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Una leggenda sulla nascita di Montalegre

 

certosa di Montalegre

Oggi, cari amici, voglio raccontarvi un particolare episodio, ovvero un antefatto che avrebbe preceduto la fondazione della certosa spagnola di Montalegre. Si tratta di un aneddoto singolare e curioso.

Si narra che due giovani studenti ed amici di nome Juan de Nea e Tommaso Parentuccelli durante un viaggio di ritorno dalla loro sede di studio, si fermarono per una sosta in un luogo molto attraente. Nel rallegrarsi di aver trovato un luogo così ameno per quella pausa, ne ammirarono estasiati la natura incontaminata che li circondava. Uno dei due, Tommaso Parentuccelli promise all’amico che se un giorno fosse diventato Papa avrebbe disposto di far costruire in quel sito una certosa, percependo essere in un luogo ideale per la preghiera e la meditazione. A questa promessa l’amico, stando al gioco controbbattè dicendo che lui sarebbe invece stato un monaco certosino in quella futura certosa. Risero entrambi fragorosamente per quelle ludiche considerazioni.

Con il passare degli anni questi due giovani amici si separarono e si persero di vista e di contatti. Ma la Provvidenza che in quel patto aveva individuato eccellenti intenzioni, rimediò a quell’ allontanamento.

Nel frattempo, difatti,  Juan de Nea era diventato un monaco certosino nella certosa di Porta Coeli a Valencia, ed un giorno ricevette una urgente comunicazione dal Papa che gli ordinava di recarsi immediatamente sul soglio pontificio. Il giovane certosino perplesso e spaventato, fece i preparativi e dopo pochi giorni partì per recarsi a Roma. Giunto nella Città Santa, l’umile monaco fu ricevuto dal Pontefice Niccolò V, e quando lo vide egli si rese conto tra lo stupore e l’incredulità che il pontefice altri non era che il veccho amico Tommaso Parentuccelli che nel periodo in cui si erano persi di vista era stato eletto Papa. Dopo l’iniziale meraviglia i due amici si riabbracciarono ed il Santo Padre spiegò che i motivi per i quali aveva preteso la presenza del certosino a Roma, erano per rispettare la promessa che si erano fatti e che la Provvidenza aveva voluto che si eseguisse. Era dunque giunto il momento di mantenere quella promessa che si erano fatti da giovani. Qualche giorno dopo, Juan de Nea ripartì per la Spagna, nominato Nunzio Apostolico di Sua Santità nel Regno di Aragona, come ambasciatore del Santo Padre e con pieno potere di fondare un monastero certosino a Montalegre, vicino a Barcellona, e con la facoltà di spendere tutto il necessario per reddito apostolico. In quel periodo, a causa dell’assenza di D. Afonso V, il Magnanimo, regnò come reggente la moglie, Donna Maria di Trastámara, la quale facilitò in ogni modo la realizzazione di quella promessa.

Tale parrebbe essere l’origine leggendaria della famosa certosa di Montalegre.

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Bruno e gli altri santi “Consiglieri del Papa”

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Con mio immenso piacere un caro affezionato lettore ed amico di Cartusialover, ha voluto inviarmi un testo, che io ho deciso di pubblicare e che di seguito vi propongo, rendendo questo blog una vera piattaforma dinamica e non statica. La vostra interazione, con commenti, suggerimenti, testi ed altro è per me motivo di gratificazione. Un grazie speciale va dunque a Girolamo Onda.

Bruno e gli altri santi “Consiglieri del Papa”

San Bruno, come consigliere del Papa, rese dei grandi servigi alla Chiesa. La maggior parte degli storici riconosce l’influenza del fondatore dei certosini su tutti gli avvenimenti della sua epoca. Avvenimenti che influirono positivamente sul futuro dell’umanità. La descrizione storica rappresenta all’unanimità Brunone di Colonia come un uomo conoscitore del suo tempo, di cui Urbano ne intravide il valore ed al quale affidò il compito di pacificare la Chiesa, riformare i costumi, affermare la dottrina, anticipare e placare le mosse nefaste dei nemici e far trionfare la verità, attraverso la mediazione. Comunque, Bruno, non fu il solo ad essere consigliere di un papa; prima di lui e dopo, altri religiosi sono stati chiamati ad assolvere questa altissima e delicata missione. Ricordiamo San Girolamo, consigliere di Papa Damaso; San Romualdo, consigliere di Papa Benedetto VIII; San Pier Damiani, consigliere di Papa Stefano X; e Ugo di Cluny, consigliere di Papa Gregorio VII”.

Di seguito una sintesi della vita e opere di questi santi:

SAN GIROLAMO :

Sacerdote e dottore della chiesa: (Stridone ca. 347- Betlemme, 420)

Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.

Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa e poi in Egitto.

SAN ROMUALDO- ABATE (Ravenna, ca. 956 – Val di Castro , 19 giugno 1027)

Nobile, divenne eremita e dopo l’esperienza in Spagna, sotto l’influenza di Cluny, iniziò una serie di peregrinazioni lungo l’ Appennino con lo scopo di riformare monasteri ed eremi sul modello degli antichi cenobi dell’Oriente. La sua vocazione era quella della solitudine e del rinnovamento della vita eremitica e fondò, nell’anno 1012, i Calamdolesi. La sua fama e il suo carisma lo misero più volte in contatto con i potenti, principi e prelati. Fu consigliere di papa Benedetto VIII, convertì Ottone III che lo nominò abate di S. Apollinare in Classe, carica che Romualdo rifiutò clamorosamente dopo un anno rifugiandosi a Montecassino dove portò il suo rigore ascetico. Riprese le sue peregrinazioni fondando numerosi eremi, l’ultimo dei quali fu Camaldoli. E’ ricordato come il venerabile camaldolese da Fabriano che si commemora il 23 ottobre.

SAN PIER DAMIANI – Vescovo e Dottore della Chiesa (Ravenna, 1007 – Faenza, 22 febbraio 1072)

Pur amando svisceratamente la Chiesa, il Damiani non vedeva l’ora di deporre la carica di consigliere che gli era stata affidata dal papa Stefano X, anelava di ritirarsi nella solitudine del chiostro. Il papa non lo esaudì perché un uomo come lui era indispensabile al suo fianco. Inoltre i nuovi torbidi sorti alla morte di Niccolò II (+1061), rendevano molto utile la sua presenza a Roma.

Elevato al pontificato per interessamento suo e di Ildebrando Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II (+ 1073), il Damiani ne sostenne caldamente le parti contro l’antipapa Càdalo. Il nuovo papa acconsenti che Pier Damiani si ritirasse nel chiostro. Il cardinale arcidiacono Ildebrando, invece, riteneva indispensabile la sua permanenza alla corte pontificia. Fosse dipeso da lui gli avrebbe imposto di restare in virtù di santa ubbidienza. Il Damiani trovò il suo intervento indiscreto e giunse a tacciarlo di “Verga di Assur”, Dio supremo degli Assiri, e di “Santo Satana”. Infine, il santo, si rinchiuse in un’angusta cella a Fonte Avellana per darsi al digiuno quotidiano, alle intense discipline, alla meditazione e al canto dei salmi. Per umiltà prendeva il suo pane nello stesso piatto che serviva a lavare i piedi ai poveri, e dormiva per terra sopra un graticcio di giunchi. Nel capitolo, dopo aver rivolto le sue esortazioni ai monaci, si accusava pubblicamente delle proprie colpe come un religioso qualunque, e si dava la disciplina a due mani. Da ogni parte giungevano all’eremo

persone desiderose dei suoi consigli. Alessandro II lo pregò di scrivergli più sovente. Morì a Faenza il 22 febbraio 1072.

UGO DI CLUNY:

(Brionnais, 1024 – Cluny, 29 aprile 1109)

Nacque nel 1024 a Brionnais nella diocesi di Autun, primo degli otto figli del conte Dalmazio di Semur e imparentato con i duchi di Aquitania e con i conti di Poitou.

