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  • I.F.S.B.

Un’imperdibile intervista (parte seconda)

Cari amici, come promesso eccovi il testo della seconda parte dell’ intervista audio a Dom Antao, priore della certosa di Evora.

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Dal minuto 16:00…

Aura Miguel: Quando sei arrivato qui?

Dom Antao: Nel 1964, per aprire il noviziato. Il primo novizio di tutti è ora nella certosa dell’Inghilterra.

Aura Miguel: Da allora sei qua?

Dom Antao: Sì, quindi questa facilità per la solitudine e il silenzio viene psicologicamente già preparata dal momento in cui entriamo.

Trascorriamo la settimana da soli, in 6 giorni mangiamo da soli. Solo la domenica e le feste mangiamo insieme nel refettorio. Questo è per noi un momento, una forte esperienza, sia di solitudine che di convivenza. Nell’anno 2001 sono stati celebrati 900 anni della morte di San Bruno e il Papa, oggi San Giovanni Paolo II, è andato a celebrare alla certosa fondata da San Bruno in Calabria, dov’è la reliquia del suo corpo. Ha cantato la Messa e poi ha mangiato con i monaci nel refettorio. Ed il Priore stesso mi ha detto che al refettorio hanno iniziato con una lettura e il Papa si è rivolto a lui (che era francese) dicendo: “Padre, abbiamo bisogno di mangiare in silenzio, per favore siediti” (ride…).

Allora parliamo della parola solitudine. I giornalisti che scrivono libri parlano molto del silenzio. Il silenzio è una conseguenza della solitudine, ma la solitudine ha una carica molto più profonda. Quando siamo da soli, troviamo noi stessi. E quando siamo soli, incontriamo Dio. È un profondo stato psicologico di liberazione dagli altri, da tutto… Quando ci sentiamo soli, ci sentiamo diversi. Ed è così forte che per questo noi oggi completiamo o equilibriamo la nostra vita con queste feste celebrate insieme. Parliamo la domenica pomeriggio, non parliamo al refettorio, ma il pomeriggio parliamo e un altro pomeriggio della settimana usciamo per camminare nei campi. La solitudine è ciò che ci rende diversi.

Aura Miguel: Padre Antao, scusa la mia domanda, non so se vuoi rispondere. Ma questo per chi non sa bene a che cosa serve, non sembra egoista? Sarebbe come…ora sono chiuso, serve solo per me con Dio.

Dom Antao: Anche se solo servisse per me, serve già per qualcosa (ride…). Allora perché non siamo 200 invece di 6? Se essere egoista è così frequente e così facile, qui sarebbe pieno di gente. È egoismo? Quindi vieni e provalo! E poi, anche se fosse solo per me, il frutto vale la pena: la santificazione. Qui facilita la santificazione. Posso essere più santo parlando con Dio 8 ore ogni giorno, che con i bambini della catechesi, perché mi distraggono, mi fanno perdere la pazienza… Pertanto, se fosse egoismo santificarsi e pensare a sé stesso, ne varrebbe la pena. È già buono per qualcosa, se mi serve per essere più santo e passare più tempo con Dio. Se mi unisco a Dio, non sono inutile per gli altri.

Aura Miguel: E cosa pregate?

Dom Antao: La nostra preghiera è principalmente riferita a Dio. Dobbiamo lodare e ringraziare Dio e preghiamo per gli altri. La mia conversazione con Dio non è solo chiedere perdono o chiedere grazie, è ringraziare per i benefici che Dio continuamente ci dà. Lodare, ringraziare e poi anche chiedere. Abbiamo due ideali: l’intercessione e l’esempio, la testimonianza. Quindi la nostra preghiera deve essere principalmente lode e ringraziamento, ed anche richiesta. La richiesta a Dio si basa sulle notizie. Quindi non siamo così isolati o così ignoranti del mondo. Siamo molto preoccupati per la persecuzione alla Chiesa, che è molto più grande in Medio Oriente, i cristiani uccisi in Africa e altrove… Questo è già abbastanza per parlare con Dio. Ma Dio non ha bisogno di nomi e soprannomi. L’intercessione è fondata sulle notizie, ma non abbiamo la televisione o la radio.

