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Dom Georg Pirckheimer: il certosino alchimista

certosa di Norimberga

Certosa di Norimberga

Le origini dell’alchimia sono antichissime, e da far risalire all’antico Egitto ma la diffusione di testi alchemici avviene tra il 1350 ed il 1500. Inoltre, a partire dai primi anni del XV secolo, si assiste a un incremento numerico di manoscritti alchemici, che raggiunge il suo apice negli anni del primo Rinascimento. La proliferazione dei laboratori di alchimia, ovvero l’arte della trasformazione dei metalli, avviene nel XIV secolo, ed è in particolare l’aumento di impostori che induce il papato a proibirne l’esercizio.

Oggettivamente, se molti alchimisti cercano in buona fede di trasformare metalli, altri, meno scrupolosi, usano le loro scoperte e la creduloneria degli uomini per poter mettere denaro contraffatto in circolazione, un vero mercimonio. La bolla papale “Spondent Pariter” venne emanata da papa Giovanni XXII nel 1317, essenzialmente per la sua condanna degli abusi dell’alchimia, essa mira quindi a proteggere la popolazione dai criminali, ma senza fare distinzione tra alchimisti e impostori. Nel 1493, è la città Imperiale di Norimberga che ordina il divieto di alchimia tra le mura della città. Anche in questo caso, le motivazioni e gli obiettivi erano quelli di proteggere la popolazione che subivano la circolazione di denaro contraffatto, e spiacevoli inganni commessi da turpi imbonitori. Questo decreto, tuttavia, sembra completamente ignorato dal priore della Certosa di Norimberga, Dom Georg Pirckheimer, che si dedica da tempo all’alchimia all’interno della clausura. Va detto che i monaci certosini, provenienti da ambienti sociali culturalmente elevati, potevano dedicarsi non solo alla contemplazione, ma anche allo studio di discipline che esulavano dal campo religioso. Uno statuto pubblicato dal Capitolo Generale del 1499, in particolare per le Province del Reno e della Germania inferiore, indica che alcuni certosini si impegnano nella pratica dell’alchimia nei monasteri.

Poiché l’Ordine aveva già proibito in precedenza con un documento specifico, valido per tutte le certose, lo studio del diritto, dell’astrologia, dell’alchimia, delle opere di Erasmo e della lingua greca ed ebraica, tale menzione costituisce pertanto un avvertimento mirato per quella area geografica. Nel caso in cui le attività non si fossero fermate immediatamente, i certosini sarebbero stati puniti con la sospensione del loro ufficio nel caso di priori, o con una pena detentiva. Poiché l’avvertimento fu destinato a due Province, senza indicare con precisione le Certose direttamente interessate, possiamo considerare che non vi era un caso isolato, ma piuttosto che diverse certose erano dedite alla ricerca della quintessenza. Un caso era già stato identificato presso la certosa di Güterstein nel 1470 e il Capitolo Generale convocò il colpevole tale monaco Ulricus. Ancora una volta, il vertice dell’Ordine non punì il certosino, ma gli diede un primo avvertimento: Et dominus Ulricus, monachus dicte domus [Güterstein], amplius non intromittat se de alchimia nec de quinta essentia. Et si que concessa sunt aut mandata super his, revocamu. Ovvero Ulrich, un monaco della casa [Güterstein], non immischiarsi in alchimia e la quinta essenza. E se questo sono stati concessi o commissioni su quelli revochiamo.

Certamente, la dimensione mistica dell’alchimia avrebbe potuto essere una ragione del divieto della pratica da parte del Capitolo Generale. In effetti, Aristotele afferma che Dio è l’essenza di tutte le cose, il che implica quindi che si trova in tutte le cose e quando l’alchimia propone di trasformare la natura degli elementi, attacca solo l’essenza divina, che può quindi essere assimilata Ora, non sembra che il Capitolo Generale proibisca la pratica dell’alchimia nei certosini per ragioni teoriche, ma piuttosto per motivi pratici. Prima di tutto, perché l’alchimia è un’arte molto costosa. Gli elementi necessari per i preparativi richiedono un capitale iniziale abbastanza grande, che è in contraddizione con il voto di povertà imposto ai certosini dalla loro professione di fede. I religiosi che si abbandonavano all’alchimia dovevano quindi fare affidamento su di un sostegno finanziario esterno al monastero, oppure compromettere i fondi destinati per la gestione ordinaria della casa. Tuttavia, nessuna soluzione drastica fu autorizzata dagli statuti dell’Ordine. Gli alchimisti avevano quindi bisogno di un contributo finanziario regolare, che può essere troppo restrittivo, persino pericoloso per una comunità. Inoltre, il monaco-alchimista certamente non lavora nella sua cella, in primo luogo per motivi di salute, ma anche perché ha bisogno di un assistente che lo aiuti nei preparativi e che alimenti perennemente il forno, “atanor”. Ciò comporta la creazione di un laboratorio, vale a dire uno spazio non destinato alla realizzazione dell’ideale certosino, ma d’altra parte incoraggia una collaborazione tra due certosini, che rinunciano in effetti alla solitudine imposta dalla severa regola dell’Ordine. Inoltre, l’alchimia è un’arte che richiede diligenza. I preparativi possono talvolta essere complicati e i tempi di elaborazione possono richiedere diversi giorni. Ne consegue quindi che l’alchimista non può rispettare un impiego rigoroso del tempo certosino: al monaco gli mancherebbe il servizio, non poterebbe dedicarsi alla preghiera nella cella, insomma, si discosta notevolmente dal suo scopo originale, la contemplazione. Tuttavia, ciò che preoccupava l’Ordine non è tanto la pratica dell’alchimia da parte di un padre, anche se non fa parte delle normali attività monastiche, quanto la complessità dell’insieme e l’inevitabile alterazione della vita solitaria e silenziosa. La costruzione di un laboratorio nella Certosa, così come l’irregolarità di un padre in ufficio, non sfuggirono al resto della comunità. In effetti un’attività, vietata dagli statuti dell’Ordine, trova posto nell’eremo solo con il consenso generale, in altre parole un tacito accordo per ignorare la legge.

