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Dom Juste Perrot

Prosegue nell’articolo odierno, il focus dedicato a conoscere i Priori Generali dell’Ordine certosino susseguitisi nei secoli.

Oggi vi farò conoscere il francese Dom Juste Perrot ministro generale dei certosini dal 1631 al 1643.

Juste Perrot, di nobile famiglia originaria di Parigi, aveva intrapreso da giovanissimo la carriera militare, ma ben presto disgustato dal mondo e fedele alla voce che lo chiamava in solitudine, decise di recarsi nel deserto della Grande Chartreuse per arruolarsi tra i discepoli di San Bruno, lì fece la sua professione e servì il suo Dio con lo stesso coraggio con cui aveva servito il suo re.

Nel 1618 fu scelto come segretario dal Generale Dom Bruno d’Affringues, il quale amava circondarsi di uomini di talento. L’ascesa di Dom Juste all’interno dell’Ordine certosino è strettamente legata a quella di altri due ufficiali della Grande Certosa, Dom Gervais Massé e Dom Alphonse du Plessis de Richelieu, fratello del cardinale ministro. Tutti e tre iniziarono la loro carriera alla Grande Chartreuse sotto il mandato di Dom Bruno d’Affringues, il quale a causa della salute precaria si avvalse di questi fidati confratelli.

Le redini della Grande Chartreuse passarono quindi nelle mani di una sorte di triumvirato dove ciascuno assolveva una funzione particolare: Dom Gervais Massé, si occupava dell’espansione temporale, con l’appoggio di Dom Alphonse de Richelieu, mentre Dom Juste Perrot gestiva i rapporti tra le diverse case dell’Ordine. Dom Perrot mostrò tanta saggezza, prudenza e virtù che i confratelli della Grande Chartreuse lo giudicarono maggiormente degno di sostituire il reverendo padre Dom Bruno, le cui dimissioni erano state appena accettate dal Capitolo Generale del 163I.

Durante il mandato di questo valente priore generale, si narra che Luigi XIII, re di Francia, fondò, nel Chiostro Grande, la cappella di Saint-Louis, e dedicò a questa fondazione una ingente somma di denaro, prelevata dai suoi risparmi reali, non rivendicandoli mai ai certosini, in memoria della sua liberalità, chiese solo un favore. Questo principe chiese che la messa concessa, verso la fine del XIV secolo, dal reverendo padre Guillaume de Raynald al re di Francia Carlo V, fosse celebrata in questa cappella. Fu anche sotto l’amministrazione di Dom Perrot, nel 1640, che il vescovo di Tolone, Jacques Danès de Marly, fece ricostruire la cappella di San Bruno. Si ritiene generalmente che questo antico e venerabile monumento, che risaliva alla nascita dell’Ordine, fosse rimasto intatto fino a quel momento. Il reverendo padre Dom Juste Perrot unì «tre grandi virtù, fermezza d’animo nelle avversità, carità quando era offeso, coraggio quando incontrava ostacoli per i suoi pii scopi». Il Capitolo Generale a seguito della sua morte avvenuta quando era in carica il 13 luglio 1643, aggiunse: “Multis adversis animo et cor pore pressas patientiâ triumphavit”.

Ha trionfato con la pazienza sulle molte avversità che schiacciavano la sua mente ed il suo cuore.

Dom Adamo de Stefano

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L’articolo odierno, è volto a farvi conoscere un monaco certosino di cui vi ho già accennato tempo fà. Lo citai poichè si deve a lui la più antica acquisizione di testi di varia natura di cui abbiamo notizia, risalente ai primordi della certosa di San Martino a Napoli, ciò avvenne allorquando essa era retta dal priore Adamo de Stefano di Aversa.

Adamo de Stefano nacque ad Aversa in una data ignota ma da collocarsi tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, da una nobile famiglia. Dopo aver conseguito diversi studi, decise di abbracciare la vita religiosa entrando giovanissimo nella certosa napoletana che vi ricordo era stata fondata da Carlo d’Angiò duca di Calabria, primogenito di re Roberto nel 1325. Come avveniva di consuetudine, al momento dell’ingresso in certosa la famiglia del futuro monaco donava come dote alla comunità monastica alcuni beni. Nel caso di Adamo, furono donati tutti i suoi beni costituiti da diverse proprietà immobiliari ad Aversa oltre a diversi poderi a Casacelle, ma soprattutto come vi dicevo tantissimi manoscritti, codici e libri che andarono ad integrare corposamente la biblioteca della nascente certosa napoletana. Sappiamo che a distanza di pochi anni dal suo ingresso in certosa, a causa delle sue doti e virtù fu eletto nel 1339 priore. Si evince da antichi testi, che egli continuò ad arricchire la biblioteca con ulteriori acquisizioni di tomi importanti, a tal proposito bisogna ricordare come Dom Severo Tarfaglioni scrisse:”… et pulchris emit et fieri fecit” ossia “… [e altri libri] meritevolmente fece acquistare”.

Purtroppo, agli inizi dell’Ottocento, quando dopo la rivoluzione del 1799, con le successive soppressioni monastiche, la biblioteca fu incorporata nella costituenda Biblioteca Reale, oggi Biblioteca Nazionale, già le dispersioni dei decenni precedenti l’avevano depauperata di un gran numero di codici pregevolissimi. Probabilmente i volumi superstiti potrebbero essere ancora conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli o in altre raccolte.

