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Un novizio portoghese

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Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno

Eccoci giunti al mese di aprile, nel quale ci accingiamo a celebrare la Santa Pasqua. Ho per voi cari amici una lieta notizia che apre questo mese che ci giunge dalla Spagna. Lo scorso primo febbraio, alle ore 15, nella certosa iberica di Porta Coeli, nei pressi di Valencia, padre Carlos Rosmaninho ha preso l’abito certosino, cominciando così il periodo del noviziato.

Una eccellente notizia, poichè questo sacerdote è di nazionalità portoghese e quindi si unirà ai quattro anziani monaci che come ricorderete hanno lasciato la certosa portoghese di Evora, a seguito della triste chiusura. La cerimonia svoltasi in certosa, ha avuto inizio nella sua cella con l’imposizione dell’abito da parte del Padre Priore Dom Luis Nolasco, anch’egli portoghese. Successivamente la semplice cerimonia è proseguita nella sala capitolare, alla presenza dell’intera comunità monastica ed alcuni amici e familiari, che prostratosi sul pavimento ha chiesto misericordia per poi essere abbracciato dai confratelli. Ha fatto seguito un sermone pronunciato dal Padre Priore, poi la comunità lo ha accompagnato in processione nella sua cella, laddove egli ha ricevuto il nuovo nome da lui prescelto. La scelta di padre Carlos è stata Bruno di Santa Maria della Grazia e del Trionfo del suo Cuore Immacolato. Ovviamente il riferimento è a san Bruno ed al patrono della diocesi di Setúbal. La cerimonia si è conclusa con i canti dei Vespri nella chiesa della certosa.

Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno comincia il suo cammino da novizio, che durerà due anni, al cui termine potrà emettere i suoi primi voti religiosi, che successivamente saranno rinnovati e che lo condurranno ad essere definitivamente un nuovo Padre certosino. Affinchè questo percorso arrivi al completamento, nel giorno del suo inizio, vi invito a pregare per questo giovane portoghese. La Grazia di Dio con l’intercessione di san Bruno, gli illumini questo cammino da lui scelto ed esaudire la sua vocazione. La linfa certosina portoghese possa alimentare e nutrire sempre le vocazioni dell’Ordine.

Icona Bruno

In certosa al tempo del Coronavirus

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Cari amici lettori non avrei mai voluto scrivere un’articolo sul tema riguardante questa immane tragedia che il genere umano sta affrontando. Ma la comunicazione deve adattarsi ai tempi, pertanto in questo periodo nel quale siamo tutti costretti in una clausura obbligata nelle nostre case, percepiamo, seppur lontanamente, la scelta volontaria di chi opta per la vita monastica eremitica. Vi propongo una interessantissima intervista al Padre Priore della certosa di Serra San Bruno, che torna ad esprimersi sul tema. Alcune ore fa in piena quarantena, gli sono state poste delle domande alle quali ha risposto illustrandoci su come si vive in certosa al tempo del Coronavirus.

Dom Ignazio Iannizzotto

In che modo state vivendo questa situazione di emergenza da Covid-19 all’interno della Certosa di Serra San Bruno? Avete cambiato qualcosa negli stili di vita e in quei momenti di agape comunitaria e fraterna che la regola consente?

«La regola certosina comporta già una notevole separazione dal mondo che, in qualche modo, corrisponde a ciò che le autorità ci stanno chiedendo e quindi la nostra vita in concreto non è cambiata molto. I momenti di fraternità all’interno della clausura in fondo sono equiparabili a quelli di una normale famiglia che vive nella propria casa, tuttavia abbiamo voluto che alcuni aspetti della nostra vita sottolineassero la nostra comunione con tutti coloro che vivono con sofferenza questo periodo. Penso soprattutto alla privazione dell’eucaristia per tanti fedeli, per questo abbiamo deciso di rinunciare ad un segno molto importante nella liturgia certosina, che si è mantenuto fin dai primi secoli: la comunione al calice per tutta la comunità. Ripeto, oltre ad una scelta di prudenza igienica, per noi è soprattutto un far memoria, attraverso questa rinuncia, della più grande rinuncia a cui sono costretti tanti nostri fratelli e sorelle. Abbiamo anche scelto di fare lo “spaziamento” settimanale dentro le mura del monastero soprattutto per evitare nella gente ambiguità riguardo la possibilità o meno di fare passeggiate».

