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Padre Christian e la morte

padre christian

Vi offro un testo scritto da Dom Christian Thomas, una pagina di vera saggezza sulla morte, le sue parole siano di conforto per tutti noi.

 

Beati quelli che muoiono nella pace del Signore. Beati quelli che muoiono uniti al Signore. Malgrado tutti i suoi peccati l’anima che ha cercato il Signore durante la sua vita non può essere abbandonata dal Signore. In effetti Gesù dice nel Vangelo di san Giovanni. ” Quelli che vengono a me non saranno buttati fuori” e il signore ha confermato la verità del Suo insegnamento al ladro che lo chiamava dicendo: ” Ricordati di me quando sarai nel Tuo regno” “Oggi tu sarai con me nel Paradiso”.

Appoggiandomi su queste parole, vorrei dirvi che la morte di una persona cara non deve rattristarci. La nostra natura umana soffre e piange, ma la fede ci consolaperchè Cristo è resuscitato veramente comelo dice San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi.

Senza dubbio tutti abbiamo commesso molti peccati, abbiamo per egoismo tradito molte volte il Signore. Se leggiamo il Vangelo, vediamo che tutti i discepoli anche San Giovanni non credevano più, soltanto Maria, la madre di Gesù credeva ancora.

Ma come affermava S. Teresa del Bambin Gesù: ” Anche se avessi commesso tutti i peccati del mondo, avrei fiducia nel perdono del Signore Gesù.

Gesù ha detto a Maddalena: “Tutti i tuoi peccati ti sono stati perdonati perchè tu hai mato molto”.

Maddalena ha creduto che gli uomini che incontrava potessero offrirle un amore sincero, profondo, vero. Maddalena “la prostituta” come la chiamavano tutti, anche Simone il fariseo, è caduta tante volte in tentazione, ma Gesù non l’ha condannata come ha fatto il fariseo, perchè ha visto nel fondo del suo cuore un desiderio di amare veramente.

Gesù ha detto che il figliol prodigo è stato accolto con grande gioia da suo padre, il quale non lo ha rimproverato invece gli ha messo l’anello nuziale, la splendida tonaca per farlo partecipare al banchetto eterno.

Se una goccia di sangue del Redentore, come dice San Tommaso d’Aquino, può salvare il mondo, tanto più la nostra carissima Mamma che ha ricevuto Gesù tante volte nel suo cuore riceverà da Gesù il Regno dei Cieli.

Infatti come afferma Gesù: “Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna”.

Carissima Mamma ti chiedo oggi, come lo chiedevo a papà (morto per un incidente il 6 luglio del 1954 quando veniva a trovarmi alla Grande Chartreuse), di aiutarmi a compiere la Volontà Divina, cioè di amare con tutto il mio cuore Dio ed il mio prossimo come me stesso, affinchè possa sentire nell’ora della mia morte Gesù sussurrarmi: “Oggi tu sarai con me in Paradiso”

Amen

(Padre Christian)

La vita interiore di F. Pollien capitolo VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

LE RISOLUZIONI UMANE

361. Le risoluzioni fallite. – 362. Le rovine. – 363. L’esempio di san Pietro. – 364. Dio sa benissimo ciò che mi è necessario. – 365. Lo so così poco! – 366. La negligenza.

361. Le risoluzioni fallite. – Ed ora un’occhiata alla mia vita passata ed al mio stato attuale. Nel passato, quante risoluzioni sterili! Quante prove finite male perché iniziate male! Quante volte, elevato, all’inizio, da veri impulsi divini, mi sono in seguito smarrito nello sterile trambusto dell’agitazione umana! In un ritiro, per esempio, in una festa, in una circostanza particolare, qualche impulso speciale di Dio ha fatto vibrare il mio cuore. Se avessi saputo corrispondergli con semplicità, con fedeltà, con quella calma confidente della sincerità che mi avrebbe mantenuto conforme a Dio, appoggiato a lui, guidato da lui!

