».

La Conferenza Episcopale Italiana nel comunicato del 12 marzo ha affermato che si può contare su un’azione orante continua per il Paese, che proviene dai monasteri…

«Penso che questo virus, che è dilagato proprio durante la Quaresima, sia un’occasione per noi monaci di andare al cuore della nostra vocazione di comunità orante “separati da tutti, ma uniti a tutti”. Questa coscienza del compito prioritario della preghiera riconduce tutte le nostre comunità all’essenza della vita monastica. Dobbiamo sentirci responsabili delle Messe che possiamo continuare a celebrare nei monasteri e della liturgia che continuiamo in coro. Ci è stato dato questo privilegio non certo perché siamo migliori, anzi, forse proprio perché non lo siamo! Dobbiamo essere più che mai consapevoli che nessuna delle nostre preghiere va vissuta senza sentirci uniti a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità, raccogliendo l’implorazione di tutti ed offrendo al Padre la nostra impotenza, il nostro timore, la nostra speranza».

La necessità di contenere e contrastare il contagio da Coronavirus impone a tutti noi di restare a casa e di stravolgere così le nostre abitudini. Non è semplice limitare gli spostamenti e vivere per settimane all’interno delle quattro muova domestiche. Mentre voi monaci scegliete già una vita che si stabilizza in un luogo, la Certosa, in questo caso, tanto da fare persino voto di stabilità. Che consigli si sente di offrire a chi ci legge, per sfruttare al meglio questo periodo di “quarantena”, anche come occasione di crescita spirituale?

«Il rapporto col tempo è una delle chiavi fondamentali della vita spirituale. In questo periodo l’esperienza che tutti stanno facendo è quella del “fermarsi”, si tratta di una dimensione nuova, a cui non si era abituati, infatti è diventato quasi impossibile nella cultura occidentale moderna; neppure per le vacanze ci si ferma veramente, niente può arrestare la nostra corsa affannosa per approfittare della vita, delle del tempo ed anche delle persone. Fermarsi invece vuol dire ritrovare il presente, la vera realtà della vita e del tempo. Nel Salmo 45 Dio ci invita a fermarci per riconoscere la sua presenza tra di noi: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra” (Sal 45,11-12). Dio ci chiede di fermarci, non ce lo impone, ci chiede de fermarci come ci si ferma davanti ad una persona amata, o davanti a qualcosa di bello che ci riempie di silenzio. Fermarsi davanti a Dio significa riconoscere che la sua presenza, riempie l’istante e quindi soddisfa pienamente il nostro cuore».

Che cosa la tradizione monastica e, in particolare, quella certosina hanno da insegnare sull’importanza di scandire con regolarità e ordine i momenti della giornata?

«Si dice che i monaci vivano al ritmo della campana… In realtà la nostra regola ci insegna soprattutto a vivere ogni momento della giornata con quell’attenzione e quella disponibilità all’ascolto, che può aiutarci a riconoscere la ricchezza di tutta la realtà. Ogni cosa che facciamo, ogni attività che dobbiamo svolgere, anche il riposo, tutto ha una grazia propria, un tesoro che ci viene svelato e donato, se sappiamo fare tutto senza affanno e con regolarità. La nostra giornata deve essere quindi “sinfonica”, ogni cosa deve avere il suo valore e ogni cosa va fatta al suo momento giusto, senza creare disordine e senza attaccarsi all’una o all’altra attività a scapito delle altre: tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio e tutto è ricco di grazia».

In queste settimane i fedeli cattolici sono anche chiamati al digiuno dall’eucarestia: è una quaresima particolare, questa, in cui davvero si fa esperienza del “deserto”. Le Messe con il popolo sono sospese nella maggior parte del mondo occidentale, e non solo. Nella storia del monachesimo il digiuno dall’Eucarestia è ricorrente: in Oriente come in Occidente chi si ritira dai centri urbani per abbracciare una vita di silenzio e di contemplazione, eremitica, se non è sacerdote, non ha la possibilità di accedere all’Eucarestia, anche per anni. Su questo che cosa può dire il monachesimo all’uomo di oggi?

