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Un novizio portoghese

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Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno

Eccoci giunti al mese di aprile, nel quale ci accingiamo a celebrare la Santa Pasqua. Ho per voi cari amici una lieta notizia che apre questo mese che ci giunge dalla Spagna. Lo scorso primo febbraio, alle ore 15, nella certosa iberica di Porta Coeli, nei pressi di Valencia, padre Carlos Rosmaninho ha preso l’abito certosino, cominciando così il periodo del noviziato.

Una eccellente notizia, poichè questo sacerdote è di nazionalità portoghese e quindi si unirà ai quattro anziani monaci che come ricorderete hanno lasciato la certosa portoghese di Evora, a seguito della triste chiusura. La cerimonia svoltasi in certosa, ha avuto inizio nella sua cella con l’imposizione dell’abito da parte del Padre Priore Dom Luis Nolasco, anch’egli portoghese. Successivamente la semplice cerimonia è proseguita nella sala capitolare, alla presenza dell’intera comunità monastica ed alcuni amici e familiari, che prostratosi sul pavimento ha chiesto misericordia per poi essere abbracciato dai confratelli. Ha fatto seguito un sermone pronunciato dal Padre Priore, poi la comunità lo ha accompagnato in processione nella sua cella, laddove egli ha ricevuto il nuovo nome da lui prescelto. La scelta di padre Carlos è stata Bruno di Santa Maria della Grazia e del Trionfo del suo Cuore Immacolato. Ovviamente il riferimento è a san Bruno ed al patrono della diocesi di Setúbal. La cerimonia si è conclusa con i canti dei Vespri nella chiesa della certosa.

Padre Carlos Rosmaninho ora Bruno comincia il suo cammino da novizio, che durerà due anni, al cui termine potrà emettere i suoi primi voti religiosi, che successivamente saranno rinnovati e che lo condurranno ad essere definitivamente un nuovo Padre certosino. Affinchè questo percorso arrivi al completamento, nel giorno del suo inizio, vi invito a pregare per questo giovane portoghese. La Grazia di Dio con l’intercessione di san Bruno, gli illumini questo cammino da lui scelto ed esaudire la sua vocazione. La linfa certosina portoghese possa alimentare e nutrire sempre le vocazioni dell’Ordine.

Icona Bruno

Dom Dysmas de Lassus ci parla del suo libro (Seconda parte)

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Copertina della rivista con Dom Dysmas de Lassus

Ecco per voi il prosieguo dell’intervista a Dom Dysmas de Lassus.

 

Oltre all’obbedienza poco compresa, quali sono i meccanismi che promuovono l’abuso spirituale?

Lo zelo dei giovani religiosi che amano l’assoluto ma non ancora armato per il discernimento può essere usato dall’aggressore. Le motivazioni altamente spirituali, ma disconnesse dalla loro umanità, possono sedurle senza essere in grado di realizzare il danno che produrranno a lungo termine. Molto spesso, nella vita religiosa, l’abuso assume la forma di una tentazione sotto le spoglie del bene, questo è ciò che rende difficile discernere per il principiante – ed è anche ciò che lo rende difficile. apprezzare per il grande pubblico – da qui la necessità di un’analisi precisa. Questo è quello che ho cercato di fare.

Inoltre, accade che un religioso non possa confidare nelle sue difficoltà a causa del fenomeno dei circoli. Intorno ai fondatori o ai superiori c’è spesso una sorta di guardia composta da pochi parenti. In genere, beneficiano del sistema che mantengono. Questo fenomeno dei cerchi impedisce al superiore di ascoltare ciò che viene dalla base, poiché il messaggio deve attraversare diversi confini. Un altro elemento può incoraggiare l’abuso: un eccesso di affettività.

Cioè ?

Questo è particolarmente vero per le comunità femminili, ma può essere visto negli uomini.Ti darò un aneddoto illuminante: quando vi è l’elezione di una nuova badessa, succede che le suore votano per chi termina il suo mandato in modo da non ferirla, e può giocarci per essere rieletto. Non è un ragionamento equo. Tanto peggio per il priore se sperimenta la sua non rielezione come dramma, che, tra l’altro, è sorprendente per un religioso. La comunità viene prima di lui. Un priore fa un servizio. Sembra semplice, ma in pratica è qualcos’altro …

Le nuove comunità sono più fragili di fronte agli abusi?

