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Dom Nicolas Albergati de Geoffroy

per priori generali

Cari amici di Cartusialover, prosegue l’approfondimento sui Priori Generali dell’Ordine certosino. Oggi vi parlerò di Dom Nicolas Albergati de Geoffroy, in carica dal 1791 al 1801.

Dom Nicolas Albergati de Geoffroy ha lasciato il mondo, ancora giovane, per consacrarsi a Dio. Entrato nella Certosa di Villeneuve les-Avignon, vi emise la Professione ed edificò i suoi fratelli con la sua pietà e le sue virtù. I suoi Superiori, dopo averlo destinato a vari uffici che svolse con soddisfazione di tutti, lo nominarono Priore della Certosa di Saint-Julien, presso Rouen, e poco dopo Convisitatore, poi Visitatore della Provincia di Francia-sulla Senna. Alla morte di Dom Hilarion Robinet, gli elettori di Chartreuse, Currières e Chalais lo elessero generale all’unanimità il 10 maggio 1791. Nella terribile crisi che stava attraversando l’Ordine dei Certosini, l’onore che veniva fatto a Dom Nicolas era un fardello molto pesante; ma il nuovo Generale tuttavia l’accettò con coraggio, e seppe sempre mostrarsi all’altezza delle difficili circostanze in cui si trovava. Il 12 agosto dello stesso anno, Dom Nicolas Albergati pregò il Sommo Pontefice Pio VI di rinnovargli la facoltà già concessa al suo predecessore, di stabilirne la permanenza all’estero e di riunirvi il Capitolo Generale, che gli fu concesso. I possedimenti della Chartreuse erano stati messi in vendita come bene nazionale; l’obbedienza del deserto, dove talvolta i Generali si ritiravano a meditare in completa solitudine, era stata venduta il giorno stesso della morte del Reverendo Padre Dom Hilarion Robinet. Nello stesso anno 1791, in virtù del decreto del 20 marzo 1790 e della legge del 14 ottobre 1790, i Religiosi di Certosa furono interrogati due volte per sapere se fossero disposti ad avvalersi della libertà concessa loro dalla nazione. La risposta di tutti i religiosi è stata che il loro desiderio era di perseverare nella loro vocazione e di rimanere nel loro monastero. Nel mese di aprile 1792, Dom Albergati de Geoffroy ed i suoi monaci furono accusati di avere corrispondenza con i nemici della nazione e di fare preparativi per ricevere le truppe sarde che, si diceva, progettassero un’invasione attraverso i monti della Certosa. Con il pretesto di custodire questa frontiera, il convento fu presidiato. “La nostra Casa – scriveva un testimone oculare – era diventata una vera e propria caserma e la nostra posizione era così penosa che sarebbe stata insopportabile se Dio non ci avesse sostenuto con la sua grazia, a perseverare nel nostro stato”. Il successivo 21 maggio, i commissari si presentarono alla Grande Chartreuse, e comunicarono al Reverendo Padre e ai Religiosi l’ordine di sgomberare il Monastero che dicevano necessario per alloggiare le truppe. Assegnarono come nuova residenza, alla Comunità, la Certosa di Sylve-Bénite, presso il lago Paladru, e quella di Durbon, nei pressi di Gap. Dom Albergati, sgomento per questa notizia, mandò subito a Grenoble Dom Burdet e Dom Palluis, i quali riuscirono ad ottenere la revoca di quest’ordine. La posizione dei religiosi, in mezzo ai soldati che comandavano da padroni, era diventata intollerabile, quando l’Assemblea Nazionale decise, con decreto del 16 agosto 1792, che tutte le case religiose dovevano essere evacuate il 1° ottobre. Il distretto fece notificare questo decreto al Reverendo Padre il 13 settembre, ma l’esecuzione non ebbe luogo fino al 14 ottobre e nei giorni successivi; a quel tempo, la Comunità, compresi Currières e Chaláis, comprendeva trentotto Padri, diciotto Conversi e trentasei Donati. Nel Convento rimasero solo dodici Fratelli e gli Ufficiali della Casa: Dom Ambroise Burdet, Procuratore; Dom Sébastien Palluis, Procuratore dell’Obbedienza di Meylan; Dom Emmanuel Nivière, Coadiutore; e Dom Thaddée Forestier, Vicario. Questi Religiosi dovevano custodire la Casa e curare i fienili ei prati che, non potendo essere venduti, erano stati loro dati in affitto. Il Reverendo Padre Dom Nicolas Albergati de Geoffroy lasciò il Monastero mercoledì 17 ottobre 1792. La maggior parte dei suoi religiosi varcò il confine e chiese asilo ai confratelli in Germania e in Svizzera. Altri si diressero verso l’Italia, tra questi Dom Albergati che, dopo molte peripezie, riuscì a rifugiarsi a Bologna, dove giunse il 7 dicembre. Nel 1793 fu convocato in questa città, in tempi ordinari, il Capitolo Generale; vi si presentarono quattordici Priori. In questa assemblea fu risolta l’importante questione dell’elezione del Generale dell’Ordine. Il Capitolo ordinò che “se il Reverendo Padre dovesse morire nel corso dell’anno, al Padre Scriba sarebbe stato affidato il governo di tutto l’Ordine e godrebbe della stessa autorità del Reverendo Padre, fino al Capitolo Generale gli sarebbe richiesto convocare nel tempo ordinario. Se egli stesso morisse prima di aver potuto riunire un Capitolo, il Religioso scelto per Scriba avrebbe avuto la stessa autorità e gli stessi doveri”. Tale Ordinanza fu confermata dal Capitolo dell’anno successivo e approvata con breve di Pio VI, datato 14 luglio 1794. Dom Nicolas Albergati poté convocare nuovamente il Capitolo Generale nel 1795. la relazione del referendario Dom Ignace Tricot, Priore di Valbonne, il Capitolo tornò di nuovo sull’elezione del futuro Generale e dichiarò che, secondo il suo parere, l’elezione del Reverendo Padre dovesse spettare ai Capi del Capitolo, finché la Casa di Certosa sarebbe rimasta dispersa; inoltre determinò le formalità da espletare per l’elezione. Questa Ordinanza non fu mai applicata, non potendo riunirsi il Capitolo Generale durante la Rivoluzione e l’Impero. All’inizio dell’anno 1797, il Generale dei Certosini fu costretto a fuggire da Bologna, all’arrivo delle armate francesi nella provincia. Si rifugiò, col permesso del Sommo Pontefice, nella Certosa di Roma. Dom Nicolas Albergati de Geoffroy trascorse alcuni anni nella Città Eterna, e si preparò alla morte tra gli esercizi di penitenza. Si addormentò nella pace del Signore, il 22 dicembre 1801.

