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Fratello Bartolomeu Garcia

Fratello Bartolomeu Garcia

Professo di Vall de Cristo

converso dedito alla pastorizia

Ancora una vita esemplare di un fratello certosino, un racconto che ci narra una esistenza fatta di lavoro e preghiera.

Castigliano di nascita, era quasi un bambino quando entrò al servizio dei certosini di Vall de Cristo. Egli fu inizialmente incaricato della tenuta del bestiame in seguito si potè dedicare a tutti i lavori, senza alcuna preferenza. I suoi confratelli, lo vedevano alternativamente applicarsi alla preghiera e al lavoro dei campi, ciò lo fece crescere, e insensibilmente acquisì il desiderio di vivere questa vita di cui vedeva preziosi vantaggi. Nulla, in linea di principio, sembrava opporsi alla sua ammissione. Ricco di salute, generoso, gentile con ognuno, offrì nella sua persona le garanzie di una vera vocazione. Tanto più che questi doni eccellenti erano accompagnati da un gusto già pronunciato da esercizi spirituali. L’unico ostacolo serio proveniva dalla sua giovinezza estrema; lui si sarebbe dovuto sacrificare per un pò. Dopo alcuni anni, il pastorello ricevette il mantello e, poco dopo, l’abito religioso. La comunità non doveva più lodarsi per aver ottrnuto questa recluta. Il fratello Bartolomeu prese immediatamente la lingua e le buone maniere di un altro uomo. La sua condotta fu irreprensibile fino ad ora è diventata estremamente edificante. La sua attività era radiosa per tutto; la sua costituzione di ferro, sebbene sopraffatta, non conosceva la fatica. gli interessi materiali della casa non potevano essere messi in mani migliori. Il buon fratello andava e veniva, usciva dalla mattina alla sera, senza riposo. Con il pretesto di guadagnare tempo, preparava il suo cibo la domenica. Potete immaginare come diventava dopo otto giorni. Lo scopo di questa singolare consuetudine è che voleva uccidere il vecchio riducendolo alla misura esatta. Nel mezzo di queste occupazioni incessanti, il fratello Garcia rimase assolutamente padrone dei suoi poteri interiori. Questo spiega. Il sentimento della presenza di Dio è abituale per lui, il suo pensiero si appiattisce senza sforzo nelle altezze. La sua vita è stata una meditazione ininterrotta. Ogni oggetto creato, un utensile, una pianta, il canto di un uccello, gli ricordavano il Creatore. Nel frattempo, il caro Fratello, che era essenzialmente pratico, aveva un progetto molto intelligente approvato ed eseguito, due parole per parlare. I certosini di Val de Cristo possedevano a lungo diversi mulini adiacenti alla casa. Fratello Bartolomeo, essendo stato posto a capo di questa importante obbedienza, vide presto i pericoli della situazione. “Questi mulini, disse, sfruttati dal nostro monastero, causano notevoli spese. I guadagni sono sufficienti per la manutenzione degli edifici. Ci sarebbe ogni vantaggio nel noleggio di loro. Per non parlare delle insidie, che sono i nostri fratelli in questo settore, aperta al pubblico di entrambi i sessi, il prezzo del viaggio, è strettamente alto, sarà un beneficio chiaro “. Furono piacevolmente questi suggerimenti, e i mulini furono affittati per cinquecento ducati. Sollevato da questo lato, il fratello costruì una panetteria e prese la sua direzione. L’ha tenuto per ventiquattro anni. Quanto si sentiva felice quel giorno, in questo ufficio, dove abitava abitualmente da solo. Molto impegnato, senza dubbio, ma infinitamente meno distratto, di prima! Conservò fino alla fine la sua robusta costituzione e il suo instancabile ardore. Improvvisamente attaccato da una forte febbre – era agli inizi di luglio – è morto il 25 dello stesso mese. (1612) Nel momento in cui fu amministrato il santo viatico, mostrò il ricco tesoro nascosto nel profondo della sua anima nel corso della sua lunga carriera. Fu lì che tirò fuori gli avvertimenti spirituali, i cosiddetti edificanti, di cui la comunità ricordava. La cerimonia finì, si chiuse nel silenzio e passò gli ultimi tre giorni senza prendere da mangiare. Di tanto in tanto, egli mormorava una preghiera, bruciata d’amore: “Cielo! Oh cielo! quanto era tardi per entrare! “Caro Fratello,” disse l’infermiere, “quando sarai lassù, penserai a me?” Per favore, non dimenticarmi di me prima di Dio. – Per dimenticare te e i miei fratelli di religione! Questo è impossibile. Nella casa del Padre celeste, dove si sa solo di amare, ognuno conserva il ricordo del cuore. E cosa! lascerebbero i miei ricordi, questa cara casa, la culla della mia vita religiosa sarebbe tagliata senza ritorno, i legami che mi uniscono a questa comunità di Val de Cristo! Oh no, mai, mai !! Ma ora è il momento.