Si conosce inoltre, che Dom Adamo de Stefano contribuì assieme alla duchessa Agnese di Durazzo a far costruire la certosa di San Giovanni Battista, nota come la “Porta del Paradiso”, a Guglionesi in Molise. Questa certosa nel 1420, fu poi soppressa ed inglobata alla certosa di San Martino, la quale per ricordarne la memoria eresse, per espressa volontà di papa Martino V, una cappella dedicata al Battista.

Nell’elenco dei priori della certosa napoletana Dom Adamo de Stefano risulta essere il secondo dell’intera lista, ovvero il successore del primo Dom Roberto da Siena ed il predecessore del terzo Dom Pedro de Villa Mayra.

La data della morte è indicata nel 1350, e venne accompagnata dalla seguente dicitura: «morì dopo che avea governato con lode di gran bontà di vita, e di prudenza non ordinaria».

Alla sua memoria vadano le nostre lodi e preci.

Dom Bruno d’Affringues

L’articolo di oggi realizzato per conoscere un altro dei Priori Generali dell’Ordine certosino susseguitisi nei secoli. Oggi vi farò conoscere Dom Bruno d’Affringues, ministro generale dei certosini dal 1600 al 1631.

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Carlo d’Affringues nacque a Saint-Onier, il 20 aprile 1549, da nobile e pia famiglia. Dopo aver completato con successo gli studi, recandosi anche in Italia, prima a Torino e poi a Padova, ottenne il dottorato in giurisprudenza, poi studiando teologia intraprese la carriera ecclesiastica. Ben presto ottenne un canonicato nella Chiesa di Carpentras e si narra che pronunciò il panegirico per la morte di papa Gregorio XIII. Un brillante futuro gli si prospettava; il Vescovo di Carpentras lo aveva infatti nominato suo Vicario generale, per il suo notevole talento, aveva il diritto di aspirare agli onori ed alla fama, quando, per rispondere alla chiamata di Dio, invece abbandonò tutte le sue dignità e andò a cercare riposo e felicità nel terribile deserto della Chartreuse. Il suo Vescovo, Jacques Sacrati che aveva per lui la più grande stima, lo presentò lui stesso al reverendo padre Dom Jérôme Marchand. In un colloquio privato con questo pio Generale, il Vescovo di Carpentras gli disse: “Padre mio, il Postulante che ti porto sarà un giorno tuo successore“. Questa previsione ben presto si avverò. Nel 1591, fece Professione Dom Bruno d’Affringues; in questa solenne occasione mutò il suo nome da Carlo a quello di Bruno, in memoria dell’illustre capostipite della famiglia monastica nella quale era appena entrato. Due anni dopo lo vediamo partecipare al Capitolo Generale come Scriba del Reverendo Padre. Nel 1594 fu nominato Priore della Certosa di Avignone. Sotto la sua saggia direzione, la disciplina rifioriva in questo grande monastero, ed i monaci furono felici di avere un superiore così eminente per la sua santità e la sua scienza, ma non ebbero la consolazione di trattenerlo a lungo. I pochi anni trascorsi da Dom Bruno alla Grande Certosa avevano permesso ai religiosi di questo monastero di apprezzarne i meriti; alla morte di Jean Michel de Vesly, lo elessero Priore Generale il 4 febbraio 1600. Interamente dedito agli interessi delle Case dell’Ordine, il nuovo Generale si occupò di tutto, realizzava tutto ed entrava nei minimi dettagli. Accogliente con tutti, indulgente e fermo allo stesso tempo, sapeva come far amare e rispettare la sua autorità. “Sebbene fosse molto rigido con se stesso”, dice un autore contemporaneo, “era meraviglioso quanto fosse indulgente verso i suoi confratelli: aveva per sé un cuore di giudice, e di madre per loro, trattandoli come suoi carissimi figli e i suoi amatissimi fratelli, con una clemenza davvero unica che si manifestava in tutte le sue azioni e brillava particolarmente nei suoi occhi e nel suo volto”. Dom Bruno d’Affringues in tutto dava l’esempio ai suoi fratelli e si obbligava alle minime osservanze imposte dagli Statuti, ma non autorizzava nessuno dei suoi Religiosi ad andare oltre la Regola, e li fermava nel loro smodato fervore.

Durante il suo generalato furono fondate le seguenti certose:

Tolosa (1600), Molsheim (1600), Bordeaux (1605), La Boutillerie (1618), L’Argentière (1620), Orléans ( 1621), Moulins (1623), Ripaille (1623), Aix en Provence (1625), Anversa (1625), Nieuport (1626), Valdice (1627) e Xanten (1628).

Le nuove e numerose occupazioni del suo ufficio non impedirono a Dom Bruno di trovare il tempo per lo studio; nelle ore di libertà amava occuparsi di letteratura e di scienza: poiché aggiungeva alle virtù del vero religioso, la più grande erudizione. «Fu studioso di giurisprudenza civile e canonica, di belles-lettres, di storia ecclesiastica e di lingue». La biblioteca di Grenoble ha conservato, in quattro volumi manoscritti in quarto, le “Lettere e discorsi latini e francesi di Dom Bruno d’Affringues”, dal 1599 al 1626. Questo studioso di religione era un grande ammiratore dei capolavori dell’antichità, e le sue opere sono come un repertorio di testi greci e latini molto ingegnosamente adattati a tutti i tipi di argomenti. Dom Bruno incoraggiò anche i suoi monaci a coltivare la letteratura e la scienza. La raccolta delle sue lettere ci dà prova delle sue conoscenze di astronomia, piuttosto che di entomologia o di botanica

