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Il busto di San Bruno restaurato

 

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Cari amici, come vi ho testimoniato in precedenti articoli il busto reliquiario del Nostro amato San Bruno ha subito un delicato intervento di restauro. Dopo alcuni mesi possiamo ammirarne attraverso immagini eloquenti, il superlativo risultato ottenuto, che ha portato brillantezza al meraviglioso busto conservato nella certosa di Serra San Bruno. Lo scorso venerdì 19 novembre, si è tenuto nei locali del Museo della Certosa, un incontro di studio riguardante il restauro, vi sono state relazioni dello storico Tonino Ceravolo (“Depositio, inventio, memoria. Le reliquie di San Bruno nell’età medievale e moderna”) e del professor Domenico Pisani (“Il busto argenteo di San Bruno. Aspetti storico-artistici”), oltre ad un’intervento del Padre Priore Dom Ignazio Iannizzotto, ed alcune considerazioni del dott. Antonio Adduci, responsabile del restauro del Busto argenteo.

I video che seguiranno offertici dalla redazione degli amici di “On the News”, a cui vanno i miei ringraziamenti, ci consentiranno di partecipare da remoto a questa splendida iniziativa.

Circa le potenti immagini un grazie particolare all’amico Raffaele Timpano, che come sempre ci offre delle fotografie stupende.

La Grangia di Cadossa

Grangia cadossa

Ritorno in questo articolo a parlarvi di una antica grangia certosina. Questa volta vi farò conoscere la Grangia di Cadossa appartenuta alla certosa di Padula.

L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa era un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Alla fine del XII secolo visse in questo monastero Cono da Diano.

Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta.

Verso il 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo. Fu così, che con bolla di Papa Leone X del 17 novembre 1514, Cadossa fu incorporata alla Certosa di Padula.

Nel 1519 Giovanni di Gesualdo rinunziò anche ai diritti che si era riservato nella precedente cessione e il monastero cadossano fu trasformato definitivamente in “grangia” certosina.
Il cenobio certosino, in questo modo, acquisì anche la prerogativa di“Sedes nullius” spettante al monastero benedettino.
La badia, all’epoca dell’annessione alla certosa, versava in stato di avanzato degrado: il fabbricato era devastato in più parti e la chiesa minacciava di andare in rovina per vetustà ed abbandono.
I certosini si attivarono immediatamente per il recupero degli edifici, cominciando dalla chiesa. Ne fu costruita una nuova nel 1578. Il Priore chiese ed ottenne dal Papa Gregorio XIII di trasferire il culto dalla vecchia chiesa a quella nuova e di trasformare la prima in abitazione per i religiosi addetti alla “grangia”.
La concessione pontificia, però, fece obbligo di trasportare nella nuova chiesa le cose sacre e le ossa di chi era stato sepolto in quella antica.
Essa, esternamente, ha conservato il suo aspetto originario; all’interno, i muri che una volta erano lisci e uniformi, si presentano ora carichi di stucchi sovrapposti nel periodo barocco. Sull’altare maggiore si eleva, addossato al muro di fondo, il quadro della Vergine Assunta, da sempre titolare della chiesa.
“Ex novo” fu costruita anche la parte centrale della facciata principale. In essa si apre il bel portale d’ingresso che immette nel cortile, in fondo al quale si ammira una fontana che richiama quelle esistenti nella Certosa.
La “grangia” era retta dal padre procuratore e da alcuni conversi e laici che mantenevano la chiesa aperta al culto. Il Priore vi si recava il 15 agosto di ogni anno per celebrarvi solenne Pontificale in onore di S. Maria Assunta. Parimenti ogni anno vi si portava la comunità monastica per lo “spaziamento”, gita annuale della durata di un’intera giornata accordata a tutti i monaci.
La Badia dal 1514 seguì le sorti della certosa di Padula: soppressa una prima volta durante il decennio di dominazione francese, fu riaperta e ridata ai legittimi proprietari nel 1818. Ma nel 1866 le leggi eversive piemontesi ne decisero la seconda e definitiva soppressione.
Acquistata nel 1869 dai Baroni Gerbasio di Montesano, venne adibita ad abitazione dei coloni della vasta tenuta, a depositi di derrate ed a stalle.

Dalle immagini che seguono, potrete osservare le tracce indelebili della presenza certosina in questo luogo.

A Pleterije una visita speciale

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La certosa di Pleterje dall’alto

L’articolo di oggi è un breve reportage su una visita ricevuta dalla comunità certosina di Pleterije. La scorsa domenica 7 novembre, il Vescovo di Novo Mesto Andrej Saje, in carica dal 30 giugno scorso, nel corso di un suo tour ha raggiunto la certosa di Pleterije, dove dopo aver officiato la Santa Messa, ha voluto avere un incontro con i monaci. Nel breve colloquio ha ringraziato tutti per il loro impegno spirituale, che associato alla preghiera ed alla penitenza, seppur nel nascondimento della clausura danno un sostegno alla Chiesa locale ed universale. La visita si è conclusa con una foto ricordo di gruppo.

