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In certosa non si arriva fuggendo, ma cercando Dio.

Il Priore nel corridoio

Nell’articolo odierno, intendo proporvi una intervista di qualche anno fa (2014) dell’allora Priore della certosa di Montalegre Dom José Manuel Rodríguez. Parole semplici, ma profonde, per spiegare la continua ed assidua ricerca di Dio nel silenzio della vita certosina. L’intervistatore, nell’introduzione dell’intervista ci ricorda che nelle tasche dell’abito, i monaci certosini portano soltanto la chiave della cella ed il Rosario, non portano nè soldi nè documenti.

Ma andiamo per gradi, Dom Josè è nato nelle Asturie nel 1929 e da più di 20 anni è religioso certosino. Dapprima fece il suo ingresso nella certosa di Miraflores, successivamente, nel 1965 ha contribuito a far crescere la certosa portoghese di Scala Coeli ad Évora. Nel 1986 si trasferì alla certosa di Porta Coeli a Valencia ed in seguito alla certosa di Montalegre nella quale ricopre la carica di Priore (alla data dell’intervista).

Intervista

Perché decise di entrare nell’Ordine certosino?

A casa mia, c’era stato tra i parenti un sacerdote e vi era una profonda tradizione cattolica. Grazie a mia madre ho conosciuto la Fede ed inoltre ho avuto un insegnante che conosceva molto bene gli ordini religiosi. Son da sempre stato attratto dalla vita religiosa, e volevo consacrarmi a Dio completamente entrando in un ordine contemplativo. Quando ho espresso questa mia intenzione in casa, i miei hanno pensato che mi sarei allontanato da loro per sempre.

Qual è la giornata tipo di un monaco certosino?

Può sembrare che i nostri giorni siano interminabili e noiosi, ma la verità e che il tempo sembra sfuggire. I nostri statuti sono molto dettagliati, Mattutino e lodi per la notte. Nelle prime ore della mattina ed a seguire abbiamo dei momenti di preghiera prima della Santa Messa. Fino alla sesta ora facciamo esercizi spirituali, prima di pranzare facciamo alcuni lavoretti o nel giardino della nostra cella oppure in falegnameria. Dobbiamo distrarre la mente. E tenerla in forma per i momenti di preghiera e di vita claustrale più intensa. Abbiamo anche un ora di svago nel pomeriggio della domenica ed il lunedi facciamo una passeggiata al di fuori della certosa. Questa convivenza è molto utile, perchè ci aiuta di fronte ai dubbi spirituali, quando sei un novizio… l’uomo solitario ha il pericolo del potere, crede infatti solo nelle proprie idee. Il cibo è sufficiente ed ha la sua parte di ascetismo e penitenza. Ogni monaco mangia nella sua cella.Il padre Procuratore ed il Priore si occupano del mantenimento del monastero, manteniamo il rapporto conl’esterno e curiamotutti gli atti della comunità.

Quali figure di certosini vi ispirarono come vero modello di vita?

I certosini vivono e muoiono in modo anonimo, ma se devo scelgo, San Bruno di Colonia, che ha avuto una grande fede. Quando viveva in eremitaggio, il Papa lo chiamò a Roma per farlo essere suo consigliere e San Bruno non ha esitato. Alcuni pensano che molti certosini sono entrati da adulti per conversioni straordinarie o pentimenti, in certosa non si arriva fuggendo, ma cercando Dio.

Com’è il vostro rapporto e la coesistenza con le Religiosie certosine?

Nei capitoli generali siamo separati, ma alla fine del capitolo dei monaci, le monache superiori, assistono per vedere quale sono le istruzioni e e le decisioni prese

Nella certosa di Montalegre, cercate Dio ma lo trovate?

Vivere la solitudine, il silenzio, i digiuni … tutto questo ci porta a cercare Dio, è per trovarlo più rapidamente per possederlo più completamente, per ottenerne la carità perfetta. Quando stavo per diventare sacerdote, realizzai un ritiro spirituale a Montalegre. Questo chiostro mi ha sempre chiamato, con solitudine e silenzio senti come la vocazione ti riempie completamente. Per questo ho accettato volentieri di venire qui come Priore.

Esiste il pericolo in certosa di vivere la fede come all’interno di un laboratorio?

Il monaco di cui meno si importa è di se stesso. Dio mi ha concesso la massima vocazione, quella mi permette di amare Dio e il mio prossimo.

