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Fratello Pedro Geinoz

Fratello Pedro Geinoz

Donato di La Valsainte

Abito Fratello Donato

Pedro Geinoz, di origine svizzera, faceva il falegname nella ‘Valle de la Gruyère’. Un uomo retto, di carattere dolce, natura aperta, un cristiano senza paura, era come coloro che non transigono mai con la coscienza. Abitando ad alcune ore dal monastero, trascorreva le sue domeniche con i «buoni Padri». Ogni volta che ci andava, tornava con alcune strane impressioni. Erano i primi tocchi della grazia. Egli non sospettava, per ora; ma non cessava di ascoltare. La voce dall’Alto diventava ogni giorno più distinta, e egli la percepiva come: «Non è in La Valsainte che Dio ti chiama, come ha già chiamato molti dei tuoi compagni? Se questa è la tua volontà, ti rifiuterai di seguirla?» Questo dubbio divenne per lui un tarlo, Geinoz tornò alla Certosa con la ferma intenzione di non fare ritorno.

Ricevette l’abito santo e fece la donazione con un entusiasmo ammirevole e una soddisfazione visibile. Ben presto si distinse per una serie di rare qualità e insolite virtù.

Come istruzione, possedeva solo una piccola formazione dei giovani della sua condizione. Il Dio della scienza si impegnò a completarla. In poco tempo, il buon fratello acquistò conoscenze prodigiose, delle quali non sapeva nemmeno una parola un paio di mesi prima. Si direbbe, a sentirlo, che era un dottore della ‘Sorbonne’. Che ammirazione nella scuola di un tale maestro!

Egli, nella sua semplicità, sembrava molto naturale. Non cambiò nulla delle sue abitudi. Lo testimonia il seguente fatto…Colpito da una malattia che lo faceva soffrire molto, chiese al Vicario di indicargli un palliativo efficace.

«Ah! egli dice, se solo potessi dedicarmi a qualsiasi occupazioni…diventare utile!

A cosa pensi, Fra Pedro? Hai ancora fede? Invece di perdere tempo a lamentarti, gettati ai piedi del Bambino Gesù e pregaLo di guarirti.»

Il povero uomo non chiese più niente. Si prostrò davanti al tabernacolo e con la voce piena di lacrime esclamò:

«Signore Gesù, il Vicario disse che non ho più fede. Per dimostrargli il contrario, restituisci la mia salute, senza la quale non sarò più di una bocca inutile.»

E Pedro Geinoz si alza guarito!

Morì ancora giovane, in un incidente, schiacciato da un oggetto di legno il 29 novembre del 1642.

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Dio è una serena evidenza (parte seconda)

Brother Marcellin Theeuwes, former general prior of the Carthusians, Taize, july .2015

Come vi avevo preannunciato ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Dom Marcellin Theeuwes.

“Dio è una serena evidenza”

parte seconda

 I due pilastri della vita certosina sono il silenzio e la solitudine, che sono spesso fraintesi nella nostra vita moderna. Come capirli?

– Il silenzio e la solitudine inquietano. Tutto è fatto nelle nostre società per riempirli il più presto possibile. Ma senza il minimo di silenzio e solitudine, l’uomo perde di vista se stesso, non riesce più ad ascoltare ciò che si mormora in lui. Questi due pilastri permettono progressivamente di imparare a “abitare con se stesso” come diceva San Benedetto. Non è imprigionare il silenzio e la solitudine come faremmo con gli animali selvatici, ma di entrare progressivamente, amichevolmente, come passiamo attraverso una porta stretta verso uno spazio di maggiore libertà. La solitudine ed il silenzio permettono una discesa profonda in noi stessi, non ci isola, aiutaci a decentralizzarci: il silenzio ci apre alla Parola e la solitudine alla presenza di Dio. Questi due pilastri possono essere fecondi nel cuore di un’esistenza vissuta nel mondo, nella vita familiare e professionale. Come abitare la propria esistenza, come tessere legami fecondi con l’altro, se si è rivolto al di fuori di se stesso? Vissuti abbastanza radicalmente per vocazione e predisposizione interiore dai certosini, il silenzio e la solitudine sono anche indispensabili a ogni vita umana.

I certosini vivono la giornata nella cella, dove pregano, lavorano e mangiano da soli. Perché questo isolamento?

