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  • Memini, volat irreparabile tempus

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“Meditationes”

copertina

121. Se gli oggetti in cui confidi, o nei quali provi diletto, si comportassero in tal modo verso se stessi, o ti prenderesti gioco di loro, per la loro stoltezza, o ne piangeresti la perdizione. Se la follia di tutti giunge sino a questo punto, è bene che avvenga questo anche per te?

122. Se sopporti te stesso, così impuro, perchè non sopporti anche gli altri?

123. Il tuo animo è tanto soggetto al variare degli eventi, quanto lo sono le cose che ami.

124. All’inizio,costretto dalle sofferenze corporali, hai accolto il mondo. Ora, però, ti diletti delle sofferenze stesse, al fine di gustare il mondo e di goderne.

125. La verità è per noi più amara di tutte le avversità, poichè ogni contrarietà si oppone a una o più gioie; la verità, invece, le contrasta tutte insieme. Anche se potessi vedere tutti i colori e tutto ciò che gli occhi possono vedere, o gli altri sensi del corpo possono percepire, o se potessi raccontare o intendere tutte le novità, quale utilità ne avresti? In questo senso non vi è alcuna utilità in tutto ciò che hai sperimentato o udito.

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Le Corbusier e la certosa

Le_Corbusier_1920

Voglio parlarvi oggi del famoso architetto ed urbanista Charles-Edouard Jeanneret-Gris, meglio noto come Le Corbusier, ed il suo rapporto con la certosa.

Egli è riconosciuto e ricordato come una delle figure più influenti della storia dell’architettura contemporanea. Non ci crederete, ma per la sua formazione fu fondamentale un suo viaggio in Italia, e specificamente a Firenze, dove visitò la certosa del Galluzzo.

Ma cosa avvenne esattamente?

Nel settembre del 1907 il ventenne Charles Edouard Jeanneret Gris lasciò la nativa Svizzera, fresco di studi alla scuola di Belle arti, diretto in Toscana, inconsapevole di andare incontro alla folgorazione che ne avrebbe fatto un maestro dell’ architettura moderna. Il classico voyage en Italie tipico della tradizione educativa ottocentesca, una vera e propria esplorazione della cultura italiana, che non poteva non lasciare un segno indelebile nella formazione del grande architetto.

certosa-galluzzo-2.jpg

Alla vista della trecentesca certosa fiorentina, ubicata al Galluzzo, a sud di Firenze, sulla sommità di un dirupo lambito a valle dal torrente Ema, il giovane Le Corbusier ebbe un inaspettato choc! Egli fu colpito non solo dall’architettura imponente, ma soprattutto dalla funzionalità degli ambienti monastici. Visitandola, rimase folgorato dalla armoniosa integrazione degli spazi destinati alla vita collettiva, ovvero il chiostro grande, la sala capitolare, il parlatorio ed il refettorio con gli spazi ad uso esclusivo dei monaci, ovvero le celle. Analizzando e studiando tale armonia tra gli ambienti monastici, il giovane architetto fece schizzi e disegni, con l’intento di poter mutuare tale sistema costruttivo per le moderne case popolari destinate agli operai. Dopo aver visitato la certosa, Le Corbusier scrisse ai genitori e al suo maestro Charles L’Eplattenier di aver trovato la soluzione al problema della casa per gli operai. Molti anni dopo egli stesso ammise che quella visita avrebbe deciso di tutta la sua vita facendolo sentire più fiorentino di un fiorentino. Forse non tutti sapevano che, in sintesi, il concetto abitativo è fondato da Le Corbusier sul modello monastico, scoperto alla certosa del Galluzzo.

Quest’esperienza mi ha cambiato la vita.”

firma

schizzischizzi2

Il silenzio…un cammino privilegiato.

copertina italiano

Ritorna in questo articolo odierno un estratto del libro del cardinale R. Sarah.

Alla domanda di Nicholas Diat così formulata: “Come imparano i monaci certosini a domare il silenzio, a superare il frastuono di fronte ad un silenzio che si fa impossibile e, in definitiva, a non averne paura?” seguirà la risposta di Dom Dysmas de Lassus, estratta dal libro “La forza del silenzio”.

Dom Dysmas de Lassus: Cominciando dall’ultima parte della sua domanda, io direi che chi teme il silenzio non rimarrà molto tempo con noi. L’inquietudine non nasce dal silenzio in sè, se non da quello che rivela. Chi si ritira in certosa per incontrarsi con Dio, si incontra con qualcuno di inaspettato: egli stesso. La sorpresa non è molto gradita.

