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Pregando per il cibo

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Cari amici lettori, dopo aver dedicato diversi articoli al cibo sia come ricette, che come astinenza in periodo di Quaresima oggi voglio offrivi le preghiere recitate prima e dopo dei pasti.

Indipendentemente se il pasto venga consumato in solitudine in cella, o come sappiamo, insieme ai confratelli in refettorio si recitano le seguenti preghiere.

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BENEDIZIONE DEL CIBO PRIMA DEL PASTO

Gli occhi di tutti guardano fiduciosi a te, o Signore, e tu dai loro il cibo a suo tempo. Apri la tua mano e soddisfi il desiderio di ogni essere vivente. Sal. 144,15-16.

(Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era all’inizio, è ora e sarà per sempre. Amen.)

Signore, abbi pietà. Cristo, abbi pietà. Signore, abbi pietà. Preghiera silenziosa. Benedici, O Signore, questi tuoi doni che stiamo per ricevere dalla tua bontà, per Cristo, nostro Signore. Amen.

Qui vengono letti alcuni versetti della Scrittura di propria scelta.

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DOPO PRANZO

Qui vengono letti alcuni versetti della Scrittura di propria scelta.

Ti rendano grazie, o Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Sal. 144.10

(Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era all’inizio, è ora e sarà per sempre. Amen.)

Ti rendiamo grazie, Dio onnipotente, per tutte le tue benedizioni, che vivono e regnano nei secoli dei secoli. Amen.

Qui viene recitato un salmo a scelta.

Signore, abbi pietà. Cristo, abbi pietà. Signore, abbi pietà. Preghiera silenziosa.

A mani aperte, dona ai poveri; la sua giustizia dura per sempre. Il suo capo si alzerà in gloria. Sal. 111.9 Benedirò il Signore a tutte le melodie, la sua lode sempre sulle mie labbra. Sal. 33.2 Che la mia anima si glori nel Signore. Gli umili ascolteranno e si rallegreranno. Sal. 33.3 Glorifica il Signore con me. Insieme lodiamo il suo nome. Sal. 33.4

Sia benedetto il nome del Signore, ora e per sempre. Signore, concedi ai nostri benefattori la vita eterna per amore del tuo santo nome. Amen.

Possano le anime di tutti i fedeli defunti per la misericordia di Dio riposare in pace. Amen.

Lodiamo il Signore e rendiamolo grazie.

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Un seme argentino: Dom Jorge Falasco (seconda parte)

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Prosegue, nell’articolo odierno, la testimonianza di Dom Jorge Falasco.

Ecco per voi la seconda parte dell’estratto di un suo testo.

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Verso la metà di settembre del 1977 decisi di ritirarmi in un luogo solitario e di trascorrere il resto della mia vita in compagnia della Madonna, dedicandomi solo alla preghiera. Avevo appena preso questa decisione quando, provvidenzialmente, seppi dell’esistenza dei Certosini. Arrivata l’ora degli esami, vedo un compagno di classe che invece di studiare scriveva una lettera. Gli chiesi a chi e perché scriveva durante gli esami. “Sto scrivendo ad un amico sacerdote che si trovava nella Certosa dell‘Aula Dei, a Saragozza, in Spagna”, ha risposto. Non avevo idea di cosa fosse un certosino e gli chiesi una spiegazione. “I Certosini sono monaci solitari che trascorrono la loro vita dedicandosi a tempo pieno alla preghiera. Sono monaci eremiti che vivono in comunità, ma ognuno nella sua cella”. Ecco! Questa è la mia vita!, ho risposto. Non avevo mai sentito parlare dei certosini. Nella biblioteca del Seminario ho trovato il libro “Estampas Cartujanas”, dove ho letto tutto ciò che era necessario sapere per prendere una decisione ferma e scrivere alla Certosa dell’Aula Dei.
La mia esposizione fu chiara e concisa: ho bisogno di un luogo adatto per la preghiera, tutto il resto che posso accettare, ma in funzione ea servizio della preghiera. Chiesi di essere ammesso come fratello (non volevo continuare a studiare, né mi sentivo particolarmente chiamato al sacerdozio). Mi hanno ammesso, ma a condizione che avessi un biglietto di andata e ritorno (per ogni evenienza). Anche il maestro dei novizi che ha risposto alla mia lettera era un medico. Ero felicissimo, pieno di gioia. Aveva trovato il tesoro nascosto, una perla di grande valore. La mia partenza dal Seminario è stata estremamente dolorosa. La cosa più dura e difficile è stato l’addio dell’Arcivescovo, perché per nulla al mondo avrebbe voluto lasciarmi andare: “Ti dico ‘non senza ispirazione divina’: resta finché non sarai ordinato diacono, poi vedrai”. Monsignore deciso. Ma non bastava: avevo già deciso e avevo l’appoggio del mio direttore spirituale. Il mio cuore è rimasto in Seminario fino ad oggi. La mia gratitudine non smetterà mai di crescere. L’11 ottobre 1977, alle cinque del pomeriggio, nell’Aerolineas Jumbo, lasciai la mia terra, la mia gente e le mie cose per iniziare una nuova vita, per il momento sconosciuta. Sono arrivato a Madrid il 12 ottobre all’alba. Senza perdere un minuto ho preso il treno per Saragozza. Già a Saragozza tutto era festa, luce e danza: l’intera città celebrava la sua Santa Patrona, la Virgen del Pilar, che è anche la Patrona di Hispanidad. Appena arrivato, il padre Priore mi ha detto, senza dubbio ispirato: “Non farai bene ad essere un fratello. È meglio che tu stia nel chiostro e ti orienti verso il sacerdozio, nella cella avrai tutto il giorno per pregare”. Questo cambiamento nei miei piani mi ha ferito, ma ho accettato con piacere e senza dire una parola. Ho iniziato la mia vita nel deserto. Dicono che sia molto dura, ma con la Vergine come compagna tutto è cucito e cantato. Solo che i certosini non mangiano mai carne, e mi ci è voluto molto tempo per abituarmi al pesce. Non fu così difficile alzarmi a mezzanotte per il mattutino perché ero abituato ai turni in ospedale. Presi l’abito monastico il 2 febbraio del 1978 (giorno di Presentazione del Signore), feci la professione il 2 febbraio del 1980 e fui ordinato sacerdote il 19 maggio del 1985.

