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Una leggenda sulla nascita di Montalegre

 

certosa di Montalegre

Oggi, cari amici, voglio raccontarvi un particolare episodio, ovvero un antefatto che avrebbe preceduto la fondazione della certosa spagnola di Montalegre. Si tratta di un aneddoto singolare e curioso.

Si narra che due giovani studenti ed amici di nome Juan de Nea e Tommaso Parentuccelli durante un viaggio di ritorno dalla loro sede di studio, si fermarono per una sosta in un luogo molto attraente. Nel rallegrarsi di aver trovato un luogo così ameno per quella pausa, ne ammirarono estasiati la natura incontaminata che li circondava. Uno dei due, Tommaso Parentuccelli promise all’amico che se un giorno fosse diventato Papa avrebbe disposto di far costruire in quel sito una certosa, percependo essere in un luogo ideale per la preghiera e la meditazione. A questa promessa l’amico, stando al gioco controbbattè dicendo che lui sarebbe invece stato un monaco certosino in quella futura certosa. Risero entrambi fragorosamente per quelle ludiche considerazioni.

Con il passare degli anni questi due giovani amici si separarono e si persero di vista e di contatti. Ma la Provvidenza che in quel patto aveva individuato eccellenti intenzioni, rimediò a quell’ allontanamento.

Nel frattempo, difatti,  Juan de Nea era diventato un monaco certosino nella certosa di Porta Coeli a Valencia, ed un giorno ricevette una urgente comunicazione dal Papa che gli ordinava di recarsi immediatamente sul soglio pontificio. Il giovane certosino perplesso e spaventato, fece i preparativi e dopo pochi giorni partì per recarsi a Roma. Giunto nella Città Santa, l’umile monaco fu ricevuto dal Pontefice Niccolò V, e quando lo vide egli si rese conto tra lo stupore e l’incredulità che il pontefice altri non era che il veccho amico Tommaso Parentuccelli che nel periodo in cui si erano persi di vista era stato eletto Papa. Dopo l’iniziale meraviglia i due amici si riabbracciarono ed il Santo Padre spiegò che i motivi per i quali aveva preteso la presenza del certosino a Roma, erano per rispettare la promessa che si erano fatti e che la Provvidenza aveva voluto che si eseguisse. Era dunque giunto il momento di mantenere quella promessa che si erano fatti da giovani. Qualche giorno dopo, Juan de Nea ripartì per la Spagna, nominato Nunzio Apostolico di Sua Santità nel Regno di Aragona, come ambasciatore del Santo Padre e con pieno potere di fondare un monastero certosino a Montalegre, vicino a Barcellona, e con la facoltà di spendere tutto il necessario per reddito apostolico. In quel periodo, a causa dell’assenza di D. Afonso V, il Magnanimo, regnò come reggente la moglie, Donna Maria di Trastámara, la quale facilitò in ogni modo la realizzazione di quella promessa.

Tale parrebbe essere l’origine leggendaria della famosa certosa di Montalegre.

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Rievocazione storica a Žiče

 

panoramica certosa.jpg

Con l’articolo odierno, voglio proporvi una rivisitazione storica dei tragici fatti che sconvolsero la quiete monastica della certosa di Žiče, sita nell’attuale Slovenia. Žiče, fu un notevole centro spirituale ed all’epoca del Grande Scisma d’Occidente fu anche sede del Capitolo Generale dell’Ordine certosino nel periodo dal 1391 al 1410.

Fu una certosa rinomata per la sua farmacia, famosi furono i suoi unguenti e medicamenti naturali. e la sua ricca biblioteca, addirittura nel 1487 in essa si contavano oltre 2000 tomi e manoscritti!

Ma cosa sconvolse la vita monastica certosina?

Ebbene il 13 marzo del 1531, i Turchi saccheggiarono il monastero, torturarono i monaci e ne massacrarono il priore Andrè. A seguito di questo infame attacco i certosini costruirono delle enormi fortificazioni a difesa della cittadella monastica.

Vi propongo delle immagini di una visita guidata teatralizzata offerta ai visitatori per rievocare quel triste evento del 1531. Dei figuranti, vestiti da monaci certosini e da ottomani, hanno rappresentato e ripercorso quei tragici fatti svoltisi nella certosa, narrando come la quiete certosina fu barbaramente interrotta da quel brutale e selvaggio attacco.

