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Il silenzio…non solo assenza di rumori

Forza silenzio 6

 

Cari amici lettori, ad ottobre dello scorso anno fui lieto di annunciarvi l’uscita del libro “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”, del cardinale Robert Sarah. Un testo davvero edificante, che vi ho consigliato di acquistare per leggere e meditare. Ebbene, da oggi per coloro che non lo avessero ancora letto, offrirò qualche stralcio del capitolo quinto, ovvero quello dedicato ai monaci certosini. Intitolato ”Come un grido nel deserto”, questo capitolo contiene una ” preziosa conversazione” con Dom Dysmas de Lassus, il Priore Generale dell’Ordine dei Certosini. Oggi vi propongo una prima interpretazione del concetto di silenzio data da Dom Dysmas.

” Per gli uomini il silenzio consiste semplicemente nell’assenza di rumori e di parole: ma la realtà è molto più complessa.
Il silenzio di una coppia che cena in solitudine può esprimere la profondità di una comunione che non necessita parole; oppure può essere che entrambi siano incapaci di parlarsi. Il primo, è un silenzio di comunione mentre il secondo è un silenzio di rottura. Queste due opposte manifestazioni contengono un messaggio molto chiaro; il primo dice: ti amo, il secondo: il nostro amore si è concluso
Come si trasmette questo messaggio? Attraverso l’osservazione dei gesti e del cuore. Nel primo caso uno sguardo d’amore, nel secondo con lo sguardo abbassato. Uno esprime il desiderio di un incontro più profondo, nell’altro il fallimento del rapporto.
E’ evidente di quello che vogliamo parlare in questo libro è del silenzio di comunione e della ricchezza che comporta.
Nonostante anche all’interno di questo silenzio è ampia la differenza. L’uomo può tacere per ascoltare e per ricevere tutto ciò che contiene il silenzio dell’altro. Può tacere per esprimere in altro modo ciò che non appartiene al linguaggio delle parole, o perchè la realtà che ha difronte è troppo grande per poter essere capace di dire qualcosa.
Non esiste forse un dialogo silenzioso tra una madre ed il bambino che porta in gembo?
A volte lei gli parla, magari gli ha già dato un nome però solitamente si limita a sentirlo. Ricordo che durante la visita anuale della mia famiglia al monastero, mia sorella era incinta; improvvisamente, durante una conversazione, sorrise fragorosamente. Siccome il contenuto della discussione non contemplava il sorridere, le domandai: “Irene, ma perchè sorridi?”. Lei mi rispose: “Si muove!”. Non c’era bisogno di domandarle chi si muoveva.
Mi piace molto questa immagine della donna incinta, perchè esprime molto bene il tema della interiorità. Non c’è bisogno di parole: quel chi sta lì e basta. Quando questo chi è Dio, si tratta della preghiera, perchè l’adorazione ed il silenzio sono fratelli.” (capitolo V pag, 240)

Parole di una profondità unica, espresse con una semplicità imbarazzante. Emozionanti e deliziosi esempi fornitici per poter meditare. Al prossimo estratto….

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Dal recente congresso di Ittingen

locandina congresso Ittingen

Cari lettori di questo blog, nello scorso mese di luglio, esattamente dal 13 al 16, si è svolto un congresso internazionale sulla cultura del libro per i certosini. L’evento si è svolto nel Museo della certosa di Ittingen in Svizzera. Tra i relatori provenienti da tutta Europa, ha partecipato un mio personale amico, Corrado Lampe, il quale ha voluto inviarmi il suo interessantissimo intervento, che inserirò in questo articolo insieme ad un video della sua relazione. Il tema trattato dall’amico Corrado riguarda la “mia” certosa, difatti é concernente alle due biblioteche della certosa di san Martino a Napoli.

Con amore e dedizione, la sua ricerca è sfociata in questa minuziosa relazione. Nel ringraziarlo, vi lascio al video ed al testo.

Le due biblioteche della Certosa di San Martino a Napoli

(Congresso Internazionale sulle Biblioteche Certosine. Certosa di Ittingen (CH), 13-16 luglio 2017)

È superfluo dire quanto la Certosa di San Martino domini la città di Napoli. È un’immagine stupefacente. La famosa battuta “Vedi Napoli e poi muori”, citata anche da Goethe, la deve aver detta per primo qualcuno in visita alla Certosa, dopo essersi affacciato dal “Belvedere”. Insomma, tutti conoscono la Certosa di San Martino.

Quanti però, viene ora da chiedersi, ne conoscono tutta la storia?

Quando la visitai circa quattro anni addietro, c’ero stato solo una volta da bambino, non solo ho provato grande stupore, ma sono stato preso dalla curiosità per un complesso monumentale tanto straordinario e ne volevo subito scoprire la storia e gli eventi che lo caratterizzarono.

