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Dio è una serena evidenza (parte seconda)

Brother Marcellin Theeuwes, former general prior of the Carthusians, Taize, july .2015

Come vi avevo preannunciato ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Dom Marcellin Theeuwes.

“Dio è una serena evidenza”

parte seconda

 I due pilastri della vita certosina sono il silenzio e la solitudine, che sono spesso fraintesi nella nostra vita moderna. Come capirli?

– Il silenzio e la solitudine inquietano. Tutto è fatto nelle nostre società per riempirli il più presto possibile. Ma senza il minimo di silenzio e solitudine, l’uomo perde di vista se stesso, non riesce più ad ascoltare ciò che si mormora in lui. Questi due pilastri permettono progressivamente di imparare a “abitare con se stesso” come diceva San Benedetto. Non è imprigionare il silenzio e la solitudine come faremmo con gli animali selvatici, ma di entrare progressivamente, amichevolmente, come passiamo attraverso una porta stretta verso uno spazio di maggiore libertà. La solitudine ed il silenzio permettono una discesa profonda in noi stessi, non ci isola, aiutaci a decentralizzarci: il silenzio ci apre alla Parola e la solitudine alla presenza di Dio. Questi due pilastri possono essere fecondi nel cuore di un’esistenza vissuta nel mondo, nella vita familiare e professionale. Come abitare la propria esistenza, come tessere legami fecondi con l’altro, se si è rivolto al di fuori di se stesso? Vissuti abbastanza radicalmente per vocazione e predisposizione interiore dai certosini, il silenzio e la solitudine sono anche indispensabili a ogni vita umana.

I certosini vivono la giornata nella cella, dove pregano, lavorano e mangiano da soli. Perché questo isolamento?

– Non si tratta di un isolamento, ma di una risposta a una chiamata. La cella offre un luogo dove si impara a vivere con se stesso per mantenersi alla presenza di Dio. Un’ascesi che corrisponde ad una vocazione particolare, un sentiero paradossale di liberazione.

Forse è l’ aspetto più “ruvido” della vita certosina?

– No. Spesso più difficile sono l’obbedienza e la vita comunitaria. L’obbedienza non è una risposta “militare” ad un ordine esterno, ma è un dono di autodeterminazione. È lasciarsi condurre dove, spontaneamente, non abbiamo il desiderio di andare. Una strada di umiltà dura in certi momenti…ma il frutto è così spesso la gioia! Nella vita di comunità, i limiti umani, le differenze, le personalità si confrontano. È un’esperienza di spogliamento. La realtà quotidiana, lontano da una visione un po’ sognata della vita monastica, ci chiama ogni giorno alla conversione!

 La parola chiave è “l’umiltà”?

– Sì. Accettare le nostre debolezze, senza cadere in un cattivo senso di colpa, perché il nostro Dio ci accoglie con i nostri fardelli. Non essere per se stesso un maestro troppo severo; guardare te stesso, senza compiacimento, ma con misericordia.

 Il grande appuntamento, è l”Ufficio Notturno. Una veglia che vi costringe ad alzarsi a mezzanotte per quasi tre ore di preghiera…

– L’Ufficio è quello che ci segna di più. Il mondo dorme, una buona parte della vita attiva si ferma, il silenzio è più significativo. In quest’ora ci alziamo unicamente per pregare e condividere un grande momento di intimità con il Signore. Noi “degustiamo” i salmi leggermente. Siamo collegati al mondo, agli uomini e alle donne che affidiamo alla tenera misericordia di Dio. Questo Ufficio Notturno è la fonte che irriga la mia vita di monaco certosino!

 Una fonte che ti aiuta a “trovare” Dio?

– Forse di più per consentirGli di unirsi a me. Non so se “trovo” Dio attraverso gli sforzi fatti per raggiungerLo. Chiaro, l’ascesi è necessaria, ma è sempre Dio che agisce per primo. È Egli che ci avvicina di noi e ci cerca, nonostante le nostre debolezze e le nostre difficoltà a riconoscerLo. Noi possiamo alimentare il nostro ardente desiderio di raggiungerLo. In certi momenti di grazia, accade l’incontro; allora, sì, oso dire che “trovo” Dio!

Dopo più di 50 anni di vita monastica, Lo conosci un po’ meglio?

– Dio rimane sempre l’Altro, e ci sfugge. Ma la Sua esistenza diventa per me ogni giorno più di un’evidenza…

“Un’evidenza”? È una parola forte!

– Non riesco a trovare altro. Dio è per me una serena evidenza. Sono sicuro del Suo amore infinito.

 Il nostro tempo è piuttosto segnato dal dubbio…

– Sarà che alcuni credenti non si accontentano? Non conviene, uscire da questo mezzo, per osare affermare, tranquillamente, che Dio esiste, che Lo vediamo all’opera nelle nostre vite, nella storia? Ritornare alla catechesi e alla predicazione, più esplicitamente alle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità? Nel nostro battesimo abbiamo ricevuto la grazia di credere in Dio, di sperare nel Suo amore ed amare come Egli ci ama. La fede non è un semplice auspicio umano, è una speranza. Dobbiamo lasciarla agire. Affrontare ciò che è talvolta descritto come “l’assordante silenzio di Dio”, uscire da una sordità prima di tutto segnata dall’assenza del desiderio di incontrarLo.

Il male, la sofferenza, restano come i grandi ostacoli alla fede…

– La sofferenza, la malattia, la morte sono inerenti alla nostra condizione. Attraverso Cristo, possiamo imparare a vivere con queste ferite e scoprire che la morte non ha l’ultima parola. Per la Risurrezione, possiamo avere la speranza di una vita che trascende la morte. La morte come un passaggio, un’immersione nell’amore di Dio.