Contrariamente ai desideri paterni di farlo diventare un cavaliere, Ugo appoggiato dalla madre, si indirizzò verso gli studi, insistendo riuscì ad entrare nel convento di S. Marcello di Chalon nel 1037, per ricevere un’adeguata educazione. Ugo fu il quarto abate della celebre abbazia benedettina di Cluny, centro della rinascita religiosa, che riguardò l’Europa dell’XI secolo. Nato nel 1024 fu eletto, a venticinque anni, alla guida della comunità monastica francese, governò numerosi monasteri. Fu consigliere di re e papi, tra i quali Gregorio VII (Ildebrando di Soana) che prima di accedere al soglio pontificio era stato uno dei suoi monaci.

I suoi viaggi e le date sono state accuratamente tracciate in tutti i particolari, da studiosi della materia; nel 1049 fu a Reims per il Concilio là svoltasi; poi accompagnò fino a Roma il papa Leone IX dove prese parte al Sinodo del 1050; nella Pasqua del 1051 si trovava a Colonia per il battesimo del figlio dell’imperatore Enrico III. A Cluny, accolse papa Urbano II nel 1095, s. Anselmo d’Aosta nel 1097, papa Pasquale II nel 1106. Concluse la sua laboriosissima vita ad 85 anni, il 29 aprile 1109.

SAN BRUNO – (Brunone di Colonia) Sacerdote e monaco

Nato a Colonia (Germania), intorno al 1030 – Morto nell’attuale Serra San Bruno (Vibo Valentia) il 6 ottobre 1101.

Bruno o Brunone, professore di teologia e filosofia, scelse in giovane età la strada della vita eremitica. Con altri sei compagni, amanti della solitudine e della preghiera, grazie al vescovo Ugo di Grenoble che li aiutò, si stabilirono in una località selvaggia detta «cartusia» (chartreuse in francese). Nell’aspra montagna crearono un ambiente per la vita monastica; costruirono sette baracche dove ciascuno viveva pregando e lavorando: una dura vita eremitica scandita da brevi momenti comunitari. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 Oddone fu eletto papa col nome di Urbano II e scelse Bruno come consigliere e lo chiamò a Roma. Bruno anelava di tornare nella primitiva comunità e vivere in preghiera e solitudine con i suoi amati compagni ma, le vicende storiche del tempo lo portarono in Calabria. E proprio in Calabria, nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia), fondò una nuova comunità e, con l’aiuto del Normanno Ruggero d’Altavilla, dette origine alla fondazione di una nuova certosa.

La certosa di Serra San Bruno, ai giorni nostri, è ancora abitata dai certosini e conserva viva e pulsante di spiritualità la vita monastica.

(Ricerca storica di Girolamo Onda per Cartusialover)

Al confine dell’abisso (seconda parte)

Al confine dell’abisso (seconda parte)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

Con la seconda ed ultima parte del settimo ed ultimo racconto, termina oggi il testo di Dom Maccabe, su Dom Lanspergio. Spero abbiate apprezzato…

nascondimento

Quando Dom Nicolas ha letto la sua accusa commovente, la luce ha cominciato a scoppiare nel buio della sua anima. Come un uomo che cammina senza rendersene conto, sul ciglio di un abisso, nella notte, e improvvisamente la luce della luna arriva a irradiare un po ‘di luce sulla strada, mostrandogli il pericolo in cui si trova . Così è stato per Dom Nicholas. Ciò che si apriva ai suoi piedi non era altro che l’abisso più pericoloso. Si sedette e pensò a lungo. La storia del suo ultimo anno, che lo rammaricava di più, cominciò a svolgersi davanti alla sua coscienza. Le piccole evasioni alla Regola, gli Uffici Omessi, quei giorni di languide folle seguiti da altri di frenetica, febbrile attività. Quando aveva iniziato ad abbandonare la via della perfezione? Ha cercato di trovare la risposta, ma è venuto più dal cielo che da se stesso, così chiaro, così inquietante: NON LO AVEVA DAVVERO REALMENTE PASSATO DA LUI! Quello che stava cercando nel chiostro era migliore. Fare i conti con se stesso era stato il suo obiettivo da sempre. Ma non aveva mai amato. Come? E questi rari momenti in cui era stato commosso, quasi in lacrime, quando meditava sulla Passione, non era questo amore? Sì, lo era, ma nel suo caso era l’amor proprio che scivolava sottilmente. Conosceva la storia della Via Crucis dalla memoria, ma in realtà non aveva mai realizzato il suo significato profondo: l’amore infinito con cui Dio lo amava, l’amore manifestato all’umanità nel tempo. In un modo che gli uomini potevano vedere e toccare; che hanno il loro posto umano, storico, nel mondo, ma che, allo stesso tempo, era divino ed eterno.

Oh, Nicolas! Ha continuato, “sottometti la tua anima alla volontà di Dio, accetta di morire con lui sulla croce. Non voleva scendere dalla croce, né scappare dalle mani dei suoi nemici, voleva versare un’ultima goccia di sangue e permettere che non ci fosse parte del suo corpo che non sarebbe stata colpita e tutto per salvare la tua anima, la mia Nicolás. Oh anima preziosa, che è stata riscattata a un prezzo così alto! Oh anima preziosa che è stata amata da Dio, il tuo creatore, con un amore così immenso! Il buono è lo stato monastico in cui tu sei, nulla ti salverà, se non Dio, dalla morte. Prima di essere un monaco potresti salvarti senza essere un monaco. Ma una volta diventato monaco, ti sei offerto a Dio. Tu sei il suo possesso. Che dignità è tua! Che grande grazia di Dio! Di nuovo ti prego, ti prego di nuovo, ti supplico di nuovo, caro Nicolás, dal sangue di Gesù Cristo che ti ha redento …

Dom Nicolás interruppe la lettura, improvvisamente e alzò lo sguardo. Gli sembrava che sul muro opposto splendesse misteriosamente quell’immagine delle Cinque Piaghe che il suo ex Maestro gli aveva offerto una volta, spiegandogli le sue virtù. E si ricordò di come una volta l’aveva gettata nel suo cassetto, dicendo con disprezzo, “Immagini pie per i bambini!” Il giovane stanco si nascose il viso tra le mani, e poi arrivò il benedetto sollievo delle lacrime. Come si dice…”Non importa come finisce la lepre sul piatto.” Non sappiamo se queste lettere siano state scritte in latino o meno. O se il proverbio infastidiva il traduttore, o se si affrettava a uscire dalla penna di Lanspérgio. Quelle non erano lacrime di compassione sentimentale per se stesso. Il caldo vento del sud aveva fiaccato leggermente questa anima di ghiaccio, ma le acque che scorrevano erano le lacrime di un uomo in pena per il suo Amore. E se lo Spirito di Dio soffia dolcemente da sud, facendo aprire i fiori e riempendo l’aria con un delicato profumo di ogni tipo, può anche soffiare dal nord e far tremare il sangue nelle vene degli uomini, desiderosi di emergere e mettere in azione. Quindi era ora. Dom Nicolás riprese la sua lettura.

.. Si ricomincia. Rinnova il tuo scopo come se avessi fatto una nuova professione a Dio. Offri di fare e di soffrire tutto ciò che è della sua volontà, estirpando l’amor proprio, fomentando un santo odio contro se stesso. E poiché la nostra vita è breve, desidera ardentemente che Dio riceva consigli e aiuti, luce e guida, conforto e conformità alla sua volontà, per mantenere lo spirito fervente e molto unito a Lui. Ti ho scritto tutto questo per ordine del nostro venerabile padre Priore, troppo impegnato. L’ho fatto di fretta, secondo quello che ricordavo. Se trovi qualcosa di difficile da ascoltare, perdonami, per favore. Se senti che tutto ciò ti tranquillizza e ti fa stare bene, scriverò, con grande piacere, di nuovo e con maggior frutto. Addio, fratello più caro.