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

Poiché l’alchimista è il priore della Certosa, questa pratica mette a repentaglio l’intera comunità, poiché il superiore, che dovrebbe incarnare la regola, non la rispetta. La legittimità della sua autorità è compromessa e quindi conseguenzialmente l’unità tra tutti i confratelli. Si ha una prova inconfutabile della pratica alchemica svolta dal priore Dom Pirckheimer, difatti nel Germanische Nationalmuseum di Norimberga, è conservato il manoscritto con sigla HS 9715, intitolato Alchemie, il massiccio lavoro del certosino Georg Pirckheimer. Egli è stato Priore della certosa di Norimberga dal 1477 al 1498, fu anche Visitatore della provincia tedesca inferiore tra il 1486 e il 1493 e infine, fu vicario della certosa di Ilmbach. Inoltre, va detto che il suo cognome ci riferisce delle sue origini patrizie, poiché la famiglia Pirckheimer fu una delle famiglie più importanti della città imperiale. Un suo parente Willibald Pirckheimer fu sicuramente uno degli umanisti più famosi della città ed è anche conoscitore e diffusore dell’alchimia. Allo stesso modo, Caritas Pirckheimer, Badessa del convento delle clarisse di Norimberga, figura importante della vita religiosa di Norimberga e sorella di Willibald, che fu in contatto diretto con Dom Georg Pirckheimer

Nel 1497, il Capitolo Generale lo nominò “sovrintendente” della certosa di Prüll, in altre parole, doveva assicurarsi che il cambio di priore in questa casa fosse conforme alla legislazione dell’Ordine. Per questa missione, Pirckheimer agisce come rappresentante dell’autorità del Capitolo Generale, ciò ci illustra non solo la sua riconosciuta capacità di assicurare questo ufficio, ma anche la fiducia che l’autorità suprema dell Ordine gli conferì. Tuttavia, nel 1498, perse il suo ufficio prima di essere trasferito nella certosa di Ilmbach, poi nel 1499, il Capitolo Generale pubblicò il divieto di praticare l’alchimia nelle case della  Germania Inferiore e del Reno. I meccanismi istituzionali certosini sono implacabili: lo spostamento di Georg Pirckheimer da Norimberga a Ilmbach e il suo degradarlo dall’ufficio precedente per un vicariato sono certamente una conseguenza della sua disobbedienza agli statuti. Si potrebbe pensare che la pena inflitta dal Capitolo Generale sia leggera, poiché Pirckheimer mantenne la carica vicariale. Tuttavia, il suo trasferimento verso la certosa di Ilmbach, molto meno influente, ebbe il sapore di un esilio. Anche se non fallì come capo spirituale della sua comunità, né nei vari compiti che il Capitolo Generale gli affidò nella provincia della Bassa Germania, che si trattasse della visita o delle missioni spontanee, con la sua condotta mise in pericolo la Certosa di Norimberga, prima di tutto per il rischio insito nella pratica dell’alchimia, ma soprattutto per la sua mancanza di assiduità nella preghiera. Come un priore, egli avrebbe dovuto agire con l’esempio. Il Capitolo Generale non può reagire se non con il suo licenziamento. Infine, va notato che all’inizio del XV secolo la certosa di Norimberga ha avuto serie difficoltà finanziarie e ci si interroga se ciò non sia una conseguenza delle azioni di Georg Pirckheimer. Certamente lui utilizzò il patrimonio di famiglia per finanziare le sue attività di alchimista, ma è lecito pensare che abbia usato anche le entrate della Certosa e che abbia effettivamente contribuito a gravare sul bilancio ordinario. Ma non tutti i mali vengono per nuocere! Va altresì detto, infatti, che tracce di questi studi si riversarono sui medicamenti concepiti all’interno delle note spezierie certosine. Tra queste ne ricordiamo alcune, come la polvere di smeraldo con miele per problemi oculari, lo sciroppo di corallo contro le febbri insistenti, l’ambra contro la disuria, e la canfora contro la peste e nonchè come anafrodisiaco, non a caso i monaci ne portavano un sacchetto addosso, per placare le pulsioni sessuali. A Dom Georg Pirckheimer, per la precisione, va anche attribuito il merito dell’impegno per far si che venisse pubblicata la prima edizione di “Imitato Christi” di Tommaso de Kempis nel 1494.

Speziale

certosino speziale

Dom Dysmas de Lassus ci parla del suo libro (Seconda parte)

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Copertina della rivista con Dom Dysmas de Lassus

Ecco per voi il prosieguo dell’intervista a Dom Dysmas de Lassus.

 

Oltre all’obbedienza poco compresa, quali sono i meccanismi che promuovono l’abuso spirituale?

Lo zelo dei giovani religiosi che amano l’assoluto ma non ancora armato per il discernimento può essere usato dall’aggressore. Le motivazioni altamente spirituali, ma disconnesse dalla loro umanità, possono sedurle senza essere in grado di realizzare il danno che produrranno a lungo termine. Molto spesso, nella vita religiosa, l’abuso assume la forma di una tentazione sotto le spoglie del bene, questo è ciò che rende difficile discernere per il principiante – ed è anche ciò che lo rende difficile. apprezzare per il grande pubblico – da qui la necessità di un’analisi precisa. Questo è quello che ho cercato di fare.

Inoltre, accade che un religioso non possa confidare nelle sue difficoltà a causa del fenomeno dei circoli. Intorno ai fondatori o ai superiori c’è spesso una sorta di guardia composta da pochi parenti. In genere, beneficiano del sistema che mantengono. Questo fenomeno dei cerchi impedisce al superiore di ascoltare ciò che viene dalla base, poiché il messaggio deve attraversare diversi confini. Un altro elemento può incoraggiare l’abuso: un eccesso di affettività.

Cioè ?

Questo è particolarmente vero per le comunità femminili, ma può essere visto negli uomini.Ti darò un aneddoto illuminante: quando vi è l’elezione di una nuova badessa, succede che le suore votano per chi termina il suo mandato in modo da non ferirla, e può giocarci per essere rieletto. Non è un ragionamento equo. Tanto peggio per il priore se sperimenta la sua non rielezione come dramma, che, tra l’altro, è sorprendente per un religioso. La comunità viene prima di lui. Un priore fa un servizio. Sembra semplice, ma in pratica è qualcos’altro …

Le nuove comunità sono più fragili di fronte agli abusi?

Le nuove comunità sono nate nell’ingenuo entusiasmo del Concilio post-Vaticano II. Ci dicemmo che la Chiesa era troppo sclerotica, il che era vero, e che tutto ciò doveva essere sostituito dallo Spirito Santo! Ma il discernimento degli spiriti può essere appreso. Esistono tre tipi di mente: buona, cattiva e mia! Dicendo: “ La parola del superiore è lo Spirito Santo  “, il superiore può prendersi sul serio e credere che la sua parola sia davvero quella di Dio!

Le congregazioni tradizionali sono sicure?

