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Fratello Joao de Villanueva

Fratello in cucina

Fratello Joao de Villanueva

Professo di Siviglia

La Navarra era la sua patria d’origine. Docile alle lezioni che ricevette sotto il tetto del padre, il bambino mostrò, nonostante la vivacità della sua età, un felicità naturale, una grande innocenza e un’attrazione segnata dalla pietà. Eccitato fin da piccolo dal desiderio di penetrare i segreti della scienza, si innamorò della matematica. Da giovane divenne dipendente, come contabile, negli uffici navali di Madrid, con le sue doti ha attirato la stima dei suoi capi, sia per la regolarità del servizio che per il fascino del suo trattamento. Una cosa rara in questo modo, ha preso dal suo stipendio ciò che ha chiamato la parte povera. Ma questa situazione, sebbene onorevole e redditizia, non rispondeva affatto ai bisogni innati del suo cuore. Dominato dal pensiero della vita religiosa, si pose questa questa domanda: “Che cosa è che è meglio il mondo o il chiostro?” fastidiosa domanda, ed alla quale egli non riusciva non voleva rispondere. La lotta interiore è stata lunga. Dobbiamo rimanere sorpresi? C’è indubbiamente la chiamata di Dio e l’appello della vocazione, ma è una prova scortese, perché un uomo maturo lasci le sue abitudini senza transizione e si pieghi alle esigenze di una regola nell’entusiasmo del suo ventesimo anno. Ma la voce dello Spirito Santo non cessava di suonare nelle sue orecchie: “Tutte le cose passano. Rimango solo Perché esitare tanto a lungo? Devo essere me stesso costi quel che costi. “In un istante, da uno di questi dubbi si trasforma in grazia, Villanueva, si sente più ardente d’amore, disgustato come non mai, aspirando alla solitudine, il silenzio, la povertà monastica.

Ammesso come aspirante nella certosa di Siviglia, riceve l’abito e fa la sua professione solenne il 6 gennaio 1620. Raramente una trasformazione è stata più improvvisa e anche più completa. Incaricato della cucina, – di ogni obbedienza al più schiavo, e di ciò che offre un novizio, più occasioni per mostrare ciò che varrà più tardi – il buon Fratello diventa irriconoscibile. È così vivo, così infatuato della sua piccola persona; lui, che all’esterno era alquanto fumantino, che non poteva sopportare la minima contraddizione, non mostra il minimo segno di impazienza. Lo vediamo sempre lo stesso, calmo, moderato, quasi freddo. A prima vista, sembrava di marmo. Per quanto riguarda i suoi aiutanti, – si sa quanto a volte sono attivi in questa obbedienza – egli era pieno di attenzioni, sempre dolcissimo, non una lagnanza dalle sue labbra. Tutti notavano l’atteggiamento dell’amato Fratello alla presenza dei religiosi, specialmente dei Padri. Molto diverso da certi conversi che a volte dimenticano questo punto, non perdeva mai di vista il carattere sacro di cui sono investiti e che li rende superiori agli angeli. È dalla mattina alla sera guidato da puro spirito di fede, vivendo in Dio, con Dio, da Dio. Il segreto di trovare Dio sia in una cucina, sia nell’oratorio, o ai piedi del tabernacolo, è di portare molto amore ovunque. Per riparare le lunghe ore che il lavoro lo privava della preghiera, il fratello Joao rinunciava al suo sonno. Alle anime semplici è permesso di penetrare a fatica questo principio elementare: lavorare è pregare. Come, senza di ciò praticava la parola del Salvatore nel Vangelo: È necessario pregare senza interruzione? L’intrepido converso non ha alcuna opportunità di praticare la penitenza. Bruciando di sete, rifiuta ogni tipo di rinfrescante. Per quanto riguarda il cibo, prende solo ciò che è strettamente necessario. Di solito ha un cilicio irsuto con punte d’acciaio. Con quali attenzioni coinvolge i malati! Con quanta attenzione, con quale delicatezza, prepara le sue piccole zuppe, apprezzate da i poveri monaci malati in una cella! Parleremo dei suoi eroici atti di carità! Un giorno si gettò ai piedi di un Padre colpito ad una gamba da un’ulcera purulenta. Leccò le sue ferite sanguinanti e deglutì senza esitazione quel terribile virus. Il santo fratello ha vissuto e servito intensamente la comunità fino alla fine della sua vita. Percependo il giorno, ed anche l’ora della sua morte, ha organizzato tutto con la sua solita calma e la sua pietà ammirevole, così si trovò pronto a rispondere al giudice d’appello sovrano. Aveva sessant’anni, quando cambiò il suo esilio in patria. (18 maggio 1654). Una vita certosina davvero esemplare!