«La pratica quaresimale del digiuno eucaristico sopravvive ancora nel Rito Bizantino e, in forma minore, nel Rito Ambrosiano. Da noi, nei tempi passati, i fedeli si accostavano alla comunione piuttosto raramente, tanto che vi era il precetto che diceva di fare la comunione “almeno a Pasqua”. Oggi le cose sono cambiate e la possibilità di accostarsi quotidianamente all’Eucaristia è molto importante per la vita dei fedeli, tuttavia è anche importante mantenere vivo il bisogno e il desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, per riscoprire che ciò che ci viene donato è un mistero straordinario e per niente scontato. Nell’amore non c’è niente di peggio dell’abitudine e questo vale e soprattutto nell’amore per il Signore: Lui ci dona sé stesso in un atto di sacrificio che deve sempre trovarci colmi di desiderio e di gratitudine, di gioia e di timore. In questi giorni mi capita di pensare a quando finalmente sarà possibile per i fedeli riaccostarsi agli altari per ricevervi l’Eucaristia, immagino le loro lacrime, la gratitudine, la lode del cuore: sarà una vera Eucaristia!»

Questi giorni per la vostra comunità sono coincisi anche con la scomparsa del certosino Dom Elia Catellani, un uomo di grande spiritualità. Che ricordo Lei ha di Dom Elia?

«Quello che è notevole nella storia spirituale di D. Elia è la percezione che lui aveva della sostanziale unità della sua vocazione, pur nella molteplicità di vicende che ha attraversato. La sua forte propensione pastorale, il desiderio di incontrare la gente, di accogliere tante anime bisognose di conforto, tutto ciò che alla fine lo avrebbe portato a vivere fuori dalla Certosa, lui non lo ha mai vissuto in modo conflittuale o polemico, ma quasi con la semplicità di un bambino che non si pone problemi, con una grande libertà spirituale. Ed è proprio questa la dote monastica di D. Elia, che mi sembra importante evidenziare: una grande libertà spirituale, unita però ad un forte senso degli obblighi che aveva come religioso e come sacerdote. Se da una parte lui è stato sempre molto scrupoloso, così come anche fedelissimo al dovere della preghiera, d’altra parte la sua apertura mentale gli consentiva di accogliere, comprendere ed aiutare tutte le persone che si rivolgevano a lui, sia in Certosa che fuori. Infatti tutti lo ricordano sempre disponibile, sempre accogliente, sempre sorridente, quando gli si chiedeva un aiuto di qualsiasi tipo. La gioia che D. Elia sapeva esprimere ricorda quella caratteristica di San Bruno che si legge nel titolo funebre scritto, in occasione della sua morte, dai monaci di Calabria: Semper erat festo vultu (Aveva il volto sempre lieto). Chiunque ha conosciuto D. Elia ricorderà con affetto quel volto “sempre lieto” che lo faceva tanto somigliare al nostro Padre Bruno, una letizia che si trasmetteva a tutte le persone che lo incontravano, una letizia che con semplicità mostrava il vero valore delle cose che contano e di quelle che passano. Una letizia che sapeva esprimersi con un delicato sorriso, come quello che è rimasto sul suo volto perfino dopo il decesso e che tutti ricorderemo».

Ringrazio l’autore dell’intervista, che ha consentito a Dom Ignazio di illuminarci in questo tempo tormentato, con le sue parole sulle quali vi prego di riflettere e meditare…

Voglio in questo articolo invitare tutti a pregare per tutte le vittime, i loro congiunti e tutti gli ammalati di questo terribile morbo, che sta flagellando il nostro pianeta.

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Dom Pacomio Lessus l’intrepido certosino “refrattario”

 