Anche se non guardiamo la televisione e non sfogliamo molto i giornali, lo so che il mondo ha dei bisogni e Dio conosce i bisogni di mondo. Dico spesso ai miei confratelli che vivendo come monaci,in solitudine e silenzio, implorando Dio, noi crediamo di toccare il cielo. Un padre cattolico che educa i suoi figli nella fede, che soffre ogni giorno, nel mezzo di un mondo indifferente alla religione, questo si che ha grandi problemi ma anche un grande merito. La fede è la torcia che illumina la tua vita. Il mondo di oggi è diventato complicato e si complica sempre più.

Qual è il vostro modo di pregare?

Ad una persona dall’esterno risulta molto difficile capire cosa facciamo. E paradossalmente, più a lungo rimani nell’Ordine maggiore diventa il desiderio di consegnarti a Dio. La solitudine è la cartina di tornasole della nostra vita. All’inizio costa, perché non è che solitudine per un po’ o per pochi giorni, ma in seguito lo è per la vita. Nella cella, o sei di Dio oppure dove sbatti, se ci sono solo muri? È dentro la solitudine che trovi tutto, dove trovi Dio, e puoi separarti da ciò che non ti interessa. Qualunque cosa possa essere un ostacolo, un onere o una penitenza, è l’essenziale nella certosa.

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Un certosino intervistato

in preghieraa

Vi propongo una intervista, rilasciata da un monaco certosino alcuni anni fa, ad una rivista portoghese. In essa il giornalista pone al religioso una domanda molto semplice: ” Che cosa è per te la preghiera?” Leggiamo insieme la sua esaustiva risposta.

” Chiedere ad un monaco certosino” cosa significa per te la preghiera?” è come chiedere cosa significa il mare per un marinaio… è tutto!
La preghiera è la mia professione, la mia vita, la mia occupazione, il mio affetto, la mia vocazione, il dono che Dio mi ha dato.
La preghiera è lo scopo della mia esistenza. Il mio senso della vita. La preghiera è un mezzo per glorificare a Dio; ma anche, per questo, è la fine a cui si ordinano molti altri mezzi, cioè tutta la mia vita quotidiana.
In questa, il primo e principale aiuto per la mia contemplazione mi viene dal tempo, abbondante, che dedico alla divina rivelazione. Quindi, più che contemplazione, la chiamo “audizione”; audizione attenta della parola di Dio nel silenzio e solitudine del monastero.
Dio nella certosa si rivela come un essere vivente, personale; come qualcuno che vede e vuole. Ecco il fondamento della preghiera cristiana. Non pregheremmo se Dio fosse solo qualcosa, un’idea, o un essere inanimato. Questo rapporto personale diretto con Dio vivo è proprio nello stile certosino di pregare. Dico certosino, perché noi, esperti di contemplazione, ci dedichiamo soprattutto alla preghiera solitaria. Altri vanno in direzioni diverse, hanno altri carismi. Alla Certosa viene chi si sente intimamente attratto dall’invito di Gesù ad entrare nella stanza e pregare il padre in segreto. Preghiera, per me, certosino, significa soprattutto preghiera solitaria.
E ‘ vero che tutti questi eremiti che convivono in una certosa si riuniscono tre volte al giorno nella liturgia comunitaria. Ma anche allora, cercano di cantare spontaneamente, sempre senza prove preliminari, o al buio, in un relativo isolamento che favorisca l’unione intima, diretta con Dio.
Del resto, è proprio questo rapporto con Dio che ci unisce, nel Signore, a tutti i nostri fratelli. Ai presenti e agli assenti. Il cuore, lungo e acceso nella solitudine, copre l’intera umanità. Quindi tutti noi, quelli che siamo chiamati ad una vita puramente contemplativa (o “uditiva”, come io la chiamo! ) ci troviamo nel cuore della Chiesa, e nel cuore del mondo, e la nostra missione consiste nel mantenere viva nella chiesa questa dimensione contemplativa “.
(da un certosino di Scala Coeli; articolo nella rivista “Communio”, Lisbona, 1985).

L’ incontro con Dio avviene in silenzio

copertina italiano

Sebbene il silenzio non si cerchi per il silenzio, la realtà è che è presente in ogni momento. Questa la domanda fatta a Dom Dysmas de Lassus nel libro del cardinale Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore” .

La risposta, è come sempre, semplice acuta dalla quale si percepisce una profonda umiltà.

“Questo è il nostro desiderio più fervente, ma ” Raggiungiamo questo ideale?” Siamo realisti: Anche tra i certosini esiste il rumore; lo sappiamo troppo bene. Risulta paradossale che il silenzio esteriore e la solitudine, il cui obiettivo è facilitare il silenzio interiore, cominci esponendoci a tutto il rumore che è in noi.