Ma il movimento umano mi ha trascinato così presto!… Mi ha lanciato in risoluzioni, regolamenti, preghiere, mortificazioni in cui la fretta gareggiava con la molteplicità, ed io accumulavo indiscrezioni e imprudenze. Queste risoluzioni impulsive avevano due gravissimi torti, poiché la loro agitazione significava che, prima di tutto, questo falso movimento, soppiantando il primo, che era buono e vero, nasceva da me e cessava di avere la sua sorgente in Dio. Contavo su di me e confidavo nelle mie risoluzioni, per determinare (n. 340) la corrente del bene, come se il minimo movimento di vita divina non dovesse essere creato in me dalle prevenienze della misericordia vivificatrice. La loro agitazione, poi, significava che tale movimento, nato da me, continuava a voler vivere di me. Contavo su di me e mi appoggiavo alle mie risoluzioni per misurare e sostenere l’azione divina, come se non fosse stata questa azione a sostenere, contenere e misurare la mia.

Così, il movimento ingannatore della natura mi ha indotto a confidare doppiamente in me stesso. Il mio punto di partenza e di appoggio furono trasportati in me invece di restare in Dio: ecco la duplice infermità di tali risoluzioni.

362. Le rovine. – Non dovrò più prendere risoluzioni? Bisognerà prenderne certamente, ma non di quel genere. Poiché è un fatto che, finora, queste risoluzioni non hanno avuto per risultato che quello di gettarmi nella molteplicità e nella divisione, nell’imbarazzo e nell’agitazione, e di abbandonarmi alla mia azione personale ostacolando l’azione divina. Ed è anche un fatto che pochissime di queste risoluzioni hanno attecchito, recando frutti pressoché nulli. Hanno tuttavia lasciato un frutto, che è malsano: l’abitudine cioè di mancare alla parola data a Dio. Quante promesse fatte e reiterate con proteste di fedeltà, con impegno di onore, nelle circostanze più solenni!… E di tutto questo che cosa resta? Soltanto rovine! rovine delle mie promesse, della mia parola, del mio onore! Quando il volere non è da Dio, il fare che viene dall’uomo è degno dell’uomo.

E’ meglio non far un voto, che farlo e poi non mantenerlo (Qo 5, 4).

L’abitudine a mancare facilmente di parola danneggia l’anima, perverte la rettitudine delle sue vedute, dei suoi affetti e delle sue azioni, affievolisce i sentimenti elevati e la costante energia, distrugge la delicatezza della virtù, toglie il rispetto verso Dio, le cose sacre e se stessi; per questo sentiero si giunge alla insensibilità, che prende con leggerezza i doveri, le ispirazioni, il fine e i mezzi. Non è raro trovare in certe anime, pur totalmente lontane dalla religione, un fondo di rettitudine, un’energia di risoluzione, una delicatezza di onore, in cui la verità compie delle meraviglie, allorché viene a manifestarsi. Essa non produrrà giammai questi effetti nelle anime ugualmente pronte a promettere quanto incostanti a mantenere. Questa è la lezione data dalla fede del centurione, estraneo alle credenze giudaiche, a riguardo della quale Gesù, stupito, esclamò: « In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti » (Mt 8, 1012).

363. L’esempio di san Pietro. – Come sono insensato! Dal momento che Dio si riserva di indicarmi il cammino e di condurmi, quale stoltezza voler agire da me stesso, prima di lui, senza di lui, svincolarmi dalle sue braccia, pretendere di fargli rimostranze, di precederlo e di dirigerlo! Tale fu il torto di san Pietro nel fatto precedentemente ricordato (n. 151). Egli, spinto dal suo affetto umano, osò riprendere il Maestro. Il movimento umano fu fatale per lui, che pur era l’uomo dalla sincerità priva di calcolo e dalla generosità che non esita. Questo movimento lo condurrà, più tardi, fino al rinnegamento del suo Maestro e gli meriterà l’acerbo rimprovero: « Lungi da me, satana! tu mi sei di scandalo » (Mt 16, 23). Severo rimprovero, parole dure, che indicano quanto l’Uomo-Dio detesti il movimento umano. Rimprovero, questo, che Dio rivolge ad ogni anima, che, volendo camminare da se stessa e prevenire la sua azione, diventa invece di ostacolo ad essa. Quante volte ho io meritato questo rimprovero?