Nel dire questo, lanciò un’ultima occhiata al cielo. «O Gesù, chiamami, dammi il tuo paradiso. Fammi vedere, posso vederti negli splendori del tuo Regno! Vieni, Gesù, vieni. “L’anima raggiunse il porto”.

Sessanta anni di vita certosina

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Il cimitero con le croci di pietra riservato ai Priori Generali (Grande Chartreuse)

Cari amici oggi torno a parlarvi di Dom Andrè Poisson ,che è stato Ministro Generale dell’Ordine certosino e priore della Grande Chartreuse dal 1967 al 1997. Egli riuscirà a svolgere questa duplice importante funzione per ben trenta anni esercitandola brillantemente. Nel 1997 Dom André si dimise dalla funzione di generale dell’Ordine, diventando per due anni priore della certosa statunitense del Vermont, e per i successivi due anni cappellano della certosa femminile di Vedana. Nel 2001 egli si ritirò nella Grande Chartreuse dove morì il 20 aprile del 2005. Egli morì solo, durante l’ufficio notturno, purtroppo era affetto dal morbo di Alzheimer ed anche da un cancro. Dom Andrè, nonostante ciò non ha mai sofferto ed i suoi confratelli non lo hanno mai sentito lamentarsi, sembrava controllare i suoi mali.

Per una bizzarra coincidenza, o per un preciso disegno della Divina Provvidenza è accaduto che egli spirasse due giorni dopo l’inizio del Capitolo Generale, e quindi per quel motivo tutti i priori di tutte le certose erano riuniti. Ciò permise loro di rendere omaggio ed ossequio alla salma del pio Dom Poisson.

Si narra che qualche mese prima della sua dipartita, alcuni novizi erano andati a salutarlo ed uno di loro gli aveva chiesto da quanto tempo aveva abbracciato la vita certosina.

Egli rispose: ” da sessant’anni” poi dopo una breve pausa aggiunse ” sessant’anni passati molto velocemente!”

Aveva da giovane deciso di rinunciare ad una brillante carriera professionale per entrare nella Grande Chartreuse. In un sermone pronunciato in occasione del nono centenario dell’arrivo di san Bruno a Cartusia, ebbe modo di descrivere il carattere del santo fondatore dell’Ordine certosino. In esso traspare una similitudine con il suo carattere: “Bruno non fu un sentimentale che si lasciò guidare da sensazioni a pelle, ma bensì dall’importanza dell’utilità. Non per un appagamento personale ma per una scelta di vita che porti ad autentici frutti divini. Bruno è un uomo pratico, per lui la vita contemplativa non consiste nell’alimentare flussi di idee sublimi, ma viceversa è trovare i mezzi efficaci per raggiungere Dio. Egli è perfettamente cosciente che la solitudine è il luogo dove ci si concede ad un’ozio indaffarato e ad un’attività rilassata. Questo egli disse, per il prezzo dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi lottatori la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo. Nello stesso momento in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non esita. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico per cercare la realtà eterna. La scelta è fatta: ci si è legati ad un voto”.

Ma tornando a quell’ultimo giorno di Dom Andrè sulla terra, egli sentendo prodigiosamente l’approssimarsi della morte, disse ai suoi confratelli, in maniera inconsueta, ” ecco è l’ora..vi lascio..” Dieci minuti più tardi fu trovato esanime su di una scala che conduce al Chiostro, scelse dunque di morire in solitudine come aveva scelto di vivere in solitudine.

A lui va il nostro ricordo ed una prece.

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Nel silenzio parla una voce?

Cari amici lettori riprendo dalla rete un testo di una lettera scritta da Dom Jacques Dupont, ex priore della certosa di Serra, ed ora Procuratore Generale e Visitatore dell’Ordine delle certose di Spagna. Ci parla del silenzio, dal suo eremo tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti. Un’ altra occasione per riascoltare l’amato Dom Dupont. 

Nel silenzio parla una voce?

C’è tutta una tradizione spirituale e monastica che esorta a fare silenzio per mettersi in ascolto di una Parola, con la P maiuscola. Si esorta a tacere per percepire una Parola che non assomiglia per niente alle parole che scambiano lungo la giornata. Ma in realtà chiamarla “Parola” è fonte d’inganno.

Ricordiamo l’esperienza del profeta Elia. Deluso di tutti e di se stesso, fugge nel deserto fino alla montagna dell’Oreb dove Dio lo invita a incontrarlo.

Dapprima c’è un vento che scuote tutto; non c’è dubbio che a volte Dio soffia a raffica, quando vuole liberarci dalle nostre illusioni o delusioni. Poi, avviene un terremoto; è ancora Dio che mette giù le nostre certezze e sicurezze. Invece infine Elia vede un fuoco; Dio si fa fuoco quando deve purificarci dalle nostre falsità o errori. Però tutto questo non fa che preparare il vero incontro tra Elia e Dio, un incontro in cui il primo deve scoprire con fatica la “voce sottile del silenzio”. Ecco, quando Dio si rivela, lo fa con una voce di silenzio, ossia appena udibile, perché questa voce sorge non da fuori di noi ma dal nostro profondo. E cos’è questa voce, secondo il nostro racconto: “Elia, che fai qui?”. Non è che Dio faccia un’affermazione o dia una risposta, anzi pone la domanda fondamentale che rivolge a tutti noi: chi sei? Che fai? Dove sei?