Nulla gli è estraneo, è a conoscenza delle scoperte di ogni genere che furono così numerose all’inizio del XVII secolo. I discorsi e le lettere di Dom d’Affringues sono scritti indifferentemente in latino o in francese, ma sempre in uno stile puro ed elegante. Viene osservato che egli «maneggia ugualmente bene sia il latino che il francese. Nel 1615, il Reverendo Padre Bruno aveva formulato il progetto di far fare un lavoro su una storia generale dell’Ordine, ma le difficoltà di questa vasta impresa lo obbligarono indubbiamente a rimandare la realizzazione di questo progetto che non fu ripreso solo, intorno al 1680, da Dom Innocent Le Masson. La sua eminente virtù e la sua grande scienza misero in contatto Dom Bruno d’Affringues con le figure principali e più potenti del suo tempo. I papi Gregorio XV e Urbano VIII gli diedero spesso segni della loro stima; l’agente de Lesdiguières aveva per lui la massima considerazione. Anche il re di Francia Enrico IV, trovandosi a Grenoble, volle conoscere questo santo e studioso di religione; venne a visitare la Grande Certosa e fu estremamente edificato dall’erudizione, saggezza e umiltà del Venerabile Solitario. L’illustre Bellarmino fece, in poche parole, un magnifico elogio di Dom Bruno d’Affringues. «È accettato ora», disse, «di prendere il Sommo Pontefice tra i cardinali italiani; se il generale de’ Certosini era italiano e cardinale, è lui senza esitazione che dovrebbe essere nominato papa. Carlo Emanuele I, duca di Savoia, aveva un affetto speciale per Dom d’Affringues, ma i suoi amici più intimi erano il famoso presidente Favre e il santo vescovo di Ginevra Francesco di Sales. Antoine Favre intrattenne un assiduo scambio di lettere con il generale dei certosini nelle quali chiedeva sempre consiglio sugli affari importanti di cui era responsabile. Tutti erano ansiosi di conoscere il pensiero o di ricevere l’approvazione dell’illustre studioso. San Francesco di Sales ebbe frequenti contatti con Dom Bruno, strinsero una leale amicizia culminata con la visita del santo in certosa nel 1618, a cui fece seguito un intenso rapporto epistolare. Dopo la morte di san Francesco di Sales, dom Bruno scrisse, riportano alcuni autori, la vita dell’illustre Vescovo di Ginevra, per far assaporare al mondo i meravigliosi insegnamenti che aveva raccolto da questa bocca d’oro. Quest’opera, se è stata compiuta, non è giunta a noi.

Sotto il governo di questo Generale, la Grande Chartreuse fu, nel 1611, in parte distrutta da un nuovo incendio. Era la settima volta, dal 1320, che questo famoso monastero cadde preda delle fiamme. Ma come la leggendaria fenice, sembrava sempre risorgere dalle sue ceneri. Dio ha voluto preservare per la Chiesa e per la società questa potente fonte di penitenza, sacrificio e riparazione. Don Bruno d’Affringues, con il pretesto della sua grande età, insistette perché il Capitolo Generale gli mostrasse misericordia; ma i membri del Capitolo rifiutavano ogni anno di assecondare il suo desiderio. Il 4 febbraio 1631, un attacco di apoplessia lo privò dell’uso delle sue membra, paralizzandolo, il Capitolo Generale si trovò obbligato a dargli un successore. Dom Bruno d’Affringues morì l’anno successivo, il 6 marzo 1632, all’età di ottantadue anni; dopo aver governato l’Ordine per trentuno anni.

Il Capitolo Generale, nell’annunciare la grande perdita che l’Ordine aveva appena vissuto, disse: “Avremo sempre davanti agli occhi i grandi meriti del Reverendo Padre Dom Bruno e tutto il bene che ci ha dato e fatto: i dolori, le preoccupazioni, le fatiche incommensurabili e tutto ciò che ha sofferto per più di trent’anni. Non dimenticheremo mai il modo di governare di quest’uomo ammirevole, che seppe così bene unire la mansuetudine allo zelo dell’osservanza, che i suoi rimproveri non scoraggiarono mai, né la sua gentilezza incoraggiò a commettere il male; profondamente istruito, non c’è materia che non avrebbe voluto imparare; aveva un’esperienza di lavoro così perfetta che sapeva prevedere tutto e superare tutte le difficoltà; la saggezza era “la sua virtù principale, o la prima di tutte quelle che possedeva in così gran numero. È più facile per noi indicarle in generale che contarle e stimarne il vero e giusto valore“.

Il Pastore buono

El-Buen-Pastor Pedro Orrente

Eccoci giunti ad iniziare la settimana che ci condurrà alla Domenica di Pasqua. Voglio offrirvi una deliziosa omelia del certosino Dom Tarciso Geijer, concepita nel 1968 nella certosa di Vedana ed offerta ai suoi confratelli.

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Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.

Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore e duce delle anime vostre». «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita». Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge».

Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi!

Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre. Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre.

E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente. Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezze dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!

(Certosa di Vedana, 1968 Tempo di Pasqua….Omelia di P. Tarcisio Geijer)

Dom Grégoire Sorel

per priori generali

Oggi vi farò conoscere il Priore Generale dell’Ordine certosino in carica dal 1816 al 1824, Dom Grégoire Sorel, il quale successe a Dom Bonaventure Eymin.

Jacques-François Sorel, figlio di Pierre Sorel, notaio reale, segretario e vice-signore di Villeneuve-de-Marc e Anne Vignon. Nacque il 2 novembre 1739 a Villeneuve-de-Marc (Isère), già nel 1753, all’età di 14 anni, fu attratto dalla vita religiosa, ciò lo portò alcuni anni dopo ad entrare nella Grande Chartreuse laddove fece la professione solenne con il nome di Dom Grégoire, venendo ordinato sacerdote lo stesso giorno.