– Non si tratta di un isolamento, ma di una risposta a una chiamata. La cella offre un luogo dove si impara a vivere con se stesso per mantenersi alla presenza di Dio. Un’ascesi che corrisponde ad una vocazione particolare, un sentiero paradossale di liberazione.

Forse è l’ aspetto più “ruvido” della vita certosina?

– No. Spesso più difficile sono l’obbedienza e la vita comunitaria. L’obbedienza non è una risposta “militare” ad un ordine esterno, ma è un dono di autodeterminazione. È lasciarsi condurre dove, spontaneamente, non abbiamo il desiderio di andare. Una strada di umiltà dura in certi momenti…ma il frutto è così spesso la gioia! Nella vita di comunità, i limiti umani, le differenze, le personalità si confrontano. È un’esperienza di spogliamento. La realtà quotidiana, lontano da una visione un po’ sognata della vita monastica, ci chiama ogni giorno alla conversione!

 La parola chiave è “l’umiltà”?

– Sì. Accettare le nostre debolezze, senza cadere in un cattivo senso di colpa, perché il nostro Dio ci accoglie con i nostri fardelli. Non essere per se stesso un maestro troppo severo; guardare te stesso, senza compiacimento, ma con misericordia.

 Il grande appuntamento, è l”Ufficio Notturno. Una veglia che vi costringe ad alzarsi a mezzanotte per quasi tre ore di preghiera…

– L’Ufficio è quello che ci segna di più. Il mondo dorme, una buona parte della vita attiva si ferma, il silenzio è più significativo. In quest’ora ci alziamo unicamente per pregare e condividere un grande momento di intimità con il Signore. Noi “degustiamo” i salmi leggermente. Siamo collegati al mondo, agli uomini e alle donne che affidiamo alla tenera misericordia di Dio. Questo Ufficio Notturno è la fonte che irriga la mia vita di monaco certosino!

 Una fonte che ti aiuta a “trovare” Dio?

– Forse di più per consentirGli di unirsi a me. Non so se “trovo” Dio attraverso gli sforzi fatti per raggiungerLo. Chiaro, l’ascesi è necessaria, ma è sempre Dio che agisce per primo. È Egli che ci avvicina di noi e ci cerca, nonostante le nostre debolezze e le nostre difficoltà a riconoscerLo. Noi possiamo alimentare il nostro ardente desiderio di raggiungerLo. In certi momenti di grazia, accade l’incontro; allora, sì, oso dire che “trovo” Dio!

Dopo più di 50 anni di vita monastica, Lo conosci un po’ meglio?

– Dio rimane sempre l’Altro, e ci sfugge. Ma la Sua esistenza diventa per me ogni giorno più di un’evidenza…

“Un’evidenza”? È una parola forte!

– Non riesco a trovare altro. Dio è per me una serena evidenza. Sono sicuro del Suo amore infinito.

 Il nostro tempo è piuttosto segnato dal dubbio…

– Sarà che alcuni credenti non si accontentano? Non conviene, uscire da questo mezzo, per osare affermare, tranquillamente, che Dio esiste, che Lo vediamo all’opera nelle nostre vite, nella storia? Ritornare alla catechesi e alla predicazione, più esplicitamente alle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità? Nel nostro battesimo abbiamo ricevuto la grazia di credere in Dio, di sperare nel Suo amore ed amare come Egli ci ama. La fede non è un semplice auspicio umano, è una speranza. Dobbiamo lasciarla agire. Affrontare ciò che è talvolta descritto come “l’assordante silenzio di Dio”, uscire da una sordità prima di tutto segnata dall’assenza del desiderio di incontrarLo.

Il male, la sofferenza, restano come i grandi ostacoli alla fede…

– La sofferenza, la malattia, la morte sono inerenti alla nostra condizione. Attraverso Cristo, possiamo imparare a vivere con queste ferite e scoprire che la morte non ha l’ultima parola. Per la Risurrezione, possiamo avere la speranza di una vita che trascende la morte. La morte come un passaggio, un’immersione nell’amore di Dio.

Si tratta di osare abbandonarsi?

– Sì, bisogna affidarsi al Padre e dirGli con Cristo: “non la mia volontà, ma la Tua volontà”. Non abbiamo tutta la vita per imparare quest’abbandono; osare fidarsi nonostante l’enigma del male e della sofferenza; credere, nonostante ciò che sembra contraddirlo, perché Dio vuole solo una cosa: la nostra felicità.

Il grande cammino che conduce alla felicita è la preghiera?