Supponiamo che la propria stanza è alquanto oscura e che egli non è particolarmente appassionato all’ordine ed alla pulizia. Poichè si vede poco, la cosa non risulta troppo molesta. Improvvisamente un ospite ha la nefasta idea di accendere un fuoco molto vigoroso. Allora lo spettacolo che si vede risulta alquanto vergognoso…Quando un aspirante viene in ritiro, vengono alla luce molti ricordi. Erano da molto tempo dentro di se stessi, coperti dai rumori della vita. Quando si fermano questi movimenti, non si può scappare dai propri ricordi; e si comprende che il silenzio e la solitudine della cella, che potevano sembrare uno spazio di riposo, sono anche uno spazio di prova, laddove dover confrontarsi con il combattimento più difficile: la battaglia contro se stessi.

Si tratta di domare la casa delle bestie che abitano in noi se vogliamo che queste finiscano con il lasciarci qualche giorno in silenzio. Il silenzio esterno, quello della propria casa e delle labbra, fa parte del percorso. Si trova sancito nei nostri Statuti. La sola esperienza silenziosa suona una corda invisibile dentro di noi. Il fatto di stare in silenzio insieme contiene una dimensione molto ricca, l’espressione sensibile che tutti vogliamo preservare il dialogo con Dio. Devi rispettare il silenzio dell’altro. L’apprendimento di questo aspetto esteriore si effettua con il tempo. Apprendiamo a conferire significato al silenzio.

Senza dubbio, il più difficile è il silenzio interiore. I grandi rumori dell’anima possono scoppiare nella cella, nella orazione. I giochi mentali, i pensieri e le emozioni compaiono allegramente per distrarci dallla nostra orazione: il significato etimologico della parola allude ad un rumore che ci divide e ci separa. Quali sono queste distrazioni? Se le osserviamo da vicino ci accorgiamo che è sempre un dialogo immaginario. Parliamo con altre persone della tal cosa o di altro…

Il silenzio delle labbra esige la volontà; prestare una attenzione interna, nel silenzio, a ciò che abita in noi, richiede un grande sforzo, una vera domesticazione, per riprendere l’espressione che lei ha utilizzato nella domanda.

L’apprendimento del silenzio esige il permanere in presenza del Signore. Non consiste nel lottare contro i nostri pensieri interiori, ma nel tornare incessantemente a Dio. Le distrazioni sono temibili, perchè non le vediamo arrivare, e prima che ce ne rendiamo conto ci hanno trascinato con esse. Il movimento di ritorno a Dio in quanto constatiamo che ci siamo allontanati rivela che la nostra intenzione, di stare con Lui, non è cambiata.Vi è una componente nello sforzo che si ripete nel lasciarsi attrarre. Ma ciò che è essenziale è il Signore.

Noi lavoriamo una parte del giardino, ma i bocciuoli li da Dio.

Le parole di Isacco di Ninive sono molto eloquenti: ” Dio ha condotto il suo servo nel deserto per parlare al suo cuore; ma solo quando egli rimane all’ascolto nel silenzio percepirà il soffio della lieve brezza nella quale si manifesterà il Signore. Inizialmente bisogna sforzarsi per restare in silenzio; ma se siamo fedeli, dal nostro silenzio nasce qualcosa che poco a poco ci attrae verso un silenzio maggiore” Sappiamo che questo qualcosa, che non saprei definire, è Qualcuno che ci trascina ogni volta più vicino al suo mistero.

Quando il monaco si raccoglie nella profondità della solitudine, e il suo desiderio di stare con Dio è sufficientemente intenso, il silenzio si converte realmente in un cammino privilegiato.

“Meditationes”

copertina

116. Tu confidi in una dispensa ben fornita. Gli usurai non agiscono forse allo stesso modo? Tutto ciò non è adorare un idolo? Forse questo accade perchè la dispensa non ha nè volto nè occhi? Tu, Però, non ti rendi conto fino a che punto confidi in una dispensa ben provvista, se non quando essa va vuotandosi.

117. Chi fa un dono a una persona perchè ne ha ricevuto uno o con la speranza di riceverlo, non riceve ricompensa da Dio. Ciò vale per te per quanto riguarda la pace e l’amore.

118. Le cose piacevoli sono da evitare quando vogliamo fuggire dai fastidi e dalle sofferenze per avere pace, per timore che, per il piacere stesso che proviamo in esse, cominciamo ad amare persino i nostri turbamenti.