364. Dio sa benissimo ciò che mi è necessario. – Non vi è follia più grande di questa: sapere che Dio è la mia luce, la mia forza, la mia vita; che egli è mio Padre, sollecito del mio progresso e della mia santificazione, desideroso di portarmi fra le sue braccia; che egli regola la sua azione secondo lo stato attuale dell’anima mia; che non permetterà mai che io sia tentato al di là delle mie forze; che non permetterà la tentazione se non per favorire per mezzo suo il vero profitto dell’anima mia (cf. 1Cor 10, 13); che egli è infinitamente sapiente, vede infinitamente meglio di me il mio stato interiore, i miei bisogni, il modo di condurmi, i mezzi opportuni, i pericoli da evitare, lo scopo da raggiungere; che egli desidera la mia perfezione immensamente più di me, che è questo il tormento del suo amore; sapere tutto ciò… ed essere tanto imprudente, tanto insensato da abbandonare la sua mano e voler camminare da solo!… Per andare a Dio, svincolarsi dalle sue braccia!…

365. Lo so così poco! – Che ne so io dei veri bisogni della mia vita soprannaturale, dei rimedi che le sono necessari, degli alimenti che le sono utili? La mia anima, le sue malattie, le sue debolezze, i suoi obblighi, le sue attitudini, quali misteri per me!… Quando pretendo di guarirla da me stesso, di curarla, di fortificarla, di elevarla, accumulo imprudenze, errori e cadute. Dio conosce così bene l’anima mia; l’ama tanto!… le sue premure e la sua azione sono sempre proporzionate allo stato di essa. « Incapace, dice san Giovanni della Croce, di elevarsi con le sole sue forze all’altezza del soprannaturale, l’anima vi è portata e stabilita unicamente da Dio, quando gli dà il suo pieno consenso. Lo ripetiamo: agire da se stessi è porre ostacolo alla comunicazione di Dio, cioè del suo Spirito; è arrestarsi alla propria azione, opposta e immensamente inferiore all’opera dell’Onnipotente; è infine ciò che a buon diritto si chiama estinguere lo Spirito ».

366. La negligenza. – L’altra stoltezza, anch’essa del tutto umana e che bisogna evitare prontamente, è la negligenza nel prendere nessuna o poche risoluzioni. Sono questi i due eccessi dell’uomo: voler fare senza Dio o non voler far nulla con Dio. Se non mi è permesso misconoscere l’azione del beneplacito divino nell’adempimento della volontà significata, non è neppure giusto lasciar da parte la volontà significata, col pretesto di sottomettermi alla volontà di beneplacito. L’una non dev’essere disgiunta dall’altra. Io non mi salverò senza Dio, ma egli non mi salverà senza di me. Dal momento che mi manifesta i suoi voleri, è evidente che esige il mio concorso; debbo dunque essere risoluto a darglielo. Se non è bene voler prevenire Dio, non è neppur bene restare indietro. Egli mi chiede di seguirlo. Seguire non vuol dire precedere, e nemmeno star fermo, bensì agire, ma in dipendenza ed in conformità ad un’azione che precede e regola la mia. Se sapessi seguire Dio!… Se infine le due oscillazioni opposte della mia natura – verso l’agitazione dell’orgoglio, che vuol camminare senza Dio, e verso il sonno della pigrizia, che lascia andar Dio senza di me – potessero risolversi in un unico movimento vitale che si chiama seguire Dio!… Vivere di Dio, per mezzo di Dio, in Dio e per Dio!… È il caso di ripetere ancora le parole del Salvatore: « Se uno mi vuole servire mi segua; e dove sono io, là sarà pure il mio servo » (Gv 12, 26).

Margherita d’Oyngt: Gli angeli ed il corpo di Cristo

Margherita d'Oyngt

Vi riporto due brani della autrice certosina Margherita d’Oyngt, nei quali vedremo l’espressione di una totale devozione a Nostro Signore Gesù Cristo. Ci parla del trasporto degli angeli e dei santi verso Cristo immolatosi per noi.

Il canto senza fine degli angeli e dei santi

Quando gli angeli ed i santi guardano la grande bellezza di Nostro Signore, e sentono la sua bontà e la sua immensa dolcezza, essi hanno una gioia talmente grande che non possono esimersi dal cantare, ma essi faranno una canzone tutta nuova, essa sarà talmente dolce che sarà una splendida melodia. Questo dolce canto verrà tramandata da tutti gli ordini di angeli e da tutti i santi, dal primo all’ultimo. E questo canto non avrà mai fine, fino a quando non ne creeranno un altro ed un altro ancora ed essi non termineranno mai.