Aura Miguel: Ma come ti arrivano queste notizie?

Dom Antao: Le abbiamo scritte, per due motivi: perché possiamo scegliere il tema e il momento. Quindi selezioniamo e passiamo attraverso le celle. Leggiamo dopo pranzo e poi parliamo durante la ricreazione. Si può pregare e parlare. Siamo informati.

Aura Miguel: E adesso quanti ne siete qui?

Dom Antao: Siamo 6. Eravamo 20, ma anni fa. Poi una dozzina quasi sempre. E ora molto meno certosini, un declino delle vocazioni, l’invecchiamento…e questa Certosa rimane come una porta aperta in Portogallo. Ma noi 6 viviamo le stesse ore, le stesse abitudini delle altre case. Cantiamo esattamente a mezzanotte, abbiamo le gite, la ricreazione e al refettorio…in tutto abbiamo la vita normale. Quindi vivendo questa stessa vita, offriamo la nostra vita. La differenza è che non possiamo avere noviziato. Ci sono poi 2 portoghesi nella certosa di Valencia.

Aura Miguel: Se esistesse il noviziato qua, sareste 8, 9?

Dom Antao: Sì e no. Contiamo i professi, i novizi non contano, perché forse possono non perseverare. Quando ne avevamo 12, abbiamo formato sacerdoti.

Aura Miguel: C’è stata gente famosa qui, come il pittore Fra Miguel, il calciatore

Dom Antao: Sì, un altro famoso è il “Quintela”, uno dei proprietari del “Vista Alegre”, è sepolto qui.

Aura Miguel: E il calciatore, l’hai conosciuto?

Dom Antao: Sì, l’ho formato, era il maestro dei novizi. Lui chiedeva il permesso di correre intorno al chiostro a causa dell’immobilità (ride…). L’ho conosciuto, l‘ho formato ed ora è procuratore nella certosa in Calabria.

*Alla fine, la giornalista parla del panorama commerciale del Natale e chiede a Dom Antao consigli sul modo migliore per vivere questo periodo dell’Avvento e del Natale.

Dom Antao: Una sola parola: decristianizzazione della società. La società ora trascorre le feste cristiane senza il cristianesimo. Il mio consiglio sarebbe di vivere come viviamo le feste cristiane, principalmente, non solo, ma principalmente con il contenuto cristiano. Che Gesù nasca, che si parli di Gesù, che si pensi a Gesù! L’unico consiglio è che i cristiani mantengano e preservino il cristianesimo nella società e continuino a vivere il Natale e tutte le altre feste in modo cristiano, perché adesso, sia involontariamente o inconsciamente, stanno scristianizzando le feste.

Aura Miguel: Questo scenario non ti spaventa?

Dom Antao: Sì, molto. Nella mia preghiera, ho momenti di tristezza e poi ho fiducia nelle parole di Gesù nell’ultima cena: ho vinto il mondo. È triste da vedere…non la gente che non va a Messa per essere pigra ad alzarsi dal letto…ma sì la volontà di perseguitare la Chiesa che esiste, la Massoneria e il Satanismo che agiscono. Non sono la pigrizia e l’abbandono dei cristiani deboli. Ci sono anti-cristiani che perseguitano la Chiesa. In Spagna questo è molto attuale. Una volontà di proibire, impedire, rendere difficile l’insegnamento della religione nelle scuole. C’è una persecuzione alla Chiesa, questo è ciò che dà tristezza. La debolezza umana è sempre penosa, ma c’è poco cristianesimo ed i nemici del cristianesimo ci inseguono.

Aura Miguel: Dio continua a chiamare, ma pochi sono illuminati …si dice che l’uno o l’altro appare qui.

Dom Antao: È necessario riconoscere che la situazione attuale è già descritta nel Vangelo. Un piccolo gregge. Erano pochi: “Voi anche volete andare via?” Aveva una dozzina di apostoli e non si sapeva se anche questa dozzina sarebbe andata via. Già nel Vangelo esisteva questa situazione di pochi e perseguitati. E Gesù finisce dicendo nell’ultima cena prima di morire: ho vinto il mondo. Quindi quello che succede ora è essenziale per il cristianesimo. Ma è spiacevole che lo abbiano crocifisso Gesù, anche se lui sapeva che sarebbe stato crocifisso.

