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NEWS: Trasmissione tv sulle monache certosine!

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Cari amici di Cartusialover, voglio condividere con voi una trasmissione televisiva, dedicata alle monache certosine.

Sono lieto di annunciarvi che dalla scorsa domenica 5 giugno, e per la settimana a seguire, come si evince da palinsesto della emittente televisiva francese KTO è stata trasmessa una puntata della rubrica “Fede in parola” dal titolo “Le monache certosine”. Il conduttore, Régis Burnet intervista Nathalie Nabert docente all’Istituto Cattolico di Parigi, ed il giovane Pierre Deveaux Direttore del Museo della Grande Chartreuse, che hanno risposto alle domande loro poste, parlando della vita certosina condotta nel ramo femminile. Si è inoltre commentato, mostrandone alcuni estratti, il documentario video “Les moniales chartreuses” ed il numero della rivista trimestrale francese “LES AMIS DES MONASTERES”, che contiene un rapporto di Nathalie Nabert sulla storia delle monache certosine, che potrete leggere in basso.

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Potrete seguire l’interessante puntata, nelle date ed orari indicati sul sito della tv KTO, oppure nel video che segue.

La trasmissione è in lingua francese. Buona visione!

statbn

copertina

“Vocazione paradossale per il nostro tempo”

In Les Amis des Monastère, Nathalie Nabert racconta la storia delle monache certosine.

Il ramo femminile dell’Ordine nacque circa 50 anni dopo la sua fondazione da parte di Bruno. Nabert descrive gli atteggiamenti di base dell’ascolto e dell’amore come fondamentali per la vocazione, che dovrebbe essere decisiva in ogni attività della vita quotidiana e dovrebbe avere un effetto performativo sulle monache.

Nel corso dei secoli sono stati fondati circa 20 monasteri certosini. Alcuni di loro, come Celle-Roubaud, dove visse Santa Roseline de Villeneuve verso la fine del XIII secolo, divennero famosi nonostante l’esistenza solitaria delle suore certosine. Altrettanto noto era il monastero di Poleteins, dimora di Marguerite d’Oingt, poetessa e mistica che servì come quarta priora dal 1286 al 1310 e scrisse la biografia della beata Beatrice d’Ormacieux, entrata nella Certosa di Parménie nel 1273 e  ad’Eymeu, dove morì nel 1303 dopo una vita di sacrificio mistica e austera. Secondo Nathalie Nabert, queste tre importanti monache certosine plasmano la storia spirituale del ramo femminile dell’ordine.

Ancora oggi, la solitudine nella povertà autoimposta e la ricchezza che deriva da entrambi è caratteristica della vita di entrambi i rami dell’ordine, la cui esistenza silenziosa e orante ha effetti profondi, sebbene invisibili nella chiesa, dice Nabert.

Lo scopo della vita delle monache certosine, allora come oggi, è quello di diventare una cosa sola con Gesù Cristo, di sintonizzarsi con la sua volontà e di essere d’accordo con i moti del suo cuore.

Dialogo con San Bruno 4

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a San Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

Cos’era per te la solitudine?

CG – Padre, per grazia di Dio condividiamo la tua vocazione al deserto. Sappiamo che, come te, anche noi dobbiamo santificarci nella solitudine. Ma poiché lo Spirito Santo ti ha illuminato, come Fondatore, sui misteri di quella solitudine, vuoi dirci qualcosa di cos’era per te la solitudine?

SB – Avrai già notato che nelle mie lettere quasi non mi soffermo sulla solitudine materiale, per quanto essa sia la base e la condizione della solitudine spirituale. Preferisco esaminare la solitudine spirituale di questo elemento così importante del nostro carisma vocazionale.

E la prima cosa che scopro è che la solitudine è un dono gratuito di Dio. Se ci ha chiamati perché l’ha voluto e ci ha portato nel deserto, la solitudine profonda e stabile è una grazia divina ordinata per la realizzazione dei disegni di Dio su di noi.

Perciò ora non posso dirti di meno di quanto dissi ai primi figli: “Rallegratevi della felice fortuna che vi è data e dell’abbondanza della grazia di Dio su di voi. Rallegratevi di aver raggiunto il tranquillo e sicuro rifugio di un porto nascosto” (Lettera ai monaci della Certosa).

Con questo voglio ricordarti ora quanto segue: se la solitudine è una grazia di Dio, dobbiamo esserne grati. Se è ordinata alla nostra vocazione, dobbiamo custodirla con amore preferenziale; essendo una grazia, è evidente che non possiamo conquistarla con le nostre forze; essendo un dono di Dio, è inutile impiegare tecniche umane; infine, essendo grazia vocazionale, è necessario coltivarla con la preghiera, per conservarla, vivificarla, per non lasciarla sprecare o lasciarla sterile a causa della vostra incuria.

Sì, “avete paura di perdere per colpa vostra quella fortuna inestimabile, quel desiderato bene, se non volete rimpiangerlo per tutta la vita» (ib.).

Durante la mia permanenza nel mondo, mi piaceva essere realistico perché la realtà è parte della verità. Ora che sono in paradiso, non voglio nasconderti una realtà che fa parte della solitudine, per quanto tu la sappia.

La solitudine, ti dicevo prima, vissuta con la pace, la gioia e il silenzio che le sono propri, ci permette di vivere con Dio, di stare con Lui senza vederlo, per quanto questo è possibile sulla terra.

Ma quella stessa solitudine ha anche le sue ore buie e dolorose, dure e austere. E che, come dice Guigo, che cito, “esige uno spirito che sia padrone di sé”, cioè uno spirito che sappia e voglia accettare le conseguenze di una scelta coraggiosa, che ha la sua origine nella chiamata di Dio e che è disposto ad accontentarsi di Dio.

Sì, a volte la solitudine è dura. Ma non siate sorpresi di questo: è la durezza della croce. Il deserto, l’esodo dalla sua vita, è stato duro anche per Gesù, e non parlo solo del deserto della Quarantena.