Ho collaborato con il mio maestro dei novizi in tutto ciò che era necessario, soprattutto tutto ciò che riguardava lo studio e l’acquisizione di libri di filosofia. Il beneficio di essere passato attraverso il Seminario di Paraná e di aver acquisito le basi tomistiche e metafisiche di tutto il mio sistema dottrinale è incalcolabile. Non ho fatto altro che approfondire e sviluppare ciò che avevo imparato insieme al mio amato professore di Metafisica in soli sette mesi, dal 1985.
Sono stato in Spagna per 20 lunghi anni, che sembravano solo pochi giorni. Ho già fatto la mia vita spirituale, monastica e sacerdotale a Saragozza, vicino alla Virgen del Pilar. Ma in risposta ad un espresso desiderio del Papa e poiché c’erano diversi argentini nell’Ordine, e anche su richiesta della Conferenza Episcopale Argentina, un Capitolo Generale dell’Ordine decise di fondare una nuova certosa in Argentina. E mi hanno chiesto di entrare a far parte del gruppo dei fondatori (eravamo 2 padri e 2 fratelli). E così sono tornato nel mio paese l’8 luglio 1998, pronto a lavorare per la fondazione della Certosa “San José” (a Deán Funes, Córdoba) in tutto ciò che sarebbe stato necessario.

(Estratto da “Prehistoria de la Cartuja San José”, scritto da P. Jorge Falasco)

Un seme argentino: Dom Jorge Falasco

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Cari amici, nell’articolo di oggi vi ritorno a parlare della certosa argentina di San Josè, lo spunto mi viene offerto da un breve ma delizioso video. In esso potremo ammirare lo svolgimento dell’attività claustrale svolta da una comunità alquanto numerosa e giovane, frutto di un lavoro incessante svolto dai primi certosini che giunsero in Argentina.

Tra questi vi era Dom Jorge Falasco, di cui oggi parlerò.

Apprezziamo dapprima il video.

Ed ora attraverso la descrizione della sua vocazione, fatta in un suo scritto, Dom Jorge Falasco ci descrive il suo percorso particolare che lo condusse a ad essere uno dei fondatori della certosa di San Josè.

Uno dei primi semi che hanno fatto germogliare questa fervida certosa!

Premesso che, Jorge Falasco nacque nel 1947, da subito fu affetto da crisi epilettiche manifestatasi fino ai due anni di età, allorchè scomparvero, improvvisamente, dopo una visita al santuario di Nostra Signora di Luján. Successivamente egli si dedicò agli studi che lo avrebbero condotto a diventare un medico cardiologo, ecco la narrazione degli eventi succedutisi e che sconvolsero la sua esistenza.

Ho diviso in due parti la sua testimonianza.

