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Dom Joseph il Priore leonino

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Cari amici, nell’articolo di oggi vi offro un video inedito. Esso è tratto da un documentario realizzato, nel 1970, dalla Viba film in occasione del novantesimo compleanno del Padre priore della certosa slovena di Pleterje. Sono immagini eccezionali considerato il periodo ed il luogo, appare infatti ardimentoso entrare oltre le mura di una certosa con una cinepresa, e soprattutto nella ex Jugoslavia in pieno regime totalitarista del maresciallo Tito.

Trattasi però, come dicevo, della celebrazione di Dom Joseph Edgar Leopold (Lavov- Lyon).

Nel filmato scorrono le immagini della certosa slovena con Dom Joseph che si trattiene nei vari ambienti monastici per mostrarli al cineoperatore, il tutto correlato dalla voce del cronista che ci narra in sloveno la biografia del vecchio priore.

Ma chi era Dom Joseph Edgar Leopold?

Egli nacque il 17 gennaio del 1881 a Timisoara in Romania, completati gli studi il 28 ottobre del 1905 fu ordinato sacerdote a Roma, dove ottenne un dottorato in Teologia. Fu attratto dalla vita monastica e decise di entrare nella certosa slovena di Pleterje, laddove fece la professione solenne il 28 ottobre del 1924. Trascorsi appena dieci anni, per i suoi meriti e le sue indubbie qualità, venne nel 1934 eletto Priore, tale carica la mantenne fino al 1967, successivamente ebbe l’incarico di Antiquior fino al 1972. Dom Joseph, morì il 18 maggio del 1977, alla veneranda età di 95 anni!!

Ma voglio ora parlarvi delle tribolazioni di questo certosino durante la seconda guerra mondiale.

La comunità certosina di Pleterje, fu oggetto di rappresaglie da parte dell'”Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia” ovvero un movimento partigiano di resistenza militare che si opponeva agli eserciti dell’Asse. I monaci certosini furono accusati di dare asilo ed ospitalità ai nazisti braccati dai partigiani, a causa di ciò Dom Joseph fu arrestato il 24 ottobre del 1942 reo di essere un collaborazionista. Estirpato dalla quiete monastica il povero certosino fu trasportato inizialmente nel carcere di Maribor, e dopo un mese a Lubiana poi successivamente alla vigilia di Natale fu scarcerato. Le autorità gli vietarono categoricamente di rientrare in certosa ed anzi gli imposero di espatriare, poichè fu considerato non accetto in Jugoslavia. Dom Joseph decise così di recarsi in Italia, dove trovò asilo nella certosa di Vedana, laddove egli ritrovò la quiete desiderata. La sua permanenza in italia durò fino al 3 gennaio del 1944, successivamente nel maggio del 1945 egli potè fare ritorno a Pleterje, che nel frattempo, il 18 ottobre del 1943, aveva subito ingenti danni a causa del violento attacco dei miliziani partigiani che incendiarono brutalmente e distrussero, con bombardamenti, tredici celle del complesso monastico. Ristabilita la pace, a seguito della fine del secondo conflitto mondiale, la certosa di Pleterje potè rinascere ed è riuscita a sopravvivere al regime comunista di Tito, ed ancora oggi in essa è viva l’attività monastica. Le cronache di quei tempi furono descritte da Dom Joseph in un libro pubblicato nel 1979.

libro

Prima di concludere questo articolo voglio soffermarmi su due curiosità legate a Dom Joseph, la prima è che egli fu in gioventù, durante il primo conflitto mondiale, compagno di armi proprio del maresciallo Tito!

La seconda curiosità riguarda l’appellativo di Lavov o Lyon, ovvero “leone” pseudonimo attribuitogli per il coraggio dimostrato durante i tragici fatti che vi ho esposto.

Vi lascio alle immagini del raro documento filmato che ci faranno conoscere le fattezze di Dom Joseph Edgar Leopold Lavov, ormai vecchio ma nel suo sguardo possiamo percepire ancora l’autorevolezza di un indomito leone .