Aura Miguel: Grazie Dom Antao, per questa certezza incrollabile che testimonia la vittoria in un contesto così difficile.

Grazie e se puoi, ora mi fido che preghi per tutti noi che abbiamo ascoltato e preghi per la “Radio Renascença”.

Un ricordo per la giornata della memoria

Cattura

Cari amici lettori, domani ricorre il “Giorno della Memoria”, è una commemorazione internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per ricordare le vittime dell’Olocausto.

Da questo blog, spesso vi ho parlato della strage di Farneta, che coinvolse la comunità monastica certosina vittima della violenza nazista. Già nel 2010, provai ad evitare l’oblio di questa triste storia con uno specifico articolo, che ha avuto nel 2014 una nuova eco. Ciò avvenne grazie alla pubblicazione di un libro, che ha ricevuto un notevole successo, del giornalista e vaticanista Luigi Accattoli. Oggi vi propongo un video nel quale proprio Accattoli ci spiega con parole semplici, quanto avvenne in quei tristi giorni che insanguinarono le bianche vesti dei martiri certosini.

MARTIRI

Per non dimenticare, riviviamo insieme e facciamoci carico di divulgare e tramandare quei tragici fatti, affinchè non accadano mai più.

A voi il gradevole video.

 

Si può comprendere Dio?

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Ancora un passo tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Una domanda posta a Dom Dysmas de Lassus, il quale risponde con estrema semplicità e con la solita profondità che lo contarddistingue.

Mentre preparavamo questa intervista, dice Nicolas Diat, lei Dom Dysmas mi ha detto… “come succede con qualsiasi argomento importante, quanto più riflettiamo sul silenzio meno capiamo. Chi ha mai capito l’amore?” Si sente di confermare, questa dura osservazione piena di speranza, Eminenza?

Durante il mio noviziato, il Padre maestro mi disse di leggere ” I misteri del cristianesimo” di Matthias Joseph Scheeben. Alla fine di ogni capitolo, il teologo si curava di sottolineare che era poco quello che avevamo compreso, e che la maggior parte era fuori dalla nostra portata. Aveva ragione: quanto più studiamo un mistero, più comprendiamo che non capiamo, ciò accresce la nostra ammirazione. E’ una fortuna che ci scappano tante cose, ci resta un infinito per scoprirle. Le realtà meno conosciute sono piene di mistero. Quanto più la scienza avanza, progredisce, per esempio meno intende la amteria. Soltanto chi non ha riflettuto sul tempo, crede di sapere di cosa si tratta. “Chi può pensare di essere capace di scoprire il significato dell’azione di Dio in questo mondo?”

La contemplazione si alimenta soprattutto di ciò che non capiamo. Nella meditazione prova a comprendere qulcosa del mistero, nella contemplazione si meraviglia e ci si abbandona all’amore di Dio che ci supera. ” Se lo comprendi, non è Dio” scrive s. Agostino (sermone 117), nella fede la mancanza di comprensione è fondamentale; lontano da essere una frustrazione ci permette di sognare. Si apre uno spazio abissale ed il nostro silenzio scivola in quell’attesa.

La Grangia di Vigano certosino

Grangia Vigano

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui vi parlerò in questo articolo è quella situata nell’attuale comune lombardo di Gaggiano, ma più precisamente nella frazione denominata Vigano certosino proprio per l’insediamento monastico.

Va premesso che la notizia più antica relativa al borgo di Vigano è del 1118, anno in cui un certo Leopertus de Vigano vende dei beni di quel luogo. Luogo abitato fin da tempi remoti, in pieno Medioevo diviene quindi sede di un piccolo castello. Il 30 giugno del 1400 Gian Galeazzo Visconti, dona alla certosa di Pavia questo insediamento. I monaci lo adibirono a comunità agricola, detta grangia, curando la bonifica di queste fertili terre. La trasformazione da fortilizio in locale casa certosina, dette origine ad un complesso agricolo di notevole razionalità e fascino, organizzato attorno ad un cortile a portici.I certosini, fornirono il villaggio di un muro di cinta, di un’osteria e di una locanda oltre a far costruire la chiesa parrocchiale dei S.S. Eugenio e Maria, a fine XV secolo, con i suoi antichi affreschi.