Nel 1775 svolse il compito di sacrista, nel 1777 fu Maestro dei novizi, e poi nel 1778 nominato Vicario. Nel 1785 fu inviato alla certosa di Meyrat, dove svolse le mansioni di procuratore svolte successivamente nel 1781 a Montmerle ed a Selignac nel 1784.

Fu poi eletto priore alla certosa di Vaucluse nel 1785, fino alla Rivoluzione. Il 23 giugno 1791, Dom Grégoire lasciò il monastero con i sette padri che componevano la sua comunità. La maggior parte seguì il loro priore a Sélignac, dove poterono ritirarsi. Viene decretata l’abolizione di ogni vita religiosa, il 16-17 agosto 1792 , ed i monaci, espulsi nuovamente, sono costretti a lasciare Sélignac il 1 ottobre 1792. Egli si rifugia nei dintorni di Bourg-en-Bresse nascondendosi ed esercitando segretamente il ministero sacerdotale. Nel giugno 1794, viene imprigionato nel carcere di claristi, a Bourg, per revoca del giuramento. Ad agosto si ammala di febbre e dissenteria, e viene condotto in ospedale. Dom Grégoire fu poi rilasciato poco dopo. Si ritira nel Delfinato e approfitta della libertà religiosa per esercitare il suo ministero nella regione di Saint-Jean-de-Bournay. Nel 1798 fu nominato arciprete di Saint-Jean-de-Bornay. Quando la religione cattolica fu restaurata, fu nominato parroco di questa parrocchia, nel febbraio del 1803. L’8 luglio 1816, in virtù dell’ordinanza regia del 27 aprile, un gruppo di otto o nove certosini, riuniti dal vicario Dom Romuald Moissonnier, tornarono alla Grande Chartreuse.

Costoro dovettero nominare un successore di Dom Moissonnier, e misero gli occhi su Dom Grégoire Sorel i suoi confratelli gli scrissero raccomandandogli di unirsi a loro, ma Dom Sorel, rotto dall’età e dalle infermità, rispose che i suoi settantasette anni non gli consentivano, nonostante il suo desiderio, di tornare alla Grande Chartreuse. I religiosi poi lo pregarono di aggiungersi a loro, per beneficiare dei suoi consigli e partecipare all’elezione, come Confermatore. Dom Grégoire non poté resistere alle loro suppliche, giunse alla Grande Chartreuse e fu nominato Generale il 16 settembre 1816. Temendo di non rispondere alla chiamata di Dio che si manifestava in modo così inaspettato, accettò e riprese coraggiosamente le Osservanze e Regole di vita certosina. La sua elezione fu confermata da Papa Pio VII il 17 dicembre 1816. Nonostante la sua età, Dom Grégoire Sorel lavorò con il massimo zelo per riparare le rovine accumulate dai Rivoluzionari, e dopo di loro dagli Austriaci che, nel 1814, avevano saccheggiato la certosa. Un testimone oculare descrisse lo stato fatiscente dell’ex fiorente Grande Chartreuse in questi termini: “Finestre di vetro colorate rotte, porte sfondate e senza serrature; tramezzi rovesciati, celle devastate, tetti degradati, muri sporchi da mani profane; la chiesa e le cappelle, tutto, salvo poche eccezioni, offriva il marchio di spoliazione: altari, candelieri, lampade, dipinti, campane, orologi, stalli, parquet, boiserie dei due cori, tutto era scomparso”. Pensarono prima alle riparazioni più urgenti, esse furono fatte con i quindicimila franchi concessi dal governo. Anche alcune persone generose vennero in aiuto dei certosini e donarono, tra l’altro, due lucerne per la chiesa e un altare maggiore in sostituzione di quello in marmo bianco trasportato nel 1807 nella cattedrale di Grenoble. Nel 1820, Dom Sorel benedisse una campana donata dal signor François de Ferrus, di Lione, e dalla signora Françoise de la Barmondière. Le altre riparazioni avvennero a poco a poco, man mano che la Provvidenza procurava nuovi aiuti al Monastero. Le forze del Reverendo Padre presto tradirono il suo coraggio, ed egli fu costretto a chiedere un Coadiutore; era Dom Bonaventura Eymin, di cui vi ho già parlato. Questo santo religioso ebbe solo pochissimo tempo per sopportare il peso del suo incarico, nominato il 16 settembre 1822, morì infatti il 18 dicembre dello stesso anno. Da allora Dom Sorel, sentendo le infermità crescere sempre di più, pregò la Santa Sede di accettare le sue dimissioni e di permettere alla Comunità di Chartreuse di scegliergli un successore. Il Sommo Pontefice Leone XII infine vi acconsentì, e l’elezione, presieduta dai Priori di Trisulti e di Torino, appositamente delegati a tal fine dalla Santa Sede, avvenne il 7 maggio 1824. Nessuno si ottenne, dopo quattro scrutini arrotondato il numero di voti richiesti dallo Stato, il delegato del Papa lesse immediatamente un decreto apostolico che nominava il Priore di Torino, Dom Benoit Nizzatti, Generale dell’Ordine. Il decreto era stato preparato in previsione che la Comunità non potesse riuscire a fare l’elezione. Il reverendo padre Dom Grégoire Sorel visse per un altro anno circa dopo l’elezione del suo successore; restituì al Signore la sua bella anima il 22 aprile 1825, dopo aver trascorso cinquantasette anni nell’Ordine.