Dom Nicholas si alzò e prese coraggio per la nuova vita che avrebbe dovuto iniziare. Non sarebbe stato facile, non avrebbe cercato più cose facili. Cercherò con ardore d’amore, quell’amore forte come la morte e insaziabile come l’inferno. (Ct 8.6). Leggiamo, alla fine di uno degli eventi che hanno segnato la storia umana, che l’eroe, una volta superata la crisi, ha iniziato una nuova vita. “Si alzò e fu battezzato. E avendo preso cibo, recuperò la forza “(Atti 9: 8-9). Il segno che la crisi di Dom Nicolas non ebbe successo fu che in quel momento andò immediatamente alla finestra vicino alla porta della cella per prendere la cena da lungo trascurata. Due uova fritte, quasi fredde, una piccola ciotola di fagioli verdi freddi. Mangiò, pregò Compieta e andò a sdraiarsi e dormì profondamente.

LAUS DEO

Al confine dell’abisso (prima parte)

Al confine dell’abisso (prima parte)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

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Era un Don Giovanni veramente turbato che sedeva nel suo piccolo oratorio, una sera, mentre l’ora di Compieta si avvicinava. All’inizio del pomeriggio aveva ricevuto un biglietto da un certo Dom Nicolas, un suo ex novizio che non aveva annunciato nulla di buono. Presto disse che la sua professione era stata un grave errore, che non era fatto per la vita certosina e che la sua salute lo provava. Aggiunse che ora sapeva che i certosini non erano santi come pensano gli estranei, e che poteva servire Dio altrove, anche nel mondo, bene o meglio che come nel chiostro. Che intendeva andare a Roma, anche a piedi, per ottenere i tori che lo avrebbero liberato dai suoi voti. Che aveva saputo che altri lo avevano fatto e che se padre Priore avesse rifiutato la sua autorizzazione, sarebbe andato anche senza averla ricevuta. Dom Giovanni, come molti maestri dei novizi, prima e dopo di lui, aveva avuto più di una volta, l’amara esperienza del potere dire: “I bambini creati e educati, ma essi si sono ribellati contro di me.” Aveva visto più di uno di quelli che sapeva fare grandi cose, ma dopo la professione, con la sua libertà guarita, lascia da parte lui e il suo consiglio e cammina lungo sentieri che non erano proprio i più perfetti. Oh, niente di veramente peccaminoso, solo il principio dell’abitudine, scegliendo il meno difficile nelle alternative. Il che significava dire addio alla santità. Santità che sapeva possibile per loro. Ma se questo era il chiodtro: uno dei suoi figli al punto di abbandonare l’Ordine come un fuggiasco! Cosa potrebbe fare? Prega, certo! Ma non potrebbe intervenire in altro modo per prevenire un simile disastro? Ma, ahimè! Erano passati solo tre anni da quando Dom Nicolás aveva fatto la sua professione, ed era già strano per il suo amico e per la guida che lo aveva servito così bene durante il noviziato. Il suo dubbio fu risolto dall’improvviso arrivo nella sua cella di padre Priore. Lui stesso di persona a quest’ora, aveva sufficiente indicazione che c’era qualcosa di molto serio. Il priore disse rapidamente che cosa stava succedendo, era lo stesso di quello di Dom Giovanni: “Non potevo farti del bene,” disse l’irritato Priore. Più duro del ferro ed orgoglioso come Lucifero. Dovresti chiuderlo immediatamente in prigione perché quella minaccia di fuga … “” Oh no, non farlo! Interruppe Dom Giovanni, “non è questo, padre Priore. Prima di ciò, lasciami almeno provare a vedere cosa posso fare. ” “È esattamente quello per cui sono venuto,” disse l’altro. Lascio il soggetto nelle tue mani. Fai tutto ciò che ti sembra giusto. Mandagli uno dei tuoi “piccoli appunti”, finì, uno schizzo di un sorriso sulle sue labbra, e poi se ne andò. Qualcosa doveva essere fatto subito. La notte e il diavolo sono buoni amici. E chi può dire il tradimento che non sono in grado di tramare tra loro per l’eterna rovina dell’anima errante del giovane monaco? Detto ciò, Don Giovanni accese una lampada e mise una candela nel suo ufficio, inzuppò la penna nell’inchiostro e scrisse velocemente per mezz’ora. Piegò il foglio, lo infilò in una busta e uscì nell’oscurità del chiostro. C’era solo abbastanza luna per poter contare le porte della cella fino a quando arrivò Dom Nicolás. Dom Giovanni colpì piano, ma la porta si aprì immediatamente, all’improvviso, rivelando la figura di un alto monaco il cui volto era vagamente visibile alla luce della piccola lanterna che il giovane sosteneva. In quel momento, percorse il corridoio come un animale in gabbia. Prese violentemente la lettera che Don Giovanni gli offriva, chiudendo silenziosamente la porta quasi in faccia. Quasi, ma non così tanto, perché la luce tremolante era abbastanza da illuminare il viso turbato del suo ex Maestro, la cui vista aveva lasciato un’impressione profonda sul giovane. Cosa gli ha ricordato? Pensò, mentre si dirigeva verso il suo cubicolo per vedere cosa il vecchio maestro doveva dirgli. “Povero vecchio Dom Giovanni!” Esclamò. Era la prima nota di tenerezza che era venuta da lui per molto tempo. Ma cosa gli ricordava quella visione fugace? Ah! Ora lo sai! Era un’immagine del nostro Signore nell’orto che aveva visto una volta: profonda sofferenza mescolata con perfetta pace. Come deve essere stato nel Getsemani. Ma visto da chi? La grazia venne da lui subito in risposta. “Per Giuda!” Dom Nicolas rabbrividì. E potrebbe essere così, perché, a poche celle più lontano, Dom Giovanni ha lottato in agonia, in preghiera per la salvezza della sua anima. Per dare la vostra mente travagliata un certo supporto che potrebbero emergere dalle profonde sofferenze di preghiera, aveva messo sul suo oratorio un’immagine delle Cinque Piaghe, e indirizzata la sua fervente preghiera al Signore ferito, oltraggiato, tradito da uno dei suoi amici più prossimi. Ai tuoi piedi, le tue mani verso il basso. E poi avvicinandosi al Tempio dell’Amore, in quel cuore incrociato, Dom Giovanni ha alleggerito tutta la sua anima ed è entrato nelle acque profonde della pace, dove nessuna malizia di sé o del vicino poteva raggiungerlo. Dom Nicholas accese una candela dalla sua lampada, aprì la busta e iniziò a leggere.

Leggo, fratello mio, la tua lettera affettuosa e non so se dovrei avere più compassione, per la tua follia o la tua malattia. Sei un giovane nell’Ordine, qualcuno che, di regola, avrebbe dovuto usare più delle redini che gli speroni, poiché in tutte le cose è coinvolto nell’ardore della sua carriera. Possa essere in te altrimenti. Guarda, ti prego, qualunque sia la causa. Non solo non vuoi correre, ma non cammini nemmeno sulla via del Signore. Dove vuoi andare? Al mondo? Sarebbe dannoso per te, così pernicioso che non puoi chiederlo senza pronunciare la tua condanna. Oh mio caro fratello! Chi è così malato che cerca la morte come medicina? E se qualcuno dovesse essere trovato con uno spirito così sciocco da preferire morire invece di vivere in afflizione, per te è qualcos’altro. In realtà, non è la morte temporale, che viene superata in poche ore, ma la dannazione eterna della tua anima. Non puoi tornare al mondo senza condannare la tua anima per sempre. È inutile, mio caro Nicolás, che tu mi parli, che mi imponi i documenti apostolici che potresti pensare di ottenere. In questa materia Cristo non li conosce, e il Diavolo non li teme. Questa dispensazione riguarda solo il giudizio della Chiesa e ha l’effetto che, se la ottieni, non sarai accusato come un apostata, ma non lo stesso con Dio.

Il lettore alzò lo sguardo e pensò tra sé: “Può davvero questa veemenza veemente venire da Dom Giovanni?” Nicolas lo aveva conosciuto in molti stati d’animo, ma non aveva mai pensato che quel vecchio e sereno e adorabile Maestro potesse toccarlo in quel modo. Era un’indicazione del pericolo in cui si trovava, e lo sentiva. E si chinò per continuare a leggere.