– Sì. Ed il modo migliore di imparare a pregare è quello di mettersi in preghiera, cioè, il coraggio di credere che c’è qualcuno ad ascoltarci. La preghiera è un atto di fede in Dio.

Cosa fare quando non c’è più gusto nella preghiera?

– Bisogna perseverare, resistere, nonostante tutto. Appoggiarsi sui salmi, sulla preghiera della Chiesa, sul Vangelo…Affidare questo tempo di deserto al Signore. Aspettare…

Dom Agustin Guillerand (1877-1945), uno dei vostri fratelli certosini, descrive l’anima orante come “un paese invaso: dobbiamo liberarci, buttare fuori il nemico”.

– La preghiera è una lotta, perché non è così ovvia, richiede uno sforzo, un impegno, una piena consapevolezza. Non si entra in preghiera come si siede a tavola! Non è una necessità fisica, ma un desiderio che corre il rischio di attenuarsi. È essere davvero lì, lavorare sulla nostra presenza davanti a Dio. Riconoscendo umilmente che siamo segnati dalla mancanza, dall’incompletezza, mai all’altezza dell’aspettativa di Dio. Sempre dipendente dalla Sua grazia…Questa grazia che ci è data in abbondanza nel mattino della risurrezione.

Dio è una serena evidenza (parte prima)

Dom Marcellin Theeuwes

Nell’articolo odierno, vi propongo la prima parte di una recente intervista rilasciata lo scorso marzo da Dom Marcellin Theeuwes, già Priore Generale dell’Ordine certosino ( 2005-20012) alla rivista francese “Prier”.

Dio è una serena evidenza”

parte prima

L’esistenza dei monaci certosini intriga molti. Qual è il centro della vostra vocazione?

– Diffidiamo del carattere “misterioso” dei certosini. Si tratta, per diversi aspetti, di una vocazione semplice e simile a molte altre. Si tratta di andare, umilmente, all’incontro di Dio. Ciò che può sorprendere, è il carattere un po’ estremo della via che prendiamo e che ci immerge in silenzio e solitudine. Il nostro scopo è quello di provare a vivere la nostra esistenza davanti alla faccia di Dio, tanto quanto la nostra condizione umana lo permette, senza trascurare i nostri limiti, che sono quelli di tutti gli uomini.

 Quando il futuro San Bruno nel 1084 si addentra nella foresta dove fonda il primo monastero certosino, lui cosa cerca?

– Cerca un modo abbastanza profondo di ritirarsi dal mondo, in modo che nulla e nessuno potesse distrarlo dalla sua ricerca di Dio. In una lettera al suo amico Raul le Verd, egli esprime il suo desiderio: “Ho sete di Dio forte e vivente. (…) Spero nella preghiera che la misericordia di Dio guarisca la mia debolezza interiore e la colmi dei suoi beni, come lo desiderio.” Egli persegue un unico oggettivo: rendere il suo cuore disponibile all’incontro con Dio. Bruno non viene con un progetto di una fondazione stabile, un’organizzazione pensata, una regola di vita…Ha solo l’intuizione che l’internamento nella solitudine e nel silenzio, in compagnia di alcuni fratelli, sarà fecondo. Si tratta di mantenersi davanti al volto di Dio, ma sempre con i compagni animati dallo stesso desiderio esclusivo.

I certosini vivono allo stesso tempo una vita eremitica e comunitaria?

– Noi percorriamo insieme un cammino di solitudine. Nonostante il grande silenzio che tesse la nostra giornata, viviamo una forte vita in comunità. Ci appoggiamo gli uni agli altri per vivere allo stesso tempo una vita “da soli” e “insieme”.

Come sei stato attratto da questa vita?

– Avevo 25 anni quando, colpito da questa vocazione particolare, sono entrato in Chartreuse. Prima avevo vissuto in un’abbazia cistercense in Olanda, il mio Paese d’origine. Ho sempre saputo che volevo vivere in un chiostro. Fin dall’età di 6 anni pensavo alla vita monastica, senza sapere bene da dove proveniva questo desiderio precoce.

Perché hai lasciato i cistercensi per unirti ai certosini?