Dom Lessus

Dom Lessus

In questo articolo odierno, cari amici, voglio parlarvi nuovamente degli accadimenti avvenuti a seguito della Rivoluzione francese e dalla persecuzione subita dai cattolici francesi. Già vi ho descritto, in precedenti articoli a cui vi rimando, diverse pagine di storia che hanno coinvolto monaci certosini perseguitati e martirizzati. Oggi vi parlerò di un altro certosino cosiddetto “refrattario” e delle sue peripezie durante quel triste periodo. Il personaggio in questione è Jean Ignace Lessus, egli nacque a Bonnétage (Doubs) il 14 aprile 1766, suo padre era un umile maestro aveva tre fratelli che morirono da bambini, così come la madre che si spense quando Jean Ignace aveva solo cinque anni. Sin da piccolo egli si fece notare per la sua pietà e le sue capacità intellettuali. Il parroco lo aiutò negli studi e lo guidò verso la vita sacerdotale inviandolo dapprima al collegio di Besancon nel 1786 per poi passare al Seminario. Ma alla vigilia del suo suddiaconato, nel settembre 1788, partì per la Certosa di Montmerle(dipart. dell’Ain), dove, il primo novembre del 1789, fece la professione solenne e ricevette il nome sotto il quale sarà ormai conosciuto e col quale noi lo chiameremo: Pacomio. Fu poi ammesso, a intervalli regolari, ai vari ordini sacri ed il priore, Guillaume ARMÉLY, che era stato avvocato al Parlamento di Bordeaux, lo volle come suo segretario particolare. La Rivoluzione francese avrebbe messo termine a questa prima parte della sua vita. Conformemente alle disposizioni dell’Assemblea Costituente, cominciarono le perquisizioni nelle case religiose. La prima visita dei commissari alla Certosa di Montmerle ebbe luogo l’8 dicembre 1791. Interrogati per sapere se avevano intenzione di perseverare nella loro vocazione, venti religiosi su ventidue risposero affermativamente. Dopo questo primo sopruso, la vita della comunità religiosa potè tuttavia continuare fino al settembre 1792, quando si ebbe la dispersione forzata dei suoi membri. Al contrario dei suoi confratelli che si diressero verso le certose in Svizzera o Italia, Dom Pacomio non volle lasciare la Francia, entrando in clandestinità. Non si arrese mai con uno zelo più ansioso che discreto e saggio, lasciando la certosa dove, interamente dedito ai santi esercizi di pietà e vita cenobitica, dovette impegnarsi per la vita attiva del santo ministero sacerdotale con devozione. Decise di difendere la fede in pericolo e di difendere i credenti contro lo stato rivoluzionario ed anticlericale. Restò a disposizione dei fedeli, aggirandosi per la regione come un proscritto, imbattendosi in tutti quegli ostacoli e rischi che son ben noti ai cultori della storia di questa persecuzione. Dom Pacomio svolgeva il suo apostolato principalmente nei pressi della città di Pontarlier (dipart. del Doubs). Fu sancito nel 1792 che tutti i preti “refrattari” sarebbero stati deportati e condannati a 10 anni di detenzione. Ciononostante egli con zelo e tenacia svolse segretamente la sua attività. Ecco un aneddoto che ci chiarisce i rischi che corse per la fede e la assistenza dei fedeli.

Dom Lessus

Un giorno arrivarono per dirgli che una persona era pericolosamente malata nel villaggio di Cerneux-Monnot, nella casa di Monsieur Chat gli fu anche detto che questa casa era attentamente sorvegliata, giorno e notte, poichè sapendo che si trattava di una famiglia molto credente, non avrebbero lasciato morire qualcuno a casa senza fornire loro l’aiuto della religione, e che questa circostanza offriva una buona opportunità per poter arrestare un prete.

Dom Lessus, profondamente toccato dalla situazione di questo paziente, si impegnò ad andare in suo aiuto, ma raggiungerlo furtivamente era impossibile, quindi decise di andarci pubblicamente e in pieno giorno. A tal fine Dom Pacomio escogitò di indossare un cappotto da mendicante, si mise una cartella sulla spalla, in cui mise alcuni pezzi di pane, e così mascherato, partì per Cerneux Monnot. Era una domenica passò davanti a un gran numero di persone che conosceva ne riconobbe diversi, ma nessuno lo riconobbe con quei panni logori, Dio lo coprì con un velo protettivo! Avvicinandosi alla casa di Monsieur Chat, il quale come abitudine riceveva gruppi di straccioni per donare caritatevolmente una zuppa calda, Dom Pacomio si mimetizzò tra essi ma contrariamente agli altri si fece notare per una timidezza nel non chiedere carità. Questa differenza rispetto agli altri fu notata da una servitrice, che sorpresa decise di farlo entrare in casa per offrirgli zuppa calda pane e della frutta. A tal punto Dom Lessus ottenuto il suo scopo, rivelò la sua identità e svelò il motivo della sua presenza. Che gioia questa dichiarazione si diffuse nell’anima di questa brava signorina! Lei indicò rapidamente al prete come arrivare al paziente. All’inizio credeva di aver ricevuto solo un uomo povero e in effetti aveva ricevuto un inviato da Dio. Il conforto e l’assistenza al moribondo furono assicurati dal certosino con grande amore. Si narra che un altra volta riuscì ad ingannare le guardie del carcere di Ornans , dove era rinchiuso un suo amico a cui volle dare assistenza religiosa. Si presentò ai carcerieri travestito con un cappotto da gendarme, portando una spada e vistosi baffi. L’umile certosino costretto ad inventarsi espedienti per difendere la propria fede con coraggio e zelo unici. Omnibus omnia factus sum. Mi sono fatto tutto per tutti, diceva San Paolo.