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Dom Bonaventure D’Argonne, un celebre letterato

certosa di bourbon Les gallion

Bourbon Les Gaillon

Il personaggio di cui voglio parlarvi oggi risponde al nome di Noel d’Argonne, ma egli si rese celebre anche con lo pseudonimo Sr. de Moncade o Vigneul- Marville. Ma vi spiego meglio….
Natale (Noel) d’Argonne, nacque a Parigi il 7 giugno 1640, era figlio di un orafo, e dedicò i suoi studi applicandosi alla giurisprudenza, egli infatti esercitò come avvocato fino all’età di 28 anni.
Disgustato dal mondo, entrò nell’Ordine dei Certosini, facendo la professione nella certosa di Bourbon Les Gaillon per effetto di ciò il suo nome Natale è stato cambiato in Bonaventura. Abbracciando la severa vita monastica, egli ha sempre mantenuto il suo gusto per la letteratura, riuscendo a mantenere contatti con i suoi amici letterati in tutto il mondo. Svolse mansioni di Vicario presso la certosa di Rouen, morì il 28 gennaio del 1704 a Les Gaillon, in Normandia.
Bonaventure D’Argonne, fu dunque un dotto certosino dalla mentalità aperta e progressista, e per questo inviso alla gerarchia ecclesiastica. la quale – sospettandolo fra l’altro di filogiansenismo – lo confinò vita natural durante nella periferica certosa di Gaillon, vicino a Rouen. D’Argonne era un grande erudito, un eminente umanista, un fine studioso e un prolifico saggista: ma soprattutto era un appassionato estimatore di Fozio. D’Argonne era uso nascondere la propria identità dietro a pseudonimi e personaggi fittizi Pubblicò il primo dei suoi libri senza un nome di autore.
Quindi in seguito userà gli pseudonimi di Monsieur de Moncade e Vigneul-Marville con i quali verrà apprezzato. Tutti i suoi testi sono accomunati da una caratteristica ben precisa: quella di essere tutti scritti in un latino impeccabile e forbito, anche se, non di rado, cervellotico, infiorettato, per di piu, sia di termini greci rari, sia di neologismi latini. D’Argonne, nella sua giovanile baldanza, acuita dalla consapevolezza di possedere un’erudizione fuori del comune, 
non si peritava di coniare nuovi termini. Egli è riconosciuto come un eccelso letterato francese, ebbe a dire di lui il grande Voltaire: “ E’ l’unico certosino che ha coltivato la letteratura”.
Tra le sue opere principali vi ricordo:

  • Trattato sulla lettura dei Padri della Chiesa (1688) un’opera che Mabillon lodò molto.
  • L’Educazione, massime e riflessioni di M. de Moncade, con un discorso di sale nelle opere della mente (1691)
  • Miscugli di storia e letteratura, raccolti da Vigneul-Marville(1699-170)

Ma cari amici voglio lasciarvi a questo saggio consiglio per una vita felice, indicataci dal certosino letterato. Leggiamo e meditiamo!

“Dei libri che sian scelti, e degli amici che lo siano ancor di più. Più buon senso che non scienza ed erudizione, e per unica filosofia, molto cristianesimo. Una casa adeguata e comoda in un luogo salubre ed ameno. Una rendita media, ma sicura. Niente maggiordomo e pochi servitori. Sufficienti occupazioni per non restare mai inattivi. Sufficiente inattività per non essere mai troppo occupati. Nessuna ambizione, nessun processo, nessuna invidia ed avarizia.conservare la propria salute con sobrietà e il lavoro piuttosto che con i farmaci. Essere fedeli a chi si deve. Non odiare se non ciò che è odioso, non amare se non ciò che è giusto amare. Lasciar scorrere senza inquietudine quel che non può durar per sempre, attendere con fiducia quel che durerà per sempre. Tale è la vita felice che Lucilio conduce in un angolo del mondo, sulla riva d’un mare che non ha tempeste che lo turbino, né quiete che non gli insegni ad amare ed a conservare la propria”.