– Nel 1960 il rinnovamento conciliare è stato uno slancio formidabile. Le dimensioni di impegno sociale e la lotta per la giustizia erano evidenziate. C’era bisogno di agire in nome del Vangelo per trasformare il mondo. Se io avessi aderito a questi orientamenti, penso che le dimensioni della preghiera e della contemplazione le avrei dimenticate. Volevo impegnarmi ancora più radicalmente in una vita di preghiera, convinto che questa era la prima fonte di trasformazione del mondo e conversione degli uomini.

Come sapere se la chiamata proviene da Dio? Come assicurarsi che non proiettiamo su di Lui, i desideri che non sono altro che i nostri?

– Dio chiama, questo è un’evidenza! La Bibbia è piena di racconti da cui Dio invia i segni agli uomini: Abramo, Mosè, Giovanni Battista, i discepoli di Gesù…tutti hanno inteso che Dio li invita a seguirLo. Si tratta di sapere in quali scelte concrete di vita Egli ci invita a rispondere alla Sua chiamata. Certamente, possiamo negare il nostro desiderio di Dio. Ma penso che, più spesso, abbiamo paura di fidarci dei nostri desideri e riconoscere in essi, il desiderio di Dio.

E Dio ci parla attraverso i nostri desideri?

– Il desiderio più profondo che lavora nel nostro cuore è il desiderio di Dio stesso in noi. La vocazione emerge dall’intimo del nostro essere. Una voce che è in me, non è me, ma non può esistere senza di me. Ho bisogno senza cessare di esercitarmi ad ascoltare. Se dopo un tempo di discernimento, essendo accompagnato da un altro più esperto, io credo che questa o quella vita cristiana corrisponde al mio desiderio profondo e potrà costituire per me un cammino di realizzazione, arriva il momento in cui si deve lasciare l’esitazione e prendere il rischio della scelta. E non guardare indietro. Non credere troppo in fretta che si è sbagliato, avere il coraggio, la perseveranza, nonostante i dubbi che non fermeranno di attaccarci. Perché impegnarsi in una vocazione è anche impegnarsi in una battaglia: che consiste nel darsi e farsi prendere.

Guigo, il Certosino (1083-1136), evoca la vita certosina come un progetto di “abbandonare tutte le realtà mutevoli” per consacrarsi unicamente alla ricerca di Dio. Una vita rivolta solamente a Dio è sostenibile?

– Diventiamo monaci per combattere quello che Pascal chiamava “divertimenti”. Cerchiamo un modo di vita che offre le condizioni favorevoli per orientarci verso Dio. Questo non significa che il monaco non fa altro che pensare a Dio. Rimane l’uomo con i suoi limiti. Il suo spirito è catturato da preoccupazioni materiali: preparare il cibo, fare le pulizie, dedicarsi ai compiti della vita comunitaria. Non ci consegniamo a Cristo solo durante i momenti di preghiera e di celebrazione; lo facciamo anche nelle attività più banali della vita quotidiana. Tutto può, allora, diventare preghiera.

La seconda parte dell’intervista segue nel prossimo articolo.

Il giovane ebreo alla ricerca di Dio

Nell’articolo di oggi vi parlerò della storia del celeberrimo Teologo cattolico Dietrich Von Hildebrand e di un suo allievo dell’Università di Fordham nelgli Stati Uniti.

La storia che sto per narrarvi è la storia di una conversione.

Premettiamo subito che Von Hildebrand nato in una famiglia protestante, si era convertito al cattolicesimo nel 1946, diventando poi “il Dottore della Chiesa del XX° secolo” definizione di papa Pio XII.

La storia legata a questo teologo che voglio divulgarvi si riferisce a quando nel 1946, al termine della seconda guerra mondiale, il Professore Von Hildebrand insegnava alla Fordham University. Tra i tanti giovani studenti, vi era un ragazzo ebreo che era stato ufficiale di marina durante il coflitto mondiale appena conclusosi. Egli aveva cominciato a studiare filosofia alla Columbia University, ma ben presto si rese conto che non era quella la sua strada nella vita. Fu così che un amico gli suggerì di recarsi a Fordham, e più specificatamente di contattare il Professor Dietrich. Iniziò così un rapporto empatico tra i due.

Il giovane confidò al Professore, che stando al fronte, ed ammirando tra tanto dolore e sofferenza un tramonto del sole nel Pacifico, intuì di voler cominciare una vita volta alla ricerca di Dio.

Il Professore rimase colpito da quelle parole, e frequentando il giovane apprese da lui che molti insegnanti erano basiti e si mostrarono non disponibili a convertire al cattolicesimo un giovane ebreo.