La grangia di Vigano fu ultimata nell’aprile del 1511 dal pittore Bernardino de Rossi (doc. 1484-1514), commissionata dai monaci della Certosa di Pavia, fu composta da elementi iconografici che risentono dell’estetica certosina. Il ciclo, non sempre di facile ricostruzione, prevedeva in alto, al centro, sopra la grande finestra circolare, il Padre Eterno benedicente, circondato da angeli in volo; più in basso, in cornici coronate dalle sigle “GRA CAR” (Gratiarum Cartusia o Certosa delle Grazie), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata, inseriti in nicchie marmorizzate che simulavano uno sfondamento prospettico. Al di sotto, alla sinistra del portale, comparivano forse Sant’Ugo di Grenoble e a destra Sant’Eugenio vescovo. Sulle paraste, in alto, a sinistra del Padre Eterno, era visibile San Bernardo di Chiaravalle mentre a destra era dipinto, munito di una coscia di mula, il beato Guglielmo Fenoglio. Sopra il portale appariva il medaglione con il profilo del donatore Gian Galeazzo Visconti, infine, ai lati delle paraste, due Santi di ampie proporzioni, identificati anche con San Cristoforo e San Rocco. Oltre a fungere da grangia fu anche adibito a ospizio, trasformando l’antica fortificazione in una dimora per i religiosi vecchi e malati con annesso oratorio. Più precisamente questa trasformazione deve essere avvenuta tra il 1557 e il 1565 quando invece si fa menzione dell’Ospizio adibito dai religiosi a propria residenza e al quale è annessa un’osteria aperta sulla piazza. A questi anni deve risalire anche l’Oratorio dedicato a Sant’Ippolito e i cui affreschi furono eseguiti da Aurelio e Giovan Pietro Luini (due dei quattro figli del più celebre Bernardino, probabilmente ricavato con la ristrutturazione della cappella del Castello menzionata alla fine del ‘400 e nei primi decenni del ‘500. Nel 1769 Maria Teresa d’Austria soppresse tutti gli ordini religiosi e i relativi monasteri compreso la grangia di Viganò. In quell’anno i religiosi presenti erano 29. Nel corso del 1785 e del 1786 i beni del monastero vennero dapprima inventariati e poi messi all’asta pubblica. L’ospizio, le case, l’osteria, le cascine e le terre vennero disperse tra diversi acquirenti. Divenuta proprietà privata, è abitato da un gruppo di famiglie ed è sede di un’associazione (Mambre) , recentemente è stata completamente restaurata. Oggi, se ne ammira l’ingresso dalla attuale Piazza san Brunone. Si scorge sulla facciata esterna, più precisamente nella parte superiore del portone centrale, un affresco che risale al 1700 raffigurante l’apparizione della Vergine col Bambino e due monaci certosini. Nel centro si intravede la certosa di Pavia. L’affresco è sormontato da una targa in cui è inserita l’arma dell’antico ducato di Milano. All’interno dell’edificio v’è un piccolo cortile su cui si affaccia un interessante porticato. Apprezzabili sono un bel locale con due colonne in granito e volte a crociera adibito un tempo a sala capitolare e la cappella (Oratorio di Sant’Ippolito), restaurata nel 2008.
Sulla facciata posteriore della grangia è possibile vedere incise a graffito sul muro le date dei vari rifacimenti. Sopra il portone prospiciente il fossato si vede la data 1692 sovrastante la meridiana  con la scritta GRA CAR.

Le foto ed il breve video che seguono, ci mostrano alcuni scorci interessanti.

 

 

Dom Marcellin Theeuwes è volato in cielo

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Dom Marcellin Theeuweesnell’ultima intervista

Carissimi amici una triste notizia ci ha raggiunti lo scorso 2 gennaio, proprio ad inizio anno l’ex priore Generale olandese ha lasciato la vita terrena. A distanza di una settimana voglio offrire alla sua memoria un ricordo che si unisce alle preghiere di noi tutti, estimatori della vita certosina e di quegli uomini che spendono la propria esistenza tra le mura di una certosa.