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Addio Benedetto XVI

Benedetto XVI ci saluta

Cari amici di Cartusialover, non potevo non realizzare un articolo per dedicare il mio addio al Papa emerito Benedetto XVI. Ho atteso che si smorzassero gli echi mediatici sulla morte e sul funerale di Papa Ratzinger per non contribuire all’infodemia sull’argomento.

Lo scorso 31 dicembre 2022, come sapete, si è spento all’età di 95 anni Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger. Era salito al soglio pontificio il 19 aprile 2005 per poi discenderne il 28 febbraio 2013 come Papa emerito, il primo della secolare storia della Chiesa cattolica. Ho letto e visto molteplici dichiarazioni che hanno esaltato la figura di questo sommo teologo, ma credo che la più attendibile è quella che di seguito vi allego, e che è stata rilasciata da Monsignor Georg Gänswein. In essa egli descrive dettagliatamente gli ultimi minuti del compianto Pontefice, ed il ricordo commosso dei tanti anni trascorsi al suo fianco.

Vi ricordo che questo blog nel 2013, aveva narrato un particolare aneddoto su Padre Gänswein, a cui vi rimando.

Vogliate ora ascoltare il mio personale ricordo del Papa emerito scomparso.

Il legame indiretto tra Benedetto XVI ed il mondo certosino, e quindi Cartusialover, ebbe inizio quando nell’ottobre del 2010 appresi che sua Santità si sarebbe recato in visita alla certosa di Serra San Bruno. A distanza di 27 anni dalla memorabile visita pastorale di Giovanni Paolo II, un altro pontefice voleva fare visita alla comunità certosina calabrese!

Poche settimane dopo, esattamente il 3 novembre 2010, nel corso di un’udienza generale tenutasi nell’aula Paolo VI in Vaticano, Papa Ratzinger parlò a lungo della certosina Margherita d’Oingt, dimostrando la sua particolare attenzione alla profonda spiritualità espressa dal mondo certosino.

Si giunse poi ai giorni che precedettero la agognata visita alla certosa di Serra, vissuti da me febbrilmente. In quei giorni provai a diffondere tutti i momenti salienti di quella splendida visita con articoli e contributi video che furono molto seguiti da voi fedeli lettori di questo blog. Il video integrale di quella storica visita è ancora sulla home page, e chi vorrà potrà sempre rivederlo. Le parole dell’Omelia del Pontefice resta una vera pietra miliare, soprattutto la citazione del “Fugitiva relinquere et aeterna captare“, espressione cara al nostro amato San Bruno, e che ha contraddistinto l’esistenza di Benedetto XVI quando decise di dimettersi il 28 febbraio del 2013. Vi rimando alle considerazioni che feci in quella circostanza.

Con la consapevolezza della perdita di un pontefice monaco, e con l’auspicio che Egli venga proclamato presto “Dottore della Chiesa”, resto addolorato per la sua scomparsa ma la mia tristezza è poi alleviata dal testamento spirituale che egli ha voluto lasciarci, e che spero sia anche per tutti voi amici lettori una saggia indicazione per il resto dei nostri giorni. Addio Benedetto XVI