Gli angeli ed il corpo di Cristo

Qualche tempo fa, una persona di mia conoscenza era in orazione dalla mattina presto….

Tra le altre cose, ad egli sembrò vedere Gesù Cristo così glorioso che non vi è cuore umano capace di concepirlo. Egli era vestito di questo glorioso abito, che aveva ereditato dal nobile corpo di sua Madre, Nostra Signora. Sui suoi molto nobili mani e sui suoi piedi, apparivano le gloriose piaghe che Egli soffrì per l’amore di noi uomini. Di queste gloriose ferite zampillanti, una tale chiarezza che stupiva: pareva come se tutte le bellezze della divinità passassero attraverso quel glorioso corpo. Esso era talmente così nobile e trasparente che si riusciva a scorgere l’anima all’interno. Era così chiaro come vedersi riflessi in uno specchio. Questo corpo era così bello, che si sono visti gli angeli ed i santi come se fossero stati dipinti. Il Suo viso era così pieno di Grazia , che gli angeli che lo contemplavano dopo la loro creazione, non riuscivano a rassegnarsi alla sua vista, restando sempre con il desiderio di rimirarlo.

I certosini e l’alimentazione

il pasto certosino

Il reportage che oggi vi offro, è tratto da un documentario dal titolo:

“Divines nourriture : Les liens entre la religion et la nourriture”.

Ossia un approfondimento tra il legame tra la spiritualità ed il cibo, in diversi contesti monastici. Il video integrale potrete vederlo qui, mentre in questo articolo mi soffermerò e vi offrirò la parte dedicata ai certosini di Montrieux. Attraverso la testimonianza di alcuni monaci certosini, avremo la descrizione ed il loro parere circa il severo regime alimentare, che da sempre ha contraddistinto la vita certosina. Splendide immagini che ci mostreranno gli ambienti monastici di Montrieux, e che ci consentiranno di entrare nella cucina della certosa, dove i fratelli addetti cuochi si dedicano alla preparazione dei pasti per i loro confratelli. Il tema del cibo è da sempre oggetto di curiosa attenzione, il sottoscritto ne aveva già delineato il profilo sul sito Cartusialover, descrivendone la simbologia ed anche alcune antiche ricette. Vi lascio alla visione del video ed alla voce dei monaci, che ci guidano in questo percorso. In basso il testo della rara e preziosa intervista in cucina tradotto in italiano.

(dal minuto 3:55 a 6:17)

Don Marie-Bruno, Priore:

Qui è il luogo che chiamiamo piccolo refettorio: mangiamo da soli durante la settimana, ad eccezione della Domenica, quando ci riuniamo tutti nel refettorio.

Don Étienne, Vicario:

Quando ci troviamo da soli per mangiare, cerchiamo di non ipnotizzarci sul fatto materiale di sostenerci.

In generale, i certosini leggono mentre mangiano. Quindi dovremo leggere un libro che non sia molto difficile.

Per la digestione, non è molto buono essere costretti ad uno sforzo intellettuale  in quel momento. Quindi questo pasto che facciamo è, allo stesso tempo, un arricchimento intellettuale e forzatamente spirituale, se prendiamo sul serio tutta la nostra vita, con noi e come con tutti i cristiani fuori, lo spirituale non deve mai essere scollegato dal materiale.

In questo livello spirituale, c’è l’importanza del pasto di domenica, di essere in comunità. Il certosino non è un eremita, egli è un solitario che vive nella comunità. C’è una parte della vita di comunità che è molto importante e che ci preoccupiamo di mantenere, che è il refettorio della domenica. Esso contrasta un po’ quello che la vita assolutamente solitaria può avere di pericoloso, di rischio…ed anche dal punto di vista dell’amore fraterno, è molto bello incontrarci insieme. Infatti in questo tempo che  si trascorre in silenzio, si sente una corrente fraterna che passa tra di noi, ma è ancora un po’ di una liturgia, è un’estensione della nostra Messa che abbiamo celebrato poche ore prima.

(dal minuto 12:38 a 16:30)

Don Étienne Vicario:

Il pane rappresenta il cibo che dà forza, che ci permette di vivere fisicamente la nostra vita normale.

Il vino è anche un elemento importante. Esso simboleggia soprattutto la gioia di vivere.