La Conferenza Episcopale Italiana nel comunicato del 12 marzo ha affermato che si può contare su un’azione orante continua per il Paese, che proviene dai monasteri…

«Penso che questo virus, che è dilagato proprio durante la Quaresima, sia un’occasione per noi monaci di andare al cuore della nostra vocazione di comunità orante “separati da tutti, ma uniti a tutti”. Questa coscienza del compito prioritario della preghiera riconduce tutte le nostre comunità all’essenza della vita monastica. Dobbiamo sentirci responsabili delle Messe che possiamo continuare a celebrare nei monasteri e della liturgia che continuiamo in coro. Ci è stato dato questo privilegio non certo perché siamo migliori, anzi, forse proprio perché non lo siamo! Dobbiamo essere più che mai consapevoli che nessuna delle nostre preghiere va vissuta senza sentirci uniti a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità, raccogliendo l’implorazione di tutti ed offrendo al Padre la nostra impotenza, il nostro timore, la nostra speranza».

La necessità di contenere e contrastare il contagio da Coronavirus impone a tutti noi di restare a casa e di stravolgere così le nostre abitudini. Non è semplice limitare gli spostamenti e vivere per settimane all’interno delle quattro muova domestiche. Mentre voi monaci scegliete già una vita che si stabilizza in un luogo, la Certosa, in questo caso, tanto da fare persino voto di stabilità. Che consigli si sente di offrire a chi ci legge, per sfruttare al meglio questo periodo di “quarantena”, anche come occasione di crescita spirituale?

«Il rapporto col tempo è una delle chiavi fondamentali della vita spirituale. In questo periodo l’esperienza che tutti stanno facendo è quella del “fermarsi”, si tratta di una dimensione nuova, a cui non si era abituati, infatti è diventato quasi impossibile nella cultura occidentale moderna; neppure per le vacanze ci si ferma veramente, niente può arrestare la nostra corsa affannosa per approfittare della vita, delle del tempo ed anche delle persone. Fermarsi invece vuol dire ritrovare il presente, la vera realtà della vita e del tempo. Nel Salmo 45 Dio ci invita a fermarci per riconoscere la sua presenza tra di noi: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra” (Sal 45,11-12). Dio ci chiede di fermarci, non ce lo impone, ci chiede de fermarci come ci si ferma davanti ad una persona amata, o davanti a qualcosa di bello che ci riempie di silenzio. Fermarsi davanti a Dio significa riconoscere che la sua presenza, riempie l’istante e quindi soddisfa pienamente il nostro cuore».

Che cosa la tradizione monastica e, in particolare, quella certosina hanno da insegnare sull’importanza di scandire con regolarità e ordine i momenti della giornata?

«Si dice che i monaci vivano al ritmo della campana… In realtà la nostra regola ci insegna soprattutto a vivere ogni momento della giornata con quell’attenzione e quella disponibilità all’ascolto, che può aiutarci a riconoscere la ricchezza di tutta la realtà. Ogni cosa che facciamo, ogni attività che dobbiamo svolgere, anche il riposo, tutto ha una grazia propria, un tesoro che ci viene svelato e donato, se sappiamo fare tutto senza affanno e con regolarità. La nostra giornata deve essere quindi “sinfonica”, ogni cosa deve avere il suo valore e ogni cosa va fatta al suo momento giusto, senza creare disordine e senza attaccarsi all’una o all’altra attività a scapito delle altre: tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio e tutto è ricco di grazia».

In queste settimane i fedeli cattolici sono anche chiamati al digiuno dall’eucarestia: è una quaresima particolare, questa, in cui davvero si fa esperienza del “deserto”. Le Messe con il popolo sono sospese nella maggior parte del mondo occidentale, e non solo. Nella storia del monachesimo il digiuno dall’Eucarestia è ricorrente: in Oriente come in Occidente chi si ritira dai centri urbani per abbracciare una vita di silenzio e di contemplazione, eremitica, se non è sacerdote, non ha la possibilità di accedere all’Eucarestia, anche per anni. Su questo che cosa può dire il monachesimo all’uomo di oggi?

«La pratica quaresimale del digiuno eucaristico sopravvive ancora nel Rito Bizantino e, in forma minore, nel Rito Ambrosiano. Da noi, nei tempi passati, i fedeli si accostavano alla comunione piuttosto raramente, tanto che vi era il precetto che diceva di fare la comunione “almeno a Pasqua”. Oggi le cose sono cambiate e la possibilità di accostarsi quotidianamente all’Eucaristia è molto importante per la vita dei fedeli, tuttavia è anche importante mantenere vivo il bisogno e il desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, per riscoprire che ciò che ci viene donato è un mistero straordinario e per niente scontato. Nell’amore non c’è niente di peggio dell’abitudine e questo vale e soprattutto nell’amore per il Signore: Lui ci dona sé stesso in un atto di sacrificio che deve sempre trovarci colmi di desiderio e di gratitudine, di gioia e di timore. In questi giorni mi capita di pensare a quando finalmente sarà possibile per i fedeli riaccostarsi agli altari per ricevervi l’Eucaristia, immagino le loro lacrime, la gratitudine, la lode del cuore: sarà una vera Eucaristia!»