Pedro il novizio (seconda parte)

Pedro il novizio (seconda parte)

dai racconti di Dom Sebastian Maccabe

novizi

Sappiamo che Santa Barbara di Colonia non è stato l’unica certosa in cui tali regole elementari di comportamento sono state insegnato ai novizi in un epoca forse più solida della nostra, ma anche più dura. La cella, con il suo silenzio e la sua solitudine – definita un paradiso dai visitatori casuali – fornisce una disciplina più profonda, una disciplina che scava profondamente sotto la superficie. La perseveranza alla sedia nella interminabile lavoro di stampa, l’illuminazione, il cucito, rilegatura e tutta l’ arte del lavorare un libro fatto a mano. La lettura, rintendendo con essa, ciò che oggi definiremo la lettura spirituale, lo studio e l’opera di memorizzazione. Novizi dovrebbero imparare il salterio a memoria per essere in grado di cantare, senza libro o nessuna luce, nel più breve tempo possibile, almeno le parti dell’ufficio che sono state ripetute più spesso. La preghiera, che può essere il riposo più delizioso dell’anima, può anche diventare una stanchezza suprema. Così l’esercizio della perseveranza è conosciuto solo attraverso gli occhi di Dio. Per un giovane non esercitato, come questo di cui ci occupiamo, gli sforzi spesi a rimanere puntualmente fedeli al corso del giorno, come previsto – e nonostante l’equilibrio pendolare tra la “larva” e gli stati di esaltazione spirituale – in una vera formazione della volontà e, in alcune occasioni, richiederà virtù quasi eroiche. Lanspérgio scrive ad un novizio:

“Fai tutte le cose secondo la tua abilità. Tutto quello che devi fare, sia che si prega o si lavora, fa tutto al suo tempo, con le cerimonie e le peculiarità di ciascuno. E fai loro il meglio che puoi e con uno spirito di pietà. Facendo così, quando il tuo lavoro è finito nel tuo cuore, non sentirai afflizione o amarezza. Una volta stabilita il fondamento del tilore di Dio, il resto seguirà da solo “.

Finalmente siamo più sottili e più esigenti di qualsiasi altra cosa, disciplina nel coro. Consideriamo, in primo luogo, di avere la sensazione di essere non più di una piccola corda nella vasta distesa di un’arpa, collocato lontano dalla scala usata di solito là dove la mano dell’arpista l’attuale Figlio di Davide, nessun impulso non sono di rado . Durante la lunga notte in cui concerto vibra debolmente dall’effetto delle note più basse, ma rimane muto fino a quando il musicista gentilmente salire un vasto arpeggio e toccare la corda del cuore, per un momento. E poi, oh, quanto velocemente! Per essere abbandonati di nuovo, ma lasciando tutto il tuo essere sotto la vibrazione del tocco divino. La disciplina di aspettare Dio, che non ha orari, è particolarmente sentita nel coro. Considerate, in secondo luogo, la formazione offerta dal lavoro di squadra coinvolto nel canto di un coro monastico. Prova il perfetto unisono di voci e di tono, in modo che un altro Dio ascoltatore ascolti il coro di tutto e non voci individuali, se non diversamente indicato canto solista: l’Venite, per esempio, o il dorso di un Responsorio. Quindi, sopra di tutto, per evitare ogni tipo di esibizionismo vocale. In “Meditazioni Devotissimae” che troviamo tra le opere di San Bernardo, che è quello di raccontare un monaco, accusando se stesso: “Spesso ammorbidito la mia voce durante i Santi Misteri a cantare più melodiosamente. Senza dubbio, Dio, che non sfugge nessuno dei difetti che si sono impegnati, non cercando la bellezza del canto, ma la purezza del cuore “. Lanspérgio indica molte precauzioni per i suoi novizi, in modo che evitino gli eccessi di affinamenti e urla nell’esecuzione delle loro funzioni nel coro. Infine, cantatevi per te. È dunque una disciplina di sobrietà, ma gioiosa nel suo sviluppo ritmico; così diversi dalla musica moderna, così come gli esercizi sconvolti di un istruttore militare rispetto ai movimenti ondulati della ginnastica svedese; così efficace per insegnare il perfetto equilibrio dell’anima a cercarlo nel corpo.

