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Fratello Joao de Villanueva

Fratello in cucina

Fratello Joao de Villanueva

Professo di Siviglia

La Navarra era la sua patria d’origine. Docile alle lezioni che ricevette sotto il tetto del padre, il bambino mostrò, nonostante la vivacità della sua età, un felicità naturale, una grande innocenza e un’attrazione segnata dalla pietà. Eccitato fin da piccolo dal desiderio di penetrare i segreti della scienza, si innamorò della matematica. Da giovane divenne dipendente, come contabile, negli uffici navali di Madrid, con le sue doti ha attirato la stima dei suoi capi, sia per la regolarità del servizio che per il fascino del suo trattamento. Una cosa rara in questo modo, ha preso dal suo stipendio ciò che ha chiamato la parte povera. Ma questa situazione, sebbene onorevole e redditizia, non rispondeva affatto ai bisogni innati del suo cuore. Dominato dal pensiero della vita religiosa, si pose questa questa domanda: “Che cosa è che è meglio il mondo o il chiostro?” fastidiosa domanda, ed alla quale egli non riusciva non voleva rispondere. La lotta interiore è stata lunga. Dobbiamo rimanere sorpresi? C’è indubbiamente la chiamata di Dio e l’appello della vocazione, ma è una prova scortese, perché un uomo maturo lasci le sue abitudini senza transizione e si pieghi alle esigenze di una regola nell’entusiasmo del suo ventesimo anno. Ma la voce dello Spirito Santo non cessava di suonare nelle sue orecchie: “Tutte le cose passano. Rimango solo Perché esitare tanto a lungo? Devo essere me stesso costi quel che costi. “In un istante, da uno di questi dubbi si trasforma in grazia, Villanueva, si sente più ardente d’amore, disgustato come non mai, aspirando alla solitudine, il silenzio, la povertà monastica.

Ammesso come aspirante nella certosa di Siviglia, riceve l’abito e fa la sua professione solenne il 6 gennaio 1620. Raramente una trasformazione è stata più improvvisa e anche più completa. Incaricato della cucina, – di ogni obbedienza al più schiavo, e di ciò che offre un novizio, più occasioni per mostrare ciò che varrà più tardi – il buon Fratello diventa irriconoscibile. È così vivo, così infatuato della sua piccola persona; lui, che all’esterno era alquanto fumantino, che non poteva sopportare la minima contraddizione, non mostra il minimo segno di impazienza. Lo vediamo sempre lo stesso, calmo, moderato, quasi freddo. A prima vista, sembrava di marmo. Per quanto riguarda i suoi aiutanti, – si sa quanto a volte sono attivi in questa obbedienza – egli era pieno di attenzioni, sempre dolcissimo, non una lagnanza dalle sue labbra. Tutti notavano l’atteggiamento dell’amato Fratello alla presenza dei religiosi, specialmente dei Padri. Molto diverso da certi conversi che a volte dimenticano questo punto, non perdeva mai di vista il carattere sacro di cui sono investiti e che li rende superiori agli angeli. È dalla mattina alla sera guidato da puro spirito di fede, vivendo in Dio, con Dio, da Dio. Il segreto di trovare Dio sia in una cucina, sia nell’oratorio, o ai piedi del tabernacolo, è di portare molto amore ovunque. Per riparare le lunghe ore che il lavoro lo privava della preghiera, il fratello Joao rinunciava al suo sonno. Alle anime semplici è permesso di penetrare a fatica questo principio elementare: lavorare è pregare. Come, senza di ciò praticava la parola del Salvatore nel Vangelo: È necessario pregare senza interruzione? L’intrepido converso non ha alcuna opportunità di praticare la penitenza. Bruciando di sete, rifiuta ogni tipo di rinfrescante. Per quanto riguarda il cibo, prende solo ciò che è strettamente necessario. Di solito ha un cilicio irsuto con punte d’acciaio. Con quali attenzioni coinvolge i malati! Con quanta attenzione, con quale delicatezza, prepara le sue piccole zuppe, apprezzate da i poveri monaci malati in una cella! Parleremo dei suoi eroici atti di carità! Un giorno si gettò ai piedi di un Padre colpito ad una gamba da un’ulcera purulenta. Leccò le sue ferite sanguinanti e deglutì senza esitazione quel terribile virus. Il santo fratello ha vissuto e servito intensamente la comunità fino alla fine della sua vita. Percependo il giorno, ed anche l’ora della sua morte, ha organizzato tutto con la sua solita calma e la sua pietà ammirevole, così si trovò pronto a rispondere al giudice d’appello sovrano. Aveva sessant’anni, quando cambiò il suo esilio in patria. (18 maggio 1654). Una vita certosina davvero esemplare!