addio

Dom Hilarion Robinet

per priori generali

Hilarion Robinet nasce a Parigi il 9 novembre del 1725. Tratto da Dio nella solitudine, entrò nella famosa certosa parigina di Vauvert dove fece il 9 ottobre 1750, la sua Professione. Il suo talento e la sua comprensione degli affari indussero presto i suoi Superiori a nominarlo nel 1761 Coadiutore e nel 1763 Procuratore del Convento. Mentre adempiva a questo incarico, fu inviato alla Grande Chartreuse per trattare, con il Generale, degli interessi riguardanti la Certosa di Parigi. Il Reverendo Padre Dom Biclet poté in questa circostanza ammirare la pietà e la grande scienza del Venerabile Religiosio e da allora in poi lo prese in tale stima che nel 1776 lo nominò Priore di Parigi. Dom Robinet ha ricoperto questa posizione per un periodo molto breve; sedette solo due volte come Priore, al Capitolo Generale. Appena tornato dalla Grande Chartreuse, dopo il Capitolo del 1778, seppe della morte del reverendo padre Dom Etienne Biclet e della sua elezione alla prima dignità dell’Ordine. Fu il quinto generale a uscire dalla Chartreuse de Paris. Eletto il 2 giugno, partì il 19 dello stesso mese per recarsi nel deserto della Certosa. Padre de Tracy, che aveva conosciuto Dom Robinet durante il suo soggiorno a Parigi, ci racconta che “coloro che avevano rapporti con lui lo rimpiangevano in questa grande città”. Più avanti aggiunge: “Non è dimenticato da coloro di cui si è guadagnato l’affetto e la stima nella capitale di questo regno, dalla sua onestà, dalla sua affabilità e dalle altre sue virtù“. Da parte sua, padre Mandar, dell’Oratorio, ha detto: “E’ un uomo di vero merito, che unisce il talento negli affari con la più amabile affabilità e tutte le virtù del chiostro“. Alla Grande Chartreuse, il cuore di Dom Hilarión era pieno di profondo dolore. Dal primo anno della sua nomina furono soppresse le Certose di Valsainte, nella diocesi di Losanna, e di Hildesheim, in Bassa Sassonia. Presto avrebbe assistito alla distruzione di una parte del suo Ordine. Giuseppe II che, alla morte di Maria Teresa d’Austria, sua madre, aveva assunto il governo di Austria, Ungheria, Boemia, Lombardia e Fiandre, si dichiarò apertamente contrario alla Chiesa e continuò la sua opera per la secolarizzazione dei Monasteri. Furono soppresse più di trecento Case Religiose. Questo principe filosofo, tuttavia, aveva ritenuto necessario incominciare dai Certosini, persuaso che lo spettacolo della loro vita austera sarebbe stato in contrasto troppo evidente con l’inevitabile risultato delle sue pretese riforme. Ventinove Certose furono soppresse nonostante le forti lamentele di papa Pio VI. Tutti i venerabili Religiosi di queste Case perseverarono nella loro santa vocazione e rimasero nella loro solitudine, fino al momento in cui furono costretti, con la forza, ad allontanarsi dal loro ritiro (1782 e 1783). Più o meno nello stesso periodo, sotto la pressione del governo, i certosini di Spagna furono costretti a separarsi dalla Casa Madre e cessarono di far parte della famiglia certosina che riconosceva l’autorità del reverendo Padre Hilarion. Un Breve strappato al Sommo Pontefice li rese indipendenti dalla Grande Certosa e li autorizzò ad avere un Superiore Nazionale (1784). In sei anni, Dom Robinet dovette deplorare la perdita di quarantaquattro Certose! Dio ha voluto mettere alla prova i suoi servi: in pochi anni, dei centoventidue monasteri cartusiani che esistevano ancora in diverse parti d’Europa, ben pochi ne resteranno. Quando la Rivoluzione francese iniziò la sua opera di distruzione e l’Assemblea Nazionale, con i suoi decreti del febbraio 1790, aveva abolito i voti monastici e soppresso gli ordini religiosi, Dom Hilarion Robinet aveva già preso le precauzioni necessarie in vista della dispersione del suo Ordine . Fin dall’inizio era stato autorizzato dalla Santa Sede a fondare la Casa Madre fuori della Francia, inoltre, il 14 maggio 1790, ricevette un Breve che gli consentì di convocare il Capitolo Generale nella Casa che avrebbe scelto come rifugio . In quest’anno 1790, le autorità rivoluzionarie vennero tre volte per fare l’inventario dei mobili della Grande Certosa e finirono per rimuovere le argenterie e gli arredi sacri. Il 31 ottobre un membro del circondario, accompagnato da gendarmi, costrinse il Padre Procuratore a consegnargli metà del denaro rimasto nelle casse del Convento; portò via la somma di 36.000 lire (livre francesi). Dom Hilarion era rimasto in mezzo ai suoi Religiosi, nel Monastero della Grande Certosa, ma le terribili disgrazie che travolsero il suo Ordine gli avevano spezzato le forze, e morì il 4 maggio 1791, all’età di sessant’anni.

Il reverendo padre Dom Hilarion Robinet – scriveva di recente un certosino – ha ceduto la sua anima a Dio, dopo aver visto cadere pietra su pietra questo edificio certosino, così grandioso qualche anno prima; contemplò tanti disastri, non avendo consolazione ma la più completa sottomissione alla volontà di Dio. Una gioia, tuttavia, lo attendeva sul letto di morte: quella di pensare che avrebbe riposato nel cimitero della Grande Chartreuse e che avrebbe mescolato le sue ceneri con quelle di una lunga generazione di santi e che avrebbe atteso la venuta del Sovrano Giudice in questa terra benedetta“.

Che Dio lo abbia in gloria eterna!

Una cappella per la beata Beatrice de Ornacieux

A

In occasione della ricorrenza della festività della beata certosina Beatrice de Ornacieux, intendo celebrarla parlandovi della cappella eretta in suo onore, ed ancora oggi luogo di pellegrinaggio.

La storia di questa sublime cappella, e la sua costruzione sono intimamente legate al culto di Beatrice de Ornacieux, difatti a seguito della sua morte, avvenuta il 25 novembre del 1303, la sua fama di santità ed i suoi miracoli furono tanti, che la devozione dei fedeli del luogo crebbe notevolmente. Essi iniziarono a dedicare a Béatrice un culto popolare, che perdurò mer molti secoli, la monaca certosina fu infatti beatificata soltanto nel 1869. La cappella di cui vi parlerò fu edificata nel 1897, diventando un suggestivo luogo di pellegrinaggio, tuttora vivo, esso si svolge la prima domenica di settembre. La cappella di Santa Beatrice, così è conosciuta, sorge in una zona boscosa e si staglia nascosta tra gli alberi sul Mont Saint-Martin ad Eymeux, su un promontorio dominante l’Isère, ed il panorama che si scorge si estende fino a Romans. Le immagini che seguono, ci faranno apprezzare la bellezza di questo suggestivo luogo di culto, ideale per meditare in silenzio e pregare la nostra amata Beatrice.

Statua di Beatrice nella chappelle a Eymeux

Preghiera

Oh beata Beatrice, hai tanto amato Gesù che il tuo ideale era seguirlo nel deserto e nella povertà.

Donaci il tuo amore per Gesù e per la povertà.