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Prima parte

Un sabato di fine 1976 un amico mi chiama per incontrare alcune monache carmelitane in via Ezeiza, a Buenos Aires. Visto che era sabato e ho approfittato del weekend per leggere, allenarmi e aggiornarmi, ho cercato di evitare l’impegno e di mandare un altro medico. Inoltre, di solito non ci si prendeva cura dei pazienti a casa. Ma il mio amico ha insistito e mi ha convinto. Nel mentre stavo facendo un elettrocardiogramma sulla ragazza più giovane, circa quanto la mia età, lei improvvisamente e inaspettatamente mi ha chiesto cosa avrei fatto della mia vita. Non sono riuscito a darle una risposta chiara e precisa e lei, vedendo la mia esitazione, mi ha convinto ad accettare di recarmi per qualche giorno al monastero benedettino di Luján per mettere in ordine i miei propositi. La Madre Priora, che era presente, acconsentì e mi promise che in 24 ore avrebbe organizzato tutto per me. Sarebbe stato un modo per ringraziare i miei servigi. Pochi giorni dopo sono partito per il Monastero di San Benito, a Luján. Lì sono stato ricevuto dal suo abate, Dom Martín de Elizalde (attuale vescovo di Nueve de Julio). Sono stati cinque giorni intensi (il tempo mi è sembrato di più). Lì ho incontrato un seminarista del Paraná che stava facendo il suo ritiro prima della sua ordinazione diaconale. Appena mi ha visto e mi ha fatto alcune domande, mi ha convinto ad andare in Paraná. L’idea mi sembrò buona e gli dissi di farmi incontrare il Vescovo del Paraná, che in quel momento si trovava a Buenos Aires. Non sarebbe stato facile perché oltre ad essere arcivescovo di Paraná, era vicario militare e presidente della Conferenza episcopale. Due giorni dopo fui convocato per un incontro con il vescovo Adolfo Servando Tortolo, al Collegio Champagnat quella stessa notte. Ero lì nel tempo e nella forma. Mi sono fermato a vederlo dopo aver aspettato il mio turno dietro alcuni generali e brigatisti. Mi ha molto colpito il suo vestito: con tonaca rossa, zucchetto, fusciacca… Non avevo mai visto un vescovo da vicino. Fu breve e spedito: dovevo lasciare tutto il prima possibile ed entrare in Paraná. Ed è così che il 1 marzo 1977, dopo aver trasferito le quote dell’Unità Coronarica ai miei colleghi e i miei beni a mia sorella, ho preso l’autobus a Retiro per il Paraná. non sarei tornato più indietro. Sono arrivato in seminario all’alba. Per la prima volta mi trovavo in un ambiente corretto ecclesiastico. Il Padre Rettore mi ha fatto un progetto personale per fare due anni di filosofia in uno. Vale a dire, sono entrato direttamente al secondo anno e ho dato gratuitamente le prime materie. La mia gratitudine al Seminario è immensa. In sette mesi ho fatto due anni di Filosofia. Non ho mai studiato così tanto e con così tanto frutto. Il mio insegnante di metafisica Luis (Lucho) Melchiori mi ha dedicato lunghe ore con indicibile pazienza. Ho conosciuto, apprezzato e amato San Tommaso. La dottrina dell'”esse” come atto dell’essere e la sua applicazione allo studio della realtà mi ha dato le basi necessarie e sufficienti per dare solidità e stabilità non solo alla mia fede ma anche a tutte le conoscenze acquisite nella mia vita universitaria e professionale. Ho anche collaborato con il Seminario Minore impartendo agli studenti corsi di Anatomia e Fisiologia. In Seminario mi sono fatto grandi e cari amici, oggi alcuni di loro vescovi. Non ho parole per ringraziare questo trattamento che la Chiesa mi ha riservato all’inizio della mia vita consacrata.

Segue nel prossimo articolo…

(Estratto da “Prehistoria de la Cartuja San José”, scritto da P. Jorge Falasco)

Il pane di crusca dei certosini

Pane e acqua

Il mese scorso è terminato il ciclo di dieci articoli riguardanti le “ricette dei monaci”, rubrica molto apprezzata da voi lettori di Cartusialover, ma essendo in periodo di Quaresima (che avrà inizio il 2 marzo e terminerà il 14 aprile) ecco oggi per voi una ricetta speciale.

Abbiamo potuto apprezzare tante ricette, composte da vari ingredienti, gustose ma mai estremamente elaborate. Talvolta un primo, un secondo con uova e pesce e verdure cotte oppure insalata o un pezzo di formaggio, la frutta e qualche volta anche il dolce.