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I monaci certosini secondo Giorgio la Pira

Costa la Pira

Dom Costa e G. La Pira

Oggi vi propongo un articolo contenente un testo scritto da Giorgio La Pira, un politico italiano nonchè sindaco della città di Firenze. Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede. Per la sua vita esemplare, infatti, è in corso la causa di beatificazione. Lo scorso 5 novembre si è celebrato il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.

Egli ebbe modo di conoscere la spiritualità certosina, entrando in contatto tra gli altri con Dom Antonio Gabriele Costa, che divenne ben presto il suo confessore. La Pira attratto dal mondo certosino visitò la Grande Chartruse il 12 settembre del 1960.

Di seguito vi riporto un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:

La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”

Fratello Francisco Justo

Fratello Francisco Justo

Professo della certosa di Porta Coeli

fratello pastore

 

Proprio come il suo nome, era infatti anche lui “giusto“. Egli nacque in Spagna. I suoi genitori erano poveri coltivatori, privi di doni di fortuna, ma ricchi di beni dal cielo. Dio, che si diletta nell’ esaltare gli umili, lancia una predilezione su di lui. Docile agli insegnamenti ed agli esempi della sua famiglia, il piccolo è stato notato per la sua modestia e la sua pietà. Impegnato a portare i greggi, trascorreva, sin da piccolo, i suoi giorni nei campi e si dava alla preghiera prima di conoscerne i segreti. Cosa curiosa, la certosa di Porta Coeli, situata ad una giornata di viaggio da lì, ha parlato al suo cuore. Ogni volta che pensava o sentì il suo nome pronunciato, sentiva un movimento indifendibile. Guidato dalla curiosità o, per dire di più, con un tocco di grazia, diresse il suo bestiame in quella direzione, senza preoccuparsi molto dell’angoscia che avrebbe provocato nei suoi genitori. Arrivò alle prime ore del mattino, vicino le mura del monastero. Il suono della campana lo incantò e lo attrasse Dopo aver affidato il suo gregge a un compagno, chiamò il fratello portinaio. “Lasciami”, dice, “lasciami entrare”. “Cosa ti porta a questa ora?” “Voglio vedere, voglio capire cosa sta succedendo qui”. Il giovane pastore partecipò all’ufficio e si ritrovò trasformato!

Pochi giorni dopo, vi fece ritorno, chiedendo lil santo abito. Gli fu prontamente dato e subito i monaci potettero vedere che il buon fratello Francisco apparteneva alla razza di quelle anime semplici che vanno a Dio e non si ritirano indietro in presenza del dovere. Sempre ultimo, non si lamentava mai, trovava invece che la sua povera persona era oggetto di una troppa attenzione. Svolgeva alla perfezione qualsiasi obbedienza, passava da un lavoro all’altro, al minimo segno dei superiori, egli si applica ovunque con lo stesso entusiasmo. Divenne molto qualificato come fabbro, avrebbe dovuto costarlo più di una volta per cambiare questa obbedienza da parte di un’altra per cui non sentiva né attitudine né gusto. La forgia, il giardino, il lavoro della terra, ecc., Tutto era indifferente a lui. Quanto meno l’umile conteggio per se stessi, più Dio si prende cura di loro e trovandoli morbidi e malleabili, morti a tutti, fa grandi cose con loro. A seguito di una imprudenza per il troppo zelo, il buon fratello contrasse una grave malattia che lo condusse prematuramente al riposo eterno. La sua morte avvenne il 4 settembre del 1528. Una prece per questa anima santa.