Tu dici: “Io sono malato, non posso portare questo fardello dell’Ordine perché sono di struttura delicata”. Caro fratello, non sai che questo e non un altro, è il modo in cui conduce alla Vita? (Ebrei 14:21). Non devi attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio? “Il sentiero che conduce alla vita è stretto” (Mt 7,14), disse Gesù. E cercherò il vasto? Caro fratello Nicola, sei in un grande errore che merita di essere compatito. Se vuoi salvarti, non c’è altra speranza che quella che Cristo ha insegnato con la sua parola e il suo esempio e che tutti i santi hanno vissuto. Dirai: “non erano certosini”. Vero, ma tutti erano pazienti, umili, sottomessi a Dio e alla Chiesa, obbedienti ai loro superiori. Quando hai iniziato a farlo, tutte le tentazioni scompariranno. Per, fratello più caro, la causa della tua petizione non è che sei mal disposto, ma (mi perdonerai per averlo detto) che sei arido, pigro, vuoto dell’amore di Dio, e non mortificato in passioni viziose. Queste sono le cose che producono questo malessere e questa malattia.

Secco! Pigro! Vuoto dell’amore di Dio! Non mortificato! Le parole sembravano pervertire, in sé stesse, terribili colpi al suo cervello stanco.

Talvolta mi dico: “Sono entrato nell’Ordine con uno scopo chiaro, così Dio non ha chiamato me” Se l’intenzione non era chiara quando ero libero, chiarire ora come la necessità richiede di essere buono. Felice quel bisogno che ti spinge a cose migliori. Qui risplende la saggezza di Dio, che sa guidarti attraverso l’obbedienza. E ciò che non hai ricevuto per l’amor di Dio, ora tienilo per l’amor di Dio. E chissà se sarebbe difficile per voi domare, non sarebbe per la vostra salvezza essere assediato da Dio? Mi hai sedotto, Signore, dice il profeta, e mi sono fatto sedurre! Eri più forte e hai prevalso. (Geremia 20: 7). Oh benedetta seduzione! Seducimi, Signore, e io sarò sedotto. Sei connesso al suo servizio, non sei autorizzato a ritirarti. Dovunque andrai porterai con te questo infelice e pigro Nicolás, caro fratello, e dovrai sopportare ciò che ora non vuoi sopportare e anche cose più pesanti. Ovunque troverai fastidi, tentazioni ovunque, diavoli ovunque, perché ovunque tu vada, li porterai. Te lo dico perché è una vana tentazione del diavolo persuasivo, che da un’altra parte puoi servire Dio meglio e più facilmente. Lo fa in modo astuto per farti tornare al mondo con i pretesti, con l’apparenza del bene. Rimprovera l’Ordine, diffama i superiori, condanna i fratelli, ci fa credere che non c’è carità nella comunità, per portarti all’insoddisfazione del tuo stato. Ti mette in testa che nulla nell’Ordine ti si addice. Quel cibo è contro di te, la solitudine distruttrice della natura, una malattia dello stomaco molto grande e innumerevoli altre cose di questo tipo. Ma chiudi una malattia che, una volta conosciuta, è rimedio, tutti gli altri sarebbero guariti. È la mancanza di mortificazione, la tiepidezza, l’aridità e la mancanza di pietà dell’uomo interiore. Questo è silenzioso perché fa il suo nido lì, dove incuba tutte le altre tentazioni.

Report from Calabria…..

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Voglio oggi presentarvi un nuovo libro uscito alcuni mesi orsono. Un testo davvero interessante, per ora solo in lingua inglese, che catturerà la vostra attenzione.

Per quattro mesi nella primavera del 2014, un prete americano ha vissuto ed abbracciato l’austero stile di vita dei monaci certosini a Serra San Bruno, in Calabria.

In questo periodo, ha scritto una serie di lettere a familiari ed amici che sono stati pubblicate in un nuovo libro edito da Ignatius Press dal titolo: “Report From Calabria: A Season With the Carthusian Monks”. L’autore, che ha scelto di essere conosciuto solo come “un prete“, in linea con la tradizione certosina dell’anonimato, ha recentemente rilasciato una intervista che vi riporto tradotta.

D La decisione di rimanere anonimo è stata tua o è stata fatta su richiesta dei certosini con i quali hai soggiornato?

R Questa è stata una mia decisione. L’unica cosa che il superiore della comunità mi ha chiesto era di cambiare i nomi dei monaci. I nomi che uso non sono i loro veri nomi.
D Senza rivelare la tua identità, puoi fornire un breve abbozzo della tua vita sacerdotale e del tuo ministero?

R Sono un sacerdote diocesano qui negli Stati Uniti e la maggior parte del mio ministero è stato svolto nell’insegnamento. Ho fatto anche il lavoro parrocchiale, ma per gran parte della mia vita ho insegnato in seminario.
D Mentre eri con i certosini, vivevi in una delle celle monastiche, non nella foresteria. Come sei riuscito ad ottenere questa opportunità di poter vivere con loro?

R Devo tornare ad un bel po’ di anni fa, quando sono stato nel sud dell’Italia intorno alla Settimana Santa, così ho mandato una e mail al priore della comunità. Non ne sapevo molto di loro, tranne che erano certosini e San Bruno, il loro fondatore, è sepolto lì. Ma scrissi e dissi: “So che di solito non permetti agli estranei”. Scrisse gentilmente di nuovo e disse: “Se vieni dagli Stati Uniti, puoi stare con noi”. Era quello che volevo.

La mia prossima connessione è stata che, durante il suo ultimo anno da papa, Papa Emerito Benedetto XVI aveva visitato quel monastero e, naturalmente, nel mondo in cui viviamo ora, puoi andare su YouTube e vedere un video di lui che visita il monastero. Così ho lasciato la e mail precedente e ho detto che doveva essere stata un’esperienza meravigliosa [per i monaci e Benedetto].Quel tipo di seme seminato, e quando ho avuto l’opportunità per qualche tempo sabbatico, ho chiesto se sarebbe stato possibile venire per un lungo soggiorno con la comunità.

Al momento in cui l’ho contattato, la comunità era molto piccola. Un paio di monaci erano morti, uno se n’era andato e uno era stato assegnato come cappellano a un monastero delle suore. Quindi c’erano solo cinque nella comunità, e penso che sentissero che una persona in più sarebbe stata gentile ed utile da avere in giro.

L’altra cosa che dovrei notare è che probabilmente sono un po ‘più ospitali e più a loro agio con le persone perché il loro monastero si trova in una città. La maggior parte dei monaci certosini sono lontani dalla civiltà, ma la città è cresciuta dove il monastero era stato anni prima e dove morì San Bruno, quindi sono abituati a più contatti di molti.

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D I monaci hanno stabilito alcune regole fondamentali per il tuo soggiorno? Hai dovuto consegnare il tuo cellulare, per esempio?

R Non ho assolutamente usato un cellulare quando ero lì. Fondamentalmente ho vissuto la loro vita, in termini di preghiera, lavoro, ricreazione e camminata settimanale. Le uniche due differenze sono state: non ho partecipato alle loro riunioni capitolari e, poiché stavo scrivendo mentre ero lì, mi hanno permesso di avere una connessione internet nella mia cella per il mio lavoro. Hanno internet in una stanza dove possono controllare le e mail.Mentre stavo vivendo l’esperienza, una volta alla settimana, mandavo un’e mail a casa a parenti e amici che descrivono le mie impressioni sul loro modo di vivere. Non avevo intenzione di pubblicarli finché padre Joseph Fessio di Ignatius Press non è riuscito a trovare le lettere attraverso un amico comune. È stata sua l’idea di farne un libro.
D Scrivi nel libro che sei stato affascinato dalla vita monastica da quando leggevi “La montagna dalle sette balze” di Thomas Merton quando eri al liceo e condividevi che da allora hai visitato i monasteri di tutto il mondo. Dopo una di queste visite a un monastero certosino in Spagna, hai detto che ti sentivi come se qualcuno ti avesse appena spruzzato un bicchiere di acqua ghiacciata. Cosa c’è nella vita dei certosini che ha questo effetto?

