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Fratello Antonio Jaquinot

Fratello Antonio Jaquinot

Professo di Mont-Dieu

Fratelli dediti all'agricoltura

Era originario di Vitry, nel Perthois, un villaggio nella diocesi di Châlons. I suoi genitori, di modesta condizione, lo misero al servizio di un amministratore del Duca di Nevers, il cui nome era famoso nella regione. Naturalmente incline al bene e desideroso di preservare il tesoro della sua fede, il giovane non fu in grado di riconciliare i suoi doveri di stato con i diritti non meno sacri della coscienza. Diciamo allora che un movimento segreto lo ha spinto a salire più in alto. Sognava nient’altro che vita solitaria e contemplativa. La famiglia di S. Bruno, che conosceva era il suo solo ideale. Non l’ha nascosto. Tra i suoi compagni di servizio, alcuni cominciarono a sorridere delle sue pretese; e altri hanno francamente detto che quel regime era al di sopra delle sue forze. Tutti hanno dubitato della perseveranza su questa strada. Nessuno, tuttavia, osò ridicolizzare il suo progetto, tanto era sincera e profonda la stima per la sue virtù. Erano sempre sorpresi dalle sue ginocchia in ogni angolo della casa. Invano ha provato a cambiare posto; ognuno sapeva a cosa attenersi in questo senso. Buono con tutti, utile, paziente, cercava le occasioni per diventare utile. di una carità esemplare e di una riserva per tutte le prove, non fu mai sentito pronunciare una parola che fosse un po ‘offensiva o fuori luogo. Lungi dallo scoraggiare, le riflessioni dei suoi compagni e l’opposizione di Duret – che era il nome dell’amministratore – accelerarono solo l’esecuzione del suo scopo. “Queste austerità”, ha detto, “non mi blocca.” Non c’era nessuno, in effetti, con il quale non fosse stato familiare per un po ‘di tempo. Poco dopo, il giovane Jacquinot prese la strada per la certosa di Mont-Dieu, dove fece la sua professione il 22 luglio 1606. Si sarebbe trovata una più dura umiltà, uno spirito di penitenza preso fino ad ora, un fervore più costante, una vita più interiore. Questo fratello converso, semplice come un bambino, viveva solo il soprannaturale e non per il soprannaturale. Tuttavia sapeva che raddoppia le circostanze e fa tutto per tutti, con una sorprendente uguaglianza mentale. Fu così che affrontò gli affari di Mont-Dieu, la peschiera di Bairon, l’opera di Charleville dove sorgeva un monastero e migliaia di altri lavori. Il buon fratello ha avuto un alto grado delle qualità più rare, se non il più contrario: la vivacità e la pazienza, un ardore irresistibile e una pazienza imperturbabile, un dolce angelo con un tono di autorità che lo ha reso padrone di tutto. Sembrava nato per comandare, così facilmente comandato. Gli uomini posti sotto i suoi ordini pagavano la loro lealtà alla giustizia e ammiravano la sua virtù allo stesso tempo. Lo hanno sempre trovato accogliente, senza pregiudizi, sempre padrone di se stesso! Calmo per le persone, il servo di Dio era anche, per così dire, per gli eventi, che ha sempre ricevuto con ammirevole serenità. È forse l’aspetto eccezionale di questa fisionomia espressiva. Il suo spirito di fede lo ha portato facilmente ad una perfetta conformità con la volontà di Dio. Fermo su questa base incrollabile, era in anticipo rassegnato a tutto. Le sue conversazioni emanavano così tanto fascino che gli operai non cessavano mai di ascoltarlo. Lui stesso non ha perso l’occasione di dire loro una buona parola, per ricordare loro la grande verità della religione, il prezzo del lavoro, l’eccellenza del loro stato, le promesse della vita futura. Aveva un modo appropriato di pronunciare il nome di Gesù, che imponeva ai meno devoti. A nessuno fu permesso di accusarlo di pietà esagerata del buon fratello. Il successo non ha fatto altro che stimolare il suo zelo. Più lui dava, più voleva dare. Da qui la sua diligenza nel cercare conversazioni pie: ne ha sempre tratto vantaggio, con questa seconda intenzione di gettare questo buon seme sulla terra. Vedendo l’attenzione che rendeva agli uomini capaci di istruire, lo avremmo preso per un giovane novizio che aveva appena iniziato i principi della vita religiosa. Leggeva poco, specialmente durante la settimana; era sufficiente per lui eseguire gli esercizi di regola e recitare i suoi uffici. Un altro dominio della sua pietà fu la sua immensa devota tenerezza per la Beata Vergine.