La devozione mariana di Dom Louis-Marie Baudin

 

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Vetrata nel Santuario di Santa Maria nel Bosco (Serra san Bruno)

 

Oggi voglio narrarvi la storia dell’autore di un testo sulla Vergine Maria, di cui egli era particolarmente devoto. Vi parlerò, infatti, di Dom Luis Marie Baudin nato a Éply (Meurthe-et-Moselle) il 31 ottobre 1865, da una famiglia profondamente cristiana, difatti sua madre stava per prendere i voti religiosi, poi a causa dei suoi genitori che si opposero fu malvolentieri persuasa, e si sposò dando alla luce il piccolo Luis. Dopo soli due mesi la donna morì, ed il piccolo fu affidato ad una giovane ragazza che chiese l’intercessione di Maria per poter crescere il bimbo orfano di madre.

Come possiamo notare la Vergine Maria aveva già preso in affidamento Luis!

Egli non aveva nessuna particolare devozione mariana, fino al giorno di una gita scolastica svoltasi a Lourdes. In quel giorno si risvegliarono in lui sia una profonda vocazione monastica che una vocazione mariana. Dopo una novena alla Santa Vergine, egli entrò nei certosini alla certosa di Bosserville, l’8 settembre del 1865 il giorno della Natività della Beata Vergine Maria ricevendo il nome di Louis Marie. Questo nome fu scelto per omaggiare Louis-Marie Grignion de Montfort, del quale Baudin era ovviamente un pio ammiratore. Egli, durante la sua vita monastica non tralasciò ogni sera di fare una lettura mariana, rafforzando la profonda devozione verso Maria. Dal 1897 per nove mesi fu nominato dapprima Vicario, e poi Maestro dei novizi, successivamente, nel 1901 a seguto dell’espulsione dei monaci dalla certosa, egli si trasferì alla casa di rifugio di Saxon les Bains, poi trascorso qualche mese fu nominato Maestro dei novizi nella certosa di Montalegre. Nonostante queste peripezie, egli si dedica con zelo a scrivere testi, fu infatti autore di tre volumi mariani intitolati: “Parole della Santa Vergine”, “Il prete di Maria” ed “Il perfetto devoto di Maria“. Questi suoi testi ebbero grande diffusione gratificando Dom Louis, che intendeva far conoscere, nonostante la sua condizione eremitica, il valore della devozione mariana. Dal 1911 al 1916 ricoprì il ruolo di Vicario e si occupò del noviziato, ma successivamente fu inviato come priore a La Cervara, e poi nominato priore a Vedana, dal 1922 al 1924, per poi far ritorno a La Cervara, laddove chiese misericordia per motivi di salute ed il primo ottobre del 1926 morì, raggiungendo la Santa Vergine che lo aveva protetto e per la quale lui spese l’intera esistenza nel diffonderne la devozione.Il testo che segue fu da lui scritto, ve lo lascio leggere ed apprezzare…


Un anima di bambina
Maria ama le anime semplici, perché riflettono, ai suoi occhi, tanto penetranti e trasparenti, qualcosa della infinita semplicità di Dio e della indicibile bontà di Gesù, il quale volendo fare queste anime somiglianti a Lui li ha preservati e liberati di tutto quello che poteva appesantirli ed offuscarli. E forse non scruta in essi quella virtù che si può riassumere tutta nella sua santità? Maria è stata, senza paragoni, semplice nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti e nelle sue azioni, Gesù era tutto per lei. Vederlo, amarlo, seguirlo, era tutta la sua vita, senza mai ripensamenti ed esitazioni. Qualsiasi potessero essere le prove interiori ed esteriori che la Sapienza incarnata le offriva. Ella diceva di si, sempre si, e si abbandonava alla volontà divina.
L’anima di Maria era, nella pienezza del senso evangelico di questa espressione, l’anima di bambina; è per questo è la Regina dei Santi. Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso “(Mc 10,15). ed il principe degli apostoli ci esorta ad imitare questa perfetta semplicità della nostra Madre Divina.Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza (IP 2,2)
I bambini sentono la necessità di aderire alla propria madre e seguire le sue orme. Camminiamo in questo percorso semplice ed incontreremo al fianco di Maria la santità e l’abbondanza dei favori celestiali.”Io cammino nel sentiero della giustizia … per distribuire tesori a coloro che mi amano e riempire i loro forzieri” (Pr 2,80) Noi siamo così poveri! Coloro che ricorrono a Lei grazie a questa semplicità meritano di essere arricchiti da Maria! Ci meritiamo i doni intimi della Vergine, semplificandoci sempre, soprattutto nei nostri rapporti con lei, vivendo sinceramente con Maria come i bambini che si abbandonano completamente alla propria guida (…) “No non ci facciamo mai adulti con lei …”