R Penso che sia principalmente la solitudine. Le comunità monastiche sono comunità oranti e sono contemplative. Ma ciò che distingue i certosini è, fin dall’inizio, che hanno davvero modellato quella che era una forma più comune nella Chiesa orientale, dove vivono come eremiti la maggior parte del tempo e si riuniscono occasionalmente. È così che hanno iniziato Bruno e i suoi compagni: il fatto che difendano davvero la loro solitudine. Quando entri in un monastero certosino, è molto tranquillo e silenzioso. La solitudine è ciò che è veramente il loro segno distintivo, e penso che sia ciò che più impressiona una persona – perché siamo così immersi nel mondo in cui viviamo e siamo esposti a stimoli costanti. Nel monastero certosino, è davvero spoglio, abbattuto. Senti che questi sono uomini molto concentrati che stanno vivendo questa vita di contemplazione in un modo molto profondo.
Come ti sei preparato per il tuo tempo con i certosini? Ti sei messo in una sorta di allenamento spirituale, o sei entrato nel recinto monastico di botto?

R Non di botto direi. Ero stato nei monasteri e sono stato in ritiro, compreso un ritiro ignaziano di 30 giorni, in silenzio.Questo mi ha preparato per questo. Il giorno dei certosini è suddiviso in pezzi da 30 a 45 minuti. C’è un tempo per fare il lavoro manuale; tempo per pregare parte dell’ufficio; tempo per fare la preghiera contemplativa personale, quindi non stai seduto e ti chiedi “Che cosa faccio adesso?” e “Come farò a riempire oggi?” Mi sentivo a mio agio con l’idea del silenzio, e certamente mi sono preso il ritmo di esso. Tu descrivi questa vita all’esterno e la gente pensa che sia orrenda. In effetti, è molto equilibrata. È austera in un certo senso, ma non fanaticamente austero, ed è molto centrale e molto integrata. Perché non hai molti stimoli esterni, che è quello che subiamo in ogni momento,

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Come è cambiata la tua vita come risultato di quei quattro mesi nel 2014? Hai conservato certe pratiche dei certosini e, in tal caso, quali?

Per prima cosa, mi sono appena sentito più a mio agio con il silenzio, e mi sono svezzato un po ‘dalla necessità di controllare costantemente le e-mail. Una delle sfide con le comunicazioni che abbiamo oggi è che pensiamo di dover rispondere subito. E noi no. Ciò che quei quattro mesi mi hanno aiutato a fare è stato dire che non deve essere così. Lo stile di vita dei certosini, il loro oracolo o programma, è impostato per uno scopo. Non è un programma che potrei seguire ora, ma potrei adattare al mio programma per sfruttare i ritmi che ho vissuto vivendo nella comunità.

Essendo un prete, prego ogni giorno la Liturgia delle Ore, quindi questo è già uno schema nella mia vita. Probabilmente l’aggiunta principale è stata che io tendo a pregare in quelle ore più lentamente e prendere più tempo con loro. Quello che ho trovato è: più lo fai, più sei presente alle persone quando vengono da te. A volte noi sacerdoti ci arrabbiamo molto – e dove la tendenza potrebbe essere di ridurre la preghiera, se dedichi più tempo alla preghiera, risolvi meglio le altre priorità e in realtà hai più da dare alle persone quando vengono da te.
Serra 4D Cosa hai trovato più difficile nello stile di vita certosino? Qual è stato il più facile e più attraente?

Mantenermi caldo era una sfida, in quanto non ci sono riscaldatori nelle celle, solo stufe a legna. Era scomodo un po ‘, ma non orribile, in nessun modo.Mi piaceva lavorare in giardino, ed era anche un bel posto dove pregare.

Mi è piaciuta molto la liturgia e il canto dell’ufficio. E anche la comunità: erano uomini molto, molto amichevoli, anche se non li vedi molto.

La domenica, hai un pasto insieme, anche se è nel silenzio e nella ricreazione. Quindi, una volta alla settimana, c’è la camminata di quattro ore. Lo fai per parlare con tutti nella comunità. Ci sono personalità molto diverse tra loro, ma sono molto gentili, molto modesti, molto rilassati.

Se descrivi il loro oracolo, penseresti che devono essere feriti, ma non lo sono. Se tu fossi un tipo di persona strettamente ferita, non potresti vivere quella vita. Sono molto divertenti nelle conversazioni, molto perspicaci riguardo alla natura umana, e hanno visto se stessi radicati e pregando molto per i bisogni della Chiesa.

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D Cosa possono fare quelli di noi che vivono nel mondo per incorporare qualcosa di spiritualità certosina nelle nostre vite?

In un certo senso – e questo è molto semplice – direi che dobbiamo prendere possesso del nostro programma. Capisco che se lavori e hai una famiglia che si prende cura di te non puoi semplicemente dire “Tranquillo – stiamo pregando i vespri ora”. Penso che siamo così bombardati da stimoli, musica, e-mail. Ogni volta che i nostri telefoni fanno “ping”, li raggiungiamo. Ci sono molti vantaggi con tutte queste cose.

Ho potuto sedere in un monastero e cercare e scrivere a causa di Internet, ma una delle cose che possiamo fare è staccare la spina in una certa misura e dire: “Vado a controllare questo una o due volte al giorno. Non ho bisogno di controllare ogni 45 minuti. “Ritorna alla saggezza dei Certosini di un giorno diviso in pezzi di dimensioni mordenti. Diciamo che ho un lavoro, un appuntamento alle 1 e un altro alle 2. Il primo appuntamento termina alle 1:45. Ho 15 minuti e potrei controllare le e-mail o potrei pregare il Rosario o leggere un passaggio della Scrittura.

Non ho bisogno di passare la notte a pregare in ufficio come i certosini, ma posso avere pochi pezzi di tempo in cui mi ricordo dell’unione con Dio e chiedo la grazia e l’ispirazione di Dio.

L’altra cosa su cui sono molto forte è che ogni cattolico dovrebbe fare un ritiro ogni anno. Forse un fine settimana se non puoi fare di più, e basta scollegare completamente per un paio di giorni e andare in un posto dove puoi pregare e ottenere un po ‘di direzione spirituale – per fare un passo indietro dalla vita quotidiana e vedere tutto questo alla luce di La grazia di Dio

Fino a poco tempo fa, tutti avevano le opportunità di stare tranquilli nelle loro vite a causa del mondo in cui vivevamo. Penso che le nostre invenzioni ci abbiano aiutato molto, ma possono loro gestire le nostre vite se non stiamo attenti. Abbiamo bisogno di qualcosa di estremo come i certosini [stile di vita] per dire che ci sono alternative, e possiamo incorporare quelle [abitudini] nel modo in cui viviamo.

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Cari amici, che dire….se non aggiungere che dovremmo riflettere, ed imparare questa lezione, e provare, in questa nostra società moderna caratterizzata dalla ossessione per la connessione sempre crescente a disconnetterci con il mondo virtuale. L’auspicio è quello di poterci poi connettere con noi stessi, con il tempio, la certosa, che è dentro di noi, per entrare in silenzio in connessione con Dio!

Fratello Pedro Raymont

Fratello Pedro Raymont

Professo di Val de Cristo

cartuja de Val de Cristo

Aragonése di nascita, Raymont proveniva da una famiglia di lavoratori onesti. In considerazione della precaria situazione dei suoi genitori, ha imparato un mestiere – quello di giardiniere. Divenne in breve tempo, molto abile e visse del suo lavoro, affrontando i suoi doveri cristiani ai quali era sempre fedele. Nonostante si preoccupasse di tenersi lontano dalle cattive compagnie, una paura istintiva del male lo colse. Qualunque cosa prendesse, qualunque cosa fosse necessaria per sfuggire alle trappole che i suoi compagni gli tendevano, preferiva ritirarsi in solitudine. In effetti, scomparve un bel mattino e circolarono voci che si fosse appena entrato nel convento Nuestra Señora de las Fuentes – un piccola certosa lontano dalla sua città natale. Il bell’aspetto del giovane, la sua aria raccolta e il suo ufficio – di cui parla con competenza – tutto abbondava in suo favore. Così fu ammesso immediatamente tra i conversi.