Se porti in tasca una radio accesa , è possibile che nel mezzo del trambusto di una città o di una strada non te ne accorgi perché il suo suono è mescolato con quello dell’ambiente circostante. Ma se si entra in una chiesa, non tarderai a percepire che dalla tua tasca si leva un parlottare, la prima cosa che si proverà a fare e tentare di spegnerla. Ma, purtroppo non esiste un pulsante che riduca il parlottio della nostra immaginazione….La prima fase consiste nell’essere cosciente di ciò anche se non ci piace.

Il silenzio che regna in una certosa non è sufficiente. Per raggiungere la comunione nel silenzio è necessario un compito di lavoro radicale. Dobbiamo armarci di pazienza e dedicare ad esso ardui sforzi. Quando alla fine la nostra immaginazione accetta di collaborare e rilassarsi, i momenti di profonda intimità con Dio pagano a caro prezzo gli sforzi che sono stati necessari per dare spazio a Lui.

Ma noi non siamo capaci di creare la intimità con Dio; essa procede sempre dall’alto; quello che a noi spetta è costruire l’ascolto dove possa aver luogo l’incontro. La solitudine ci aiuta. E’ molto più facile raggiungere il silenzio interiore quando siamo da soli. Mi è sempre piaciuto il momento dell’orazione solitaria in cella che precede l’ufficio notturno nella chiesa. Questo momento appena colto, a metà della notte, ha qualcosa di eccezionale. Non idealizzerò, non dico che in quel momento vi è sempre la pace del cuore, ma in generale la comunione silenziosa cresce con una maggiore naturalezza.Mi piacerebbe prolungare quel raccoglimento durante l’Ufficio nel coro che poi segue, ma poche volte riesco a recuperare la stessa qualità di comunione, perchè la dimensione comunitaria della liturgia consente il movimento dei pensieri. Mentre ci sono innamorati nel mondo, che cercheranno di stare da soli per cercare in silenzio l’incontro. Forse questo è il modo più semplice per spiegare la nostra scelta di vita. Il silenzio e la solitudine certosina acquistano il loro significato nell’immenso desiderio di intimità con Dio. Per i figli di san Bruno il silenzio e la solitudine sono il luogo perfetto per l’incontro da cuore a cuore”.

Phil Gröning ed il suo film

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Cari amici lettori, per noi amanti della vita certosina le prossime vacanze natalizie sono una ghiotta occasione per leggere libri sul tema certosino e magari vederci per la prima o per l’ennesima volta il film “Il Grande silenzio“. Ebbene, voglio proporvi un estratto di un’ intervista rilasciata dal regista Phil Gröning, qualche tempo fa ad una rivista portoghese, nella quale ci rivela particolari inediti, ed interessanti, essa si aggiunge ad altre che vi ho già proposto.
Intervistatore
Quali sono le differenze tra la certosa di Evora e la Grande Certosa?

Philip Groning
Questa è molto accogliente, chiara e luminosa.C’è un fantastico giardino al centro, come un pezzo di paradiso, molto semplice. All’esterno, si pensa che ci sia un grande lusso, come nella chiesa, ma nel chiostro e nelle celle non c’è niente. È di una perfetta semplicità e armonia.
Intervistatore
Più che nella Grande Certosa?

Philip Groning
Sì, perché è più luminosa. Nella Grande Certosa si vede che l’intero edificio è concepito per difendersi contro la neve, contro il freddo. Il chiostro è chiuso per buoni motivi: talvolta in inverno ci sono tre metri di neve. Se non fosse chiuso, non potrebbe essere attraversato. Qui tutto è aperto e c’è un piccolo giardino con alberi d’arancio e una fontana d’acqua …

Intervistatore
I monaci hanno visto il film e sono rimasti male poichè pensavano che sarebbe stato meglio fare il film qui. Hai avuto la stessa sensazione?

Philip Groning
Ho iniziato chiedendo il permesso a Montrieux, certosa nel sud della Francia.È molto simile a questa di Évora. È una piccola organizzazione agricola con un monastero, più piccolo di questo.
Ma per fare il film, dovevo adeguarmi al modo di vivere dei monaci: la regola numero uno è l’obbedienza e se l’ordine mi ha chiesto di fare il film nella Grande Certosa, ho dovuto rispettare la decisione.

Intervistatore
Non sarebbe stato completamente diverso’?: è uguale un monaco qui o nella Grande Certosa?

Philip Groning
In linea di principio è la stessa cosa. Ma il silenzio è diverso, perché qui gli uccelli si sentono più. A Grenoble si è più in alto e ora, a dicembre, c’è un metro di neve. La regola è la stessa ovunque e la struttura principale delle celle pure. Ma per un monaco contemplativo, la natura è molto importante, perché, non essendo per tutto il tempo in contatto con gli esseri umani, per vedere le piante, gli uccelli, le nuvole, il sole, la luce, tutto questo è molto importante. La vita di un monaco che vive nel freddo è diversa da quella di un monaco che vive in un paese caldo.
Intervistatore
È per questo che senti anche nel film che anche piccoli oggetti e cose quotidiane sono di grande importanza?