(Dom Louis- Marie Baudin)

Fratello Domingos Mínguez

Fratello Domingos Míngues

Professo di Porta Coeli

Abito Fratello Converso

Proveniente da una famiglia di contadini, poveri di beni di questo mondo e nascosti agli occhi degli uomini, Domingos Mínguez raggiunse una grande perfezione, attraverso i sentieri di una condizione modesta. Suo padre gli affidò la guardia delle greggi. Il bambino crebbe nella campagna e nei boschi, senza sapere chi fosse Dio, ma ruminando in sé le meraviglie della creazione e chiedendosi: Chi ha fatto tutto questo?

Lo Spirito Santo parlava al suo cuore. Con un’attrazione viva allo stato religioso, non ci volle molto tempo a coronare i suoi anni passati, lontano dal mondo nell’innocenza e nella povertà. Il giovane Mínguez rispose ingenuamente a questa prima spinta del Cielo, senza sapere dove sarebbe arrivato, lasciando alla bontà di Dio, la cura d’imprimergli una direzione. La Grazia fece lentamente la sua opera. Appena il giovane raggiunse l’età di rendersi autonomo finanziariamente, i suoi genitori lo mandarono come servo alla Certosa di Porta Coeli. «Non è la strada che porta alla ricchezza, loro dissero, ma è quella che porta sicuramente al paradiso. Nostro figlio sarà là, in mani sicure ed in una buona scuola.» Ed il giovane pastore prese un posto tra i servi della casa. Inoltre, era un ragazzo robusto, di grande statura, resistente alla fatica, non ritirandosi mai davanti al lavoro. Tutto questo con una semplicità infantile, con un’obbedienza cieca, una pietà semplice e discreta.

Il seme della vocazione depositato in così buona terra si sviluppò velocemente. Docile alla voce del cielo che diventa ogni giorno più distinta, Mínguez chiese timidamente il favore di essere ammesso alla prova come postulante. Questo favore, non si può in buona fede rifiutare. Tutto parla in lui: il suo esterno ben composto, il suo linguaggio pieno di bontà, il suo spirito eccellente, il candore del suo viso. Puro, innocente, lo fu durante tutta la vita. Il suo confessore lo dirà più tardi. Il Priore, felice di avere un ragazzo così consigliato, gli diede il santo abito alla vigilia dell’Immacolata Concezione (1572).
Come un lavoratore, Fra Domingos rimase quello che era. Impossibile, in questo aspetto, richiedere di più. Abbastanza consapevole delle questioni agricole, egli migliorò la proprietà e coltivò le piantagioni di olivo, che gli rese bei benefici. Non parleremo della sua competenza per quanto riguarda il bestiame. In questo campo era diventato un vero maestro da molto tempo.

Una caratteristica lo distingueva moralmente: aveva una benevolenza, quella bontà nell’anima, senza concorrente; una pietà che si estendeva anche agli animali. Scontentare un confratello, maltrattare un servo, disturbare un povero animale…non lo faceva mai!