Ma se apprezzi l’essere “soldati di Cristo”, “atleti di Dio”, allarga il tuo cuore e accetta, con gioia, le dure ore della solitudine. Solo con questa generosa accoglienza si può ricevere la ricompensa promessa: «la pace che il mondo non conosce e la gioia nello Spirito Santo» (Lettera a Raul). È questa gioia e questa pace che fanno vivere appieno la vostra solitudine, sono loro che portano al compimento della vostra vocazione.

Dialogo con San Bruno 3

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a san Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

CG – Padre, prima mi avevi detto che avevi un’anima sentimentale. Me lo vuoi spiegare? È perché a volte mi lascio trasportare dai sentimenti.

SB – Per favore, non fraintendere quell’espressione. Tutto il vero amore è sentimentale, in quanto agisce su un essere per natura pieno di sentimenti.

Se guardi bene, Dio stesso ci ha mostrato i suoi “sentimenti” per noi in modo molto sensibile e pieno d’amore: lo ha mostrato donandoci ciò che più amava, il proprio Figlio. E hai già visto nel Vangelo che il Figlio ci ha mostrato ugualmente la grandezza del Suo amore attraverso tutti i sentimenti propri dell’essere umano.

Te lo dico perché tu non escluda sentimenti d’amore e le sue diverse manifestazioni nella tua vita umana e certosina. Il nostro essere umano e divino non deve fare a meno di ciò che Dio ha posto in lui. Devi contare su questo nel tuo cammino verso Dio.

Ma attenzione! Non far consistere tutto in “sentimenti”, né lasciarti trasportare da un amore puramente sentimentale. In questo modo non andresti molto lontano.

No, figlio mio, la vita contemplativa, il cammino di santità che ho percorso e che tu devi percorrere, non consiste nel lasciarsi guidare dai sentimenti, né nel formulare teorie sublimi, né nell’avere belle idee, né cercare meravigliose ricette di santità, né immaginare questo o quello… È qualcosa di molto più semplice: consiste nel cercare ed impiegare i mezzi più semplici, più adatti ed efficaci per raggiungere Dio, così come siamo: corpo e anima.

Per questo ho lasciato scritta quella frase che fa piacere a molti, ma che non tutti lo fanno: «Nella solitudine, l’anima pratica un ozio molto laborioso e riposa in un’attività tranquilla» (Lettera a Raul).

E perché non ci fossero dubbi su quello che volevo dire, ho subito aggiunto: “Qui, per la fatica del combattimento, Dio premia i suoi atleti con la desiderata ricompensa, che è «la pace che il mondo ignora e la gioia nel Spirito Santo» (Ib.).

Potresti già conoscere l’avvertimento che ci ha lasciato Sant’Ambrogio: “La grazia dello Spirito Santo non ammette dilazioni”. Egli non le ha acconsentite in me né te le ammetterà. Dopo aver ascoltato la chiamata, è urgente dare la risposta e procedere con essa. E dobbiamo entrare nel combattimento e diventare “atleti di Dio”.

Ciò implica: entrare con coraggio in questo movimento radicale che ci conduce all’Assoluto e lasciamoci dominare dalla forza dell’Amore, e presentandoci completamente vuoti di tutto, affinché non rimanga in noi altro che il “desiderio di Dio”.

CG – Ma perché?

SB – Perché solo questo desiderio, mosso dall’amore, dà forza all’anima per abbandonare ricchezze e grandezza, gli onori e gli amici, i successi e le vanità del mondo.

La mia vocazione, quella santità di cui mi interroghi, ha cominciato a realizzarsi quando ho preso la ferma decisione di «abbandonare presto il mondo, per conquistare l’eterno e ricevere l’abito monastico” (Lettera a Raul).

Sì, dal momento in cui ho fatto questo proposito, sono stato – ed è questa la rivelazione del mio segreto – sedotto da Dio per sempre, dalla sua immensa Bontà, vissuta da me come la pienezza suprema dell’amore, della pace e della gioia. E quella Bontà è stata per me quel fuoco che, come divorò l’anima del profeta Geremia, divorò la mia anima, ma di cui non potevo né volevo prescindere.

Questa è stata la grazia di Dio per me, o meglio per la nostra vita contemplativa: un orientamento totale a Dio; non per le sue opere o creature, né per le sue meraviglie, anche dentro di noi; solo per Lui, che ci ha affascinato con il suo amore e “ci ha portato nel deserto per unirci a Sé in un amore intimo”.

Quindi, se vuoi essere santo, lasciati santificare. Questo significa: lasciati dominare dalla forza dell’amore e della bontà di Dio.

Non è pensare troppo a te stesso che sarai in grado di progredire in santità, ma amando con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze l’unico Amore, l’unico Bene degno di questo Nome.

In questo amore, in questa vita d’amore nel deserto, è la nostra santificazione, la nostra vocazione.

In questa esperienza Dio ci fa comprendere, in qualche modo, che vuole essere totalmente nostro e ci insegna ad essere totalmente Suo. Da questo sentimento nasce in noi il desiderio di Dio di cui ti ho parlato. Un desiderio veemente, immenso, una fame profonda e insaziabile che non si sazia di nessun dono di Dio, ma dell’autore di tutti i doni.

È questo desiderio, che diventa così ardente, che ci spinge a perseguirLo con fervore in tutto ciò che facciamo. Non misuriamo ciò che otteniamo, solo ciò che ci manca. Ciò che ci nutre è la Bontà di Dio, ma sperimentiamo che non possiamo esaurirla. Sentiamo la sua infinita grandezza, ma vediamo che non possiamo abbracciarla. Lo sentiamo vicino a noi e siamo scontenti di non poterci immergere in Lui. E per quanto il desiderio sia un fuoco divorante, non possiamo smettere di essere ciò che siamo. Dio attiva il desiderio, facendoci capire che vuole essere nostro, e riattiva la nostra attività per amare quella Bontà eterna; e per amarla ci fa conoscere qualcosa della sua grandezza infinita; ci immerge nella sua immensità. E più gustiamo, più vogliamo gustare ciò che ci dona, perché sentiamo che la sua Bontà è immensa, incomprensibile, insondabile, infinita.