La certosa di Garegnano e Francesco Petrarca

Petrarca

La certosa milanese di Garegnano fu fondata il 19 settembre 1349 da Giovanni Visconti, Vescovo ed al tempo stesso Signore della città, essa ebbe l’onore, nell’estate del 1357, di ospitare anche Francesco Petrarca. Il fecondo poeta soggiornò a Milano fino al 1361 anno in cui, a causa della grande pestilenza, fuggì dal capoluogo lombardo. Come è noto ai lettori di questo blog, in precedenti articoli vi ho illustrato infatti il particolare legame del Petrarca verso l’Ordine certosino, dettato anche dal fatto che suo fratello Gherardo era entrato, nell’aprile del 1343, nella certosa di Montrieux. Tra gli orti e il paesaggio naturale della campagna milanese il Petrarca si dedicò alle opere “Canzoniere” e a scrivere svariate lettere ai familiari, saggi in lingua latina e tante opere pregiate della letteratura italiana, non meno che alle sue celebri Rime.

Ma per meglio comprendere l’impatto che Petrarca ebbe con la certosa di Garegnano vi propongo un suo scritto, abbastanza eloquente.

Mi son recato in un rifugio amenissimo e saluberrimo. Lo chiamano Garegnano, dista 3000 passi, come affermano, dalla stessa città, luogo elevato nella pianura e cinto da ogni parte da fonti modeste e limpide e tanto soavemente intersecanti e fluenti che a fatica si riesce a capire da dove vengono e dove siano dirette: tale è il modo in cui scorrono insieme e divergono e di nuovo s’incontrano in un solo alveo.

Qui abbondano i piaceri della campagna: frutti degli alberi, fiori dei prati, pesciolini nelle fonti, anatroccoli nei ruscelli, uccellini nei nidi, ricci nei campi e poi leprotti, caprioli e piccoli cinghiali, tutti nei modesti vicini di casa. Qui ha sede una Certosa, nuova e bella: avevo stabilito di inserirmi entro la clausura di questo cenobio, se non avessi temuto di offendere essi in qualche modo con la mia presenza; ma pensando di non poter stare senza cavalli, né servi, secondo il tenore della mia vita, ho avuto paura che l’intemperanza e lo schiamazzare dei servi ostacolassero il religioso silenzio. Così ho preferito una dimora vicino a loro per poter partecipare alle loro devozioni e non recare disturbo”.

Certosa garegnano

Fratello Bartolomeu Garcia

Fratello Bartolomeu Garcia

Professo di Vall de Cristo

converso dedito alla pastorizia

Ancora una vita esemplare di un fratello certosino, un racconto che ci narra una esistenza fatta di lavoro e preghiera.