Le nuove comunità sono nate nell’ingenuo entusiasmo del Concilio post-Vaticano II. Ci dicemmo che la Chiesa era troppo sclerotica, il che era vero, e che tutto ciò doveva essere sostituito dallo Spirito Santo! Ma il discernimento degli spiriti può essere appreso. Esistono tre tipi di mente: buona, cattiva e mia! Dicendo: “ La parola del superiore è lo Spirito Santo  “, il superiore può prendersi sul serio e credere che la sua parola sia davvero quella di Dio!

Le congregazioni tradizionali sono sicure?

Attenzione, tutte le deviazioni di cui parlo possono verificarsi ovunque, anche tra i certosini! Ma, nelle congregazioni tradizionali, ci sono i mezzi per reagire. La devianza rimane locale e tutto il corpo può proteggersi. È vero che la saggezza si cristallizza nel tempo. Detto questo, esiste una formula che viene utilizzata al di fuori della Certosa e che mi prendo cura di non vendere così com’è: ” La Certosa non è mai stata riformata, perché non è mai stata deformata. Non sono completamente d’accordo. La formula corretta sarebbe quella di dire: la Certosa non è mai stata riformata, perché è sempre stata riformata! I nostri predecessori hanno fatto la cosa giusta nel corso della storia. Se il Capitolo Generale non avesse svolto il suo lavoro e se le visite canoniche non avessero mai avuto luogo, la Certosa non esisterebbe più!

Precisamente, in che modo una comunità può proteggersi dagli abusi spirituali?

La comunità deve sviluppare il suo sistema immunitario. Il principio di base è quello del potere e del contro-potere. Il sistema immunitario deve essere in grado di individuare un difetto e quindi risolverlo agendo. Richiede quindi lucidità e mezzi. La formazione dei funzionari per esercitare l’autorità può avvertirli dei pericoli che affrontano e aiutarli a scegliere la strada giusta. Ciò che salva anche è avere una formazione religiosa iniziale e continua per resistere. Perché i giovani pieni di entusiasmo e illusioni spesso non hanno i mezzi per difendersi. Questa formazione è una pietra fondamentale della salute umana e spirituale di una comunità religiosa, la Chiesa insiste enormemente su di essa oggi. Troviamo anche la necessità di avere una visione esterna obiettiva della comunità. Una visita canonica o un Capitolo generale è un’opportunità per individuare deviazioni. Inoltre, so che alcune vittime sono arrabbiate con i vescovi che non hanno reagito in tempo. È possibile, ma molto spesso il vescovo non ha i mezzi per realizzare ciò che sta realmente accadendo. Dall’esterno, cosa può fare?

E le famiglie hanno un ruolo speciale da svolgere?

Credo che a livello comunitario non siano in grado di diagnosticare anomalie. Ma a livello individuale, possono essere consapevoli delle preoccupazioni. Quando qualcuno entra nella Certosa, le famiglie sono spesso preoccupate. Il primo incontro è quindi un’opportunità per vedere per ciascuno di loro che il loro figlio si sente bene, il che li rassicura e accettano. Ma se la famiglia nota una sensazione di depressione, se nota una distanza che si crea, una legge del silenzio, la sopravvalutazione del carisma o del fondatore, ora che questi fenomeni sono ben noti, possono porre domande e svolgere il ruolo di un allarme. Probabilmente non sarà ascoltato, ma la piccola crepa creata un giorno potrebbe aiutare ad aumentare la consapevolezza.

Quando Roma prende sanzioni contro le comunità, c’è il rischio di errori di giudizio?

Di regola no! Gli eccessi di gravità da parte di Roma sono piuttosto difficili da trovare. Piuttosto, il problema è che Roma non agisce abbastanza rapidamente. Manteniamo l’esempio dei Legionari di Cristo in cui gli abusi hanno richiesto anni e anni per essere considerati.

E le false testimonianze?

Può esistere, ma la malafede su queste questioni è piuttosto rara. La commissione Sauvé si aspettava molte false testimonianze, ma ne trovò pochissime. Non conosco tanti casi di “false testimonianze” reali. Ciò non significa che dobbiamo prendere tutto alla lettera quando riceviamo una testimonianza. I fatti descritti dalla vittima non sono generalmente disponibili. È l’analisi della vittima che a volte può essere qualificata.

Infine, non è paradossale vedere che è nel luogo che dovrebbe essere il più santo nella Chiesa che a volte troviamo crimini abietti?