Perciò il silenzio è l’invito e la possibilità data all’uomo per conoscersi, per essere se stesso. Senza silenzio non posso esistere, non posso stare in piedi nella vita.

Ma si deve aggiungere che il silenzio è un’arte, e come tutte le arti, si impara, e la impariamo praticandola, come ci si allena a tutto ciò che richiede uno sforzo.

Vari sono i mezzi per imparare e coltivare il silenzio. Vedo soprattutto la necessità di liberarsi dal bisogno di rumore. Mi sembra che l’uomo, forse intimorito dal silenzio, cerca in tutti i modi il rumore, e lo crea quando non lo trova. I monaci, da sempre, riconoscono che la crescita umana e spirituale esige un’ascesi, una disciplina da imporsi, nello stesso modo in cui uno regola l’alimentazione per stare bene. Oggi l’ascesi di cui abbiamo bisogno più che il digiunare, è l’astinenza dal rumore.

Cosa cerchiamo nel silenzio? I frutti del silenzio possono non apparire subito. Ci vuole pazienza e perseveranza. Ma ne vale la pena. Al di fuori della dimensione specificamente religiosa, uno dei frutti più belli del silenzio è la libertà. Grazia al silenzio ritroviamo la vera libertà, non tanto quella che identifichiamo con la possibilità di fare ciò che mi piace, ma la libertà di essere me stesso, senza essere condizionato dagli eventi e dalle situazioni che mi imprigionano.

Ma, paradossalmente, il frutto specifico del silenzio è il silenzio stesso, accompagnato dalla dolcezza. Perciò rientro nel mio silenzio e lascio la parola a un grande maestro di vita spirituale, Isacco il Sirio:

Ama il silenzio più di tutto: ti porterà un frutto che la lingua non può descrivere. All’inizio il tacere ci richiede uno sforzo, ma in seguito dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira al silenzio. Se cominci ad addentrarti in questa pratica, non so qual luce zampillerà da te. Dalla pratica del silenzio col tempo nasce nel cuore una dolcezza che spinge anche il corpo a rimanere pazientemente nell’esichia. Se tu metti su un piatto della bilancia tutte le opere della vita monastica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più… Molti corrono per trovare, ma nessuno trova se non colui che osserva il silenzio continuamente. Se ami la verità, sii amante del silenzio. Come un sole, esso farà sì che sia illuminato da Dio. Il silenzio ti unirà a Dio stesso.

Dom Jacques

Una leggenda sulla nascita di Montalegre

 

certosa di Montalegre

Oggi, cari amici, voglio raccontarvi un particolare episodio, ovvero un antefatto che avrebbe preceduto la fondazione della certosa spagnola di Montalegre. Si tratta di un aneddoto singolare e curioso.

Si narra che due giovani studenti ed amici di nome Juan de Nea e Tommaso Parentuccelli durante un viaggio di ritorno dalla loro sede di studio, si fermarono per una sosta in un luogo molto attraente. Nel rallegrarsi di aver trovato un luogo così ameno per quella pausa, ne ammirarono estasiati la natura incontaminata che li circondava. Uno dei due, Tommaso Parentuccelli promise all’amico che se un giorno fosse diventato Papa avrebbe disposto di far costruire in quel sito una certosa, percependo essere in un luogo ideale per la preghiera e la meditazione. A questa promessa l’amico, stando al gioco controbbattè dicendo che lui sarebbe invece stato un monaco certosino in quella futura certosa. Risero entrambi fragorosamente per quelle ludiche considerazioni.

Con il passare degli anni questi due giovani amici si separarono e si persero di vista e di contatti. Ma la Provvidenza che in quel patto aveva individuato eccellenti intenzioni, rimediò a quell’ allontanamento.

Nel frattempo, difatti,  Juan de Nea era diventato un monaco certosino nella certosa di Porta Coeli a Valencia, ed un giorno ricevette una urgente comunicazione dal Papa che gli ordinava di recarsi immediatamente sul soglio pontificio. Il giovane certosino perplesso e spaventato, fece i preparativi e dopo pochi giorni partì per recarsi a Roma. Giunto nella Città Santa, l’umile monaco fu ricevuto dal Pontefice Niccolò V, e quando lo vide egli si rese conto tra lo stupore e l’incredulità che il pontefice altri non era che il veccho amico Tommaso Parentuccelli che nel periodo in cui si erano persi di vista era stato eletto Papa. Dopo l’iniziale meraviglia i due amici si riabbracciarono ed il Santo Padre spiegò che i motivi per i quali aveva preteso la presenza del certosino a Roma, erano per rispettare la promessa che si erano fatti e che la Provvidenza aveva voluto che si eseguisse. Era dunque giunto il momento di mantenere quella promessa che si erano fatti da giovani. Qualche giorno dopo, Juan de Nea ripartì per la Spagna, nominato Nunzio Apostolico di Sua Santità nel Regno di Aragona, come ambasciatore del Santo Padre e con pieno potere di fondare un monastero certosino a Montalegre, vicino a Barcellona, e con la facoltà di spendere tutto il necessario per reddito apostolico. In quel periodo, a causa dell’assenza di D. Afonso V, il Magnanimo, regnò come reggente la moglie, Donna Maria di Trastámara, la quale facilitò in ogni modo la realizzazione di quella promessa.