Tutto questo si comprende benissimo dentro… ma non si può ancora entrare.

Vuoi un modo efficace per raggiungere questo obiettivo, finché dura il tuo pellegrinaggio nel deserto? Sì? Quindi eccolo qui:

Cerca Dio con tutto l’ardore del tuo cuore.

Cerca quello sguardo puro che ferisce d’amore lo Sposo.

Cerca la tua santificazione attraverso un grande amore per Dio e per i tuoi fratelli.

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Dalla speleologia alla certosa 2

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Continua l’intervista al giovane spagnolo Joaquin, che ha deciso di fare ingresso in certosa, a Porta Coeli.

Sei consapevole che in un certo senso è morire al mondo per nascere a Dio?

Completamente, l’unico modo per poter vivere da eremita e separato dal mondo è fare questo passo. Non è una rinuncia violenta come rifiuto del mondo, ma una completa infatuazione di Dio. Se si sente la chiamata di Dio e del suo amore, nella sua scala di valori diventa la prima cosa e tutto diventa molto sopportabile, nonostante la durezza della vita nel chiostro, la rassegnazione della famiglia e degli amici, dei viaggi, degli hobby. .. Se uno è innamorato di Dio, sa che in questa vita gli darà il centuplo e soprattutto la promessa della vita eterna, che è ciò che conta davvero. Se uno è molto unito a Dio, il resto è totalmente irrilevante e va su un piano molto secondario.

Fino a che punto questo ritiro dal mondo fa sparire tanti ostacoli sulla via della santità?

Allontanandosi davvero dal rumore del mondo, dalla secolarizzazione attuale… in un clima di raccoglimento, di silenzio, è più facile avvicinarsi a Dio, avere momenti di intimità molto più intensi ed essere in un presenza di Dio, senza preoccupazioni materiali, senza impegni mondani.

Comunque è una vita oggettivamente molto dura, di tanta preghiera e sacrificio, lavoro manuale ecc…

Esatto, ma se credi che Dio ti chiama a lodarlo, a pregare, a chiedere per il mondo… l’ascesi è necessaria e offrendo tutta la tua vita, tutta la tua volontà ha per Dio un valore molto grande. Se si cerca la santità, è il modo migliore per aiutare la Chiesa e salvare le anime, avendo come riferimento lo stesso Cristo che ha dato se stesso donando la sua vita per redimerci dal peccato e salvarci. Il certosino si ritirava in solitudine, ad una vita dura e di rinuncia, per avere quella pienezza in Dio.

Perché la gioia interiore di vivere uniti a Dio non deve necessariamente essere accompagnata da una gioia sensibile?

Quando una persona lascia tutto, per una vita di sacrificio, di penitenza… ha pochissime gioie sensibili, lontane dalla società del benessere, ma è più propenso all’ascolto di Dio attraverso il silenzio interiore e il silenzio esteriore, che sono molto importanti, soprattutto quello interno. Quando sei molto unito a Dio, Lui stesso ti dà una sorta di compenso spirituale e di gioie interiori essendo unito a Lui. Non si può vivere di queste consolazioni, ma di fede, che è ciò che fa realmente la tua volontà unita a Dio, a prescindere di consolazione o desolazione. Ci possono essere momenti di difficoltà nella propria vocazione, dove bisogna avere la convinzione di perseverare nelle lotte interiori. Preghi molto e ti sacrifichi, ma a volte non vedi i frutti, devi vivere per fede. Dio opera attraverso l’umiltà, il distacco, la dedizione… Dio, di fronte all’umiltà e alla fiducia dei santi, opera meraviglie in loro.

Cosa diresti a un giovane che sta valutando una vocazione alla vita religiosa?

Che è una decisione che deve nascere da dentro, nessuno deve convincerti, sei tu che devi fare il passo. Se cerchi con rettitudine di intenzione di seguire la volontà di Dio se ti chiama alla vita religiosa, hai tutte le opzioni per essere felice. Se cerchi sempre la volontà di Dio, Lui ti ripaga con quella felicità che tutti desideriamo. A volte non è facile discernere la chiamata, ma devi essere coraggioso per osare per cercare di sapere se Dio ti chiama davvero. La vita religiosa è condizionata dall’obbedienza, dal rinnegare se stessi, che è l’esatto contrario del mondo moderno.

Ho pubblicato questa intervista affinchè possa essere di aiuto ed orientamento per tutti coloro che hanno esitazioni e perplessità sulla vita monastica. A Joaquin, vadano le mie e le vostre preghiere.

san Bruno

san Bruno

Dalla speleologia alla certosa

Joaquin

Dalla Spagna, ci giunge questa interessante intervista a Joaquin un giovane che ha deciso recentemente di abbracciare la vita monastica certosina ed entrare nella certosa di Porta Coeli a Valencia. Ha chiesto ad amici e parenti preghiere nascondendo fino all’ultimo il suo intento, portando avanti la sua vocazione in silenzio. La passione per la speleologia e per la montagna hanno contribuito a temprarlo alla solitudine ed al silenzio. La Provvidenza gli ha donato la vocazione, e come si evince dalle risposte date ad un amico che lo ha intervistato, si avvia con grazia verso questa nuova vita volta all’incontro con Dio. Vi invito a pregare per lui ed a chiedere a San Bruno di illuminare il suo nuovo cammino.

Le dieci domande le ho divise in due articoli, oggi le prime cinque a seguire le restanti.

Come è nato nella tua vita il desiderio di consacrarti a Dio come religioso?

Non è stata una scoperta improvvisa, è stato qualcosa di graduale che ho visto nella preghiera, parlando con il direttore spirituale o con amici sacerdoti. È stata una scoperta progressiva dopo un’intuizione o un’inclinazione a un tipo di vita. Non c’è un tempo preciso. Vedendo i mali che esistono in questa società, hai più ragioni per donarti completamente a Dio, contando sempre sulla sua forza e sulla sua chiamata.

Perché in una certosa? Cosa ti ha attratto di più di quella vita?