Ecco per voi una breve biografia di Dom Marcellin

Jacobus Johannes Maria, detto Jac, Theeuwes, nacque a Gilze-Rijen presso Bréda nei Paesi–Bassi, il 12 maggio del 1936 egli è il più giovane di sette fratelli. Ben presto Jac sentì la vocazione monastica entrando fin da giovanissimo dapprima per studiare, nell’abbazia cistercense di Marienkroon. E’ qui che egli successivamente prese l’abito monastico facendo la professione solenne. Ma la Provvidenza aveva in serbo per lui un altro percorso, difatti egli scopre attraverso la lettura di alcuni testi, la profonda spiritualità della vita certosina, e rimanendone attratto, decide di recarsi nella regione dell’Ain, in Francia nella certosa di Selignac facendo il suo ingresso il 7 dicembre del 1961. Entrando nei certosini Jac scelse all’atto della professione, avvenuta l’8 dicembre del 1966 il nome di Marcellin. Dopo esser stato ordinato sacerdote, il 25 giugno dello stesso anno, e fattosi notare per le sue doti, gli fu in seguito conferito l’incarico di Procuratore l’11 giugno del 1973. Nello stesso anno e con il medesimo incarico fu trasferito a Mougères, ma a causa della sopravvenuta soppressione di questa certosa Marcellin Theeuwes, fu costretto a trasferirsi il 17 novembre del 1977 alla certosa di Montrieux, nella regione del Var.

Trascorsi alcuni anni, il 27 aprile del 1983, Dom Marcellin fattosi apprezzare, fu eletto dalla comunità priore. Le sue eccellenti doti lo porteranno a diventare nel 1997, il priore della Grande Chartreuse, e dal 2005 alla morte di Dom André Poisson, egli diviene Reverendo Padre e Ministro Generale dell’ordine certosino, ovvero la massima autorità nella gerarchia certosina. Dom Marcellin Theeuwes è stato dunque il 72° successore di San Bruno, il quarto olandese nella storia dell’Ordine a ricoprire questa importante figura che deve garantire l’unità della famiglia certosina. Per motivi di salute, Dom Marcellin Theeuwes si è dimesso da questo incarico nel settembre 2012, chiedendo misericordia. L’accettazione delle sue dimissioni, gli è stata concessa sia dall’Ordine che dalla Santa Sede. I suoi ultimi anni li ha trascorsi ritornando nella Certosa di Montrieux, dove ha guidato i suoi fratelli come Priore. Si è spento lo scorso 2 gennaio a seguito di una lunga malattia.

Preghiamo, affinchè Dio e San Bruno lo accolgano in Paradiso!

Per una bizzarra coincidenza…lo scorso 6 gennaio la televisione olandese KRO / NCRV aveva nel suo palinsesto la programmazione di un’intervista, l’ultima, di Dom Marcellin Theeuwes rilasciata nello scorso settembre al giornalista Leo Fijen per il programma “Kloosterserie”. Prossimamente ve la proporrò, ma ora…..

Vi allego la vibrante testimonianza di Leo Fijen a seguito della scomparsa del compianto certosino da lui intervistato.

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Leo Fijen e Dom Marcellin Theeuwees

“Ho lavorato per la KRO per più di trent’anni e posso condividere le mie ricchezze nella fede e nella vita con gli spettatori. Tutti quegli anni e incontri mi hanno arricchito come essere umano. Lo scopri solo dopo. Poi vedi dove sei volato dalla curva e come sei diventato più saggio. Su quella strada non puoi fare a meno di guide che ti insegnano a dare un senso alle storie della tua stessa esistenza. La guida che mi ha insegnato la verità più profonda è senza dubbio Dom Marcellin Theeuwes. Per anni fu il priore di La Grande Chartreuse, quell’imponente monastero sulle montagne intorno a Grenoble, a 1000 metri di altitudine. I certosini vivono lì, diciotto ore al giorno in silenzio, quasi tutta la settimana da soli nella propria cella, senza una notte di riposo costante. Perché alle undici e mezza di sera si alzano per cantare e pregare insieme fino alle tre di notte.