Non lo diciamo più troppo, il demone esiste e colpisce nel posto più importante. C’è un Apoftegma che descrive il diavolo che raccoglie le sue truppe per stimare i loro risultati … Un demone si vanta di aver causato tempeste per uccidere migliaia di uomini, ma riceve un pestaggio, perché gli ci sono voluti mesi per raggiungere i suoi scopi. Un’altra guerra fomentata, ma ci è voluto anche troppo tempo … L’ultimo demone arriva spiegando che ha tentato un solitario nel deserto e che ha finito per sconfiggerlo dopo quarant’anni di combattimenti. Il diavolo si congratula con lui e si offre di venire a sedersi vicino a lui! Il demone sta ancora cercando di colpire la testa. Questo è il significato dell’ adagio latino “corrottiio optimi pessima”(non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio)

In certosa al tempo del Coronavirus

serracovid

Cari amici lettori non avrei mai voluto scrivere un’articolo sul tema riguardante questa immane tragedia che il genere umano sta affrontando. Ma la comunicazione deve adattarsi ai tempi, pertanto in questo periodo nel quale siamo tutti costretti in una clausura obbligata nelle nostre case, percepiamo, seppur lontanamente, la scelta volontaria di chi opta per la vita monastica eremitica. Vi propongo una interessantissima intervista al Padre Priore della certosa di Serra San Bruno, che torna ad esprimersi sul tema. Alcune ore fa in piena quarantena, gli sono state poste delle domande alle quali ha risposto illustrandoci su come si vive in certosa al tempo del Coronavirus.

Dom Ignazio Iannizzotto

In che modo state vivendo questa situazione di emergenza da Covid-19 all’interno della Certosa di Serra San Bruno? Avete cambiato qualcosa negli stili di vita e in quei momenti di agape comunitaria e fraterna che la regola consente?

«La regola certosina comporta già una notevole separazione dal mondo che, in qualche modo, corrisponde a ciò che le autorità ci stanno chiedendo e quindi la nostra vita in concreto non è cambiata molto. I momenti di fraternità all’interno della clausura in fondo sono equiparabili a quelli di una normale famiglia che vive nella propria casa, tuttavia abbiamo voluto che alcuni aspetti della nostra vita sottolineassero la nostra comunione con tutti coloro che vivono con sofferenza questo periodo. Penso soprattutto alla privazione dell’eucaristia per tanti fedeli, per questo abbiamo deciso di rinunciare ad un segno molto importante nella liturgia certosina, che si è mantenuto fin dai primi secoli: la comunione al calice per tutta la comunità. Ripeto, oltre ad una scelta di prudenza igienica, per noi è soprattutto un far memoria, attraverso questa rinuncia, della più grande rinuncia a cui sono costretti tanti nostri fratelli e sorelle. Abbiamo anche scelto di fare lo “spaziamento” settimanale dentro le mura del monastero soprattutto per evitare nella gente ambiguità riguardo la possibilità o meno di fare passeggiate».

La Conferenza Episcopale Italiana nel comunicato del 12 marzo ha affermato che si può contare su un’azione orante continua per il Paese, che proviene dai monasteri…

«Penso che questo virus, che è dilagato proprio durante la Quaresima, sia un’occasione per noi monaci di andare al cuore della nostra vocazione di comunità orante “separati da tutti, ma uniti a tutti”. Questa coscienza del compito prioritario della preghiera riconduce tutte le nostre comunità all’essenza della vita monastica. Dobbiamo sentirci responsabili delle Messe che possiamo continuare a celebrare nei monasteri e della liturgia che continuiamo in coro. Ci è stato dato questo privilegio non certo perché siamo migliori, anzi, forse proprio perché non lo siamo! Dobbiamo essere più che mai consapevoli che nessuna delle nostre preghiere va vissuta senza sentirci uniti a tutta la Chiesa e a tutta l’umanità, raccogliendo l’implorazione di tutti ed offrendo al Padre la nostra impotenza, il nostro timore, la nostra speranza».

La necessità di contenere e contrastare il contagio da Coronavirus impone a tutti noi di restare a casa e di stravolgere così le nostre abitudini. Non è semplice limitare gli spostamenti e vivere per settimane all’interno delle quattro muova domestiche. Mentre voi monaci scegliete già una vita che si stabilizza in un luogo, la Certosa, in questo caso, tanto da fare persino voto di stabilità. Che consigli si sente di offrire a chi ci legge, per sfruttare al meglio questo periodo di “quarantena”, anche come occasione di crescita spirituale?