Si tratta di osare abbandonarsi?

– Sì, bisogna affidarsi al Padre e dirGli con Cristo: “non la mia volontà, ma la Tua volontà”. Non abbiamo tutta la vita per imparare quest’abbandono; osare fidarsi nonostante l’enigma del male e della sofferenza; credere, nonostante ciò che sembra contraddirlo, perché Dio vuole solo una cosa: la nostra felicità.

Il grande cammino che conduce alla felicita è la preghiera?

– Sì. Ed il modo migliore di imparare a pregare è quello di mettersi in preghiera, cioè, il coraggio di credere che c’è qualcuno ad ascoltarci. La preghiera è un atto di fede in Dio.

Cosa fare quando non c’è più gusto nella preghiera?

– Bisogna perseverare, resistere, nonostante tutto. Appoggiarsi sui salmi, sulla preghiera della Chiesa, sul Vangelo…Affidare questo tempo di deserto al Signore. Aspettare…

Dom Agustin Guillerand (1877-1945), uno dei vostri fratelli certosini, descrive l’anima orante come “un paese invaso: dobbiamo liberarci, buttare fuori il nemico”.

– La preghiera è una lotta, perché non è così ovvia, richiede uno sforzo, un impegno, una piena consapevolezza. Non si entra in preghiera come si siede a tavola! Non è una necessità fisica, ma un desiderio che corre il rischio di attenuarsi. È essere davvero lì, lavorare sulla nostra presenza davanti a Dio. Riconoscendo umilmente che siamo segnati dalla mancanza, dall’incompletezza, mai all’altezza dell’aspettativa di Dio. Sempre dipendente dalla Sua grazia…Questa grazia che ci è data in abbondanza nel mattino della risurrezione.

Dio è una serena evidenza (parte prima)

Dom Marcellin Theeuwes

Nell’articolo odierno, vi propongo la prima parte di una recente intervista rilasciata lo scorso marzo da Dom Marcellin Theeuwes, già Priore Generale dell’Ordine certosino ( 2005-20012) alla rivista francese “Prier”.

Dio è una serena evidenza”

parte prima

L’esistenza dei monaci certosini intriga molti. Qual è il centro della vostra vocazione?

– Diffidiamo del carattere “misterioso” dei certosini. Si tratta, per diversi aspetti, di una vocazione semplice e simile a molte altre. Si tratta di andare, umilmente, all’incontro di Dio. Ciò che può sorprendere, è il carattere un po’ estremo della via che prendiamo e che ci immerge in silenzio e solitudine. Il nostro scopo è quello di provare a vivere la nostra esistenza davanti alla faccia di Dio, tanto quanto la nostra condizione umana lo permette, senza trascurare i nostri limiti, che sono quelli di tutti gli uomini.

 Quando il futuro San Bruno nel 1084 si addentra nella foresta dove fonda il primo monastero certosino, lui cosa cerca?

– Cerca un modo abbastanza profondo di ritirarsi dal mondo, in modo che nulla e nessuno potesse distrarlo dalla sua ricerca di Dio. In una lettera al suo amico Raul le Verd, egli esprime il suo desiderio: “Ho sete di Dio forte e vivente. (…) Spero nella preghiera che la misericordia di Dio guarisca la mia debolezza interiore e la colmi dei suoi beni, come lo desiderio.” Egli persegue un unico oggettivo: rendere il suo cuore disponibile all’incontro con Dio. Bruno non viene con un progetto di una fondazione stabile, un’organizzazione pensata, una regola di vita…Ha solo l’intuizione che l’internamento nella solitudine e nel silenzio, in compagnia di alcuni fratelli, sarà fecondo. Si tratta di mantenersi davanti al volto di Dio, ma sempre con i compagni animati dallo stesso desiderio esclusivo.

I certosini vivono allo stesso tempo una vita eremitica e comunitaria?

– Noi percorriamo insieme un cammino di solitudine. Nonostante il grande silenzio che tesse la nostra giornata, viviamo una forte vita in comunità. Ci appoggiamo gli uni agli altri per vivere allo stesso tempo una vita “da soli” e “insieme”.

Come sei stato attratto da questa vita?

– Avevo 25 anni quando, colpito da questa vocazione particolare, sono entrato in Chartreuse. Prima avevo vissuto in un’abbazia cistercense in Olanda, il mio Paese d’origine. Ho sempre saputo che volevo vivere in un chiostro. Fin dall’età di 6 anni pensavo alla vita monastica, senza sapere bene da dove proveniva questo desiderio precoce.

Perché hai lasciato i cistercensi per unirti ai certosini?

– Nel 1960 il rinnovamento conciliare è stato uno slancio formidabile. Le dimensioni di impegno sociale e la lotta per la giustizia erano evidenziate. C’era bisogno di agire in nome del Vangelo per trasformare il mondo. Se io avessi aderito a questi orientamenti, penso che le dimensioni della preghiera e della contemplazione le avrei dimenticate. Volevo impegnarmi ancora più radicalmente in una vita di preghiera, convinto che questa era la prima fonte di trasformazione del mondo e conversione degli uomini.

Come sapere se la chiamata proviene da Dio? Come assicurarsi che non proiettiamo su di Lui, i desideri che non sono altro che i nostri?