Di questi certosini Dom Marcellin Theeuwes era il priore, a Grenoble ma anche di tutte le certose nel mondo. Ha guidato uomini che vivono nella solitudine, nella solitudine e nel silenzio e che cercano così Dio o si aprono a Dio. È una vita monastica che impressiona con rigore e richiede molta resistenza fisica dai monaci. La maggior parte dei novizi che iniziano con essi trovano molto difficile adattarsi. È semplicemente troppo pesante, mai una notte di sonno continuo, sempre in se stessi.

Era un sogno poter mai guardarci dentro. Nel 2004 quel sogno si è avverato, nella mia prima serie monastica. Avrei persino potuto passare una notte lì, senza una macchina fotografica. I suoi bagliori non sono i benvenuti. Non dimenticherò mai quella notte, come non dimentico mai il primo incontro con Dom Marcellin Theeuwes. Questo certosino di Rijen nel Brabante non è severo. È calmo, ha umorismo e può mettere le cose in prospettiva. Apparentemente, molto nella vita diventa relativo quando vivi per Dio, l’unico assoluto nell’esistenza dei certosini.

Con questo atteggiamento rilassato, Dom Marcellin Theeuwes parlò anche di Dio quindici anni fa. ‘Spesso guardo su. Sai cosa vedo? Niente di niente “, ha messo la sua ricerca in prospettiva e poi ha lasciato che guardasse nel suo cuore:” Talvolta ti chiedi se Dio ti ama ancora. Questa è una delle domande con la quale un eremita lotta con il più a lungo “. Poi mi ha mostrato la via, perché mi ha insegnato ad aprire la porta del mio cuore, a guardare le ombre della mia vita ed a sperimentare che Dio ti attende tra quelle delusioni. Questa è la più grande libertà che ci sia. Dom Marcellin Theeuwes ha sempre mantenuto quella saggezza, anche ora che è malato e sta affrontando la sua fine della vita in un monastero certosino, a 60 chilometri da Marsiglia.

Quindici anni dopo ho avuto il piacere e la fortuna di poter tornare ad intervistarlo. L’ho incontrato lo scorso settembre, è gravemente malato e può camminare solo con le stampelle. Ma la sua mente è lucida, la sua voce è potente e i suoi occhi brillano. Ha vissuto per Dio e vuole vedere Dio negli occhi. “Se il meglio della vita si è avverato, il mio sogno di essere un monaco certosino, potrebbe essere finita, questa vita”, ride. E poi lui mi porta nel chiostro verso il cimitero e mi mostra il posto dove sarà sepolto in seguito. Per la prima volta, una troupe televisiva può fare registrazioni in questo monastero dall’XI secolo. Marcellin Theeuwes ci insegna come morire. “Lasciami vivere e muoio di desiderio per Te. Tutto andrà bene”, prega senza sosta, giorno e notte. Con questa sicurezza osa morire e viene sepolto con la sua abitudine, con una croce senza nome. Perché Dio conosce il suo nome. Ed è abbastanza. “

Una vita che mi ha parlato del Paradiso

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Una vita che mi ha parlato del Paradiso

– testimonianza di un giovane certosino –

Ho il piacere di donarvi questa splendida testimonianza di un giovane certosino che ci parla della sua vocazione. Una narrazione che ci ammalia per il suo tono vibrante.

Non è facile per un ragazzo di 21 anni entrare in un monastero di clausura per condurre una vita contemplativa. Le nuove generazioni sono più fragili del passato. Non è facile distinguere la voce e la chiamata di Dio tra molte altre voci e messaggi che ci raggiungono ovunque e che scivolano nei nostri cuori quasi senza chiedere il permesso.

Né è facile a quell’età lasciare una carriera universitaria incompiuta e una famiglia che in quel momento costituisce una sicurezza e un supporto molto forti per il futuro; Né dimentica per sempre la possibilità di una relazione di amore umano nel matrimonio quando hai sperimentato la bellezza del corteggiamento e l’innamoramento. Questa era la mia situazione quando sono entrato nella certosa 16 anni fa.