Dietrich Von Hildebrand, questo immenso teologo, riuscì con le sue parole non solo a convertire il giovane alla religione cattolica, facendogli da padrino al Battesimo, ma come vedremo egli fu testimone anche della vocazione monastica che spinse il giovane a diventare un monaco certosino!

20 Dom Raphael in motherhouse

Un giovane Dom Raphael in Grande Chartreuse

Ma chi era questo giovane?

Raphael Neil Diamond, nacque a Brooklyn negli Stati Uniti il 22 aprile del 1923, fece diversi studi, tra cui anche la musica ed il canto gregoriano, oltre alla teologia e filosofia come abbiamo visto alla Fordham University. Il mentore Von Hildebrand e la passione per il canto gregoriano lo spinsero dapprima a diventare cattolico ed in seguito a decidere di entrare nella Grande Chartreuse nel 1952, laddove fece la professione solenne l’8 settembre del 1954. Fu ordinato sacerdote il 22 marzo del 1958, Dom Diamond fu inviato dall’Ordine a Skyfarm in Vermont per seguire la creazione della nascente certosa americana. Nel 1966 ritornò in Europa e nominato Vicario della certosa di Parkminster, ma nel 1968 fece ritorno nel Vermont per sorvegliare la materiale realizzazione della certosa della Trasfigurazione, e sovrintendere alla organizzazione dell’avvio della vita monastica. Fu dapprima rettore, poi nel 1971 fu eletto Priore e vi rimase in carica fino al 1995. Dom Diamond fu anche Visitatore della Provincia di Francia dal 1987 al 1991. terminò la sua vita terrena il 16 giugno del 1996, dopo quarantaquattro anni di vita certosina.

20 Dom Raphael 1996 in America (1)

Dom Raphael nel 1996, una delle sue ultime immagini

Ho ritenuto utile rendere nota questa vicenda di conversione, poco nota, ma che ancora una volta ci mostra l’imprevedibilità della vita, condotta per noi dai disegni imperscrutabili della Divina Provvidenza. Da giovane soldato ebreo che voleva cercare Dio a primo Priore della certosa della Trasfigurazione, una inenarrabile esistenza.

Fratello Guilherme Raymond

Fratello Guilherme Raymond

Professo di Scala Dei

Corpus Domini

 

Oggi per la ricorrenza del Corpus Domini, ecco a voi una breve narrazione di una “vita esemplare di un fratello converso certosino, vita vissuta, come vedremo, in odore di santità.

Questo buon fratello era professo della Grande Chartreuse e rinnovò i suoi voti a Scala Dei, dove arrivò lì come un ospite.

Fu un uomo di grande virtù, un santo in ogni senso della parola. Non è per caso che registriamo qui questa nota, in sua lode. In essa non c’è nulla di esagerato. Due o tre fatti lo dimostreranno.

Un giorno, mentre si dirigeva ad un’altra camera, un mucchio di demoni in forma di allegri bambini, corsero al suo incontro gridando con tutte le loro forze: «Oh! santo, santo! Venite a vedere il santo!» Arrivando alla cella, il buon Fratello prese una catena di ferro e si flagellò fino il sanguinamento. “I santi! Ecco quel che fanno i santi. Ricetta infallibile contro la superbia”.

Quando era responsabile dell’obbedienza della cucina, aveva l’abitudine di scappare ogni mattina durante la Messa conventuale. Ma dove egli correva? Andava in chiesa al suono della campana del ‘Sanctus’, per adorare la Divina Eucaristia nelle mani del sacerdote. Dalla porta del coro dei fratelli dove si manteneva in ginocchio, non essendo in grado di vedere l’altare, fu più di una volta sollevato dagli angeli.

Un giorno in cui il lavoro lo teneva in cucina, si prostrò al momento della consacrazione e vide distintamente l’ostia santa sull’altare.

La sua morte fu come quelle che ogni religioso può invidiare. Essa arrivò il 24 Aprile 1439.

 

Il Cuore di Gesù è il Libro del Divino Amore

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La meditazione che vi offro oggi, è sempre rivolta al Sacro Cuore di Gesù. Essa è stata scritta dal certosino Dom Pietro Blomenvenna, grande devoto di questo tema.