Con l’alta idea che si era formato della vita monastica, si mise coraggiosamente sulla via dell’osservanza, facendo del suo meglio per diventare un modello. Purtroppo le cose lasciavano a desiderare in questa casa. Fondato nel 1507 e incorporato per ordine nel 1519, fu chiuso quarant’anni dopo. Rioccupato all’inizio del diciassettesimo secolo, non era ancora perfettamente organizzata, quando Raymont arrivò per iniziare il suo noviziato. Con un piccolo gruppetto di monaci, era difficile seguire rigorosamente gli statuti. Obbligati a moltiplicarsi, spesso a scapito dei loro esercizi spirituali, i Fratelli hanno risposto con grande difficoltà ai bisogni del momento. Questo stato di cose non ha mancato di sorprendere il nostro aspirante. Non comprende, ovviamente, l’imprevisto che porta le fondamenta. È soprattutto che dobbiamo arrivare al più urgente. Così, anche ai nostri giorni, fate saggiamente – non per esporre le nascenti vocazioni – a non affidare questo lavoro a uomini esperti. Raymont, nel timore di compromettere il suo futuro religioso, chiese di passare alla certosa di Val-de-Cristo, una casa in tutta una buona osservanza regolare. Fu autorizzato. Felice di sentirsi accontentato, il buon Fratello si è dato corpo e anima alla preghiera e al lavoro, – queste due cose che riempiono l’esistenza dei nostri conversi – facendoci parte l’un l’altro nella misura voluta dallo statuto. Non capiva che un’anima consacrata avesse vacillato – questa è la parola – con il buon Dio sempre così liberale nei suoi confronti. Lo dice apertamente a chiunque voglia ascoltarlo, e specialmente a quelli che sembrano rallentare sulla via della perfezione. Questo zelo prematuro a volte attirava risposte amare. Ma egli non si è mai offeso. E, per così dire, offesi finirono col sorridere, così pieni di bontà e pietà, furono le battute di fra Pedro. Egli ha esercitato la carità fraterna con non meno ardore nei suoi rapporti con i Padri. Avendo adottato una linea di condotta, mai per entrare in una conversazione senza mescolare alcune parole edificanti, aveva ogni giorno come portinaio numerose occasioni per adempiere al suo scopo, sia al servizio dei poveri, sia accompagnando i visitatori che accorrevano al monastero. Parlò anche con entusiasmo delle cose spirituali; ne parlava tutto il giorno. Ma lo faceva con una semplicità commovente che nessuno ha mai smesso di ascoltarlo. Era spesso in preghiera ed impegnato in

letture pie, accompagnate naturalmente da sanguinose macerazioni, una pratica alla quale l’umile Fratello ha rvoluto dedicarsi – la vera scienza dei santi. Dio, inoltre, lo ha favorito più di una volta con grazie straordinarie, testimoniando così la sua preferenza per le anime semplici che vanno direttamente da lui. Un giorno, mentre stava per impastare il pane, vide che la farina stava finendo. Non si scompose. Iniziò il suo lavoro senza preoccuparsi troppo, e avvenne che la cottura fu ampiamente sufficiente. Come conseguenza delle rigide penitenze che abbiamo appena descritto, il fratello Raymont contrasse malattie che lo resero per lungo tempo quasi impotente. Non ha mai voluto ridurre il suo primo ardore o la sua invariabile puntualità. Curioso, appena alzatosi, per affrontare gli esercizi conventuali, non sentiva più le sue sofferenze. Osservava gli offici senza alcun problema apparente; al mattino, serviva la messa e non provava alcuna fatica, o dolore. Solo quando tornava nella propria cella, i dolori si intensificano di intensità. Il servo di Dio ebbe la sensazione della sua morte. È stato improvvisa, ma non imprevista. Guardò, la sua lampada si accese, nel momento in cui fu invitato al banchetto degli eletti (8 dicembre 1640).

Dom Luis Maria Nolasco intervistato da Radio Maria

Immagine Radio maria

Cari amici, eccovi oggi un articolo che contempla una traccia audio in lingua spagnola tratta dal programma radiofonico di Radio Maria (Spagna), “Monasterios y conventos”. In questa puntata si parla della vita certosina!

Dopo una breve introduzione, della giornalista, su san Bruno e l’Ordine certosino, il programma radiofonico prosegue, tra canti e quesiti su vari temi.

Si entra, metaforicamente, nella certosa di Santa Maria di Portacoeli, dove si incontra il giovane Padre Priore Dom Luis Maria Nolasco (nato a Lisbona nel 1971) a cui vengono rivolte alcune domande. La passione, la gioia con la quale Dom Luis, certosino dal 1988, risponde alla giornalista ci coinvolgerà emotivamente e ci affascinerà.

Dom Luis Maria Nolasco

Vi propongo, a seguire, la traduzione in italiano della interessantissima intervista.

Domanda: San Bruno è ogni giorno con voi?

Dom Luis

Noi cristiani abbiamo angeli, la Vergine, i santi ma come dice il nome della nostra certosa “Porta coeli” significa anticamera del cielo. La nostra vita è puramente contemplativa, ci dedichiamo totalmente al Signore Cristo è lo sposo della nostra anima, siamo in intimità con Dio come tutti i cattolici battezzati. Ma Dio a noi ci regala una intimità maggiore, speciale, in questa vita spirituale invisibile, ma reale, e san Bruno il nostro Padre fondatore è il canale della Grazia per la quale la nostra vita è totalmente consacrata alla gloria di Dio, all’amore di Dio, ed all’intercessione per tutti gli uomini nostri fratelli

Domanda: Come Priore è difficile definire alle persone la vita di un certosino, il fine è la contemplazione nella solitudine?

Dom Luis

Diciamo la solitudine nel silenzio è la condizione nella quale possiamo trovare ed incontrare Dio. La nostra vita è caratterizzata dalla semplicità. Tutti i giorni gli orari sono uguali, nella semplicità ci sono varie occupazioni, come l’ufficio nella cella, l’ufficio nel coro, la Santa Messa, il Mattutino nel cuore della notte, tre ore dedicate all’adorazione del Signore nel segreto e nel silenzio della notte. Durante il giorno alterniamo momenti di adorazione nella Chiesa e soprattutto nella cella, poichè la nostra è una vita essenzialmente eremitica, e contrariamente ai benedettini, ai cistercensi ed ai trappisti, più cenobiti i quali passano maggior tempo in comunione, noi certosini trascorriamo la maggior parte del nostro tempo nella solitudine della nostra cella. E’ qui nella cella che ci dedichiamo allo studio, maggiormente delle Sacre Scritture, la Lectio divina, la meditazione ma ci dedichiamo anche a lavoretti manuali, nella cella inoltre mangiamo e dormiamo. I nostri fratelli conversi, meno eremitici, invece si dedicano maggiormente ai lavori utili alla comunità, si dedicano quattro ore alla dispensa, alla cucina, alla sartoria, alla falegnameria, agli orti, ai giardini, nella lavanderia ed alle altre obbedienze della certosa.

Domanda: E’ nota la vostra profondità culturale, ma come fate nella solitudine di una cella a consolidare le vostre conoscenze culturali?

Dom Luis

Il nostro processo di formazione vocazionale iniziale è molto lungo. Di solito ci vogliono otto anni per poter giungere alla professione solenne, dall’inizio sono dodici anni di studi teologici e studi filosofici. La nostra formazione iniziale è affidata ad un monaco che dirige l’orientamento degli studi. Avendo molto tempo in solitudine siamo in grado di orientare i nostri approfondimenti sulla Teologia ma finalizzata all’arricchimento della nostra vita interiore, spirituale. Il Priore sceglie le letture per i propri monaci, ma essenzialmente ci focalizziamo sugli autori monastici ed i Padri della Chiesa, san Tommaso d’Aquino è alla base dei nostri studi, il tomismo è un nostro punto di riferimento. Cerchiamo una struttura dottrinale che ci permette di ampliare la nostra vita interiore e spirituale, ma non per predicare come fanno i domenicani, ma per alimentare grazie alla fede cattolica la nostra vita interiore ed il nostro spirito cattolico.