Il necrologio del Grande Chartreuse lo loda così: “Dom Sorel era un venerabile vegliardo, che si rese notevole per la sua pietà, la sua scienza, la sua dolcezza, la sua pazienza e la santità della sua vita”.

Un seme argentino: Dom Jorge Falasco

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Cari amici, nell’articolo di oggi vi ritorno a parlare della certosa argentina di San Josè, lo spunto mi viene offerto da un breve ma delizioso video. In esso potremo ammirare lo svolgimento dell’attività claustrale svolta da una comunità alquanto numerosa e giovane, frutto di un lavoro incessante svolto dai primi certosini che giunsero in Argentina.

Tra questi vi era Dom Jorge Falasco, di cui oggi parlerò.

Apprezziamo dapprima il video.

Ed ora attraverso la descrizione della sua vocazione, fatta in un suo scritto, Dom Jorge Falasco ci descrive il suo percorso particolare che lo condusse a ad essere uno dei fondatori della certosa di San Josè.

Uno dei primi semi che hanno fatto germogliare questa fervida certosa!

Premesso che, Jorge Falasco nacque nel 1947, da subito fu affetto da crisi epilettiche manifestatasi fino ai due anni di età, allorchè scomparvero, improvvisamente, dopo una visita al santuario di Nostra Signora di Luján. Successivamente egli si dedicò agli studi che lo avrebbero condotto a diventare un medico cardiologo, ecco la narrazione degli eventi succedutisi e che sconvolsero la sua esistenza.

Ho diviso in due parti la sua testimonianza.

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Prima parte

Un sabato di fine 1976 un amico mi chiama per incontrare alcune monache carmelitane in via Ezeiza, a Buenos Aires. Visto che era sabato e ho approfittato del weekend per leggere, allenarmi e aggiornarmi, ho cercato di evitare l’impegno e di mandare un altro medico. Inoltre, di solito non ci si prendeva cura dei pazienti a casa. Ma il mio amico ha insistito e mi ha convinto. Nel mentre stavo facendo un elettrocardiogramma sulla ragazza più giovane, circa quanto la mia età, lei improvvisamente e inaspettatamente mi ha chiesto cosa avrei fatto della mia vita. Non sono riuscito a darle una risposta chiara e precisa e lei, vedendo la mia esitazione, mi ha convinto ad accettare di recarmi per qualche giorno al monastero benedettino di Luján per mettere in ordine i miei propositi. La Madre Priora, che era presente, acconsentì e mi promise che in 24 ore avrebbe organizzato tutto per me. Sarebbe stato un modo per ringraziare i miei servigi. Pochi giorni dopo sono partito per il Monastero di San Benito, a Luján. Lì sono stato ricevuto dal suo abate, Dom Martín de Elizalde (attuale vescovo di Nueve de Julio). Sono stati cinque giorni intensi (il tempo mi è sembrato di più). Lì ho incontrato un seminarista del Paraná che stava facendo il suo ritiro prima della sua ordinazione diaconale. Appena mi ha visto e mi ha fatto alcune domande, mi ha convinto ad andare in Paraná. L’idea mi sembrò buona e gli dissi di farmi incontrare il Vescovo del Paraná, che in quel momento si trovava a Buenos Aires. Non sarebbe stato facile perché oltre ad essere arcivescovo di Paraná, era vicario militare e presidente della Conferenza episcopale. Due giorni dopo fui convocato per un incontro con il vescovo Adolfo Servando Tortolo, al Collegio Champagnat quella stessa notte. Ero lì nel tempo e nella forma. Mi sono fermato a vederlo dopo aver aspettato il mio turno dietro alcuni generali e brigatisti. Mi ha molto colpito il suo vestito: con tonaca rossa, zucchetto, fusciacca… Non avevo mai visto un vescovo da vicino. Fu breve e spedito: dovevo lasciare tutto il prima possibile ed entrare in Paraná. Ed è così che il 1 marzo 1977, dopo aver trasferito le quote dell’Unità Coronarica ai miei colleghi e i miei beni a mia sorella, ho preso l’autobus a Retiro per il Paraná. non sarei tornato più indietro. Sono arrivato in seminario all’alba. Per la prima volta mi trovavo in un ambiente corretto ecclesiastico. Il Padre Rettore mi ha fatto un progetto personale per fare due anni di filosofia in uno. Vale a dire, sono entrato direttamente al secondo anno e ho dato gratuitamente le prime materie. La mia gratitudine al Seminario è immensa. In sette mesi ho fatto due anni di Filosofia. Non ho mai studiato così tanto e con così tanto frutto. Il mio insegnante di metafisica Luis (Lucho) Melchiori mi ha dedicato lunghe ore con indicibile pazienza. Ho conosciuto, apprezzato e amato San Tommaso. La dottrina dell'”esse” come atto dell’essere e la sua applicazione allo studio della realtà mi ha dato le basi necessarie e sufficienti per dare solidità e stabilità non solo alla mia fede ma anche a tutte le conoscenze acquisite nella mia vita universitaria e professionale. Ho anche collaborato con il Seminario Minore impartendo agli studenti corsi di Anatomia e Fisiologia. In Seminario mi sono fatto grandi e cari amici, oggi alcuni di loro vescovi. Non ho parole per ringraziare questo trattamento che la Chiesa mi ha riservato all’inizio della mia vita consacrata.