«Il rapporto col tempo è una delle chiavi fondamentali della vita spirituale. In questo periodo l’esperienza che tutti stanno facendo è quella del “fermarsi”, si tratta di una dimensione nuova, a cui non si era abituati, infatti è diventato quasi impossibile nella cultura occidentale moderna; neppure per le vacanze ci si ferma veramente, niente può arrestare la nostra corsa affannosa per approfittare della vita, delle del tempo ed anche delle persone. Fermarsi invece vuol dire ritrovare il presente, la vera realtà della vita e del tempo. Nel Salmo 45 Dio ci invita a fermarci per riconoscere la sua presenza tra di noi: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra” (Sal 45,11-12). Dio ci chiede di fermarci, non ce lo impone, ci chiede de fermarci come ci si ferma davanti ad una persona amata, o davanti a qualcosa di bello che ci riempie di silenzio. Fermarsi davanti a Dio significa riconoscere che la sua presenza, riempie l’istante e quindi soddisfa pienamente il nostro cuore».

Che cosa la tradizione monastica e, in particolare, quella certosina hanno da insegnare sull’importanza di scandire con regolarità e ordine i momenti della giornata?

«Si dice che i monaci vivano al ritmo della campana… In realtà la nostra regola ci insegna soprattutto a vivere ogni momento della giornata con quell’attenzione e quella disponibilità all’ascolto, che può aiutarci a riconoscere la ricchezza di tutta la realtà. Ogni cosa che facciamo, ogni attività che dobbiamo svolgere, anche il riposo, tutto ha una grazia propria, un tesoro che ci viene svelato e donato, se sappiamo fare tutto senza affanno e con regolarità. La nostra giornata deve essere quindi “sinfonica”, ogni cosa deve avere il suo valore e ogni cosa va fatta al suo momento giusto, senza creare disordine e senza attaccarsi all’una o all’altra attività a scapito delle altre: tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio e tutto è ricco di grazia».

In queste settimane i fedeli cattolici sono anche chiamati al digiuno dall’eucarestia: è una quaresima particolare, questa, in cui davvero si fa esperienza del “deserto”. Le Messe con il popolo sono sospese nella maggior parte del mondo occidentale, e non solo. Nella storia del monachesimo il digiuno dall’Eucarestia è ricorrente: in Oriente come in Occidente chi si ritira dai centri urbani per abbracciare una vita di silenzio e di contemplazione, eremitica, se non è sacerdote, non ha la possibilità di accedere all’Eucarestia, anche per anni. Su questo che cosa può dire il monachesimo all’uomo di oggi?

«La pratica quaresimale del digiuno eucaristico sopravvive ancora nel Rito Bizantino e, in forma minore, nel Rito Ambrosiano. Da noi, nei tempi passati, i fedeli si accostavano alla comunione piuttosto raramente, tanto che vi era il precetto che diceva di fare la comunione “almeno a Pasqua”. Oggi le cose sono cambiate e la possibilità di accostarsi quotidianamente all’Eucaristia è molto importante per la vita dei fedeli, tuttavia è anche importante mantenere vivo il bisogno e il desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, per riscoprire che ciò che ci viene donato è un mistero straordinario e per niente scontato. Nell’amore non c’è niente di peggio dell’abitudine e questo vale e soprattutto nell’amore per il Signore: Lui ci dona sé stesso in un atto di sacrificio che deve sempre trovarci colmi di desiderio e di gratitudine, di gioia e di timore. In questi giorni mi capita di pensare a quando finalmente sarà possibile per i fedeli riaccostarsi agli altari per ricevervi l’Eucaristia, immagino le loro lacrime, la gratitudine, la lode del cuore: sarà una vera Eucaristia!»

Questi giorni per la vostra comunità sono coincisi anche con la scomparsa del certosino Dom Elia Catellani, un uomo di grande spiritualità. Che ricordo Lei ha di Dom Elia?

«Quello che è notevole nella storia spirituale di D. Elia è la percezione che lui aveva della sostanziale unità della sua vocazione, pur nella molteplicità di vicende che ha attraversato. La sua forte propensione pastorale, il desiderio di incontrare la gente, di accogliere tante anime bisognose di conforto, tutto ciò che alla fine lo avrebbe portato a vivere fuori dalla Certosa, lui non lo ha mai vissuto in modo conflittuale o polemico, ma quasi con la semplicità di un bambino che non si pone problemi, con una grande libertà spirituale. Ed è proprio questa la dote monastica di D. Elia, che mi sembra importante evidenziare: una grande libertà spirituale, unita però ad un forte senso degli obblighi che aveva come religioso e come sacerdote. Se da una parte lui è stato sempre molto scrupoloso, così come anche fedelissimo al dovere della preghiera, d’altra parte la sua apertura mentale gli consentiva di accogliere, comprendere ed aiutare tutte le persone che si rivolgevano a lui, sia in Certosa che fuori. Infatti tutti lo ricordano sempre disponibile, sempre accogliente, sempre sorridente, quando gli si chiedeva un aiuto di qualsiasi tipo. La gioia che D. Elia sapeva esprimere ricorda quella caratteristica di San Bruno che si legge nel titolo funebre scritto, in occasione della sua morte, dai monaci di Calabria: Semper erat festo vultu (Aveva il volto sempre lieto). Chiunque ha conosciuto D. Elia ricorderà con affetto quel volto “sempre lieto” che lo faceva tanto somigliare al nostro Padre Bruno, una letizia che si trasmetteva a tutte le persone che lo incontravano, una letizia che con semplicità mostrava il vero valore delle cose che contano e di quelle che passano. Una letizia che sapeva esprimersi con un delicato sorriso, come quello che è rimasto sul suo volto perfino dopo il decesso e che tutti ricorderemo».