Castigliano di nascita, era quasi un bambino quando entrò al servizio dei certosini di Vall de Cristo. Egli fu inizialmente incaricato della tenuta del bestiame in seguito si potè dedicare a tutti i lavori, senza alcuna preferenza. I suoi confratelli, lo vedevano alternativamente applicarsi alla preghiera e al lavoro dei campi, ciò lo fece crescere, e insensibilmente acquisì il desiderio di vivere questa vita di cui vedeva preziosi vantaggi. Nulla, in linea di principio, sembrava opporsi alla sua ammissione. Ricco di salute, generoso, gentile con ognuno, offrì nella sua persona le garanzie di una vera vocazione. Tanto più che questi doni eccellenti erano accompagnati da un gusto già pronunciato da esercizi spirituali. L’unico ostacolo serio proveniva dalla sua giovinezza estrema; lui si sarebbe dovuto sacrificare per un pò. Dopo alcuni anni, il pastorello ricevette il mantello e, poco dopo, l’abito religioso. La comunità non doveva più lodarsi per aver ottrnuto questa recluta. Il fratello Bartolomeu prese immediatamente la lingua e le buone maniere di un altro uomo. La sua condotta fu irreprensibile fino ad ora è diventata estremamente edificante. La sua attività era radiosa per tutto; la sua costituzione di ferro, sebbene sopraffatta, non conosceva la fatica. gli interessi materiali della casa non potevano essere messi in mani migliori. Il buon fratello andava e veniva, usciva dalla mattina alla sera, senza riposo. Con il pretesto di guadagnare tempo, preparava il suo cibo la domenica. Potete immaginare come diventava dopo otto giorni. Lo scopo di questa singolare consuetudine è che voleva uccidere il vecchio riducendolo alla misura esatta. Nel mezzo di queste occupazioni incessanti, il fratello Garcia rimase assolutamente padrone dei suoi poteri interiori. Questo spiega. Il sentimento della presenza di Dio è abituale per lui, il suo pensiero si appiattisce senza sforzo nelle altezze. La sua vita è stata una meditazione ininterrotta. Ogni oggetto creato, un utensile, una pianta, il canto di un uccello, gli ricordavano il Creatore. Nel frattempo, il caro Fratello, che era essenzialmente pratico, aveva un progetto molto intelligente approvato ed eseguito, due parole per parlare. I certosini di Val de Cristo possedevano a lungo diversi mulini adiacenti alla casa. Fratello Bartolomeo, essendo stato posto a capo di questa importante obbedienza, vide presto i pericoli della situazione. “Questi mulini, disse, sfruttati dal nostro monastero, causano notevoli spese. I guadagni sono sufficienti per la manutenzione degli edifici. Ci sarebbe ogni vantaggio nel noleggio di loro. Per non parlare delle insidie, che sono i nostri fratelli in questo settore, aperta al pubblico di entrambi i sessi, il prezzo del viaggio, è strettamente alto, sarà un beneficio chiaro “. Furono piacevolmente questi suggerimenti, e i mulini furono affittati per cinquecento ducati. Sollevato da questo lato, il fratello costruì una panetteria e prese la sua direzione. L’ha tenuto per ventiquattro anni. Quanto si sentiva felice quel giorno, in questo ufficio, dove abitava abitualmente da solo. Molto impegnato, senza dubbio, ma infinitamente meno distratto, di prima! Conservò fino alla fine la sua robusta costituzione e il suo instancabile ardore. Improvvisamente attaccato da una forte febbre – era agli inizi di luglio – è morto il 25 dello stesso mese. (1612) Nel momento in cui fu amministrato il santo viatico, mostrò il ricco tesoro nascosto nel profondo della sua anima nel corso della sua lunga carriera. Fu lì che tirò fuori gli avvertimenti spirituali, i cosiddetti edificanti, di cui la comunità ricordava. La cerimonia finì, si chiuse nel silenzio e passò gli ultimi tre giorni senza prendere da mangiare. Di tanto in tanto, egli mormorava una preghiera, bruciata d’amore: “Cielo! Oh cielo! quanto era tardi per entrare! “Caro Fratello,” disse l’infermiere, “quando sarai lassù, penserai a me?” Per favore, non dimenticarmi di me prima di Dio. – Per dimenticare te e i miei fratelli di religione! Questo è impossibile. Nella casa del Padre celeste, dove si sa solo di amare, ognuno conserva il ricordo del cuore. E cosa! lascerebbero i miei ricordi, questa cara casa, la culla della mia vita religiosa sarebbe tagliata senza ritorno, i legami che mi uniscono a questa comunità di Val de Cristo! Oh no, mai, mai !! Ma ora è il momento.

Nel dire questo, lanciò un’ultima occhiata al cielo. «O Gesù, chiamami, dammi il tuo paradiso. Fammi vedere, posso vederti negli splendori del tuo Regno! Vieni, Gesù, vieni. “L’anima raggiunse il porto”.

Sessanta anni di vita certosina

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Il cimitero con le croci di pietra riservato ai Priori Generali (Grande Chartreuse)

Cari amici oggi torno a parlarvi di Dom Andrè Poisson ,che è stato Ministro Generale dell’Ordine certosino e priore della Grande Chartreuse dal 1967 al 1997. Egli riuscirà a svolgere questa duplice importante funzione per ben trenta anni esercitandola brillantemente. Nel 1997 Dom André si dimise dalla funzione di generale dell’Ordine, diventando per due anni priore della certosa statunitense del Vermont, e per i successivi due anni cappellano della certosa femminile di Vedana. Nel 2001 egli si ritirò nella Grande Chartreuse dove morì il 20 aprile del 2005. Egli morì solo, durante l’ufficio notturno, purtroppo era affetto dal morbo di Alzheimer ed anche da un cancro. Dom Andrè, nonostante ciò non ha mai sofferto ed i suoi confratelli non lo hanno mai sentito lamentarsi, sembrava controllare i suoi mali.