– Dio chiama, questo è un’evidenza! La Bibbia è piena di racconti da cui Dio invia i segni agli uomini: Abramo, Mosè, Giovanni Battista, i discepoli di Gesù…tutti hanno inteso che Dio li invita a seguirLo. Si tratta di sapere in quali scelte concrete di vita Egli ci invita a rispondere alla Sua chiamata. Certamente, possiamo negare il nostro desiderio di Dio. Ma penso che, più spesso, abbiamo paura di fidarci dei nostri desideri e riconoscere in essi, il desiderio di Dio.

E Dio ci parla attraverso i nostri desideri?

– Il desiderio più profondo che lavora nel nostro cuore è il desiderio di Dio stesso in noi. La vocazione emerge dall’intimo del nostro essere. Una voce che è in me, non è me, ma non può esistere senza di me. Ho bisogno senza cessare di esercitarmi ad ascoltare. Se dopo un tempo di discernimento, essendo accompagnato da un altro più esperto, io credo che questa o quella vita cristiana corrisponde al mio desiderio profondo e potrà costituire per me un cammino di realizzazione, arriva il momento in cui si deve lasciare l’esitazione e prendere il rischio della scelta. E non guardare indietro. Non credere troppo in fretta che si è sbagliato, avere il coraggio, la perseveranza, nonostante i dubbi che non fermeranno di attaccarci. Perché impegnarsi in una vocazione è anche impegnarsi in una battaglia: che consiste nel darsi e farsi prendere.

Guigo, il Certosino (1083-1136), evoca la vita certosina come un progetto di “abbandonare tutte le realtà mutevoli” per consacrarsi unicamente alla ricerca di Dio. Una vita rivolta solamente a Dio è sostenibile?

– Diventiamo monaci per combattere quello che Pascal chiamava “divertimenti”. Cerchiamo un modo di vita che offre le condizioni favorevoli per orientarci verso Dio. Questo non significa che il monaco non fa altro che pensare a Dio. Rimane l’uomo con i suoi limiti. Il suo spirito è catturato da preoccupazioni materiali: preparare il cibo, fare le pulizie, dedicarsi ai compiti della vita comunitaria. Non ci consegniamo a Cristo solo durante i momenti di preghiera e di celebrazione; lo facciamo anche nelle attività più banali della vita quotidiana. Tutto può, allora, diventare preghiera.

La seconda parte dell’intervista segue nel prossimo articolo.

Dai diari di un priore ad un film: “Bianco come il nero”

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Alla fine di settembre del 2015 vi annunciavo da questo blog la riapertura della certosa di Vedana seppur per girarvi un film. Ebbene la scorsa estate al termine delle riprese, il lungometraggio è stato presentato al pubblico. Il suo titolo “Bianco come il nero”, sintetizza la storia che si svolge nello scenario della Grande Guerra, nel 1917, “l’anno della fame”, tra l’assedio dei soldati e lo spettro della carestia, la popolazione di montagna cerca di resistere alla tragedia in atto vivendo in semplicità, con l’aiuto dei monaci della vicina Certosa.

Il giovanissimo regista Lorenzo Cassol spiega la genesi del suo lavoro in un’intervista : «Siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di quattro diari, datati 1917, scritti a mano e in francese dall’allora priore della Certosa di Vedana, Dom Boniface Pennet. Da questi abbiamo trovato numerosi spunti per la storia». Protagonisti di “Bianco come il nero” (titolo che sta a indicare la presenza, in ogni anima, di una parte più pura e di un’altra più oscura) una giovane donna con la sua bambina e uno strano personaggio, coinvolti in vicende in cui vita, dolore e passione si intrecciano, con un epilogo del tutto inaspettato. Ringrazio la Fare Cinema Production, ed il regista Lorenzo Cassol che hanno voluto omaggiare la certosa di Vedana ed i suoi monaci, che in quel cupo anno vollero essere vicini alla popolazione donando loro conforto ed assistenza.

A seguire il trailer del film, ed immagine tratte dal set.

Buona visione.

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Un’ intervista dal passato

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Oggi, in occasione della Giornata Mondiale per la vita consacrata voglio farvi conoscere un Priore certosino dei nostri tempi. L’articolo odierno, contiene un raro documento video, poichè alquanto datato, che ci farà conoscere il Padre Priore della certosa di Montalegre in Spagna di quell’epoca. L’intervista, fu rilasciata in data 27 febbraio 1985 dal certosino per il programma “Identitals” della tv spagnola TV3 e presentata dal giornalista Josip Maria Espinàs.

Ma prima di godervi le immagini e leggere il sunto testuale tradotto in italiano, voglio proporvi una breve informazione biografica di Dom Domingo Maria Cardona, protagonista dell’intervista.

Josè Maria Cardona Torrades nacque a Barcellona il 20 marzo 1909. Dopo una carriera lavorativa svolta nel settore delle assicurazioni, rimasto vedovo, decise di entrare a 36 anni nella certosa di Montalegre il7 novembre del 1945. Egli fece poi la professione semplice il giorno 8 dicembre del 1946, e la professione solenne l’8 dicembre del 1950 ed è stato ordinato sacerdote il 4 maggio 1952, fu poi nominato Procuratore nel 1954. Dopo un anno trascorso alla Grande Chartreuse, venne nominato procuratore a Évora nel 1960, fu poi vicario a Motta Grossa nel 1963. Tornò a Montalegre nel 1965 fu poi nominato antiquior 31 agosto del 1969, vicario il 1 giugno 1974 e Priore nel 1982, e rettore l’ 11 marzo 1985. Accettata la richiesta di “misericordia”, fu deposto dal Capitolo Generale nel maggio 1991, è morto l’11 marzo 1992 a 82 anni, dopo aver trascorso 46 anni  di vita monastica..