Le immagini che seguono ci testimoniano questo caloroso incontro.

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La certosa di Trisulti riapre!

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Carissimi amici, sono lieto di annunciarvi la riapertura della certosa di Trisulti.

Ma facciamo una premessa, la certosa fu abbandonata dai certosini nel 1947, e da quella data fu affidata ai monaci cistercensi della Congregazione di Casamari. Questi fino al 2015 facevano da custodi al complesso monastico prezioso scrigno di tesori architettonici, artistici, storici e religiosi. Ma a causa della penuria di monaci cistercensi, gli ultimi che la abitarono erano ormai vecchi e malati, se ne dispose la chiusura. Dopo varie traversie, nel 2018 fu affidata alla associazione “Dignitatis Humanae Institute”, la quale avrebbe dovuto gestirla per 19 anni con l’intenzione di aprire, nell’antico monastero, una scuola sovranista. Da quel momento, tante sono state le polemiche e le inchieste giornalistiche che hanno rivendicato la certosa come bene comune, al punto che lo scorso 15 marzo è stata revocato l’affidamento, e la certosa è stata riconsegnata il 26 luglio ad una società della Regione Lazio che in soli tre mesi con il sostegno del Ministero della Cultura, proprietario della struttura ha predisposto la riapertura del sito. Dopo i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria che hanno interessato la struttura nei mesi estivi, infatti, il Ministero della Cultura e la Regione Lazio, hanno presentato il nuovo corso della gestione del bene, definendone anche le modalità di fruizione.

Ciò detto, lo scorso 8 novembre, è stata annunciata dalle autorità presenti, su tutti il Ministro della Cultura ed il presidente della Regione Lazio, la riapertura ufficiale. Inoltre, è stato ribadito che l’ingresso alla certosa sarà libero e gratuito per tutti i giorni della settimana e si potranno tornare a visitare tutti gli ambienti monastici, ovvero l’antica farmacia ed i suoi splendidi giardini, la piazzetta con il belvedere panoramico, la Chiesa, il grande chiostro rettangolare su cui si affacciano le antiche celle dei monaci, il monumentale refettorio interno, e la peschiera.

Di notevole valore la Biblioteca Statale monumentale, che è dislocata nel Palazzo di Innocenzo III e nel Palazzo della Meridiana, e che conta circa 36mila volumi storici e 5mila pergamene, consultabili da tutti coloro interessati ai testi per motivi di ricerca e studio.

In seguito, invece, verranno resi visitabili anche il piccolo chiostro ed il cimitero dei monaci, nonchè la sala capitolare con i suoi dipinti murali e gli altari realizzati alle fine del ‘700, ambienti questi appena restaurati. Un’altra splendida notizia è che con la riapertura della certosa, riprenderanno nella chiesa dedicata a San Bartolomeo, le funzioni religiose (solo nei giorni festivi), restituendo così il ruolo di luogo di culto tanto sentito dal territorio e dalla comunità locale. La Santa Messa verrà celebrata quindi la domenica alle ore 11.

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Apprendo e diffondo con voi, questa lieta notizia, finalmente dopo tante traversie la splendida Certosa di Trisulti ritorna ad essere un luogo che potrà essere ammirato da tanti turisti che vorranno apprezzarne le bellezze artistiche ed assaporare le tracce della quiete monastica e della spiritualità che questo sito emana.

A seguire un video con gli interventi degli intervenuti.

Dal Giappone una originale richiesta

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L’articolo odierno trae spunto da una e mail ricevuta dal Giappone, in essa un lettore del blog mi chiede informazione circa un liquore da lui bevuto ed acquistato in Italia tanti anni fa! In allegato alla missiva vi erano delle fotografie che hanno chiarito di cosa esattamente si trattasse. Ho dunque deciso di spiegare a lui ed a tutti voi la storia e l’origine di quella bottiglia da lui posseduta.

Trattasi dell’Amaretto, prodotto nella certosa di Farneta.

Ma da quando e fino a quando ciò avveniva?