Questi giorni per la vostra comunità sono coincisi anche con la scomparsa del certosino Dom Elia Catellani, un uomo di grande spiritualità. Che ricordo Lei ha di Dom Elia?

«Quello che è notevole nella storia spirituale di D. Elia è la percezione che lui aveva della sostanziale unità della sua vocazione, pur nella molteplicità di vicende che ha attraversato. La sua forte propensione pastorale, il desiderio di incontrare la gente, di accogliere tante anime bisognose di conforto, tutto ciò che alla fine lo avrebbe portato a vivere fuori dalla Certosa, lui non lo ha mai vissuto in modo conflittuale o polemico, ma quasi con la semplicità di un bambino che non si pone problemi, con una grande libertà spirituale. Ed è proprio questa la dote monastica di D. Elia, che mi sembra importante evidenziare: una grande libertà spirituale, unita però ad un forte senso degli obblighi che aveva come religioso e come sacerdote. Se da una parte lui è stato sempre molto scrupoloso, così come anche fedelissimo al dovere della preghiera, d’altra parte la sua apertura mentale gli consentiva di accogliere, comprendere ed aiutare tutte le persone che si rivolgevano a lui, sia in Certosa che fuori. Infatti tutti lo ricordano sempre disponibile, sempre accogliente, sempre sorridente, quando gli si chiedeva un aiuto di qualsiasi tipo. La gioia che D. Elia sapeva esprimere ricorda quella caratteristica di San Bruno che si legge nel titolo funebre scritto, in occasione della sua morte, dai monaci di Calabria: Semper erat festo vultu (Aveva il volto sempre lieto). Chiunque ha conosciuto D. Elia ricorderà con affetto quel volto “sempre lieto” che lo faceva tanto somigliare al nostro Padre Bruno, una letizia che si trasmetteva a tutte le persone che lo incontravano, una letizia che con semplicità mostrava il vero valore delle cose che contano e di quelle che passano. Una letizia che sapeva esprimersi con un delicato sorriso, come quello che è rimasto sul suo volto perfino dopo il decesso e che tutti ricorderemo».

Ringrazio l’autore dell’intervista, che ha consentito a Dom Ignazio di illuminarci in questo tempo tormentato, con le sue parole sulle quali vi prego di riflettere e meditare…

Voglio in questo articolo invitare tutti a pregare per tutte le vittime, i loro congiunti e tutti gli ammalati di questo terribile morbo, che sta flagellando il nostro pianeta.

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Emergenza Covid-19.Un messaggio dalla certosa

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Cari amici lettori del blog, in maniera del tutto inaspettata, a causa dell’ imperversare del maledettamente noto Coronavirus, pubblico questo articolo straordinario. Ma credo, che il suo contenuto possa provare a lenire le preoccupazioni e le sofferenze legate a questa emergenza. Si tratta del testo di un messaggio diffuso poche ore fa da Padre Priore della certosa di Serra San Bruno, Dom Ignazio Iannizzotto. Non aggiungo altro, vi lascio alle sue parole.

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Cari fratelli e care sorelle,                                                              10 marzo 2020

non avremmo mai pensato di trovarci in una situazione tale che si dovesse sospendere la celebrazione della Santa Messa per il pubblico, non solo nella cappella esterna della nostra Certosa, ma anche in tutte le chiese. Tuttavia dobbiamo attenerci alle indicazioni che le autorità hanno stabilito, nella consapevolezza che la responsabilità di tutti sarà l’unica via per superare questo momento di emergenza.

In questi giorni sono arrivate in Certosa molte telefonate di persone che volevano esprimere il loro dolore e la loro costernazione per la privazione della Messa e dell’Eucaristia. Vi siamo vicini con tutto il cuore e offriremo ogni giorno la vostra sofferenza sull’altare.

Noi certosini da sempre celebriamo l’Eucaristia in clausura separati da tutti, ma la nostra Eucaristia è stata sempre celebrata per tutti e in comunione con tutti. Adesso la straordinaria circostanza in cui ci troviamo ci chiama a vivere ancora di più questa speciale comunione: noi continueremo ogni giorno, come sempre, la solenne celebrazione comunitaria del Santo Sacrificio e lo faremo insieme a tutti voi, offrendo la nostra comunione soprattutto per coloro che in questo momento sono privati della partecipazione all’Eucaristia.

In questa situazione non bisogna lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della vita spirituale, ma piuttosto intensificare l’unione col Signore con la preghiera, offrendo a Dio la nostra impotenza, la nostra sorpresa, il nostro timore.