Inoltre, egli godeva di una meritata reputazione per la dolcezza e la pazienza nella religione. Religiosi, conversi, servi, lavoratori, tutti lo veneravano profondamente, così bene che, per distinguerlo da un altro fratello con lo stesso nome, lo chiamavano: Domingos “il santo”. Il Priore, anche un grande ammiratore di questa eccellente persona, disse un giorno: «Quando la morte porterà via il buon Fratello Mínguez, perderemo una delle colonne della casa.»
Anche se ogni figlio di San Bruno è istintivamente devoto servitore di Maria, noi ci saremmo censurati, se avessimo lasciato all’ombra la tenerezza filiale del nostro Fratello per l’augusta Madre di Dio. Come egli era felice di appartenere a un ordine in cui il culto della Regina del cielo è particolarmente esaltato! E che unzione a recitare quella lunga serie di Ave Maria, che compongono l’Ufficio dei nostri fratelli!!Maria non mancava con il caro Domingos, gli apparve diverse volte. C’era tra di loro un’effusione di amore difficile da descrivere. Certamente il santo uomo mai parlò di questo rapporto intimo con il cielo. Ma un giorno, essendo distratto al punto di dare di capire che la sua cella era spesso inondata di chiarezze straordinarie, un confratello lo incalzò con domande così insinuanti, che lo portarano a fare il seguente racconto: «Una notte, ero in una desolazione deprimente. Quasi in preda alla disperazione, supplico alla Beata Vergine di avere pietà di me. Un po’ più tardi, quando ero nell’oratorio, senza luce, mi ritrovo circondato da fuochi celesti. Si direbbe una bellissima alba. Maria appare all’improvviso, il volto sorridente, lo sguardo rivolto teneramente al suo indegno servo. Nello stesso momento, le nubi di tristezza si evaporano, il mio cuore si apre alla gioia e la mia povera anima serena rende grazie alla sua insigne benefattrice.» Confuso, soffocato, bagnato di lacrime, il povero fratello interrompe venti volte il suo racconto commovente. «E soprattutto, aggiunge con una vivacità penetrante, e soprattutto non dire questo a nessuno, Io non te lo permetterò.»

Il servo di Dio aveva 45 anni di professione quando una febbre forte lo incollò al letto. Aveva solo 63 anni, ma il lavoro e le austerità avevano prematuramente minato la sua costituzione robusta. Sentendo la diminuzione delle forze e vedendo che arrivava la sua fine, chiese gli ultimi sacramenti e li ricevé con un fervore ammirevole. Dettaglio edificante che sottolinea la delicatezza della sua coscienza. Durante la cerimonia, chiamò il procuratore e borbottò qualche parola a bassa voce: senza dubbio, un’ultima confessione privata. Egli si ritenne gravemente colpevole, perché la sera prima, in un attacco di febbre, cadde e ruppe con il suo piede un bicchiere pieno d’acqua che avevano messo al culmine del suo letto. Pieno di rimorso, egli non voleva entrare nell’eternità con l’anima caricata di questo peso.

Poi il pensiero di Dio e del cielo, lo assorbì totalmente. Con lo sguardo sul crocifisso, rimase stordito in profonda contemplazione; si avrebbe detto che intravide come un raggio di luci celesti. Iniziò l’agonia; il moribondo si consegnò alle ultime preghiere. E fu pronunciando i due nomi di Gesù e Maria, che egli si addormentò nella pace del Signore. Era il nono giorno del mese di settembre dell’anno 1609.

La notizia della sua morte provocò un’esplosione di condoglianze e manifestazioni pubbliche di venerazione. Tutti proclamavano la sua santità e condividevano le sue vesti come veri reliquie.