Ringrazio l’autore dell’intervista, che ha consentito a Dom Ignazio di illuminarci in questo tempo tormentato, con le sue parole sulle quali vi prego di riflettere e meditare…

Voglio in questo articolo invitare tutti a pregare per tutte le vittime, i loro congiunti e tutti gli ammalati di questo terribile morbo, che sta flagellando il nostro pianeta.

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Il prezioso libro di Dom Dysmas de Lassus

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Come era stato annunciato negli articoli riguardanti l’intervista al Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, lo scorso 5 marzo è uscito in Francia l’atteso libro dal titolo: Risques et dérives de la vie religieuse.

Per la prima volta, parla il priore dei certosini, rompendo il canonico silenzio. Nel nome di una millenaria tradizione di vita spirituale, denuncia l’era dell’abuso mentale che stiamo attraversando, nella Chiesa e nel mondo. Questo libro risulta essere una guida libera e liberatrice. Per tutti.

Non vi sono solo abusi sessuali nella Chiesa. Ci sono anche abusi spirituali.

Una rarità estrema, che Dom Dysmas de Lassus, priore generale certosino, esce dal suo silenzio per denunciare comportamenti inaccettabili da parte di superiori o fondatori di comunità religiose maschili e femminili. Radicato nella tradizione della vita monastica e in una solida teologia della vita religiosa, l’autore offre elementi diagnostici che consentiranno di misurare i pericoli di alcune pratiche spirituali o del governo delle comunità. Elabora così una proposta positiva sui maggiori equilibri che offrono crescita personale e comunitaria nel rispetto delle persone e della tradizione.

Una ricerca della verità necessaria e un tuffo edificante negli abusi degli ordini religiosi. Come vi dicevo una vera pietra miliare, edificante per tutti coloro che lo leggeranno.

Dom Dysmas de Lassus

Dom Dysmas de Lassus

Ecco per voi un breve estratto del libro, attendendo la sua uscita in Italia e nel resto del mondo.

Discreta bellezza

“Abbiamo parlato molto delle malattie, abbiamo parlato rapidamente dei rimedi, non dovremmo, prima di concludere, parlare un po ‘di salute? È molto più difficile, o addirittura impossibile, definire a causa della sua poliedrica ricchezza. Le situazioni di deriva non dovrebbero farci dimenticare le innumerevoli comunità che vivono senza far rumore il loro amore per il Signore nella semplicità e nell’infermità della nostra condizione umana, nella prova quotidiana e purificatrice della vita comune e nel dono di sé di cui offre l’opportunità. Gesù andò a Nazareth senza che nessuno capisse chi fosse. La maggior parte delle comunità religiose partecipa a questa sepoltura.”

 

 

 

Dom Dysmas de Lassus sugli abusi in religione (Parte seconda)

Dom Dysmas de Lassus nel cimitero della Grande Chartreuse

Proseguiamo, cari amici, il resto dell’intervista rilasciata da Dom Dysmas de Lassus, parole forti che denunciano una situazione definita cancerosa. Continuiamo la lettura e scopriamo il resto…

Nella storia della vita religiosa, i fondatori hanno sempre un posto importante?

Jean-Marie Gueullette mi diceva che, per i domenicani, san Domenico è l’iniziatore. Non minimizzava la sua importanza, ma non lo presentava come una figura immensa. Il fenomeno del sovradimensionamento del fondatore è, ritengo, un fatto moderno. Ora, quando si tende al culto della personalità, lo Spirito Santo fa tanta fatica a passare…

Come affrontare il tema dell’obbedienza?