Naturalmente da bibliofilo e bibliomane quale sono, mi aspettavo di trovarvi una grande biblioteca, o almeno quello che ne poteva restare. Nella prima visita che feci non trovai alcun locale riconoscibile come biblioteca. Dopo aver richiesto lumi, mi fu indicato un ambiente nel quarto del Priore. Si vedeva che fosse stato un tempo usato come biblioteca, ma era troppo piccolo per contenere una raccolta di libri degna di tanto monastero.

Sul pavimento della stanza non solo si può ammirare una straordinaria meridiana —secondo gli esperti una delle più precise e complesse esistenti— ma si vedono lungo i bordi del pavimento le impronte lasciate dagli scaffali.

La volta è decorata, mentre manca ogni traccia di decorazione dalla base dei muri perimetrali all’attacco delle volte. Una decorazione sarebbe stata coperta dagli scaffali e dunque superflua. Questo ci fa tra l’altro capire, che gli scaffali già erano in loco prima della quasi completa decorazione delle pareti del quarto del Priore o che la stanza fu pensata e progettata per contenere una raccolta libraria sin dall’inizio.

Che in questa parte del complesso vi fosse stata una biblioteca è dunque indubbio, ma continuavo ad essere convinto che non potesse essere tutta la biblioteca di un monastero tanto ricco e antico.

Iniziai a frequentare assiduamente la Certosa e grazie al favore mostratomi dalla Direttrice del Museo, la dottoressa Rita Pastorelli, ebbi l’onore di iniziare un lavoro di riordino di una gran massa di materiali ceramici recuperati durante i lavori di restauro e ristrutturazione operati sull’edificio nell’arco degli ultimi 30 anni.

Parallelamente iniziai a studiare la storia della Certosa, sempre col pallino della biblioteca in testa. Le fonti a stampa moderne mi confermavano tutte che la biblioteca fosse quella nel quarto del Priore, ma semplicemente non riuscivo a capacitarmene, fino a quando un giorno un addetto del Museo mi parlò dello “scriptorium” del monastero, nel quale si trovavano degli affreschi ancora inediti.

Ormai conoscevo abbastanza certose e certosini, per sapere che in base alla regola dell’ordine non poteva in alcun modo esistere uno scriptorium —inteso come spazio di scrittura collettiva—, dato che i monaci erano tenuti a lavorare in solitudine. Si aggiunga anche il fatto che l’epoca d’oro dei copisti finì alcuni decenni dopo la fondazione della Certosa di Napoli ed il compito dei copisti ben presto passò interamente ai tipografi. Di questa conquista parla ampiamente anche Benedetto Trombi nella sua monumentale opera.

Quando finalmente mi fu possibile entrare in questo supposto “scriptorium”, provai una vera e propria emozione: avevo finalmente trovato la Biblioteca di San Martino, della quale purtroppo restavano solamente mura spoglie ed una volta affrescata con immagini lacerate dal passare del tempo.

Questo ritrovamento fu solamente l’inizio di un difficile lavoro di ricerca in biblioteche ed archivi per ricostruirne la storia, che non stava scritta da nessuna parte. Del locale come già accennato non vi è traccia nella letteratura moderna, ma scavando tra le pagine di opere antiche trovai finalmente nuove notizie.

La prima in un’opera a stampa l’ho trovata nella “Napoli Sacra” di Cesare D’Engenio Caracciolo risalente al 1623: “… et a nostri tempi D. Severo Turbolo Napolitano Prior di molti anni di questo monasterio con grandissima spesa non solo rinovò la Chiesa, riducendola a meglior forma di quel ch’era prima, ma vi fé anche molte belle celle ornate & una principalissima libraria che qui sin da Germania fé recar libri.”

1635 – “Il Forastiero” Di Giulio Cesare Capaccio che a pag. 842, descrivendo l’intera collina di Sant’Elmo ci ricorda: “Ricchissimo di ori & argenti in suppellettili & ornamenti con pitture rarissime tutti di valent’homini e di Gioseppe d’Arpino condotto da D. Severo Turboli Priore del Convento, homo di gran governo, & autorità che procurò anco da Francia una sceltissima libraria.”

1692 – “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” del canonico Carlo Celano, fonte che nessuno storico di Napoli può evitare, il quale nella sesta giornata, pagg. 42 e 44 distingue nettamente tra la Libraria del Priore e la Libraria comune: “Nel lato di questa loggia vi è la Libraria detta del Priore, ricca tutta di libri scelti, e nobilmente ligati. L’armarii son tutti di noce, che rassembra ebano con ogni attenzione lavorati…(p.44) Vi è una bella Libraria di libri antichi, e manoscritti, ma si vede sfiorata, perché molti libri stanno trasportati nelle camere de’ Monaci”.

Con questo passo si chiarisce un primo dato concreto: i libri più preziosi ed antichi si trovavano nella libreria privata del Priore, mentre la massa dei volumi a stampa, ma anche manoscritti, stava alla fine del XVII secolo sparsa tra la grande Biblioteca comune e le singole stanze dei monaci.

Per tutto il ‘700 abbiamo notizie da autori stranieri, i quali si riferiscono esclusivamente alla biblioteca del Priore.