Attenzione, tutte le deviazioni di cui parlo possono verificarsi ovunque, anche tra i certosini! Ma, nelle congregazioni tradizionali, ci sono i mezzi per reagire. La devianza rimane locale e tutto il corpo può proteggersi. È vero che la saggezza si cristallizza nel tempo. Detto questo, esiste una formula che viene utilizzata al di fuori della Certosa e che mi prendo cura di non vendere così com’è: ” La Certosa non è mai stata riformata, perché non è mai stata deformata. Non sono completamente d’accordo. La formula corretta sarebbe quella di dire: la Certosa non è mai stata riformata, perché è sempre stata riformata! I nostri predecessori hanno fatto la cosa giusta nel corso della storia. Se il Capitolo Generale non avesse svolto il suo lavoro e se le visite canoniche non avessero mai avuto luogo, la Certosa non esisterebbe più!

Precisamente, in che modo una comunità può proteggersi dagli abusi spirituali?

La comunità deve sviluppare il suo sistema immunitario. Il principio di base è quello del potere e del contro-potere. Il sistema immunitario deve essere in grado di individuare un difetto e quindi risolverlo agendo. Richiede quindi lucidità e mezzi. La formazione dei funzionari per esercitare l’autorità può avvertirli dei pericoli che affrontano e aiutarli a scegliere la strada giusta. Ciò che salva anche è avere una formazione religiosa iniziale e continua per resistere. Perché i giovani pieni di entusiasmo e illusioni spesso non hanno i mezzi per difendersi. Questa formazione è una pietra fondamentale della salute umana e spirituale di una comunità religiosa, la Chiesa insiste enormemente su di essa oggi. Troviamo anche la necessità di avere una visione esterna obiettiva della comunità. Una visita canonica o un Capitolo generale è un’opportunità per individuare deviazioni. Inoltre, so che alcune vittime sono arrabbiate con i vescovi che non hanno reagito in tempo. È possibile, ma molto spesso il vescovo non ha i mezzi per realizzare ciò che sta realmente accadendo. Dall’esterno, cosa può fare?

E le famiglie hanno un ruolo speciale da svolgere?

Credo che a livello comunitario non siano in grado di diagnosticare anomalie. Ma a livello individuale, possono essere consapevoli delle preoccupazioni. Quando qualcuno entra nella Certosa, le famiglie sono spesso preoccupate. Il primo incontro è quindi un’opportunità per vedere per ciascuno di loro che il loro figlio si sente bene, il che li rassicura e accettano. Ma se la famiglia nota una sensazione di depressione, se nota una distanza che si crea, una legge del silenzio, la sopravvalutazione del carisma o del fondatore, ora che questi fenomeni sono ben noti, possono porre domande e svolgere il ruolo di un allarme. Probabilmente non sarà ascoltato, ma la piccola crepa creata un giorno potrebbe aiutare ad aumentare la consapevolezza.

Quando Roma prende sanzioni contro le comunità, c’è il rischio di errori di giudizio?

Di regola no! Gli eccessi di gravità da parte di Roma sono piuttosto difficili da trovare. Piuttosto, il problema è che Roma non agisce abbastanza rapidamente. Manteniamo l’esempio dei Legionari di Cristo in cui gli abusi hanno richiesto anni e anni per essere considerati.

E le false testimonianze?

Può esistere, ma la malafede su queste questioni è piuttosto rara. La commissione Sauvé si aspettava molte false testimonianze, ma ne trovò pochissime. Non conosco tanti casi di “false testimonianze” reali. Ciò non significa che dobbiamo prendere tutto alla lettera quando riceviamo una testimonianza. I fatti descritti dalla vittima non sono generalmente disponibili. È l’analisi della vittima che a volte può essere qualificata.

Infine, non è paradossale vedere che è nel luogo che dovrebbe essere il più santo nella Chiesa che a volte troviamo crimini abietti?

Non lo diciamo più troppo, il demone esiste e colpisce nel posto più importante. C’è un Apoftegma che descrive il diavolo che raccoglie le sue truppe per stimare i loro risultati … Un demone si vanta di aver causato tempeste per uccidere migliaia di uomini, ma riceve un pestaggio, perché gli ci sono voluti mesi per raggiungere i suoi scopi. Un’altra guerra fomentata, ma ci è voluto anche troppo tempo … L’ultimo demone arriva spiegando che ha tentato un solitario nel deserto e che ha finito per sconfiggerlo dopo quarant’anni di combattimenti. Il diavolo si congratula con lui e si offre di venire a sedersi vicino a lui! Il demone sta ancora cercando di colpire la testa. Questo è il significato dell’ adagio latino “corrottiio optimi pessima”(non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio)

Dom Dysmas de Lassus ci parla del suo libro

La Grande Chartreuse

Come corollario della intervista che vi ho proposto a inizio mese e dell’articolo che annunciava l’uscita del libro di Dom Dysmas de Lassus: Risques et dérives de la vie religieuse, oggi vi propongo un’altra intervista. In essa Dom Dysmas ha risposto, nei giorni scorsi, ad alcune domande rivoltegli dal sito francese Famille Chretienne, e che vi riporto tradotta in italiano, e divisa in due parti.

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Che cos’è un abuso spirituale? Come scovarlo? Come reagisce la Chiesa? Dom Dysmas de Lassus, priore della Grande Certosa, ha svolto per quattro anni un’inchiesta su un flagello che può condurre «a drammi inauditi». L’abbiamo intervistato.

Perché lavorare quattro anni sul dramma degli abusi spirituali?

Anzitutto, posso dire francamente che ho trovato nella vita religiosa più felicità di quanta ne avrei mai sognata. E non è tutto qui! Non dico però che sia facile. Degli incidenti… se ne trovano sempre… però non è chiudendo gli occhi che li eviteremo. Prendiamo l’esempio dell’aereo. Gli incidenti aerei colpiscono per la loro portata. Eppure si tratta del mezzo di trasporto più sicuro in assoluto. Questa sicurezza l’aereo l’ha conquistata a forza di perseveranza. Ogni grave incidente dà luogo a un’inchiesta approfondita col fine di scovare la causa esatta del dramma per evitare che si ripeta.

Indagare per guarire, è dunque questo l’oggetto del suo lavoro…

Quel che ha motivato la mia inchiesta è l’incontro con diverse persone distrutte da abusi spirituali. È perlomeno drammatico sentire delle religiose che avevano abbracciato la vita consacrata con generosità e che sono diventate incapaci di pregare! Ogni caso è unico e a sé, ma ho constatato con stupore i punti che nei diversi racconti si ripetevano identici. E poi insomma credo che non possiamo più tacere queste situazioni! Per i fedeli, il fatto di aver nascosto degli abusi è forse uno scandalo maggiore degli abusi stessi. L’attitudine della Chiesa volta ad ascoltare le vittime e a metterle al centro è una novità.