Le immagini che seguono sono molto eloquenti. Una iniziativa lodevole volta a tenere viva la memoria nelle nuove generazioni. L’evento è durato due giorni, nel primo si è rappresentata la vita monastica, e nel secondo l’attacco notturno delle truppe ottomane, ed il massacro del Padre Priore Andre’.

 

La certosa di Vedana rivive!

Vedana rivive

Cari amici di Cartusialover, vi parlerò in questo articolo ancora una volta  della certosa di Vedana, stavolta per una lieta notizia. Dopo la chiusura, avvenuta tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, a causa della veneranda età delle ultime monache certosine rimaste, il complesso monastico è rimasto in attesa di una sistemazione definitiva. Ebbene, finalmente lo scorso sabato 9 giugno, in una giornata che si può definire storica, si è svolta una cerimonia che ha visto l’insediamento delle suore dell’ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento. La solenne celebrazione ha avuto inizio con una processione che è partita dalla vicina chiesa di San Gottardo, e si è diretta verso la certosa. Dietro alla croce, si apriva una numerosa schiera di persone, tra queste una nutrito gruppo di monache, una trentina di sacerdoti, Dom Jacques Dupont il procuratore generale dell’ordine certosino, ed i due vescovi:mons. José Carballo, segretario della Congregazione dei religiosi, e il vescovo Renato. Dietro di loro una folla proveniente da Sospirolo e dai paesi limitrofi. Il corteo al canto delle litanie dei santi, è giunto in certosa dove nella chiesa, si è svolta la funzione religiosa. In questa occasione era anche prevista l’accettazione della professione monastica di due novizie: Anna e Marina.

Sono gioiose, tenere e visibilmente emozionate: Anna viene dal Messico, Marina dalla Croazia. Da oggi, si chiameranno con nuovi nomi: Maria Cecilia del preziosissimo sangue, la prima; Maria Noemi Cristo Re la seconda.

L’ aspetto comunitario e, insieme, solitario della comunità, sono questi i tratti comuni con lo spirito dei certosini, che hanno abitato Vedana in precedenza. Questo concetto è stato affermato da Dom Jacques Dupont, il quale dopo aver con un gesto simbolico effettuato un passaggio di consegne del complesso monastico, donando alle suore le chiavi della certosa, si è così espresso:

«Oggi, per grande gioia dell’ordine, la certosa rimette alle Adoratrici l’eredità di molti monaci, che sarà da loro raccolta ed arricchita», ha affermato il procuratore, prima di parlare di «carisma differente, ma con comune spirito di vocazione continua, due facce dello stesso diamante».

Dopo l’omelia, anche papa Francesco, attraverso il segretario generale Pietro Parolin, ha espresso gioia e partecipazione alla comunità, parlando di «vivo compiacimento per la felice circostanza» e augurando un «fecondo cammino ecclesiale».

Le novizie hanno ricevuto lo scapolare rosso e il velo, a seguire il canto ed il battimani da parte della folla dei fedeli che ha seguito tutta la celebrazione, prima snodandosi nella processione, poi riempiendo ogni angolo davanti alla cappella. Una cerimonia molto suggestiva, che ha visto una nutrita partecipazione di fedeli, come potrete vedere dal video e dalle immagini che seguiranno. Grazie a queste monache la certosa di Vedana rivive!

Si ringrazia Telebelluno per il video ed il Corriere delle Alpi per le foto

La certosa

 

La processione

Dupont consegna le chiavi

Dom Jacques Dupont consegna le chiavi della certosa

Gli ambienti monastici (interni)

La Diocesi, rende noto che la chiesa esterna della Certosa, sarà aperta ai fedeli che desiderano partecipare ai momenti di preghiera, nei giorni feriali per le lodi (alle 6.50), per la messa seguita dall’Ora Terza (alle 7.30), per l’ora Sesta (alle 12.45), per l’ora Nona (alle 15.45), per i vespri al tramonto.