Tale parrebbe essere l’origine leggendaria della famosa certosa di Montalegre.

Bruno e gli altri santi “Consiglieri del Papa”

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Con mio immenso piacere un caro affezionato lettore ed amico di Cartusialover, ha voluto inviarmi un testo, che io ho deciso di pubblicare e che di seguito vi propongo, rendendo questo blog una vera piattaforma dinamica e non statica. La vostra interazione, con commenti, suggerimenti, testi ed altro è per me motivo di gratificazione. Un grazie speciale va dunque a Girolamo Onda.

Bruno e gli altri santi “Consiglieri del Papa”

San Bruno, come consigliere del Papa, rese dei grandi servigi alla Chiesa. La maggior parte degli storici riconosce l’influenza del fondatore dei certosini su tutti gli avvenimenti della sua epoca. Avvenimenti che influirono positivamente sul futuro dell’umanità. La descrizione storica rappresenta all’unanimità Brunone di Colonia come un uomo conoscitore del suo tempo, di cui Urbano ne intravide il valore ed al quale affidò il compito di pacificare la Chiesa, riformare i costumi, affermare la dottrina, anticipare e placare le mosse nefaste dei nemici e far trionfare la verità, attraverso la mediazione. Comunque, Bruno, non fu il solo ad essere consigliere di un papa; prima di lui e dopo, altri religiosi sono stati chiamati ad assolvere questa altissima e delicata missione. Ricordiamo San Girolamo, consigliere di Papa Damaso; San Romualdo, consigliere di Papa Benedetto VIII; San Pier Damiani, consigliere di Papa Stefano X; e Ugo di Cluny, consigliere di Papa Gregorio VII”.

Di seguito una sintesi della vita e opere di questi santi:

SAN GIROLAMO :

Sacerdote e dottore della chiesa: (Stridone ca. 347- Betlemme, 420)

Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.

Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa e poi in Egitto.

SAN ROMUALDO- ABATE (Ravenna, ca. 956 – Val di Castro , 19 giugno 1027)

Nobile, divenne eremita e dopo l’esperienza in Spagna, sotto l’influenza di Cluny, iniziò una serie di peregrinazioni lungo l’ Appennino con lo scopo di riformare monasteri ed eremi sul modello degli antichi cenobi dell’Oriente. La sua vocazione era quella della solitudine e del rinnovamento della vita eremitica e fondò, nell’anno 1012, i Calamdolesi. La sua fama e il suo carisma lo misero più volte in contatto con i potenti, principi e prelati. Fu consigliere di papa Benedetto VIII, convertì Ottone III che lo nominò abate di S. Apollinare in Classe, carica che Romualdo rifiutò clamorosamente dopo un anno rifugiandosi a Montecassino dove portò il suo rigore ascetico. Riprese le sue peregrinazioni fondando numerosi eremi, l’ultimo dei quali fu Camaldoli. E’ ricordato come il venerabile camaldolese da Fabriano che si commemora il 23 ottobre.

SAN PIER DAMIANI – Vescovo e Dottore della Chiesa (Ravenna, 1007 – Faenza, 22 febbraio 1072)

Pur amando svisceratamente la Chiesa, il Damiani non vedeva l’ora di deporre la carica di consigliere che gli era stata affidata dal papa Stefano X, anelava di ritirarsi nella solitudine del chiostro. Il papa non lo esaudì perché un uomo come lui era indispensabile al suo fianco. Inoltre i nuovi torbidi sorti alla morte di Niccolò II (+1061), rendevano molto utile la sua presenza a Roma.

Elevato al pontificato per interessamento suo e di Ildebrando Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II (+ 1073), il Damiani ne sostenne caldamente le parti contro l’antipapa Càdalo. Il nuovo papa acconsenti che Pier Damiani si ritirasse nel chiostro. Il cardinale arcidiacono Ildebrando, invece, riteneva indispensabile la sua permanenza alla corte pontificia. Fosse dipeso da lui gli avrebbe imposto di restare in virtù di santa ubbidienza. Il Damiani trovò il suo intervento indiscreto e giunse a tacciarlo di “Verga di Assur”, Dio supremo degli Assiri, e di “Santo Satana”. Infine, il santo, si rinchiuse in un’angusta cella a Fonte Avellana per darsi al digiuno quotidiano, alle intense discipline, alla meditazione e al canto dei salmi. Per umiltà prendeva il suo pane nello stesso piatto che serviva a lavare i piedi ai poveri, e dormiva per terra sopra un graticcio di giunchi. Nel capitolo, dopo aver rivolto le sue esortazioni ai monaci, si accusava pubblicamente delle proprie colpe come un religioso qualunque, e si dava la disciplina a due mani. Da ogni parte giungevano all’eremo

persone desiderose dei suoi consigli. Alessandro II lo pregò di scrivergli più sovente. Morì a Faenza il 22 febbraio 1072.