Philip Groning
Sì. Ho vissuto lì per un anno e ho sperimentato che, quando non parli e non senti, gli oggetti, la presenza del mondo, hanno un’importanza molto acuta e molto viva. È l’unica cosa che, in un certo senso, ti fa vivere, perché sei l’unico elemento con il quale sei in contatto in quel momento. Filosoficamente, ci rendiamo conto che è un miracolo inspiegabile che c’è qualcosa, piuttosto che niente.
Intervistatore
Qui ad Evora hai incontrato i monaci?

Philip Groning
No, non qui, ho visto un fratello che lavorava. È la regola del silenzio. Ho parlato con il procuratore, ma con altri non ho parlato. Ci siamo solo salutati salutato, ma non abbiamo parlato.

Intervistatore
Sei stato in altre certose?

Philip Groning
Si, sono stato a Montrieux, alla Grande Certosa a Portes ed a La Valsainte, in Svizzera.

Intervistatore
Che cosa ti attrae in questi luoghi? Cerchi di Dio?

Philip Groning
Sì, cerco Dio. In un primo momento volevo fare il film e stavo cercando un posto per farlo. Ora, in questa visita, tutto mi porta a ricordare quello che è stato vivere in certosa – un’esperienza molto buona e molto forte che desidero poter vivere in un altro monastero! Ma io non sono un turista di monasteri.
Intervistatore
Sei un regista, hai voluto fare un film per dire alle persone che cosa?

Philip Groning
Un film di successo apre spazio per le persone a trovare il proprio problema. Un film davvero buono non dice questo o quello, è stupido, ma un buon film ci mette in un campo di tensione tra il silenzio, il rumore, il ritmo, l’assenza di parole, l’assenza di Dio, la presenza di Dio, e ognuno può cercare la sua strada dentro.
Intervistatore
Nel film ci sono due seduzioni: quella del regista per questo tipo di vita e quella che si sente nei monaci per fede e da Dio. Era anche il film su queste seduzioni?

Philip Groning
Ho messo una frase [biblica] nel film sulla seduzione [“Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre”].La seduzione è una parola che ha un significato diverso a seconda del paese.In America, è una cosa molto brutta, in Germania è molto bella, essendo sedotta è anche una delle cose più belle. Per me, questa frase esprime una seduzione positiva, nel senso di una persona che si abbandona a tutto e si apre completamente ad un’influenza, per aprire uno spazio dell’anima a ciò che viene dal mondo e dalla vita. Per me, è una delle cose più importanti da vivere e di essere felici, per aprirsi a questo, da sedurre.

Intervistatore
Qual è la seduzione, nel mondo veloce che viviamo, di una sorta di vita come questa, quasi inutile, perché sembra che non diano niente alla società?

Philip Groning
Fortunatamente. Ma non è che non ti danno niente. È un po ‘come un faro che non è là per andare a incontrarlo, ma per sapere che quando si vede la luce, c’è la terra. Il ruolo dei monaci nella società è piuttosto difficile da mostrare che – voi come giornalisti, io come un direttore o qualcuno come un avvocato o di lavoratori – possiamo cambiare la nostra concezione di ciò che è un essere umano, quando sappiamo che questa è anche una decisione che può prendere e essere felice di questo.
Improvvisamente, il nostro ruolo di essere umano è visto diversamente. Vediamo, ad esempio, che non è necessario essere utili per essere felici. Non esiste una relazione razionale tra queste due cose. È complicato, ma la seduzione di una vita come la loro è che è una vita incredibilmente radicale e totalmente focalizzata su una verità. In tutte le religioni c’è sempre la ricerca di una verità assoluta.E oggi è molto seducente, perché ciò che è seducente rimarrà sempre seducente. C’è anche la grande seduzione del non lasciare che il tempo sia occupato dagli aspetti consumisti della società, che sono soprattutto considerazioni di paura: sono abbastanza bene vestito? Faccio abbastanza soldi? Ho comprato la Mercedes giusta o una Mercedes che non è affatto attraente? Tutto questo è uno spreco di tempo.

Intervistatore
Perché non hai soggiornato in certosa?

Philip Groning
Mi sento sempre un pò tentato. Ora, quando sono entrato nel monastero, ho pensato ancora che vorrei stare lì per due mesi. Vivere semplicemente, o scrivere un articolo … Infatti, è una tendenza frequente di molti artisti che hanno lavorato in conventi.