Fratello Pedro Raymont

Fratello Pedro Raymont

Professo di Val de Cristo

cartuja de Val de Cristo

Aragonése di nascita, Raymont proveniva da una famiglia di lavoratori onesti. In considerazione della precaria situazione dei suoi genitori, ha imparato un mestiere – quello di giardiniere. Divenne in breve tempo, molto abile e visse del suo lavoro, affrontando i suoi doveri cristiani ai quali era sempre fedele. Nonostante si preoccupasse di tenersi lontano dalle cattive compagnie, una paura istintiva del male lo colse. Qualunque cosa prendesse, qualunque cosa fosse necessaria per sfuggire alle trappole che i suoi compagni gli tendevano, preferiva ritirarsi in solitudine. In effetti, scomparve un bel mattino e circolarono voci che si fosse appena entrato nel convento Nuestra Señora de las Fuentes – un piccola certosa lontano dalla sua città natale. Il bell’aspetto del giovane, la sua aria raccolta e il suo ufficio – di cui parla con competenza – tutto abbondava in suo favore. Così fu ammesso immediatamente tra i conversi.

Con l’alta idea che si era formato della vita monastica, si mise coraggiosamente sulla via dell’osservanza, facendo del suo meglio per diventare un modello. Purtroppo le cose lasciavano a desiderare in questa casa. Fondato nel 1507 e incorporato per ordine nel 1519, fu chiuso quarant’anni dopo. Rioccupato all’inizio del diciassettesimo secolo, non era ancora perfettamente organizzata, quando Raymont arrivò per iniziare il suo noviziato. Con un piccolo gruppetto di monaci, era difficile seguire rigorosamente gli statuti. Obbligati a moltiplicarsi, spesso a scapito dei loro esercizi spirituali, i Fratelli hanno risposto con grande difficoltà ai bisogni del momento. Questo stato di cose non ha mancato di sorprendere il nostro aspirante. Non comprende, ovviamente, l’imprevisto che porta le fondamenta. È soprattutto che dobbiamo arrivare al più urgente. Così, anche ai nostri giorni, fate saggiamente – non per esporre le nascenti vocazioni – a non affidare questo lavoro a uomini esperti. Raymont, nel timore di compromettere il suo futuro religioso, chiese di passare alla certosa di Val-de-Cristo, una casa in tutta una buona osservanza regolare. Fu autorizzato. Felice di sentirsi accontentato, il buon Fratello si è dato corpo e anima alla preghiera e al lavoro, – queste due cose che riempiono l’esistenza dei nostri conversi – facendoci parte l’un l’altro nella misura voluta dallo statuto. Non capiva che un’anima consacrata avesse vacillato – questa è la parola – con il buon Dio sempre così liberale nei suoi confronti. Lo dice apertamente a chiunque voglia ascoltarlo, e specialmente a quelli che sembrano rallentare sulla via della perfezione. Questo zelo prematuro a volte attirava risposte amare. Ma egli non si è mai offeso. E, per così dire, offesi finirono col sorridere, così pieni di bontà e pietà, furono le battute di fra Pedro. Egli ha esercitato la carità fraterna con non meno ardore nei suoi rapporti con i Padri. Avendo adottato una linea di condotta, mai per entrare in una conversazione senza mescolare alcune parole edificanti, aveva ogni giorno come portinaio numerose occasioni per adempiere al suo scopo, sia al servizio dei poveri, sia accompagnando i visitatori che accorrevano al monastero. Parlò anche con entusiasmo delle cose spirituali; ne parlava tutto il giorno. Ma lo faceva con una semplicità commovente che nessuno ha mai smesso di ascoltarlo. Era spesso in preghiera ed impegnato in

letture pie, accompagnate naturalmente da sanguinose macerazioni, una pratica alla quale l’umile Fratello ha rvoluto dedicarsi – la vera scienza dei santi. Dio, inoltre, lo ha favorito più di una volta con grazie straordinarie, testimoniando così la sua preferenza per le anime semplici che vanno direttamente da lui. Un giorno, mentre stava per impastare il pane, vide che la farina stava finendo. Non si scompose. Iniziò il suo lavoro senza preoccuparsi troppo, e avvenne che la cottura fu ampiamente sufficiente. Come conseguenza delle rigide penitenze che abbiamo appena descritto, il fratello Raymont contrasse malattie che lo resero per lungo tempo quasi impotente. Non ha mai voluto ridurre il suo primo ardore o la sua invariabile puntualità. Curioso, appena alzatosi, per affrontare gli esercizi conventuali, non sentiva più le sue sofferenze. Osservava gli offici senza alcun problema apparente; al mattino, serviva la messa e non provava alcuna fatica, o dolore. Solo quando tornava nella propria cella, i dolori si intensificano di intensità. Il servo di Dio ebbe la sensazione della sua morte. È stato improvvisa, ma non imprevista. Guardò, la sua lampada si accese, nel momento in cui fu invitato al banchetto degli eletti (8 dicembre 1640).