Pietro nacque a Leyde in Olanda il 29 marzo del 1466, era il dodocesimo figlio di una ricca e pia famiglia. Si dedico con zelo allo studio della Teologia all’ Università di Colonia, decise di entrare nella certosa di santa Barbara a Colonia nel 1489, dove fece la professione solenne il 7 marzo del 1490. Egli fu eletto Priore nel 1507, e successivamente nominato Visitatore della Provincia del Reno. Dom Blomenvenna rese l’anima a Dio ancora in carica ed in odore di santità il 30 settembre del 1536. Il suo rigoroso ascetismo, armonizzato da una profonda dolcezza caratteriale gli consentì di diventare un prezioso modello per i suoi confratelli. Fu un valente scrittore di testi teologici e contemplativi, conosciuto anche come Petrus Leydense, fu noto per le sue opere volte alla difesa della fede contro i protestanti. Fu un vero baluardo della Chiesa e formatore di molti giovani nei tumulti della Riforma.

Nel dipinto, del 1535 “Crocifissione con santi” di Anton Woensam, che ho inserito in questo articolo vi è la raffigurazione di Dom Pietro che stringe in ginocchio la Croce di Nostro Signore, sulla destra riconosciamo San Bruno, S. Ugo vescovo di Grenoble, e S.Ugo di Lincoln. Le altre figure, oltre a quelle della crocifissione, sono i parenti ed insegnanti di Dom Pietro.

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Ma ora eccovi il testo sul Sacro Cuore di Gesù, è meraviglioso!

Il Cuore di Gesù è il Libro del Divino Amore

Mangia questo libro.., ed io ho mangiato, e fu per la mia bocca dolce come il miele.
(Ezechiele 3: 1, 3)

Uscite, figlie di Sion,
guardate il re Salomone
con la corona di cui lo cinse sua madre
nel giorno delle sue nozze,
giorno di letizia del suo cuore.
(cantico dei cantici 3, 11)

L’anima certosina, figlia della contemplazione, esce da sé e vede Gesù incoronato nel giorno della gioia del suo Cuore. I desideri sono soddisfatti, e cosa vuole il Cuore di Gesù? Designa la nostra salvezza e trova la Sua felicità in essa. Il nostro Signore ci ha dato molte prove della verità della Sua risurrezione per aumentare la nostra fede e accendere il nostro amore. Uno di questi è il Suo apparire ai discepoli portando le cicatrici delle sue cinque ferite. Con questo ci ha reso noto il suo amore. Vedi, ha detto: I miei piedi, le mie mani e il mio costato. Leggerete nelle mie ferite, ed imparerete a capire quanto è grande il mio amore per voi. Questo libro mistico – che non è altro che Gesù stesso – è stampato con il più prezioso Sangue di Dio ed i caratteri impiegati sono le ferite del Salvatore. Ora Gesù dà la lettura di questo libro in particolare ai Suoi certosini. Vorrebbe che fossimo i servi dei suoi appartamenti privati e gli interpreti dei Suoi pensieri più segreti.Egli vorrebbe che noi certosini fossimo sempre in Sua presenza, e principalmente occupati nella lettura di questo libro delle ferite del Salvatore.
Sì! Leggere Gesù, assaporare questa lettura; E in ognuna delle cinque ferite potremmo leggere lo stimolo ed i mezzi per condurre una nuova vita. Le cicatrici dei Piedi del Redentore ci dicono di calpestare tutto ciò che è umano e terreno, affinché possiamo amare solo quelle cose che Egli ama. Le ferite delle mani di Gesù ci mostrano come Egli ha agito. Con una sola mano ha preso l’obbedienza, e con l’altra pazienza. Ha lavorato per la nostra salvezza, “facendosi obbediente fino alla morte, anche alla morte della croce” (Filippesi 2: 8). Nella ferita del costato, che ci dirige al cuore di Gesù ed è la rappresentazione esteriore della ferita di quel cuore, si legge l’amore di Gesù, un amore che non può mai essere superato da nessun altro amore. È solo vedendo questa ferita del Cuore che ci si renderemo conto del grande amore di Dio per voi, e vedere quanto Gesù vi ha amato, poiché Egli ha dato la Sua vita per noi poveri peccatori.
Gesù risorto ci mostra questa ferita mortale del Suo cuore. Tu che leggi, da ciò traine profitto, ed ama Gesù con tutto il tuo cuore.