Non bisogna inoltre dimenticare, che i monaci certosini per una gran parte dell’anno, per il periodo che va dal 14 settembre, il giorno dell’Esaltazione della Santa Croce, fino al giorno di Pasqua, consumano un unico pasto della giornata. Essi non fanno mai colazione e non cenano se non accontentandosi di un pezzetto di pane e magari di una bevanda calda che possa dargli ristoro. Fermo restando, che un giorno a settimana, il venerdì o la vigilia delle solennità, i monaci digiunano, accontentandosi di mangiare pane e di bere acqua.

Il pane, unico alimento nei giorni di astinenza, viene fatto dai monaci in un forno proprio. Non è mai pane bianco, ma un pane con la crusca perché esso risulta essere più nutriente. Ed è la ricetta del pane di crusca che oggi voglio offrirvi.                

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Pane di crusca

Ingredienti:

400 g farina 00

200 g crusca di grano

250 / 300 ml acqua

2 g lievito di birra disidratato

2 g malto

2 cucchiai di olio extravergine di oliva

10 g sale

Svolgimento:

Nella ciotola dell’impastatrice (ma potete fare l’impasto facilmente anche a mano) mettete la farina e la crusca. Aggiungete il malto e il lievito.
Impastando iniziate ad aggiungere poco alla volta l’acqua (non vi servirà tutta) e l’olio. Quando l’impasto inizia a formarsi aggiungete il sale. Continuate ad impastare fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo, non troppo morbido.
Coprite con un canovaccio e lasciate lievitare per 1 ora in luogo tiepido.
Riprendete l’impasto, fate qualche piega e date forma di una pagnotta tonda. Fate lievitare fino al raddoppio coperto e al caldo.
Scaldate il forno a 180°C quindi fate due tagli trasversali, a forma di croce, sulla superficie del vostro pane ed infornate per 35-40 minuti.

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Dalla speleologia alla certosa 2

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Continua l’intervista al giovane spagnolo Joaquin, che ha deciso di fare ingresso in certosa, a Porta Coeli.

Sei consapevole che in un certo senso è morire al mondo per nascere a Dio?

Completamente, l’unico modo per poter vivere da eremita e separato dal mondo è fare questo passo. Non è una rinuncia violenta come rifiuto del mondo, ma una completa infatuazione di Dio. Se si sente la chiamata di Dio e del suo amore, nella sua scala di valori diventa la prima cosa e tutto diventa molto sopportabile, nonostante la durezza della vita nel chiostro, la rassegnazione della famiglia e degli amici, dei viaggi, degli hobby. .. Se uno è innamorato di Dio, sa che in questa vita gli darà il centuplo e soprattutto la promessa della vita eterna, che è ciò che conta davvero. Se uno è molto unito a Dio, il resto è totalmente irrilevante e va su un piano molto secondario.

Fino a che punto questo ritiro dal mondo fa sparire tanti ostacoli sulla via della santità?

Allontanandosi davvero dal rumore del mondo, dalla secolarizzazione attuale… in un clima di raccoglimento, di silenzio, è più facile avvicinarsi a Dio, avere momenti di intimità molto più intensi ed essere in un presenza di Dio, senza preoccupazioni materiali, senza impegni mondani.

Comunque è una vita oggettivamente molto dura, di tanta preghiera e sacrificio, lavoro manuale ecc…

Esatto, ma se credi che Dio ti chiama a lodarlo, a pregare, a chiedere per il mondo… l’ascesi è necessaria e offrendo tutta la tua vita, tutta la tua volontà ha per Dio un valore molto grande. Se si cerca la santità, è il modo migliore per aiutare la Chiesa e salvare le anime, avendo come riferimento lo stesso Cristo che ha dato se stesso donando la sua vita per redimerci dal peccato e salvarci. Il certosino si ritirava in solitudine, ad una vita dura e di rinuncia, per avere quella pienezza in Dio.

Perché la gioia interiore di vivere uniti a Dio non deve necessariamente essere accompagnata da una gioia sensibile?

Quando una persona lascia tutto, per una vita di sacrificio, di penitenza… ha pochissime gioie sensibili, lontane dalla società del benessere, ma è più propenso all’ascolto di Dio attraverso il silenzio interiore e il silenzio esteriore, che sono molto importanti, soprattutto quello interno. Quando sei molto unito a Dio, Lui stesso ti dà una sorta di compenso spirituale e di gioie interiori essendo unito a Lui. Non si può vivere di queste consolazioni, ma di fede, che è ciò che fa realmente la tua volontà unita a Dio, a prescindere di consolazione o desolazione. Ci possono essere momenti di difficoltà nella propria vocazione, dove bisogna avere la convinzione di perseverare nelle lotte interiori. Preghi molto e ti sacrifichi, ma a volte non vedi i frutti, devi vivere per fede. Dio opera attraverso l’umiltà, il distacco, la dedizione… Dio, di fronte all’umiltà e alla fiducia dei santi, opera meraviglie in loro.