Nicolas Diat: “Un tempo per morire, Ultimi giorni di vita dei monaci”

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Cari amici di Cartusialover ho il piacere di presentarvi un libro, presentato di recente, pubblicato dal giornalista e scrittore francese Nicolas Diat. Come ricorderete questi, è stato anche coautore del libro “La forza del silenzio” del cardinale R. Sarah. Il nuovo libro dal titolo: “Un tempo per morire. Ultimi giorni di vita dei monaci”. Tratta un tema alquanto delicato, la morte, con estremo garbo ed acume, egli ci guida all’interno di otto famosi monasteri per raccogliere le testimonianze di alcuni monaci sulle ultime ore dei loro fratelli. Ha raccolto le confidenze di molti monaci sulla fine della vita tra le mura dei loro monasteri, le considerazioni al riguardo sono varie. Alcuni hanno paura della morte, che può sembrare sorprendente, altri la aspettano come l’incontro, quello che dà senso alla vita ed a tutte le cose.

Nicolas Diat ha affermato:

“Oggi la liturgia della morte non esiste più. Le paure e le ansie non sono mai state così forti. Gli uomini non sanno più morire. In questo mondo desolato, ho avuto l’idea di intraprendere la strada dei grandi monasteri per scoprire ciò che i monaci devono raccontarci della morte. Dietro le mura dei recinti, trascorrono le loro vite pregando e pensando ai fini del passato. Pensavo che le loro storie potessero aiutare gli uomini a capire il dolore, la malattia, il dolore e gli ultimi momenti della vita. Conoscono morti complicate, morti veloci, semplici morti. Sono stati affrontati più spesso, e più da vicino, di molti di quelli che vivono al di fuori del recinto dei monasteri. Ho avuto l’intuizione, iniziando il mio lavoro, che i monaci non mi avrebbero nascosto nulla, che mi avrebbero raccontato della loro morte con verità. Le storie raccolte nelle abbazie che ho visitato non mi hanno ingannato. Vorrei che questo libro desse qualche speranza, perché i monaci ci mostrano che una morte umana è possibile”.

Alla Grande Chartreuse

“Alla Grande Chartreuse, non c’è agonia, è raro che i monaci malati soffrano. Essi muoiono serenamente, nella perfetta solitudine della loro cella. Rimanere e partire da soli…è nel nostro carisma. Questa morte…ci somiglia” (Dom Innocent)

Per voi, eccovi un estratto delle domande che lo scrittore ha posto nella Grande Chartreuse:

“Dom Innocent mi ha detto con il suo solito umorismo che la vita sarebbe stata un disastro se non avessimo saputo che la morte sarebbe arrivata per noi un giorno.Come farebbero gli uomini a rimanere indefinitamente in questa valle di lacrime?

“Siamo nati per incontrare Dio. I vecchi certosini gli chiedono di non ritardare. La morte è la fine della scuola. Dopo, arriva il paradiso. Un monaco ha dato la sua vita a Dio, e non l’ha mai incontrato. È normale per lui essere impaziente di vederlo. Come nei poemi di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, i certosini muoiono per non morire. Con nostro grande dispiacere, lo Spirito Santo non ha fretta di venirci a prendere. Nel nostro Ordine, purificazioni e grandi prove non sono comuni. Negli ultimi mesi, Cristo ha già assunto i nostri vecchi monaci. Il corpo logoro ritorna sulla terra, ma deve attendere la gloria della sua risurrezione. Non sappiamo ancora cosa sia veramente il nostro corpo, la sua bellezza, la sua gloria e la sua luce. Il più bello, di gran lunga, è ancora davanti a noi”.

Mi congedo da voi condividendo in pieno quanto scritto dal cardinale R. Sarah, a proposito di questo splendido libro:

“Leggendo un tempo per morire capiamo meglio che la morte è l’atto più importante dell’esistenza terrestre. Ogni vita è fatta per esplodere, per andare oltre, per confondersi con la vita, con Dio.
Ringrazio infinitamente Nicolas Diat per averci trascinato un attimo davanti al mistero della morte, e raccomando a tutti la lettura di questo grande libro”.