Testimonianza di un giovanissimo

cappa nera

Cari amici lettori, ho ricevuto di recente, da un giovanissimo aspirante postulante, la testimonianza che segue, il quale ha voluto esternare la sua esperienza. Alcuni giorni vissuti alla certosa di Farneta, che gli hanno palesato un mondo di serena beatitudine, al quale il giovane non si sente ancora pronto.

interno Farneta

Decisi di contattare la certosa più vicina a me, con una mail. Mi sorpresi che essendo un ordine così lontano dal mondo risposero in così poco tempo: mandai la mail la mattina e la sera mi risposero. Mi preparai per fare questa esperienza con la novena a San Bruno, chiedendo la sua intercessione affinché passassi questa esperienza da vero certosino. Arrivai in certosa a piedi, più mi avvicinavo al grande portone più già mi inserivo in un ambiente di silenzio, e più il mio cuore batteva. Suonai il campanello e mi rispose un monaco, non credo che sapesse del mio arrivo dal tono della mia voce. Quando mi apri vidi un giardino molto grande e bello; un certosino, molto sorridente e simpatico, mi aspettava con lui parlammo del più e del meno, di cosa studiavo e anche del film Il grande silenzio. Aspettammo insieme il maestro dei novizi, il quale quando arrivò mi accompagnò in una cella e successivamente mi portò il cibo. La stanza era molto accogliente, c’era un inginocchiatoio molto antico e molto usato, un tavolo per le letture con un davanzale con alcuni libri sulla spiritualità certosina e sulla vita di San Bruno. Mi lasciò mangiare e mi disse che sarebbe passato più tardi per parlarmi. Dopo il pasto, dissi le mie preghiere con il breviario della certosa stessa. E finito ciò, mi diedi alla lettura dei libri che c’erano in stanza. Quando venne il maestro dei novizi, mi chiese di come arrivai a contattare i certosini e della mia vocazione. Gli feci alcune domande sugli statuti, sul fatto delle visite dei genitori e degli spaziamenti, normale per me data la mia tenera età. Il maestro dei novizi è stato molto simpatico e disponibile, mi spiegò come funzionava anche l’ufficio notturno, il momento che amo di più della giornata certosina, perché nella notte dove il mondo commette le più aspre crudeltà i certosini, pregano Dio.

la comunità nel coro

la comunità nel coro

Finito il colloquio andammo in chiesa per i vespri, mi hanno portato nella parte alta della chiesa, (la tribuna) il maestro dei novizi mi preparò i libri, molto vecchi, si sentiva che erano stati usati molto. Devo dire che non ho trovato difficoltà nel seguire la preghiera, venendo da un contesto ben diverso. Sono stati dei vespri bellissimi. Mi venne a riprendere perché non sapevo la strada, ci dirigemmo in cella, e successivamente mi portò la cena, impostammo la sveglia per la notte e mi disse di dormire presto per reggere le ore di preghiera. Quando ebbi finito di mangiare pregai la compieta e cercai di andare a dormire, credo di aver dormito ben poco dato l’orario in cui iniziava l’ufficio notturno e il mio diverso e consueto orario di veglia sonno. Come al solito il maestro venne a prendermi, mi fece indossare una cappa nera senza cappuccio, poiché avevo il permesso di stare nel coro per l’ufficio notturno, ci dirigemmo in chiesa in assoluto silenzio. La chiesa era nel buio più totale, solamente la luce del tabernacolo faceva intravedere il monaco che aveva la corda per la campana. Mi fece accomodare sul coro e alcuni monaci iniziarono ad arrivare pian piano e si susseguivano a prendere posto. Un monaco accanto a me, che non era il maestro dei novizi ebbe la accortezza di prepararmi tutti i libri, seguivo tutti i loro movimenti, anche se non conosco il latino cercavo di seguire la preghiera, si sentiva come una grande pace e una profonda contemplazione. Il Priore batté due colpi al coro e la preghiera iniziò. Dopo circa due tre ore ci dirigemmo in cella per impostare la sveglia per la messa conventuale delle sette. L’indomani mi venne a prendere per la messa, preparò i libri, rimasi sorpreso del fatto che la consacrazione era tutta in silenzio. Per la comunione scesi al coro. Dato che era domenica, i monaci avevano le loro attività e quindi il pomeriggio non mi venne a trovare nessuno. Ma finita la messa mi fece girare la certosa, mi descrisse i vari ambienti, dalla sala del capitolo al refettorio. Mi fece vedere anche la cella per la messa in solitudine e anche una cella del chiostro abbandonata. E la cella del maestro dei novizi, la sua era estremamente bella, quando ebbe finito di farmi visitare la certosa gli dissi… peccato per l’età perché a quest’ora sarei già dentro! Il pomeriggio ahimè sperimentai l’accidia, non avendo nulla da fare, avevo voglia di scappare e di tornare al mondo, perché pensavo al mio futuro e non volevo vivere una vita con quel sentimento. Per fortuna la domenica tutti gli uffici vengono fatti in chiesa con tutti i monaci così almeno ho visto un po’ di persone. La notte l’ufficio notturno fu molto simile a quello del giorno precedente. Il giorno successivo era quello della mia partenza, il maestro dei novizi mi venne a parlare gli dissi dell’accidia e mi si mise a ridere perché era normale che la sperimentassi poiché era la prima volta che facevo una esperienza del genere. Il maestro dei novizi mi accompagno dal priore per presentarmelo, un uomo anche lui molto simpatico anche lì gli dissi: speriamo diventi il mio priore – e lui scherzosamente mi disse – io sono qui a meno che il Signore non venga a prendermi o per un terremoto o carestia. Il maestro dei novizi mi diede anche alcuni libri da leggere per il mio futuro. Credo che sia stata una bellissima esperienza, ma per quei pochi giorni che sono stato in certosa non ho ben percepito se quella è la mia strada. Nel congedarmi, mi sono accordato che alla fine di questo anno di studi, ritornerò per una settimana o per un periodo più lungo. Pregate per me!
Nell’attesa che la Provvidenza indichi il cammino a questo giovanissimo, preghiamo per lui, come egli ci chiede, e affidiamo la sua tenera vocazione al san Bruno.
targa ingresso