Amen

Per chi volesse ulteriormente approfondire la sua vita, consiglio questo libro acquistabile online a questo link.

libro

 

Dom Etienne Biclet

Etienne Biclet, originario di Lione, nacque il 5 marzo 1703. Dopo aver lasciato il mondo per consacrarsi a Dio, giunse nel deserto della Grande Chartreuse e vi fece la sua Professione. La sua conoscenza e comprensione degli affari portarono il Reverendo Padre Dom Michel de Larnage a sceglierlo come Scriba o Segretario dell’Ordine, nel 1748. Mantenne ancora questa posizione alla morte di Dom Michel, quando i voti dei Religiosi della Grande Chartreuse lo chiamarono a succedergli il 6 ottobre 1758. Padre de Tracy, parlando di Dom Etienne Biclet, dice che egli ci insegna che “la modestia, il buon esempio, la vigilanza si sono manifestati nella sua condotta, con la sottomissione alla Provvidenza nelle prove“. Infatti Dom Etienne dovette assistere impotente alla soppressione di tre importanti certose in Italia: Pavia, nel 1769, Padova e Vedana, nel 1770. Già l’imperatore Giuseppe II aveva cominciato a mettere in atto queste pericolose novità nei confronti dei possedimenti ecclesiastici e delle Case Religiose che voleva secolarizzare. La morte, però, doveva risparmiare al Venerabile Generale il dolore di vedere la soppressione delle molte Certose, stabilite negli Stati di questo filosofo Imperatore. Gli uomini più eminenti di questo periodo avevano in grande stima Dom Etienne Biclet. Dom Dorothée, Abbé de la Trappe de Sept-Fonts, che era venuto a trovarlo, mantenne sempre un’alta idea della sua pietà, della sua scienza e della sua modestia. Padre Mandar de l’Oratoire, che lo vide nel 1775, ci abbozzò il ritratto in poche righe: “Ho visto Dom Biclet, è un grande vecchio di settantacinque anni, di altissima virtù, di buon giudizio e di una dolce allegria nella conversazione; lo si vede per primo in tutti gli esercizi, per quanto glielo consentano i suoi affari“. Dom Etienne Biclet aveva appena presieduto il Capitolo generale del 1778, quando tre giorni dopo fu colpito da un attacco di apoplessia e, lo stesso giorno, cedette la sua anima a Dio, il 27 maggio, all’età di settanta cinque anni. Il necrologio della Grande Chartreuse ci ha trasmesso l’elogio di questo Priore Generale. “La Natura e la grazia, fu detto, hanno il piacere di riempirlo dei loro doni; durante i vent’anni che camminò al nostro vertice, la sua santa vita servì da modello a tutti noi, il suo comando fu così intriso di dolcezza che conquistò tutti i cuori. Un uomo sopra ogni lode, il più famoso tra coloro che ricoprirono l’ufficio di Scriba, si diceva di lui, quando c’era una questione difficile da chiarire: andiamo a consultare il Veggente, eamus ad Videntem; la sua memoria sarà sempre una benedizione tra noi.

Commemorazione dei defunti dell’Ordine Certosino

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Oggi, 14 novembre, è il giorno nel quale si commemorano i defunti dell’Ordine certosino, ed ho deciso di celebrarlo in maniera particolare.
Nel ricordare tutti i defunti certosini, colgo l’occasione per parlarvi di un Padre deceduto alcuni mesi orsono: Dom José Manuel Rodriguez Vega, del quale vi proposi una gradevole intervista.
Vi offro oggi la sua biografia ed il ricordo dei suoi confratelli nel giorno della sua dipartita terrena.

Che Dio lo abbia in gloria e che San Bruno lo accolga come merita.

Manuel Rodriguez Vega, nacque a Valdesoto, comune di Siero, il 3 febbraio 1929, in una famiglia molto cattolica formata dai genitori e cinque figli, quattro maschi e una femmina. La sua adolescenza e giovinezza saranno trascorse in un ambiente sociale fortemente intriso dei valori della Fede. Per questo il nostro giovane sarà attratto da una vita di totale consacrazione a Dio. Con la sua radicalità e fedeltà che poi lo caratterizzarono, lui, che aveva iniziato gli studi universitari in Medicina Veterinaria, decise di interromperli per entrare nella certosa di Santa Maria di Miraflores, nel 1950. Nel giorno della proclamazione del dogma della Assunta, iniziò il Postulato come Sacerdote certosino.
Nella solennità di San Giuseppe del 1951 ricevette l’abito certosino. Così aggiunse al suo nome di quello di Giuseppe e questo stesso Santo Patriarca ora, 71 anni dopo, come Santo Patrono della Santa Morte, venne a chiamarlo proprio quando si stava celebrando la novena in sua memoria. Il 24 giugno 1953, emise la professione di monaco certosino. Tre anni dopo farà la sua professione solenne. Sarebbe stato ordinato sacerdote di Gesù Cristo nella cattedrale dall’arcivescovo di Burgos, il 22 marzo 1958. Aveva allora 29 anni.
Nella Certosa di Miraflores, il priore Dom Bernardo Sánchez lo nominò sacrestano l’anno successivo, 1959, e in tale posizione rimarrà fino a quando non sarà inviato dal Capitolo Generale del 1965 come padre procuratore alla Certosa di Santa Maria Scala Coeli, alle sollecitazioni del Priore di questa Certosa, Dom Pedro de Soto Domecq, che stimava molto le qualità di Dom José Manuel, che desiderava avere al suo fianco per dare impulso alla crescita della recente Certosa del Portogallo.
Succederà a Dom Pedro come Priore di questa Certosa. Infatti, il 18 giugno 1973, all’età di 44 anni, Dom José Manuel fu eletto dalla Comunità, carica che avrebbe svolto in modo molto soddisfacente per quattro anni, tornando poi, nella stessa Scala Coeli, al suo precedente ufficio di P. Procuratore.
Durante quei quattro anni nel priorato della giovane comunità portoghese, toccò a lui vivere il tragico evento della rivoluzione dei garofani. Poiché Scala Coeli si trovava in una zona del paese molto segnata dall’influenza comunista e soprattutto dall’attuazione della riforma agraria, che avrebbe espropriato numerosi possedimenti in mano ai legittimi proprietari, conseguenzialmente erano in pericolo anche gli ottanta ettari della certosa. Ma grazie alla saggezza ed alla bonomia, alla diplomazia e alla simpatia di “Padre Manolo”, i certosini di Scala Coeli furono rispettati nei loro possedimenti, conservandoli nella loro interezza. All’ufficio di Padre Procuratore, Padre Josè Manuel aggiunse quello di Antiquior di quella certosa dal 29 novembre 1982 al 13 maggio 1986. In quella festa della Vergine di Fatima, disse addio al Portogallo per andare ad aiutare Santa Maria di Porta Coeli, 57 anni. Dapprima fu nominato sacrestano e vicario. Due anni dopo, lo stesso Priore, Dom Isidoro María Alonso, in occasione della festa della Vergine del Monte Carmelo nel 1989, a sessant’anni, lo fece ritornare all’inquietudine della ricerca. A Scala Colei aveva trionfato con gli animali ma a Porta Coeli c’erano solo gatti… e migliaia di aranci. Tuttavia, è andato avanti di nuovo, migliorando l’irrigazione, plastificando i serbatoi d’acqua, aumentando anche le piantagioni e vendendole a buon prezzo.
Il Capitolo Generale del 1991 ha concesso misericordia a Dom Isidoro María Alonso, che fu inviato a Scala Coeli. Quello stesso Capitolo nominò Dom José Manuel come Padre Priore di Porta Coeli.