Sono stato trenta giorni in cielo!

Ingresso certosa

Cari amici sono lieto di proporvi una toccante testimonianza di un giovane brasiliano, che a breve fara’ ingresso nella Certosa di Medianeira come postulante.

Queste sue riflessioni, risalgono al novembre precedente, allorquando ha vissuto la sua prima esperienza vocazionale in certosa, durata trenta giorni, e come egli afferma apparsagli come: trenta giorni trascorsi in cielo!

Leggiamo con attenzione.

Dio è misericordia ed amore, ci ama fino al punto di suscitare nei nostri cuori il forte desiderio di seguirLo nella radicalità di una vita silenziosa e raccolta. Successe a San Bruno molti secoli fa, ma ancora oggi uomini e donne seguono questo esempio, questo ideale di vita. Ed è successo a me. Dio ha visto la mia condizione di peccatore e ha voluto darmi la possibilità di seguire questa via che ha lo scopo di condurmi alla santità ed all’unione con Lui, che è tutta la nostra verità e la nostra salvezza. Sono un’aspirante alla vita certosina, non per merito mio, ma per la bontà e la misericordia di Dio. Sin da giovanissimo sento la chiamata a consacrare la mia vita a Dio, ma ho lasciato trascorrere il tempo, perché pensavo che questo stile di vita non fosse per me. Però quando Dio chiama, resta in noi l’irrequietezza e solo ci calmiamo quando rispondiamo, con amore, a questo appello d’amore. Ho sempre pensato ad una vita radicale, e quando ho conosciuto la Certosa mi sono innamorato dello stile di vita che vivono questi uomini e queste donne.

Ho trovato molte difficoltà lungo la strada ed ancora le trovo, ma con la grazia di Dio tutto sta andando bene e queste difficoltà solo mi rendono più forte. Nel novembre del 2017, il Buon Dio tramite una benefattrice, mi ha dato il regalo di poter fare la mia esperienza nella Certosa di Nostra Signora Medianeira, qui a ‘Rio Grande do Sul’. Se dovessi descrivere la mia esperienza, questo sarebbe il titolo: SONO STATO 30 GIORNI IN CIELO! Il titolo non potrebbe essere altro, sono stato davvero in cielo, circondato da angeli buoni, caritatevoli, amorevoli, disponibili, pazienti e pieni di fede ed amore per Dio e la sua Chiesa.

Sono arrivato al monastero verso le nove e mezza del mattino. Quando mi sono imbattuto in quella porta d’ingresso, non credevo che finalmente ero lì per vivere quell’esperienza che non conoscevo, ma che sarebbe stata in grado di cambiare la mia vita. Ricordo che ho pregato nella mia mente una preghiera che fa parte della professione dei monaci: “MI RICEVI SIGNORE, SECONDO LA TUA PAROLA E VIVRÒ. E NON SARÒ CONFUSO NELLA MIA SPERANZA”.

Dopo ho affidato quei giorni di esperienza alla Madonna, a San Giovanni Battista ed a San Bruno, poi sono rimasto a contemplare quel luogo così sacro in un silenzio incredibile. Improvvisamente, quel silenzio è stato interrotto da un rumore di una porta che si apriva, ed io mi sono incontrato con il primo monaco certosino che ho conosciuto. Era il Fratello Francisco, piccolo, magro, con i capelli corti e bianchi, anche se giovane, vestiva un’abito blu ed è venuto ad incontrarmi. Si è presentato e mi ha portato in una sala d’attesa. Quando è arrivato il Padre Maestro con un abito bianco ed un sorriso in faccia, ho provato tanta pace in quello sguardo che ha reso felice il mio cuore e sapevo solo ringraziare Dio, per un così grande dono nella mia vita. Sono stato presentato al Padre Priore, poi il Padre Maestro mi ha portato alla cella 5, dove ho vissuto momenti molto profondi con Dio.

 

Ho iniziato a vivere come un monaco certosino, poiché ha preso il mio telefono cellulare, mi ha dato tutti gli orientamenti e mi ha detto che per qualsiasi domanda potevo rivolgermi a lui.