Fra Benigno Scarsella

Fratello Benigno Scarsella

Professo della certosa di Bologna

converso in cucina

A pochi giorni dal Santo Natale eccovi un’altra vita esemplare di un fratello converso. Oggi vi narrerò la storia di Benigno Scarsella, poichè in essa contiene un particolare che richiama questa festività.

Benigno Scarsella nasce da una famiglia raccomandabile di Bologna. Suo padre e sua madre, robusti cristiani, si applicarono con amore a crescere nei cuori dei loro figli i preziosi germi che erano stati depositati lì dal battesimo, e – diciamolo per la sua gloria – ebbero un tale successo, che la bandiera della fede non subì la minima eclissi in lui. Quando giunse il momento di guidare il suo futuro, il giovane, disprezzando le ricchezze che avrebbe posseduto un giorno, non esitò a scegliere tra Dio e il mondo. Entrò nella certosa di Bologna, per iniziare il suo noviziato, deciso a perseverare contro tutti e contro ogni cosa. Ma fin dall’inizio si imbattè in un ostacolo inaspettato, il più grave, senza dubbio; colui che si ferma e richiama così tante anime, che, però, sembrava che Dio avesse dato, un’attrazione soprannaturale e abilità pronunciate per la vita contemplativa. Vogliamo parlare di solitudine. Egli non riusciva a sostenere lo stare da solo, e fu così che il nostro novizio, ha lasciato il chiostro dopo poche settimane. Profondamente desolato del suo fallimento, ma sempre attaccato alla famiglia di S. Bruno, chiese il favore di essere ammesso tra i fratelli conversi. Questi, anche se chiamati, come i religiosi del coro, alle supreme gioie della pietà, non sono sempre in possesso della parte di Maria, seduta ai piedi del maestro divino. Sono in pratica le Marta della casa. La sua vita essenzialmente attiva è infatti temperata da esercizi spirituali, da ufficio divino e da veglie. Ma ad eccezione delle poche ore trascorse nella sua cella, c’è poca solitudine per loro. Inoltre, la grande legge del silenzio – questa caratteristica del nostro ordine – benché strettamente vincolante per tutti – soffre per i conversi più di un’eccezione, poiché, dal momento in cui lavorano insieme, per affrontare le cose che devono fare non solo per l’obbedienza assegnatagli, ma anche con i soggetti utili per l’edificazione comune. Il giovane Benigno Scarcella entrò tra i Fratelli e da subito cominciò a lavorare in cucina. In questa condizione, l’ex novizio si sentiva più a suo agio, e oltre alla sua ammirazione per l’ordine dei certosini, riuscì a rispondere alla parte superiore della chiamata, fu infatti sottoposto a fatica, in quei piccoli dettagli che la sua la prima educazione non lo aveva assolutamente preparato. Fu eccezionale nel non subire il divario della nobiltà della sua origine e del suo passato, egli umilmente rimase al lsuo posto, ovunque fosse, anche l’ultimo. Fare il proprio dovere, ogni ora, tale era il suo motto.