C’è un problema, per imparare l’obbedienza nella Chiesa. Storicamente, sull’argomento si è passati da un estremo all’altro. Con il Concilio Vaticano II, è stata rimessa in discussione una concezione troppo rigida dell’obbedienza; siamo tutti d’accordo nel dire che il cambiamento era necessario. E tuttavia… il timore di un eccesso di regole è tracimato in un’assenza di regole e, conseguentemente, ciò ha spesso comportato che la persona con maggiore influenza si imponga. Questo, coniugato con un desiderio di vita nello Spirito Santo, ha potuto generare la delega a una persona umana di un’autorità che essa non avrebbe dovuto avere.

Negli istituti religiosi antichi, si sa che il voto di obbedienza è sempre fatto in un quadro: un benedettino promette di obbedire al suo abate… nella misura in cui costui si esprime all’interno della Regola. Obbedire è un agire: nessuno può imporre un pensiero per obbedienza. Questo sembra semplice, ma oggi tocchiamo con mano quante derive verso l’abuso hanno avuto luogo in ragione dell’oblio di tali evidenze. Il religioso che obbedisce conserva sempre un’intelligenza e una responsabilità. Nessuna ingiunzione all’unità – cosa molto colpevolizzante! – deve far scomparire il discernimento personale. Dicevo spesso ai novizi che non si obbedisce che se lo si vuole. È una cosa decisamente flagrante, nel nostro ordine, perché viviamo in solitudine: nessuno sorveglia chi fa cosa nella sua cella – e nessuno deve farlo. Nella vita religiosa, promettiamo obbedienza a Dio attraverso un’autorità umana – un priore, un maestro dei novizi. Questo “attraverso” è fondamentale.

Quali sono i rimedî alle derive nella vita religiosa?

Penso che le derive settarie intervengano quando non si cerca piú di formare delle persone ma si corre dietro a un modo di funzionamento unitario, liscio. Ora, il cuore della vita religiosa sta nell’aiutare i suoi membri a stare nel profondo di Dio, prima di essere figli della comunità. Essi devono allora sentire questa libertà nella comunità, anche se non sono indipendenti: libertà di restare esprimendo dei disaccordi, libertà di partire senza vedersi predire ogni sorta di catastrofi, se non si è ancora impegnati.

Il primo passo della guarigione è comprendere la malattia con la quale abbiamo a che fare. Tecnico per temperamento, penso che mostrare i meccanismi apra la porta a una presa di coscienza di quanto non è “normale”. Poi, bisogna voler cambiare. Gli elementi di una deriva settaria assomigliano a una ragnatela, con dei punti di sostegno incrociati: toglietene uno e il resto viene meno. Per esempio, per cambiare una struttura piramidale nefasta basta volerla cambiare, anche se le conseguenze di piccole trasformazioni in modi d’azione sedimentati, in una comunità e nelle persone, fanno paura. Può volerci del tempo. Ce ne vuole molto per acclimatarsi all’idea di un prete aggressore. Ce ne vuole anche per accettare l’idea che una comunità, anche riconosciuta e blasonata, possa ospitare abusi al suo interno.

Voler ascoltare le vittime è già una breccia nel sistema abusivo. Nelle ultime comunicazioni di Papa Francesco sugli abusi – la Lettera al Popolo di Dio, la lettera apostolica Vos estis lux mundi– ho sentito un vero appello a che la parola si liberi. Un appello a che, davanti a questa parola liberata, ci sentiamo tutti parte in causa. Anche per questo il mio libro si inscrive in un reale servizio ecclesiale.

Di fronte alle rivelazioni di abuso concernenti Jean Vanier, come fare fronte a un senso di scoramento?

Prima che il mio libro prendesse forma, avevo consegnato le mie riflessioni in un testo che ha costituito la mia prima tappa di scrittura sulle derive nella vita religiosa. Esso è circolato nelle comunità cristiane e in ambienti religiosi. Un giorno ho ricevuto la lettera di una provinciale di un ordine antico che mi diceva di tutto il bene che questo testo – dato in lettura alle suore – aveva fatto. Non era destinato a loro, ma quella superiora pensava che fosse importante interpellare le formatrici della sua provincia, anche se non si trovavano in una situazione di deriva settaria. Io affermo che abbiamo, nella vita religiosa, la capacità interna di rimetterci in questione.

Del resto, vediamo congregazioni duramente toccate che si trasformano: la fraternità di San Giovanni fa un lavoro interessante, ad esempio; rimettere in discussione il fondatore nello spazio di sei anni resta un bel passo in un tempo breve – anche se le vittime hanno dovuto attendere troppo a lungo. Ma guardate le Fraternità di Gerusalemme: appena è uscito il racconto di una vittima del loro fondatore, hanno lanciato un’inchiesta e un appello alla testimonianza. Solo qualche anno fa ciò sarebbe stato impensabile.