Per una bizzarra coincidenza, o per un preciso disegno della Divina Provvidenza è accaduto che egli spirasse due giorni dopo l’inizio del Capitolo Generale, e quindi per quel motivo tutti i priori di tutte le certose erano riuniti. Ciò permise loro di rendere omaggio ed ossequio alla salma del pio Dom Poisson.

Si narra che qualche mese prima della sua dipartita, alcuni novizi erano andati a salutarlo ed uno di loro gli aveva chiesto da quanto tempo aveva abbracciato la vita certosina.

Egli rispose: ” da sessant’anni” poi dopo una breve pausa aggiunse ” sessant’anni passati molto velocemente!”

Aveva da giovane deciso di rinunciare ad una brillante carriera professionale per entrare nella Grande Chartreuse. In un sermone pronunciato in occasione del nono centenario dell’arrivo di san Bruno a Cartusia, ebbe modo di descrivere il carattere del santo fondatore dell’Ordine certosino. In esso traspare una similitudine con il suo carattere: “Bruno non fu un sentimentale che si lasciò guidare da sensazioni a pelle, ma bensì dall’importanza dell’utilità. Non per un appagamento personale ma per una scelta di vita che porti ad autentici frutti divini. Bruno è un uomo pratico, per lui la vita contemplativa non consiste nell’alimentare flussi di idee sublimi, ma viceversa è trovare i mezzi efficaci per raggiungere Dio. Egli è perfettamente cosciente che la solitudine è il luogo dove ci si concede ad un’ozio indaffarato e ad un’attività rilassata. Questo egli disse, per il prezzo dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi lottatori la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo. Nello stesso momento in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non esita. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico per cercare la realtà eterna. La scelta è fatta: ci si è legati ad un voto”.

Ma tornando a quell’ultimo giorno di Dom Andrè sulla terra, egli sentendo prodigiosamente l’approssimarsi della morte, disse ai suoi confratelli, in maniera inconsueta, ” ecco è l’ora..vi lascio..” Dieci minuti più tardi fu trovato esanime su di una scala che conduce al Chiostro, scelse dunque di morire in solitudine come aveva scelto di vivere in solitudine.

A lui va il nostro ricordo ed una prece.

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Nel silenzio parla una voce?

Cari amici lettori riprendo dalla rete un testo di una lettera scritta da Dom Jacques Dupont, ex priore della certosa di Serra, ed ora Procuratore Generale e Visitatore dell’Ordine delle certose di Spagna. Ci parla del silenzio, dal suo eremo tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti. Un’ altra occasione per riascoltare l’amato Dom Dupont. 

Nel silenzio parla una voce?

C’è tutta una tradizione spirituale e monastica che esorta a fare silenzio per mettersi in ascolto di una Parola, con la P maiuscola. Si esorta a tacere per percepire una Parola che non assomiglia per niente alle parole che scambiano lungo la giornata. Ma in realtà chiamarla “Parola” è fonte d’inganno.

Ricordiamo l’esperienza del profeta Elia. Deluso di tutti e di se stesso, fugge nel deserto fino alla montagna dell’Oreb dove Dio lo invita a incontrarlo.

Dapprima c’è un vento che scuote tutto; non c’è dubbio che a volte Dio soffia a raffica, quando vuole liberarci dalle nostre illusioni o delusioni. Poi, avviene un terremoto; è ancora Dio che mette giù le nostre certezze e sicurezze. Invece infine Elia vede un fuoco; Dio si fa fuoco quando deve purificarci dalle nostre falsità o errori. Però tutto questo non fa che preparare il vero incontro tra Elia e Dio, un incontro in cui il primo deve scoprire con fatica la “voce sottile del silenzio”. Ecco, quando Dio si rivela, lo fa con una voce di silenzio, ossia appena udibile, perché questa voce sorge non da fuori di noi ma dal nostro profondo. E cos’è questa voce, secondo il nostro racconto: “Elia, che fai qui?”. Non è che Dio faccia un’affermazione o dia una risposta, anzi pone la domanda fondamentale che rivolge a tutti noi: chi sei? Che fai? Dove sei?

Perciò il silenzio è l’invito e la possibilità data all’uomo per conoscersi, per essere se stesso. Senza silenzio non posso esistere, non posso stare in piedi nella vita.