Intervistatore
Era una sorpresa il successo del film con il grande pubblico?

Philip Groning
Da una parte, no. Quando sei un regista, pensi e speri sempre che il prossimo film sarà un grande successo. Di solito il pubblico non pensa così …

Intervistatore
Ma tu lo hai pensato, con questo film così radicale?

Philip Groning
Penso sempre che sia necessario essere radicali per avere successo. Forse è per questo che non riesco come altri. Mi sono reso conto che ci sono molti film sulla meditazione nel contesto asiatico che fanno riflettere il pubblico europeo un film che dice che è possibile anche nell’ambito della nostra cultura, ho pensato che ci sarebbe stata un sacco di gente che lo avrebbe visto. Perché c’è qualcosa di strano in questo orientamento al buddismo, all’esoterismo, ecc. È come se dicessero: voglio che qualcuno mi aiuti a essere completamente a me, ma voglio essere completamente qualcun altro.
È molto più facile trovare il desiderio in religioni molto lontane. Posso facilmente immaginare di essere un buddista completamente felice perché non ricordo di essere un figlio buddista che ha discusso con i preti buddisti; tuttavia, ricordo di discutere con i sacerdoti cattolici. Pensavo poi che se avessi fatto un film in cui il pubblico entrasse in contatto con se stesso, in modo più profondo, ci sarebbero state molte persone che lo avrebbero visto.

Intervistatore
Perché hai deciso di filmare i volti dei monaci alla telecamera? C’è una dimensione estetica del corpo …

Philip Groning
Ho filmato questo all’inizio della ripresa. Sono stato così intimidito dal silenzio che ho appena mosso e nascosto un po ‘.Mi sono reso conto che non puoi fare un film se non vuoi essere visibile.
Vi è un contrasto tra la vita dei monaci e la presenza di una telecamera, un contrasto molto forte. Non posso nascondermi. Quindi è stato meglio mettere il contrasto molto forte e dire: se hai invitato una telecamera, lei è qui adesso, guarda a lei. Questo mi ha aiutato a sentirmi a proprio agio e ha pensato che avrebbe aiutato il pubblico a perdere il senso del voyeurismo, perché nessuno potrà mai entrarvi in certosa. Mettendo i monaci a guardare il pubblico, la persona si rende conto che possono guardarsi l’un l’altro più di ogni osservatore che li guarda.

Intervistatore
I monaci hanno accettato facilmente?

Philip Groning
Non tutti, c’erano alcuni che non volevano essere filmati, ma altri hanno accettato prontamente. Per loro, una fotocamera non ha la stessa importanza che per noi, perché non sono così vanesi, non è importante che siano bellissimi in televisione per i commenti degli amici.

Intervistatore
Nel film c’è una frase che dice: “In Dio non c’è passato, solo presente”. Ma questo è un ordine soprattutto del passato …

Philip Groning
È il vecchio monaco cieco che dice questo in relazione alla morte. Non teme la morte, perché la vita dell’aldilà viene subito, perché il tempo esiste solo per noi come esseri umani. Anche per noi, esiste in modo molto contraddittorio. L’unica cosa che esiste veramente è quella presente e tutte le altre cose sono oggetti della memoria. Anche la concezione del futuro: l’immagine che hai è in memoria. Ciò che vuol dire è che l’unica cosa che esiste è il presente.

Intervistatore
Sei più cattolico di quanto non fossi prima di passare sei mesi nella grande certosa?

Philip Groning
Altro, molto di più. Prima avevo molte difficoltà. Pensavo che la Chiesa cattolica era troppo concentrata su questioni di confessione, di colpa e di peccato. Nel monastero si nota che per i monaci la cosa importante è il senso della grazia, della felicità. Per loro è un fatto straordinario che c’è vita.Vivere è un dono, un dono di Dio.

Cosa penso sulla morte?

monaci e candela

Per la ricorrenza odierna della commemorazione dei defunti, voglio proporvi una risposta molto esauriente data da un certosino sulla morte. Che essa ci inviti a riflettere e meditare. Vada un dolce pensiero a tutti i cari che ci hanno preceduto.