In questa posizione rimarrà per 14 anni ininterrottamente, ricevendo misericordia soltanto nel Capitolo del 2005. Dom José Manuel aveva allora 76 anni. Dal Capitolo tornò a Porta Coeli, dove il nuovo Padre Priore, dom Bruno Maria Gándara, lo nominò Padre Procuratore e Antiquior. Il successore di D. Bruno, D. Pedro María Castro, lo cessò nella carica più onorifica di Antiquior ma gli lasciò l’attività dell’ufficio del P. Procuratore, nel novembre 2011. La Visita Canonica del 2012 lo ha rilasciato dalla carica di Padre Procuratore e gli ha restituito il titolo di Antiquior.
Il Capitolo Generale del 2013 lo nomina Rettore della Certosa di Montalegre. Il capitolo in seguito lo conferma col titolo di Priore. In seguito, nel 2017, gli fu concessa misericordia, quando manifestò la diminuzione delle sue forze, all’età di 84 anni, lo inviò a Porta Coeli su sua espressa richiesta. Stava arrivando la malattia che lo avrebbe accompagnato fino al giorno della sua morte: una demenza senile di tipo Alzheimer.
Pertanto, nel giugno 2017, è giunto a Porta Coeli ed è stato presto nominato Antiquior, carica che ha ricoperto fino al giorno della sua morte, ritrovandosi progressivamente con una salute sempre più precaria man mano che il morbo di Alzheimer progrediva e lo rendeva perdere in gran parte le notevoli capacità mentali di cui Dio lo aveva dotato. Infine, lo scorso 14 marzo 2022, Nostro Signore, nella sua bontà e infinita misericordia, volle chiamarlo alla sua Divina Presenza, ponendo fine alla sua dolorosa ascesa al Calvario, vissuta in modo particolarmente intenso negli ultimi anni e mesi della sua lunga vita terrena.

Il ricordo dei confratelli
Padre José Manuel ci lascia il ricordo di un certosino che fu profondamente amante della sua vocazione, di monaco fedele, che servì con generosa dedizione l’Ordine Cartusiano e le diverse comunità con cui visse, in lavori e incarichi difficili come quelli di Visitatore, Priore e Procuratore. Fino alla fine dei suoi giorni, quando aveva quasi completamente perso la percezione della realtà, a causa della sua malattia, Dom José Manuel aveva vissuto a testimoniare un grande amore per la vita certosina ed il desiderio di vivere fedelmente le esigenze della nostra vocazione. Indubbiamente, questi ultimi cinque anni della sua esistenza terrena, in cui i suoi rapporti si sono sempre più ridotti, gli hanno permesso di approfondire sempre più quel rapporto intimo e personale con il suo amato Signore, in una semplice e fervente preghiera, in una quiete dell’anima , in un riposo contemplativo in Dio. D. José Manuel ci lascia il ricordo di una persona retta e leale, fedele e sacrificata.
In questi ultimi cinque anni, ci ha sempre colpito vedere che non si è mai lamentato della sua condizione, che ha accettato con pace e spirito soprannaturale e, se si è pentito di qualcosa, è stata la sua impossibilità di andare a Mattutino. Ci provò più volte, ma la sua debolezza non gli permetteva di dormire bene e questo gli rendeva molto difficile continuare a partecipare alle sante Veglie notturne. Allo stesso modo accettò con pace e rassegnazione il momento in cui, a causa del suo stato mentale, non poteva più celebrare la Santa Messa.
Fino alla fine della sua vita mantenne il suo amore filiale per la Vergine Maria, e la sua tenerezza devozione alla sua “Santina”, la Vergine di Covadonga, sotto la cui immagine, in un bel dipinto appeso sopra il suo letto, donò la sua anima eletta al suo Creatore, morendo nella solitudine della sua spoglia e povera cella certosina.

riposa in pace

R E Q U I E S C A T IN P A C E

Il certosino calligrafo

18 inch

Cari lettori, nell’articolo di oggi voglio parlarvi della calligrafia e dello studioso certosino dedicatosi a questa particolare arte.

Ma che cosa è la calligrafia?

La parola calligrafia deriva dal greco καλός calòs”bello” e γραφία graphìa “scrittura”, essa è la disciplina che insegna a tracciare una scrittura regolare, elegante e ornata, conferendo alla scrittura stessa un significato di bellezza.

Nell’antichità è stata sviluppata spesso in ambito religioso, nei monasteri, laddove era possibile indulgere all’arte come forma di comunicazione. Abbiamo visto, in un precedente articolo, che nelle certose non vi erano scriptorium, ma ogni monaco all’interno della propria cella aveva a disposizione tutto l’occorrente per poter scrivere. Inoltre il gesto manuale dello scrivere ed esercitare la grafia, con la sua lentezza ed impegno abitua alla pazienza, alla sedimentazione dei pensieri, al rilassamento agevolando la capacità di concentrazione. Un vero stratagemma per placare la mente e trovare la quiete d’animo con l’arte della calligrafia.