Come esprimere, il desiderio di donarsi al Signore e alla sua Chiesa, meglio di questa frase?

Gli agenti del Terrore lo sorvegliavano già da molto tempo, ma fu solo al riaccendersi della violenza che lo arrestarono, in un mulino a Chaffois, in cui il proprietario, Bartolomeo Javaux, lo aveva accolto e nascosto. Il 25 aprile 1794 comparve davanti al Tribunale rivoluzionario del Doubs che lo condannò a morte e lo fece giustiziare insieme al suo favoreggiatore il mugnaio Bartolomeo Javaux. Si trattò di una seduta del Tribunale rivoluzionario particolarmente odiosa, durante la quale, come ci hanno tramandato i testimoni, Dom Pacomio mostrò una calma e una dignità imperturbabili, che non potevano derivare se non dalla grazia di cui era pervaso. Furono ghigliottinati il 25 ed il 26 aprile 1794 in Place de Saint-Benigne a Pontarlier. Alla folla accalcatasi presso il patibolo Dom Pacomio gridò: “Addio, miei cari amici. Non piangete su di me. Lascio questa terra di esilio per andare nella mia vera patria. Ci incontreremo lì un giorno. Lavorate costantemente per meritare questa felicità. Ricordate che le cose di questo mondo non sono nulla e che i mali che possiamo far soffrire, per quanto grandi possano sembrare, sono dolci e piacevoli quando li soffriamo per Dio. Siate fermi nella fede. Chi persevererà fino alla fine sarà salvato. Ricordatevi di me Non vi ti dimenticherò mai”. I resti mortali lasciati esposti dai carnefici a monito, furono raccolti da due pie donne che ne assicurarono una degna sepoltura. Furono sepolti entrambi nei pressi della torre della chiesa, dove fu innalzato una lapide sepolcrale. Si spense a soli 28 anni l’esistenza di questo giovane che voleva dedicare la sua vita a Dio in una certosa, ma che riuscì nel suo intento in un apostolato pieno di pericoli e conclusosi tragicamente. La tomba di Dom Lessus diventa luogo di pellegrinaggio, ed è ancora coperta di fiori, i fedeli hanno l’abitudine di prelevare un pò di terra ed accendono candele per ricevere grazie e guarigioni, come testimoniano gli ex voto presenti sul sepolcro. La gente viene a pregare per questo martire ed il suo ricordo nella zona è ancora vivo.

Nel 1909 è iniziata la prima informativa in ordine al processo di beatificazione per la volontà dell’arcivescovo di Besancon, Fulberto Petit. I suoi successori, Leone Gauthey e Luigi Humbrecht hanno proseguito l’istruzione della causa. Quest’ultimo, il 9 febbraio 1920, dichiarò chiuso il processo antipreparatorio. Il fascicolo fu portato a Roma il 20 febbraio successivo. L’apertura del processo ordinario sul martirio ha avuto luogo il 21 luglio 1926, la sua chiusura è seguita il 27 novembre 1950. Il processo di non culto è stato aperto il 21 febbraio 1952, la sua chiusura è seguita il 27 ottobre 1954. Da allora la causa non ha più fatto progressi. Vi ho raccontato questa storia per non far cadere nell’oblio una pagina di storia che ha visto i credenti perseguitati con violenza e odio feroce.