Il Cuore di Gesù non può rifiutare nulla

in orazione al crocifisso

Introduciamo questo mese di giugno, con un articolo dedicato alla devozione del Sacro Cuore di Gesù. Nel corso dei secoli molti autori certosini si sono dedicati a questo tema scrivendo testi al riguardo. Oggi vi propongo un testo concepito da Dom Henry Arnoldi del quale vi offrirò dapprima un breve profilo biografico per poi lasciarvi al testo.
Henry Arnoldi, alias De Allevelda o noto anche come Henry di Saxoniae era originario della diocesi di Hildesheim, nacque infatti ad Alfeld nel 1407 e la sua infanzia trascorse non lontano dalla certosa di Marienkloster. Fin da giovane ebbe una ottima carriera scolastica, si recò a Roma e a seguito di brillanti studi fu nominato dalla corte pontificia “corsitanus Urbis Romae”. Nel 1431 fu indetto il Concilio di Basilea, e fu indetto un bando per trovare notai, al quale Henry partecipò insieme ad altri quattrocento candidati. Grazie alle sue capacità risultò essere il terzo. Fu così che in quell’ambito riuscì a dimostrare tutte le sue capacità professionali, facendolo definire come uno tra i migliori notai di quell’epoca notarius famosus valde. Nel 1437, al termine della prima parte del concilio, a cui aveva partecipato anche il certosino Nicola Albergati, Henry scelse di non tornare a Roma e decise di intraprendere la vita monastica entrando nella certosa di Basilea. Subito si fece notare per le sue spiccate doti, che lo portarono ad essere nominato vicario. Questa carica la mantenne fino al 1449, quando fu eletto unanimamente Priore. I suoi confratelli lo tennero in grande considerazione definendo la sua condotta saggia e caratterizzata da una profonda bontà d’animo, egli si narra amava trasmettere a tutti, quiete e serenità. Il suo modo di condurre la sua comunità era talmente indulgente che il Capitolo Generale del 1463 lo indusse ad essere più severo: “Priori domus injungimus Basilensis ut sit Magis zelans in corrigendis excessibus“. Negli annali della certosa di Basilea, si fa menzione del suo particolare zelo per la Vergine, per il Sacro Cuore di Gesù e Santa Margherita scelta da lui come patrona speciale della casa. Riuscì ad ottenere dai Superiori dell’Ordine la facoltà di celebrare la Festa della Presentazione nel 1471, dell’Immacolata Concezione e quella della Compassione.
Morì, in carica, tra il dolore dei suoi confratelli il 5 giugno del 1487.
Eccovi il suo testo:

“Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figliuolo, ma l’ha dato per tutti noi, come non ci donerà egli anche tutte le cose con lui?” Romani 8:32-39

O uomo, dice il nostro Signore Gesù Cristo, vedi e consideraquanto sia dolorosa la posizione in cui mi trovo sulla croce: ho entrambe le braccia estese per essere sempre in grado di darvi il benvenuto e ogni volta che mi abbraccerete e vorrete venire a me; Ho i piedi inchiodati per dirvi che non posso, non voglio separarmi da voi; le mie mani, essendo trafitte da parte a parte, vi lasciano intendere che gli sarebbe impossibile, nonostante siano ferme, di potervi donare le grazie che desiderate ricevere da me.

Ma sappiate anche, che non sono i chiodi che mi tengono attaccato alla croce e mi trattengono, ma è il mio amore; io vi ho amato per tutta l’eternità e per sempre vii amerò così, tuttavia, al mio fianco, non finirete mai di amarmi.

Proprio per questo motivo, al fine di non ti dimenticarvelo mai, vi ho scritto così profondamente, così con attenzione, così amorevolmente nelle ferite dei miei piedi e nelle mie mani; Ed ancora di più:come se non ero contento di questo, ho ottenuto, ancora una volta, di essere aperto per voi un lato del costato dalla lancia di un soldato, un’ampia apertura al fine di poter consentire il vostro totale ingresso del mio Cuore, e ciò vi mostrerà quanto grande fosse l’amore che mi ha portato a morire per voi.

Infine, volendo attirare voi e legare più facilmente a me i vincoli di carità, mi fu versato sul fianco, dopo la mia morte, sangue e acqua: il sangue per pagare il vostro riscatto ed acqua per lavare i vostri crimini: così, per l’efficacia dei sacramenti che sono contenuti in quel sangue ed in quell’acqua, vi ho resi liberi, e vi ha donato nuovamente l’ innocenza.

(Henri Arnoldi Priore della certosa di Basilea )