Agli inizi degli anni Settanta fu impiantata l’attività di distilleria, utilizzando alcune ricette provenienti dalla vicina Certosa del Galluzzo di Firenze. Furono così prodotti diversi tipi di liquore, tra cui ricordiamo il Gran Liquore Certosa Verde, con 15 qualità di erbe, 5 tipi di scorze di agrumi, 45° C; il Gran Liquore Certosa Giallo, 300 C, digestivo con essenze di agrumi ed erbe aromatiche; la China, l’Amaro Certosino, il Nocino, l’Elisir di Caffè, e l’Amaretto del nostro amico nipponico, il Rhum, l’Alchermes e l’Elisir della Salute, realizzato secondo un’antica formula, con resine naturali ricavate da conifere e con 16 qualità di erbe tonico-digestive, lasciate in infusione nell’alcol a cui erano aggiunte le resine (48°C).

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Purtroppo, alla fine degli anni novanta, nuove normative in materia di igiene e di sicurezza degli impianti, che avrebbero costretto i religiosi a profonde e costose modifiche delle attrezzature, impedirono ai monaci di proseguire tale produzione. «La burocrazia – spiegò il Priore di Farneta – cominciava a richiedere un impegno troppo gravoso. Qui sono sempre stati impiegati metodi artigianali nella lavorazione e ci sarebbe stato difficile adeguarci alla nuova normativa. Ci avrebbe distolto dal nostro compito fondamentale, che è quello di dedicarci alla pregheria. Ora avremo più tempo per questo e ne siamo contenti, così come la casa madre in Francia». Dispiace per coloro che erano fedeli acquirenti dei nostri prodotti, aggiunse il Priore, «Ma quello che era importante era il dosaggio, la giusta miscela tra le erbe. La ricetta è passata nel corso dei decenni da fratello a fratello e che resterà un segreto custodito dalle mura del convento».

La chiusura della distilleria della certosa a Farneta segnò comunque la fine di un’epoca, ringrazio l’amico giapponese che mi ha dato la possibilità di raccontare una antica tradizione scomparsa.

Preziose dunque sono le pochissime bottiglie che ancora sono in circolazione.

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La Certosa di Granada: “Un viaggio nel tempo”

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La Certosa di Granada

“Un viaggio nel tempo”

E’ con immenso piacere, che voglio condividere con voi la gioia di questa recente produzione video sulla certosa di Granada.

Il film diretto dal regista Óscar Parada e dal Produttore Radio Activity, con lo sceneggiatore Ceferino Navarro, curatore della Certosa. Grazie al sublime lavoro dell’intera squadra, lo spettatore sarà coinvolto nella scoperta di questo gioiello del barocco, attraverso lo sguardo di un monaco dal XVI al XVIII secolo, il quale ci trasmetterà la spiritualità di questo luogo pregno di arte, storia ed architettura.

Al fine di conservarne la memoria, e testimoniare il valore artistico di questa certosa monumentale, gioiello del barocco spagnolo, con al suo interno quella che è stata definita la “sagrestia più bella del mondo“, è stato realizzato un prodotto eccellente.

Questo film documentario sulla Certosa di Granada, intitolato “Un viaggio nel tempo” oltre a pubblicizzare questo luogo particolare della città andalusa, ha una finalità lodevole. Difatti, si potrà vedere integralmente su internet all’indirizzo web http://www.granadacristiana.com ad un prezzo di riproduzione simbolico, che sarà investito nell’installazione di un ascensore per accedere al portone principale del monastero, a beneficio soprattutto degli anziani e di chi usa la sedia a rotelle.

Per ingolosirvi vi allego un breve trailer.

Consiglio vivamente a tutti i cartusiafollower di non perdere questa gemma.

Buona visione

Una testimonianza dall’Argentina

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Voglio ringraziare un amico cartusiafollower, che dall’Argentina ha voluto inviarmi un testo sulla sua esperienza fatta in certosa, è mio piacere proporre il suo scritto a tutti voi.