Ho sempre avuto molto contatto con la montagna, con l’ambiente naturale e la vita contemplativa mi ha sempre attratto molto, perché era una vita di riflessione, di preghiera, di sguardo verso un Dio, che è tutto, che è l’unico che ci ha creato, colui che ci sostiene in ogni momento. È un tipo di vita che ha qualcosa di molto speciale per donarsi a Dio in modo pieno. Non mi sono mai piaciute le folle e la vita di solitudine l’ho sempre condotta abbastanza bene. Sono sempre stato attratto dalla vita eremitica. Ho un amico per metà eremita, e con lui ho sempre avuto un ottimo rapporto e tanta amicizia.

Perché il contatto con la natura, il silenzio… qualcosa che hai sempre cercato?

Fin da piccola ho fatto molti momenti di escursioni il sabato con i miei genitori, passeggiando, camminando in montagna … Dei miei 5 fratelli, 4 di noi sono andati per le montagne alla scoperta dei castelli, per esplorare la geografia intorno a Castellón, le diverse montagne… e questo è stato ulteriormente intensificato dal mio amore per la speleologia. Ho sempre avuto bei momenti e silenzio, di raccoglimento, di ammirazione delle meraviglie del creato.

Come è stato il processo di discernimento?

È stata una cosa che è durata molto tempo, parlare con persone diverse, studiare com’era la vita monastica, meditare… Ho fatto una piccola esperienza vocazionale 2 anni fa durante una prova di 2 settimane in certosa e l’ho vissuta molto bene e mi sono adattato molto bene alla vita nell’eremo, che è dove vivono e si ritirano i certosini. Sono una specie di case dove c’è un giardino e spazi diversi per il lavoro, la preghiera, il bagno, il letto, la scrivania o lo studio…

Qual è stato il punto di svolta in cui hai preso quella decisione epocale nella tua vita?

È una domanda complicata e una decisione difficile. Quell’opzione nella mia vita mi è sempre rimasta in testa e una volta fatto il test e mi sono adattato bene, la bilancia ha optato per questo tipo di vita verso Dio, lasciando il mio lavoro e lasciando tutto per il Signore. Con gioia ho deciso di lasciare il secolo per dedicarmi interamente a Dio.

Continua…

Dialogo con San Bruno 2

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a San Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

Qual’è il segreto della tua santità?

CG – Caro Padre: siamo convinti che le esigenze di questa vocazione ci guidano alla santità. Perdona la mia audacia, ma vorrei conoscere il segreto della tua santità, il ritmo profondo della tua anima. È una lezione che mi starebbe molto bene. Vuoi rispondermi?

SB – Nella Lettera al mio amico Raul, che conosci bene, ti ho lasciato alcuni elementi, attraverso i quali puoi soddisfare i tuoi desideri. Tuttavia, poiché attualmente sono, grazie a Dio, libero dal pericolo di vanità, ti spiego un po’ di quello che vuoi sapere.

Ricorda che in quella Lettera ti ho lasciato un “Canto di solitudine”; cioè l’esperienza personale della mia vita nel deserto, del mio incontro con Dio.

E credi a quello che ti sto dicendo, non erano belle frasi o figure retoriche che ho cercato di offrire al mio amico, che volevo vedere con me, vivendo la stessa vita. Ho voluto dargli un riassunto dei frutti che il contatto con Dio nel deserto lascia nell’anima e illustrarlo con alcune figure bibliche.

In un secondo paragrafo ricordo al mio amico – e ora anche a te – il processo della mia conversione e vocazione come un fatto che ha segnato tutta la mia vita e che è sempre rimasto vivo nel mio spirito, come il giorno in cui ci siamo incontrati insieme nel giardino della casa di Adam.

Poi, in un terzo paragrafo, puoi trovare la “chiave” per scoprire il segreto del mio cuore.

Mi interroghi, infatti, sul segreto della mia santità, quello che chiami “motore” o “ritmo” della mia anima.

E cosa potrebbe essere se non Dio, l’unico Bene? Esiste – ti chiedo anche io – esiste un bene paragonabile a Dio? C’è qualche altro bene al di fuori di Dio? “Davanti all’incomparabile splendore di questo Bene, ogni anima che desidera la santità arde nel fuoco dell’amore”. Questo è stato il mio segreto; il motore del mio cuore; il ritmo della mia anima.

Ma se questo non è abbastanza per te, ammettendo la tua fiducia filiale, ti dirò di più.

Dio mi ha donato un’anima ardente ed effusiva e, allo stesso tempo, dotata di grande sensibilità. Puoi dimostrarlo vedendo, ad esempio, l’affetto che mostro al mio amico e ai figli lontani, nonostante gli anni passati.

E siccome “dall’abbondanza del cuore, la bocca parla”, io non ho dubbi nell’esprimere queste qualità usando il linguaggio dell’amore umano. Non dimenticare che “la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona”.

Perciò: parlo degli innamorati del deserto, dello sguardo sereno che ferisce d’amore lo Sposo, dello sguardo puro che vede Dio, delle figure bibliche femminili che rivelano tenerezza e affetto – Rachele, la Sunamita, Maria di Betania… Con questo modo di procedere e queste figure ho voluto esprimere la profondità del mio incontro con Dio in solitudine, della mia unione con Lui.

Prima ho menzionato il mio soggiorno nel giardino di Adam, così importante per la mia vita. Ora aggiungo che, in un momento di quel colloquio, la Grazia ha toccato con forza il mio cuore e ho notato che in quell’istante lui è stato diventato prigioniero di Dio per sempre. Sì, mi sono donato a Lui e non ho mai voluto recuperare ciò che avevo dato: tutto il mio essere.