Pedro vedendo crescere in sapienza, età e grazia (Lc 2,52). – aveva una notevole crescita nel corso degli ultimi mesi – il suo Maestro era soddisfatto, ma non del tutto senza apprensione. Sembrava un vecchio marinaio in piedi sull’onda frangiflutti, che ammira le linee bianche e graziose di una nuova imbarcazione veloce mentre attraversa la superficie di un mare calmo. Non era tuttavia sicuro del suo comportamento, se si hanno tutte le vele spiegate, se il vento si alzerà, perché il baricentro non è stato abbassato. Ecco quello che è successo qui. C’era un fervore che facilmente suscitava l’emozione, ma c’era una stabilità? La risposta non si farà aspettare.

I monaci certosini secondo Giorgio la Pira

Costa la Pira

Dom Costa e G. La Pira

Oggi vi propongo un articolo contenente un testo scritto da Giorgio La Pira, un politico italiano nonchè sindaco della città di Firenze. Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede. Per la sua vita esemplare, infatti, è in corso la causa di beatificazione. Lo scorso 5 novembre si è celebrato il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.

Egli ebbe modo di conoscere la spiritualità certosina, entrando in contatto tra gli altri con Dom Antonio Gabriele Costa, che divenne ben presto il suo confessore. La Pira attratto dal mondo certosino visitò la Grande Chartruse il 12 settembre del 1960.

Di seguito vi riporto un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:

La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”

Fratello Francisco Justo

Fratello Francisco Justo

Professo della certosa di Porta Coeli

fratello pastore

 

Proprio come il suo nome, era infatti anche lui “giusto“. Egli nacque in Spagna. I suoi genitori erano poveri coltivatori, privi di doni di fortuna, ma ricchi di beni dal cielo. Dio, che si diletta nell’ esaltare gli umili, lancia una predilezione su di lui. Docile agli insegnamenti ed agli esempi della sua famiglia, il piccolo è stato notato per la sua modestia e la sua pietà. Impegnato a portare i greggi, trascorreva, sin da piccolo, i suoi giorni nei campi e si dava alla preghiera prima di conoscerne i segreti. Cosa curiosa, la certosa di Porta Coeli, situata ad una giornata di viaggio da lì, ha parlato al suo cuore. Ogni volta che pensava o sentì il suo nome pronunciato, sentiva un movimento indifendibile. Guidato dalla curiosità o, per dire di più, con un tocco di grazia, diresse il suo bestiame in quella direzione, senza preoccuparsi molto dell’angoscia che avrebbe provocato nei suoi genitori. Arrivò alle prime ore del mattino, vicino le mura del monastero. Il suono della campana lo incantò e lo attrasse Dopo aver affidato il suo gregge a un compagno, chiamò il fratello portinaio. “Lasciami”, dice, “lasciami entrare”. “Cosa ti porta a questa ora?” “Voglio vedere, voglio capire cosa sta succedendo qui”. Il giovane pastore partecipò all’ufficio e si ritrovò trasformato!

Pochi giorni dopo, vi fece ritorno, chiedendo lil santo abito. Gli fu prontamente dato e subito i monaci potettero vedere che il buon fratello Francisco apparteneva alla razza di quelle anime semplici che vanno a Dio e non si ritirano indietro in presenza del dovere. Sempre ultimo, non si lamentava mai, trovava invece che la sua povera persona era oggetto di una troppa attenzione. Svolgeva alla perfezione qualsiasi obbedienza, passava da un lavoro all’altro, al minimo segno dei superiori, egli si applica ovunque con lo stesso entusiasmo. Divenne molto qualificato come fabbro, avrebbe dovuto costarlo più di una volta per cambiare questa obbedienza da parte di un’altra per cui non sentiva né attitudine né gusto. La forgia, il giardino, il lavoro della terra, ecc., Tutto era indifferente a lui. Quanto meno l’umile conteggio per se stessi, più Dio si prende cura di loro e trovandoli morbidi e malleabili, morti a tutti, fa grandi cose con loro. A seguito di una imprudenza per il troppo zelo, il buon fratello contrasse una grave malattia che lo condusse prematuramente al riposo eterno. La sua morte avvenne il 4 settembre del 1528. Una prece per questa anima santa.