Cari amici amanti della certosa,

tra quelli di noi che ammirano l’Ordine certosino, molti di noi hanno avuto l’onore e il privilegio di aver vissuto per alcuni giorni in uno dei suoi monasteri. Dopo aver fatto diversi ritiri nella Cartuja San José, in Argentina, scrivo questa lettera per poter condividere questo dono con coloro che non hanno potuto stare in una Cartuja. Ci sono tre citazioni bibliche che mi vengono in mente quando penso alla mia esperienza. La  prima è Lc 4,1-2: «Gesù, pieno di Spirito Santo, tornò dal Giordano e per quaranta giorni fu condotto dallo Spirito nel deserto (…)». Come è noto, salvo poche eccezioni, si può andare a fare un ritiro alla Cartuja solo se si aspira ad abbracciare quel modo di vivere. Per 16 anni sono stato un’aspirante “cronico”, per vari motivi a volte sentivo di avere quella vocazione ed a volte no. E in quei 16 anni ho fatto diversi ritiri, 8 in totale, di circa 5 giorni ciascuno. Il che assomma ad un totale di circa 40 giorni. Forse ne erano di più, ma mi piace pensare che fossero 40; Mi aiuta a capire che non è stato un caso che ci sono andato, non è stato un errore nella mia storia personale. Ci sono andato per la prima volta quando avevo 17 anni, gennaio 2000, per una visita che è durata poche ore. Sapevo che dovevano passare almeno 4 anni per entrare per due motivi: i minori di 21 anni non sono accettati e ci sono voluti almeno 4 anni prima che il monastero fosse terminato. I 4 monaci fondatori vivevano in una mini-certosa provvisoria (ora si chiama “Casa San Bruno” e ha alcune dipendenze dei frati). Il luogo in cui ora sorge il monastero era a quel tempo solo terra rimossa ed alcune fondamenta. È così che mi sentivo anch’io, come qualcuno in costruzione. In quei 4 anni sono cresciuto con il monastero. Ho fatto 3 ritiri nel 2001, 2002 e 2003. Ma prima che il monastero fosse finito e prima di compiere 21 anni, molti dubbi mi hanno portato a rimandare il mio ingresso a tempo indeterminato. Invitato dal Padre Rettore (non c’era il priore allora) ho visitato nuovamente la Certosa nel 2006 e 2007, ma non come aspirante. Infatti non ho occupato le celle dei monaci, ho soggiornato nella locanda. Sono stati due ritiri molto certosini, ma ho seguito il mio ritmo e il mio programma. E poi ho smesso di andare. Nel 2011 ho attraversato di nuovo la Certosa quando con la mia famiglia siamo andati a vedere il rally di Dakar a Córdoba. Questa volta sono potuto andare con mia madre e due fratelli. Erano scioccati. Uno dei miei fratelli in realtà è ateo e un po’ anticlericale, ma anche oggi, quando si parla della Certosa, dice sempre che “sono qualcosa di diverso”. Anche quella visita mi ha colpito in modo speciale. Stavano per ricevermi, ed io mi sentivo più maturo. Dopo avermi ricevuto, nel gennaio 2013 ho deciso di fare un altro ritiro ed entrare. Sarebbe stato il mio sesto ritiro in Certosa, ma per la prima volta lo avrei fatto nella cella di un monaco, più precisamente nella cella di un padre. In quel ritiro, il maestro dei novizi ed io ci accordammo per una data di ingresso come postulante per luglio di quell’anno, perché avevo dei debiti da pagare. Ma ad aprile un evento doloroso nella mia famiglia e che ha coinvolto la chiesa (di cui preferisco non approfondire) ha fatto sì che la mia presenza all’esterno continuasse ad essere importante. E ancora una volta ho rimandato il mio ingresso. Questo doloroso evento di cui parlavo era un prima e un dopo nella religiosità della mia famiglia. Era una crisi. Ha colpito anche me. Ho avuto una profonda depressione e ho anche iniziato a prendere droghe. E una volta che le nuvole hanno cominciato ad aprirsi dopo la tempesta, qualche anno dopo, ho fatto i miei ultimi due ritiri spirituali nella Certosa, nel 2015 e nel 2016. Ho occupato le celle dei fratelli. E nel 2016 ho visto che quello non era il mio posto, infatti sono partito qualche giorno prima del previsto. O forse è il mio posto, ma personalmente non ero al meglio. Cinque anni fa sono stato in quella terra sacra per l’ultima volta, e credo che non sia mai passato così tanto tempo tra una visita e l’altra da quando ci sono andato per la prima volta. In questi 5 anni il contatto con i monaci è diminuito. Ricordo che nei primi anni ogni volta che li chiamavo al telefono mi rispondevano e potevo parlare con loro. Ora la mia comunicazione con loro è una e-mail ogni tanto con il padre maestro dei novizi, l’unico con cui continuo a essere in contatto. Visite come quelle che ho fatto nel 2006 e nel 2007 sono ormai impensabili. Così come sono molto diverso da quell’adolescente di 17 anni che ero alla mia prima visita, anche la Cartuja San José non è la stessa. Maturò anche, si assestò, e di conseguenza chiuse anche di più il recinto per somigliare all’ideale che aveva San Bruno quando fondò a Chartreuse ed in Calabria. Ecco perché il contatto è diminuito. Stanno pregando. A volte viene in mente l’idea di chiedere un’altra esperienza, ma a questo punto entrare sarebbe più difficile. Ho un lavoro stabile a cui dovrei rinunciare se volessi entrare, e se non funzionassi come certosino dovrei ricominciare da capo in un mondo in cui trovare lavoro è sempre più difficile, soprattutto per qualcuno vicino ai 40 anni. E’ la mia famiglia, che nella mia lontana adolescenza ho visto con occhi così buoni che mi consacro come religioso, in questo momento non lo vedrei lo stesso. Senza contare che la famiglia è cresciuta e ora ho dei nipoti. Ma anche se non fossi entrato, la certosa mi era rimasta impressa. Il che mi porta alla seconda delle 3 citazioni bibliche: “Se ti dimentico, o Gerusalemme…” (Salmo 137). Nessuno che ci sia stato se ne va senza aver imparato qualcosa. Tutti noi che passiamo e partiamo portiamo con noi un po’ di Certosino. Nel mio caso è stato distaccare la mia fede dai segni sensibili. Lì ho capito che Dio c’è ma noi non lo vediamo, ci ascolta anche se non parliamo e parla in silenzio. L’ho scoperto soprattutto nel silenzio della cella. Ho anche un’esperienza liturgica molto ricca con me. La Messa in rito certosino, così semplice e con tanti silenzi, con quell’equilibrato accostamento di latino e volgare, e il Mattutino e le Lodi a mezzanotte erano una vera scuola di preghiera. Non dimenticherò mai la Cartuja. È in me come la Terra Promessa era nel cuore di Mosè. E questo mi porta alla terza citazione biblica, che è Dt 34,4. Sento che a me, come Mosè, Dio mi dice: “Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non ci entrerai”.