In cucina, tra le tante pietanze, egli predilisse realizzare il famoso Panspeziale, o Certosino di cui vi parlai tempo fà.

certosino dolce

 

Con questo dolce tipico del periodo natalizio, allietò i suoi confratelli e deliziò gli ospiti illustri. Ma dopo questa breve e golosa digressione, ritorniamo alla vita di Fra Benigno.

L’obbedienza, la morte al suo giudizio, era la sua bussola. Il tocco dell’orologio, talvolta impertinente, era la voce di Dio a lui. Per sua iniziativa, umilmente non parlava mai delle conoscenze acquisite prima della sua entrata nella certosa.

Subito dopo i suoi voti, il Priore gli ordinò di spiegare ai Fratelli le cerimonie liturgiche, la Messa, in particolare, secondo il testo degli Statuti: il tutto accompagnato da riflessioni pratiche su come fare tutto con precisione anche le cose più piccole. Questa mansione, per dire la verità, non era altro che il compito di un maestro Fratello, come lo chiamiamo.

Va notato che Benigno Scarcella, con i suoi bagagli classici, si alzava al di sopra del comune. C’era – non c’è nascondimento – qualcosa di irregolare. Un uomo di tempra meno solida si sarebbe avventurato. Ma il caro fratello camminava così semplicemente, così semplicemente, che sembrava non essere consapevole dell’importanza del suo ufficio. Messo fuori combattimento per età e malattia, ha conservato fino alla fine quella fisionomia pura e serena che l’occhio gradisce. Per non lasciare il sentiero del dovere, dove aveva sempre camminato con passo così risoluta, andava e veniva attraverso i cortili ed i giardini, con una mano il Rosario e portando nell’altra mano, un piccolo cesto pieno di rovi morti e legna secca che teneva per l’inverno. Il servo di Dio aveva la sensazione della sua liberazione. Quanto, in quel momento, era felice di aver lasciato tutto per servire Gesù Cristo crocifisso! Toccò il cielo. Il 18 giugno 1663, dopo aver ricevuto il viaticum e l’unzione suprema, il buon fratello ha dato la sua anima al suo creatore, nella pace e nella fedeltà che lo aveva mantenuto fino al suo ultimo giorno.

La cosiddetta certosa di Taranto

Grangia san brunone

Nell’articolo odierno voglio parlarvi della cosiddetta certosa di Taranto. Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci, non si tratta esattamente di una certosa, ma di una Grangia di proprietà dei monaci certosini di Padula. Questo chiarimento circa la differenza tra una certosa ed una grangia era opportuno, anche se tra i tarantini è diffusa la convinzione di essere in presenza di una certosa. Proviamo a ricostruirne la storia, ma prima una breve spiegazione del significato di Grangia. Etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium). Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella.
La ricca certosa di Padula, possedeva immense proprietà terriere, tra queste quella sita nei pressi di taranto in Puglia, difatti la nobile famiglia Nasisi, senza eredi, decise di donare ai certosini i propri terreni, che si estendevano dall’attuale cimitero fino al Galeso. Anche nel territorio tarantino c’erano zone paludose che venivano affidate come grangie ai monaci, notoriamente dediti anche a lavori di prosciugamento e disboscamento. Fu così che i monaci eressero questi edifici tra il 1626 ed il 1634.
La vita nella grangia continuò indisturbata fino al 1807, quando a seguito della soppressione degli ordini religiosi voluta da G. Murat, i certosini furono costretti ad abbandonare le loro proprietà, che furono incamerate dal Demanio. Nel 1820 gli ambienti della Grangia certosina furono dati in affitto alla famiglia Nitti. L’anno precedente, per ordine di Ferdinando di Borbone, fu acquistato il giardino adiacente che doveva servire da cimitero, realizzato nel 1837, dopo che fu spiantato l’oliveto esistente nel territorio della masseria della famiglia. Il cimitero di Taranto che venne realizzato fu intitolato a San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, a ricordo della presenza cartusiana in quella area, verso la fine dell’800 venne innalzato l’attuale portale in stile neoclassico col motto paolino: “Canet tuba et mortui resurgent”(1 Cor 15,52). Il sacrificio di questi monaci non fu vano perchè nei loro possedimenti oggi riposano i defunti, cosi come accadde anche per la certosa di Bologna e  per quella di Ferrara, trasformate in cimiteri
Ma perchè oggi il mio interesse cade su questa grangia?
Poichè recentemente si sono levati appelli circa le condizioni di estremo degrado del luogo dove sono situati i resti dell’antica grangia certosina. Attualmente in quella medesima area vengono accatastate vecchie lapidi marmoree di un certo pregio artistico, appartenenti a cappelle cimiteriali dismesse, ai fini della realizzazione di un famedio, in un’area attigua. Purtoppo alle lodevoli intenzioni non sono susseeguiti i fatti!
Ma provo a descrivervi cosa resta della antica struttura monastica. Sulla facciata esteriore del portale ancora si può notare un’arme coronata, consunta dal tempo, che tra due teste d’angelo reca una croce latina. Attorno all’asta inferiore della croce (T) c’è una grande “C” seguita da due piccole lettere, “ar”: “Cart” è infatti la sigla che ricorda il latino Cartusia e l’intero scudo rappresenta l’arme dell’Ordo Cartusiensis, cioè l’Ordine dei certosini. Entrando si accede nel chiostro a forma rettangolare; attiguo l’androne c’è un modesto portale con fregi floreali. Degli interni della chiesa resterebbe solo una piletta dell’acquasanta e sul pavimento una lapide sepolcrale senza iscrizione.
Credo sia giunto il momento di valorizzare questa antica struttura e fare qualcosa affinchè non versi più in abbandono o cada nell’oblio o nell’ulteriore degrado.