UGO DI CLUNY:

(Brionnais, 1024 – Cluny, 29 aprile 1109)

Nacque nel 1024 a Brionnais nella diocesi di Autun, primo degli otto figli del conte Dalmazio di Semur e imparentato con i duchi di Aquitania e con i conti di Poitou.

Contrariamente ai desideri paterni di farlo diventare un cavaliere, Ugo appoggiato dalla madre, si indirizzò verso gli studi, insistendo riuscì ad entrare nel convento di S. Marcello di Chalon nel 1037, per ricevere un’adeguata educazione. Ugo fu il quarto abate della celebre abbazia benedettina di Cluny, centro della rinascita religiosa, che riguardò l’Europa dell’XI secolo. Nato nel 1024 fu eletto, a venticinque anni, alla guida della comunità monastica francese, governò numerosi monasteri. Fu consigliere di re e papi, tra i quali Gregorio VII (Ildebrando di Soana) che prima di accedere al soglio pontificio era stato uno dei suoi monaci.

I suoi viaggi e le date sono state accuratamente tracciate in tutti i particolari, da studiosi della materia; nel 1049 fu a Reims per il Concilio là svoltasi; poi accompagnò fino a Roma il papa Leone IX dove prese parte al Sinodo del 1050; nella Pasqua del 1051 si trovava a Colonia per il battesimo del figlio dell’imperatore Enrico III. A Cluny, accolse papa Urbano II nel 1095, s. Anselmo d’Aosta nel 1097, papa Pasquale II nel 1106. Concluse la sua laboriosissima vita ad 85 anni, il 29 aprile 1109.

SAN BRUNO – (Brunone di Colonia) Sacerdote e monaco

Nato a Colonia (Germania), intorno al 1030 – Morto nell’attuale Serra San Bruno (Vibo Valentia) il 6 ottobre 1101.

Bruno o Brunone, professore di teologia e filosofia, scelse in giovane età la strada della vita eremitica. Con altri sei compagni, amanti della solitudine e della preghiera, grazie al vescovo Ugo di Grenoble che li aiutò, si stabilirono in una località selvaggia detta «cartusia» (chartreuse in francese). Nell’aspra montagna crearono un ambiente per la vita monastica; costruirono sette baracche dove ciascuno viveva pregando e lavorando: una dura vita eremitica scandita da brevi momenti comunitari. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 Oddone fu eletto papa col nome di Urbano II e scelse Bruno come consigliere e lo chiamò a Roma. Bruno anelava di tornare nella primitiva comunità e vivere in preghiera e solitudine con i suoi amati compagni ma, le vicende storiche del tempo lo portarono in Calabria. E proprio in Calabria, nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia), fondò una nuova comunità e, con l’aiuto del Normanno Ruggero d’Altavilla, dette origine alla fondazione di una nuova certosa.

La certosa di Serra San Bruno, ai giorni nostri, è ancora abitata dai certosini e conserva viva e pulsante di spiritualità la vita monastica.

(Ricerca storica di Girolamo Onda per Cartusialover)

Al confine dell’abisso (seconda parte)

Al confine dell’abisso (seconda parte)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

Con la seconda ed ultima parte del settimo ed ultimo racconto, termina oggi il testo di Dom Maccabe, su Dom Lanspergio. Spero abbiate apprezzato…

nascondimento

Quando Dom Nicolas ha letto la sua accusa commovente, la luce ha cominciato a scoppiare nel buio della sua anima. Come un uomo che cammina senza rendersene conto, sul ciglio di un abisso, nella notte, e improvvisamente la luce della luna arriva a irradiare un po ‘di luce sulla strada, mostrandogli il pericolo in cui si trova . Così è stato per Dom Nicholas. Ciò che si apriva ai suoi piedi non era altro che l’abisso più pericoloso. Si sedette e pensò a lungo. La storia del suo ultimo anno, che lo rammaricava di più, cominciò a svolgersi davanti alla sua coscienza. Le piccole evasioni alla Regola, gli Uffici Omessi, quei giorni di languide folle seguiti da altri di frenetica, febbrile attività. Quando aveva iniziato ad abbandonare la via della perfezione? Ha cercato di trovare la risposta, ma è venuto più dal cielo che da se stesso, così chiaro, così inquietante: NON LO AVEVA DAVVERO REALMENTE PASSATO DA LUI! Quello che stava cercando nel chiostro era migliore. Fare i conti con se stesso era stato il suo obiettivo da sempre. Ma non aveva mai amato. Come? E questi rari momenti in cui era stato commosso, quasi in lacrime, quando meditava sulla Passione, non era questo amore? Sì, lo era, ma nel suo caso era l’amor proprio che scivolava sottilmente. Conosceva la storia della Via Crucis dalla memoria, ma in realtà non aveva mai realizzato il suo significato profondo: l’amore infinito con cui Dio lo amava, l’amore manifestato all’umanità nel tempo. In un modo che gli uomini potevano vedere e toccare; che hanno il loro posto umano, storico, nel mondo, ma che, allo stesso tempo, era divino ed eterno.