E penso che tutto ciò sarebbe stato impossibile se non ci fosse QUALCUNO capace di suscitare nel mio cuore una maggiore seduzione con una certa speranza di realizzazione.

La vocazione contemplativa, come la vita autenticamente cristiana, è infettata dall’invidia. Fu proprio l’invidia di una vita che mi parlava del cielo quello che provai quando vidi un amico dietro il cancello del chiostro di un monastero. Quella grata mi sembrava la libertà per chi era dentro e una prigione per quelli fuori. Invidia perché possedevano qualcosa che desiderava la parte più profonda del mio cuore e ciò che mi mancava.

Non è stato facile capire e credere che Dio mi stesse chiamando, a me e davvero. Non è stato facile perché si è seduto dentro di me con tre aspirazioni che ho considerato contraddittorie l’un l’altro: sponsale, contemplativo e sacerdotale. Pensavo che una tale contraddizione non manifestasse alcuna logica e che quindi non potesse essere una vocazione ma un’invenzione nella mia testa. Ho cercato di convincermene, ma in fondo volevo che fosse una chiamata certa. Mi ha aiutato a discernere un direttore spirituale che era un dono di Dio: un prete diocesano sedotto dalla vita contemplativa, sapeva come diffonderlo agli altri.

Da un incontro di giovani con il beato Giovanni Paolo II a Loreto, nel settembre 1995 ho iniziato a concepire la mia vita e la mia vocazione in un modo diverso: come servizio alla Chiesa. Poi cominciò ad essere tutto meno complicato.

Entrai in contatto con testimonianze di suore e monaci (San Rafael, Santa Teresa di Gesù Bambino e San Charbel Makhlouf) e in foresterie dei monasteri di vari ordini dove feci ritiri e fu così che da dentro di me vennero fuori tutte le mie aspirazioni. Ma solo quando lessi gli Statuti dell’Ordine certosino, sono stato attratto dal modo di vivere dei certosini. Ero un catechista della mia parrocchia e sentivo che per quei ragazzi e ragazze, avrei potuto fare di più con la mia preghiera, che con la mia parola.”Se i laici non sono costruiti con il nostro silenzio, molto meno lo faranno con le nostre parole”, era una delle frasi con cui mi sentivo identificato. Ecco perché non capita spesso che un certosino scrive qualcosa di simile a ciò che stai leggendo se non è per l’ordine del Superiore.

Sebbene nella mia vita quotidiana come monaco professo non manchi la gioia, non mancano prove e difficoltà. Poi sorge una preghiera che ripeto sempre: “Signore, possa questo non togliermi la pace, né la gioia né il sonno”. E credo che la Vergine e una legione di angeli custodi lo rendano una realtà, specialmente in una vocazione che non regge se non proviene dalla pura fede. Quella fede che fa crescere l’anima in una vita propriamente contemplativa in cui solo gli occhi di Dio sono visti in tutte le cose e in tutte le cose a Dio.

La mia vocazione e la mia vita quotidiana cercano il loro nutrimento e il loro sostentamento nella meditazione della Parola di Dio, una luce che mi viene comunicata dalla mente di Cristo (1Cor 2,16); l’Eucaristia, attraverso la quale ricevo il cuore di Cristo per poter amare come Lui ama; la Parola di obbedienza ( Gv 4, 34), che mi dà fiducia che l’opera di Dio sarà adempiuta nonostante la mia debolezza e miseria; e frequente sacramento della penitenza e di misericordia, che mi restituisce l’immagine del nuovo uomo, il Cristo risorto, affinchè la speranza, come Sposo della Chiesa, guardi nel cuore della notte.Vieni, Signore Gesù!

Un certosino

News: Riapre la “chiesa delle donne” della certosa di San Martino

Cari amici lettori di Cartusialover, è con grande entusiasmo che vi comunico una lieta, e per me emozionante, notizia riguardante la “mia”certosa.