Taaranto

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Nel video che segue vi è una splendida ricostruzione di come era la grangia ai tempi del suo splendore, comparata con le immagini dell’attuale decadimento.

Phil Gröning ed il suo film

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Cari amici lettori, per noi amanti della vita certosina le prossime vacanze natalizie sono una ghiotta occasione per leggere libri sul tema certosino e magari vederci per la prima o per l’ennesima volta il film “Il Grande silenzio“. Ebbene, voglio proporvi un estratto di un’ intervista rilasciata dal regista Phil Gröning, qualche tempo fa ad una rivista portoghese, nella quale ci rivela particolari inediti, ed interessanti, essa si aggiunge ad altre che vi ho già proposto.
Intervistatore
Quali sono le differenze tra la certosa di Evora e la Grande Certosa?

Philip Groning
Questa è molto accogliente, chiara e luminosa.C’è un fantastico giardino al centro, come un pezzo di paradiso, molto semplice. All’esterno, si pensa che ci sia un grande lusso, come nella chiesa, ma nel chiostro e nelle celle non c’è niente. È di una perfetta semplicità e armonia.
Intervistatore
Più che nella Grande Certosa?

Philip Groning
Sì, perché è più luminosa. Nella Grande Certosa si vede che l’intero edificio è concepito per difendersi contro la neve, contro il freddo. Il chiostro è chiuso per buoni motivi: talvolta in inverno ci sono tre metri di neve. Se non fosse chiuso, non potrebbe essere attraversato. Qui tutto è aperto e c’è un piccolo giardino con alberi d’arancio e una fontana d’acqua …

Intervistatore
I monaci hanno visto il film e sono rimasti male poichè pensavano che sarebbe stato meglio fare il film qui. Hai avuto la stessa sensazione?

Philip Groning
Ho iniziato chiedendo il permesso a Montrieux, certosa nel sud della Francia.È molto simile a questa di Évora. È una piccola organizzazione agricola con un monastero, più piccolo di questo.
Ma per fare il film, dovevo adeguarmi al modo di vivere dei monaci: la regola numero uno è l’obbedienza e se l’ordine mi ha chiesto di fare il film nella Grande Certosa, ho dovuto rispettare la decisione.

Intervistatore
Non sarebbe stato completamente diverso’?: è uguale un monaco qui o nella Grande Certosa?