Cosa penso sulla morte?
“I certosini sono chiamati “figli della risurrezione”. Pertanto, è solo alla luce di questa definizione che si può concepire l’idea che il monaco ha sulla morte.
Se la risurrezione è pienezza di vita, vita perenne, senza termini, senza declino, è ovvio – e credo che non siamo sbagliati – che la morte sia per il certosino quello che in realtà deve essere per ogni cristiano: il passaggio alla vita definitiva, l’ultima fase della nostra esistenza terrena, la trasformazione in uno stato migliore; è soprattutto, cadere per sempre nelle braccia del nostro Padre; l’incontro con questo Dio,l’obiettivo della nostra ricerca e del nostro amore.
Cosa sento quando mi avvicino a questo momento culminante?
Qualcosa di indefinibile, ma che deve essere simile all’influenza che il magnete esercita sul ferro, o l’attrazione elettrica o, meglio ancora, a quell’impulso con cui il bambino si lancia al padre, che lo chiama e lo aspetta con le braccia aperte.
Scusami se non ho saputo spiegarmi meglio. Per molte cose, il silenzio è la migliore risposta. Dio ti benedica!”
(Un certosino)

Dio è una serena evidenza (parte seconda)

Brother Marcellin Theeuwes, former general prior of the Carthusians, Taize, july .2015

Come vi avevo preannunciato ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Dom Marcellin Theeuwes.

“Dio è una serena evidenza”

parte seconda

 I due pilastri della vita certosina sono il silenzio e la solitudine, che sono spesso fraintesi nella nostra vita moderna. Come capirli?

– Il silenzio e la solitudine inquietano. Tutto è fatto nelle nostre società per riempirli il più presto possibile. Ma senza il minimo di silenzio e solitudine, l’uomo perde di vista se stesso, non riesce più ad ascoltare ciò che si mormora in lui. Questi due pilastri permettono progressivamente di imparare a “abitare con se stesso” come diceva San Benedetto. Non è imprigionare il silenzio e la solitudine come faremmo con gli animali selvatici, ma di entrare progressivamente, amichevolmente, come passiamo attraverso una porta stretta verso uno spazio di maggiore libertà. La solitudine ed il silenzio permettono una discesa profonda in noi stessi, non ci isola, aiutaci a decentralizzarci: il silenzio ci apre alla Parola e la solitudine alla presenza di Dio. Questi due pilastri possono essere fecondi nel cuore di un’esistenza vissuta nel mondo, nella vita familiare e professionale. Come abitare la propria esistenza, come tessere legami fecondi con l’altro, se si è rivolto al di fuori di se stesso? Vissuti abbastanza radicalmente per vocazione e predisposizione interiore dai certosini, il silenzio e la solitudine sono anche indispensabili a ogni vita umana.

I certosini vivono la giornata nella cella, dove pregano, lavorano e mangiano da soli. Perché questo isolamento?

– Non si tratta di un isolamento, ma di una risposta a una chiamata. La cella offre un luogo dove si impara a vivere con se stesso per mantenersi alla presenza di Dio. Un’ascesi che corrisponde ad una vocazione particolare, un sentiero paradossale di liberazione.

Forse è l’ aspetto più “ruvido” della vita certosina?

– No. Spesso più difficile sono l’obbedienza e la vita comunitaria. L’obbedienza non è una risposta “militare” ad un ordine esterno, ma è un dono di autodeterminazione. È lasciarsi condurre dove, spontaneamente, non abbiamo il desiderio di andare. Una strada di umiltà dura in certi momenti…ma il frutto è così spesso la gioia! Nella vita di comunità, i limiti umani, le differenze, le personalità si confrontano. È un’esperienza di spogliamento. La realtà quotidiana, lontano da una visione un po’ sognata della vita monastica, ci chiama ogni giorno alla conversione!

 La parola chiave è “l’umiltà”?

– Sì. Accettare le nostre debolezze, senza cadere in un cattivo senso di colpa, perché il nostro Dio ci accoglie con i nostri fardelli. Non essere per se stesso un maestro troppo severo; guardare te stesso, senza compiacimento, ma con misericordia.

 Il grande appuntamento, è l”Ufficio Notturno. Una veglia che vi costringe ad alzarsi a mezzanotte per quasi tre ore di preghiera…

– L’Ufficio è quello che ci segna di più. Il mondo dorme, una buona parte della vita attiva si ferma, il silenzio è più significativo. In quest’ora ci alziamo unicamente per pregare e condividere un grande momento di intimità con il Signore. Noi “degustiamo” i salmi leggermente. Siamo collegati al mondo, agli uomini e alle donne che affidiamo alla tenera misericordia di Dio. Questo Ufficio Notturno è la fonte che irriga la mia vita di monaco certosino!

 Una fonte che ti aiuta a “trovare” Dio?

– Forse di più per consentirGli di unirsi a me. Non so se “trovo” Dio attraverso gli sforzi fatti per raggiungerLo. Chiaro, l’ascesi è necessaria, ma è sempre Dio che agisce per primo. È Egli che ci avvicina di noi e ci cerca, nonostante le nostre debolezze e le nostre difficoltà a riconoscerLo. Noi possiamo alimentare il nostro ardente desiderio di raggiungerLo. In certi momenti di grazia, accade l’incontro; allora, sì, oso dire che “trovo” Dio!