Segue nel prossimo articolo…

(Estratto da “Prehistoria de la Cartuja San José”, scritto da P. Jorge Falasco)

Dom Charles-Marie Saisson

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Continua l’approfondimento sui Priori Generali susseguitisi nel corso dei secoli al vertice dell’Ordine certosino. Oggi vi farò conoscere Dom Charles-Marie Saisson, che stette in carica dal 1863 al 1877.

Charles-Marie Saisson nacque nel 1806 ad Avignone, da una famiglia virtuosa. Era insegnante al seminario minore di Sainte-Garde quando pensava di lasciare il mondo; quest’anima d’élite sentiva il bisogno di trovarsi faccia a faccia con Dio nella calma e nel silenzio del chiostro. Quando entrò nella Grande Chartreuse, Charles-Marie Saisson aveva ventinove anni; iniziò il noviziato nell’agosto 1835 e vestì l’abito il 13 settembre successivo. Poco dopo la sua Professione, avvenuta il 14 settembre 1836, i superiori che gli avevano riconosciuto il merito lo inviarono alla Certosa di Roma, dove assunse successivamente gli uffici di Procuratore, Maestro dei Novizi e Vicario. Nel 1838 lo troviamo Procuratore della Certosa di Torino. Da lì si recò a Genova, nel 1841, per rispondere al desiderio del re Carlo Alberto che voleva fondare una seconda Casa di Certosini nei suoi feudi. L’anno successivo, a Dom Charles-Marie fu affidata una missione ancora più difficile: si trattava di recuperare la magnifica Certosa di Pavia, secolarizzata dall’imperatore Giuseppe II. Durante l’anno trascorso nella città di Vienna, Dom Charles-Marie mostrò, come diplomatico, “un talento che è stato superato solo dalla sua pazienza di sopportare la lentezza di una burocrazia meticolosa e le azioni sorde di certi personaggi ostili all’opera. Fece ricorso ai grandi mezzi impiegati dai santi: il digiuno e la preghiera. Toccato da tante virtù, Dio gli fornì potenti protettori e gli rese favorevole la famiglia imperiale. Quando i suoi pazienti passi furono coronati da successo, il Reverendo Padre Dom Jean-Baptiste Mortaize lo nominò Rettore di questa Casa, poi Priore, nel 1844. Essendo poi completamente ristabilita l’osservanza certosina a Pavia, il Generale inviò Dom Charles-Marie a dirigere la Certosa di Padula, pur conservando il titolo di Visitatore; siamo nel 1852. Chiamato, quattro anni dopo, alla Grande Chartreuse, come segretario del Reverendo Padre, lasciò questo Monastero solo nel 1885, per prendere la direzione della Certosa di Bosserville e ricoprire l’ufficio di Visitatore della Provincia di Francia. Fu a Bosserville che i delegati del Grande Chartreuse vennero ad annunciare a Dom Charles-Marie la sua elevazione alla Casa Generalizia. L’elezione ebbe luogo il 2 febbraio e l’insediamento ha avuto luogo il successivo 6 marzo. Si narra che un vecchio monaco, apprendendo la nomina di Dom Charles, gli inviò un quadretto in cui erano rappresentati gli strumenti della Passione, con queste parole che scrisse in calce: et ibi crucifixerunt eum. “Se queste parole – ha detto monsignor Fava, Vescovo di Grenoble, in una lettera indirizzata al suo clero – possono essere applicate a tutti i superiori che si fanno carico, si sono realmente realizzate in Dom Charles, che la malattia lo costringeva tante volte nella sua cella quando non lo stava inchiodando a un letto di dolore. Costò questa natura attiva vedersi condannato al riposo, questo amico della Regola non potè camminare alla testa dei suoi Religiosi – ma si rassegnò, pensando che il dolore, sopportato in unione con Gesù -Cristo crocifisso, fosse fecondo, e che spesso piace a Dio scegliere tra le Comunità una vittima, che depone sull’altare del sacrificio, perché altre anime siano rese partecipi dei suoi meriti. Dom Charles-Marie seguì gli esempi dei suoi illustri predecessori; ristabilì le Certose di Sélignac, Neuville-sous-Montreuil, Glandier, e gettò le fondamenta delle Certose di Hain, in Germania, e Parkminster, in Inghilterra. Questo venerabile generale sembrava aver appreso da Dom Jean-Baptiste Mortaize il segreto di moltiplicare le risorse risparmiate alla Grande Chartreuse dalla divina Provvidenza, ed è per me il dispensatore generoso e fedele. Il Vescovo di Grenoble ci racconta che “mai un lieto male bussò invano alla porta del suo Monastero; ogni miseria che andava a confidare nel suo cuore fu alleviata; la sua anima si apriva al racconto della sventura con un ardore e una tenerezza che la sua voce e le sue lacrime spesso tradivano. Quando a volte si trovava obbligato a rifiutare le richieste che una fiducia eccessiva o indiscreta riponeva in lui, allora gli faceva anche male il cuore. Il suo sguardo affettuoso, così come le sue parole piene di tenerezza, esprimevano il suo dolore e il suo rimpianto. Il Rev.do Padre Charles-Marie è stato chiamato come Generale dell’Ordine a partecipare al Concilio Vaticano; il suo atteggiamento era quello che ci si potrebbe aspettare da un pio figlio di san Bruno. Sull’importante questione dell’infallibilità del Romano Pontefice, si pronunciò in senso affermativo e fece una nota molto notata dai Padri del Concilio. Monsignor Fava, suo ammiratore e suo amico, ci ha lasciato un bel ritratto di questo santo religioso. “Dom Charles era dotato di una delicatezza profonda come il suo sguardo; ma soprattutto era un uomo di cuore. Con la facoltà d’amore che possedeva in grado eminente, Dio le aveva anche elargito le virtù che la orientano, la mondano e la fanno fiorire in fiori e in frutti celesti. Così fu padre de’ suoi Religiosi, ed i suoi Religiosi furono per lui figli amorosi e fiduciosi; prodigava loro i suoi consigli, il suo incoraggiamento, le sue cure ed i suoi servizi. Con i suoi esempi, mostrò loro come, con vera semplicità, si può elevarsi alle virtù più maschili e più eroiche. Chiamato dal suo rango a ricevere la visita di una folla di stranieri, era facilmente accessibile a tutti: semplice con i piccoli, nobile con i grandi. Ammiravamo in lui quello sguardo dolce e vivace, quel volto sempre sorridente in cui si mostrava allo scoperto la sua anima così bella; ci ritireremmo felici. Nel maggio 1876, Don Charles-Marie si recò di nuovo a Roma; volle, prima di morire, rivedere il venerabile Pontefice Pio IX. Uscendo dal pubblico, inondato di felicità e gioia, esclamò: “Ora posso cantare il mio nunc dimittis“. Infatti l’ora della partenza non tardò a scoccare, l’apoplessia che lo colpì improvvisamente il 15 dicembre dello stesso anno, fu per lui il segnale. Il 26 marzo 1877, con il permesso del Sommo Pontefice, si recò alla Chartreuse de Valbonne. In questo clima più temperato, il Venerabile Generale riprese un po’ di forza e riacquistò alcuni giorni di salute, ma fu solo un lampo di felicità per i suoi Religiosi. Il 7 aprile Dom Charles-Marie ricadde per non rialzarsi e il 17 dello stesso mese si addormentò serenamente nel Signore. Poco prima di morire gli fu chiesto se volesse qualcosa: sì, sussurrò.., il cielo! il suo corpo fu riportato alla Grande Chartreuse. Il reverendo padre Dom Charles-Marie Saisson aveva settantuno anni; aveva governato l’Ordine per quattordici anni, e aveva vissuto sotto l’umile abito dei monaci certosini per quarantadue anni.