monumento tombale

Iscrizione: Epitaffio sulla stele: JOHANNES IGNATIUS LESSUS / ORDINIS CARTHUSIANI / BARTHOLOMEUM JAVAUX / HOSPES EIUS / PO FIDE OCCUEUERUNT XXV ET XXVI APRIL / MDCCXCIV / UORUM IMITAMINI FIDEM / AD HEBR XIII ; su una placca più recente, in basso: ICI REPOSENT / DOM JEAN IGNACE LESSUS CHARTREUX / BARTHELEMY JAVAUX MEUNIER / GUILLOTINES LES 25 ET 26 AVRIL 1794

 

In memoria del beato Bonifacio di Savoia

Medaglione di Bonifacio di Savoia a Westminster

Medaglione di Bonifacio di Savoia a Westminster

Cari amici se non è già capitato a qualcuno di voi di rimanere meravigliati, potrebbe accadere allorquando visiterete a Londra la stupenda Cattedrale di Westminster. Ma per che cosa vi starete chiedendo. Ebbene per uno dei medaglioni in marmo che sono presenti come decorazione sulla facciata della nota cattedrale inglese. Ma per quale motivo tra questi vi è il beato certosino Bonifacio di Savoia?

Egli dopo essere stato certosino, venne nominato dapprima vescovo di Belley poi arcivescovo di Canterbury. In questa scultura marmorea viene raffigurato con il globo crucigero in mano, ad indicare un breve periodo di reggenza del regno d’Inghiltera, e con un cappuccio sul capo a memoria del suo trascorso da certosino. Ma perchè proprio sulla facciata della cattedrale di Westminster? Vi svelo il motivo di questo omaggio a questo insigne personaggio che ebbe contrasti frequenti con il re d’Inghilterra Enrico III, e che vide l’apice di questi dissidi nel Natale del 1252 allorquando proprio nella Cattedrale di Westminster, esattamente nella Cappella di Santa Caterina, intimò la scomunica al re ed a chiunque altro avesse idea di violare la Magna Charta Libertatum, pilastro delle libertà degli inglesi. Bonifacio per quasi venticinque anni svolse la sua attività episcopale nel tentativo di riformare la Chiesa liberandola dalla attività politica. La Provvidenza intervenne sulla sua volontà, egli pur appartenendo alla casa Savoia preferì la casa di Dio ed il nascondimento tra le mura della certosa, voleva vivere ignorato ma così non fu. Diventato vescovo ed Arcivescovo mostrò sempre grande zelo per il suo gregge. Nel giorno in cui ricorre la sua memoria, preghiamo:

Preghiera
Signore, che hai fatto del beato Bonifacio un esempio di pastorale
zelo e di amore. Concedici con il suo aiuto, nella nostra solitudine
di contribuire alla salvezza delle anime.

beato Bonifacio (medaglioni Scriva-

Jean-François Ducis alla Grande Chartreuse

Jean-François Ducis e Grande Chartreuse

Jean-François Ducis alla Grande Chartreuse

Cari amici in precedenti articoli vi ho illustrato la visita di personaggi illustri alla Grande Chartreuse e le loro esternazioni a seguito di quella toccante esperienza. Cronin, Ippolito Pindemonte, ed oggi vi parlerò del poeta e drammaturgo francese Jean-François Ducis nominato per la sua fama membro dell’Académie Française nel 1779.

Egli visitò la casa madre dell’ordine certosino nel giugno del 1785, ed a seguito di quella visita ebbe a dire che : “Il mondo non ha un’idea di tale pace; è quella un’altra terra, un’altra natura; si sente ma non si può definirla, codesta serenità che vi entra nel cuore. … Beati voi, Certosini, che vivendo con Dio morrete in questi eremi.’ Beato chi viene a vedervi in questo posto che voi abitate, ma cento volte più felice chi non ne esce più.'”. Durante tutta la vita il monaco tenta di penetrare nel cuore di Dio mediante la fede e la carità e, con la preghiera assidua, la lettura spirituale, la meditazione e lo studio, cerca di crescere sempre più nell’amore e nella conoscenza di Lui “.

Come da tradizione, un ospite illustre prima di lasciare la certosa scriveva il proprio nome ed un breve commento, qualche verso o qualche massima a testimonianza del proprio rispetto e riconoscimento verso la comunità monastica certosina.

Il registro alla data 4 giugno 1785 annota quanto segue….