Il certosino inquisitore

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Nell’articolo odierno vi proporrò la storia di un certosino spagnolo: Dom Luis Mercader Escolano, il certosino inquisitore.
Luis nacque a Murviedro nei pressi di Valencia, nel 1444, da una nobile famiglia locale i Conti di Buñol. Sin da piccolo ebbe propensione per lo studio, e dapprima studiò dottrine umanistiche a Valencia e in seguito si recò a Salamanca dove si dedicò allo studio di matematica arte e teologia, giovanissimo divenne dottore in utroque. A soli ventiquattro anni, nel 1468, decise di entrare nella certosa di Val de Cristo e diventare monaco certosino. Date le sue doti, divenne maestro dei novizi e nel 1476 procuratore. Questo incaricò lo svolgeva a malincuore e diverse volte ne chiese misericordia, ma solo nel 1488 il Capitolo Generale dell’Ordine lo nomina Priore della certosa di Porta Coeli. Ma il 24 giugno del 1489 viene eletto all’unanimità Priore della sua certosa, e pertanto svolgerà tale mansione a Val de Cristo, non solo, l’anno seguente viene nominato Visitatore della Provincia cartusiana di Catalogna.
Ancora una volta Dom Luis con questo incarico vedeva turbata la sua vocazione alla solitudine ed alla quiete della cella! Fu così accolta la sua richiesta di misericordia anche per questo compito, e il 14 ottobre del 1491 fu deposto, ma il 9 gennaio del 1494 fu nuovamente eletto all’unanimità priore alla certosa di Val de Cristo. La sua personalità era davvero forte al punto che fu scelto dal re Ferdinando il Cattolico come suo confessore ed ambasciatore personale presso il Papa. Questo incarico condusse Dom Mercader a fare visite diplomatiche all’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo, al re Ladislao d’Ungheria e sul soglio pontificio retto da Alessandro VI. Questa sua attività diplomatica non fu gradita al capitolo Generale dell’Ordine, che nel 1511 intimava Dom Luis di ritirasi a vita claustrale. Il re Ferdinando difese questa censura ricevuta dall’ Ordine certosino, ma ne approfittò per nominare, il 13 gennaio del 1514, Dom Mercader vescovo di Tortosa ed investendolo anche del titolo di Presidente del Tribunale dell’inquisizione di Navarra e Aragon!
Quest’ultimo titolo scosse emotivamente Dom Luis, che svolse questa mansione in maniera estremamente mite, come fu la sua condotta episcopale secondo le virtù apprese tra i certosini. Continuò a praticare l’astinenza dalla carne ed un regime di vita severo. Il 9 giugno del 1516, a settantadue anni di età di ritorno da corte a Buñol, la sua anima salì al cielo. Il suo corpo fu seppellito nella Cappella della Maddalena nella sua amata certosa di Vall de Cristo. Durante il suo priorato infatti egli aveva disposto la costruzione di questa cappella, dove fu poi interrato tra la commozione dei suoi confratelli. Si spense con la fama santità, fu apprezzato come uomo saggio e ricco di rare virtù. Dopo la sua morte, e trascorsi 83 anni, da quell’infausto giorno, i monaci aprirono la cripta per pulire le reliquie del santo confratello, ma fu con grande stupore che assistettero ad un vero prodigio.
Le spoglie mortali di Dom Luis Mercader erano incorrotte!
L’aspetto fisico era identico al momento in cui era morto, aveva una folta barba rossiccia e l’abito monastico intonso e non vi era traccia di cattivo odore. I certosini, ringraziarono Dio per tale prodigio e benedissero le spoglie, seppellendole nuovamente. Nelle cronache della certosa di Val de Cristo, vi è notizia di un altro tentativo di indagine effettuato su queste spoglie. Difatti trascorsi altri cinquanta anni, ovvero centotrentaquattro dalla dipartita di Dom Luis, altri suoi confratelli aprirono la cripta. Lo stupore fu estremo nel vedere le venerabili reliquie ancora intatte. Dal corpo del loro confratello defunto emanava inoltre un soave profumo, segnale della sua santità. I monaci provarono ad estrarre un dente come reliquia da venerare, ma fu impossibile poichè esso era attaccato alla arcata dentaria come se fosse vivo!
Decisero così di chiudere la cripta e lasciar riposare il loro confratello in quell’aura di santità.
Su di lui scrissero: “Fu molto dedito allo studio della matematica, fu per questo che ebbe nella sua cella molti astrolabi e orologi che lo hanno aiutato l’uno a salire su nel cielo con la contemplazione; e l’altro a piombare e strisciare sul pavimento, prostrandosi e ricordando la brevità della vita

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Dom Luis Mercader offre lo scudo del suo casato a san Bruno

 

 

 

Fratello João de la Espada

Fratello João de la Espada

Professo di Jerez

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Voglio proporvi questa vita esemplare di un Fratello converso della certosa spagnola di Jerez, strettamente legata alla Settimana di Passione che stiamo per vivere.