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Sul portale della certosa di Neuville, scultura rappresentante Dom Charles-Marie Saisson

Epifania 2022

Adorazione dei Magi affrescoCertosa di Pavia (D. Crespi)

Adorazione dei Magi affresco Certosa di Pavia (D. Crespi)

Cari amici lettori, eccoci giunti al giorno in cui si festeggia l’Epifania del Signore.

Ecco per voi un sermone di Dom Tarcisio Geijer, che avrete conosciuto in un precedente articolo, egli lo concepì in occasione dell’Epifania del 1969, allorquando era coadiutore nella certosa di Vedana.

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Carissimi fedeli, dopo i magi, tutti in qualche modo, abbiamo veduto la stella, ma solo una frazione minoritaria si è mossa. Il numero dei figli di Dio lo conosce lui solo, ma se ci prospettiamo l’atteggiamento del mondo di fronte al vangelo abbiamo di che sentirci angosciati. E noi? Con chi siamo? Con i magi o con gli scribi? Con i magi abbiamo in comune la percezione della voce di Dio, con gli scribi l’informazione attorno al Salvatore. Il mistero ci ha toccati più di una volta, e i suoi postulati li conosciamo. Il più incolto di noi sa quale deve essere la direzione per salvarsi. La sapienza cristiana ci ha invaso l’anima. Bisogna riflettere a quella che è stata fino ad oggi la nostra reazione. La verità portata oziosamente, o concepita come un motivo ornamentale o come un’erudizione non salva. E’ questa la sapienza degli scribi di Gerusalemme.

Occorre invece muoversi verso la sapienza cristiana, muoversi famelicamente, come i magi. E c’è un altro pericolo, riflettendo ancora sugli scribi. Essi sapevano a mente tutto ciò che Dio aveva detto agli uomini, la Parola di Dio la portavano scritta perfino sulle loro vesti. Il pericolo, anche da parte nostra, è proprio quello di diventare consuetudinari della parola di Dio. I consuetudinari – della Parola, della Culla, della Croce – se prestano soltanto l’occhio e l’orecchio, finiscono col non aver reazioni. E’ l’anima che bisogna prestare, è il rischio dell’azione che bisogna correre. L’itinerario della salvezza si fa con sacrificio e con rischio. I magi hanno rischiato un disagevole e drammatico viaggio pur di trovare il Figlio di Dio. Lo hanno trovato e lo hanno adorato.

La vita cristiana respira con l’adorazione, il suo atto più proprio è la contemplazione, atto col quale si riempie di Dio, e si conclude con l’offerta. Oro, incenso e mirra, i tre doni simbolici dei magi. L’oro per il Cristo-Re – l’incenso per il Cristo-Dio – la mirra per il Cristo-uomo, destinato alla Passione e la Croce. Ma più che il significato di questi doni ci dovrebbe stupire il fatto stesso del donare. Questi magi hanno sconvolto la concezione dell’ebraismo, che si accaparrava il Messia secondo gli schemi di una mentalità utilitaristica. Gli ebrei esigevano dal Messia supremazia e beni, mentre i magi gli offrono tutto ciò.