I nostri pasti ci portano al fatto che un giorno parteciperemo definitivamente nell’eternità del vero banchetto del Signore.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

Prendo le cipolle e le taglio per fare una salsa di pomodoro. È troppo buona.

È un alimento molto, molto semplice.

Ad esempio, sabato, ogni 15 giorni, mangiamo patate al vapore con un po’ di maionese. Alla comunità piace molto. Se le patate sono buone, per me è uno dei migliori piatti.

Faccio anche patatine fritte. Sabato farò le patatine fritte. Ma farle ogni settimana sarebbe troppo.

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Noi alterniamo: un giorno il pesce, un giorno le uova. Non mangiamo carne, evidentemente. Ed io preparo l’insalata.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

In generale, faccio quasi tutti i legumi. Faccio fagioli, piselli, carote, rape, porri, indivia… Domani farò indivia, per esempio. No, non domani. Farò salsefrica (una sorta di manioca).

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Facciamo le uova bollite, fritte, omelette, le uova mimosa nei giorni di festa. Che altro? Le uova strapazzate alla domenica.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

In estate, in generale, faccio qualcosa di farcito: pomodori, melanzane, zucchine. In generale, è questo in estate. In inverno, alle feste sono indivia, salsefrica. Cosa faccio anche in inverno…? Bene, faccio le fave…Ah…no, faccio indivia, salsefrica. C’è un terzo legume…champignon.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Alla festa di San Bruno faremo una torta di tonno.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Per esempio, quando faccio la pizza, un piatto principale, un’entrata un po’ più calorica, allora faccio una crema più leggera. È molto apprezzata.

Abbiamo fatto un voto di povertà, quindi ci organizziamo in modo che il cibo non avanzi. Mi arrangio a distribuire più o meno per ciascuno. Ma il principio più importante qui a Montrieux è che non avanzi.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Per il giorno di digiuno, in particolare per i sacerdoti, è pane ed acqua. Coloro che vogliono, possono fare, per esempio, mangiano un legume e un’insalata a pranzo e solo.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Qui abbiamo un religioso di 85 anni. Ebbene, a 85 anni egli segue pienamente il regime della comunità. Egli segue gli uffici, il mattutino, la messa, i vespri, ed ancora il giorno di astinenza. Oggi è giorno di astinenza, solo gli serviamo un pezzo di pane. Non dico che ieri egli non abbia conservato una mela o un piccolo pezzo di cioccolato. A 85 anni si può fare questo, ma non tutti lo fanno. Ho 70 anni e non faccio più il mio digiuno a pane ed acqua. Io mangio un legume. Per me oggi sarebbe molto difficile.

si ringrazia:

Dom Marie Bruno priore

Dom Etienne Vicario

Fra Marie Paul dispensiere e panettiere

Fra Jean Michel primo cuoco

Fra Jean Marie secondo cuoco

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA CONDOTTA DIVINA

355. Dio domanda il dovere. – 356. Tutto il dovere. – 357. Solo il dovere. – 358. Vie straordinarie. – 359. Dio fa tutte le nostre opere. – 360. Né fatalista né quietista.

355. Dio domanda il dovere. – Se so abbandonarmi lealmente e generosamente all’azione divina, sono certo di essere sempre, mediante l’operazione del beneplacito sovrano, attratto a fare ed a fare bene, nella misura e nel tempo stabilito, ciò che Dio domanda: dapprima, mediante la significazione della sua volontà; attualmente e di fatto, con le sollecitazioni della sua azione. E che cosa domanda? Il compimento dei doveri della pietà attiva, ossia l’osservanza dei comandamenti e dei consigli nei doveri di stato. Per il sacerdote, la fedeltà alle leggi ecclesiastiche; per il religioso, la conformità alla sua regola; per il laico, l’amore al dovere professionale. Dio domanda il dovere, tutto il dovere, solo il dovere.

Dio domanda il dovere e lo domanda assolutamente. Infatti, egli agisce, non per dispensarmi dall’azione, ma per farmi agire con lui e per mezzo suo.