Ogni giorno, i monaci certosini, andando alla Messa conventuale delle 08.00, pregheranno in modo speciale per tutti coloro che non possono parteciparvi, vi invitiamo quindi ad unirvi alla nostra preghiera e alla consacrazione che farà il sacerdote sull’altare. Così come vi chiediamo di unirvi a noi anche per i Vespri, che vengono celebrati ogni giorno alle 17.00, alla fine dei quali faremo una preghiera speciale per l’epidemia.

Possa l’intercessione della Vergine Maria e di San Bruno nostro Padre liberarci da questo male e ridarci la gioia della fraternità.

Un caro abbraccio a tutti, in comunione di preghiera.

Fr. Ignazio

Priore della Certosa

 

Preghiamo tutti insieme il nostro amato

San Bruno

Il prezioso libro di Dom Dysmas de Lassus

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Come era stato annunciato negli articoli riguardanti l’intervista al Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, lo scorso 5 marzo è uscito in Francia l’atteso libro dal titolo: Risques et dérives de la vie religieuse.

Per la prima volta, parla il priore dei certosini, rompendo il canonico silenzio. Nel nome di una millenaria tradizione di vita spirituale, denuncia l’era dell’abuso mentale che stiamo attraversando, nella Chiesa e nel mondo. Questo libro risulta essere una guida libera e liberatrice. Per tutti.

Non vi sono solo abusi sessuali nella Chiesa. Ci sono anche abusi spirituali.

Una rarità estrema, che Dom Dysmas de Lassus, priore generale certosino, esce dal suo silenzio per denunciare comportamenti inaccettabili da parte di superiori o fondatori di comunità religiose maschili e femminili. Radicato nella tradizione della vita monastica e in una solida teologia della vita religiosa, l’autore offre elementi diagnostici che consentiranno di misurare i pericoli di alcune pratiche spirituali o del governo delle comunità. Elabora così una proposta positiva sui maggiori equilibri che offrono crescita personale e comunitaria nel rispetto delle persone e della tradizione.

Una ricerca della verità necessaria e un tuffo edificante negli abusi degli ordini religiosi. Come vi dicevo una vera pietra miliare, edificante per tutti coloro che lo leggeranno.

Dom Dysmas de Lassus

Dom Dysmas de Lassus

Ecco per voi un breve estratto del libro, attendendo la sua uscita in Italia e nel resto del mondo.

Discreta bellezza

“Abbiamo parlato molto delle malattie, abbiamo parlato rapidamente dei rimedi, non dovremmo, prima di concludere, parlare un po ‘di salute? È molto più difficile, o addirittura impossibile, definire a causa della sua poliedrica ricchezza. Le situazioni di deriva non dovrebbero farci dimenticare le innumerevoli comunità che vivono senza far rumore il loro amore per il Signore nella semplicità e nell’infermità della nostra condizione umana, nella prova quotidiana e purificatrice della vita comune e nel dono di sé di cui offre l’opportunità. Gesù andò a Nazareth senza che nessuno capisse chi fosse. La maggior parte delle comunità religiose partecipa a questa sepoltura.”

 

 

 

Addio Padre Elia

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Cari amici, è con la tristezza nel cuore che scrivo questo articolo per annunciarvi che il nostro caro amato Dom Elia Catellani è salito alla casa del Padre. Per chi non lo ricordasse, vi ho parlato in precedenti articoli di questo certosino speciale, che da alcuni anni aveva avuto una dispensa per vivere da eremita al di fuori di una certosa.

Ieri ho ricevuto la notizia, che all’età di 89 anni ha terminato i suoi giorni terreni nell’ospedale “Pugliese” di Catanzaro. Dopo aver lasciato la certosa di Serra San Bruno nel 1995, Padre Elia aveva cominciato l’esperienza eremitica presso l’ex convento francescano a Soreto di Dinami in provincia di Vibo Valentia. A causa della età avanzata e per le precarie condizioni di salute si era trasferito al centro residenziale di Villa della Fraternità di sant’Andrea Apostolo dello Ionio, dove ha trascorso gli ultimi tempi, fino a ieri quando dopo un ulteriore malore, trasportato in ospedale è deceduto. Lascia un vuoto incolmabile per chi lo ha conosciuto di persona, ma anche a chi ha avuto modo di conoscerne le sue virtù. Le sue spoglie verranno inumate nel cimitero della certosa di Serra San Bruno, dove quindi farà ritorno, ricongiungendosi con tutti i suoi confratelli in esso sepolti. Preghiamo per la sua anima.

Che Dio Padre lo accolga tra le sue braccia

Réquiem aetérnam dona eis, Dómine,
et lux perpétua lúceat eis.
Requiéscant in pace.

Croce Amen.