La preghiera dei magi è una preghiera che non chiede, una preghiera che adora e offre. I magi non chiedono niente perché sanno che già tutto è stato dato, con la salvezza, a loro e al mondo. Essi sono andati soltanto per esprimere, a mezzo dei loro doni, la loro accettazione silenziosa e stupita. I magi se ne ritornano in patria prendendo un’altra strada. E cosa faremo, noi, dopo quest’ultima adorazione oggi davanti a Gesù Bambino? Nella nuova direzione presa dai magi dietro l’indicazione dell’angelo, si trova per noi un ammonimento. Non ci rimane altro ad fare che imboccare una nuova via, diversa da quella dalla quale siamo venuti. L’indicazione per quella nuova strada ci viene dalla parola di Dio e dal Sacrificio a cui partecipiamo. La parola divina ha da farsi umana, nostra, incarnandosi nelle azioni di tutti i giorni. E il sacrificio di Cristo non può restare solo, senza il nostro, come se fosse una semplice cerimonia festiva. Questo sacrificio natalizio vuol essere collocato nel concreto della nostra vita, in modo da fare un’animazione cristiana alle nostre opere, da incidere profondamente nel nostro comportamento. In definitivo, abbiamo da far nostro l’itinerario della coerenza tra l’adorazione e la vita, tra il dono di Cristo e la nostra risposta. Così sia.

(Dom Tarcisio Geijer, Epifania Certosa di Vedana 1969)

Gioioso Natale 2021

Natività - Certosa di Garegnano Milano (Biagio Belotti)

Natività – Certosa di Garegnano Milano (Biagio Belotti)

Carissimi lettori di Cartusialover auguri di Buon Natale con il cuore, e che la gioia dell’Avvento possa infondervi pace ed amore. Il mio augurio è che la gioiosità e la felicità di questi giorni, possano restare con voi per tutto l’anno che verrà.

B U O N * N A T A L E

Ai miei auguri, si aggiungano come di consueto, quelli della comunità certosina di Serra San Bruno….

Ed ora per voi, un semplice ma profondo testo estratto dagli “Scritti spirituali” di Dom Augustine Guillerand

Il Natale è la quintessenza della celebrazione sorridente e dolce. Il fascino di una culla lo avvolge in un’atmosfera che attrae e sboccia. Cuori aperti a questo bambino che già conosce la vita e i suoi dolori e che non ha paura di affrontarli per noi; la sua anima fresca rinnova la nostra. Gli anni eterni che precedettero la sua nascita non lo invecchiarono; ha l’esperienza di tutto ciò che è stato, sa tutto ciò che sarà ed è giovane come un fiore che si apre. Ha la giovinezza di ciò che non passa, la giovinezza dell’eterno presente. Dall’alto di questa giovinezza, come da un vertice infinito, dà il movimento delle cose e comunica loro la sua pace. Visti da lui, sono tutti belli e bravi. Visti in lui, appaiono tutti rivestiti di questa dolcezza e di questa bellezza.
Tutti i misteri di Gesù sono inondati da una luce dall’alto che allarga e pacifica le anime. Sempre e ovunque mostra realtà effimere al di là e scopre le profondità. Un raggio di infinito ed eternità emana da tutto ciò che dice, da tutto ciò che fa. Il suo essere sconfinato è proiettato in tutti i suoi passi e nei più semplici dei suoi movimenti.
Il Natale è la festa della gioia: “Vi annuncio una grande gioia” (Lc 2,10) disse l’angelo ai pastori. Questa gioia è passata attraverso la storia ed è rimasta attaccata a questo anniversario. La gioia del Natale non è l’assenza di dolore. C’è qualcosa di meglio che rimuovere la sofferenza e usarla. La grande arte di Dio consiste nel far sì che ogni cosa serva ai suoi scopi. È gioia infinita e porta gioia anche con il dolore. Per questo il calvario circonda la culla divina: povertà, indifferenza, disprezzo, odio, persecuzione ed esilio accolgono questo neonato. Non sono nemici che lo dominano, sono servi che rispondono alle sue chiamate ed eseguono i suoi ordini.”

Dionigi di Rijkel per l’Immacolata

BRUNO E IMMACOLATA

Eccoci giunti al giorno in cui si celebra la Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Ho scelto per voi, una sublime preghiera di Dionigi di Rijkel, estratta dalla sua opera De Præconio B. V. Mariæ. Vi lascio a questa dolce orazione, frutto di una devozione speciale.

Ho una parola da dirti, o Maria incomparabile e deiforme, Maria, Madre dolcissima e più bella di tutte le donne: spanderò, come fosse acqua, il mio cuore alla tua presenza, mia Signora. Ti loderò e ti esalterò, gentile fanciulla. innalzerò il tuo nome, colomba purissima e castissima; mi rallegrerò ed esulterò in te, singolare e celebratissima sposa di Dio; Sarò abbagliato a contemplarti, onestissima Maria; Tu sei gentile e sempre desiderabile con me, o Maria traboccante di bontà, che non mi hai sottratto il tuo aiuto fin dall’inizio della mia vita, e che mi hai fatto dono del tuo affetto e del tuo nome quando, mentre ero ancora un adolescente, non sapevo ancora distinguere il bene dal male. Tu sei degna d’amore, o Signora, che Dio ha amato e della cui figura si è innamorato; in cui non posso trovare altro che gentilezza e dolcezza, misericordia e mansuetudine, carità e onestà; sei tutta bella e non c’è macchia né sulla tua anima né sul tuo corpo; ornamento e gloria delle donne, onore e gioia degli uomini, nostra speranza e avvocata: tu superi la purezza degli spiriti angelici, che superi in santità; tu sei colei che ha più pietà dei miseri, un amante ardente, forte ed una protettrice fedelissima”

“Degnati di accogliere le mie lodi, o Vergine Santa e Maria Santissima!”

A M E N

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       Cappella dell’Immacolata (certosa di Trisulti)