Premesso ciò, in ambito certosino vi fu un personaggio di rilevante spessore per questa disciplina. Dom Agostino da Siena realizzò un volume pubblicato a Venezia nel 1573, ritenuto di valido riferimento per l’argomento.

18 opera

Qesto testo, intitolato: “Opera del Reverendo padre Dom Agostino da Siena” risulta essere un vero manuale di calligrafia, nel quale egli ci insegna a scrivere vari tipi di lettere, sia cancelleresche che mercantesche. Inoltre vengono inseriti in appendice, una ricetta per fare l’inchiostro ed un sistema per temperare le penne e consigli posturali, componenti essenziali per tale arte. Ho deciso di offrirvi questi insegnamenti del certosino calligrafo, che dedicò i suoi studi a questa nobile disciplina.

Il libro inizia così….”Essendo stato sempre diligente investigatore di cose….

RECETTA PER FAR INCHIOSTRO,

che per caldo non farà muffa, ne feccia in fondo del vaso. Ho ritrovato in pochi luoghi, doue sono stato, che si sappia far buono inchiostro, qual al mio giudicio è molto necessario all’uso umano, però, acciò ne habbiate perfetta recetta, ho mandata quella fuori, acciò per nessun tempo si levino le lettere, come si vede in molti  libri feriti, e da choro, e instrumenti,che in brevità di tempo, con  fatica si vedeno, e non si possono leggere, Se acciò non vi sia piu quello abuso, mando in luce la sottoscritta esperienza. Piglia onze trenta di vino bianco, grande piu che poi trovarlo, perche’l vino grande cava meglio la sustantia ,e l’anima dalla galla, che non fa l’acqua, e nel detto vino, mettervi onze tre di galla d’Istria piccola, e crespa, franta, e non pesta, perche se la pelli, l’inchiostro in pochi giorni diventa grosso come macco (cremoso), e mettere la detta galla in infusione nel detto vino, per giorni dodeci, circa, attento che dui giorni piu, o manco non importa, e ogni giorno fatela mescolare quattro o sei volte perche importa assai,e nel giorno duodecimo, e ultimo, non la mescolate altramente, ma colate con una pezza di lino un poco grossetta, il vino che sia chiaro, il resto mettesi da banda, che non vale nulla, e nel detto vino mettervi dentro onze due di vitriolo Romano, e fate che sia buono. Perche nel vitriolo consiste la negrezza dell’inchiostro, e come gli hai messo il vitriolo, mescola il detto inchiostro per un mese e poi metteli dentro oncia una di gomma arabica, che fia chiara, e si spezzi come vetro, che quella è la vera gomma ,e fate che la gomma sia stata un giorno in infusione nel vino bianco, che venga liquida come trementina, perche s’incorpora piu facilmente con l’inchiostro, havrete un’inchiostro finissimo, ma nota che l’inchiostro fino a tanto, che non s’è riposato per quindeci,o venti giorni, non puoi mostrare la sua perfezione, e negrezza, e quello è quanto si puoi far per inchiostro finissimo.

MODO DI TEMPERARE LE PENNE.

Io ti potrei far longa diceria, ma attendi a quelle poche parole, che io scriverò qui a tuo ammaestramento. Prima dei sapere, che le penne debbono esser tonde, chiare, e fatto il primo taglio della péna, farai il fecondo ,e’l terzo, a tal che la sia come un becco di sparviero,e poi su l’ungia, tagliala in sguinzo, e se la iscarnarai un poco, sarà piu dolce nel scrivere, e sopra il tutto, attendi a quello che dico del tenire ben la penna in mano. Sappi che la penna, quando scrivi, la vuol guardar alla punta della tua spalla destra, ma fa che la sia de l’ala desta, che fa miglior scrivere, e quando la farà de l’ala stanca, che la guardarà al contrario, tieni pur la mano al modo, che essendo dritta la guardasse la punta della spalla, perche sempre non fi può haver penne de l’ala destra, e non ti pensar d’imparar a temperare cosi al primo, che questo se impara alla giornata, si come si va imparando a scrivere.

“Nell’ora della mia morte, Signore, scendi su di me”

Dionigi calci

Oggi in occasione della celebrazione della commemorazione dei defunti, cari amici, voglio offrirvi una deliziosa preghiera del beato Dionigi di Rijkel, una invocazione nell’ora della morte. Ricordando in questo giorno tutti i nostri cari defunti, preghiamo per le loro anime, questa orazione concepita dal “Doctor Extaticus”.

“Nell’ora della mia morte, Signore, scendi su di me”

«O dolcissimo Signore Gesù, splendore della gloria del Padre, sole di giustizia, è per me, è per il tuo piccolo servo, che hai voluto soffrire il dolore nella sua forma più vile; è per la redenzione del mondo che hai dato la tua vita in cima al Calvario e che, in un’ultima preghiera, hai dato il tuo spirito nelle mani del tuo Padre celeste. Ecco dunque ciò che oggi vengo a chiederti: è poter portare e sentire per sempre nel mio cuore il tuo amore, o mio Dio, e il dolore della tua morte che è stata così piena di amarezza; è anche allenarmi ogni giorno a morire con te mediante la mortificazione di tutti i miei vizi, affinché nel mio ultimo giorno respirerò gioiosamente alla Luce della tua Misericordia ed entrerò con te nelle gioie del Paradiso. Nell’ora della mia morte, Signore, scendi a me, e se l’agonia cade su di me, vieni presto in mio aiuto. Ti desidero, vieni a me; Sono circondato da nemici, difendimi; soffro, strappami da questo dolore; gemo, consolami; tremo, rafforzami; ho freddo, scaldami; sono abbattuto, sollevami; io spiro, ricevimi. Che la mia ultima parola quaggiù sia la stessa della Tua ultima Parola sulla Croce, e quando la mia voce non si sente più nella mia gola muta, ascolti almeno il grido del mio ultimo desiderio: “Padre, io cedo l’anima mia nella Tua mani: Dio di verità, mi hai redento”.