Ma si deve aggiungere che il silenzio è un’arte, e come tutte le arti, si impara, e la impariamo praticandola, come ci si allena a tutto ciò che richiede uno sforzo.

Vari sono i mezzi per imparare e coltivare il silenzio. Vedo soprattutto la necessità di liberarsi dal bisogno di rumore. Mi sembra che l’uomo, forse intimorito dal silenzio, cerca in tutti i modi il rumore, e lo crea quando non lo trova. I monaci, da sempre, riconoscono che la crescita umana e spirituale esige un’ascesi, una disciplina da imporsi, nello stesso modo in cui uno regola l’alimentazione per stare bene. Oggi l’ascesi di cui abbiamo bisogno più che il digiunare, è l’astinenza dal rumore.

Cosa cerchiamo nel silenzio? I frutti del silenzio possono non apparire subito. Ci vuole pazienza e perseveranza. Ma ne vale la pena. Al di fuori della dimensione specificamente religiosa, uno dei frutti più belli del silenzio è la libertà. Grazia al silenzio ritroviamo la vera libertà, non tanto quella che identifichiamo con la possibilità di fare ciò che mi piace, ma la libertà di essere me stesso, senza essere condizionato dagli eventi e dalle situazioni che mi imprigionano.

Ma, paradossalmente, il frutto specifico del silenzio è il silenzio stesso, accompagnato dalla dolcezza. Perciò rientro nel mio silenzio e lascio la parola a un grande maestro di vita spirituale, Isacco il Sirio:

Ama il silenzio più di tutto: ti porterà un frutto che la lingua non può descrivere. All’inizio il tacere ci richiede uno sforzo, ma in seguito dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira al silenzio. Se cominci ad addentrarti in questa pratica, non so qual luce zampillerà da te. Dalla pratica del silenzio col tempo nasce nel cuore una dolcezza che spinge anche il corpo a rimanere pazientemente nell’esichia. Se tu metti su un piatto della bilancia tutte le opere della vita monastica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più… Molti corrono per trovare, ma nessuno trova se non colui che osserva il silenzio continuamente. Se ami la verità, sii amante del silenzio. Come un sole, esso farà sì che sia illuminato da Dio. Il silenzio ti unirà a Dio stesso.

Dom Jacques

Una leggenda sulla nascita di Montalegre

 

certosa di Montalegre

Oggi, cari amici, voglio raccontarvi un particolare episodio, ovvero un antefatto che avrebbe preceduto la fondazione della certosa spagnola di Montalegre. Si tratta di un aneddoto singolare e curioso.

Si narra che due giovani studenti ed amici di nome Juan de Nea e Tommaso Parentuccelli durante un viaggio di ritorno dalla loro sede di studio, si fermarono per una sosta in un luogo molto attraente. Nel rallegrarsi di aver trovato un luogo così ameno per quella pausa, ne ammirarono estasiati la natura incontaminata che li circondava. Uno dei due, Tommaso Parentuccelli promise all’amico che se un giorno fosse diventato Papa avrebbe disposto di far costruire in quel sito una certosa, percependo essere in un luogo ideale per la preghiera e la meditazione. A questa promessa l’amico, stando al gioco controbbattè dicendo che lui sarebbe invece stato un monaco certosino in quella futura certosa. Risero entrambi fragorosamente per quelle ludiche considerazioni.

Con il passare degli anni questi due giovani amici si separarono e si persero di vista e di contatti. Ma la Provvidenza che in quel patto aveva individuato eccellenti intenzioni, rimediò a quell’ allontanamento.