356. Tutto il dovere. – Dio domanda tutto il dovere, da ciò che è oggetto di un obbligo più stretto e più comune, fino a ciò che raggiunge, alla cima, l’ideale più perfetto (n. 277). Ma non lo impone, né lo sollecita tutto d’un tratto. Il compito dell’azione del suo beneplacito è di dare la misura di ciò che domanda la sua volontà generale. Questa non specifica la misura praticamente possibile del dovere, né il momento preciso in cui dev’essere adempiuto. Segnala, in generale, le cognizioni da acquistarsi, le virtù da praticarsi, le azioni da eseguire, le imperfezioni da evitare secondo le esigenze della vocazione. Così, le rispettive leggi indicano al sacerdote, al religioso, al padre di famiglia ecc., le cognizioni, le virtù e le azioni che per essi sono obbligatorie o consigliabili, ed indica le mancanze biasimevoli.

Ma in qual tempo, modo e misura bisogna acquistare queste cognizioni, praticare queste virtù, esercitare questi atti, fuggire questi depravamenti? Tutto ciò non è precisato dettagliatamente dalla volontà significata, ma viene determinato volta per volta dalla volontà di beneplacito. Disponendo gli avvenimenti, suscitando le occasioni, essa obbliga a vedere, a sapere o ad apprendere tale parte del dovere; mette nella necessità o nella facilítà di praticare tale virtù; conduce a compiere tale azione; dà modo di combattere quel vizio. Al momento propizio essa m’impone o mi suggerisce i distacchi e i sacrifici di cui sono capace e che corrispondono ai disegni di Dio su di me. Se la voglio seguire, mi condurrà progressivamente alle particolarità più perfette ed alle sublimità più chiare del dovere, senza nulla dimenticare, confondere, rimuovere o alterare. Essa basta a tutto; conduce così bene a Dio!

In tal modo, dall’abbandono del peccato mortale fino alla totale consumazione, i gradi della pietà si succedono in un movimento costantemente suscitato e misurato dal beneplacito divino.

357. Solo il dovere. – L’azione di Dio riguarda soltanto l’osservanza dei doveri del proprio stato: delle leggi ecclesiastiche per il sacerdote, della regola per il religioso, del dovere professionale per il laico. Dio allora non domanda altro che la fedeltà ai comandamenti ed ai consigli conforme ai miei doveri di stato? Null’altro. La sua azione, almeno nella via ordinaria, non me ne condurrà fuori; è precisamente questa la sua impronta, il carattere da cui la si riconosce infallibilmente. Un’azione, che mi spinga fuori delle vie della volontà significata, è sospetta. Dio, infatti, non dà una direzione divergente alle due manifestazioni della sua volontà; l’una è fatta per manifestare l’altra. Con i suoi segni più esteriori, stabili, sicuri, rinsaldati dall’autorità infallibile della Chiesa, la volontà significata mi offre il mezzo di verificare, secondo il consiglio di san Giovanni, se le ispirazioni vengono da Dio (cf. 1Gv 4, 1), se gli impulsi che ricevo vengono dal suo beneplacito. Non debbo credere che l’azione incessante di Dio sia sempre sensibile e conosciuta; essa agisce in ogni cosa e per mezzo di tutto, ma il suo impulso è ordinariamente segreto e quasi fuso nel movimento della vita. L’essenziale, per me, non consiste nel discernere l’impulso, spesso impercettibile, ma nel verificare continuamente il mio movimento. E lo verifico puramente e semplicemente, armonizzando la mia disposizione interna col dovere esterno. La volontà significata serve così di controllo, di garanzia, di interpretazione alla volontà di beneplacito. Rientra nell’economia generale del piano divino, nell’organismo della Chiesa, il darmi in ciò che è esteriore: leggi, istituzioni, sacramenti, ecc., il mezzo sensibile, che contiene, controlla e garantisce l’elemento interiore vivente, invisibile. In tal modo questi due lati della volontà divina s’appoggiano e si completano: l’uno coll’apportare l’impulso e la precisione specifica del momento; l’altro col dare la stabile garanzia della direzione. Coloro che separano questi due lati si condannano a perire nel fariseismo, se conservano solo la volontà significata; oppure, a perdersi nelle illusioni dell’illuminismo o nelle altre aberrazioni del senso privato, se pretendono di ascoltare soltanto la volontà di beneplacito.

Io, invece, che vedo questi lati sempre uniti, sono certo di avere unitamente e in ciascuno di essi, l’impulso interiore e la garanzia esterna.