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Cimitero della certosa di Serra San Bruno

Dom Dysmas de Lassus sugli abusi in religione (Parte seconda)

Dom Dysmas de Lassus nel cimitero della Grande Chartreuse

Proseguiamo, cari amici, il resto dell’intervista rilasciata da Dom Dysmas de Lassus, parole forti che denunciano una situazione definita cancerosa. Continuiamo la lettura e scopriamo il resto…

Nella storia della vita religiosa, i fondatori hanno sempre un posto importante?

Jean-Marie Gueullette mi diceva che, per i domenicani, san Domenico è l’iniziatore. Non minimizzava la sua importanza, ma non lo presentava come una figura immensa. Il fenomeno del sovradimensionamento del fondatore è, ritengo, un fatto moderno. Ora, quando si tende al culto della personalità, lo Spirito Santo fa tanta fatica a passare…

Come affrontare il tema dell’obbedienza?

C’è un problema, per imparare l’obbedienza nella Chiesa. Storicamente, sull’argomento si è passati da un estremo all’altro. Con il Concilio Vaticano II, è stata rimessa in discussione una concezione troppo rigida dell’obbedienza; siamo tutti d’accordo nel dire che il cambiamento era necessario. E tuttavia… il timore di un eccesso di regole è tracimato in un’assenza di regole e, conseguentemente, ciò ha spesso comportato che la persona con maggiore influenza si imponga. Questo, coniugato con un desiderio di vita nello Spirito Santo, ha potuto generare la delega a una persona umana di un’autorità che essa non avrebbe dovuto avere.

Negli istituti religiosi antichi, si sa che il voto di obbedienza è sempre fatto in un quadro: un benedettino promette di obbedire al suo abate… nella misura in cui costui si esprime all’interno della Regola. Obbedire è un agire: nessuno può imporre un pensiero per obbedienza. Questo sembra semplice, ma oggi tocchiamo con mano quante derive verso l’abuso hanno avuto luogo in ragione dell’oblio di tali evidenze. Il religioso che obbedisce conserva sempre un’intelligenza e una responsabilità. Nessuna ingiunzione all’unità – cosa molto colpevolizzante! – deve far scomparire il discernimento personale. Dicevo spesso ai novizi che non si obbedisce che se lo si vuole. È una cosa decisamente flagrante, nel nostro ordine, perché viviamo in solitudine: nessuno sorveglia chi fa cosa nella sua cella – e nessuno deve farlo. Nella vita religiosa, promettiamo obbedienza a Dio attraverso un’autorità umana – un priore, un maestro dei novizi. Questo “attraverso” è fondamentale.

Quali sono i rimedî alle derive nella vita religiosa?

Penso che le derive settarie intervengano quando non si cerca piú di formare delle persone ma si corre dietro a un modo di funzionamento unitario, liscio. Ora, il cuore della vita religiosa sta nell’aiutare i suoi membri a stare nel profondo di Dio, prima di essere figli della comunità. Essi devono allora sentire questa libertà nella comunità, anche se non sono indipendenti: libertà di restare esprimendo dei disaccordi, libertà di partire senza vedersi predire ogni sorta di catastrofi, se non si è ancora impegnati.

Il primo passo della guarigione è comprendere la malattia con la quale abbiamo a che fare. Tecnico per temperamento, penso che mostrare i meccanismi apra la porta a una presa di coscienza di quanto non è “normale”. Poi, bisogna voler cambiare. Gli elementi di una deriva settaria assomigliano a una ragnatela, con dei punti di sostegno incrociati: toglietene uno e il resto viene meno. Per esempio, per cambiare una struttura piramidale nefasta basta volerla cambiare, anche se le conseguenze di piccole trasformazioni in modi d’azione sedimentati, in una comunità e nelle persone, fanno paura. Può volerci del tempo. Ce ne vuole molto per acclimatarsi all’idea di un prete aggressore. Ce ne vuole anche per accettare l’idea che una comunità, anche riconosciuta e blasonata, possa ospitare abusi al suo interno.

Voler ascoltare le vittime è già una breccia nel sistema abusivo. Nelle ultime comunicazioni di Papa Francesco sugli abusi – la Lettera al Popolo di Dio, la lettera apostolica Vos estis lux mundi– ho sentito un vero appello a che la parola si liberi. Un appello a che, davanti a questa parola liberata, ci sentiamo tutti parte in causa. Anche per questo il mio libro si inscrive in un reale servizio ecclesiale.

Di fronte alle rivelazioni di abuso concernenti Jean Vanier, come fare fronte a un senso di scoramento?

Prima che il mio libro prendesse forma, avevo consegnato le mie riflessioni in un testo che ha costituito la mia prima tappa di scrittura sulle derive nella vita religiosa. Esso è circolato nelle comunità cristiane e in ambienti religiosi. Un giorno ho ricevuto la lettera di una provinciale di un ordine antico che mi diceva di tutto il bene che questo testo – dato in lettura alle suore – aveva fatto. Non era destinato a loro, ma quella superiora pensava che fosse importante interpellare le formatrici della sua provincia, anche se non si trovavano in una situazione di deriva settaria. Io affermo che abbiamo, nella vita religiosa, la capacità interna di rimetterci in questione.