Dopo 40 anni ha riaperto al pubblico la seicentesca “chiesa delle donne” della certosa e Museo di San Martino, lo scorso 13 dicembre, infatti, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione. A seguito di un importante restauro, che ha interessato la parte decorativa e quella architettonica dell’edificio, posto nel piazzale antistante la certosa napoletana, sono stati ripristinati i vividi colori degli affreschi del presbiterio, databili alla prima fase di edificazione di questa cappella esterna, e realizzati con ogni probabilità da Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino. È stata, inoltre, riscoperta la doppia pavimentazione originaria, databile al primo quarto del XVIII° sec , nella navata si può ora notare il pavimento in cotto arricchito da una greca maiolicata mentre nella zona del presbiterio nella pavimentazione sono inseriti elementi decorativi.

Detto ciò, va precisato che la presenza di una cappella esterna in ogni certosa, deriva dalla necessità venutasi a creare per il divieto assoluto, imposto dalla regola dell’Ordine certosino, di ingresso al complesso monastico per le donne. Tale proibizione fu confermata nei secoli da varie Bolle papali, emesse da Papa Giulio II, nel 1506 ribadita sia da Papa San Pio V, sia nel 1566-1572 con la Controriforma, sia da Gregorio XIII che da Papa Benedetto XIV nel 1757. La eventuale non osservanza prevedeva la pena di scomunica riservata dalla Santa Sede, vi ricorderete, che della unica eccezione vi ho parlato in un precedente articolo.

Alla certosa di san Martino, la edificazione di una chiesa esterna, con annesso giardinetto, piccola oasi di ristoro per quelle dame che si inerpicavano sulla impervia collina fu realizzata intorno al 1590, negli anni del Priore Severo Turboli, a cui si deve il forte impulso innovatore che avrebbe trasformato l’intero complesso monastico napoletano.

Alla cosiddetta chiesa delle donne lavorò anche l’architetto toscano Giovanni Antonio Dosio, la cui maniera è ben visibile nella bicromia bianco/grigio cara al Rinascimento fiorentino. Sulla facciata esterna di suddetta chiesa vi è un bassorilievo settecentesco in stucco, raffigurante san Bruno in preghiera nel deserto di Chartreuse a cui appare la Vergine. Sullo sfondo, il paesaggio aspro della Grande Chartreuse ed in un angolo un monaco in meditazione nel desertum. Terminato il restauro, il riallestimento interno è risultato estremamente difficile. Complessa è stata la ricerca dei dipinti che dovevano essere collocati sull’altare e sulle pareti laterali della navata, soprattutto a causa delle direttive reali che nel 1806, all’inizio del “decennio francese” (1806-1815), portarono alla requisizione di centinaia di dipinti della certosa. Attenti studi hanno permesso di ripristinare il nucleo di tre opere, come risulta da documenti e fonti del secolo XIX°. Si è così collocato sull’altare “La Madonna con Bambino che appare a San Bruno”, riferibile a Paolo Finoglio Il quale prende spunto dal ciclo disegnato da Giovanni Lanfranco e inciso da Theodor Krüger. Mentre sulle pareti laterali San Bruno eremita, una copia da Massimo Stanzione di Tommaso De Vivo datata 1822 probabilmente concepita nell’ ottocento per l’altare. Dall’altra parete una tela raffigurante Santa Barbara, che a seguito del recente restauro ne ha fatto scoprire la datazione, ovvero 1583.(consegnata dal Real Museo Borbonico ai certosini insieme ad alcune delle opere requisite in epoca francese e originariamente sita nella Cappella Palatina di Castel Nuovo).

A seguire, un reportage fotografico di quanto vi ho esposto ed un video con intervista alla direttrice della certosa e museo nazionale di san Martino, che ci spiegherà quanto fatto. Plauso a chi è riuscito a riconsegnare al territorio cittadino questa chiesa, piccolo tesoro, la cui memoria rimaneva in quei pochissimi fortunati che ricorderanno l’ultima messa celebratasi nel 1978. Il sottoscritto spera vivamente che molto presto la chiesa delle donne della certosa di san Martino possa riprendere vita con celebrazioni liturgiche, e diventare un punto di riferimento religioso, che vada ad integrarsi con la nota fama internazionale di attrattore turistico e culturale, del museo in esso presente.

Video intervista