358. Vie straordinarie. – Se a Dio piace chiamarmi per le vie straordinarie, non avrò che da lasciarmi condurre da lui appena sarò certo che è veramente lui che mi conduce. E’ da notare che le vie straordinarie, quelle di Dio s’intende, non sono mai contrarie alle vie ordinarie; sono ad esse superiori e le continuano. Sono un’espansione più alta dello spirito, contenuto nelle vie ordinarie. Dio le rivela soprattutto per dimostrare alle anime che la lettera uccide, dove si trovi il vero spirito che vivifica. Questo spirito, che a lui piace liberare dalle tenebre e dalle pastoie della lettera, lo fa risplendere puro, dilatato, vivificante; lo addita così alle anime che languiscono sedute nelle tenebre e nelle ombre della lettera.

359. Dio fa tutte le nostre opere. – Ecco dunque in che consiste l’unione delle due volontà. La volontà significata mi traccia, in modo stabile e generico, la via da seguire, il dovere da compiere. La volontà di beneplacito mi conduce su questa via, mi mette in cammino, fa molto senza di me, e col suo movimento mi eccita a fare quel poco che devo e ch’essa mi determina e mi misura ogni volta. Come comprendo le parole del profeta: Siete voi, mio Dio, che date successo a tutte le nostre imprese (cf. Is 26, 12). Dio mi prende, mi conduce, mi traccia la via, mi sostiene, mi dà la forza e la vita. Finché rimango nel suo beneplacito sono certo di progredire.

Ecco come la passività produce l’attività, come la ricettività dell’azione divina è la condizione vitale della mia azione, come infine si compie l’unità del movimento, che è il punto supremo della mia unione con Dio. Debbo infatti arrivare a quel termine finale dell’unità, in cui il suo movimento ed il mio non sono che uno solo. L’unità! (n. 346).

360. Né fatalista né quietista. – Qual distanza dunque fra l’accettazione cristiana del beneplacito divino e la rassegnazione inerte dei fatalisti! L’effetto dell’accettazione, per essi, è morte; per me, è vita. Essi, nella loro rassegnazione, si abbattono; io, nella mia accettazione, mi elevo. Il colpo ricevuto li rende inerti; l’impulso divino produce in me l’energia vitale del dovere. Essi cedono alla brutalità dei fatti; io mi unisco alla vitalità dell’azione provvidenziale con la quale Dio mi conduce.

Qual distanza, inoltre, fra l’accettazione cristiana e la quiete sterile di certi eretici! Essi contano su Dio per non fare nulla; io conto su Dio per avere la forza di fare ogni cosa per mezzo suo. Essi attendono da lui, non un impulso ma un assorbimento; io, dal Signore attendo l’unione della mia attività alla sua azione, per poter giungere all’unione della mia vita con la sua. Il loro modo di concepire il tutto di Dio diminuisce ed annienta quello che essi sono e quello che hanno ricevuto da lui; io concepisco il tutto di Dio come la sorgente della mia esaltazione, la perfezione del mio essere, la causa della mia felicità.

 

Sul Sacro Cuore di Gesù (Dom Giovanni Giusto Lanspergio)

Lanspergio (affresco nel refettorio della certosa di Calci)

Nel mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, non potevo non inserire un testo di Lanspergio vero apostolo di tale devozione, nel XVI° secolo. Un vero maestro spirituale, che ci ha lasciato molti testi, caratterizzati, dal linguaggio estremamente sensibile ed umano. Nella lettera che vi offro, diretta ai suoi confratelli, egli spinge, come in tutti i suoi scritti a far accrescere l’amore verso Dio.

Mio caro figlio, sii sicuro di adoperarti a venerare il grande Cuore di Gesù, Cuore così pieno di amore e di misericordia, di onorarlo con un culto assiduo, baciarlo ed entrate nel pensiero di quel Cuore che vi si apre. Chiedigli qualsiasi cosa tu voglia, offrigli tutte le tue azioni, perché esso è il vaso che contiene tutte le grazie celesti, la porta attraverso la quale si va verso Dio e con il quale Dio viene a noi.ponete in un luogo dove di sovente passate, qualche immagine del Cuore Divino, la sua sola visione vi farà crescere il desiderio di agire per Lui. Guardandola, ricordate che siete in esilio e nella misera schiavitù del peccato …Potrete anche, se la devozione sarà tale che vi spingerà ad abbracciare tale immagine, ossia il Cuore del Re Gesù, di lasciarvi andare e convincervi di essere sotto la protezione del Cuore Divino di Gesù Salvatore.Oh! Dunque brucerete dal desiderio di attaccare a Lui, il vostro cuore e di immergere ed assorbire in Lui il vostro spirito.Orbene, dopo potrai pensare, se questo Cuore amabile è nel tuo cuore ed attira la sua mente, la sua grazia, le sue virtù, ed in definitiva tutto ciò che è salutare per un cuore…e tutto ciò è ….incommensurabile”.