Dialogo con San Bruno 1

6 dialogo
Come vi avevo promesso, ecco per voi la prima risposta di San Bruno alla domanda fattagli dal certosino intervistatore.
CG – Perfettamente! Veniamo a ciò che conta.
Come ti dicevo, abbiamo ricevuto per tua mediazione la grazia di essere certosini. Vuoi dirmi cos’è per te essere certosino?
SB – Penso che essere certosino sia soprattutto aver ricevuto dallo Spirito una mozione ed una forza che ci identifica con Cristo, risorto ed attratto dal Padre.
In altre parole, potrei dire così: essere certosino significa sentire nel profondo della propria anima un’imperiosa necessità di vivere per Dio e per Dio nel silenzio e nella solitudine.
Naturalmente, questa necessità non è sempre sentita allo stesso modo o nella stesso grado.
Infatti, questa è la grazia che, uscendo dal cuore di Dio, viene al mio cuore di Padre per comunicarvelo.
In questo senso, non dici niente di sbagliato quando mi chiami “canale”; nel caso “vocazionale” o “vita cartusiana”.
Sì, è una grazia dell’amore di Dio, come opportunamente è stato ricordato dal primo numero degli Statuti.
D’altra parte, se leggi con un po’ di attenzione le mie lettere, vedrai che il mio cuore di Padre esulta di gioia per questo dono che vi è stato dato una volta per tutte.
Ciò significa che se esiste un legame fra te e me e fra tutti i certosini, e se vuoi avere un autentico sigillo della nostra dipendenza reciproca, tale legame e sigillo non può essere altro che un amore generoso per questo Dio che ci ha chiamati per puro amore e verso tutti coloro che ci ha dato come fratelli.
In verità, è stato Dio che ci ha chiamati per il nostro nome e ci ha riuniti per formare un’unica Famiglia nell’amore, nella pace e nella gioia.
Infine, penso che essere certosino significhi anche, ora, nel tuo secolo, mettere il cuore in Dio, vivere con Lui faccia a faccia, mantenere viva la sua intimità e attendere, nel silenzio dell’amore e della contemplazione, la salvezza di Dio.
Ora, quando senza veli di alcun genere sono alla presenza del Dio vivente, così ardentemente desiderato sulla terra, questo è il ruolo di padre che devo svolgere finché ci saranno certosini nel mondo: trasmettere ai miei figli la grazia del ‘desiderio di Dio’; una passione sempre più ardente di cercarLo senza venir meno, di trovarLo con maggiore facilità e di possederLo pienamente nell’esperienza dell’amore.
Questa è la strada per diventare veramente certosini. Questa è la nostra vocazione. Questo è essere certosini secondo il desiderio dello Spirito che ci ha chiamati.
Perciò io dico a te e attraverso di te a tutti i certosini di oggi la stessa cosa che dissi ai certosini di un tempo:
«Rallegratevi, carissimi, per il destino della vostra felicità e per l’ampiezza della grazia di Dio su di voi.
Rallegratevi di essere sfuggiti alle acque tumultuose del mondo e ai suoi numerosi pericoli e naufragi.
Rallegratevi di avere raggiunto il rifugio tranquillo e sicuro di un porto nascosto, dove molti desiderano arrivare; e molti ci provano facendo qualche sforzo ma non vi arrivano» (Lettera ai monaci della Certosa).

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Focus Pleterje 2

1

Prosegue il focus sulla certosa di Pleterje, tratto dalla celeberrima rivista “National Geographic“, a cui vanno i miei ringraziamenti.

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E qual è la vita di un monaco che, secondo le regole dell’ordine del monastero, non parla per nessun motivo particolare e non gode altro che cibarsi di pesce, ed i cui parenti possono visitare per un massimo di due giorni all’anno e non guarda la televisione , non dispone di telefono o accesso a Internet?

L’orario cambia leggermente, a seconda delle stagioni e delle festività religiose, ma non ci sono grandi differenze tra i giorni. La notte dura dalle sei di sera alle sei del mattino, ma i certosini si alzano alle undici di sera e pregano. Prima in cella, poi ognuno di loro va in chiesa in silenzio. Qui cantano salmi e inni e ascoltano brani della Bibbia letti da uno dei fratelli. Questo di solito richiede molto tempo. Le Regole dicono: “Durante la veglia notturna, il nostro culto è, come al solito, piuttosto esteso, ma giudiziosamente misurato”. Tornano nelle loro celle verso le due del mattino, ma si rimettono in piedi prima delle sei. Segue la preghiera del mattino in cella, alle sette c’è la messa comune in chiesa. Poi i padri, questi sono i fratelli del monastero che sono anche sacerdoti, hanno ciascuno una messa in una delle tante piccole cappelle costruite per questo scopo. Segue il ritorno in cella, la preghiera, lo studio o la lettura della letteratura spirituale. Alle undici, pranzano in cella con il cibo servito dallo sportellino della cella. Nel pomeriggio si dedicano al lavoro nel loro laboratorio. Lavorano con il legno, scolpiscono o intagliano, fanno i fabbri o fanno qualcosa di simile. Anche in questo momento non si rinuncia alle preghiere, poiché le Regole dicono che è giusto «ricorrere sempre a brevi orazioni e sospiri durante il lavoro».

5

Dal laboratorio possono entrare nel giardino che ognuno dei padri ha per sé e coltivarvi fiori o ortaggi. Nel pomeriggio si riuniscono di nuovo in chiesa, vi recitano una preghiera serale comune, quindi tornano in cella, cenano, pregano di nuovo e si sdraiano per riposare. La domenica la giornata è diversa. Quindi pranzano insieme, durante il quale ascoltano la parola di Dio, seguita da un intrattenimento condiviso. Il lunedì pomeriggio fanno una passeggiata per la zona, camminando a coppie che si alternano in modo che tutti possano parlare tra loro. Altrimenti i certosini parlano solo quanto è assolutamente necessario.

Una volta alla settimana, i membri della comunità monastica fanno una passeggiata intorno alla vicina Certosa. Quindi non sono vincolati dalle solite regole del silenzio. Camminano in coppia, a turno in modo che tutti possano parlare tra loro.

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Date le rigide regole dell’ordine, sorge la domanda sul numero di coloro che sono interessati ad entrarvi e di coloro che vi si impegnano concretamente. «Facevo statistiche, e se non ricordo male ci hanno scritto circa 50 persone in un anno, dieci di loro sono venute a trovarci per qualche giorno», racconta il priore, che è anche maestro, incaricato di educare i nuovi arrivati. “Ma se uno di quelli che vengono rimane, va bene. Durante il noviziato, il periodo di prova di due anni, può partire in qualsiasi momento. Poi fa un voto per tre anni, poi per altri due e solo allora seguono i voti eterni. A meno che, ovviamente, non cambi idea in anticipo.