un ex aspirante certosino

Ricognizione delle Reliquie del Busto di San Bruno.

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Carissimi amici lettori di Cartusialover e devoti di San Bruno, ecco per voi un documento video davvero eccezionale, oserei dire la testimonianza di un momento storico. E’ con grande emozione che, condivido con voi tutti il video ed alcune foto realizzate dall’amico Bruno Tripodi, il quale ci aveva già regalato immagini del primo atto del restauro del busto reliquiario, del quale vi avevo relazionato in un articolo dello scorso otto ottobre.

In occasione del restauro del busto reliquiario di San Bruno eseguito dal Dottor Antonio Adducci, opera del 1516, realizzata a Napoli, lo scorso 18 ottobre 2021, alla presenza del Priore Dom Ignazio Iannizzotto ed alla comunità certosina, visibilmente emozionata, si è proceduto all’apertura del busto argenteo, alla ricognizione ed al prelievo della reliquia del Santo Patriarca San Bruno.

Assisteremo alle varie fasi del sistema di accesso alla reliquia, che ha inizio con l’apertura dello sportello sottostante mediante apposita chiave, dal quale si accede per poter raggiungere tre perni che tengono unita la testa al tronco. Una volta svitate queste tenute si può separare il volto dal cappuccio ed accedere così alla reliquia.

Per gentile concessione della Certosa pubblichiamo questo video di Bruno Tripodi, al fine di rendere fruibile un documento di rara importanza per la comunità tutta.

Buona visione

Grazie Bruno Tripodi, che ci hai regalato queste immagini molto emozionanti!

E soprattutto GRAZIE alla espressa volontà del padre Priore Priore della Certosa calabrese Dom Ignazio Iannizzotto, per cui è stato possibile documentare l’apertura del busto argenteo che custodisce i resti del fondatore dell’Ordine. Ecco per voi il video e le foto, mentre per l’approfondimento storico sulle reliquie vi rimando all’articolo degli amici de “Il Vizzaro”.

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Prosegue il focus sulla certosa di Pleterje, tratto dalla celeberrima rivista “National Geographic“, a cui vanno i miei ringraziamenti.

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E qual è la vita di un monaco che, secondo le regole dell’ordine del monastero, non parla per nessun motivo particolare e non gode altro che cibarsi di pesce, ed i cui parenti possono visitare per un massimo di due giorni all’anno e non guarda la televisione , non dispone di telefono o accesso a Internet?

L’orario cambia leggermente, a seconda delle stagioni e delle festività religiose, ma non ci sono grandi differenze tra i giorni. La notte dura dalle sei di sera alle sei del mattino, ma i certosini si alzano alle undici di sera e pregano. Prima in cella, poi ognuno di loro va in chiesa in silenzio. Qui cantano salmi e inni e ascoltano brani della Bibbia letti da uno dei fratelli. Questo di solito richiede molto tempo. Le Regole dicono: “Durante la veglia notturna, il nostro culto è, come al solito, piuttosto esteso, ma giudiziosamente misurato”. Tornano nelle loro celle verso le due del mattino, ma si rimettono in piedi prima delle sei. Segue la preghiera del mattino in cella, alle sette c’è la messa comune in chiesa. Poi i padri, questi sono i fratelli del monastero che sono anche sacerdoti, hanno ciascuno una messa in una delle tante piccole cappelle costruite per questo scopo. Segue il ritorno in cella, la preghiera, lo studio o la lettura della letteratura spirituale. Alle undici, pranzano in cella con il cibo servito dallo sportellino della cella. Nel pomeriggio si dedicano al lavoro nel loro laboratorio. Lavorano con il legno, scolpiscono o intagliano, fanno i fabbri o fanno qualcosa di simile. Anche in questo momento non si rinuncia alle preghiere, poiché le Regole dicono che è giusto «ricorrere sempre a brevi orazioni e sospiri durante il lavoro».