Potrete percepire la dolcezza di questo certosino dal soave tono di voce e dal modo di esprimersi pacato e sereno. Il suo carattere infatti era simpatico e gioviale.

A voi il video ed il sunto testuale tradotto in italiano dal catalano. Mi preme ringraziare gli Amics de la Cartoixa de Montalegre per i dati forniti.

Buona visione 

Josep inizia parlando brevemente sulla fondazione dell”Ordine, su questi nove secoli di esistenza. Poi continua parlando specificamente di Montalegre, come l’unica certosa che si conserva in Catalogna e ringrazia il Priore, per la eccezionale attenzione, per avere aperto le porte della Certosa perché potessero chiacchierare sulla vita certosina.

Dom Domènec: La vita certosina è sempre stata per pochi. Questo perché la condizione della nostra vita richiede un carattere, un temperamento speciale e questo spetta a pochi.

Lui dice che fra i religiosi, in certo modo, i certosini sono comparati ai trappisti. Ma, per quanto riguarda la mortificazione c’è una misura nella vita certosina. Ma spiega che, ad esempio, “alla Trappa sono rigorosamente vegetariani. Noi non mangiamo la carne, ma mangiamo pesce e latticini e questo alla Trappa non esiste…” E aggiunge che fanno molti lavori manuali, anche i sacerdoti lavorano 4 ore di “lavoro forte” (così lo definisce). “Noi abbiamo bisogno di mangiare bene per riuscire a lavorare”.

2:58 – Josep e Dom Domènec parlano della stanza dove sono per l’intervista. Il Priore descrive e spiega che stanza è quella, ed a cosa serve.

3:30 – Josep chiede circa la fondazione di Montalegre (parlano di questo tema fino ai 5.40).

Il Priore racconta che è stata fondata nel 1415 e spiega che è nata della fusione di due monasteri, rimanendo solo Montalegre. Sottolinea che Montalegre è rimasta “perché ha una tipica architettura certosina, considerata un modello, perché è una delle poche certose nel mondo che è stata fatta dai certosini”.

6.10 – Parlano della uscita dei monaci della Certosa nel 1930 e poi parlano del loro ritorno nel 1967.

7:00 – Parlano sull’espulsione dei religiosi in Francia. Dom Domènec cita Farneta e parla che i novizi, i professi, Il Priore ed il Procuratore sono andati a Montalegre.

8:00 – Josep cita l’anno 1936 e loro parlano della drammaticità della guerra.

9:07 – Commentano che c’erano in Certosa molti stranieri e non catalani. Il noviziato nel 1936 era a Montalegre e vi era un maestro svizzero, ad esempio.

9.30 – Josep: chiede ma quanti certosini ci sono oggi a Montalegre?

Dom Domènec: siamo in 14 (2 sono novizi).

Josep: E in Certosa ci sono Padri e Fratelli?

Dom Domènec: Sì, la differenza essenziale è che i Padri hanno studiato per essere sacerdoti e si occupano di vivere la massima solitudine all’interno dell”Ordine Certosino, la loro vita è più solitaria. Il Padre è da solo tutti i giorni, tranne quando va a cantare l’Ufficio in Chiesa. I Fratelli lavorano 6-7 ore e si occupano delle attività della casa. La differenza essenziale è il grado di solitudine all’interno della casa.

10.45 – Josep: Spiega ai nostri telespettatori… l’edificio è stato costruito specialmente per la Certosa e ci sono vari settori o stanze. C’è un cortile d’ingresso…(appaiono immagini del monastero) ovvero la corte d’onore.

Dom Domènec: Sì, un cortile d’ingresso. Da esso, abbiamo il grande chiostro con le celle distribuite ed i settori per l’adempimento delle obbedienze. E gli spazi della comunità come chiesa, sala capitolare, il refettorio dove ci riuniamo nei giorni di festa. Siamo solitari, ma usciamo della cella. In quei giorni trasgrediamo un po con il programma normale dei monaci.

Josep: Cos’è necessario per essere un certosino?

Dom Domènec: Bisogna avere le condizioni per vivere nella cella.

Josep: E quale sono queste condizioni?

Dom Domènec: Sono le condizioni per vivere il carisma, se Dio non le dona, non si possono averle.

12.50 – Parlano degli studi e del canto.

Dom Domènec spiega che non è una questione di studio. “Se si è in grado di cantare, si può cantare! Ma se non si sa cantare, si può imparare qui”.

Josep: È interessante notare che nel silenzio certosino, questa è un’occasione in cui può manifestarsi cantando.

Dom Domènec: Sì, per questo cantiamo tutti i giorni.

Josep domanda circa l’uso del latino ed il Priore dice che tra gli studi del sacerdote, il latino è incluso.

Josep: Per essere un certosino, avendo le condizioni basiilari, c’è un processo di accettazione?

Dom Domènec: Sì, l’intero processo dura 7 anni. Il primo è il postulato, che può essere di 6 mesi per vedere se la persona ha davvero le condizioni minime per adattarsi alla nostra vita. Se vediamo la possibilità, è ammesso al noviziato. Qui si taglia i capelli…etc.sono 2 anni: nel 1º anno non si studia per essere sacerdorte, ma si sperimenta e ci si prepara alla nostra vita. Nel 2º anno si possono iniziare gli studi. Per l’accettazione del candidato, la comunità si riunisce nella sala capitolare e vota in segreto.

16.30 – Josep: Un certosino può abbandonare questa vita?