Cosa diresti a un giovane che sta valutando una vocazione alla vita religiosa?

Che è una decisione che deve nascere da dentro, nessuno deve convincerti, sei tu che devi fare il passo. Se cerchi con rettitudine di intenzione di seguire la volontà di Dio se ti chiama alla vita religiosa, hai tutte le opzioni per essere felice. Se cerchi sempre la volontà di Dio, Lui ti ripaga con quella felicità che tutti desideriamo. A volte non è facile discernere la chiamata, ma devi essere coraggioso per osare per cercare di sapere se Dio ti chiama davvero. La vita religiosa è condizionata dall’obbedienza, dal rinnegare se stessi, che è l’esatto contrario del mondo moderno.

Ho pubblicato questa intervista affinchè possa essere di aiuto ed orientamento per tutti coloro che hanno esitazioni e perplessità sulla vita monastica. A Joaquin, vadano le mie e le vostre preghiere.

san Bruno

san Bruno

Dalla speleologia alla certosa

Joaquin

Dalla Spagna, ci giunge questa interessante intervista a Joaquin un giovane che ha deciso recentemente di abbracciare la vita monastica certosina ed entrare nella certosa di Porta Coeli a Valencia. Ha chiesto ad amici e parenti preghiere nascondendo fino all’ultimo il suo intento, portando avanti la sua vocazione in silenzio. La passione per la speleologia e per la montagna hanno contribuito a temprarlo alla solitudine ed al silenzio. La Provvidenza gli ha donato la vocazione, e come si evince dalle risposte date ad un amico che lo ha intervistato, si avvia con grazia verso questa nuova vita volta all’incontro con Dio. Vi invito a pregare per lui ed a chiedere a San Bruno di illuminare il suo nuovo cammino.

Le dieci domande le ho divise in due articoli, oggi le prime cinque a seguire le restanti.

Come è nato nella tua vita il desiderio di consacrarti a Dio come religioso?

Non è stata una scoperta improvvisa, è stato qualcosa di graduale che ho visto nella preghiera, parlando con il direttore spirituale o con amici sacerdoti. È stata una scoperta progressiva dopo un’intuizione o un’inclinazione a un tipo di vita. Non c’è un tempo preciso. Vedendo i mali che esistono in questa società, hai più ragioni per donarti completamente a Dio, contando sempre sulla sua forza e sulla sua chiamata.

Perché in una certosa? Cosa ti ha attratto di più di quella vita?

Ho sempre avuto molto contatto con la montagna, con l’ambiente naturale e la vita contemplativa mi ha sempre attratto molto, perché era una vita di riflessione, di preghiera, di sguardo verso un Dio, che è tutto, che è l’unico che ci ha creato, colui che ci sostiene in ogni momento. È un tipo di vita che ha qualcosa di molto speciale per donarsi a Dio in modo pieno. Non mi sono mai piaciute le folle e la vita di solitudine l’ho sempre condotta abbastanza bene. Sono sempre stato attratto dalla vita eremitica. Ho un amico per metà eremita, e con lui ho sempre avuto un ottimo rapporto e tanta amicizia.

Perché il contatto con la natura, il silenzio… qualcosa che hai sempre cercato?

Fin da piccola ho fatto molti momenti di escursioni il sabato con i miei genitori, passeggiando, camminando in montagna … Dei miei 5 fratelli, 4 di noi sono andati per le montagne alla scoperta dei castelli, per esplorare la geografia intorno a Castellón, le diverse montagne… e questo è stato ulteriormente intensificato dal mio amore per la speleologia. Ho sempre avuto bei momenti e silenzio, di raccoglimento, di ammirazione delle meraviglie del creato.

Come è stato il processo di discernimento?

È stata una cosa che è durata molto tempo, parlare con persone diverse, studiare com’era la vita monastica, meditare… Ho fatto una piccola esperienza vocazionale 2 anni fa durante una prova di 2 settimane in certosa e l’ho vissuta molto bene e mi sono adattato molto bene alla vita nell’eremo, che è dove vivono e si ritirano i certosini. Sono una specie di case dove c’è un giardino e spazi diversi per il lavoro, la preghiera, il bagno, il letto, la scrivania o lo studio…

Qual è stato il punto di svolta in cui hai preso quella decisione epocale nella tua vita?