Domanda: Voglio narrare un aneddoto di un amico di mia madre nello scorso secolo era un andaluso moplto scanzonato, un bel giorno decise, sorprendendo tutti di voler entrare come certosino nella certosa di Burgos. Tutti erano contrari adducendo le difficoltà relative al freddo al poco cibo. I miei genitori essendone amici lo andavano a trovare un paio di volte l’anno, ed egli non parlava! Di fronte llo stupore egli rispondeva che tutto quello che aveva da dire lo diceva al Signore! Quindi ne deduco che i certosini parlano solo con Dio?

Dom Luis

Si è vero teniamo al lavoro ed alla preghiera unicamente. Ti rispondo si e no, mi spiego La verità e che il nostro carisma, la nostra vocazione non è parlare agli uomini di Dio come fanno i diocesani, con un postulato attivo e diretto. Noi parliamo a Dio degli uomini, ovvero nella tradizione certosina la chiamiamo verginità spirituale, cioè a dire, il nostro cuore tende a verginizzarsi a focalizzarsi unicamente verso Dio. Di dice che san Bruno stava “Captus ab Uno“, totalmente catturato dall’Unico che è Dio. Una nostra attrazione di cuore e di pensiero unicamente rivolta a Dio. Subiamo gradualmente una trasformazione che ci porta per mezzo dell’essere eremiti, e consacrati alla solitudine ed al silenzio che persistono ai giorni nostri all’interno delle certose. A tal proposito voglio ricordare che, “Cartusia nunquam reformata quia nunquam deformata” una espressione che si riferisce alla immutata regola certosina nel corso dei nove secoli di storia. Per la Grazia di Dio!

Siamo una comunità di solitari, che usciamo una sola volta allla settimana dalla certosa, una sola ora la domenica, paasseggiamo e ci raccontiamo e scambiamo opinioni sulla vita interiore, condividiamo reciprocamente le letture spirituali che facciamo. Il lunedi invece usciamo per una passeggita nei dintorni della certosa, ma sempre in luoghi isolati,Portacoeli ha una condizione eccezionale per questo, vi sono strade di montagna e sentieri lontano dai centri abitati, Valencia è infatti situata a trenta chilometri di distanza.In queste quattro ore passeggiamo in coppia alternandoci e parlando tra di noi, è questa una forma di condivisione della nostra vita in solitudine. Quindi si parliamo con gli uomini….Solo due volte l’anno riceviamo la visita dei nostri parenti e familiari, ma il nostro obiettivo primario è stare in solitudine per poter parlare unicamente con Dio.

Di san Domenico di Guzman si diceva che o parlava di Dio o parlava con Dio, parafrasando ciò noi certosini parliamo a Dio per parlare solo con Dio.

Domanda: Nella solitudine l’uomo si purifica, la solitudine è l’aspetto predominante nella certosa. Tutto ciò è scritto nei vostri Statuti, che non furono scritti da san Bruno ma bensì da Guigo il quinto Priore.

Dom Luis

Si san Bruno ha avuto il carisma ed è riconosciuto come nostro fondatore, ma il quinto Priore della Grande Chartreuse Dom Guigo si decise a scrivere tutte le usanze ed il modo in cui viveva san Bruno ed i suoi seguaci

Domanda: In questo mondo nel quale non si ascolta niente, dato l’isolamento, proviamo ad essere con voi nel coro ascoltando un po dei vostri canti……

Domanda: La vostra vita è caratterizzata dall’austerità

Come dicono i certosini una vita austera non porta tristezza o malinconia, anzi è una fonte di pace e di gioia. Questa era una condizione essenziale raggiunta, caratterizzata da un forte equilibrio, altrimenti sarebbe stata difficile la vita certosina. Ora chiedo a Dom Luis, ma quanti giovani vi contattano e cercano di entrare in certosa, ma hanno problemi psicologici e fragilità o angustie personali ed emotive?

Dom Luis

Grazie a Dio molti ragazzi vengono afare esperienze vocazionali, non solo a Portacoeli ma anche nelle altre certose, ma è vero nonostante noi siamo una comunità composta da diciassette monaci. Noi siamo in grado di constatare che molti giovani che arrivano hanno si un desiderio di Dio, per la vita consacrata, ma realmente la solitudine nella società attuale dove la Fede cattolica è un po perduta, notiamo che vengono molti giovani con gravi carenze affettive, esaurimenti profondi che difficilmente sono idonei per perseverare nella vocazione certosina.e’ per noi essenziale che i giovani che si avvicinano ed entrano nella nostra casa, siano persone equilibrate ed in salute psichica, ci vuole un grande equilibrio, non basta unicamente amare Dio, ma bisogna sapersi relazionare con gli altri. La vita in certosa non può rappresentare soltanto una fuga dal mondo, preciso non la Fuga Mundi monastica che attribuisce al mondo una distrazione per l’anima, ma in sintesi non si deve immaginare che un soggetto che non ha qualità può rintanarsi in certosa come una sorta di fuga, nell’accezione peggiore del concetto. Vi è comunque una selezione tra i giovani che arrivano da noi, e quindi ci esprimiamo sui motivi per i quali non si può proseguire in questo cammino. Oltre alla chiamata del Signore ci vogliono qualità come il sano giudizio, l’equilibrio psicofisico ed avere la capacità di relazionarsi con gli altri. Non si può pretendere la perfezione, ma l’doneità per un percorso di discernimento nel quale se sono difficoltà superficiali si possono correggere. Di fronte a paranoie o schizofrenie dobbiamo arrenderci…non è una discriminazione ma l’accettazione di tali soggetti porterebbe disequilibrio in certosa. L’equilibrio conduce alla gioia, di nostro Padre san Bruno si dice che egli aveva sempre il volto sorridente e l’animo gioioso. Allegria, pace e gioia, frutto di una vita monastica eremitica, austera, penitenziale ma ciò non ci arreca tristezza anzi al contrario. Chi viene da fuori nota l’allegria interiore e la gioia che noi abbiamo. I monaci della nostra comunità vanno dai venticinque anni ai novantasette anni, ed è impressionante la allegria e la serenità spirituale, la tranquillità di cuore che si irradia da chi è qui in certosa da più di sessantacinque anni. Davvero impressionante!!!

Domanda: Mi ha fatto impressione ciò che disse lo scorso pontefice Benedetto XVI, che era molto affezionato ai certosini. Nella visita che tenne nella certosa di Serra san Bruno egli fece riferimento che in questa società di relatà virtuale, molti giovani avendo paura del silenzio si riempiono di rumori e messaggi audiovisivi. Questa paura del silenzio di quando un giovane deve staccarsi dal telefono cellulare o comunque disconnettersi…penso e voi come fate che non avete cellulare.

Dom Luis

Sorridendo Dom Luis risponde…Noi non abbiamo cellulare, televisione, internet e niente di tutto ciò. Io dico che i giovani che vengono a fare una esperienza da noi sono consapevoli che ovviamente devono fare a meno del cellulare, e ciò lo vivono bene, ma ovviamente per una settimana magari per un mese, vivere tutta una vita è altra cosa. Quello che affermava Benedetto XVI, è una verità assoluta, la generazione dei giovani attuali vive immersa in un mondo fatto di immagini e rumore, e mi rendo conto che venire in certosa dove non ci sono immagini, suoni, ma bensì tutto è silenzio perchè è in questo silenzio che Dio ci parla, noi non cerchiamo il silenzio per la solitudine o la solitudine per il silenzio ma come mezzo per trovare un incontro con Dio. La nostra vocazione è finalizzata ad un incontro d’amore, se non ci relazioniamo con le persone esternamente è per relazionarci unicamente con Dio, se entriamo in questo silenzio è per ascoltare Dio che ci parla nel silenzio. La nostra vita è essenzialmente in Dio, una vita prevalentemente Teocentrica, ma chiaramente non cìè dubbio che i giovani che giungono da noi se hanno per Grazia di dio una forte vocazione riescono ad integrarsi ed a superare ogni piccolo problema e trasformando interiormente la necessità di rumori, immagini nella ricerca ed attrazione per il silenzio interiore. Meno eloquente ma più tangibile.