Dom Domènec: coloro che hanno i voti solenni sono dispensati da Roma, dal Papa, e coloro che non li hanno, possono essere dispensati dal Superiore.

17.21 Josep: E quale sono le regole?

Dom Domènec: Bisogna vivere l”Ufficio Divino, vivere gli orari della casa…

Josep: Le età dei certosini sono molto diverse?

Dom Domènec: Sì, ma dai 40/45 anni molto difficilmente si può entrare. Ma, in ogni caso, può accadere di fare ingresso in Certosa anche a 50 anni, soprattutto se trattasi di cristiani che vivono il Vangelo.

Il Priore fa un paragone con il Vangelo in cui il Signore dice che ha creato diverse ore e ci sono i lavoratori della “nona ora”, ossia, quelli che arrivano tardi. Ma ribadisce che “difficilmente si entra dopo 40/45 anni”.

Josep: A causa di problemi di adattamento?

Dom Domènec: Sì adattamento a mangiare, soprattutto alla vita solitaria.

18.55 – Josep: Ed il Priore com’è scelto?

Dom Domènec: Attraverso il voto (e in quel momento spiega sulle elezioni).

19.45 – Josep chiede a Dom Domènec di parlare delle fonti della sua fede e del carisma certosino.

Dom Domènec: Vengo da una famiglia molto cristiana e ho avuto una vita, direi, liturgica.

20.20 – Loro parlano del lavoro che svolgeva prima di entrare alla Certosa. Dom Domènec dice che faceva “l’assicuratore”.

Josep: Si può dire che i certosini provengono da una certa classe sociale?

Dom Domènec: No, è un dono. Ciò che determina la possibilità di essere in Certosa non dipende da una condizione sociale.

Josep: Il centro della vita certosina è la cella?

Dom Domènec: Sì, è essere da solo con Dio.

Josep: E com’è una cella?

Dom Domènec: È semplicimente una casetta, un eremo. E la persona vive da sola dedicata alla preghiera, ha come principale occupazione la preghiera, essere con Dio.

22.00 – Parlano della struttura della cella e del lavoro manuale nella cella (appaiono immagini delle celle, dello studio, del lavoro nella cella)

23.15 – Josep: E tre volte al giorno voi lasciate la cella?

Dom Domènec: Normalmente sì. Abbiamo la Messa conventuale cantata ogni giorno, nel pomeriggio usciamo per i vespri 35 o 40 minuti e per l’Ufficio notturno. Mattutino e Lodi sono sempre cantati in chiesa.

23.40 – Josep e Dom Domènec parlano sul pasto solitario nella cella, su come accade la sua consegna attraverso la porticella, al fine di mantenere l’ambiente di silenzio e solitudine.

24.30 – Josep: Hai detto che non siete come i trappisti, di solito cosa mangiate?

Dom Domènec: Possiamo mangiare di tutto, tranne la carne.

Il Priore torna a parlare un po’ circa il cibo e la differenza che alla Trappa non mangiano nemmeno pesce, ma i certosini lo mangiano.

Josep: Mangiate insieme nei giorni di festa?

Dom Domènec: Nei giorni di festa sì.

Josep: Mentre mangiate, parlate gli uni agli altri?

Dom Domènec: No, è consacrato al silenzio.

26.00 – Josep: Il silenzio è molto importante nella vita di un certosino?

Dom Domènec: Sì, è la base. Se non c’è una ragione necessaria, non si parla.

Il Priore afferma che per viverei il silenzio c’è bisogno di una completa disponibilità delle facoltà umane e che ci sono molte persone che apprezzano e vogliono il silenzio. E aggiunge: “l’uomo ha bisogno di stare da solo. E abbiamo un completo silenzio in quest’ambiente solitario”.

28.00 – Parlano dei giorni di festa, della ricreazione e dello spaziamento.

Josep commenta che l’o spaziamento è un contrasto con la vita all’interno della cella, ma anche ricorda che nella cella c’è un orto, un giardino…(appaiono immagini del monaco in suo giardino)

31.00 – Josep chiede al Priore cosa pensa sulla crescita dell’urbanizzazione.

Dom Domènec: Io penso: grazie a Dio sono fuori! (sorride).

Egli parla che i certosini camminano molto durante le passeggiate e, quindi, conoscono la crescita.

Josep dice di credere che l’idea di San Bruno sia stata quella di coniugare la vita solitaria, la vita eremitica nella cella con la vita comunitaria. E che per vivere una solitudine così rigorosa si richiede un equilibrio psicologico.

Dom Domènec: Sì, c’é bisogno di un equilibrio personale completo (egli tocca la sua testa con le dita e afferma che se la persona ha problemi mentali non può essere certosino). Può essere una persona con molte virtù, ma se non riesce a vivere in quest’ambiente di completa solitudine, non rimane.

34.00 – Josep commenta che le persone possono presentare i conflitti stessi dall’esperienza della solitudine. Dom Domènec conferma dicendo che la vita solitaria ha i suoi problemi ed anche la vita in comunità.

35.50 – Parlano um po’ sulle risorse per il sostegno della Certosa, di come viene mantenuta…

Dom Domènec spiega che il sostegno viene dal liquore Chartreuse (fra le altre cose). E ogni casa ha una persona responsabile per il calcolo di ciò che è necessario. Egli ricorda che l’orto è una fonte di risorse e l’artigianato è anche una fonte di reddito, cita le icone, per esempio.

38.00 – Josep domanda sulle vocazioni certosine.