A M E N

monaci e candela

Dom Pedro de Soto y Domecq (2)

La vita monastica

1 pedro

Dom Pedro con Giovanni di Borbone

Prosegue oggi il racconto della storia della conversione di Pedro de Soto y Domecq. Ho terminato lo scorso articolo con l’ingresso, nel novembre del 1947, dell’ormai maturo aristocratico tra le mura della certosa di Miraflores. All’età di quarantacinque anni, egli decide di isolarsi dal mondo e di dedicare il resto dei suoi giorni alla ricerca di Dio, nel silenzio di una cella monastica. Ora proverò a ricostruire la sua nuova vita, quella monastica attraverso alcune testimonianze di alcuni confratelli che lo hanno conosciuto. Cominciò il suo percorso da novizio il 18 marzo del 1948 e successivamente fece la professione temporanea il 25 marzo del 1949 sempre a Miraflores, dove nello stesso giorno del 1953 fece la professione dei voti solenni. A seguire fu nominato diacono il 19 settembre del 1953, ed ordinato sacerdote il 13 marzo del 1954. Celebrò la sua prima messa il 15 marzo 1954, all’età di 51 anni. Poco dopo, il 22 maggio del 1955, fu nominato procuratore. Nel Capitolo Generale del 1963, fu nominato primo priore della certosa portoghese di Scala Coeli ad Évora.
Vari sono gli aneddoti raccolti sulla sua lunga vita claustrale, del primo periodo, un suo confratello ci narra che durante il noviziato il suo Maestro, per testare la sua vocazione fu molto rigido nei suoi confronti. Un giorno di ritorno dallo spaziamento settimanale, Pedro aveva i piedi insanguinati a causa delle calzature (fatte dagli stessi monaci artigianalmente e senza differenza fra il piede destro o sinistro!), egli dunque chiese umilmente al Padre Maestro di essere fornito di scarpe più comode per evitare questo inconveniente, ma gli fu risposto con tracotanza: «Perché sei venuto in Certosa, per vivere da gentiluomo o per fare penitenza?».
I suoi primi anni in clausura furono quasi eroici, egli che conosceva gli agi di una vita da ricco, dovette patire il freddo, la fame e le condizioni di vita spartana ed austera.
Ma piano piano egli si integrò al punto di essere nominato procuratore, ed in quella veste mostrò tutte le sue capacità.
In quegli anni la certosa di Miraflores aveva poche risorse economiche, ne aveva soltanto per arrivare fino a maggio, il resto dell’anno era sovvenzionata dalla Grande Chartreuse. Dom Pedro decise di inventarsi qualcosa per risollevare le sorti economiche del monastero, e quindi aprì un enorme allevamento di polli, pare fossero undicimila!
Con la sua oculata amministrazione, qualche anno dopo, la certosa divenne autosufficiente. Si distinse anche per aver formato oltre venti Fratelli conversi, indirizzandoli al meglio nella vita monastica.
Ormai, aveva fatto tanta esperienza ed aveva attirato a se le attenzioni dei superiori, fu così che nel 1963 fu nominato primo priore della nuova fondazione certosina in Portogallo, Santa Maria Scala Coeli a Évora.
Chiamò subito come collaboratori due giovani di Miraflores: un asturiano che aveva studiato medicina veterinaria, per aiutarlo a creare un pollaio ed un caseificio, e l’altro per aiutarlo a gestire la comunità come suo vicario.

Per questa nascente certosa, Dom Pedro impiantò un pollaio per ottomila volatili, inoltre costituì una mandria di vacche di razza Charolaise che divenne la migliore della Penisola, con il miglior stallone Charolaise del mondo, una medaglia d’oro! Grazie al suo ingegno, ideò la prima diga costruita alla periferia di Évora. Si narra che Vasco Maria Eugénio de Almeida, Conde de Vill’Alva, ovvero colui che donò i terreni ai certosini, ebbe a dire: “Padre, sono un ingegnere agricolo, sono il proprietario e sono cresciuto qui, non mi è mai venuto in mente di realizzare questo, ed un monaco viene a migliorare la mia fattoria, sono incredulo” e Dom Pedro gli rispose candidamente: “La preghiera dovrà pur avere qualche utilità“.

mandria

giornale medaglia d'oro

Dom Pedro benedice acque per diga
La principale preoccupazione e occupazione di Dom Pedro era il noviziato, poichè voleva contribuire a far rifiorire Scala Coeli. Dei sei certosini portoghesi professi o donati, cinque furono da lui ammessi e formati. Successivamente l’Ordine spostò il noviziato a Miraflores.
Come avrete capito il suo lavoro fu incessante, e soprattutto far sviluppare una nuova certosa in ogni suo aspetto lo provò molto nel fisico. Inoltre la sua insufficienza tiroidea appesantiva tale condizione, i suoi confratelli narrano che era corpulento ed aveva le palpebre gonfie a causa di questa malattia.

Per tale motivo, chiese misericordia, che gli fu concessa il 3 luglio del 1972, e che lo portò a ritirarsi a Porta Coeli, a Valencia, dove morì di cancro il 28 agosto del 1980.

firma
Questi due miei articoli sono volti alla memoria di un uomo, che stravolto dagli urti della vita ha saputo non abbandonarsi alla confusione ed alla propria dissoluzione, ma dopo aver incontrato Dio nel dolore, ha voluto dedicare per ben trentatré anni la sua esistenza alla gloria di Dio tra le mura certosine.
Vada una prece alla sua memoria.

Dom Pedro de Soto y Domecq

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L’insondabile disegno Divino

Cari amici lettori, di storie simili a quelle che sto per narrarvi sembrano far parte di romantiche fantasie o leggende metropolitane, ed invece sono fatti accaduti realmente.