Oh, Nicolas! Ha continuato, “sottometti la tua anima alla volontà di Dio, accetta di morire con lui sulla croce. Non voleva scendere dalla croce, né scappare dalle mani dei suoi nemici, voleva versare un’ultima goccia di sangue e permettere che non ci fosse parte del suo corpo che non sarebbe stata colpita e tutto per salvare la tua anima, la mia Nicolás. Oh anima preziosa, che è stata riscattata a un prezzo così alto! Oh anima preziosa che è stata amata da Dio, il tuo creatore, con un amore così immenso! Il buono è lo stato monastico in cui tu sei, nulla ti salverà, se non Dio, dalla morte. Prima di essere un monaco potresti salvarti senza essere un monaco. Ma una volta diventato monaco, ti sei offerto a Dio. Tu sei il suo possesso. Che dignità è tua! Che grande grazia di Dio! Di nuovo ti prego, ti prego di nuovo, ti supplico di nuovo, caro Nicolás, dal sangue di Gesù Cristo che ti ha redento …

Dom Nicolás interruppe la lettura, improvvisamente e alzò lo sguardo. Gli sembrava che sul muro opposto splendesse misteriosamente quell’immagine delle Cinque Piaghe che il suo ex Maestro gli aveva offerto una volta, spiegandogli le sue virtù. E si ricordò di come una volta l’aveva gettata nel suo cassetto, dicendo con disprezzo, “Immagini pie per i bambini!” Il giovane stanco si nascose il viso tra le mani, e poi arrivò il benedetto sollievo delle lacrime. Come si dice…”Non importa come finisce la lepre sul piatto.” Non sappiamo se queste lettere siano state scritte in latino o meno. O se il proverbio infastidiva il traduttore, o se si affrettava a uscire dalla penna di Lanspérgio. Quelle non erano lacrime di compassione sentimentale per se stesso. Il caldo vento del sud aveva fiaccato leggermente questa anima di ghiaccio, ma le acque che scorrevano erano le lacrime di un uomo in pena per il suo Amore. E se lo Spirito di Dio soffia dolcemente da sud, facendo aprire i fiori e riempendo l’aria con un delicato profumo di ogni tipo, può anche soffiare dal nord e far tremare il sangue nelle vene degli uomini, desiderosi di emergere e mettere in azione. Quindi era ora. Dom Nicolás riprese la sua lettura.

.. Si ricomincia. Rinnova il tuo scopo come se avessi fatto una nuova professione a Dio. Offri di fare e di soffrire tutto ciò che è della sua volontà, estirpando l’amor proprio, fomentando un santo odio contro se stesso. E poiché la nostra vita è breve, desidera ardentemente che Dio riceva consigli e aiuti, luce e guida, conforto e conformità alla sua volontà, per mantenere lo spirito fervente e molto unito a Lui. Ti ho scritto tutto questo per ordine del nostro venerabile padre Priore, troppo impegnato. L’ho fatto di fretta, secondo quello che ricordavo. Se trovi qualcosa di difficile da ascoltare, perdonami, per favore. Se senti che tutto ciò ti tranquillizza e ti fa stare bene, scriverò, con grande piacere, di nuovo e con maggior frutto. Addio, fratello più caro.

Dom Nicholas si alzò e prese coraggio per la nuova vita che avrebbe dovuto iniziare. Non sarebbe stato facile, non avrebbe cercato più cose facili. Cercherò con ardore d’amore, quell’amore forte come la morte e insaziabile come l’inferno. (Ct 8.6). Leggiamo, alla fine di uno degli eventi che hanno segnato la storia umana, che l’eroe, una volta superata la crisi, ha iniziato una nuova vita. “Si alzò e fu battezzato. E avendo preso cibo, recuperò la forza “(Atti 9: 8-9). Il segno che la crisi di Dom Nicolas non ebbe successo fu che in quel momento andò immediatamente alla finestra vicino alla porta della cella per prendere la cena da lungo trascurata. Due uova fritte, quasi fredde, una piccola ciotola di fagioli verdi freddi. Mangiò, pregò Compieta e andò a sdraiarsi e dormì profondamente.