Ancora più che il bisogno di solitudine, l’amore per la sofferenza portò questo giovane ad abbandonare il mondo e racchiudersi in un chiostro. «Lì, almeno, dice, di certo incontrerò privazioni, il sacrificio in una forma o nell’altra.» Ciò è quello che determinerà il suo ingresso alla certosa di Jerez.

Era una di quelle anime semplici ai quali il Signore riserva le grazie speciali. La sua pietà libera da ogni affettazione mondana aveva qualcosa di angelico. I suoi inizi furono ammirevoli, con entusiasmo e buona volontà. Si consegnò totalmente al puro amore di Gesù; lì a fare il suo costante studio e l’unico scopo della sua vita.

«Il mio unico desiderio, diceva al Padre Priore, è quello di diventare non solo un santo, ma un grande santo. Ma come ci si arriva?

– Mio figlio, bisogna volerlo, e volerlo molto. Non accontentarsi di semplici aspirazioni, in altre parole, pagare con la sua propria persona. In pratica, ci sarebbe molto da fare, ma con la grazia si ottiene tutto. È inutile avere le massime del Vangelo in bocca, se non hai allo stesso tempo i pensieri del Salvatore nel tuo spirito, i suoi affetti nel tuo cuore, i suoi esempi davanti ai tuoi occhi.»

Sotto questo impulso energico, il Fratello camminava con un cuore aperto, con tutta la semplicità, scegliendo sempre quello che era più piccolo e più punibile. «Non posso vederlo, diceva un vecchio monaco converso, senza sentirmi spinto al bene; il suo fervore si eleva continuamente contro la mia stanchezza.»

È nell’esercizio di questa vita umile e nascosta, che Dio gli impose il sacrificio dell’impotenza ferendolo con un cancro alla gamba: un male orribile da vedere, che lo lasciò durante quattro anni in mezzo a dolori indicibili, e che consunse il suo sacrificio mettendogli il sigillo di una pazienza angelica. Era felice di essere associato alla Passione, – ricordiamo che era il suo sogno da diciotto anni, – e lui amava dire: «che gli altri siano elevati, stimati, applauditi, poco importa a me; non vedo altro che Gesù e la sua croce.» E adesso: «Bisogna fare buon viso alla sofferenza, senza il quale Dio non mi avrebbe inviato.» Da questa teoria elementare alla pratica, c’è spesso una grande distanza, così difficile è l’arte della sofferenza. Questa scienza il nostro malato ne possedeva in un grado eminente e la conservò fino alla fine.

Sdraiato nel suo letto, incapace di girarsi a destra o a sinistra, con la testa su una roccia come un cuscino, nelle sue mani il crocifisso ed il rosario, non si stancava di ripetere la parola di Gesù nell’Orto degli Ulivi: «Che sia fatta la tua volontà, oh Dio mio, e non la mia!»

Quando il chirurgo gli disse di amputare la gamba in cancrena per salvare la sua vita, il paziente si accontentò di rispondere: «Dalla vita, è da molto tempo che io sono staccato. Ma perché avrò un’altra opportunità di soffrire per amore di Cristo, puoi procedere con l’intervento chirurgico.» Il medico procedette al taglio dell’arto senza pietà e, contrariamente a quanto ci si aspettava, il paziente spirò poco dopo. Cessò di soffrire allo stesso tempo in cui smise di vivere, il 7 marzo 1663 all’età di 66 anni.