Dopo più di 50 anni di vita monastica, Lo conosci un po’ meglio?

– Dio rimane sempre l’Altro, e ci sfugge. Ma la Sua esistenza diventa per me ogni giorno più di un’evidenza…

“Un’evidenza”? È una parola forte!

– Non riesco a trovare altro. Dio è per me una serena evidenza. Sono sicuro del Suo amore infinito.

 Il nostro tempo è piuttosto segnato dal dubbio…

– Sarà che alcuni credenti non si accontentano? Non conviene, uscire da questo mezzo, per osare affermare, tranquillamente, che Dio esiste, che Lo vediamo all’opera nelle nostre vite, nella storia? Ritornare alla catechesi e alla predicazione, più esplicitamente alle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità? Nel nostro battesimo abbiamo ricevuto la grazia di credere in Dio, di sperare nel Suo amore ed amare come Egli ci ama. La fede non è un semplice auspicio umano, è una speranza. Dobbiamo lasciarla agire. Affrontare ciò che è talvolta descritto come “l’assordante silenzio di Dio”, uscire da una sordità prima di tutto segnata dall’assenza del desiderio di incontrarLo.

Il male, la sofferenza, restano come i grandi ostacoli alla fede…

– La sofferenza, la malattia, la morte sono inerenti alla nostra condizione. Attraverso Cristo, possiamo imparare a vivere con queste ferite e scoprire che la morte non ha l’ultima parola. Per la Risurrezione, possiamo avere la speranza di una vita che trascende la morte. La morte come un passaggio, un’immersione nell’amore di Dio.

Si tratta di osare abbandonarsi?

– Sì, bisogna affidarsi al Padre e dirGli con Cristo: “non la mia volontà, ma la Tua volontà”. Non abbiamo tutta la vita per imparare quest’abbandono; osare fidarsi nonostante l’enigma del male e della sofferenza; credere, nonostante ciò che sembra contraddirlo, perché Dio vuole solo una cosa: la nostra felicità.

Il grande cammino che conduce alla felicita è la preghiera?

– Sì. Ed il modo migliore di imparare a pregare è quello di mettersi in preghiera, cioè, il coraggio di credere che c’è qualcuno ad ascoltarci. La preghiera è un atto di fede in Dio.

Cosa fare quando non c’è più gusto nella preghiera?

– Bisogna perseverare, resistere, nonostante tutto. Appoggiarsi sui salmi, sulla preghiera della Chiesa, sul Vangelo…Affidare questo tempo di deserto al Signore. Aspettare…

Dom Agustin Guillerand (1877-1945), uno dei vostri fratelli certosini, descrive l’anima orante come “un paese invaso: dobbiamo liberarci, buttare fuori il nemico”.

– La preghiera è una lotta, perché non è così ovvia, richiede uno sforzo, un impegno, una piena consapevolezza. Non si entra in preghiera come si siede a tavola! Non è una necessità fisica, ma un desiderio che corre il rischio di attenuarsi. È essere davvero lì, lavorare sulla nostra presenza davanti a Dio. Riconoscendo umilmente che siamo segnati dalla mancanza, dall’incompletezza, mai all’altezza dell’aspettativa di Dio. Sempre dipendente dalla Sua grazia…Questa grazia che ci è data in abbondanza nel mattino della risurrezione.

Dio è una serena evidenza (parte prima)

Dom Marcellin Theeuwes

Nell’articolo odierno, vi propongo la prima parte di una recente intervista rilasciata lo scorso marzo da Dom Marcellin Theeuwes, già Priore Generale dell’Ordine certosino ( 2005-20012) alla rivista francese “Prier”.

Dio è una serena evidenza”

parte prima

L’esistenza dei monaci certosini intriga molti. Qual è il centro della vostra vocazione?

– Diffidiamo del carattere “misterioso” dei certosini. Si tratta, per diversi aspetti, di una vocazione semplice e simile a molte altre. Si tratta di andare, umilmente, all’incontro di Dio. Ciò che può sorprendere, è il carattere un po’ estremo della via che prendiamo e che ci immerge in silenzio e solitudine. Il nostro scopo è quello di provare a vivere la nostra esistenza davanti alla faccia di Dio, tanto quanto la nostra condizione umana lo permette, senza trascurare i nostri limiti, che sono quelli di tutti gli uomini.

 Quando il futuro San Bruno nel 1084 si addentra nella foresta dove fonda il primo monastero certosino, lui cosa cerca?