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L’ordine certosino è composto da sacerdoti, membri dell’ordine che sono anche sacerdoti e fratelli laici; dedicano parte della giornata al lavoro per consentire alla comunità di sopravvivere. Le norme per l’ammissione all’Ordine, che di norma non ammettono nelle loro file le persone di età inferiore ai 20 anni e quelle di età superiore ai 45 anni, stabiliscono che il candidato sacerdote deve avere un’audizione adeguata. I certosini cantano molto durante i riti; sono caratterizzati dal canto gregoriano, canto liturgico medievale unanime. Hanno mai rifiutato qualcuno per mancanza di udito? “Consideriamo diversi fattori in un candidato sacerdote, non solo uno”, afferma padre Frančišek. “Se giudichiamo che non è in grado di completare gli studi teologici, e se non ascolta, gli consigliamo di scegliere la strada del fratello laico. Rifiutare qualcuno solo per mancanza di udito, non ricordo. Essendo un esperto di musica, ho insegnato anche ai ragazzi a cantare, «Perché i candidati al padre devono fare studi teologici, chiedo. Non si tratta di acquisire le conoscenze necessarie per il lavoro pastorale? «È vero, i certosini non hanno un ruolo pastorale esterno. Il nostro studio teologico è interno e si svolge qui, ogni fratello studia nella propria cella. Una volta al mese vengono da noi docenti della Facoltà di Teologia di Lubiana, e alla fine del semestre c’è un esame. I Padri devono imparare bene la teologia, poiché utilizzata da soli nella loro cappella e la domenica, quando abbiamo una messa comune e ci alterniamo. È quindi importante che comprendano tutto il segreto che significa Messa. Il Padre deve anche confessare e guidare spiritualmente gli altri nella comunità. È una grande responsabilità, quindi dobbiamo essere ben istruiti teologicamente”.

Il monastero ha una ricca biblioteca dove i monaci possono prendere in prestito libri per la lettura e lo studio personali. Coloro che desiderano diventare padri devono sottoporsi a uno studio interno di teologia.

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I PRIMI DECENNI

La Certosa di Pleterje fu fondata nel 1407 dal conte Herman II di Celje. (ca. 1361-1435), sotto il quale la famiglia Celje raggiunse il suo apice, e la costruzione iniziò quattro anni prima. dopo la formazione del monastero certosino, i certosini di Pleterje, ricevettero molti doni sotto forma di terre e rendite, se ne beneficiarono. Ma subito dopo il declino della famiglia Celje, iniziato nel 1456 con l’assassinio di Ulrich II, l’ultimo discendente maschio della famiglia, la situazione iniziò a deteriorarsi. Nel 1471 Pleterje fu prima devastata dai Turchi, quindi il monastero fu ricostruito come fortezza. La riduzione del reddito materiale e l’impegno dei fratelli per i valori spirituali dell’ordine furono in seguito influenzati dal protestantesimo, dalle rivolte contadine e dall’insediamento degli Uskok, che non erano favorevoli alla religione.

Così, poco dopo la metà del XVI secolo, la Certosa rimase priva dei suoi abitanti originari e nel 1595 fu rilevata dai Gesuiti di Lubiana. Hanno cambiato completamente il loro aspetto: le case monastiche sono state demolite, il campanile è stato aggiunto alla chiesa e il suo interno è stato riorganizzato. Quando il Papa sciolse l’ordine dei Gesuiti nel 1773, la Certosa di Pleterje divenne proprietà dello Stato e nel 1839 divenne privata. Nel 1899 i certosini lo riacquistarono dagli allora proprietari, la famiglia ungherese Bors de Borsod. I nuovi-vecchi proprietari, venuti dalla Francia, da dove furono espulsi dalle autorità, sono intervenuti a fondo negli edifici. Fatta eccezione per la vecchia chiesa gotica del XV secolo e alcuni edifici circostanti, tutto il resto è stato demolito. “Dalla Francia, molte attrezzature sono state trasportate in treno da due certosini e l’interno di una nuova chiesa, cappelle, celle monastiche hanno avuto le relative dotazioni”, ha affermato il priore. quando mi raccontò della storia recente del monastero. La stima che l’attrezzatura della cella che mi ha mostrato avesse almeno cento anni non era chiaramente sbagliata.

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Kartuzija Pleterje, Drca 1 Sentjernej, Slovenia, EU Photo Credit: Tamino Petelinsek/ 2019-2020

Focus Pleterje

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Cari amici, oggi voglio riportarvi un’articolo pubblicato lo scorso aprile dalla celeberrima rivista “National Geographic” versione edita in Slovenia, poichè vi è un interessantissimo approfondimento sulla certosa di Pleterje, che di sicuro sarà di vostro gradimento.

Ho tradotto per voi il testo originale di questo magnifico reportage, arricchito da preziosi immagini, e che vi proporrò in due articoli.

Il priore, un uomo alto e snello con un cappotto luminoso, mi ricevette gentilmente. Sono riuscito a capirlo nonostante la mascherina che indossavamo entrambi a causa del coronavirus. Anche se faceva freddo – c’erano pochi gradi sotto lo zero quel giorno di gennaio, e c’era neve nei campi, nei frutteti e nelle foreste circostanti – indossava solo spessi calzini di lana e sandali. Non sembrava temere il raffreddore.

Prima lascia che ti mostri un po’ la nostra casa”, disse dopo le formalità iniziali. Il suo sloveno era buono, e l’accento di alcune parole suonava insolito. Quando ha detto poco dopo che il monastero è un labirinto in cui non è difficile perdersi, ho potuto solo annuire: la Certosa di Pleterje è davvero un intreccio di corridoi, celle monastiche e stanze utilizzate per vari scopi. Mi ha mostrato alcuni degli ambienti più importanti. Ma non tutti, e – a dire il vero – dei monaci che vi abitavano, ne ho visto uno solo che aiutava il cuoco a preparare il pranzo. I certosini, come ho scoperto nel momento in cui mi accingevo a visitare, sono persone che hanno dedicato la loro vita con tutta serietà alla solitudine, al silenzio, alla contemplazione, alla preghiera. Ed è qualcosa che vale la pena rispettare. “Erano estremamente importanti per il trasferimento di conoscenze antiche, un po’ dimenticate all’inizio del Medioevo, nel nuovo secolo”, spiega lo storico Tadej Trnovšek, curatore senior del Museo del cristianesimo in Slovenia, con sede nel monastero di Stična .