Dom Domènec: Siamo sempre stati pochi in relazione agli altri Ordini, rispetto ai trappisti, per esempio, siamo pochi. Questo perché in Certosa c’è bisogno di una condizione personale, direi, di un equilibrio, di un dominio di sé, degli atti volontari della persona, e non nella Trappa , perché il lavoro lì è più mortificante.

Josep: Quindi ci sono vocazioni?

Dom Domènec: Sì…

Josep domanda che tipo di comunicazione c’è in Certosa e com’è l’accesso a essa.

Dom Domènec cita le riviste cristiane che leggono e dice che i giornali sono vietati nel chiostro, solo lui ha accesso e cerca di sapere cosa succede.

Poi, i due parlano sulle visite ed il Priore informa che i certosini possono ricevere la famiglia due giorni all’anno.

Josep: Voi dormite poco?

Dom Domènec: No, ma noi dormiamo in “modo ripartito”.

Egli spiega com’è la routine, l’orario di alzarsi, di sdraiarsi…per mostrare come succede Il “dormire in modo ripartito”.

43.00 – In quest’ora, mentre parlano, Dom Domènec dice sorridendo: è l’ultima cella (e appaiono immagini del cimiterio)

Poi, Josep chiede al Priore di dire cosa significa per lui essere certosino in questo momento presente.

Josep: Ci sono altre Certose in Catalogna, la più antica è Scala Dei.

Dom Domènec: Sì, e storicamente è la più importante perché serviva a tutte le Certose della penisola.

45.30 – Josep chiede come vede il futuro della Certosa di Montalegre, poiché è l’unico che sopravvive in Catalogna.

48.15 – Josep: Penso che potresti cogliere l’occasione per dire qualcosa a coloro che ci stanno ascoltando.

Dom Domènec: Che dire? Non saprei cosa dire…

Josep: Approfitta il momento per un’idea, un sentimento…

Dom Domènec: La Certosa è una cosa troppo speciale. Ci sono le condizioni di cui ho detto che sarebbero per pochi…ma è una cosa molto umana. Non si può dire che sia una cosa estrema, sia nel senso di dolore spirituale come in senso materiale…Si tratta di una normalità realizzata in un modo di vita.

Josep finisce ringraziando molto al Priore per la conversazione, la sua buona volontà e la sua caritatevole pazienza. Dice di credere che le parole di Dom Domènec hanno interessato molte persone.

“Mentre la vita fuori continua la sua agitazione, qui, un profondo silenzio per questa conversazione. Credo che abbiamo fatto un autentico documentario su una identità eccezionale, l’identità certosina”.

Un documento veramente raro ed eccezionale, che spero voi cari amici lettori abbiate gradito ed apprezzato.

 

Una vita in silenzio

Una vita in silenzio

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Cari amici, voglio oggi proporvi un’intervista rilasciata, nel 2005, ad un giornale tedesco, da un monaco certosino della certosa di Marienau.

Il religioso in questione, è Dom Johannes Maria Augsburg, nato a Manfred Hausser l’8 luglio del 1965 e discendente di una nota e ricca famiglia di banchieri.

L’incontro avviene a seguito dello Spaziamento, a cui il giovane partecipa con non poca impazienza, poichè desideroso di ritornare alla quiete della sua cella monastica. Il silenzio e la solitudine sono una costante nella vita di questo giovane che ha scelto di aderire all’Ordine religioso il più austero della Chiesa Cattolica.

Una vita in silenzio.

“Volevo una vita che mi conducesse nella profondità, e mi facesse arrivare a Dio. Trambusto e loquacità mi fanno male”. Queste le parole di padre Johannes Maria, che aggiunge, ” la questione della ricerca di “Dio” è andata gradualmente crescendo nella mia storia personale. Prima era una curiosità, dopo una ricerca, e ora un impegno per la vita “. La decisione di unirsi all’Ordine certosino avvenne all’età di 20 anni alla fine del 1985, quando egli abbandonò gli studi in giurisprudenza, e tra lo stupore e l’incredulità della facoltosa famiglia, il giovane entrò nella certosa tedesca di Marienau. Quando fece ingresso al Noviziato era in compagnia di 10 giovani, di cui soltanto due hanno poi conseguito la professione solenne.

La vita nel monastero non è facile. Non c’è il riscaldamento in inverno, ma solo una piccola stufa a legna in ogni cella. Lì, nella cella, in completo silenzio e nella solitudine,fatta di digiuni, preghiera, lavoro e breve riposo notturno. Anche se gli estremi in certosa non vengono accettati, coloro che praticano estremi digiuni ed anche coloro che non dormono a sufficienza vengono allontanati. Si richiede un equilibrio difficile da raggiungere. A questo proposito il Maestro del Novizi aggiunge ” dopo tre anni trascorsi nella cella non si può far finta di nulla, deve rendersi conto fino a che punto si è disposti a spendere la propria vita alla ricerca di Dio”. “In un tale confronto con se stessi, solo colui che ha una incrollabile vocazione alla solitudine può perseverare”, dice, in caso contrario, “la solitudine ed il silenzio diventano un inferno.”

In certosa non c’è tempo per la pigrizia. La vita quotidiana di un monaco è chiaramente definita. Nella sua struttura di base, ci sono i tempi per la preghiera e per gli intervalli di due o tre ore, anche di notte. Durante il giorno, il monaco ha a sua disposizione nella sua cella un giardino privato ed anche un laboratorio per il lavoro. Padre Johannes ci racconta di aver realizzato al tornio alcune conchiglie di legno per ornare il suo orticello, inoltre nella propria cella ogni monaco deve tagliarsi la legna necessaria per alimentare la stufa. Egli ci dice inoltre che “l’Ordine è come una mamma che si prende cura di me, e sembra incredibile ma non ho mai percepito la sensazione di avere del tempo vuoto”. Ho effettuato da novizio gli studi di Teologia qui in monastero, difatti la certosa di Marienau ha ereditato la grande biblioteca della vecchia “Rottenburger”dal vescovo Georg Moser.