– Cerca un modo abbastanza profondo di ritirarsi dal mondo, in modo che nulla e nessuno potesse distrarlo dalla sua ricerca di Dio. In una lettera al suo amico Raul le Verd, egli esprime il suo desiderio: “Ho sete di Dio forte e vivente. (…) Spero nella preghiera che la misericordia di Dio guarisca la mia debolezza interiore e la colmi dei suoi beni, come lo desiderio.” Egli persegue un unico oggettivo: rendere il suo cuore disponibile all’incontro con Dio. Bruno non viene con un progetto di una fondazione stabile, un’organizzazione pensata, una regola di vita…Ha solo l’intuizione che l’internamento nella solitudine e nel silenzio, in compagnia di alcuni fratelli, sarà fecondo. Si tratta di mantenersi davanti al volto di Dio, ma sempre con i compagni animati dallo stesso desiderio esclusivo.

I certosini vivono allo stesso tempo una vita eremitica e comunitaria?

– Noi percorriamo insieme un cammino di solitudine. Nonostante il grande silenzio che tesse la nostra giornata, viviamo una forte vita in comunità. Ci appoggiamo gli uni agli altri per vivere allo stesso tempo una vita “da soli” e “insieme”.

Come sei stato attratto da questa vita?

– Avevo 25 anni quando, colpito da questa vocazione particolare, sono entrato in Chartreuse. Prima avevo vissuto in un’abbazia cistercense in Olanda, il mio Paese d’origine. Ho sempre saputo che volevo vivere in un chiostro. Fin dall’età di 6 anni pensavo alla vita monastica, senza sapere bene da dove proveniva questo desiderio precoce.

Perché hai lasciato i cistercensi per unirti ai certosini?

– Nel 1960 il rinnovamento conciliare è stato uno slancio formidabile. Le dimensioni di impegno sociale e la lotta per la giustizia erano evidenziate. C’era bisogno di agire in nome del Vangelo per trasformare il mondo. Se io avessi aderito a questi orientamenti, penso che le dimensioni della preghiera e della contemplazione le avrei dimenticate. Volevo impegnarmi ancora più radicalmente in una vita di preghiera, convinto che questa era la prima fonte di trasformazione del mondo e conversione degli uomini.

Come sapere se la chiamata proviene da Dio? Come assicurarsi che non proiettiamo su di Lui, i desideri che non sono altro che i nostri?

– Dio chiama, questo è un’evidenza! La Bibbia è piena di racconti da cui Dio invia i segni agli uomini: Abramo, Mosè, Giovanni Battista, i discepoli di Gesù…tutti hanno inteso che Dio li invita a seguirLo. Si tratta di sapere in quali scelte concrete di vita Egli ci invita a rispondere alla Sua chiamata. Certamente, possiamo negare il nostro desiderio di Dio. Ma penso che, più spesso, abbiamo paura di fidarci dei nostri desideri e riconoscere in essi, il desiderio di Dio.

E Dio ci parla attraverso i nostri desideri?

– Il desiderio più profondo che lavora nel nostro cuore è il desiderio di Dio stesso in noi. La vocazione emerge dall’intimo del nostro essere. Una voce che è in me, non è me, ma non può esistere senza di me. Ho bisogno senza cessare di esercitarmi ad ascoltare. Se dopo un tempo di discernimento, essendo accompagnato da un altro più esperto, io credo che questa o quella vita cristiana corrisponde al mio desiderio profondo e potrà costituire per me un cammino di realizzazione, arriva il momento in cui si deve lasciare l’esitazione e prendere il rischio della scelta. E non guardare indietro. Non credere troppo in fretta che si è sbagliato, avere il coraggio, la perseveranza, nonostante i dubbi che non fermeranno di attaccarci. Perché impegnarsi in una vocazione è anche impegnarsi in una battaglia: che consiste nel darsi e farsi prendere.

Guigo, il Certosino (1083-1136), evoca la vita certosina come un progetto di “abbandonare tutte le realtà mutevoli” per consacrarsi unicamente alla ricerca di Dio. Una vita rivolta solamente a Dio è sostenibile?

– Diventiamo monaci per combattere quello che Pascal chiamava “divertimenti”. Cerchiamo un modo di vita che offre le condizioni favorevoli per orientarci verso Dio. Questo non significa che il monaco non fa altro che pensare a Dio. Rimane l’uomo con i suoi limiti. Il suo spirito è catturato da preoccupazioni materiali: preparare il cibo, fare le pulizie, dedicarsi ai compiti della vita comunitaria. Non ci consegniamo a Cristo solo durante i momenti di preghiera e di celebrazione; lo facciamo anche nelle attività più banali della vita quotidiana. Tutto può, allora, diventare preghiera.

La seconda parte dell’intervista segue nel prossimo articolo.