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Il loro stile di vita include elementi ermetici, desertici, quindi le loro comunità avevano un massimo di poche decine di membri, e di regola meno di 30. I certosini dedicano la loro vita a Dio in solitudine. La cella o casa con giardino è la loro residenza e spazio di lavoro”. Le Regole dei Certosini, che misurano la loro vita, affermano: “La gioia e lo scopo speciale della nostra professione è vivere nella solitudine e nel silenzio della cella. /…Qui il cielo incontra la terra, il divino con l’umano”. Nonostante la clausola prescritta, i certosini vivono a contatto con la natura. Questo li aiuta, come si dice, a scoprire la bellezza della realtà senza l’anestesia delle impressioni artificiali.

Padre Francis, priore di Pleterje, mi ha aperto la porta di una cella. L’ho seguito al piano terra, un piccolo spazio con vari attrezzi per la lavorazione del legno. Da qui la porta conduceva a un frutteto di ciliegi e alle scale di sopra, in un minuscolo corridoio e da lì in una stanzetta. Questa, ha detto, è una camera da letto, una sala da pranzo, una sala di preghiera e uno spazio di studio allo stesso tempo. Nel mezzo c’era una semplice vecchia stufa a legna. L’attrezzatura era di legno e, secondo la mia ignorante stima, probabilmente aveva almeno un secolo. Inoltre, c’era un piccolo bagno con un aspetto più moderno. Tutto sembrava modesto e ordinato, ma sembrava che nessuno vivesse qui da molto tempo. “Prima della seconda guerra mondiale, in casa nostra c’erano circa 70 fratelli, oggi siamo 14, dieci padri e quattro fratelli laici.

Ecco perché alcune celle sono vuote.” Pleterje è l’unico monastero ancora funzionante dell’ordine monastico certosino sul territorio della Slovenia. La Certosa fu costruita all’inizio del XV secolo, molto più tardi degli altri tre – a Žiče, Jurklošter e Bistra. La Certosa di Žiče, in particolare merita qualche parola. “Fu costruito nel 1160 ed è il più antico monastero certosino dell’Europa centrale”, spiega Trnovšek. “Nel tempo è diventato molto importante. A cavallo tra il XIV e il XV secolo, al tempo dello scisma d’Occidente, quando la Chiesa cattolica aveva due papi, uno a Roma e uno ad Avignone, Žiče fu anche sede del priore generale dell’obbedienza romana dei Certosini ordine. ” Ciò significa che ebbero un ruolo di primo piano tra i certosini, che rimasero fedeli a Roma durante lo scisma della chiesa.

PLETER CARTUSIA , che ha avuto origine in questo periodo spiritualmente turbolento, è stata fondata su iniziativa del conte Herman II di Celje. (ca. 1361–1435), sotto la quale la famiglia Celje raggiunse il suo apice. Ermanno II, la cui vita non era esattamente immacolata, credeva nel potere della preghiera già per la vita, e specialmente dopo la morte. I certosini, che in quel tempo avevano una grande reputazione tra il popolo, gli sembravano i più adatti a questo scopo. Nel 1407, quando il monastero in un luogo remoto sotto Gorjanci era probabilmente già adatto alla vita religiosa, emanò uno statuto e la costruzione iniziò quattro anni prima. La chiesa successiva fu consacrata nel 1420 dal vescovo Herman di Freising.

Questo non era altro che il figlio illegittimo del fondatore, noto anche come Herman Kilavi. Ermanno II la sua vita finì a Bratislava e le sue spoglie furono successivamente trasferite a Pleterje. La sepoltura dei dignitari nei Certosini, dove erano sepolti solo i membri dell’ordine, non era consuetudine, e fu fatta un’eccezione dai fondatori e in alcuni altri rari casi. Quando padre Francis ed io ci siamo guardati intorno alla Certosa, siamo andati anche al cimitero. Non c’era nulla sulle semplici croci di legno che indicasse quali corpi avessero trovato la pace eterna lì.

“I nostri nomi non sono importanti”, ha detto semplicemente il priore, “è importante Dio a cui dedichiamo la nostra vita”.

Ma più tardi, mentre ci sedevamo per parlare, gli chiesi come fosse diventato certosino, membro dell’ordine monastico più rigoroso della Chiesa cattolica romana. “Mi sono interessato al monachesimo al liceo quando ho letto della vita di S. Francesco d’Assisi e altri santi. Quando ho finito i miei studi di violino all’Accademia di musica di Budapest, io e un amico, che era anche interessato alla vita monastica, abbiamo scritto a Pleterje e siamo venuti a trovarci per alcuni giorni. È stato amore a prima vista”, padre Frančišek mi spiega con un sorriso il suo viaggio, spiegandomi da dove provenisse il suo insolito accento. “Tuttavia, non volevo lasciare l’Ungheria, quindi sono entrato prima in un seminario teologico. Dopo un anno, ho deciso di venire a Pleterje nel 1995. ” Dice che l’allora priore, il defunto padre Lanuin Fischer, era un “vecchio molto gentile”.

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Quando gli è stato chiesto dove ha imparato così bene lo sloveno, risponde: “Qui, a Pleterje, mi è stato insegnato da padre Stanislav, uno dei due sloveni. Siamo una comunità internazionale molto variegata. Ci sono anche croati, tedeschi, ungheresi, un polacco, uno svizzero e un americano… Se un certosino ha un certosino in patria, allora in linea di principio vi risiede. Tuttavia, siamo l’unico monastero certosino funzionante in questa parte d’Europa, quindi di solito vengono qui da questa zona. Di norma, tutti devono imparare lo sloveno. Se qualcuno non riesce completamente, allora la nostra comunicazione avviene in un misto di lingue. Solo per essere d’accordo l’un l’altro.