1778 – La famosa guida del Grand Tour, della quale profittò anche Goethe, “Historisch-kritische Nachrichten von Italien” di Johann Jacob Volkmann parla esclusivamente della Biblioteca del Priore e ne scrive in nota a p. 63 del terzo volume: “Die Bibliothek hat schöne griechische Handschriften. Sie ist unter allen neapolitanischen die einzige deren Verzeichniß gedruckt ist: Bibliothecae regalis Carthusianae Sancti Martini Catalogus (…). In dem einen Saal dieser Bibliothek ist 1773 eine merkwürdige Meridianlinie mit vielen dazugehörigen Dingen zu Stande gebracht worden.”

1780 – pubblica le proprie lettere dall’Italia il bibliotecario reale svedese Jacob Jonas Björnfähr, dal quale ci si aspettava qualcosa in più, ma riprende praticamente il testo di Volkmann ed aggiunge solamente: “Hier ist auch eine schöne Sammlung griechischer Handschriften, selbst in Chemie.”

Come è noto, la Certosa fu abolita una prima volta nel 1799 da Re Ferdinando I, col pretesto che i monaci avrebbero simpatizzato con i giacobini e una delle ultime notizie che abbiamo della biblioteca è del 1789, nella “Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor Giuseppe Sigismondo” il quale ci fa sapere che “Si può ben anche osservare la peculiare Libreria che ha nelle sue stanze il Priore, gli armadi della quale furono lavorati da fra Bonaventura Presti Converso dell’Ordine e la volta a chiaro scuro è del Rafaelino.”

Con la soppressione i monaci vengono scacciati e la biblioteca, o meglio, l’intero patrimonio librario della biblioteca del Priore, della biblioteca comune e le bibliotechine dei singoli monaci vengono mischiate e redistribuite —i pezzi più pregiati saranno incorporati nella Biblioteca Reale Farnesiana—, in parte vendute, in parte disperse in modo non sempre ordinato, per non dire caotico.

Per un breve periodo tornerà una biblioteca monastica dei Certosini tra le mura di San Martino, ma sarà composta da volumi provenienti da altri monasteri soppressi e solamente alcuni dei volumi probabilmente un tempo conservati nella biblioteca comune. Alla soppressione definitiva della Certosa nel 1866 anche questi volumi verranno incamerati, smistati, divisi, distribuiti, venduti a librai o dati via come carta straccia. Questo almeno ci fa capire una lettera del Vescovo di Orleans Felix Antoine Philibert Dupanloup indirizzata al Ministro delle Finanze italiano Marco Minghetti nel 1875, relativa alla spogliazione della Chiesa a Roma e in Italia: “Ho veduto a Napoli la celebre Certosa, quel monastero ammirabile che tutta l’Europa ha visitato, su quella bella montagna di rimpetto al Vesuvio e a quello splendido mare. Per lo addietro un religioso affabile e buono accoglieva il viaggiatore, gli offeriva una refezione, gli mostrava con intelligenza il monastero; oggi un ignorante soldato che fa sforzi ridicoli per parlare un cattivo francese vi riceve e vi guida. In luogo della superba biblioteca, levata di là e gettata non si sa dove, si è posto un magazzino di cristalli di Venezia e di maioliche dipinte; ecco un grande progresso per la civiltà!”

Dopo il 1866 nuove raccolte librarie troveranno posto a San Martino, trasformato in Museo Nazionale, ma anche queste non avranno vita tranquilla. Una prima raccolta voluta da Giuseppe Fiorelli di libri relativi alla storia di Napoli, nella quale confluirono in parte libri provenienti dalle soppressioni monastiche, tra i quali pare che vi fossero stati anche alcuni volumi già appartenenti ai Certosini, fu negli anni trenta trasferita alla Biblioteca Nazionale di Napoli, dove è sprofondata nel maremagnum dei fondi librari.

Per volontà di Bruno Molajoli nacque un’altra biblioteca a San Martino, trasferita da qualche anno a questa parte in cima alla fortezza di Sant’Elmo. Restano oggi nei magazzini del Museo pochi volumi di queste due biblioteche che non possono più essere definiti come “biblioteca”.

C’è da segnalare una piccola eccezione di libri appartenenti alla Certosa, mai rimossi da San Martino, rappresentata da 19 grandi antifonari miniati di XV.-XVI. secolo che assieme ad un nucleo di messali a stampa si sono salvati per essere stati anche dopo la soppressione conservati negli armadi della sagrestia, non essendo la chiesa subito sconsacrata e poi inclusi in un’asta del 1866 per vendere suppellettili ritenute superflue che però andò, Deo Gratias, deserta. Oggi si trovano nei magazzini del Museo.

La Certosa di San Martino iniziò assai presto a raccogliere e conservare libri, ben oltre ai volumi, direi d’obbligo, che ogni comunità certosina doveva avere. La più antica acquisizione di testi di varia natura di cui abbiamo notizia risale ai primordi della Certosa, retta dal secondo Priore pro tempore Adamo de Stefano di Aversa.