119. Insulti il medico allorchè disperi del malato. La guarigione di quest’ultimo, infatti, è tanto più facile quanto più sono grandi, presso il medico, la bontà ed il potere di guarire.

120. Solo la verità sa distogliere dal male: solo l’amore per la verità può fare questo. Non è dunque cambiando luogo che ci si allontana dal male.

La certosa di Vedana rivive!

Vedana rivive

Cari amici di Cartusialover, vi parlerò in questo articolo ancora una volta  della certosa di Vedana, stavolta per una lieta notizia. Dopo la chiusura, avvenuta tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, a causa della veneranda età delle ultime monache certosine rimaste, il complesso monastico è rimasto in attesa di una sistemazione definitiva. Ebbene, finalmente lo scorso sabato 9 giugno, in una giornata che si può definire storica, si è svolta una cerimonia che ha visto l’insediamento delle suore dell’ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento. La solenne celebrazione ha avuto inizio con una processione che è partita dalla vicina chiesa di San Gottardo, e si è diretta verso la certosa. Dietro alla croce, si apriva una numerosa schiera di persone, tra queste una nutrito gruppo di monache, una trentina di sacerdoti, Dom Jacques Dupont il procuratore generale dell’ordine certosino, ed i due vescovi:mons. José Carballo, segretario della Congregazione dei religiosi, e il vescovo Renato. Dietro di loro una folla proveniente da Sospirolo e dai paesi limitrofi. Il corteo al canto delle litanie dei santi, è giunto in certosa dove nella chiesa, si è svolta la funzione religiosa. In questa occasione era anche prevista l’accettazione della professione monastica di due novizie: Anna e Marina.

Sono gioiose, tenere e visibilmente emozionate: Anna viene dal Messico, Marina dalla Croazia. Da oggi, si chiameranno con nuovi nomi: Maria Cecilia del preziosissimo sangue, la prima; Maria Noemi Cristo Re la seconda.

L’ aspetto comunitario e, insieme, solitario della comunità, sono questi i tratti comuni con lo spirito dei certosini, che hanno abitato Vedana in precedenza. Questo concetto è stato affermato da Dom Jacques Dupont, il quale dopo aver con un gesto simbolico effettuato un passaggio di consegne del complesso monastico, donando alle suore le chiavi della certosa, si è così espresso:

«Oggi, per grande gioia dell’ordine, la certosa rimette alle Adoratrici l’eredità di molti monaci, che sarà da loro raccolta ed arricchita», ha affermato il procuratore, prima di parlare di «carisma differente, ma con comune spirito di vocazione continua, due facce dello stesso diamante».

Dopo l’omelia, anche papa Francesco, attraverso il segretario generale Pietro Parolin, ha espresso gioia e partecipazione alla comunità, parlando di «vivo compiacimento per la felice circostanza» e augurando un «fecondo cammino ecclesiale».

Le novizie hanno ricevuto lo scapolare rosso e il velo, a seguire il canto ed il battimani da parte della folla dei fedeli che ha seguito tutta la celebrazione, prima snodandosi nella processione, poi riempiendo ogni angolo davanti alla cappella. Una cerimonia molto suggestiva, che ha visto una nutrita partecipazione di fedeli, come potrete vedere dal video e dalle immagini che seguiranno. Grazie a queste monache la certosa di Vedana rivive!

Si ringrazia Telebelluno per il video ed il Corriere delle Alpi per le foto

La certosa

 

La processione

Dupont consegna le chiavi

Dom Jacques Dupont consegna le chiavi della certosa

Gli ambienti monastici (interni)

La Diocesi, rende noto che la chiesa esterna della Certosa, sarà aperta ai fedeli che desiderano partecipare ai momenti di preghiera, nei giorni feriali per le lodi (alle 6.50), per la messa seguita dall’Ora Terza (alle 7.30), per l’ora Sesta (alle 12.45), per l’ora Nona (alle 15.45), per i vespri al tramonto.

Videoreportage dalla certosa di Portacoeli

i certosini di Porta Coeli

Cari amici di Cartusialover, ecco per voi una straordinaria testimonianza filmata della certosa spagnola di Santa Maria di Portacoeli.

Un antico video, fine anni ottanta, della durata di circa due ore, che risulta essere un vero e proprio reportage estremamente minuzioso per conoscere la vita dei monaci certosini. Immagini un po sbiadite, in lingua spagnola, con una qualità video approssimativa, provenienti dalla certosa di Portacoeli.

Un vero tesoro, imperdibile la visione!