Davvero? E lei a quando fa risalire questo cambiamento?

La Chiesa è cambiata nel 2019, in Francia. Ciò è meno evidente in altri paesi, come gli Stati Uniti: lì non vogliono più rogne, quindi non bisogna più avere vittime… ma è a queste che si sta pensando, anzitutto? Per tornare alla Francia, nel quadro degli abusi sessuali sono comparsi molti studî dedicati. E poi molti eventi hanno spinto la Chiesa a reagire, finalmente. Il processo Barbarin, per quanto sia stato lamentabile da certi punti di vista, ha avuto un effetto considerevole. In quest’occasione, come pure durante la riunione dei vescovi di Francia a Lourdes alla fine del 2018 o durante il summit romano sugli abusi, nel 2019, i partecipanti hanno sempre detto che quanto aveva cambiato il loro sguardo era l’aver potuto sentir parlare direttamente le vittime.

Siamo franchi: se non ci fossero stati tutti questi processi pieni di rivelazioni che hanno fracassato e umiliato la Chiesa, saremmo ancora immersi nel fango e gli abusi sarebbero proseguiti. È un poco triste, che la Chiesa non sia stata capace di fare da sola il lavoro su di sé, e che ci siano voluti dei giornalisti o talvolta delle persone malevole. Non era questo il modo migliore in cui la cosa sarebbe potuta andare… ma almeno s’è rotto il ghiaccio. La Chiesa ha reagito dunque sulla questione degli abusi sessuali. Penso anzi che oggi se ne possa essere fieri – evidentemente non per quanto concerne il passato – ma sulla maniera in cui oggidì le cose vengono trattate. Resta da svolgere lavoro analogo sulla questione degli abusi spirituali.

A questo punto la Chiesa è davvero capace di ascoltare le vittime?

Sì. E bisogna capire per bene che se non lo farà tutto riprenderà come prima. La sordità di alcuni responsabili ha portato a drammi inauditi. Sapete, ci sono circostanze in cui si ascoltano vittime di abusi con lo scopo di farle tacere. Questo capita quando la reputazione della comunità oppure l’interesse personale sono più forti della sofferenza altrui. Bisogna rovesciare la cosa e passare dal riflesso “la vittima è una minaccia” a “la vittima è un medico che mi diagnostica un cancro”. Insisto: il medico che vi annuncia un cancro non è vostro nemico.

Come definisce, lei, il cancro mortale dell’abuso spirituale?

I vescovi svizzeri hanno fatto il lavoro per me. Lo hanno definito come “ sfruttando un ascendente morale ”. Ciò significa che la persona che ha un ascendente morale (genitore, insegnante, padre spirituale, superiore, ecc.), Invece di esercitarlo nel senso del servizio, lo utilizzerà sfruttando l’altro per il proprio profitto. In un contesto ecclesiale, si potrebbe dire che il potere per le pecore diventa un potere sulle pecore. Il pastore non è più al servizio delle pecore, ma le pecore al servizio del pastore. Infine, la domanda è sapere come viene utilizzato questo ascendente e quale limite ci viene posto. Più è grande, più la persona che lo tiene può usarlo nel bene e nel male. In realtà, gli abusi non ci sono esterni, sono potenziali all’interno di ciascuno.

Gli abusanti quindi non sono sempre personalità con una struttura perversa?

Quando sei un fondatore o un superiore adorato dalla tua comunità, è molto difficile resistere all’orgoglio. I membri di una comunità a volte aprono le porte al demone glorificando il fondatore durante la sua vita. Questo riflesso avrebbe potuto essere esacerbato dopo il Concilio, quando i cattolici provarono un senso di insicurezza e vollero rifugiarsi con persone “solide”. A poco a poco, il successo di queste persone, in buona salute in fondo, potrebbe andare alla testa. Nella mia riflessione, noto che nella maggior parte dei casi un padre abate che deraglia non è un personaggio perverso all’inizio. È il tempo, l’ambiente e poi l’orgoglio, la gloria, il potere che gradualmente lo fanno vacillare.

I superiori colpevoli di abusi ne sono consapevoli?

Penso che molto spesso sia incosciente. Non è un contraffattore che sa cosa sta facendo. Se il fondatore è convincente, è perché è convinto. Gestisce quindi l’obbedienza come uno strumento di schiavitù pur essendo convinto di essere nel bene. Questa incoscienza è più complicata da considerare in caso di abuso sessuale. Prendo atto che l’abuso sessuale è generalmente preceduto dall’abuso spirituale. Per tornare al mio punto, posso assicurarti che alcuni maltrattati sessuali che ho incontrato non hanno ancora capito il problema! Ciò che è incredibile è che le persone intelligenti a volte possono giustificare gli abusi dicendo: ” È un dono così grande che Dio ci offre che, per noi, è permesso. Peggio ancora: possiamo leggere le testimonianze delle vittime che affermano che il superiore sentiva che Dio non solo lo consentiva, ma che lo voleva! E ancora, queste non sono persone con malattie psichiatriche di base.

Non è dunque una comprensione sbagliata dell’obbedienza che evoca queste anime?

Nel mio libro non dico nulla di nuovo e straordinario sull’obbedienza religiosa. Ma sono colpito nel vedere che le cose che dovrebbero essere conosciute da tutti non lo sono! L’obbedienza è necessariamente a immagine di Cristo. Non è obbedienza a un uomo ma a Dio. Perché si materializzi, deve essere incarnato in una realtà. Passa quindi attraverso l’obbedienza a un uomo. L’obbedienza di Abramo si manifesta attraverso il sacrificio di Isacco. Attraverso questo atto, Dio gli permette di andare oltre nella sua obbedienza, non solo per desiderio, ma anche nel cuore della sua carne. Pertanto, dobbiamo sempre considerare l’obbedienza a un superiore come un’opportunità per poter obbedire a Dio con un atto molto concreto. Dà un significato incredibile a spazzare un chiostro. Ovviamente, l’azione richiesta deve sempre rispettare la mia umanità. Un religioso è un essere dotato di intelligenza e responsabile delle sue azioni. Di solito è quando l’obbedienza è focalizzata sul superiore che iniziano i problemi. Si dice spesso che il superiore sia per i religiosi l’immagine di Dio. Nello scrivere questo libro ho capito che, per il superiore, il religioso è l’immagine di Gesù. È un figlio di Dio che non è mai di proprietà di un uomo.