Philip Groning
In linea di principio è la stessa cosa. Ma il silenzio è diverso, perché qui gli uccelli si sentono più. A Grenoble si è più in alto e ora, a dicembre, c’è un metro di neve. La regola è la stessa ovunque e la struttura principale delle celle pure. Ma per un monaco contemplativo, la natura è molto importante, perché, non essendo per tutto il tempo in contatto con gli esseri umani, per vedere le piante, gli uccelli, le nuvole, il sole, la luce, tutto questo è molto importante. La vita di un monaco che vive nel freddo è diversa da quella di un monaco che vive in un paese caldo.
Intervistatore
È per questo che senti anche nel film che anche piccoli oggetti e cose quotidiane sono di grande importanza?

Philip Groning
Sì. Ho vissuto lì per un anno e ho sperimentato che, quando non parli e non senti, gli oggetti, la presenza del mondo, hanno un’importanza molto acuta e molto viva. È l’unica cosa che, in un certo senso, ti fa vivere, perché sei l’unico elemento con il quale sei in contatto in quel momento. Filosoficamente, ci rendiamo conto che è un miracolo inspiegabile che c’è qualcosa, piuttosto che niente.
Intervistatore
Qui ad Evora hai incontrato i monaci?

Philip Groning
No, non qui, ho visto un fratello che lavorava. È la regola del silenzio. Ho parlato con il procuratore, ma con altri non ho parlato. Ci siamo solo salutati salutato, ma non abbiamo parlato.

Intervistatore
Sei stato in altre certose?

Philip Groning
Si, sono stato a Montrieux, alla Grande Certosa a Portes ed a La Valsainte, in Svizzera.

Intervistatore
Che cosa ti attrae in questi luoghi? Cerchi di Dio?

Philip Groning
Sì, cerco Dio. In un primo momento volevo fare il film e stavo cercando un posto per farlo. Ora, in questa visita, tutto mi porta a ricordare quello che è stato vivere in certosa – un’esperienza molto buona e molto forte che desidero poter vivere in un altro monastero! Ma io non sono un turista di monasteri.
Intervistatore
Sei un regista, hai voluto fare un film per dire alle persone che cosa?

Philip Groning
Un film di successo apre spazio per le persone a trovare il proprio problema. Un film davvero buono non dice questo o quello, è stupido, ma un buon film ci mette in un campo di tensione tra il silenzio, il rumore, il ritmo, l’assenza di parole, l’assenza di Dio, la presenza di Dio, e ognuno può cercare la sua strada dentro.
Intervistatore
Nel film ci sono due seduzioni: quella del regista per questo tipo di vita e quella che si sente nei monaci per fede e da Dio. Era anche il film su queste seduzioni?

Philip Groning
Ho messo una frase [biblica] nel film sulla seduzione [“Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre”].La seduzione è una parola che ha un significato diverso a seconda del paese.In America, è una cosa molto brutta, in Germania è molto bella, essendo sedotta è anche una delle cose più belle. Per me, questa frase esprime una seduzione positiva, nel senso di una persona che si abbandona a tutto e si apre completamente ad un’influenza, per aprire uno spazio dell’anima a ciò che viene dal mondo e dalla vita. Per me, è una delle cose più importanti da vivere e di essere felici, per aprirsi a questo, da sedurre.

Intervistatore
Qual è la seduzione, nel mondo veloce che viviamo, di una sorta di vita come questa, quasi inutile, perché sembra che non diano niente alla società?

Philip Groning
Fortunatamente. Ma non è che non ti danno niente. È un po ‘come un faro che non è là per andare a incontrarlo, ma per sapere che quando si vede la luce, c’è la terra. Il ruolo dei monaci nella società è piuttosto difficile da mostrare che – voi come giornalisti, io come un direttore o qualcuno come un avvocato o di lavoratori – possiamo cambiare la nostra concezione di ciò che è un essere umano, quando sappiamo che questa è anche una decisione che può prendere e essere felice di questo.
Improvvisamente, il nostro ruolo di essere umano è visto diversamente. Vediamo, ad esempio, che non è necessario essere utili per essere felici. Non esiste una relazione razionale tra queste due cose. È complicato, ma la seduzione di una vita come la loro è che è una vita incredibilmente radicale e totalmente focalizzata su una verità. In tutte le religioni c’è sempre la ricerca di una verità assoluta.E oggi è molto seducente, perché ciò che è seducente rimarrà sempre seducente. C’è anche la grande seduzione del non lasciare che il tempo sia occupato dagli aspetti consumisti della società, che sono soprattutto considerazioni di paura: sono abbastanza bene vestito? Faccio abbastanza soldi? Ho comprato la Mercedes giusta o una Mercedes che non è affatto attraente? Tutto questo è uno spreco di tempo.