È suonato il campanello chiamando i fratelli a pregare l’ufficio dei vespri, quindi sono andato in chiesa e mi sono seduto accanto al Priore. Posso dire che ho conosciuto diversi santi nella certosa, ma il Padre Priore emanava un’aria di angelo, una bontà ed umiltà che mi commuoveva. Mi sono seduto vicino a lui solo alcuni giorni, poi sono andato al coro vicino al Padre Maestro. All’inizio mi perdevo nelle pagine di quel libro grande e pesante, ed il Priore, percependo la mia difficoltà, lasciava il suo posto nel coro e veniva ad aiutarmi, o qualche volta anche dal suo posto mi mostrava quale era la pagina del libro. Quando guardavo i suoi occhi, vedevo solo bontà. Che uomo santo!!! Dio sia benedetto!

I giorni passavano e l’esperienza mi lasciava sempre più incantato da quegli uomini che, lasciando tutto, vivevano per il Bene più grande con molta gioia. Sono uomini caritatevoli e molto gentili. Ho potuto approfondire quel carisma, perché ho vissuto tutto ciò che un monaco vive, ho fatto le passeggiate, ho partecipato alle ricreazioni, ho partecipato a due Capitoli e la grazia di Dio mi coinvolgeva sempre di più. Ma voglio sottolineare due cose nella Certosa che mi hanno lasciato incantato, appassionato…la Santa Messa e le Veglie…tutto lì è speciale, ma queste due cose mi hanno lasciato davvero senza parole…

Quando mancavano quindici minuti alla mezzanotte, il Maestro dei novizi è venuto a chiamarmi in cella per andare a pregare le veglie (ero così innamorato di questo ufficio divino che già il secondo giorno sono andato da solo in chiesa ed ero sempre il primo ad arrivare). Ci siamo andati in chiesa, faceva freddo ma la notte era stellata…nel chiostro c’era solo il silenzio e la luce della luna illuminava i miei passi. Sono entrato in chiesa e tutto era silenzio, solo la lampada accanto al tabernacolo indicava la ragione della nostra presenza lì, era Gesù che ci chiamava a vivere con Lui. Presto i fratelli sono arrivati, alcuni con il mantello nero, i novizi, fino quel momento io non li avevo ancora visti. Ed al tocco del Priore iniziava la bellissima salmodia. Quelle voci piene di amore e fede cantando al Creatore, lodando Dio per ogni cosa. Sentivo di essere in un luogo pieno di luce d’amore, era indescrivibile, tanto che mi rallegravo ogni volta che arrivava il momento di unirmi a loro per cantare a Dio.

Al mattino c’era la Messa…Dio mio, quanto amore, devozione e rispetto per la Sacra Eucaristia! Vorrei citare solo un esempio del rispetto e devozione che hanno per Gesù Eucaristico: dopo la Messa, ero accanto al refettorio, davanti alla porta della chiesa con alcuni novizi, aspettando il Fratello Procuratore per indicarci il lavoro del giorno che stavamo per svolgere. Ed è passato il celebrante della Messa con alcune ostie consacrate per portarle alla Cappella del noviziato. In quel momento tutti si sono inginocchiati e hanno baciato il pavimento. Questo mi ha confermato ancora di più che volevo essere lì per rispettare, come loro, Gesù nella Santa Eucaristia. Ma torno a parlare della Messa: non ho mai assistito ad una Messa piena di devozione, di rispetto e di amore così come è nella Certosa. Che bella cosa! I canti, le letture, la profonda prostrazione che tutti fanno al momento della consacrazione.

Un altro fatto ha anche attirato la mia attenzione: io, il Priore ed il Padre Maestro eravamo vicino alla mia cella quando è suonata la campana dell’Angelus e loro si sono inginocchiati e hanno baciato il pavimento tre volte. Solo ringraziavo Dio perché ero lì con quei fratelli, che sono peccatori, ma che cercano nelle loro vite la grazia di Dio, in primo luogo.

La mia esperienza è stata una benedizione incalcolabile. Non posso esprimere con le parole tutto ciò che ho vissuto, è impossibile, tutto emanava bontà e pace. Era un’atmosfera così diversa.

Prego Dio, per l’intercessione della Beata Vergine Maria, San Bruno, San Giovanni Battista e San Giuseppe, che i giovani cristiani di oggi, aprano i loro cuori per rispondere alla chiamata di Dio a seguire il suo Santo Figlio Gesù nel deserto, nell’amore, che è la Certosa.

Possa San Bruno pregare Dio per tutti noi!