In passato, vi ho già raccontato fatti riguardanti improvvise conversioni, che hanno spinto diversi uomini a cambiare radicalmente vita, abbandonando tutto per abbracciare la vita eremitica certosina.

La storia che voglio farvi conoscere è alquanto lunga, pertanto l’ho divisa in due articoli.

Il personaggio di cui voglio parlarvi oggi è Pedro de Soto y Domecq, V Conde de Puerto Hermoso, nato il 15 ottobre del 1902 a Jerez de la Frontera, in Spagna in una notabile famiglia aristocratica. Dedicò la sua giovinezza agli studi con estremo profitto, laureatosi in Scienze Economiche divenne poi avvocato, e fu avviato alla carriera diplomatica.

Fu assegnato come segretario d’Ambasciata nelle rappresentanze della Spagna a Londra nel novembre 1922 ed a Washington nel marzo del 1925, svolgendo incarichi importanti egli ebbe la fiducia e la stima di re Alfonso XIII collaborando nella Segreteria particolare del re, nel settembre del 1927. Successivamente, nel 1931, a seguito della proclamazione della Repubblica il giovane Pedro, “per non servirla“, si congedò interrompendo la carriera diplomatica, e ponendosi al comando degli affari e delle cantine di famiglia, dirigendo la nota Bodegas Domecq.

Bodega Domecq

Ecco quindi il profilo di un giovane rampante e di successo, con una carriera spianata e proiettata verso una esistenza agiata e senza patemi. Gli ambienti che il giovane Pedro era solito frequentare, erano salotti, locali di prestigio, casinò e circoli sportivi di alto rango, egli si appassionò infatti al gioco del polo. L’immagine che ho inserito in questo articolo ci mostra, nel 1930, un sorridente conte Pedro de Soto nel tipico abbigliamento da polo, con il berretto e la stecca. Un bel giovane aitante e radioso.

PEDRO DE SOTO DOMECQ

Come spesso accade in narrativa, ecco giungere un colpo di scena volto a modificare radicalmente gli esiti futuri della vita di questo giovane.

Si racconta, che Pedro viveva a Madrid, e da scapolo e viveur in una delle tante feste a cui partecipava, conobbe una bella signorina dell’alta società, i suoi impegni sociali ed il lavoro lasciarono il posto ad una vita più dedicata a questa giovane donna. Rimase affascinato da questa ragazza, che lo fece inaspettatamente innamorare perdutamente a detta degli amici. Una notte mentre rientravano da una festa a cui avevano partecipato rimasero coinvolti in un terribile incidente d’auto nel quale la sua amata rimase uccisa. A seguito di questo tragico evento Pedro abbandonò la sua vita mondana, divenne un’altra persona perdendo il suo carattere gioviale ed allegro, la tristezza e l’apatia presero su di lui il sopravvento. Confessò ai suoi amici più intimi di avere un profondo senso di colpa per quello che era avvenuto, attribuendosi le responsabilità dell’incidente a causa della sua scellerata imprudenza.

Riprese a lavorare con il cuore contrito, ed oltre ai suoi viaggi di lavoro aveva un solo interesse, recarsi quotidianamente al cimitero per pregare e deporre fiori freschi sulla tomba della sua sventurata amata. Il suo autista lo vedeva in ginocchio davanti alla lapide piangere a dirotto ed implorando alla defunta di perdonarlo, una scena straziante. Si narra, inoltre, che ogni qualvolta andasse al camposanto, udiva in lontananza un bizzarro suono di campanello che lo incuriosiva. La sua profonda indole religiosa, in questa fase della sua vita, cominciò a prevalere, e spinse Pedro a cercare luoghi che lo aiutassero a pregare.

Una mattina, il conte di Puerto Hermoso salendo sulla sua lussuosa automobile disse al suo fidato autista: “..portami a Burgos“, stanotte ho fatto un sogno molto sereno, ho sognato che dovevo andare a Burgos per ascoltare la Messa.

Essi si recarono direttamente alla Certosa di Miraflores, e fu qui che avvenne un fatto prodigioso per il suo animo, successe che udì in lontananza lo stesso bizzarro suono di campanello, che riconobbe essere esattamente lo stesso suono che sentiva sempre nel cimitero. Meditò a lungo su questo singolare episodio e lo interpretò come un segno della Provvidenza, ma soprattutto lasciando la certosa si rese conto che la pace e la serenità, impossessandosi di lui, erano giunti a lenire i suoi tormenti.

Aveva raggiunto le condizioni per poter ascoltare la chiamata di Dio alla vocazione religiosa.

Ormai deciso ad abbandonare tutto, volle congedarsi con il mondo con un gesto nobile verso il suo fidato ed amato autista e maggiordomo. La mattina del 21 novembre del 1947, gli ordinò di preparare l’auto più lussuosa che possedeva, una Rolls Royce per partire a breve. Una volta in viaggio, da Madrid chiese di avviarsi in direzione nord verso Burgos. Giunti in quella città indicò di deviare verso la certosa di Miraflores, dove fermatisi, i due scesero e dopo un lungo e caloroso abbraccio Pedro consegnò alcune lettere in buste chiuse, al fidato autista con le disposizioni da eseguire. Con passo deciso bussò alla certosa, il monaco portinaio lo fece entrare, e varcando poi l’ingresso Pedro scomparve dietro il portone che si chiuse alle sue spalle.

Una lettera fu consegnata alla famiglia, un’altra alla sua servitù e l’ultima destinata all’autista, il quale prontamente la apri, scoprendo con grande stupore che gli era stata regalata la Rolls Royce, e che già era stata trasferita a suo nome, così come la licenza di taxi per guadagnarsi da vivere, e come ringraziamento per i tanti anni al suo fianco. Pianse di fronte a questo estremo atto di generosità, non unico…difatti si apprese in seguito che Pedro de Soto y Domecq aveva donato tutto il suo patrimonio ai poveri.

rolls royce silver wraith

Questa avvincente storia continua nel prossimo articolo…non perdetelo!