Del resto, vediamo congregazioni duramente toccate che si trasformano: la fraternità di San Giovanni fa un lavoro interessante, ad esempio; rimettere in discussione il fondatore nello spazio di sei anni resta un bel passo in un tempo breve – anche se le vittime hanno dovuto attendere troppo a lungo. Ma guardate le Fraternità di Gerusalemme: appena è uscito il racconto di una vittima del loro fondatore, hanno lanciato un’inchiesta e un appello alla testimonianza. Solo qualche anno fa ciò sarebbe stato impensabile.

Il lavoro di scrittura ha avuto degli effetti sulla sua vita religiosa personale?

Riconosco che sí, ha avuto un vero impatto sulla mia vita, da quattro anni a questa parte, soprattutto perché non amo scrivere! E poi perché l’argomento è doloroso. Eppure so cos’è la vita in Certosa e, da quando sono priore, non è piú quella che conduco: sono costantemente immerso in comunicazioni per assicurare il governo dell’ordine.

A che cosa assomiglia la vita di un certosino “normale”?

Se procede bene, assomiglia anzitutto a una bella storia d’amore, come ogni vita religiosa! È la sola cosa che possa giustificare una vita come la nostra, altrimenti la solitudine diventa isolamento. Ho l’abitudine di dire che un certosino dovrebbe essere – e talvolta lo è – l’uomo meno solo al mondo, perché il nostro fine è stare sempre con Dio. Il silenzio e la solitudine non sono che dei mezzi per arrivarci.

Questa vita non assomiglia invece all’immagine che la gente se ne fa. Lotto invano contro l’idea che saremmo privi di gravità, quasi sospesi «tra cielo e terra», come dice Robin Bruce Lockart in uno dei suoi libri. Quando si è in una comunità, si tengono sempre i piedi nel fango! Abbiamo una vita vicinissima a ogni vita normale, con gelosie, momenti di rabbia, contesti di fraternità, anche discussioni… Perché non siamo né eremiti né completamente in silenzio.

Chi arriva alla Certosa vive uno scarto tra il ritmo della società che lascia e la vostra vita?

Lo scarto tra il mondo e la nostra vita è colossale. Conservo in me un ricordo imperituro del mio primo Natale in Certosa, a 21 anni. Vengo da una famiglia numerosa e, la sera di Natale, ero sempre con tante persone. Qui, prima del 26 dicembre non c’è assolutamente niente. È stato uno choc. Quelli che oggi si uniscono a noi non hanno problemi a ritrovarsi senza telefono, senza internet. La vera difficoltà riguarda la fragilità delle psicologie, che incontriamo molto piú che in passato. Impegnarsi “per sempre” non è piú una cosa scontata, nella nostra società. I profili che incontriamo hanno conosciuto situazioni famigliari scoppiate, percorsi poco lineari. La questione di una fedeltà fino alla fine della vita è molto piú complicata da imparare. Abbiamo rinforzato la formazione iniziale perché i postulanti portano in sé un po’ del “bazar” di questo mondo che non sempre li ha ben strutturati. Però alcuni scoprono il cuore della nostra vita.

È una vita bella, perché tutto quello che la abita ha un senso. Quante persone oggi hanno una vita che non ha senso? E poi è un lungo cammino, perché con noi certosini il Signore non ha fretta.