Continua…

 

Una preghiera di Dom Michele di Praga

pregando

Voglio offrirvi in questo articolo odierno una preghiera di esortazione per fuggire dall’ambizione, concepita dal certosino noto con il nome Michele di Praga. Ma prima del testo della preghiera vediamo chi era costui.

La data di nascita di Michele non è nota, né il suo luogo di nascita. Il suo nome compare per la prima volta nel 1356 poichè risulta essere il Vicario della certosa Mariengarten di Praga, nonchè Visitatore della Provincia della Germania Superiore. Dal 1386 al 1387 fu priore della certosa di Aggsbach ed infine nel 1391 della certosa di Geirach nella Bassa Stiria, oggi Slovenia. Egli morì in carica il 27 settembre 1401.

È noto per i suoi scritti spirituali in latino. A Praga terminò nel 1387 la sua opera più nota Fürstenspiegel il cui titolo originale in latino è De quartet virtutibus cardinalibus pro erudicione principum (Delle quattro virtù cardinali per l’insegnamento di un principe). È un’opera sotto forma di dialogo che dedica a Roberto III del Palatinato, futuro imperatore del Sacro Impero. Da questo testo vi propongo una preghiera di esortazione a fuggire dall’ambizione:


“Fuggi da questo corruttore di anime, questo primogenito del diavolo, questa immagine del diavolo, questa trappola mortale, questa segno di dannazione, questo principio di rifiuto della giustizia fatto a Dio, questo seme di perdizione, questa ambizione che diventa idolo di se stesso, questo lavoratore dell’inganno, questa madre dell’ipocrisia, questa scimmia della carità, questo amico di dolore e questo nemico del santo riposo, questo spoliatore della gloria di Dio, questa continua lotta contro Dio, questo sottile avversario della verità, questa madre adottiva dell’aridità e dell’insensibilità ”.

Così sia.

“Del quartetto virtutibus cardinalibus pro erudicione principum” (Delle quattro virtù cardinali per l’insegnamento di un principe)

Dom Pacomio Lessus l’intrepido certosino “refrattario”

 

Dom Lessus

Dom Lessus

In questo articolo odierno, cari amici, voglio parlarvi nuovamente degli accadimenti avvenuti a seguito della Rivoluzione francese e dalla persecuzione subita dai cattolici francesi. Già vi ho descritto, in precedenti articoli a cui vi rimando, diverse pagine di storia che hanno coinvolto monaci certosini perseguitati e martirizzati. Oggi vi parlerò di un altro certosino cosiddetto “refrattario” e delle sue peripezie durante quel triste periodo. Il personaggio in questione è Jean Ignace Lessus, egli nacque a Bonnétage (Doubs) il 14 aprile 1766, suo padre era un umile maestro aveva tre fratelli che morirono da bambini, così come la madre che si spense quando Jean Ignace aveva solo cinque anni. Sin da piccolo egli si fece notare per la sua pietà e le sue capacità intellettuali. Il parroco lo aiutò negli studi e lo guidò verso la vita sacerdotale inviandolo dapprima al collegio di Besancon nel 1786 per poi passare al Seminario. Ma alla vigilia del suo suddiaconato, nel settembre 1788, partì per la Certosa di Montmerle(dipart. dell’Ain), dove, il primo novembre del 1789, fece la professione solenne e ricevette il nome sotto il quale sarà ormai conosciuto e col quale noi lo chiameremo: Pacomio. Fu poi ammesso, a intervalli regolari, ai vari ordini sacri ed il priore, Guillaume ARMÉLY, che era stato avvocato al Parlamento di Bordeaux, lo volle come suo segretario particolare. La Rivoluzione francese avrebbe messo termine a questa prima parte della sua vita. Conformemente alle disposizioni dell’Assemblea Costituente, cominciarono le perquisizioni nelle case religiose. La prima visita dei commissari alla Certosa di Montmerle ebbe luogo l’8 dicembre 1791. Interrogati per sapere se avevano intenzione di perseverare nella loro vocazione, venti religiosi su ventidue risposero affermativamente. Dopo questo primo sopruso, la vita della comunità religiosa potè tuttavia continuare fino al settembre 1792, quando si ebbe la dispersione forzata dei suoi membri. Al contrario dei suoi confratelli che si diressero verso le certose in Svizzera o Italia, Dom Pacomio non volle lasciare la Francia, entrando in clandestinità. Non si arrese mai con uno zelo più ansioso che discreto e saggio, lasciando la certosa dove, interamente dedito ai santi esercizi di pietà e vita cenobitica, dovette impegnarsi per la vita attiva del santo ministero sacerdotale con devozione. Decise di difendere la fede in pericolo e di difendere i credenti contro lo stato rivoluzionario ed anticlericale. Restò a disposizione dei fedeli, aggirandosi per la regione come un proscritto, imbattendosi in tutti quegli ostacoli e rischi che son ben noti ai cultori della storia di questa persecuzione. Dom Pacomio svolgeva il suo apostolato principalmente nei pressi della città di Pontarlier (dipart. del Doubs). Fu sancito nel 1792 che tutti i preti “refrattari” sarebbero stati deportati e condannati a 10 anni di detenzione. Ciononostante egli con zelo e tenacia svolse segretamente la sua attività. Ecco un aneddoto che ci chiarisce i rischi che corse per la fede e la assistenza dei fedeli.

Dom Lessus

Un giorno arrivarono per dirgli che una persona era pericolosamente malata nel villaggio di Cerneux-Monnot, nella casa di Monsieur Chat gli fu anche detto che questa casa era attentamente sorvegliata, giorno e notte, poichè sapendo che si trattava di una famiglia molto credente, non avrebbero lasciato morire qualcuno a casa senza fornire loro l’aiuto della religione, e che questa circostanza offriva una buona opportunità per poter arrestare un prete.