È una domanda complicata e una decisione difficile. Quell’opzione nella mia vita mi è sempre rimasta in testa e una volta fatto il test e mi sono adattato bene, la bilancia ha optato per questo tipo di vita verso Dio, lasciando il mio lavoro e lasciando tutto per il Signore. Con gioia ho deciso di lasciare il secolo per dedicarmi interamente a Dio.

Continua…

Le ricette dei certosini (10)

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Le ricette dei certosini (10)

Si conclude oggi la rubrica “Le ricette dei certosini”, cominciata dieci mesi fa, ecco dunque per voi, in questo ultimo appuntamento, altre tre gustose ricette monastiche, scelte per voi da un antico ricettario certosino. Ho concepito per voi un questionario al fine di comprendere, dalle vostre risposte, il vostro livello di gradimento di questa particolare rubrica. Grazie a tutti coloro che vorranno rispondere.

Vi ricordo che da oggi tutte le ricette offertevi finora, sono presenti in una pagina, posta nella sidebar di sinistra, al fine di poterle facilmente consultare.

Non è l’uso del cibo che deve essere represso, ma la concupiscenza; Non importa, in alcun modo, che tu prenda tale o quali alimenti per sostenere il tuo corpo, a condizione accontentati del tipo di cibo di cui hai bisogno.
Sant’Agostino. (Lib. 10 cap. 31).

Zuppa di zucca con fagioli e porri.

Ingredienti

1/2 Kg. di Fagioli
1/2 Kg. di Zucca.
2 porri.
1 Cucchiaio di Olio.
Sale a piacimento
1 Pizzico di Pepe bianco

Svolgimento

Cuocere i fagioli sgusciati con la zucca. Quando i fagioli saranno cotti e frullati aggiungete sale, pepe e i porri, tritati finemente o tritati dopo la tostatura sul fuoco.
Far bollire per venti-trenta minuti. Servire subito

Cavolo Fritto

Ingredienti

1 Un cavolo cappuccio
1 Cucchiaino di sale
Acqua abbondante
100 Gr di Burro
1 Cipolla
1Pizzico di pepe nero

Sale a piacimento

 

Svolgimento

Sbucciare e pulire i cavoli. Lessateli in acqua bollente salata, poi sgocciolare. Passatele in una padella con il burro in cui avremo tostato un po’ di cipolla. Si friggono a fuoco basso girandoli spesso con una spatola di ferro in modo che non brucino. Si condiscono con sale e pepe, se necessario. Si servono subito caldi dopo averli scolati.

Budino di semolino per la Quaresima

Ingredienti

1litro e 1/2 di Latte

100 Gr. Zucchero

1 cucchiaino di Sale

50 Gr. Burro

1 vasetto di Acqua di fiori d’arancio o Vaniglia in polvere

200 Gr. Semola

100 Gr. Uvetta

100 Gr. Mela cotogna

100 Gr. Mandorle.

Svolgimento

Far bollire il latte; aggiungere lo zucchero, un po’ di sale, il burro, il semolino, l’uvetta e diluire, la pasta di mele cotogne tagliate a pezzetti e le mandorle tagliate a metà; Mescolate a poco a poco con una spatola di legno fino a quando il bollore comincia a salire; vedi se il condimento va bene; versare subito in una padella per dare forma. Innaffia la superficie con un po’ di latte e mescola bene con un cucchiaio di legno. Cuocere in forno per circa mezz’ora.

 

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Le infermità tra i certosini

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«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).
Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità

La XXX Giornata mondiale del malato, che ricorre oggi 11 febbraio, in cui si celebra la memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, ed istituita da papa Giovanni Paolo II nel 1992, fu concepita per rappresentare un momento speciale di preghiera, per dedicare attenzione al malato ed a tutti coloro che lo assistono quotidianamente. Va ricordato che nel 2013 papa Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni nel corso di questo giorno di festa, e ha citato la sua salute in declino come la ragione del suo gesto.

Il nostro pensiero va dunque alle persone malate ed a coloro che le assistono, ed in particolare a quanti, in tutto il mondo, in questo momento particolare, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. Premesso ciò, non possiamo trascurare come vengono accuditi gli infermi ed i malati all’interno di una comunità monastica certosina, e come vengono trattate le infermità tra i certosini.

L’Ordine certosino da sempre ha avuto una particolare attenzione a questo tema, al punto di dedicare un’ intero paragrafo nel capitolo Libro III – La Comunità– 27 degli Statuti, nel quale si spiega come gestire le malattie e la cura agli infermi nel rispetto della povertà che hanno professato e conformi allo spirito di solitudine.