Benedetto Trombi riporta il relativo paragrafo dal catalogo dei Priori: “Ibidem anno 1339 D. Adam de Aversa ex Familia de Stephano uti colligi videtur ex Instrumentis Archivii, professus huius Domus qui ut in scheda Benefactorum eiusdem Cartusiae legitur: Donavit Monasterio Massariam cum pluribus possessionibus in Casacellari, quasdam Domos in Aversa, et plures etiam libros”

In un’altra versione manoscritta del catalogo, redatto da D. Severo Tranfaglione troviamo l’aggiunta: “… et pulchris emit et fieri fecit anno 1340”. Ma ancora più preciso è Nicolò Toppi, il quale nella sua opera “Biblioteca Napoletana, et apparato a gli huomini illustri” del 1628 dice espressamente, parlando di Adamo de Stephano: “Fè una riguardevole Libraría che fin oggi si conserva & ammira… “

C’è da sperare che gran parte di quei volumi siano ancora conservati alla Nazionale di Napoli o in altre raccolte, ma per averne una lista la più completa possibile ci vorranno ancora diversi anni di ricerche ed assiduo lavoro. Ad ogni modo questo fatto ci induce a pensare, che la biblioteca del Priore sia nata grazie al Priore Adamo de Stephano, per la quale, fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili era sufficiente anche un locale di dimensioni ridotte.

Più volte abbiamo trovato nominato P. D. Severo Turbolo (o Turboli), al quale si deve un rafforzamento dell’efficienza economica della Certosa —Turboli proveniva da una antica famiglia di banchieri—, che rese possibile il programma costosissimo di ampliamento edilizio voluto ed iniziato dallo stesso e poi portato a termine dai suoi successori. Nel quadro di questi lavori venne edificata anche la libreria comune. A decorare la Certosa venne chiamato il gruppo di pittori che ruotava attorno al Cavalier d’Arpino e Belisario Corenzio, al quale vengono solitamente attribuiti anche gli affreschi della ora identificata Libraria Comune, che è di circa 130 mq.

Severo Turboli passò alla Certosa di Pavia prima che venisse completata questa sala, che si trovava esattamente sopra quella del Capitolo e verosimilmente i lavori non furono più portati a termine, per essere ripresi e conclusi nel corso del secondo priorato da lui ricoperto dal 1606 al 1607. In questa seconda fase vengono dipinte le lunette e realizzate le scaffalature. Questo almeno si deduce dai documenti che sino ad oggi è stato possibile reperire tra le tante carte certosine conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli.

Il primo documento, al quale sino ad oggi non era stata data alcuna attenzione per motivi che per il momento mi sfuggono, è la ricevuta di un pittore:

“A di 25 di Gennaro 1608

Io Matthia Meroldi confesso aver’ ricevuto / dal monasterio di San Martino manualmente / in più partite cento cinquantasei docati / quale mellorno pagati abon conto della pittu / ra che ho fatto alla libbraria et altre / pitture per la detta casa sicome si vede / et per segnio dlla verita hofatto la presente / et sotto schritta di propria mano

Io Matthia Meroldi affirmo come di sopra”

Questo artista è noto sino ad oggi per una unica Madonna realizzata per la Chiesa del Rosario di Palazzo. Non sono uno storico dell’arte e non spetta a me entrare in troppi dettagli, ma anche io posso affermare tranquillamente che questo buon Meroldi, che senza offesa possiamo chiamare “madonnaro”, è l’autore dei ritratti delle lunette, che esamineremo tra poco.

Per l’anno precedente, il 1607, in un libretto del Banco di Sant’Eligio appartenuto alla Certosa, troviamo le seguenti partite:

“a dì detto [28 marzo]

Al Detto [D.Severo Turboli] ducati 30 e per lui a Tomaso de Febraio de accompagnamento de ducati 75 per lo prezzo / di tavole ventisette di noce che gli / ha vendute li di passati per servizio del / del monasterio che gli altri ducati 45 li ha ricevuti per il banco di S. Jacomo a lui consegnati

a dì detto [11 settembre]

Al Monasterio di S. Martino ducati dieci e per lui a / Giovanni Cola Spuria detto ce li paga per prezzo di / cinquanta tavole di Abeto e tre / di castagno a lui venduti e consignati / per servizio del detto Monastero a lui consignati”

Si può congetturare che tali tavole servissero per la realizzazione delle scaffalature della biblioteca, dato che in quanto a legnami la Certosa non scarseggiava di certo, ma non ne aveva probabilmente di abbastanza pregiati per realizzare delle scaffalature.

Chiedo ora perdono se faccio un piccolo passo fuori tema, ma penso che me lo concederete; nello stesso libretto ho trovato la seguente partita:

“[lunedì 19 febbraio 1607]

Al detto [D. Severo Turbolo] ducati cinquanta, e per lui a Pietro Bernini / scultore dato a compimento de ducati 90 che li altri ducati 40 / ha ricevuti in 20. tomola di grano e sono a conto / de una statua fà della magine di nostra Signora per la loro / chiesa di S. Martino, e per lui a Spennazzi e Nuti (sic.) / per darli in credito.”