Dom Lessus, profondamente toccato dalla situazione di questo paziente, si impegnò ad andare in suo aiuto, ma raggiungerlo furtivamente era impossibile, quindi decise di andarci pubblicamente e in pieno giorno. A tal fine Dom Pacomio escogitò di indossare un cappotto da mendicante, si mise una cartella sulla spalla, in cui mise alcuni pezzi di pane, e così mascherato, partì per Cerneux Monnot. Era una domenica passò davanti a un gran numero di persone che conosceva ne riconobbe diversi, ma nessuno lo riconobbe con quei panni logori, Dio lo coprì con un velo protettivo! Avvicinandosi alla casa di Monsieur Chat, il quale come abitudine riceveva gruppi di straccioni per donare caritatevolmente una zuppa calda, Dom Pacomio si mimetizzò tra essi ma contrariamente agli altri si fece notare per una timidezza nel non chiedere carità. Questa differenza rispetto agli altri fu notata da una servitrice, che sorpresa decise di farlo entrare in casa per offrirgli zuppa calda pane e della frutta. A tal punto Dom Lessus ottenuto il suo scopo, rivelò la sua identità e svelò il motivo della sua presenza. Che gioia questa dichiarazione si diffuse nell’anima di questa brava signorina! Lei indicò rapidamente al prete come arrivare al paziente. All’inizio credeva di aver ricevuto solo un uomo povero e in effetti aveva ricevuto un inviato da Dio. Il conforto e l’assistenza al moribondo furono assicurati dal certosino con grande amore. Si narra che un altra volta riuscì ad ingannare le guardie del carcere di Ornans , dove era rinchiuso un suo amico a cui volle dare assistenza religiosa. Si presentò ai carcerieri travestito con un cappotto da gendarme, portando una spada e vistosi baffi. L’umile certosino costretto ad inventarsi espedienti per difendere la propria fede con coraggio e zelo unici. Omnibus omnia factus sum. Mi sono fatto tutto per tutti, diceva San Paolo.

Come esprimere, il desiderio di donarsi al Signore e alla sua Chiesa, meglio di questa frase?

Gli agenti del Terrore lo sorvegliavano già da molto tempo, ma fu solo al riaccendersi della violenza che lo arrestarono, in un mulino a Chaffois, in cui il proprietario, Bartolomeo Javaux, lo aveva accolto e nascosto. Il 25 aprile 1794 comparve davanti al Tribunale rivoluzionario del Doubs che lo condannò a morte e lo fece giustiziare insieme al suo favoreggiatore il mugnaio Bartolomeo Javaux. Si trattò di una seduta del Tribunale rivoluzionario particolarmente odiosa, durante la quale, come ci hanno tramandato i testimoni, Dom Pacomio mostrò una calma e una dignità imperturbabili, che non potevano derivare se non dalla grazia di cui era pervaso. Furono ghigliottinati il 25 ed il 26 aprile 1794 in Place de Saint-Benigne a Pontarlier. Alla folla accalcatasi presso il patibolo Dom Pacomio gridò: “Addio, miei cari amici. Non piangete su di me. Lascio questa terra di esilio per andare nella mia vera patria. Ci incontreremo lì un giorno. Lavorate costantemente per meritare questa felicità. Ricordate che le cose di questo mondo non sono nulla e che i mali che possiamo far soffrire, per quanto grandi possano sembrare, sono dolci e piacevoli quando li soffriamo per Dio. Siate fermi nella fede. Chi persevererà fino alla fine sarà salvato. Ricordatevi di me Non vi ti dimenticherò mai”. I resti mortali lasciati esposti dai carnefici a monito, furono raccolti da due pie donne che ne assicurarono una degna sepoltura. Furono sepolti entrambi nei pressi della torre della chiesa, dove fu innalzato una lapide sepolcrale. Si spense a soli 28 anni l’esistenza di questo giovane che voleva dedicare la sua vita a Dio in una certosa, ma che riuscì nel suo intento in un apostolato pieno di pericoli e conclusosi tragicamente. La tomba di Dom Lessus diventa luogo di pellegrinaggio, ed è ancora coperta di fiori, i fedeli hanno l’abitudine di prelevare un pò di terra ed accendono candele per ricevere grazie e guarigioni, come testimoniano gli ex voto presenti sul sepolcro. La gente viene a pregare per questo martire ed il suo ricordo nella zona è ancora vivo.

Nel 1909 è iniziata la prima informativa in ordine al processo di beatificazione per la volontà dell’arcivescovo di Besancon, Fulberto Petit. I suoi successori, Leone Gauthey e Luigi Humbrecht hanno proseguito l’istruzione della causa. Quest’ultimo, il 9 febbraio 1920, dichiarò chiuso il processo antipreparatorio. Il fascicolo fu portato a Roma il 20 febbraio successivo. L’apertura del processo ordinario sul martirio ha avuto luogo il 21 luglio 1926, la sua chiusura è seguita il 27 novembre 1950. Il processo di non culto è stato aperto il 21 febbraio 1952, la sua chiusura è seguita il 27 ottobre 1954. Da allora la causa non ha più fatto progressi. Vi ho raccontato questa storia per non far cadere nell’oblio una pagina di storia che ha visto i credenti perseguitati con violenza e odio feroce.

monumento tombale

Iscrizione: Epitaffio sulla stele: JOHANNES IGNATIUS LESSUS / ORDINIS CARTHUSIANI / BARTHOLOMEUM JAVAUX / HOSPES EIUS / PO FIDE OCCUEUERUNT XXV ET XXVI APRIL / MDCCXCIV / UORUM IMITAMINI FIDEM / AD HEBR XIII ; su una placca più recente, in basso: ICI REPOSENT / DOM JEAN IGNACE LESSUS CHARTREUX / BARTHELEMY JAVAUX MEUNIER / GUILLOTINES LES 25 ET 26 AVRIL 1794

 

Una lettera di Bernardo di Portes

Nell’articolo odierno voglio offrirvi il testo di una lettera inviata da Dom Bernardo di Portes, certosino dell’omonima certosa. Egli prese l’abito monastico nel 1125, e fu amico di san Bernardo di Chiaravalle, con il quale ebbe numerosi scambi epistolari. Questa amicizia condusse l’abate a visitare la certosa di Portes, dove potè apprezzare le virtù di questo pio anacoreta certosino, tanto da indurre san Bernardo a convincere Papa Eugenio ad elevarlo a dignità episcopale. Il certosino fu nominato vescovo di Belley nel 1136, e rimase in carica fino al 1146 allorquando egli ottenne dal Pontefice di poter ritornare alla vita monastica. Tornò alla certosa di Portes dove fu nominato Priore nel 1146, dove potè così vivere i suoi ultimi anni nel silenzio della vita claustrale fino al 16 dicembre del 1152, giorno della sua dipartita. La sua umiltà, la sua pietà e le sue virtù, furono di esempio per i suoi amati confratelli. Oltre a ricordare il suo spessore spirituale, vi offro una lettera che egli scrisse in risposta al recluso, in una cella di rigore, Raynaud de Saint Rambert, che gli chiedeva una retta regola di vita.