Gli infermi

L’infermità o la vecchiaia ci invitano ad un nuovo atto di fede nel Padre che con tali prove ci configura più intimamente a Cristo. Così, associati in modo particolare all’opera della Redenzione, ci uniamo più strettamente con tutto il Corpo Mistico.

Il priore mostri una speciale sollecitudine e misericordia verso gli infermi, i vecchi e quelli che sono nella prova. Ciò si raccomanda anche a tutti coloro ai quali è affidata la cura degli infermi. Secondo la possibilità della casa, si fornisca caritatevolmente agli ammalati tutto ciò che è necessario e giovevole. Tutti i servizi, anche i più intimi, a cui essi non possono attendere da sé, siano compiuti umilmente dagli altri, in modo che si reputi felice chi ha ricevuto un tale incarico. Coloro che soffrono di qualche malattia nervosa, particolarmente molesta nella solitudine, siano aiutati in ogni modo, così da comprendere che possono dare gloria a Dio, purché, dimentichi di sé, si abbandonino con fiducia alla volontà di Colui che è Padre.

I malati però, come dice S. Benedetto, siano ammoniti di far bene attenzione a non contristare chi li serve, chiedendo cose superflue o impossibili o magari lagnandosi. Ricordandosi della vocazione abbracciata, riflettano che come vi è differenza tra il religioso sano e il secolare sano, allo stesso modo il religioso infermo deve comportarsi diversamente dal secolare infermo, per evitare – ciò non avvenga – che durante la malattia l’animo si ripieghi su se stesso e resti vana la visita del Signore.

I malati dunque siano invitati a meditare sulle sofferenze di Cristo, e chi li serve sulle sue misericordie. Così i primi diverranno forti nel sopportare e i secondi pronti nel soccorrere. E mentre quelli considerano di essere serviti per Cristo e questi di servire per lui, i primi non si inorgogliscono e i secondi non si scoraggiano, perché gli uni e gli altri attendono dal medesimo Signore la ricompensa della fedeltà al proprio dovere: i malati del patire, gli infermieri del compatire.

Come poveri di Cristo, ci accontenteremo del medico ordinario della casa o, se il caso lo dovesse esigere, di uno specialista delle città vicine. Se, oltre al medico abituale, un padre è costretto a consultare uno specialista, il priore gli può concedere di recarsi in una delle città vicine stabilite dai Visitatori col consenso del Capitolo Generale o del Reverendo Padre, purché sia di ritorno lo stesso giorno. Ugualmente il priore può permettere che un monaco sia ricoverato in ospedale; conviene, tuttavia, che ne venga informato il Reverendo Padre.

I nostri malati, per amore della solitudine, ricevono, per quanto è possibile, le cure necessarie nella propria cella.

In tutte queste circostanze abbandoniamoci con animo docile alla volontà di Dio e ricordiamoci che mediante la prova dell’infermità veniamo preparati alla felicità eterna, ripetendo col salmista: Quale gioia, quando mi dissero: ”Andremo alla casa del Signore”.

I medicinali vengono usati con grande parsimonia, e solo nei casi veramente necessari e previa licenza del padre priore, ciò appare dissonante con la presenza nei secoli nelle certose di spezierie molto attrezzate ed in grado di produrre farmaci e medicamenti di vario genere. Ciò va ricondotto alla estrema generosità e misericordia dei certosini, i quali per quanto fossero austeri e severi con se stessi, erano altrettanto prodighi con gli estranei. Le spezierie erano di fatto al servizio dei pellegrini indigenti che trovavano conforto bussando alle certose sicuri di ricevere assistenza. Va segnalata, inoltre, la diffusa riluttanza tra i monaci a ricorrere a cure ospedaliere, per l’attaccamento alla cella ed alla vita claustrale spesso approfittano della malattia sopraggiunta per “santificarsi” non chiedendo mai aiuto o difficilmente lo accettano. Accolgono la sofferenza con gioia!

A seguire diverse immagini e qui un breve video che ci fanno cogliere l’amore con il quale i monaci infermi o molto anziani, vengono assistiti e curati dai confratelli con caritatevole devozione.

Grazie al sito amico escadoceu.…..per le immagini.