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Dal laboratorio possono entrare nel giardino che ognuno dei padri ha per sé e coltivarvi fiori o ortaggi. Nel pomeriggio si riuniscono di nuovo in chiesa, vi recitano una preghiera serale comune, quindi tornano in cella, cenano, pregano di nuovo e si sdraiano per riposare. La domenica la giornata è diversa. Quindi pranzano insieme, durante il quale ascoltano la parola di Dio, seguita da un intrattenimento condiviso. Il lunedì pomeriggio fanno una passeggiata per la zona, camminando a coppie che si alternano in modo che tutti possano parlare tra loro. Altrimenti i certosini parlano solo quanto è assolutamente necessario.

Una volta alla settimana, i membri della comunità monastica fanno una passeggiata intorno alla vicina Certosa. Quindi non sono vincolati dalle solite regole del silenzio. Camminano in coppia, a turno in modo che tutti possano parlare tra loro.

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Date le rigide regole dell’ordine, sorge la domanda sul numero di coloro che sono interessati ad entrarvi e di coloro che vi si impegnano concretamente. «Facevo statistiche, e se non ricordo male ci hanno scritto circa 50 persone in un anno, dieci di loro sono venute a trovarci per qualche giorno», racconta il priore, che è anche maestro, incaricato di educare i nuovi arrivati. “Ma se uno di quelli che vengono rimane, va bene. Durante il noviziato, il periodo di prova di due anni, può partire in qualsiasi momento. Poi fa un voto per tre anni, poi per altri due e solo allora seguono i voti eterni. A meno che, ovviamente, non cambi idea in anticipo.

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L’ordine certosino è composto da sacerdoti, membri dell’ordine che sono anche sacerdoti e fratelli laici; dedicano parte della giornata al lavoro per consentire alla comunità di sopravvivere. Le norme per l’ammissione all’Ordine, che di norma non ammettono nelle loro file le persone di età inferiore ai 20 anni e quelle di età superiore ai 45 anni, stabiliscono che il candidato sacerdote deve avere un’audizione adeguata. I certosini cantano molto durante i riti; sono caratterizzati dal canto gregoriano, canto liturgico medievale unanime. Hanno mai rifiutato qualcuno per mancanza di udito? “Consideriamo diversi fattori in un candidato sacerdote, non solo uno”, afferma padre Frančišek. “Se giudichiamo che non è in grado di completare gli studi teologici, e se non ascolta, gli consigliamo di scegliere la strada del fratello laico. Rifiutare qualcuno solo per mancanza di udito, non ricordo. Essendo un esperto di musica, ho insegnato anche ai ragazzi a cantare, «Perché i candidati al padre devono fare studi teologici, chiedo. Non si tratta di acquisire le conoscenze necessarie per il lavoro pastorale? «È vero, i certosini non hanno un ruolo pastorale esterno. Il nostro studio teologico è interno e si svolge qui, ogni fratello studia nella propria cella. Una volta al mese vengono da noi docenti della Facoltà di Teologia di Lubiana, e alla fine del semestre c’è un esame. I Padri devono imparare bene la teologia, poiché utilizzata da soli nella loro cappella e la domenica, quando abbiamo una messa comune e ci alterniamo. È quindi importante che comprendano tutto il segreto che significa Messa. Il Padre deve anche confessare e guidare spiritualmente gli altri nella comunità. È una grande responsabilità, quindi dobbiamo essere ben istruiti teologicamente”.

Il monastero ha una ricca biblioteca dove i monaci possono prendere in prestito libri per la lettura e lo studio personali. Coloro che desiderano diventare padri devono sottoporsi a uno studio interno di teologia.

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I PRIMI DECENNI

La Certosa di Pleterje fu fondata nel 1407 dal conte Herman II di Celje. (ca. 1361-1435), sotto il quale la famiglia Celje raggiunse il suo apice, e la costruzione iniziò quattro anni prima. dopo la formazione del monastero certosino, i certosini di Pleterje, ricevettero molti doni sotto forma di terre e rendite, se ne beneficiarono. Ma subito dopo il declino della famiglia Celje, iniziato nel 1456 con l’assassinio di Ulrich II, l’ultimo discendente maschio della famiglia, la situazione iniziò a deteriorarsi. Nel 1471 Pleterje fu prima devastata dai Turchi, quindi il monastero fu ricostruito come fortezza. La riduzione del reddito materiale e l’impegno dei fratelli per i valori spirituali dell’ordine furono in seguito influenzati dal protestantesimo, dalle rivolte contadine e dall’insediamento degli Uskok, che non erano favorevoli alla religione.