A voi il testo, alquanto lungo, ma che merita tanto.

“Mi chiedi di esporti per iscritto in qual modo tu debba vivere in presenza del Signore: una richiesta certamente onesta, ma tale che potrei ragionevolmente schermirmene. Per non darti tuttavia l’impressione che io manchi di carità, procurerò di rispondere alla tua richiesta non come, beninteso, sarebbe confacente al tema, ma come appunto me lo suggerisce la carità.

Voglio però avvertirti che io non intendo affatto disegnare per te una regola di vita fissa e stabile; voglio piuttosto indicarti brevemente le pratiche che mi sembrano adatte a te fra quelle che la vita eremitica ha l’abitudine di osservare. Se però avrò a prescriverti delle regole che ti sembreranno o troppo dure o troppo lievi, sarà tuo compito temperarle o renderle più severe, a seconda che il Signore te ne dia la volontà e la facoltà.

Osserva tuttavia sempre – questo ti raccomando sopra ogni cosa – la giusta misura che gioca un gran ruolo sia nei progressi sia nella possibilità di perseverare nella vita eremitica. Coloro infatti che cominciano – siamo soliti chiamarli novizi – dopo aver affrontato prove per lo più superiori alle loro forze – e ciò perché al loro fervore non si accompagna il senso della misura – vedono venir meno la perseveranza (e questo è deprecabile); ovvero, incorrendo in qualche grave malattia del corpo, e talora anche della mente, sono costretti a tornare a pratiche meno dure, e addirittura troppo facili, cui invece avrebbero dovuto rinunziare del tutto.

Parliamo anzitutto del silenzio. Mi sembra che tu debba assolutamente osservare il silenzio da Compieta a Prima durante l’estate, fino a Terza durante l’inverno.

Pur dovendo sempre, per quanto lo permettono le circostanze, aspirare al silenzio e cercarlo, soprattutto di notte non devi violarlo, tranne che una necessità impellente non ti costringa a farlo. Allora esprimiti con poche parole, proferite con modestia. Quanto alle parole oziose e di nessuna utilità, non solo non devi mai pronunciarle, ma nemmeno ascoltarle da alcuno.

Nessuno osi riferirti pettegolezzi, scurrilità, e nemmeno notizie sugli avvenimenti esterni. Ascolta volentieri soltanto quelle cose per le quali tu possa ringraziare Dio, se sono benefici divini, o implorarlo, se sono notizie tristi e funeste.

Chiunque venga da te ascolti buone parole, o te ne dica. Se poi ti visitano uomini religiosi o eruditi, sii sempre più pronto ad ascoltare i loro buoni discorsi che a parlare.

Se ti sforzerai di osservare queste cose, i fantasmi delle vanità non ostacoleranno la devozione del tuo cuore nella salmodia e nella preghiera.

Continuiamo con le occupazioni spirituali o corporali. E’ noto che l’ozio è nemico dell’anima, e l’Apostolo dice: Chi non vuol lavorare, neppure mangi (2 Ts 3,10). E’ necessario dunque che il tentatore ti trovi occupato in qualche opera spirituale o corporale per tutto il tempo durante il quale veglierai.

Mi sembra anche conveniente che tu varii queste tue opere con ordine(1 Cor 14,40), secondo le parole dello stesso Apostolo. Dunque dedica agli esercizi spirituali le ore del mattino fino a Terza in inverno, e in estate fino a Prima. Chiamo opere spirituali la preghiera, la lettura di testi sacri, la meditazione e la salmodia.

Per il resto della giornata, fino a Vespro, sii occupato in qualche utile lavoro manuale, ma in maniera da interromperlo con brevi preghiere. Dopo Vespro, ricordati di dedicarti alle opere spirituali e di osservare anche allora, per quanto potrai, il silenzio. Dopo Compieta, non tardare a dar riposo alle membra.

Nei giorni festivi occupati soprattutto delle realtà spirituali, nella misura in cui il Signore vorrà concederti il fervore e la grazia di farlo.

Sappi che è meglio ricorrere, di tanto in tanto, a qualche lavoro manuale piuttosto che sonnecchiare su una lettura, e incorrere nel tedio per la sua prolissità; in modo tale che, dopo esserti dedicato a qualche lavoro, tu possa riprendere con più fervore, dopo questo gradito cambiamento, la preghiera o la lettura.

Ma allora attendi ad un lavoro che possa essere fatto in tranquillità e senza rumore, per non disturbare gli altri. Bada anche di non avere mai per l’attività manuale una sollecitudine che ti renda pigro o tiepido verso l’orazione, o verso le altre opere spirituali che devi compiere.

Non bisogna anteporre gli esercizi corporali a quelli spirituali, ma devi porre incomparabilmente più in alto quelli spirituali. I primi siano eseguiti a suo tempo con zelo e con energia. Ma a Dio non piaccia che la cura o la preoccupazione verso di essi siano di ostacolo al tuo fervore o alla tua pietà per le realtà dello spirito. L’Apostolo dice: Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil 4,6).

Fa’ senza sosta quello che insegna la Scrittura e che ti ho ricordato: Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita (Prv 4,23). L’animo umano è instabile e se non è tenuto, con l’aiuto del Signore, sempre impegnato in sante occupazioni, si distrae dietro pensieri vani e impuri, che il tentatore non cessa di suggerire e di evocare; così difficilmente uno riesce a raccogliersi nell’orazione e nella salmodia.

Accostati alla lettura con spirito devoto e pieno di desiderio, per attingere qualcosa da cui tu possa trarre esempio nella vita ovvero, se il Signore si degnerà concedertelo, per esser confortato dalla dolcezza delle parole e dei misteri divini.

Con questo zelo, con questa attenzione leggi successivamente tutte le Scritture che potrai avere, non per inorgoglirti del tuo sapere, ma per edificarti nella carità. Quei passi della Scrittura che non potrai penetrare con l’intelletto, rispettali umilmente come misteri divini, e rinviane piamente la comprensione, finché non entrerai nel santuario di Dio e ne intenderai le meraviglie.

Coloro che vivono in solitudine sogliono essere intimamente turbati e avere qualche nube di malinconia sotto l’istigazione del diavolo. Il nemico inveterato conosce diverse maniere di nuocere ai servi di Dio, per impedire che preghino e attendano alle loro sante occupazioni.