In memoria di Padre Christian

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Sono ormai trascorsi quattro anni da quel 3 aprile del 2013, allorquando l’anima santa del “piccolo grande” certosino Padre Christian è ascesa al cielo. Dopo avervi recentemente proposto un omaggio speciale con un documentario video, da voi molto apprezzato, in questa ricorrenza mi piace rinverdire la sua memoria, proponendovi una sua preghiera. Egli aveva l’abitudine di annotarle su lembi di carta, che donava ai suoi figli spirituali bisognosi di conforto. Nel testo che segue, possiamo percepire una sorta di appello salvifico esternato al Signore e rivolto al genere umano. Una vera perla!

Vieni Signore Gesù vieni.

Vieni ad asciugare tante lacrime

Vieni per impedire il massacro di tanti innocenti

Tu sei la nostra unica speranza in questa valle di pianto

Un fiume di sangue copre la terra: aborti, guerre, assassini, incidenti stradali

Il sangue del tuo fratello grida verso me

Chi può liberare la terra da tanti mali se non Tu

Unico salvatore del mondo.

Chi può ridare alla terra la pace se non Tu.

Principe della Pace che hai detto “vi lascio la pace

vi do la mia pace non quella che vi da il mondo”.

Tutto il mondo ha sete di pace, ma gli uomini senza di Te non possono trovarla

Perchè la pace divina è una pace che viene dall’Amore infinito.

Vieni Signore in ogni cuore per renderlo mite e umile come il tuo cuore

Perchè senza umiltà e mitezza non c’è amore.

Gesù ti darà la sua Vita nella misura che tu riceverai il suo corpo

chi mangia il mio corpo avrà la vita dice il Signore

Il mondo sta morendo perché non ha ascoltato il suo Signore!

Che Dio ti abbia in Gloria Padre Christian

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Dom Lorenzo Surio

 

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Nell’articolo odierno, voglio farvi conoscere il certosino Lorenz Sauer noto come Lorenzo Surio, o in latino Laurentius Surius. Egli nacque a Lubecca nel 1522 in una famiglia luterana. Fu uno studente prima della Facoltà di Lettere dell’Università di Francoforte sull’Oder, e poi di Colonia, dove ebbe come compagni ed amici di studi Nicolas Van Esch (Eschius) e Pietro Canisio. Quest’ultimo lo convinse e lo introdusse alla Chiesa Cattolica, convertendolo. Nella città di Colonia Lorenzo ebbe l’opportunità di conoscere e frequentare Dom Giovanni Giusto Lanspergio, del quale rimase affascinato e fu attratto dalla vita certosina. A seguito di ciò decise di entrare, giovanissimo, nella certosa Santa Barbara di Colonia il 23 febbraio del 1540, facendo la Professione solenne il 21 febbraio del 1541 e ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1543. Fatta eccezione per un breve soggiorno alla vicina certosa di Magonza, nel 1548, Dom Lorenzo Surio trascorse trentasei anni di vita monastica tra le mura della certosa di Colonia. Egli si dedicò alacremente alla scrittura coniugandola con grande fervore alla sua attività religiosa dove fu un modello di pietà, di rigida osservanza delle regole dell’Ordine. Morì nella sua amata cella il 23 maggio del 1578.
Tra i suoi scritti vi furono molte opere riguardanti l’agiografia e la storia della Chiesa, ed inoltre tradusse in latino diverse opere di ascetica e teologia di autori mistici renani, fiamminghi ed olandesi. La sua opera più nota fu il De probatis sanctorum historiis (7 voll., 1576-81). Un grande studioso che seppe conciliare la sua inclinazione verso la scrittura con la rigida ed austera vita claustrale certosina. Questo particolare è sottolineato nel dipinto che ho inserito in questo articolo, laddove Dom Lorenzo viene raffigurato a scrivere con il pennino all’interno della sua cella, con alle spalle diversi volumi, mentre sullo sfondo si fa riferimento alla sua dedizione per la vita monastica certosina, fatta di preghiere e meditazione.

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