Noi non viviamo grazie eccezionali come la levitazione, apparizioni, visioni, ma la Grazia dello Spirito Santo ci fa apparire Dio in modo non tangibile ma come dice Mosè nelle sacre scritture riusciamo a vedere l’invisibile. E’ per noi la dimostrazione dell’esistenza di Dio, diversamente saremmo totalmente pazzi, o disgraziati.

Noi viviamo la nostra vita in certosa, fin da giovani lasciamo le cose del mondo, come quei giovaniche vengono da noi che lasciano una importante carriera universitaria rinunciando ad una luminosa carriera, perchè hanno scoperto Dio che entra nel proprio cuore saziandoci. La vita è un percorso per giungere alla meta che è il cielo, è Dio. L’esempio di una coppia che si dedica con amore l’uno all’altro, nella pienezza dell’amore, amore con la a maiuscola, noi in certosa siamo appagati nel rapporto con Dio. Oltre la vocazione divina per la vita certosina, il Papa dice che non vi è condizione di vita migliore da vivere. Ciò è la fonte della nostra allegria e gioia. Non abbiamo rinunciato a tutto, ma abbiamo trasformato tutto per Dio. Per noi Dio messo su una bilancia rappresenta più di tutto quello che il mondo potrebbe darci! Viviamo questa vita contemplativa in attesa della Risurrezione.

Domanda: Nella solitudine della cella si trascorre il giorno, arriva la sera, ci si addormenta in attesa di risvegliarsi per andare nel cuore della notte in chiesa per officiare il Mattutino, ma vi è anche la tradizione del piccolo officio, ovvero di offrire fiori alla Vergine Maria.

Era una tradizione difffusa anticamente, ma che abbiamo conservato qui in certosa, l’officio piccolo per la Santissima Vergine Maria. Nel De Beata alla vergini inseriamo una orazione alla Vergine. Il rito certosino è caratterizzato da un momento di preghiera a maria prima di officiare le ore liturgiche. Come Maria noi teniamo le cose nel nostro cuore e le meditiamo.Questo piccolo officio è un tributo di devozione alla vergine Maria. Una supplica filiale alla Santissima vergine nella quale chiediamo che si Ella a vivere in noi. Maria è per noi la porta d’ingresso al mistero di Dio. In ogni certosa vi è un altare con la Cocifissione in cui vi è la figura di Giovanni, l’apostolo contemplativo, la Maddalena (seconda compatrona) e Maria a i piedi della croce di Cristo. E’ nel Calvario che Gesù affida a sua madre a san Giovanni.

Domanda:La Madre singolare dei certosini,Maria, la protetrice dell’Ordine, è rappresentata nelle Sacre scritture come una donna che tiene il silenzio, continuamente si ripete che guardava il suo cuore restando in silenzio. I certosini da sempre hanno manifestato questa enorme devozione verso la Vegine. Dom Le Masson, famoso Priore Generale scrisse che maria, la madre di Dio è il modello sul quale san Bruno ha orientato la nostra vita, Essa è un modello incomparabile perchè si dedica ll’Unico necessario, ovvero l’obiettivo della niostra vita contemplativa. La presenza della Vergine addolcisce la vostra vita austera.

Dom Luis

Noi non possiamo concepire la vita nel deserto senza questa presenza della vergine Maria, senza la presenza di una madre. La dolcezza come cantiamo ogni giorno nel Salve Regina, ci dona speranza ed allegria. Maria è con noi nei momenti difficili, di sofferenza, di buio in questo deserto. Sappiamo che Maria non ci abbandonerà mai stando sempre con noi, e sarà la porta del cielo che ci guiderà, quando verrà il momento di lasciare questa vita terrena, a ritornare alla casa del Padre. La vita di Maria è tutta dedita a Dio. Ripeto è impossibile vivere nel deserto, in certosa senza la presenza essenziale di Maria. E’ una antica tradizione che ha radici lontanissime nel nostro Ordine, Essa risale a quando san Bruno dovette andare a Roma sul soglio pontificio, ed i certosini che rimasero in Francia senza la loro guida sembravano smarriti ed intenzionati ad abbandonare quella vita eremitica. Fu così che apparve loro la Santissima Vergine che li tranquillizzò, invitandoli a recitare l’officio breve ogni giorno in cambio della totale protezione, li convinse così a continuare a svolgere la vita certosina anche senza la loro guida san Bruno. E’ diffusa nel nostro Ordine, la convinzione che ogni soggetto che diventa certosino ha ricevuto l’approvazione della Vergine e di san Bruno. Ovviamente sono tradizioni in cui credere o non credere….

Domanda: Ora due domande un po difficili, a cui tengo molto. Avete una liturgia peculiare, appunto la liturgia certosina, ovvero adattata alla vostra esigenza di silenzio, come anche il canto è molto sobrio, semplice e ricordiamo senza l’uso di nessuno strumento. Se non sbaglio un canto gregoriano, ma semplificato cioè con un minor numero di note? Meno varietà di note, senza polifonia, per mantenere la vostra totale austerità.

Poi, siamo in novembre, il mese dedicato ai defunti. Voi avete un particolare officio per i defunti tutte le settimane?

Dom Luis

Tutto vero e giusto. Noi cantiamo interamente l’officio in latino e cantiamo in gregoriano. Una liturgia propria in totale silenzio

Domanda: La Messa la celebrate tutti insieme?

Dom Luis

Vi è la Messa conventuale ma non concelebrata. Un sacerdote celebra la Messa a cui tutti partecipiamo. Ma subito dopo ogni certosino, sacerdote, celebra la propria Messa ognuno in una cappella in totale solitudine. Qualcosa di davvero sublime!!!

Chi ha avuto la fortuna di partecipare ad una celebrazione con il rito romano, la nostra è molto simile. La nostra liturgia è quella che si celebrava molto anticamente a Lione. All’epoca non vi era una liturgia romana centralizzata, ed i nostri Padri usarono il rito che si celebrava lì ( Arcidiocesi di Lione nella quale rientrava la Grande Chartreuse). Conserviamo questa liturgia, poichè in essa tutto è concentrato sulla adorazione, sul mistero, sull’interiorità. Mi rendo conto che se in una qualsiasi parrocchia si celebrasse con rito certosino, molte persone si distrarrebbero, ma per noi che la viviamo in silenzio e solitudine è veramente fondamentale.

Tutto l’officio è cantato in gregoriano molto sobrio, senza strumenti nè organo, cantiamo con la sola voce. Certamente non sarà eccellente come la musicalità dei benedettini, ma il nostro canto è rivolto essenzialmente all’orazione. Insomma, la nostra è una liturgia semplice ed austera. In certosa tutto è semplicita e austerità, una vita sensibile perchè in funzione dell’interiorità e di Dio.

Sull’officio dei defunti, è una tradizione molto antica che purtroppo sta un pà andando in disuso nella Chiesa. Noi tutte le settimane dopo l’officio canonico della Vergine Maria. Un insieme di salmi, letture ed orazioni che offriamo in maniera particolare a tutti i defunti, per tutte le anime del Purgatorio. Nella tradizione antica pare che ogni preghiera per le anime dei defunti in Purgatorio, liberi tre anime…..ovviamente a questo si può credere o non credere….

Noi crediamo che questa particolare orazione sia impostante come intercessione verso Dio.

Anche la nostra vita penitenziale può sembrare dal di fuori come una rinuncia, un ritiro egoistico dalle preoccupazioni del mondo. A tal proposito nei nostri Statuti viene espresso chiaramente che noi certosini «Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente»

La nostra è una vita di croce, dove la dimensione verticale è una vita di adorazione, e quella orizzontale vissuta come intercessione. Siamo adoratori di Dio ed intercessori per i nostri fratelli!

L’officio dei defunti è per noi una Grazia molto grande, intercedere con le nostre preghiere per la liberazione delle anime dei defunti.

La nostra vita è come la funzione delle arterie nel corpo umano. Le arterie pur non vedendosi portano il sangue a tutti gli organi per consentire la vita. Conduciamo il sangue vivificante nella Grazia di Dio.

A questo punto Dom Luis la ringrazio a nome di tutti per offrire la vostra vita per tutti noi. Ringraziandola per tutto la saluto e speriamo di poterci risentire presto….

Spero abbiate gradito!