Nel frattempo, difatti,  Juan de Nea era diventato un monaco certosino nella certosa di Porta Coeli a Valencia, ed un giorno ricevette una urgente comunicazione dal Papa che gli ordinava di recarsi immediatamente sul soglio pontificio. Il giovane certosino perplesso e spaventato, fece i preparativi e dopo pochi giorni partì per recarsi a Roma. Giunto nella Città Santa, l’umile monaco fu ricevuto dal Pontefice Niccolò V, e quando lo vide egli si rese conto tra lo stupore e l’incredulità che il pontefice altri non era che il veccho amico Tommaso Parentuccelli che nel periodo in cui si erano persi di vista era stato eletto Papa. Dopo l’iniziale meraviglia i due amici si riabbracciarono ed il Santo Padre spiegò che i motivi per i quali aveva preteso la presenza del certosino a Roma, erano per rispettare la promessa che si erano fatti e che la Provvidenza aveva voluto che si eseguisse. Era dunque giunto il momento di mantenere quella promessa che si erano fatti da giovani. Qualche giorno dopo, Juan de Nea ripartì per la Spagna, nominato Nunzio Apostolico di Sua Santità nel Regno di Aragona, come ambasciatore del Santo Padre e con pieno potere di fondare un monastero certosino a Montalegre, vicino a Barcellona, e con la facoltà di spendere tutto il necessario per reddito apostolico. In quel periodo, a causa dell’assenza di D. Afonso V, il Magnanimo, regnò come reggente la moglie, Donna Maria di Trastámara, la quale facilitò in ogni modo la realizzazione di quella promessa.

Tale parrebbe essere l’origine leggendaria della famosa certosa di Montalegre.

Bruno e gli altri santi “Consiglieri del Papa”

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Con mio immenso piacere un caro affezionato lettore ed amico di Cartusialover, ha voluto inviarmi un testo, che io ho deciso di pubblicare e che di seguito vi propongo, rendendo questo blog una vera piattaforma dinamica e non statica. La vostra interazione, con commenti, suggerimenti, testi ed altro è per me motivo di gratificazione. Un grazie speciale va dunque a Girolamo Onda.

Bruno e gli altri santi “Consiglieri del Papa”

San Bruno, come consigliere del Papa, rese dei grandi servigi alla Chiesa. La maggior parte degli storici riconosce l’influenza del fondatore dei certosini su tutti gli avvenimenti della sua epoca. Avvenimenti che influirono positivamente sul futuro dell’umanità. La descrizione storica rappresenta all’unanimità Brunone di Colonia come un uomo conoscitore del suo tempo, di cui Urbano ne intravide il valore ed al quale affidò il compito di pacificare la Chiesa, riformare i costumi, affermare la dottrina, anticipare e placare le mosse nefaste dei nemici e far trionfare la verità, attraverso la mediazione. Comunque, Bruno, non fu il solo ad essere consigliere di un papa; prima di lui e dopo, altri religiosi sono stati chiamati ad assolvere questa altissima e delicata missione. Ricordiamo San Girolamo, consigliere di Papa Damaso; San Romualdo, consigliere di Papa Benedetto VIII; San Pier Damiani, consigliere di Papa Stefano X; e Ugo di Cluny, consigliere di Papa Gregorio VII”.

Di seguito una sintesi della vita e opere di questi santi:

SAN GIROLAMO :

Sacerdote e dottore della chiesa: (Stridone ca. 347- Betlemme, 420)

Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.

Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa e poi in Egitto.

SAN ROMUALDO- ABATE (Ravenna, ca. 956 – Val di Castro , 19 giugno 1027)

Nobile, divenne eremita e dopo l’esperienza in Spagna, sotto l’influenza di Cluny, iniziò una serie di peregrinazioni lungo l’ Appennino con lo scopo di riformare monasteri ed eremi sul modello degli antichi cenobi dell’Oriente. La sua vocazione era quella della solitudine e del rinnovamento della vita eremitica e fondò, nell’anno 1012, i Calamdolesi. La sua fama e il suo carisma lo misero più volte in contatto con i potenti, principi e prelati. Fu consigliere di papa Benedetto VIII, convertì Ottone III che lo nominò abate di S. Apollinare in Classe, carica che Romualdo rifiutò clamorosamente dopo un anno rifugiandosi a Montecassino dove portò il suo rigore ascetico. Riprese le sue peregrinazioni fondando numerosi eremi, l’ultimo dei quali fu Camaldoli. E’ ricordato come il venerabile camaldolese da Fabriano che si commemora il 23 ottobre.

SAN PIER DAMIANI – Vescovo e Dottore della Chiesa (Ravenna, 1007 – Faenza, 22 febbraio 1072)

Pur amando svisceratamente la Chiesa, il Damiani non vedeva l’ora di deporre la carica di consigliere che gli era stata affidata dal papa Stefano X, anelava di ritirarsi nella solitudine del chiostro. Il papa non lo esaudì perché un uomo come lui era indispensabile al suo fianco. Inoltre i nuovi torbidi sorti alla morte di Niccolò II (+1061), rendevano molto utile la sua presenza a Roma.