Con questa notazione è finalmente possibile datare con certezza questa straordinaria opera di Bernini padre.

Ma torniamo alle lunette di Mattia Meroldi. Queste immagini hanno subíto dei pesanti restauri; una, situata sopra ad una finestra, è andata completamente perduta, e così si sono in diversi casi cancellate le didascalie. Grazie a quelle superstiti possiamo indicare con esattezza: Johannes Justus Lansperger, San Cipriano, San Bruno, San Gregorio, San Dionisio, Ludolf von Sachsen e San Pier Crisologo. Facilmente riconoscibile è San Girolamo, Dionisio Cartusiano e Sant’Agostino d’Ippona. Per gli autori restanti, mi sono avvalso del prezioso aiuto di Roberto Sabatinelli, autore e webmaster del sito “Cartusialover”, il quale ha identificato San Benedetto da Norcia, San Bernardo da Chiaravalle, San Tommaso d’ Aquino e forse San Basilio Magno; resta solo qualche dubbio in merito all’effigie di un padre Gesuita, che potrebbe essere Sant’Ignazio di Loyola. La disposizione di questi illustri autori non sembra affatto casuale. I numeri 1/9 e 5/13, sono certosini formanti una croce, come dei punti cardinali. Le coppie 2/3, 7/8, 10/11 e 15/16 sono delle Pietre Angolari trattandosi di Padri della Chiesa antichi. I numeri 4,6,12 e 14 sono autori più recenti. 

schema affreschi (1)

Al di là di considerazioni strettamente artistiche per quanto attiene agli affreschi della volta, mi permetto alcune notazioni che potrebbero essere utili.

Delle tante ancora presenti, tre immagini in particolare hanno attirato la mia attenzione. Una è la rappresentazione, parzialmente andata perduta, della strage degli innocenti, che potrebbe alludere al martirio dei certosini inglesi. Questa idea mi viene dal fatto che sin dal 1591 Severo Turboli conosceva Bernardo Sedgravis, profugo a Roma in fuga di fronte agli aguzzini di Enrico VIII, poi accolto nella Certosa napoletana dove morì in odore di santità nel 1643; aveva dunque avuto un racconto diretto dei fatti inglesi. Visto il ruolo che l’ordine certosino svolse negli anni della controriforma, si trattava di una questione molto sentita. Del resto, come già accennato, il tema dei martiri inglesi tornerà in modo esplicito con gli affreschi del pronao di San Martino.

Mi ha incuriosito anche la figura di San Luca (identificato nella scheda catalografica del Museo come Mosè), raffigurato intento a dipingere mentre regge con la sinistra contemporaneamente la tavolozza ed una tavola e con la destra un pennello. Il volto è stato cancellato dal tempo e mi sono immaginato che potesse trattarsi di un autoritratto perduto di Belisario Corenzio. Infine la mia attenzione si è fermata su di una ben conservata figura di Salomone, ma non tanto per la persona, ma per il turibolo che tiene bene in mostra con la mano destra; non escluderei che si tratti di una allusione al cognome del Priore committente, a proposito del quale vanno segnalati ancora una paio di fatti.

Prima di tutto il fatto che doveva essere non solo versato in economia, ma aveva evidentemente una vera passione per i libri, tanto che mentre faceva costruire ed arricchire la libreria comune di San Martino, era in contatto con il Cardinal Borromeo, in quello stesso tempo intento a costruire e raccogliere volumi per la sua Biblioteca Ambrosiana, che fu aperta al pubblico nello stesso anno in cui Turboli vide terminata la biblioteca della sua Certosa. Non fu un semplice contatto, ma una vera e propria collaborazione, tanto che Turboli donò a Borromeo la sua personale collezione di testi greci.

Nonostante i suoi indubbi meriti, fu alla fine accusato di superbia e dovette dimettersi neanche un anno dopo il suo accesso al secondo priorato di San Martino. Non obbedì all’ordine di trasferirsi a Capri ed andò a Roma, dove intendeva veder riconosciuti i suoi diritti da un alto Tribunale ecclesiastico. A Roma finì i suoi giorni nell’agosto del 1608 e fu sepolto nella Certosa di Santa Maria degli Angeli alle terme di Diocleziano.

Per concludere dobbiamo ancora cercare una spiegazione al fatto che una biblioteca tanto grande per quei tempi ed anche costata tanti soldi fosse caduta in oblio tanto presto.

La risposta ce la offrono, almeno parzialmente, alcune disposizioni emanate dopo delle visite. In quella del 1624 i padri visitatori ordinano che “La cura della Libraria l’habbia il Padre Vicario”. Dai documenti sino ad oggi reperiti non si comprende cosa avesse causato una disposizione del genere; al massimo lo può far intuire quanto accadde una ventina di anni dopo. Nella visita del 1646 viene sottoposta ai visitatori una lista di ben 41 punti, tutte lamentele a carico del Priore P. D. Tomaso Cantini. Al punto 37 leggiamo: “Tiene serrata la libraria non potendosi havere libri da’ Religiosi per studiare”, accusa alla quale lo stesso Cantini risponde: “Dovunque vi [sono] Certosini vi è libraria, si tiene serrata essendo la sua apertura contro la solitudine, il silentio; qui concorrono altre ragioni ancora”.