Così, poco dopo la metà del XVI secolo, la Certosa rimase priva dei suoi abitanti originari e nel 1595 fu rilevata dai Gesuiti di Lubiana. Hanno cambiato completamente il loro aspetto: le case monastiche sono state demolite, il campanile è stato aggiunto alla chiesa e il suo interno è stato riorganizzato. Quando il Papa sciolse l’ordine dei Gesuiti nel 1773, la Certosa di Pleterje divenne proprietà dello Stato e nel 1839 divenne privata. Nel 1899 i certosini lo riacquistarono dagli allora proprietari, la famiglia ungherese Bors de Borsod. I nuovi-vecchi proprietari, venuti dalla Francia, da dove furono espulsi dalle autorità, sono intervenuti a fondo negli edifici. Fatta eccezione per la vecchia chiesa gotica del XV secolo e alcuni edifici circostanti, tutto il resto è stato demolito. “Dalla Francia, molte attrezzature sono state trasportate in treno da due certosini e l’interno di una nuova chiesa, cappelle, celle monastiche hanno avuto le relative dotazioni”, ha affermato il priore. quando mi raccontò della storia recente del monastero. La stima che l’attrezzatura della cella che mi ha mostrato avesse almeno cento anni non era chiaramente sbagliata.

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Kartuzija Pleterje, Drca 1 Sentjernej, Slovenia, EU Photo Credit: Tamino Petelinsek/ 2019-2020

Focus Pleterje

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Cari amici, oggi voglio riportarvi un’articolo pubblicato lo scorso aprile dalla celeberrima rivista “National Geographic” versione edita in Slovenia, poichè vi è un interessantissimo approfondimento sulla certosa di Pleterje, che di sicuro sarà di vostro gradimento.

Ho tradotto per voi il testo originale di questo magnifico reportage, arricchito da preziosi immagini, e che vi proporrò in due articoli.

Il priore, un uomo alto e snello con un cappotto luminoso, mi ricevette gentilmente. Sono riuscito a capirlo nonostante la mascherina che indossavamo entrambi a causa del coronavirus. Anche se faceva freddo – c’erano pochi gradi sotto lo zero quel giorno di gennaio, e c’era neve nei campi, nei frutteti e nelle foreste circostanti – indossava solo spessi calzini di lana e sandali. Non sembrava temere il raffreddore.

Prima lascia che ti mostri un po’ la nostra casa”, disse dopo le formalità iniziali. Il suo sloveno era buono, e l’accento di alcune parole suonava insolito. Quando ha detto poco dopo che il monastero è un labirinto in cui non è difficile perdersi, ho potuto solo annuire: la Certosa di Pleterje è davvero un intreccio di corridoi, celle monastiche e stanze utilizzate per vari scopi. Mi ha mostrato alcuni degli ambienti più importanti. Ma non tutti, e – a dire il vero – dei monaci che vi abitavano, ne ho visto uno solo che aiutava il cuoco a preparare il pranzo. I certosini, come ho scoperto nel momento in cui mi accingevo a visitare, sono persone che hanno dedicato la loro vita con tutta serietà alla solitudine, al silenzio, alla contemplazione, alla preghiera. Ed è qualcosa che vale la pena rispettare. “Erano estremamente importanti per il trasferimento di conoscenze antiche, un po’ dimenticate all’inizio del Medioevo, nel nuovo secolo”, spiega lo storico Tadej Trnovšek, curatore senior del Museo del cristianesimo in Slovenia, con sede nel monastero di Stična .

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Il loro stile di vita include elementi ermetici, desertici, quindi le loro comunità avevano un massimo di poche decine di membri, e di regola meno di 30. I certosini dedicano la loro vita a Dio in solitudine. La cella o casa con giardino è la loro residenza e spazio di lavoro”. Le Regole dei Certosini, che misurano la loro vita, affermano: “La gioia e lo scopo speciale della nostra professione è vivere nella solitudine e nel silenzio della cella. /…Qui il cielo incontra la terra, il divino con l’umano”. Nonostante la clausola prescritta, i certosini vivono a contatto con la natura. Questo li aiuta, come si dice, a scoprire la bellezza della realtà senza l’anestesia delle impressioni artificiali.