E se non vi bastano le immagini, ho provato a tradurre il contenuto del video in italiano, e ve ne offro di seguito il testo.

Il commentatore descrive la localizzazione della certosa, la quale dista trenta chilometri da Valencia ed a 325 metri sopra il livello del mare in un luogo isolato e verdeggiante. Le immagini ci introducono mostrandoci le mura esterne del monastero certosino, immerso in una fitta vegetazione e caratterizzate da un profondo silenzio. Dopo aver percorso un lungo viale ci si imbatte nel primo contatto che i certosini hanno con il mondo esterno, il fratello portinaio. A seguire Il Padre priore Dom Pio ci espone un breve riassunto storico dell’origine dell’Ordine certosino, e dello sviluppo delle certose in territorio iberico, per poi decrivere la storia della fondazione di Santa Maria di Portacoeli, ovvero la terza di quelle costruite in Spagna. Ci narra anche delle figura di spicco che hanno vissuto in Portacoli come Dom Bonifacio Ferreri, fratello di san Vincenzo Ferreri e Dom Francesco Maresme che diventerà Generale dell’Ordine, ed unico spagnolo a ricoprire questo prestigioso incarico. Solitudine silenzio, semplicità di vita, povertà, austerità e mortificazione per identificarsi nella povertà di Cristo, questi i pilastri della vita certosina. A seguire scorrono le immagini che ci mostra il paesaggio che si può ammirare dalle terrazze della certosa, con lo sguardo che arriva fino a scorgere Valencia ed il mar mediterraneo. Gli orti ed i vigneti circostanti sono irrorati dall’acqua proveniente da uno stagno artificiale. La clausura è stretta e solo su permesso del priore solo gli uomini che ne fanno richiesta possono accedervi. Viene concesso quindi all’operatore di questo filmato l’accesso alla porta dell’invalicabile mondo certosino!

Si comincia con il mostrarci l’uscita di cella dei monaci nel cuore della notte per recarsi in chiesa per recitare l’ufficio del Mattutino, in latino e cantando il severo e austero gregoriano. Compaiono i monaci, una trentina, con il capo coperto dal loro cappuccio, intenti a recarsi in chiesa, nel coro per cantare Gloria in excelsis Deo, nel silenzio e nella semioscurità della notte un soave canto offerto a Dio. Immagini rare ed emozionanti, che ci mostrano il fervore dei monaci. Ascoltiamo rapiti. Alla fine dell’ufficio i monaci si inginocchiano e risuonano tre volte le campane, per rivolgere l’Angelus primo saluto alla Madre del cielo per cominciare il nuovo giorno. I Padri ritornano nelle proprie celle. A seguire, nel filmato ci viene mostrata la facciata della chiesa con le statue di Maria di Portacoeli e di san Bruno e san Giovanni Battista opere del XVIII secolo di Josè Puchol. A seguire una breve descrizione del retablo, dell’altare maggiore della chiesa, e degli altri affreschi che adornano le pareti. Di nuovo in chiesa per vedere la liturgia eucaristica secondo un antico rito monastico proprio, risalente ai primi secoli della chiesa cattolica.

Il celebrante la domenica, prima della messa conventuale, benedice l’acqua con la quale ha effettuato l’aspersione dell’altare, e con la quale benedirà i monaci che si apprestano cantando. Questo è un antico riro certosino che essi conservano inalterato nei secoli.Preziosissima è questa riproduzione filmata! Dopo aver cantato il kyrie eleison, i concelebranti si pongono al lati del celebrante, ricalcando un antico rito liturgico proprio dei certosini, per il rito della comunione, la comunità si reca sul presbiterio inginocchiandosi, ed uno dei concelebranti accompagna il celebrante alzando il calice. Avviene in seguito la distribuzione della particola che nutre tutta la comunità certosina.

Dal chiostrino, un piccolo chiostro comune a tutte le certose, si accede alla chiesa, al capitolo, alle cappelle ed al refettorio. Di pregevole fattura, in esso è presente una fontana, che serve per l’abluzione che fanno i monaci prima di recarsi in refettorio. Nel refettorio la comunità mangia insieme soltanto le domeniche e nei giorni di festa, rispettando sempre il massimo silenzio, e mentre si consuma il pasto, un padre dall’ambone legge sacre scritture per alimentare l’anima dei confratelli. Le immagini ci mostrano questo momento, con gli annessi rituali.