Chissà se mai sapremo quali furono queste altre ragioni. Fatto è che per il periodo successivo alla metà del XVII secolo non si reperiscono altre notizie relative alla Libreria comune. Anche nel catalogo pubblicato nel 1764 troviamo scarsissime indicazioni. Tale catalogo fu redatto in due tomi, uno per autori ed uno per argomenti, dei quali fu dato alle stampe in tiratura limitata solo quello per autori. L’altro rimase manoscritto e si conserva nella Biblioteca Nazionale di Napoli, assieme alla copia a stampa che è quella che appartenne alla Certosa, visto che vi sono diverse aggiunte posteriori di titoli.

Le poche parole “nunc decentissimo loco posita” suggerisce che i libri non si trovassero più nella sala fatta costruire da Turboli, ma da qualche altra parte del monastero. Manca nel catalogo ogni riferimento ai manoscritti, che dovevano essere in gran quantità e qualità. Si ha notizia solamente di alcuni dei manoscritti, ma non si può sapere che fine abbiano fatto.

Resta ancora molto lavoro da fare, ma per ora ci possiamo accontentare!

Corrado Lampe

Biblioteca (1)

 

 

La “certosa urbana” di Bologna

pianta

Oggi voglio parlarvi della cosiddetta certosa di città o urbana, sita in Bologna, e chiamata così per distinguersi dalla certosa suburbana, ovvero San Girolamo di Casara fondata nel 1334. Premesso ciò, va detto che i monaci certosini avevano acquistato nel 1356, da una comunità monastica femminile, un edificio destinato a xenodochio, sito nella attuale Via S. Isaia al civico 35/37.

Qualche anno dopo, precisamente nel 1435, questo edificio fu consacrato a S. Anna a seguito della donazione del beato Niccolò Albergati della reliquia del cranio della santa. Difatti il pontefice Eugenio IV, nel settembre del 1433 aveva chiamato Niccolò Albergati per affidargli il difficilissimo incarico di presiedere il concilio di Basilea. L’insigne certosino apprezzatissimo per le sue spiccate doti di diplomatico, fu poi dirottato in Francia dove il 12 luglio del 1435, ad Arras, sancì la prima riconciliazione tra Filippo di Borgogna ed il re di Francia e con il re Enrico VI d’Inghilterra. Quest’ultimo, con un atto di estrema gratitudine, fece dono al legato pontificio Albergati della reliquia del cranio di S. Anna. Questo prezioso regalo fu donato dall’Albergati ai confratelli bolognesi, i quali lo conservarono proprio nello xenodochio da poco acquistato erigendo una chiesa intitolata alla madre della beata Vergine Maria. Per glorificare questa sacra reliquia, i certosini chiamarono il pittore Gioacchino Pizzoli che realizzò un ciclo di affreschi atti a glorificare la santa e le sue virtù. Oltre ad una raffigurazione della Grande Chartreuse. Questi affreschi sono un esempio dei capolavori della pittura del Settecento bolognese. Ancora oggi si possono ammirare degli splendidi capitelli di arenaria  intarsiata delle arcate a tutto sesto del portico. Su uno di questi troviamo incisa la scritta CAR, ovvero l’abbreviazione di “Cartusia”, a memoria della antica proprietà monastica. Quando nel 1797 la comunità monastica certosina fu soppressa, anche questo bene fu incamerato dallo Stato e la chiesa, nel 1808 fu chiusa al culto. Nel 1862 gli ambienti furono destinati ad ospitare una scuola, nel 1892 la Scuola fu intitolata alla grande bolognese Laura Bassi. L’immobile è stato poi ampliato negli anni ’60, mentre la chiesa è ritornata nel 1973 ad essere aperta al culto ed a cura dei monaci cristiani ortodossi che l’hanno consacrata a San Basilio.

Una curiosità a conoscenza di pochi, che spero abbiate gradito.

affreesco Pizzoli 1

affresco Pizzoli 2

I certosini e l’alimentazione

il pasto certosino

Il reportage che oggi vi offro, è tratto da un documentario dal titolo:

“Divines nourriture : Les liens entre la religion et la nourriture”.

Ossia un approfondimento tra il legame tra la spiritualità ed il cibo, in diversi contesti monastici. Il video integrale potrete vederlo qui, mentre in questo articolo mi soffermerò e vi offrirò la parte dedicata ai certosini di Montrieux. Attraverso la testimonianza di alcuni monaci certosini, avremo la descrizione ed il loro parere circa il severo regime alimentare, che da sempre ha contraddistinto la vita certosina. Splendide immagini che ci mostreranno gli ambienti monastici di Montrieux, e che ci consentiranno di entrare nella cucina della certosa, dove i fratelli addetti cuochi si dedicano alla preparazione dei pasti per i loro confratelli. Il tema del cibo è da sempre oggetto di curiosa attenzione, il sottoscritto ne aveva già delineato il profilo sul sito Cartusialover, descrivendone la simbologia ed anche alcune antiche ricette. Vi lascio alla visione del video ed alla voce dei monaci, che ci guidano in questo percorso. In basso il testo della rara e preziosa intervista in cucina tradotto in italiano.