Il lavoro di scrittura ha avuto degli effetti sulla sua vita religiosa personale?

Riconosco che sí, ha avuto un vero impatto sulla mia vita, da quattro anni a questa parte, soprattutto perché non amo scrivere! E poi perché l’argomento è doloroso. Eppure so cos’è la vita in Certosa e, da quando sono priore, non è piú quella che conduco: sono costantemente immerso in comunicazioni per assicurare il governo dell’ordine.

A che cosa assomiglia la vita di un certosino “normale”?

Se procede bene, assomiglia anzitutto a una bella storia d’amore, come ogni vita religiosa! È la sola cosa che possa giustificare una vita come la nostra, altrimenti la solitudine diventa isolamento. Ho l’abitudine di dire che un certosino dovrebbe essere – e talvolta lo è – l’uomo meno solo al mondo, perché il nostro fine è stare sempre con Dio. Il silenzio e la solitudine non sono che dei mezzi per arrivarci.

Questa vita non assomiglia invece all’immagine che la gente se ne fa. Lotto invano contro l’idea che saremmo privi di gravità, quasi sospesi «tra cielo e terra», come dice Robin Bruce Lockart in uno dei suoi libri. Quando si è in una comunità, si tengono sempre i piedi nel fango! Abbiamo una vita vicinissima a ogni vita normale, con gelosie, momenti di rabbia, contesti di fraternità, anche discussioni… Perché non siamo né eremiti né completamente in silenzio.

Chi arriva alla Certosa vive uno scarto tra il ritmo della società che lascia e la vostra vita?

Lo scarto tra il mondo e la nostra vita è colossale. Conservo in me un ricordo imperituro del mio primo Natale in Certosa, a 21 anni. Vengo da una famiglia numerosa e, la sera di Natale, ero sempre con tante persone. Qui, prima del 26 dicembre non c’è assolutamente niente. È stato uno choc. Quelli che oggi si uniscono a noi non hanno problemi a ritrovarsi senza telefono, senza internet. La vera difficoltà riguarda la fragilità delle psicologie, che incontriamo molto piú che in passato. Impegnarsi “per sempre” non è piú una cosa scontata, nella nostra società. I profili che incontriamo hanno conosciuto situazioni famigliari scoppiate, percorsi poco lineari. La questione di una fedeltà fino alla fine della vita è molto piú complicata da imparare. Abbiamo rinforzato la formazione iniziale perché i postulanti portano in sé un po’ del “bazar” di questo mondo che non sempre li ha ben strutturati. Però alcuni scoprono il cuore della nostra vita.

È una vita bella, perché tutto quello che la abita ha un senso. Quante persone oggi hanno una vita che non ha senso? E poi è un lungo cammino, perché con noi certosini il Signore non ha fretta.

dom dysmas

Ritorno a Medianeira

Certosa Medianeira

Per completare il rapporto epistolare circa l’esperienza del giovane brasiliano che vi ho raccontato nei precedenti articoli, ecco l’ultima lettera. Ma prima di leggerla, vi spiego brevemente cosa gli è successo, nel giugno scorso, dopo Farneta. Uscitovi con l’intento di ritornare dopo qualche settimana, il nostro amico fatto ritorno in patria per preparare la documentazioni e per salutare i propri cari, si è imbattuto in una serie di problemi tra cui le gravi condizioni di salute di suo padre. Ciò ed altri problemi burocratici gli hanno impedito di fare ritorno in Italia, il suo sogno di diventare certosino sembrava svanire definitivamente. Ma la sua tenacia e l’intervento della Provvidenza, hanno permesso che con il tempo si riuscisse a trovare una soluzione, ed ecco che il nostro amico è riuscito ad entrare lo scorso 17 gennaio nella certosa brasiliana di Medianeira. Prima di entrare ha voluto inviarmi questa missiva che vi offro.