“Le opere di intrattenimento e leggere, sono state da noi donate, abbiamo conservato la letteratura seria, la cui consultazione è consentita ai monaci. Nonostante la nostra clausura, riceviamo un giornale della diocesi, con notizie dal mondo. E’ grazie ad esso che il Priore comunica alla comunità le varie intenzioni di preghiera, e ciò che accade nel mondo “, dice il maestro dei novizi “Abbiamo inoltre una cappella all’esterno, nella quale è consentito l’accesso a tutti i fedeli che lo desiderano, aperta a tutti i visitatori, anche alle donne, la cui visita è vietata nel monastero.” Solo due volte l’anno, genitori e fratelli dei monaci possono venire a fare visita in certosa ed eventualmente assistere alle funzioni liturgiche dalla tribuna posta in Chiesa. Si conclude questa testimonianza, con la considerazione che l’aspettativa di vita dei monaci che vivono in certosa, complice il regime alimentare puramente vegetariano, è in media di 82 anni e almeno dopo circa 50 anni di silenzio e vita claustrale si verrà sepolti nella nuda terra avvolti nell’abito e con il cappuccio cucito in una fossa senza nè nome ne date. Si congeda Dom Johannes Maria “una vera provocazione per chi è disposto a perdersi in Dio..è la vita come certosino? Un avventura senza limiti che chiunque che ama Dio con tutto il cuore può intuire”

Io ho trovato questa breve testimonianza molto profonda, essa ci lascia intravedere e percepire il trasporto totale di questi uomini verso l’incontro con l’Assoluto.

Dom Basilio Caminada, un certosino nelle terre di Calabria

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Da sinistra lo scrittore Leonardo Sciascia, a destra Dom Basilio Caminada, sorretto al centro da suo fratello, nella certosa di Serra

Cari amici, nell’articolo odierno voglio proporvi il contenuto audio della puntata speciale della radio serrese Radio Serra98 intitolata “Dom Basilio Caminada, un certosino nelle terre di Calabria”. Lo scorso 4 settembre in occasione del ventesimo anno dalla scomparsa di Dom Basilio Caminada, la radio di Serra ha voluto celebrare questo insigne monaco certosino molto legato al territorio calabrese. Negli studi dell’emittente radiofonica, ai microfoni di Antonio Zaffino,sono stati ospiti in studio Tonino Ceravolo, membro della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e Fabio Tassone, Direttore del Museo della Certosa di Serra San Bruno. Ascolteremo tra costoro, una gradevole discussione, con testimonianze che ci faranno comprendere l’importanza della forte personalità di Dom Basilio, eminente studioso e indimenticato bibliotecario della certosa di Serra. Grazie per questa lodevole iniziativa, volta a celebrarne la memoria.

Buon ascolto

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Reportage dalla Corea (parteII)

Reportage dalla Corea (parteII)

intervista

Come vi avevo annunciato, ecco a voi la seconda parte dell’intervista rilasciata al priore della certosa coreana. Buona lettura.

Vita in Corea per voi: aspetti positivi e difficoltà.

Per i monaci europei arrivati in Corea, come ho già detto, la principale difficoltà, per prima cosa è la lingua. Per me che devo interagire spesso con i novizi coreani per la formazione, questi interventi richiedono una preparazione, molto tempo. Non si può negare che ci sia una «piccola barriera della lingua», tuttavia credo che non sia insormontabile, visto che tutti i giovani coreani si interessano all’apprendimento dell’inglese. E gli sforzi che dobbiamo fare per comunicare hanno talvolta l’effetto positivo di affinare in noi “il senso dell’altro”.

Al livello ecclesiale siamo sempre colpiti, noi europei, dalla vitalità e dalla coerenza della Chiesa coreana. Come consumatori (se mi permetto di usare questa parola profana) ci dispiace, per i nostri novizi, del repertorio ristretto della letteratura spirituale e teologica.

Alcune case editrici hanno fatto uno sforzo immane a tradurre dei testi importanti pubblicati in altre lingue, tuttavia ci si domanda talvolta se la scelta si è concentrata sui testi più validi. Ma in ogni caso, la letteratura religiosa si sta sviluppando poco a poco. Attualmente, le difficoltà legate alla costruzione del monastero sono una cosa del passato, e apprezziamo soprattutto i lati positivi del carattere coreano. Penso che il coreano sia capace di amicizia, profonda e solida. Anche una grande generosità- anche sul piano materiale, ma ciò si traduce in qualità del cuore. A causa della nostra vocazione solitaria, abbiamo pochi contatti con la popolazione locale, so che questo a molti dispiace. Spero che si comprenderà nel tempo che ci interessiamo davvero alla vita delle persone e che cerchiamo di aiutarli spiritualmente. – Ogni lunedì facciamo una passeggiata fuori dalla clausura, non è raro incontrare delle persone lungo il cammino. L’accoglienza che ci fanno è quasi sempre molto gentile: penso che sia indice del fatto che ci siamo integrati poco a poco al luogo (all’inizio era diverso: abbiamo poi capito che il coreano accorda la sua fiducia solo dopo l’esperienza).