(dal minuto 3:55 a 6:17)

Don Marie-Bruno, Priore:

Qui è il luogo che chiamiamo piccolo refettorio: mangiamo da soli durante la settimana, ad eccezione della Domenica, quando ci riuniamo tutti nel refettorio.

Don Étienne, Vicario:

Quando ci troviamo da soli per mangiare, cerchiamo di non ipnotizzarci sul fatto materiale di sostenerci.

In generale, i certosini leggono mentre mangiano. Quindi dovremo leggere un libro che non sia molto difficile.

Per la digestione, non è molto buono essere costretti ad uno sforzo intellettuale  in quel momento. Quindi questo pasto che facciamo è, allo stesso tempo, un arricchimento intellettuale e forzatamente spirituale, se prendiamo sul serio tutta la nostra vita, con noi e come con tutti i cristiani fuori, lo spirituale non deve mai essere scollegato dal materiale.

In questo livello spirituale, c’è l’importanza del pasto di domenica, di essere in comunità. Il certosino non è un eremita, egli è un solitario che vive nella comunità. C’è una parte della vita di comunità che è molto importante e che ci preoccupiamo di mantenere, che è il refettorio della domenica. Esso contrasta un po’ quello che la vita assolutamente solitaria può avere di pericoloso, di rischio…ed anche dal punto di vista dell’amore fraterno, è molto bello incontrarci insieme. Infatti in questo tempo che  si trascorre in silenzio, si sente una corrente fraterna che passa tra di noi, ma è ancora un po’ di una liturgia, è un’estensione della nostra Messa che abbiamo celebrato poche ore prima.

(dal minuto 12:38 a 16:30)

Don Étienne Vicario:

Il pane rappresenta il cibo che dà forza, che ci permette di vivere fisicamente la nostra vita normale.

Il vino è anche un elemento importante. Esso simboleggia soprattutto la gioia di vivere.

I nostri pasti ci portano al fatto che un giorno parteciperemo definitivamente nell’eternità del vero banchetto del Signore.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

Prendo le cipolle e le taglio per fare una salsa di pomodoro. È troppo buona.

È un alimento molto, molto semplice.

Ad esempio, sabato, ogni 15 giorni, mangiamo patate al vapore con un po’ di maionese. Alla comunità piace molto. Se le patate sono buone, per me è uno dei migliori piatti.

Faccio anche patatine fritte. Sabato farò le patatine fritte. Ma farle ogni settimana sarebbe troppo.

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Noi alterniamo: un giorno il pesce, un giorno le uova. Non mangiamo carne, evidentemente. Ed io preparo l’insalata.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

In generale, faccio quasi tutti i legumi. Faccio fagioli, piselli, carote, rape, porri, indivia… Domani farò indivia, per esempio. No, non domani. Farò salsefrica (una sorta di manioca).

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Facciamo le uova bollite, fritte, omelette, le uova mimosa nei giorni di festa. Che altro? Le uova strapazzate alla domenica.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

In estate, in generale, faccio qualcosa di farcito: pomodori, melanzane, zucchine. In generale, è questo in estate. In inverno, alle feste sono indivia, salsefrica. Cosa faccio anche in inverno…? Bene, faccio le fave…Ah…no, faccio indivia, salsefrica. C’è un terzo legume…champignon.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Alla festa di San Bruno faremo una torta di tonno.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Per esempio, quando faccio la pizza, un piatto principale, un’entrata un po’ più calorica, allora faccio una crema più leggera. È molto apprezzata.

Abbiamo fatto un voto di povertà, quindi ci organizziamo in modo che il cibo non avanzi. Mi arrangio a distribuire più o meno per ciascuno. Ma il principio più importante qui a Montrieux è che non avanzi.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Per il giorno di digiuno, in particolare per i sacerdoti, è pane ed acqua. Coloro che vogliono, possono fare, per esempio, mangiano un legume e un’insalata a pranzo e solo.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Qui abbiamo un religioso di 85 anni. Ebbene, a 85 anni egli segue pienamente il regime della comunità. Egli segue gli uffici, il mattutino, la messa, i vespri, ed ancora il giorno di astinenza. Oggi è giorno di astinenza, solo gli serviamo un pezzo di pane. Non dico che ieri egli non abbia conservato una mela o un piccolo pezzo di cioccolato. A 85 anni si può fare questo, ma non tutti lo fanno. Ho 70 anni e non faccio più il mio digiuno a pane ed acqua. Io mangio un legume. Per me oggi sarebbe molto difficile.

si ringrazia:

Dom Marie Bruno priore

Dom Etienne Vicario

Fra Marie Paul dispensiere e panettiere

Fra Jean Michel primo cuoco

Fra Jean Marie secondo cuoco

Cartusiae vintage: Grande Chartreuse

Cartusiae vintage

Grande Chartreuse

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Eccoci giunti ad un nuovo appuntamento con la rubrica Cartusiae vintage, da voi lettori molto apprezzata. Le immagini antiche provengono, oggi, dalla casa madre dell’ordine certosino, ovvero la Grande Chartreuse.