Per poter distogliere o trattenere l’animo dal suo santo ardore, il maligno si sforza di provocare ora tristezza ora un’ira irragionevole; ora l’orgoglio, ora il ricordo di qualche ingiuria; ora la vana memoria di quanto fu detto o fatto o che bisogna fare, ora pensieri impuri; ora la tepidezza dell’animo, ora il torpore del sonno.

E, se sente che non gli si resiste nelle cose più piccole, ci stringe nelle catene di tentazioni più forti. Preferisce disseminare delle trappole piuttosto che porre degli ostacoli. Tuttavia, non cessa di porre inciampi, per quanto è in suo potere, a coloro che non può far cadere nei suoi tranelli.

Però Dio è fedele-dice Paolo – e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla.(1 Cor 10,13). Armati della potenza della preghiera contro questi e contro tutti i generi di tentazione, e anche contro le illusioni notturne; afferra quello scudo del quale l’Apostolo dice: Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno (Ef E, 16). Il sincero amore e la fervida fede nella croce di Cristo rendono vane tutte le macchinazioni del nemico; e l’orazione accompagnata dalle lacrime respinge vittoriosa ogni genere di tentazione.

Sono queste le armi e questi i combattimenti spirituali che sostieni sotto gli occhi del Re, al cui seguito hai cominciato a prestare servizio. Devi sapere che tu hai chiuso in isolamento il tuo corpo e l’hai sottratto agli affanni esterni, perché il tuo cuore possa attendere liberamente a tale lotta.

Dagli uomini sei reputato grande, poiché ti si dirà solitario; ma agli occhi di Dio sarai grande solo eseguendo con ogni zelo e attenzione quanto ti ho esposto. Gli uomini considerano solo le apparenze; l’Altissimo giudicherà le disposizioni interiori.

E quando vedrai che non sei in grado di adempiere simili precetti, confessando umilmente la tua mancanza di generosità e la tua imperfezione davanti a Dio, chiedi con grande ardore l’aiuto della grazia a colui che dice: Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Ti capiterà in effetti di scoprirti spesso torpido, spesso meno gagliardo; sappi che la grazia divina recede di tanto in tanto, perché tu debba confidare nel suo aiuto e non abbia eccessiva fiducia nella tua virtù.

Così il Padre buono sa guarire la superbia con l’umiltà. Se egli non ci diminuisse di tanto in tanto la sua grazia, la mente umana si inorgoglirebbe: credendosi capace di realizzare da sola la giustizia, cadrebbe più gravemente nella superbia. Ma se Dio ci abbandona nei momenti di orgoglio, lo fa per ritornare con grazia più clemente a chi si è umiliato; egli dorme nella tempesta in modo che, chiamato dalle preghiere, possa comandare ai venti e al mare, e ristabilire la tranquillità.

Quando avrai imparato da Cristo ad essere mite e umile di cuore, colui che resiste ai superbi ma concede la sua grazia agli umili, per mezzo dello Spirito Santo ti donerà, se la cerchi, la chiedi e la invochi, la carità: la grazia maggiore che Dio dona all’uomo in questa vita.

Appena la carità comincerà ad ardere nel tuo cuore, lo dilaterà al punto che tutto ciò che ti sembra duro o difficile nei precetti divini, ti diverrà semplicissimo. Dilaterà, dico, in tal modo il tuo cuore e renderà così dolce e lieve tutto ciò che ti sembra aspro o duro, che in verità dirai: Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore. E anche: Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene (Sal 118,32.14).

Sappi che questa carità non è nient’altro che l’amore verso Dio e verso il prossimo. Perché due sono i comandamenti, ma la verità è una. Quando il Signore parla dei due comandamenti dice: Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti (Mt 22,40). Quando l’Apostolo parla della carità, che è una, dice: Pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,10).

Due quindi sono i comandamenti, ma una è la carità che ci consente di porli in atto.

I comandamenti sono nella legge, ma la carità, per mezzo della quale corriamo al loro adempimento, è nel nostro cuore. Senonché non può trovarsi nei nostri cuori generata da noi o per mezzo nostro. L’amore di Dio – dice l’Apostolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato(Rm 5,5). Quest’amore tu chiedilo incessantemente con la più grande insistenza e devozione possibile a colui dal quale proviene ogni buon regalo e ogni dono perfetto (Gc 1, 17).

Un testo assolutamente edificante per consolidare certezze nel percorso monastico che il giovane Raynaud de Saint Rambert aveva intrapreso, ma  cedendo alle umane debolezze.

In memoria del beato Bonifacio di Savoia

Medaglione di Bonifacio di Savoia a Westminster

Medaglione di Bonifacio di Savoia a Westminster

Cari amici se non è già capitato a qualcuno di voi di rimanere meravigliati, potrebbe accadere allorquando visiterete a Londra la stupenda Cattedrale di Westminster. Ma per che cosa vi starete chiedendo. Ebbene per uno dei medaglioni in marmo che sono presenti come decorazione sulla facciata della nota cattedrale inglese. Ma per quale motivo tra questi vi è il beato certosino Bonifacio di Savoia?

Egli dopo essere stato certosino, venne nominato dapprima vescovo di Belley poi arcivescovo di Canterbury. In questa scultura marmorea viene raffigurato con il globo crucigero in mano, ad indicare un breve periodo di reggenza del regno d’Inghiltera, e con un cappuccio sul capo a memoria del suo trascorso da certosino. Ma perchè proprio sulla facciata della cattedrale di Westminster? Vi svelo il motivo di questo omaggio a questo insigne personaggio che ebbe contrasti frequenti con il re d’Inghilterra Enrico III, e che vide l’apice di questi dissidi nel Natale del 1252 allorquando proprio nella Cattedrale di Westminster, esattamente nella Cappella di Santa Caterina, intimò la scomunica al re ed a chiunque altro avesse idea di violare la Magna Charta Libertatum, pilastro delle libertà degli inglesi. Bonifacio per quasi venticinque anni svolse la sua attività episcopale nel tentativo di riformare la Chiesa liberandola dalla attività politica. La Provvidenza intervenne sulla sua volontà, egli pur appartenendo alla casa Savoia preferì la casa di Dio ed il nascondimento tra le mura della certosa, voleva vivere ignorato ma così non fu. Diventato vescovo ed Arcivescovo mostrò sempre grande zelo per il suo gregge. Nel giorno in cui ricorre la sua memoria, preghiamo:

Preghiera
Signore, che hai fatto del beato Bonifacio un esempio di pastorale
zelo e di amore. Concedici con il suo aiuto, nella nostra solitudine
di contribuire alla salvezza delle anime.

beato Bonifacio (medaglioni Scriva-