Prima di accedere alla biblioteca della certosa vi è un inginocchiatoio posto ai piedi di una immagine della Vergine, dove ogni monaco può affidare le sue orazioni. Il fondo bibliotecario è esclusivamente composto da testi di spiritualità, ed in essa possono accedere una volta alla settimana i monaci per consultare o per prelevare testi da consultare nella propria cella, oppure chiederlo con un biglietto lasciato al monaco bibliotecario nella sua cella. Nella sala capitolare avvengono le riunione della comunità monastica, è il luogo più importante della certosa dopo la chiesa. In esso si riuniscono i monaci per deliberare, per eleggere il priore, per esprimere il parere sull’ammissione di un nuovo candidato etc. Una volta a settimana si legge un capitolo della regola o delle Sacre scritture, da qui ne deriva il nome capitolo.la severa vita di silenzio e solitudine viene addolcita, una volta alla settimana, la domenica, dopo il pranzo comunitario i monaci scambiamo momenti cenobitici di fraternità e sana allegria. Inoltre un giorno alla settimana i padri ed una volta al mese i fratelli, escono fuori dalla certosa per una passeggiata nei dintorni, il cosiddetto spaziamento. In coppia, ed alternandosi durante le circa tre ore della passeggiata i monaci si scambiano opinioni sulla vita comunitaria conventuale, e rinfrancano l’anima ed il corpo a contatto con la natura. Per impervi sentieri, si incamminano per poi giungere su un altura che consente la visione della certosa dall’alto. La certosa di Portacolei si innalza al cielo in una radura silenziosa e solitaria attorniata da montagne, i mandorleti, aranceti e oliveti rendono meno aspra la zona. Nel centro del chiostro grande è ubicato il cimitero, per la sepoltura vi sono croci senza nome ne data, a testimoniare una vita trascorsa giorno dopo giorno al servizio del Signore. Qui a Portacoeli vi è un altro chiostro, del secolo diciasettesimo, costruito poichè apparve insufficiente il precedente, su di esso si affacciano quattro celle. Queste sono molto piccole e riservate per quei monaci molto anziani o malati, al centro una grossa croce di pietra. Con eccezione della domenica e dei giorni di festa, i padri certosini mangiano nella propria cella, ed il fratello dispensiere distribuisce loro il pasto e poi ne ritira i piatti svuotati. Il passaggio avviene attraverso un vano ed uno sportellino apppositamente concepito di fianco al portone della cella. Il regime alimentare in certosa è sano ed austero, non prevede colazione ed il primo pasto si effettua a mezzogiorno, e tra autunno ed inverno risulta essere l’unico pasto. In questo periodo la sera ci si limita ad una fetta di pane ed un poco di acqua. In primavera ed estate vi è una frugale cena intorno alle ore 18. I certosini non mangiano carne, ma nonostante questo rigido e severo regime alimentare i certosini esprimono sempre gioia pace e eserenità d’animo. Immagini dalla cella del certosino, dalla quale egli esce soltanto tre volte al giorno per gli uffici liturgici. Precisamente la cella è un miniappartamento di due piani ed in essa è incluso un giardino ed un laboratorio/falegnameria. Vi è all’interno tutto il necessario per un equilibrio psicologico e fisico, che esige questo regime di vita solitaria ed austera. Nella prima stanza della cella vi è sempre una immagine della Vergine ed un inginocchiatoio, la cosiddetta Ave Maria, di fianco alla finestrella con sportellino per ricevere il pasto, si trova un tavolino utile per poter consumare il cibo. Proseguendo vi è un corridoio illuminato dalla luce esterna che conduce al laboratorio di falegnameria, da una porta si accede all’orto o giardino che ogni monaco coltiva secondo il proprio gusto. Una scala laterale ci conduce al piano superiore illuminato da ampie finestre che danno sul giardino, in essa troviamo uno scrittoio in legno, una sedia ed una piccola libreria. In un angolo un piccolo oratorio con inginocchiatoio ed un piccolo altare, dove il monaco si sofferma varie volte al giorno per recitare le orazioni. In questa cella il certosino prega, mangia, dorme, lavora, studia, contempla e si rilassa realizzando l’ideale di vita certosino, semplicemente eremitico. Artisticamente preziosa è la cappella di san Giacomo, unita alla chiesa da una porta che conduce al coro dei fratelli conversi e che comunica con il chiostrino. Concepita nel 1512 fu restaurata nel 1950, è dedicata all’apostolo Giacomo che campeggia nel