dom dysmas

Dom Dysmas de Lassus sugli abusi in religione

Dom Dysmas e la Grande Chartreuse

Dom Dysmas e la Grande Chartreuse

Cari amici, apro questo mese di marzo con una preziosa intervista rilasciata dal Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, al sito francese cristiano d’attualità “La Vie”. Dom Dysmas ha ricevuto “La Vie” alla Grande Chartreuse, a pochi giorni dall’uscita di un suo libro, frutto delle sue riflessioni sugli abusi nelle comunità religiose. Per ora vi propongo l’intervista integrale, tradotta dal francese rilasciata lo scorso 11 febbraio alla giornalista Sophie Lebrun che pone interessanti quesiti al Priore certosino, il quale risponde con il suo stile su temi molto delicati.
Già questa intervista sembra una pietra miliare, immaginiamo cosa sarà il contenuto del libro!
Essendo il testo molto lungo ho suddiviso in due articoli l’intera intervista. Buona lettura.
La neve si fa attendere, quest’anno. A malapena imbianca le falesie del Grand Som, che si slancia verso il cielo culminando a 2026 metri. Ai suoi piedi, i numerosi edifici del monastero della Grande Certosa, muri bianchi sovrastati da tetti grigi, si annidano in un angolo della vallata. Malgrado i numerosi cartelli “zona di silenzio” scritti sotto lo schizzo di un monaco, i colpi di martello su barre di ferro risuonano da una parete rocciosa all’altra. «Siamo in un edificio dichiarato monumento storico: ci sono sempre dei lavori…», spiega Dysmas de Lassus, ministro generale dei Certosini, che ci accoglie davanti al grande portale rosso del suo monastero. Fatto eccezionale, l’uomo dal saio bianco e dalle folte sopracciglia ci accompagna oltre la scritta incisa in nero su una targa in legno: “Il monastero non si visita”. Penetriamo nella Grande Certosa. Una volta dall’altra parte della enorme porta di legno dall’impressionante serratura – «Anch’essa dichiarata monumento storico», accenna il priore divertito – dobbiamo fermarci. Davanti a noi un giardino con vialetti di ghiaia contornati da siepi di bosso, che conduce a un immenso edificio di quattro piani. In certe famiglie della regione si raccontano ancora le visite lungo i misteriosi corridoi, abbandonati, quando – nella prima parte del XX secolo – i frati erano in esilio in Italia dopo essere stati cacciati dallo Stato francese. Non avremmo attraversato quei quattro cardini arrugginiti fissi nella pietra squadrata. «La clausura comincia qui», si scusa don Dysmas, tanto piú desolato in quanto una donna non può assolutamente oltrepassarla, laddove per un uomo ci sarebbe stata una chance…
Bisognerà accontentarsi delle parole, eccezionali, di questo religioso normalmente dedito a una vita di solitudine e di silenzio. Seduto nel faldistorio di un salone grazioso, sotto lo sguardo di san Bruno, fondatore del luogo e dell’ordine certosino, Michel de Lassus, che ha scelto come nome di religione quello del Buon Ladrone del Vangelo, rilascia a La Vie una lunga intervista in occasione della pubblicazione del suo libro, Risques et dérives de la vie religiose (Cerf).

Perché esce dal suo silenzio?

Non “ho” deciso di parlare, né di scrivere, sugli abusi nella vita religiosa: questa cosa mi si è imposta. Dopo essere diventato priore della Grande Certosa, nel 2014, ho intrattenuto uno scambio epistolare che mi ha condotto a incontrare una donna in difficoltà; sono stato toccato dalla sua testimonianza. Ne ho lette altre, e ancora altre vittime mi hanno sollecitato per dei colloqui. Nella nostra regola si trova specificato che noi non facciamo direzione spirituale: difatti non è quanto ho fatto, però ho potuto essere una persona in ascolto per coloro – principalmente delle religiose o delle ex suore – che non avevano trovato orecchie attente. Davanti alla coerenza tra i racconti di abusi in comunità molto differenti, ho progressivamente preso coscienza che siamo davanti a un problema considerevole.

Siamo dunque di fronte a una situazione storicamente rilevante?

La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica indica che, nel 2018, il 3,8% degli istituti nel mondo è toccato da una visita apostolica e dunque presenta motivo d’attenzione. Un dato che è al contempo piccolo… e grande; se non bisogna dire che va tutto male, esso resta elevato in misura anomala. Gli abusi spirituali non sono cosa di ieri – sono cosa umana e sono sempre esistiti –, ma non vedo un periodo in tutto simile a quello che viviamo. C’è, in effetti, la scoperta di un aspetto totalitario nei fenomeni coi quali ci troviamo a confrontarci. Si è molto parlato della questione degli abusi sessuali su minori – è una benedizione che si sia usciti dal silenzio, a tal riguardo –, al punto che per questo specifico aspetto penso che possiamo essere fieri della Chiesa in Francia e del modo in cui essa reagisce. Non lo avrei detto, prima del 2019… Il campo delle violenze sessuali su persone adulte in contesti ecclesiali resta meno noto. Quanto a quello degli abusi spirituali, esso è poco compreso e difficile da apprendere.
La mia riflessione ha incontrato quella di altri responsabili religiosi in Francia. Presidente della Conferenza Monastica di Francia, il padre abate dell’abbazia di Maylis, François You ha posto in essere due anni di studî sugli abusi, nel 2016 e nel 2017, essendosi egli stesso trovato a confrontarsi col problema. Quest’ultimo anno, egli ha proposto che l’assemblea regolare dei superiori monastici si tenga alla Grande Chartreuse perché io potessi assistervi. Non eravamo pronti a ricevere quaranta persone tutte insieme! È stato un momento di confronto importante per una presa di coscienza generalizzata. Mi ricordo delle parole d’introduzione di François You: sono i superiori di comunità che hanno creato le situazioni di abuso, non sempre avendo cattive intenzioni. Forse siamo tutti minacciati da codesto cancro, dunque sarà meglio sapere di che cosa si tratta.