Maria accolga il nostro amico

Maria accolga il nostro amico

“Ritornare a “Medianeira”

“confesso che non immaginavo che potesse succedere, il luogo, laddove in un certo modo è iniziato tutto. Ma anche non farebbe tanta differenza se fosse a Farneta, pero è più facile per la mia famiglia raggiungere nei tempi che sarà determinati per loro venire a trovarmi, per loro è molto più comodo. Ma comunque esiste un insieme di tante cose che si muove dentro di me, perché ritornare lì, e anche restare lì sarebbe come fare memoria di tutto quello che mi ha portato a desiderare questa particolare vita. La Medianeira è un cielo in terra, ma è diversa dalle Certose europea nel senso architettonico, è una costruzione moderna, ma molto semplice e modesta. Medianeira mi ha provocato delle cose che Farneta non mi ha provocato, e viceversa, ma la cosa più gioiosa dentro di me è pensare che ritornare in quel logo magari forse stato pensato da Dio, e quello sì ho la ansia di fare prima, la volontà di Dio.”

Questo è il mio piccolo pensiero, e scusa per il mio italiano, io non sono bravo”.

(Goiânia 2020)

Attendendolo al suo ritorno, preghiamo per lui.

 

San Bruno assisti il nostro amico

San Bruno assisti il nostro amico

La mia seconda esperienza in certosa

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Come vi avevo anticipato nel precedente articolo, il giovane brasiliano dopo la prima esperienza a Medianeira nel 2014, ha attraversato varie tribolazioni che lo hanno allontanato dall’ideale certosino, che ciononostante rimaneva sempre nel suo cuore come un sogno da realizzare. Dopo un percorso tortuoso nel 2019 egli si trova in Italia, ed a seguito di altre esperienze religiose egli decide di recarsi a Farneta, per vivere un altro periodo di prova come aspirante. A seguito di tale periodo mi scrisse questa lettera.

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“Entrare in una Certosa è molto difficile, non tutti quelli che vogliono la raggiungono, e immagina allora rimanere in una Certosa, un mese non basterebbe per esprimere cos’è questo carisma, bene nelle prossime righe cercherò di descrivere un po’ di quello che ho vissuto a Giugno nella Certosa di Farneta, non tanto quello che è la Certosa, ma il punto di vista di qualcuno che è stato in essa, ed aspira a una tale vita. Ero lì tra il 3 e il 27 giugno 2019, era la mia seconda esperienza all’interno di una Certosa, la prima nel 2014 in Brasile, a Medianeira. All’inizio pensavo che sarebbe stato impossibile tornare all’interno di un monastero certosino, dato che era stato in un altro periodo, era una grazia speciale tornare su quella terra e essere in una delle più importanti certose della storia, mi sono sentito amato immensamente da Dio, davvero privilegiato. La cosa più notevole è la carità di questi uomini di Dio, che chiamiamo “monaci certosini”, non mi sono mai sentito così fraternamente accolto, anche se la vita lì procede in modo sottile e silenzioso, ma la delicatezza e la cura che hanno avuto con me mi ha fatto sentire un erede del cielo, soltanto questo già apre la strada per un incontro intimo con Dio nella solitudine di quell’oasi, sì Certosa è un’oasi nel deserto del mondo. Siccome ho già parlato di solitudine però è difficile da descrivere, perché non mi sentivo particolarmente in nessun momento da solo, anche se il 95% delle volte ero realmente fisicamente solo, ma l’Eterno Amico non ci lascia. E’ sufficiente soltanto che ci fidiamo e ci abbandoniamo nel suo mare di tenerezza, ma con questo non intendo dire che non ci sono momenti di lotta, perché parlare in questo modo sembra che sia stato un mare di rose, è chiaro che i sensi si ribellano, soprattutto perché il silenzio va oltre il semplice tacere, qualcosa che scaturisce dall’interno, deve avere un grande dominio di sé, o meglio devi conoscere te stesso. Ed è questo il segreto, sapendo e assumendo ciò che siamo veramente, possiamo confrontarci con il resto e ogni difficoltà che verrà sarà un passo che ci porterà all’incontro dell’Amato, perché nel silenzio e nella solitudine del deserto, ciò che rimane è il nostro vuoto, è la nostra nudità, che se ci aggrappiamo a Dio, è Lui che riempirà e coprirà l’intera sfera della nostra umanità, perché senza di Lui il silenzio diventerebbe assurdo e la solitudine sarebbe una pazzia senza precedenti, quindi una tale vita sarebbe estremamente sterile. Ma la Certosa è una sorgente di acqua cristallina che sfocia nel cuore della chiesa che dà vita, o meglio è un cuore che pompa silenziosamente ma nessuno lo vede, che lavora per dare vita al resto del corpo. Essere un certosino è come essere cuore, e Dio spero mi chiami ad essere “cuore”!

(Goiânia 30 giugno 2019)

Padre Modesto (procuratore)) ed il nostro giovane amico

Padre Modesto (procuratore)) ed il nostro giovane amico