Elevato al pontificato per interessamento suo e di Ildebrando Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II (+ 1073), il Damiani ne sostenne caldamente le parti contro l’antipapa Càdalo. Il nuovo papa acconsenti che Pier Damiani si ritirasse nel chiostro. Il cardinale arcidiacono Ildebrando, invece, riteneva indispensabile la sua permanenza alla corte pontificia. Fosse dipeso da lui gli avrebbe imposto di restare in virtù di santa ubbidienza. Il Damiani trovò il suo intervento indiscreto e giunse a tacciarlo di “Verga di Assur”, Dio supremo degli Assiri, e di “Santo Satana”. Infine, il santo, si rinchiuse in un’angusta cella a Fonte Avellana per darsi al digiuno quotidiano, alle intense discipline, alla meditazione e al canto dei salmi. Per umiltà prendeva il suo pane nello stesso piatto che serviva a lavare i piedi ai poveri, e dormiva per terra sopra un graticcio di giunchi. Nel capitolo, dopo aver rivolto le sue esortazioni ai monaci, si accusava pubblicamente delle proprie colpe come un religioso qualunque, e si dava la disciplina a due mani. Da ogni parte giungevano all’eremo

persone desiderose dei suoi consigli. Alessandro II lo pregò di scrivergli più sovente. Morì a Faenza il 22 febbraio 1072.

UGO DI CLUNY:

(Brionnais, 1024 – Cluny, 29 aprile 1109)

Nacque nel 1024 a Brionnais nella diocesi di Autun, primo degli otto figli del conte Dalmazio di Semur e imparentato con i duchi di Aquitania e con i conti di Poitou.

Contrariamente ai desideri paterni di farlo diventare un cavaliere, Ugo appoggiato dalla madre, si indirizzò verso gli studi, insistendo riuscì ad entrare nel convento di S. Marcello di Chalon nel 1037, per ricevere un’adeguata educazione. Ugo fu il quarto abate della celebre abbazia benedettina di Cluny, centro della rinascita religiosa, che riguardò l’Europa dell’XI secolo. Nato nel 1024 fu eletto, a venticinque anni, alla guida della comunità monastica francese, governò numerosi monasteri. Fu consigliere di re e papi, tra i quali Gregorio VII (Ildebrando di Soana) che prima di accedere al soglio pontificio era stato uno dei suoi monaci.

I suoi viaggi e le date sono state accuratamente tracciate in tutti i particolari, da studiosi della materia; nel 1049 fu a Reims per il Concilio là svoltasi; poi accompagnò fino a Roma il papa Leone IX dove prese parte al Sinodo del 1050; nella Pasqua del 1051 si trovava a Colonia per il battesimo del figlio dell’imperatore Enrico III. A Cluny, accolse papa Urbano II nel 1095, s. Anselmo d’Aosta nel 1097, papa Pasquale II nel 1106. Concluse la sua laboriosissima vita ad 85 anni, il 29 aprile 1109.

SAN BRUNO – (Brunone di Colonia) Sacerdote e monaco

Nato a Colonia (Germania), intorno al 1030 – Morto nell’attuale Serra San Bruno (Vibo Valentia) il 6 ottobre 1101.

Bruno o Brunone, professore di teologia e filosofia, scelse in giovane età la strada della vita eremitica. Con altri sei compagni, amanti della solitudine e della preghiera, grazie al vescovo Ugo di Grenoble che li aiutò, si stabilirono in una località selvaggia detta «cartusia» (chartreuse in francese). Nell’aspra montagna crearono un ambiente per la vita monastica; costruirono sette baracche dove ciascuno viveva pregando e lavorando: una dura vita eremitica scandita da brevi momenti comunitari. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 Oddone fu eletto papa col nome di Urbano II e scelse Bruno come consigliere e lo chiamò a Roma. Bruno anelava di tornare nella primitiva comunità e vivere in preghiera e solitudine con i suoi amati compagni ma, le vicende storiche del tempo lo portarono in Calabria. E proprio in Calabria, nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia), fondò una nuova comunità e, con l’aiuto del Normanno Ruggero d’Altavilla, dette origine alla fondazione di una nuova certosa.

La certosa di Serra San Bruno, ai giorni nostri, è ancora abitata dai certosini e conserva viva e pulsante di spiritualità la vita monastica.

(Ricerca storica di Girolamo Onda per Cartusialover)