Le cose importanti che dite ai postulanti

Guigo raccomandava questo al primo contatto con un aspirante: “Ostenduntur ei dura et aspera”. (gli si mostrano delle aspettative austere) Ma sì! bisogna avere i piedi per terra. Vedete l’episodio dell’uomo che batte una torre nel Vangelo. Cito sempre questo testo agli aspiranti.

Solo, che questa è solo una parte della risposta. Per raggiungere lo scopo, bisogna aver percepito già qualcosa dall’inizio che è divino. L’altro testo che cito volentieri è la famosa massima della lepre: Un giovane monaco è turbato di vedere tanti monaci lasciare il deserto dopo un certo periodo (già allora!). Un anziano gli spiega: quando un gruppo di cani caccia la lepre, essi corrono per molto tempo, si stancano e alla fine rinunciano all’inseguimento, tranne uno che continua. Perché continua? Perché ha visto la lepre – «aver visto la lepre», è aver ricevuto la grazia di una certa intuizione del mistero straordinario che è quello di Dio e della sua presenza in noi. Un’intuizione, ma attenzione- nell’oscurità della fede: questa oscurità può essere totale, ma c’è anche quella che chiamo illuminazione data da Dio. È misterioso, nascosto, ma ciò fa una vocazione. Bisogna orientare i giovani a guardare verso ciò che (un grande monaco) chiamava “l’abisso del cuore”.

Lo spirito dei vostri Statuti

I nostri Statuti vogliono aiutarci a realizzare la vita certosina, che è un’armonia, un equilibrio. Armonia tra solitudine e vita fraterna (anche quella è importante). Armonia tra preghiera e lavoro, servizio. Armonia nella stessa preghiera, tra preghiera silenziosa e espressione esteriore, ossia la Liturgia. Il testo attuale si è forgiato nei secoli e si deve riconoscere che riesce ad inculcarci questa armonia, questa saggezza. Ora un’armonia richiede sempre un punto di unione. Da noi, questo punto è la solitudine, di fronte a Dio, «il nostro scopo e sforzo principale è cercare Dio nel silenzio e nella solitudine della cella». Questo testo, che occupa buona parte nei nostri Statuti, era nella prima edizione, del 1120 circa. Aggiungiamo che il testo degli Statuti, nella sua forma, è stato profondamente rimaneggiato in seguito all’aggiornamento voluto dal Vaticano II. Oggi mette fortemente l’accento sulla responsabilità personale. L’osservanza regolare non deve essere conformismo. Per fare un esempio: dopo aver trasmesso una forma abbastanza severa di povertà, nel senso di spoliazione materiale, il testo conclude: “ più la povertà è abbracciata volontariamente, più è gradita a Dio. Poiché ciò che è lodevole non è la privazione in se stessa, ma la libera rinuncia ai beni del mondo. Ma tenete presente che questa frase è dello stesso Guigo, autore del testo del 1120 !

Un autore ha detto: la primavera viene dal silenzio. La vostra esperienza di silenzio?

Non conosco l’autore che citate, mi riservo dal commentare sul senso della sua frase. Devo dire che l’esperienza concreta del silenzio varia molto da persona a persona. Coloro che si ritrovano in un’analogia “biologica” (come quella della primavera) fanno esperienza di una crescita interiore. Quando si è soli di fronte a se stessi, ciò che emerge non è mai positivo. Tutto ciò che può esserci in noi di meschino, corrotto, cattivo è spesso ciò che si mostra di più quando si entra in una stanza per starci. Ma se si ha la pazienza di aspettare, allora appare poco a poco tutt’altro. Qui è difficile spiegarlo, perché ogni persona utilizzerà parole diverse. Si potrebbe dire che la grazia del Signore (perché si tratta certamente di una grazia) fa fuoriuscire da noi “il meglio di noi stessi” come dicono in alcune parti i nostri Statuti. E questo “migliore” è di sicuro una relazione d’amore personale con il Cristo o con il Padre. Dicevo: “se si ha pazienza di aspettare”. “Saper aspettare”, è questo il segreto della vita certosina.

Alcuni spettatori del film «Il Grande Silenzio» pensano che i certosini si disinteressano del mondo.

Se tutti fossimo certosini, evidentemente sarebbe un problema. La nostra vocazione non è la sola nella Chiesa. Ringraziando Dio. Ma ci si può chiedere se il bisogno più grande del mondo oggi non è quello di un «supplemento dell’anima», come diceva un non-cattolico, il filosofo Bergson. Allora, crediamo ad un’intercomunicazione tra le anime, a qualcosa che può passare dal nostro cuore al cuore di tutti gli uomini viventi nel mondo, se questo soffio è portato dalla grazia di Dio. Mettere amore nel cuore degli uomini, in pratica. Il nostro contributo alla vita del mondo, sarebbe proprio questo. È tremendamente esigente per noi: perché il soffio della grazia passa solo se diventa trasparente, ciò richiede una grande purificazione.

Cosa direste ad un giovane che aspira alla vita consacrata?

Ad un giovane che si sente attratto a donare tutta la sua vita a Dio, direi senza alcun dubbio: una vocazione consacrata è una cosa di Dio, non sua. La questione non è sapere ciò che più vi piace, ciò che più vi renderà felice. (Diffidate della domanda di “essere felici”; essa ha un senso legittimo, ma contiene spesso anche una trappola di egoismo). La questione primordiale è “ Cosa vuole Dio per me? Qual è il suo Piano d’Amore su di me?”

Dom Bulteau con giornalisti

Dom Bulteau con giornalisti

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celle

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interno chiesa

funzione funebre

funzione funebre

comunità riunita al cimitero

comunità riunita al cimitero

spaziamento

spaziamento