La Biblioteca monumentale nella certosa di Trisulti

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Nei primi giorni dello scorso mese di novembre, vi ho annunciato da questo blog la lieta notizia della riapertura della certosa di Trisulti. Da quella data, migliaia di visitatori hanno potuto ammirare questo magnifico luogo, ed apprezzarne le ricchezze artistiche in essa conservate. Inoltre come dal video che potrete vedere in basso, sono state ripristinate le funzioni religiose (solo nei giorni festivi), restituendo così il ruolo di luogo di culto tanto sentito dal territorio e dalla comunità locale. La Santa Messa verrà celebrata tutte le domeniche alle ore 11. Ma oltre agli antichi ambienti monastici, nella certosa di Trisulti vi è un altro edificio di notevole valore, dove troviamo il Palazzo di Innocenzo III ed il Palazzo della Meridiana. In essi è dislocata la Biblioteca Statale Monumentale, ovvero una delle undici biblioteche monumentali italiane. In essa sono conservati circa 36mila volumi storici e 5mila pergamene, consultabili da tutti coloro interessati ai testi per motivi di ricerca e studio. A seguire il video della prima Messa tenutasi il giorno della riapertura, presieduta dal Vescovo di Anagni-Alatri Lorenzo Loppa, ed immagini della famigerata biblioteca, con il suo ricchissimo e prezioso contenuto. Un patrimonio arrivato fino a noi e da conservare gelosamente per le future generazioni.

Le ricette dei certosini (9)

ricettario cartusia

Prosegue la rubrica “Le ricette dei certosini”, ecco per voi, in questo mese, altre tre deliziose ricette monastiche, scelte per voi da un antico ricettario certosino.

Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Giovanni 6:27

Ceci stufati

Ingredienti

1/2 Kg. Ceci.

Sale a piacimento.
1 Porro
1/2 cipolla.
1 Cucchiaio di Olio.

Svolgimento

Mettere a bagno i ceci il giorno prima in acqua leggermente calda in cui si aggiungerà una manciata di sale. Al mattino si scolano e si lavano molto bene con acqua fredda, quindi si mettono subito in una pentola con acqua bollente. Si cuoce per tre o quattro ore. A metà cottura si aggiunge il sale, e quando sono cotti si fa una rosolatura del porro o della cipolla che si versano nei ceci con acqua bollente se necessario per prolungare la bollitura. Potete anche accompagnarli con brodo di cavolo.

Coste di bietole al formaggio

Ingredienti

1 Mazzetto di bietola
1 Acqua abbondante
1 Cucchiaino di Sale
150 Gr di Burro
2 Cucchiai di Farina
Acqua bollente
1 pepe e formaggio grattugiato

Svolgimento

Prendete la bietola, togliete tutte le foglie dai gambi; tagliarli a pezzi lunghi due centimetri; lavarli e cuocerli con abbondante acqua salata. Quando saranno cotti, scolateli e saltateli in padella con molto burro o olio, rigirandoli con una spatola di ferro finché non avranno assunto un buon sapore. Cospargeteli di farina; lasciarli un attimo rigirandoli incessantemente, poi bagnarli con brodo o acqua calda; salare e pepare, far bollire ancora un momento; aggiungere formaggio grattugiato o tritato. Mescolate e servite subito.

Calamari al nero di seppia

Ingredienti

1 kg. di calamari

1 cipolla

Nero di seppia

50 ml. di vino bianco

1 Pomodoro maturo

Pane fritto

Aglio e prezzemolo a piacere

Svolgimento

Iniziamo pulendo bene i calamari all’esterno e all’interno, rigirandoli e togliendo tutto quello che c’è dentro fino ad ottenere il baccello. Tagliamo le pinne e i tentacoli e li riserviamo per altre preparazioni. Tagliamo il baccello ad anelli e li lasciamo in acqua fredda per completare la pulizia.

Nel frattempo mettiamo a bollire la cipolla molto tritata, in modo che faccia parte del sugo e che la sua consistenza non si noti. Lo facciamo cuocere a fuoco lento e quando sarà morbido, aggiungiamo il pomodoro, anche molto tritato, lasciandolo cuocere fino ad ottenere una salsa succosa e saporita .

Aggiungete gli anelli ed il vino, facendo amalgamare bene gli ingredienti e portate a bollore, cuocete a pentola coperta per 30 minuti e aggiungete il nero di seppia e mescolate bene. Cuocere scoperto per altri 20 minuti e spegnere il fuoco.

Per dare corpo al sugo, pestiamo nel mortaio uno spicchio d’aglio con qualche rametto di prezzemolo e qualche crostino di pane fritto -o due cucchiai di pangrattato- e lo aggiungiamo a fine cottura e lo facciamo riposare. La salsa si addensa quando si raffredda. E’ consigliabile che tutto il composto venga cotto il giorno prima, cosicché i sapori si assestino.

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