Continua…

Una vita molto semplice

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Ecco per voi, oggi una interessante intervista rilasciata qualche settimana fà dal Padre Priore della certosa di Miraflores ad una rivista della città di Burgos.

Egli chiarisce all’intervistatore molti aspetti della vita certosina, affermando che per lui:

la vita in certosa è molto semplice.

Dom Pedro María Iglesias de Paul definisce la certosa come ” una totalità di silenzio con Dio in preghiera”, dove la regola e lo stesso complesso monastico “si basano sul carisma contemplativo, che vuole essere il più rigido possibile”. «Tutto è orientato in modo che il certosino sia concentrato tutto il giorno nella preghiera. Tant’è che la prima opera di carità di un certosino è rispettare la solitudine del fratello.

«È una vita super regolare, senza sorprese. Le uniche sorprese sono quelle che scopri nella preghiera e nella liturgia. Di giorno in giorno è una routine brutale, io lo chiamo “il rullo”, asserisce il Padre Priore. “È quello che mi è costato di più, perché conducevo una vita a modo mio e ora obbedisco solo ad una campana”, commenta questo monaco di Cadice, che è entrato a Miraflores quarant’anni fa all’improvviso e quasi senza discernimento ” per uno schiaffone di Dio “.«Se fosse stato per la mia mentalità e il mio stile di vita non sarei venuto; la mia ragione mi diceva che era impossibile, che non stavo qui … Ma andava bene, era l’unico posto dove andava bene ». Infatti, assicura che la routine e la monotonia “gli hanno dato la libertà, perché ora non ho a che fare con nient’altro che Dio. Quel ritmo ti dà una base di buon senso e pace nel profondo della tua anima che non cambi per niente ». «Qui ho scoperto che mi sono rimaste molte cose; Qui il Signore mi ha detto: “Svuotati di tutto e resta con me nel mio cuore e con tutta la Chiesa”. È un percorso molto arduo ma ne vale la pena, ti dà un’enorme libertà “, dice. Inoltre: “Se iniziamo a mettere cose non necessarie nella cella, questa è così fragile che si rompe facilmente”.

Questo ritmo di vita austero è stato forse la causa dell’ “idealizzazione” della vocazione certosina, uno stile di vita che sembra difficile da realizzare per chi vive fuori dal monastero. “Questo non è un percorso ad ostacoli”, dice il priore. “Quello che facciamo qui sembra essere tra i primati del Guinness, ma no. Può sopportarlo solo chi ha una vocazione… ». Afferma infatti che non esiste un prototipo certosino a Miraflores o che chi si ferma lì è “perché è raro e gli piace isolarsi”. “Qui succede come in ogni altra vocazione, ci sono certosini molto aperti e altri più taciturni”, sottolinea, “ma in tutto ci deve essere un equilibrio tra l’affettivo e il personale”. “Inoltre, chi viene qui in fuga dal mondo non si cozza”, dice.

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Il priore, infatti, sostiene che un certosino “porta nel cuore tutta la Chiesa”. «Prego sempre per l’umanità, per il mondo intero… Quando sentiamo una notizia mi rendo conto che proprio in quel momento ero unito all’umanità, chiediamo sempre; Non posso non pregare per te. Qui dentro il sentimento della Chiesa è totale, siamo uniti a tutta l’umanità ”, insiste. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, c’è una «grande sintonia» tra i problemi del mondo e le preoccupazioni del certosino e differenze che sembrano insormontabili diventano legami importanti: «Non ho incontrato nessuno con cui non mi sia connesso dal mio punto di vista certosino; Mi sintonizzo con la paura con il mondo “, dice.

«La certosa ti offre una visione diversa del mondo, con più prospettiva, e ti rendi conto che ha valori fondamentali; il male si vede sempre di più, ma ciò che c’è là fuori ha enormi possibilità. È nella punta di Dio ». Inoltre, assicura che anche i desideri e le intuizioni del mondo lo aiutano e lo stimolano, “poiché Gesù fu sorpreso dalla fede del cananeo o del centurione romano”.

La certosa di Miraflores è anche fortemente legata al mondo esterno non solo attraverso le tante persone che vi si recano per pregare e implorare benedizioni, ma anche attraverso le opere caritative che svolge. Lo stile di vita austero della comunità certosina, fa sì che il reddito che ricevono dalle visite, dalla vendita dei loro rosari e prodotti artigianali è sufficiente per loro e le eccedenze possono essere dedicate ai più poveri, come conferma il Padre Priore.

“La certosa è sempre stata molto mendicante e continua ad esserlo ancora.” Molti, infatti, ricordano ancora l’immagine dei frati che distribuivano il brodo da una pentolone alla porta di Miraflores mentre decine di poveri aspettavano la loro crosta di pane. Oggi, invece, la beneficenza viene distribuita con abbondanti donazioni alla Caritas, al Seminario, alle missioni e anche, “perché no, alle Ong non cristiane”, rivela Dom Pedro María Iglesias de Paul.

Il percorso di vita austera e rigida condotta dai certosini, non è esente da inevitabili momenti di difficoltà che devono attraversare nel loro cammino vocazionale.

«Se sei venuto qui fuggendo dal dolore della vita, stai certo che lo troverai anche qui. E, inoltre, tra quattro pareti, che risultano essere una cassa di risonanza esso è moltiplicato per dieci ». Conformarsi a quello stile di vita solitario e ascetico è un cammino arduo, dove le crisi “come quelle là fuori” sono anche compagne di strada o “lacune d’amore”, come le chiama il priore: “Dio ti apre sempre più campi, puoi sempre amare di più, in modo più puro e più profondo … Dio non si dimostra, lo stesso amore fa maturare le persone. L’amore ha ritardi e Dio vuole attirarti con nuovi legami, e questo costa. E costa per la vita. Ma se vai povero con Gesù, devi vivere la povertà di Gesù »…

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