Che calma! che deserto! In profonda pace,

Non sento più ruggire le tempeste del mondo.

Il mondo è scomparso, il tempo si è fermato …

Inizi per me, terribile eternità?

Ah! Sento già che, in questo augusto recinto,

Un Dio confortante si degna di placare la mia paura ..

Lo so, è un padre, che ama gli umani. Perché avrebbe dovuto interrompere il lavoro con le sue mani? È quello che mi ha formato nel grembo di mia madre; vuole il mio pentimento, ma vuole che io speri. O tu che, su queste montagne imbiancate dagli inverni, venni a cercare gelate, una tomba, deserti, e che, volando più in alto, con il tuo amore estremo, sembravo, vicino al cielo, vivendo nel cielo stesso, che amo per vedere le tue impronte in questi luoghi santi. La culla del tuo Ordine è nascosta nei cieli. È lì che, dal Signore che ripete le lodi, la voce dei tuoi figli è salita al coro degli angeli. Lì, dai suoi falsi piaceri, attraverso il secolo perduto, il viaggiatore riflessivo sospirava spesso. Queste rocce, questi abeti, questo torrente solitario, tutto parla, tutto mi istruisce a disprezzare la terra, la terra, dove la felicità è un frutto estraneo, che sempre alcuni vermi in segreto vengono a rosicchiare. Durante tutto il dolore ho trovato lì le immagini. L’amore ha i suoi tormenti, l’amicizia i suoi oltraggi. Che desideri ingannati, lavoro superfluo! Tu che, vivendo per Dio, muori in questi ritiri, beato chi viene a trovarti nel porto dove sei, ma cento volte più felice di chi non lo lascia mai più!

Parole che testimoniano quanto la visita in certosa ebbe un forte impatto sul noto drammaturgo. Una poesia ed una lettera su questa esperienza vi proporrò ancora, per cogliere al meglio le emozioni profonde provate da Jean-François Ducis.

 

Ritorno a Medianeira

Certosa Medianeira

Per completare il rapporto epistolare circa l’esperienza del giovane brasiliano che vi ho raccontato nei precedenti articoli, ecco l’ultima lettera. Ma prima di leggerla, vi spiego brevemente cosa gli è successo, nel giugno scorso, dopo Farneta. Uscitovi con l’intento di ritornare dopo qualche settimana, il nostro amico fatto ritorno in patria per preparare la documentazioni e per salutare i propri cari, si è imbattuto in una serie di problemi tra cui le gravi condizioni di salute di suo padre. Ciò ed altri problemi burocratici gli hanno impedito di fare ritorno in Italia, il suo sogno di diventare certosino sembrava svanire definitivamente. Ma la sua tenacia e l’intervento della Provvidenza, hanno permesso che con il tempo si riuscisse a trovare una soluzione, ed ecco che il nostro amico è riuscito ad entrare lo scorso 17 gennaio nella certosa brasiliana di Medianeira. Prima di entrare ha voluto inviarmi questa missiva che vi offro.

Maria accolga il nostro amico

Maria accolga il nostro amico

“Ritornare a “Medianeira”

“confesso che non immaginavo che potesse succedere, il luogo, laddove in un certo modo è iniziato tutto. Ma anche non farebbe tanta differenza se fosse a Farneta, pero è più facile per la mia famiglia raggiungere nei tempi che sarà determinati per loro venire a trovarmi, per loro è molto più comodo. Ma comunque esiste un insieme di tante cose che si muove dentro di me, perché ritornare lì, e anche restare lì sarebbe come fare memoria di tutto quello che mi ha portato a desiderare questa particolare vita. La Medianeira è un cielo in terra, ma è diversa dalle Certose europea nel senso architettonico, è una costruzione moderna, ma molto semplice e modesta. Medianeira mi ha provocato delle cose che Farneta non mi ha provocato, e viceversa, ma la cosa più gioiosa dentro di me è pensare che ritornare in quel logo magari forse stato pensato da Dio, e quello sì ho la ansia di fare prima, la volontà di Dio.”

Questo è il mio piccolo pensiero, e scusa per il mio italiano, io non sono bravo”.

(Goiânia 2020)

Attendendolo al suo ritorno, preghiamo per lui.

 

San Bruno assisti il nostro amico

San Bruno assisti il nostro amico