LAUS DEO

Al confine dell’abisso (prima parte)

Al confine dell’abisso (prima parte)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

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Era un Don Giovanni veramente turbato che sedeva nel suo piccolo oratorio, una sera, mentre l’ora di Compieta si avvicinava. All’inizio del pomeriggio aveva ricevuto un biglietto da un certo Dom Nicolas, un suo ex novizio che non aveva annunciato nulla di buono. Presto disse che la sua professione era stata un grave errore, che non era fatto per la vita certosina e che la sua salute lo provava. Aggiunse che ora sapeva che i certosini non erano santi come pensano gli estranei, e che poteva servire Dio altrove, anche nel mondo, bene o meglio che come nel chiostro. Che intendeva andare a Roma, anche a piedi, per ottenere i tori che lo avrebbero liberato dai suoi voti. Che aveva saputo che altri lo avevano fatto e che se padre Priore avesse rifiutato la sua autorizzazione, sarebbe andato anche senza averla ricevuta. Dom Giovanni, come molti maestri dei novizi, prima e dopo di lui, aveva avuto più di una volta, l’amara esperienza del potere dire: “I bambini creati e educati, ma essi si sono ribellati contro di me.” Aveva visto più di uno di quelli che sapeva fare grandi cose, ma dopo la professione, con la sua libertà guarita, lascia da parte lui e il suo consiglio e cammina lungo sentieri che non erano proprio i più perfetti. Oh, niente di veramente peccaminoso, solo il principio dell’abitudine, scegliendo il meno difficile nelle alternative. Il che significava dire addio alla santità. Santità che sapeva possibile per loro. Ma se questo era il chiodtro: uno dei suoi figli al punto di abbandonare l’Ordine come un fuggiasco! Cosa potrebbe fare? Prega, certo! Ma non potrebbe intervenire in altro modo per prevenire un simile disastro? Ma, ahimè! Erano passati solo tre anni da quando Dom Nicolás aveva fatto la sua professione, ed era già strano per il suo amico e per la guida che lo aveva servito così bene durante il noviziato. Il suo dubbio fu risolto dall’improvviso arrivo nella sua cella di padre Priore. Lui stesso di persona a quest’ora, aveva sufficiente indicazione che c’era qualcosa di molto serio. Il priore disse rapidamente che cosa stava succedendo, era lo stesso di quello di Dom Giovanni: “Non potevo farti del bene,” disse l’irritato Priore. Più duro del ferro ed orgoglioso come Lucifero. Dovresti chiuderlo immediatamente in prigione perché quella minaccia di fuga … “” Oh no, non farlo! Interruppe Dom Giovanni, “non è questo, padre Priore. Prima di ciò, lasciami almeno provare a vedere cosa posso fare. ” “È esattamente quello per cui sono venuto,” disse l’altro. Lascio il soggetto nelle tue mani. Fai tutto ciò che ti sembra giusto. Mandagli uno dei tuoi “piccoli appunti”, finì, uno schizzo di un sorriso sulle sue labbra, e poi se ne andò. Qualcosa doveva essere fatto subito. La notte e il diavolo sono buoni amici. E chi può dire il tradimento che non sono in grado di tramare tra loro per l’eterna rovina dell’anima errante del giovane monaco? Detto ciò, Don Giovanni accese una lampada e mise una candela nel suo ufficio, inzuppò la penna nell’inchiostro e scrisse velocemente per mezz’ora. Piegò il foglio, lo infilò in una busta e uscì nell’oscurità del chiostro. C’era solo abbastanza luna per poter contare le porte della cella fino a quando arrivò Dom Nicolás. Dom Giovanni colpì piano, ma la porta si aprì immediatamente, all’improvviso, rivelando la figura di un alto monaco il cui volto era vagamente visibile alla luce della piccola lanterna che il giovane sosteneva. In quel momento, percorse il corridoio come un animale in gabbia. Prese violentemente la lettera che Don Giovanni gli offriva, chiudendo silenziosamente la porta quasi in faccia. Quasi, ma non così tanto, perché la luce tremolante era abbastanza da illuminare il viso turbato del suo ex Maestro, la cui vista aveva lasciato un’impressione profonda sul giovane. Cosa gli ha ricordato? Pensò, mentre si dirigeva verso il suo cubicolo per vedere cosa il vecchio maestro doveva dirgli. “Povero vecchio Dom Giovanni!” Esclamò. Era la prima nota di tenerezza che era venuta da lui per molto tempo. Ma cosa gli ricordava quella visione fugace? Ah! Ora lo sai! Era un’immagine del nostro Signore nell’orto che aveva visto una volta: profonda sofferenza mescolata con perfetta pace. Come deve essere stato nel Getsemani. Ma visto da chi? La grazia venne da lui subito in risposta. “Per Giuda!” Dom Nicolas rabbrividì. E potrebbe essere così, perché, a poche celle più lontano, Dom Giovanni ha lottato in agonia, in preghiera per la salvezza della sua anima. Per dare la vostra mente travagliata un certo supporto che potrebbero emergere dalle profonde sofferenze di preghiera, aveva messo sul suo oratorio un’immagine delle Cinque Piaghe, e indirizzata la sua fervente preghiera al Signore ferito, oltraggiato, tradito da uno dei suoi amici più prossimi. Ai tuoi piedi, le tue mani verso il basso. E poi avvicinandosi al Tempio dell’Amore, in quel cuore incrociato, Dom Giovanni ha alleggerito tutta la sua anima ed è entrato nelle acque profonde della pace, dove nessuna malizia di sé o del vicino poteva raggiungerlo. Dom Nicholas accese una candela dalla sua lampada, aprì la busta e iniziò a leggere.