Dai vespri del Santo Natale

night

La notte di Natale in un monastero certosino ha la particolarità di essere trascorsa in un silenzio ed in una meditazione sui generis rispetto alle altre notti di tutto l’anno. Vi è un atmosfera esclusiva….ed in attesa della nascita di Gesù, tutto tace, noi invece leggiamo quanto segue.
In questa occasione, infatti, voglio condividere con voi amici, un estratto da un sermone di Dom Jean- Baptiste Porion enunciato ai suoi confratelli durante i vespri della festività del santo Natale. Io lo trovo di una semplicità enorme, parole sagge ed illuminanti!

vergine col bambino di Bocanegra e ecce homo di Morales

Vergine col bambino di Bocanegra (certosa di Granada)

Buon Natale a tutti.
Il nome di Gesù significa in ebraico: Salvatore. E infatti, noi siamo dei malati, dei naufraghi battuti inesorabilmente dalle onde di un mare spietato. Se il nostro Signore ci appare oggi come un piccolo bambino, è quello di guarirci dai mali e di salvarci dai pericoli che tutti noi sperimentiamo.
Ogni sofferenza viene trattata con un rimedio adeguato e più precisamente le malattie sono generalmente trattate da rimedi che hanno proprietà opposte al male che vogliamo combattere. Quali sono i mali per cui Dio ha scelto come rimedio il balsamo della sua infanzia?
Credo che facendosi piccolo per l’amore per noi, Dio ha voluto guarirci del nostro male più universale e profondo, quello che abbiamo tutti sofferto nella nostra infanzia e di cui soffriamo ogni giorno: la paura. La paura è spesso peggiore del male. Oh! se potessimo stabilirci una volta per tutti in questa tranquillità senza fondo, in questa affidabile fiducia in Dio, che saremmo forti e leggeri, facciamo rapidi progressi nei modi interiori. Ma è proprio questo che non sappiamo fare. Siamo sempre preoccupati per il giorno successivo. Anche prima che la disgrazia o le difficoltà di cui temiamo l’approccio sia presente, cominciamo a soffrire, ci tormentiamo in mille maniere ed in modo che la nostra paura moltiplichi inutilmente le nostre sofferenze. E molto spesso, quando l’evento temuto è arrivato, ci rendiamo conto che era sbagliato preoccuparci tanto e che la cosa, vista da vicino, è molto meno terribile di quanto sembrava da lontano. (…)
Sì, abbiamo paura di tutto, ci manca di tutte le circostanze di sicurezza e di sicurezza. Ed è proprio ciò che ci fa cadere; è la causa principale della nostra debolezza. Un uomo che cammina su una piccola tavola per terra è improbabile che cada: perché non ci pensa. Ma se questa stessa tavola viene gettata come un ponte tra due case di 30 m di altezza, è molto probabile che si rompa il collo: proprio…solo perché ha paura!
Non abbiamo fiducia in Dio e questa mancanza di fiducia di cui soffriamo è una specie di paura. Abbiamo paura che Dio non ci ami perché immaginiamo che Dio è ancora un po severo e quindi terribile. Credo proprio che ci sia la guarigione da questa vecchia e grave malattia, la paura servile, la timidezza con Dio, la diffidenza della Provvidenza, e perciò che Dio ci apparve sotto forma di un piccolo bambino.
Infatti, cosa c’è meno spaventoso, più gentile, più facile da affrontare che un bambino? Nessuno ha paura di un bambino! Questo Dio da cui ci spostiamo perché crediamo sempre che ci metterà delle trappole o che ci metterà in scena cose impossibili, guardi Lui! Qui è come vuole essere contemplato da noi. Questo è il suo volto come lui ci ha rivelato. Davvero sembra così grave? Abbiamo ragione di essere sospetti? No, certamente, possiamo avere l’audacia di avvicinarsi a lui, possiamo parlargli senza timore, possiamo essere sicuri che non ci rimprovererà. È un piccolo bambino che ci invita a esaminare la sua culla. Facciamoci senza paura, andiamo a Lui con fiducia: non c’è niente di terribile intorno alla mangiatoia.
(Scuola di Silenzio – Éditions Paroles et Silence)