Intervistatore
Perché non hai soggiornato in certosa?

Philip Groning
Mi sento sempre un pò tentato. Ora, quando sono entrato nel monastero, ho pensato ancora che vorrei stare lì per due mesi. Vivere semplicemente, o scrivere un articolo … Infatti, è una tendenza frequente di molti artisti che hanno lavorato in conventi.

Intervistatore
Era una sorpresa il successo del film con il grande pubblico?

Philip Groning
Da una parte, no. Quando sei un regista, pensi e speri sempre che il prossimo film sarà un grande successo. Di solito il pubblico non pensa così …

Intervistatore
Ma tu lo hai pensato, con questo film così radicale?

Philip Groning
Penso sempre che sia necessario essere radicali per avere successo. Forse è per questo che non riesco come altri. Mi sono reso conto che ci sono molti film sulla meditazione nel contesto asiatico che fanno riflettere il pubblico europeo un film che dice che è possibile anche nell’ambito della nostra cultura, ho pensato che ci sarebbe stata un sacco di gente che lo avrebbe visto. Perché c’è qualcosa di strano in questo orientamento al buddismo, all’esoterismo, ecc. È come se dicessero: voglio che qualcuno mi aiuti a essere completamente a me, ma voglio essere completamente qualcun altro.
È molto più facile trovare il desiderio in religioni molto lontane. Posso facilmente immaginare di essere un buddista completamente felice perché non ricordo di essere un figlio buddista che ha discusso con i preti buddisti; tuttavia, ricordo di discutere con i sacerdoti cattolici. Pensavo poi che se avessi fatto un film in cui il pubblico entrasse in contatto con se stesso, in modo più profondo, ci sarebbero state molte persone che lo avrebbero visto.

Intervistatore
Perché hai deciso di filmare i volti dei monaci alla telecamera? C’è una dimensione estetica del corpo …

Philip Groning
Ho filmato questo all’inizio della ripresa. Sono stato così intimidito dal silenzio che ho appena mosso e nascosto un po ‘.Mi sono reso conto che non puoi fare un film se non vuoi essere visibile.
Vi è un contrasto tra la vita dei monaci e la presenza di una telecamera, un contrasto molto forte. Non posso nascondermi. Quindi è stato meglio mettere il contrasto molto forte e dire: se hai invitato una telecamera, lei è qui adesso, guarda a lei. Questo mi ha aiutato a sentirmi a proprio agio e ha pensato che avrebbe aiutato il pubblico a perdere il senso del voyeurismo, perché nessuno potrà mai entrarvi in certosa. Mettendo i monaci a guardare il pubblico, la persona si rende conto che possono guardarsi l’un l’altro più di ogni osservatore che li guarda.

Intervistatore
I monaci hanno accettato facilmente?

Philip Groning
Non tutti, c’erano alcuni che non volevano essere filmati, ma altri hanno accettato prontamente. Per loro, una fotocamera non ha la stessa importanza che per noi, perché non sono così vanesi, non è importante che siano bellissimi in televisione per i commenti degli amici.

Intervistatore
Nel film c’è una frase che dice: “In Dio non c’è passato, solo presente”. Ma questo è un ordine soprattutto del passato …

Philip Groning
È il vecchio monaco cieco che dice questo in relazione alla morte. Non teme la morte, perché la vita dell’aldilà viene subito, perché il tempo esiste solo per noi come esseri umani. Anche per noi, esiste in modo molto contraddittorio. L’unica cosa che esiste veramente è quella presente e tutte le altre cose sono oggetti della memoria. Anche la concezione del futuro: l’immagine che hai è in memoria. Ciò che vuol dire è che l’unica cosa che esiste è il presente.

Intervistatore
Sei più cattolico di quanto non fossi prima di passare sei mesi nella grande certosa?

Philip Groning
Altro, molto di più. Prima avevo molte difficoltà. Pensavo che la Chiesa cattolica era troppo concentrata su questioni di confessione, di colpa e di peccato. Nel monastero si nota che per i monaci la cosa importante è il senso della grazia, della felicità. Per loro è un fatto straordinario che c’è vita.Vivere è un dono, un dono di Dio.