(lettere ai certosini, libro I lettera XXVI)

Il giovane ebreo alla ricerca di Dio

Nell’articolo di oggi vi parlerò della storia del celeberrimo Teologo cattolico Dietrich Von Hildebrand e di un suo allievo dell’Università di Fordham nelgli Stati Uniti.

La storia che sto per narrarvi è la storia di una conversione.

Premettiamo subito che Von Hildebrand nato in una famiglia protestante, si era convertito al cattolicesimo nel 1946, diventando poi “il Dottore della Chiesa del XX° secolo” definizione di papa Pio XII.

La storia legata a questo teologo che voglio divulgarvi si riferisce a quando nel 1946, al termine della seconda guerra mondiale, il Professore Von Hildebrand insegnava alla Fordham University. Tra i tanti giovani studenti, vi era un ragazzo ebreo che era stato ufficiale di marina durante il coflitto mondiale appena conclusosi. Egli aveva cominciato a studiare filosofia alla Columbia University, ma ben presto si rese conto che non era quella la sua strada nella vita. Fu così che un amico gli suggerì di recarsi a Fordham, e più specificatamente di contattare il Professor Dietrich. Iniziò così un rapporto empatico tra i due.

Il giovane confidò al Professore, che stando al fronte, ed ammirando tra tanto dolore e sofferenza un tramonto del sole nel Pacifico, intuì di voler cominciare una vita volta alla ricerca di Dio.

Il Professore rimase colpito da quelle parole, e frequentando il giovane apprese da lui che molti insegnanti erano basiti e si mostrarono non disponibili a convertire al cattolicesimo un giovane ebreo.

Dietrich Von Hildebrand, questo immenso teologo, riuscì con le sue parole non solo a convertire il giovane alla religione cattolica, facendogli da padrino al Battesimo, ma come vedremo egli fu testimone anche della vocazione monastica che spinse il giovane a diventare un monaco certosino!

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Un giovane Dom Raphael in Grande Chartreuse

Ma chi era questo giovane?

Raphael Neil Diamond, nacque a Brooklyn negli Stati Uniti il 22 aprile del 1923, fece diversi studi, tra cui anche la musica ed il canto gregoriano, oltre alla teologia e filosofia come abbiamo visto alla Fordham University. Il mentore Von Hildebrand e la passione per il canto gregoriano lo spinsero dapprima a diventare cattolico ed in seguito a decidere di entrare nella Grande Chartreuse nel 1952, laddove fece la professione solenne l’8 settembre del 1954. Fu ordinato sacerdote il 22 marzo del 1958, Dom Diamond fu inviato dall’Ordine a Skyfarm in Vermont per seguire la creazione della nascente certosa americana. Nel 1966 ritornò in Europa e nominato Vicario della certosa di Parkminster, ma nel 1968 fece ritorno nel Vermont per sorvegliare la materiale realizzazione della certosa della Trasfigurazione, e sovrintendere alla organizzazione dell’avvio della vita monastica. Fu dapprima rettore, poi nel 1971 fu eletto Priore e vi rimase in carica fino al 1995. Dom Diamond fu anche Visitatore della Provincia di Francia dal 1987 al 1991. terminò la sua vita terrena il 16 giugno del 1996, dopo quarantaquattro anni di vita certosina.

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Dom Raphael nel 1996, una delle sue ultime immagini

Ho ritenuto utile rendere nota questa vicenda di conversione, poco nota, ma che ancora una volta ci mostra l’imprevedibilità della vita, condotta per noi dai disegni imperscrutabili della Divina Provvidenza. Da giovane soldato ebreo che voleva cercare Dio a primo Priore della certosa della Trasfigurazione, una inenarrabile esistenza.