Vi lascio ad apprezzare gli ambienti monastici svelati da vecchie foto.

Buona visione.

Dom Joseph il Priore leonino

Edgar_Josip_Leopold_1962

Cari amici, nell’articolo di oggi vi offro un video inedito. Esso è tratto da un documentario realizzato, nel 1970, dalla Viba film in occasione del novantesimo compleanno del Padre priore della certosa slovena di Pleterje. Sono immagini eccezionali considerato il periodo ed il luogo, appare infatti ardimentoso entrare oltre le mura di una certosa con una cinepresa, e soprattutto nella ex Jugoslavia in pieno regime totalitarista del maresciallo Tito.

Trattasi però, come dicevo, della celebrazione di Dom Joseph Edgar Leopold (Lavov- Lyon).

Nel filmato scorrono le immagini della certosa slovena con Dom Joseph che si trattiene nei vari ambienti monastici per mostrarli al cineoperatore, il tutto correlato dalla voce del cronista che ci narra in sloveno la biografia del vecchio priore.

Ma chi era Dom Joseph Edgar Leopold?

Egli nacque il 17 gennaio del 1881 a Timisoara in Romania, completati gli studi il 28 ottobre del 1905 fu ordinato sacerdote a Roma, dove ottenne un dottorato in Teologia. Fu attratto dalla vita monastica e decise di entrare nella certosa slovena di Pleterje, laddove fece la professione solenne il 28 ottobre del 1924. Trascorsi appena dieci anni, per i suoi meriti e le sue indubbie qualità, venne nel 1934 eletto Priore, tale carica la mantenne fino al 1967, successivamente ebbe l’incarico di Antiquior fino al 1972. Dom Joseph, morì il 18 maggio del 1977, alla veneranda età di 95 anni!!

Ma voglio ora parlarvi delle tribolazioni di questo certosino durante la seconda guerra mondiale.

La comunità certosina di Pleterje, fu oggetto di rappresaglie da parte dell'”Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia” ovvero un movimento partigiano di resistenza militare che si opponeva agli eserciti dell’Asse. I monaci certosini furono accusati di dare asilo ed ospitalità ai nazisti braccati dai partigiani, a causa di ciò Dom Joseph fu arrestato il 24 ottobre del 1942 reo di essere un collaborazionista. Estirpato dalla quiete monastica il povero certosino fu trasportato inizialmente nel carcere di Maribor, e dopo un mese a Lubiana poi successivamente alla vigilia di Natale fu scarcerato. Le autorità gli vietarono categoricamente di rientrare in certosa ed anzi gli imposero di espatriare, poichè fu considerato non accetto in Jugoslavia. Dom Joseph decise così di recarsi in Italia, dove trovò asilo nella certosa di Vedana, laddove egli ritrovò la quiete desiderata. La sua permanenza in italia durò fino al 3 gennaio del 1944, successivamente nel maggio del 1945 egli potè fare ritorno a Pleterje, che nel frattempo, il 18 ottobre del 1943, aveva subito ingenti danni a causa del violento attacco dei miliziani partigiani che incendiarono brutalmente e distrussero, con bombardamenti, tredici celle del complesso monastico. Ristabilita la pace, a seguito della fine del secondo conflitto mondiale, la certosa di Pleterje potè rinascere ed è riuscita a sopravvivere al regime comunista di Tito, ed ancora oggi in essa è viva l’attività monastica. Le cronache di quei tempi furono descritte da Dom Joseph in un libro pubblicato nel 1979.

libro

Prima di concludere questo articolo voglio soffermarmi su due curiosità legate a Dom Joseph, la prima è che egli fu in gioventù, durante il primo conflitto mondiale, compagno di armi proprio del maresciallo Tito!

La seconda curiosità riguarda l’appellativo di Lavov o Lyon, ovvero “leone” pseudonimo attribuitogli per il coraggio dimostrato durante i tragici fatti che vi ho esposto.

Vi lascio alle immagini del raro documento filmato che ci faranno conoscere le fattezze di Dom Joseph Edgar Leopold Lavov, ormai vecchio ma nel suo sguardo possiamo percepire ancora l’autorevolezza di un indomito leone .

Cartusiae vintage: Calci

Cartusiae vintage

Calci

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Siamo giunti al terzo appuntamento con le immagini antiche di certose e certosini. Oggi vi offrirò alcune foto sbiadite della stupenda certosa di Calci, un tuffo nel passato quando vi era la presenza monastica in quegli ambienti affascinanti, oggi visitabili come museo.

Lascio a voi apprezzarle….

Buona visione