Leggo, fratello mio, la tua lettera affettuosa e non so se dovrei avere più compassione, per la tua follia o la tua malattia. Sei un giovane nell’Ordine, qualcuno che, di regola, avrebbe dovuto usare più delle redini che gli speroni, poiché in tutte le cose è coinvolto nell’ardore della sua carriera. Possa essere in te altrimenti. Guarda, ti prego, qualunque sia la causa. Non solo non vuoi correre, ma non cammini nemmeno sulla via del Signore. Dove vuoi andare? Al mondo? Sarebbe dannoso per te, così pernicioso che non puoi chiederlo senza pronunciare la tua condanna. Oh mio caro fratello! Chi è così malato che cerca la morte come medicina? E se qualcuno dovesse essere trovato con uno spirito così sciocco da preferire morire invece di vivere in afflizione, per te è qualcos’altro. In realtà, non è la morte temporale, che viene superata in poche ore, ma la dannazione eterna della tua anima. Non puoi tornare al mondo senza condannare la tua anima per sempre. È inutile, mio caro Nicolás, che tu mi parli, che mi imponi i documenti apostolici che potresti pensare di ottenere. In questa materia Cristo non li conosce, e il Diavolo non li teme. Questa dispensazione riguarda solo il giudizio della Chiesa e ha l’effetto che, se la ottieni, non sarai accusato come un apostata, ma non lo stesso con Dio.

Il lettore alzò lo sguardo e pensò tra sé: “Può davvero questa veemenza veemente venire da Dom Giovanni?” Nicolas lo aveva conosciuto in molti stati d’animo, ma non aveva mai pensato che quel vecchio e sereno e adorabile Maestro potesse toccarlo in quel modo. Era un’indicazione del pericolo in cui si trovava, e lo sentiva. E si chinò per continuare a leggere.

Tu dici: “Io sono malato, non posso portare questo fardello dell’Ordine perché sono di struttura delicata”. Caro fratello, non sai che questo e non un altro, è il modo in cui conduce alla Vita? (Ebrei 14:21). Non devi attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio? “Il sentiero che conduce alla vita è stretto” (Mt 7,14), disse Gesù. E cercherò il vasto? Caro fratello Nicola, sei in un grande errore che merita di essere compatito. Se vuoi salvarti, non c’è altra speranza che quella che Cristo ha insegnato con la sua parola e il suo esempio e che tutti i santi hanno vissuto. Dirai: “non erano certosini”. Vero, ma tutti erano pazienti, umili, sottomessi a Dio e alla Chiesa, obbedienti ai loro superiori. Quando hai iniziato a farlo, tutte le tentazioni scompariranno. Per, fratello più caro, la causa della tua petizione non è che sei mal disposto, ma (mi perdonerai per averlo detto) che sei arido, pigro, vuoto dell’amore di Dio, e non mortificato in passioni viziose. Queste sono le cose che producono questo malessere e questa malattia.

Secco! Pigro! Vuoto dell’amore di Dio! Non mortificato! Le parole sembravano pervertire, in sé stesse, terribili colpi al suo cervello stanco.

Talvolta mi dico: “Sono entrato nell’Ordine con uno scopo chiaro, così Dio non ha chiamato me” Se l’intenzione non era chiara quando ero libero, chiarire ora come la necessità richiede di essere buono. Felice quel bisogno che ti spinge a cose migliori. Qui risplende la saggezza di Dio, che sa guidarti attraverso l’obbedienza. E ciò che non hai ricevuto per l’amor di Dio, ora tienilo per l’amor di Dio. E chissà se sarebbe difficile per voi domare, non sarebbe per la vostra salvezza essere assediato da Dio? Mi hai sedotto, Signore, dice il profeta, e mi sono fatto sedurre! Eri più forte e hai prevalso. (Geremia 20: 7). Oh benedetta seduzione! Seducimi, Signore, e io sarò sedotto. Sei connesso al suo servizio, non sei autorizzato a ritirarti. Dovunque andrai porterai con te questo infelice e pigro Nicolás, caro fratello, e dovrai sopportare ciò che ora non vuoi sopportare e anche cose più pesanti. Ovunque troverai fastidi, tentazioni ovunque, diavoli ovunque, perché ovunque tu vada, li porterai. Te lo dico perché è una vana tentazione del diavolo persuasivo, che da un’altra parte puoi servire Dio meglio e più facilmente. Lo fa in modo astuto per farti tornare al mondo con i pretesti, con l’apparenza del bene. Rimprovera l’Ordine, diffama i superiori, condanna i fratelli, ci fa credere che non c’è carità nella comunità, per portarti all’insoddisfazione del tuo stato. Ti mette in testa che nulla nell’Ordine ti si addice. Quel cibo è contro di te, la solitudine distruttrice della natura, una malattia dello stomaco molto grande e innumerevoli altre cose di questo tipo. Ma chiudi una malattia che, una volta conosciuta, è rimedio, tutti gli altri sarebbero guariti. È la mancanza di mortificazione, la tiepidezza, l’aridità e la mancanza di pietà dell’uomo interiore. Questo è silenzioso perché fa il suo nido lì, dove incuba tutte le altre tentazioni.