Quali sono i sintomi di codesto “cancro”?

Codesta malattia è resa visibile anzitutto dallo stato di quante e quanti lasciano la vita religiosa a pezzi, distrutti. Ho sentito da parte loro questa terribile frase: «Non so piú chi sono». È totalmente anormale! Ci sono alti e bassi, nella vita religiosa (come in tutte); ma quando si esprime che non si trova piú il senso della vita, l’urgenza della situazione dovrebbe balzare alla vista.
Essendo stato per vent’anni maestro dei novizi, mi è capitato di confrontarmi con un giovane religioso preso da pensieri suicidiarî. La sera stessa l’ho mandato a stare con degli amici perché non restasse solo. Quando – raggelato dalla testimonianza di una donna che ha accompagnato delle suore alla loro uscita da una comunità – tutte, con la sola eccezione di una, avevano avuto l’idea di mettere fine ai loro giorni – ho trasmesso l’informazione a dei responsabili in seno alla Chiesa per i quali ho stima da piú punti di vista… e non c’è stata reazione alcuna… Il livello di anestesia è colossale!

Quali sono le cause di questa malattia generalizzata?

La piú facile da identificare è una struttura piramidale costruita attorno a un superiore. Egli riceve tutte le informazioni e limita, o impedisce, il dialogo profondo tra i membri della comunità. La deviazione si colloca allora al livello del controllo. A questo può aggiungersi l’ingiunzione della trasparenza, un terreno scivoloso che sconfina nel controllo dei pensieri. José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, sottolinea il rischio di un istituto che si considera al di sopra degli altri, insistendo su un ruolo di “salvatore della Chiesa” che avrebbe ricevuto.
Questi elementi possono sussistere in diverse gradazioni, e una gradazione va tenuta a mente; ma quando essi entrano nello spirito delle persone queste non possono piú lottare, a poco a poco esse perdono coscienza di cosa sia la discrezione – nel senso monastico del termine, vale a dire la facoltà di discernere, il potere di fare una scelta libera. Esse non sanno piú che cosa sia un’interiorità realizzata. Alcune si ribellano, davanti a questo; eppure, se una persona all’interno di una comunità deviante può percepire intuitivamente degli elementi, essa non può convincersi da sé. Da solo, uno finisce col dirsi che ha torto, che il problema è lui, che ha capito male; perché non può avere ragione contro tutti. E allora si abdica davanti agli altri, davanti all’autorità.

Nella vita religiosa il rapporto con l’autorità è importante. In che cosa sarebbe un segnale di rischio?

La maniera di esercitare l’autorità è spesso una faccenda di trasmissione. Giovane scout, poi ufficiale di riserva in quanto capo-sezione in montagna durante il mio servizio militare, da parte mia ho ricevuto dei punti di riferimento. È stato osservando dom André, mio priore per vent’anni, che mi sono forgiato nella materia. Noi Certosini abbiamo nove secoli di tradizione – è un’eredità pesante da portare, ma dà una stabilità che garantisce grande sicurezza. Nelle comunità nuove c’è maggiore libertà… ma non è piú facile. Spesso la struttura di controllo viene impostata per paura di perdere il potere, alla nascita dell’istituto. Ora, quando il fondatore o la fondatrice la pone in essere – non necessariamente con malafede – la seconda generazione la eredita: o la rimette in discussione, o la mantiene identica a sé stessa, reiterando gli errori del passato.

È difficile mettere in discussione la propria eredità…

Questa difficoltà si annida nel passaggio da un’avventura quasi famigliare, delle origini, a una struttura piú grande. Io vengo da un contesto marittimo e mi viene un’immagine che esprime bene questa realtà: fare della vela e comandare una portaerei non sono cose che si fanno alla stessa maniera. In un piccolo gruppo, si seguono le idee del fondatore e tutto si discute. Quando il gruppo cresce, non si può continuare. Diventano indispensabili capitoli tra membri e formazioni adatte per tutti; vengono espressi i pareri divergenti e il movimento di tutti diventa piú lento. Ciò permette all’autorità di restare sufficientemente decentralizzata, e lo spirito dell’istituto non è perduto. L’agilità degli inizî lascia il posto a un appesantimento delle strutture che in sé non è cosa cattiva: una portaerei pesa piú di una barca a vela, non ci si può far nulla! Di sicuro non basta piú che il fondatore o i suoi successori schiocchino le dita perché tutta la carovana si muova… ma è piú sano. Ogni potere deve invocare un contro-potere; l’espressione di contrappesi e di resistenze fa parte degli elementi di equilibrio.
Continua…