A me non resta che aggiungere…AMEN

la gioiosa comunità certosina brasiliana

Fratello Tiago Lazaro

Fratello Tiago Lazaro

Donato di Porta Coeli

donato abito antico

 Donato (Abito antico)

In questo articolo, ancora una vita esemplare di un fratello donato.

Tiago Lázaro è venuto al mondo in un villaggio nel regno di Valencia, a Penáguila. Suo padre e sua madre furono forniti molto modestamente di beni della terra. Ma a questi apparenti rigori la Provvidenza ha mescolato inestimabili compensazioni: il timore di Dio e la pietà, con le rispettive benedizioni di cui sono la causa.

Il bambino è cresciuto e ha vissuto fino all’età di trentacinque anni queste condizioni modeste, alternativamente occupati nel custodire greggi e il lavoro nei campi, applicando il suo cuore alla preghiera e la propria intelligenza per studiare le meraviglie della natura. Chi gli ha fatto conoscere il latino? Chi gli ha inculcato i suoi rudimenti? Non possiamo dirlo. La verità è che ha facilmente tradotto il testo della Bibbia. Molto pio, molto regolare, sapeva come combinare una grande pietà, una gentilezza squisita. I suoi compagni lo stimavano molto; lo amavano ancora di più. Per questo motivo furono solo parzialmente sorpresi quando appresero della sua partenza per la certosa di Porta Coeli. Il priore gli diede l’abito dell’ordine, sentendo che questa abito sarebbe l’avrebbe indossato nobilmente. Ma il caro fratello, considerato indegno di abbracciare lo stato di converso, rimase nella condizione di donato per tutta la vita, cioè fino all’età di novantaquattro anni. Non era uno di quei lavoratori dell’undicesima ora che non portavano al chiostro ma i resti di un’esistenza travagliata o fallita. Non una mancanza mortale aveva oscurato la freschezza della sua innocenza. Il suo confessore era in grado di chiedere se il buon fratello sarebbe stato colpevole di un solo peccato veniale. Creato nella scortese scuola della miseria, Tiago Lázaro amava appassionatamente la povertà. Ha trovato negli utensili della sua cella nella quale ha vissuto per oltre quarantacinque anni. Lungi dal lamentarsi del cibo, disse che valeva venti volte in termini di qualità e quantità, quello di Penaguila. Liberato dalla giovanissima età alla fatica, inteso come nessuno in agricoltura, non è mai stato disoccupato e si occupava di tutti gli interessi della certosa. Quando non era impegnato nell’obbedienza, quando passava da un lavoro all’altro, lo incontravano sempre con il rosario in mano. Dire quante volte ha pronunciato l’Ave Maria, dalla sua prima infanzia fino alla sua estrema vecchiaia, è impossibile. Dotato di modestia angelica, il fratello Lázaro si è mostrato in tutte le occasioni di una riservatezza estrema che molti hanno definito crudeltà. Testimone ne è il seguente fatto: uno dei suoi nipoti, una orfana, si presentò un giorno nella certosa per vedere lui e un altro zio, fratello Juan, converso nella stessa casa. Il donato chiese al priore di evitargli questa visita. Insistè. Il fratello protesta. E la povera e desolata nipote rispose: “Oh! se mi fosse permesso almeno di vederlo, anche a sua insaputa. “Il Priore insistette ed ordinò al donato di uscire. All’improvviso Lazaro fu colpito da un tremore nervoso. Un sudore freddo gli bagnò la faccia; diventando pallido come un cadavere. “Ecco perché non ne vale la pena, mio caro fratello. Vacci piano. Congederò tua nipote. “Poco dopo il santo tornò in sé confuso, ma benedicendo Dio per questa vittoria. L’atleta coraggioso ha resistito bene fino alla fine. Aveva conservato tutti i denti, camminava senza sostegno, lavorava come se avesse quarant’anni, sempre allegro, sorridente, disponibile, affabile sia in relazione alle persone che alle cose. Sette settimane prima di morire, sentiva che stava arrivando alla fine. Per più di un mese, non bevve che un po ‘d’acqua zuccherata. Ha ricevuto gli ultimi sacramenti con una perfetta lucidità di spirito e la pietà che noi conosciamo. Poi fu placidamente estinto, pieno di giorni e meriti, alla vigilia dell’Annunciazione (1551). Che Dio lo abbia sempre in gloria!