Padre Francis, priore di Pleterje, mi ha aperto la porta di una cella. L’ho seguito al piano terra, un piccolo spazio con vari attrezzi per la lavorazione del legno. Da qui la porta conduceva a un frutteto di ciliegi e alle scale di sopra, in un minuscolo corridoio e da lì in una stanzetta. Questa, ha detto, è una camera da letto, una sala da pranzo, una sala di preghiera e uno spazio di studio allo stesso tempo. Nel mezzo c’era una semplice vecchia stufa a legna. L’attrezzatura era di legno e, secondo la mia ignorante stima, probabilmente aveva almeno un secolo. Inoltre, c’era un piccolo bagno con un aspetto più moderno. Tutto sembrava modesto e ordinato, ma sembrava che nessuno vivesse qui da molto tempo. “Prima della seconda guerra mondiale, in casa nostra c’erano circa 70 fratelli, oggi siamo 14, dieci padri e quattro fratelli laici.

Ecco perché alcune celle sono vuote.” Pleterje è l’unico monastero ancora funzionante dell’ordine monastico certosino sul territorio della Slovenia. La Certosa fu costruita all’inizio del XV secolo, molto più tardi degli altri tre – a Žiče, Jurklošter e Bistra. La Certosa di Žiče, in particolare merita qualche parola. “Fu costruito nel 1160 ed è il più antico monastero certosino dell’Europa centrale”, spiega Trnovšek. “Nel tempo è diventato molto importante. A cavallo tra il XIV e il XV secolo, al tempo dello scisma d’Occidente, quando la Chiesa cattolica aveva due papi, uno a Roma e uno ad Avignone, Žiče fu anche sede del priore generale dell’obbedienza romana dei Certosini ordine. ” Ciò significa che ebbero un ruolo di primo piano tra i certosini, che rimasero fedeli a Roma durante lo scisma della chiesa.

PLETER CARTUSIA , che ha avuto origine in questo periodo spiritualmente turbolento, è stata fondata su iniziativa del conte Herman II di Celje. (ca. 1361–1435), sotto la quale la famiglia Celje raggiunse il suo apice. Ermanno II, la cui vita non era esattamente immacolata, credeva nel potere della preghiera già per la vita, e specialmente dopo la morte. I certosini, che in quel tempo avevano una grande reputazione tra il popolo, gli sembravano i più adatti a questo scopo. Nel 1407, quando il monastero in un luogo remoto sotto Gorjanci era probabilmente già adatto alla vita religiosa, emanò uno statuto e la costruzione iniziò quattro anni prima. La chiesa successiva fu consacrata nel 1420 dal vescovo Herman di Freising.

Questo non era altro che il figlio illegittimo del fondatore, noto anche come Herman Kilavi. Ermanno II la sua vita finì a Bratislava e le sue spoglie furono successivamente trasferite a Pleterje. La sepoltura dei dignitari nei Certosini, dove erano sepolti solo i membri dell’ordine, non era consuetudine, e fu fatta un’eccezione dai fondatori e in alcuni altri rari casi. Quando padre Francis ed io ci siamo guardati intorno alla Certosa, siamo andati anche al cimitero. Non c’era nulla sulle semplici croci di legno che indicasse quali corpi avessero trovato la pace eterna lì.

“I nostri nomi non sono importanti”, ha detto semplicemente il priore, “è importante Dio a cui dedichiamo la nostra vita”.

Ma più tardi, mentre ci sedevamo per parlare, gli chiesi come fosse diventato certosino, membro dell’ordine monastico più rigoroso della Chiesa cattolica romana. “Mi sono interessato al monachesimo al liceo quando ho letto della vita di S. Francesco d’Assisi e altri santi. Quando ho finito i miei studi di violino all’Accademia di musica di Budapest, io e un amico, che era anche interessato alla vita monastica, abbiamo scritto a Pleterje e siamo venuti a trovarci per alcuni giorni. È stato amore a prima vista”, padre Frančišek mi spiega con un sorriso il suo viaggio, spiegandomi da dove provenisse il suo insolito accento. “Tuttavia, non volevo lasciare l’Ungheria, quindi sono entrato prima in un seminario teologico. Dopo un anno, ho deciso di venire a Pleterje nel 1995. ” Dice che l’allora priore, il defunto padre Lanuin Fischer, era un “vecchio molto gentile”.

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Quando gli è stato chiesto dove ha imparato così bene lo sloveno, risponde: “Qui, a Pleterje, mi è stato insegnato da padre Stanislav, uno dei due sloveni. Siamo una comunità internazionale molto variegata. Ci sono anche croati, tedeschi, ungheresi, un polacco, uno svizzero e un americano… Se un certosino ha un certosino in patria, allora in linea di principio vi risiede. Tuttavia, siamo l’unico monastero certosino funzionante in questa parte d’Europa, quindi di solito vengono qui da questa zona. Di norma, tutti devono imparare lo sloveno. Se qualcuno non riesce completamente, allora la nostra comunicazione avviene in un misto di lingue. Solo per essere d’accordo l’un l’altro.

Continua…