dipinto sull’altare. La sagrestia della certosa risulta essere sobria ed elegante, ha un magnifico pavimento in ceramica, nel coro dei fratelli conversi vi è un leggiadro paliotto d’altare in stile arabo, uno dei più aantichi conservati in certosa. Nel refettorio, vi è un superbo pavimento decorativo di epoca barocca. Dal chiostrino si ha accesso alle celle dei fratelli conversi, le quali sono distanti dal chiostro grande e più prospicienti le dipendenze ove sono impegnati nei lavori manuali. Poichè i fratelli sono principalmente impegati nelle attività lavorative, le proprie celle hanno dimensioni più ridotte rispetto a quelle dei padri. E’ presente tutto il semplice arredo di una cella ma in uno spazio ridotto. In certosa vengono chiamate obbedienze, le relative funzioni lavorative di cui si occupano i fratelli conversi. Dato l’isolamento della certosa essa è dotata di attrezzi per effettuare i lavori nei campi, per la falegnameria, il forno per il pane, cisterne e pozzi per avere autonomia idrica. La falegnameria è dotata di tutti gli attrezzi per poter lavorare gli arredi lignei soggetti a manutenzione, in tutta autonomia per economizzare. Nella lavanderia, il fratello lavandaio lava settimanalmente tutti i panni della comunità, poi li passa al fratello addetto alla sartoria per eventuali riparazioni da effettuare. Nella sartoria, seguendo il principio di povertà vengono cuciti e riparati gli abiti monastici consunti. Accanto al refettorio, vi è la cucina e la dispensa, nonosatante il cibo dei certosini sia caratterizzato dalla semplicità, questa obbedienza necessita di particolare attenzione ed impiego di tempo, Di solito vi è un fratello responsabile e due aiutanti, il secondo cuoco ed il dispensiere che distribuisce il cibo nelle celle. Si da ora uno sguardo al fratello calzolaio che ripare le calzature della comunità, che di solito sono abbastanza forti e robuste, idonee per lo spaziamento fuori dalla certosa. La fucina è una delle obbedienze più necessarie nel monastero certosino, difatti in essa si riparano le macchine agricole in dotazione per il lavoro nei campi, il fratello addetto è abile a forgiare il ferro ed a saldare. Un altro ambiente, utilizzato una volta l’anno è il frantoio dove si produce l’olio dalle olive degli uliveti di proprietà della certosa. Collegata alla biblioteca vi è un laboratorio nel quale si rilegano e si riparano i libri ed i testi talvolta molto vecchi. O consumati come i testi usati quotidianamente per la liturgia. Tlvolta si lavora anche per amici e benefattori della comunità. I monasteri certosini hanno sempre una loro autonomia grazie ai terreni circostanti che ne garantiscono ogni fonte di sostentamento. Data la vita austera tutto ciò che si coltiva è sufficiente per la comunità, Il Padre procuratore, sovrintende al lavoro agricolo dei fratelli conversi. Infine ci vengono mostrate immagini, davvero rare, relative alla visita dei familiari dei certosini, che può avvenire, secondo la regola, solo due volte l’anno. Per tutto il giorno i parenti condividono con il confratello le varie fasi del giorno, tranne il pasto consumato dagli ospiti nella foresteria, il monaco potrà mostrare i vari ambienti claustrali ai congiunti compreso la propria cella. Ovviamente nella stretta clausura, chiesa e cella, è interdetto l’accesso alle donne. La visita si potrà prolungare fino e non oltre le ore 19. Un video reportage molto esaustivo e realizzato con profondo, che termina con il motto dell’ordine certosino Stat Crux Dum Volvitur Orbis, ed il globo crucifero sormontato dalle sette stelle che rappresentano san Bruno ed i suoi sei seguaci. Regina e madre di Portacoeli intercedi e prega per noi sempre!

“Meditationes”

copertina

111. Accade a volte che l’ira di qualcuno ti dispiace al punto di lasciarti prendere dall’odio. Se la sua ira ti dispiace, lo stesso deve accadere per il tuo odio.

112. Quando si dice il bene di te, in un certo senso vieni biasimato. Eì ciò che accade quando si mostra un pezzo di legno che, per renderlo più bello, è stato ricoperto d’oro. Non lo si rivestirebbe d’oro, in effetti, se risplendesse di bellezza propria.

113. Il lago non deve gloriarsi per l’abbondanza delle sue acque: ciò è merito della fonte. Lo stesso avviene in te per quanto riguarda la pace. Infatti, è sempre qualcosa di esterno che fa nascere in te la pace, la quale è tanto più debole e vacillante, quanto più è mutevole la causa che la fa sorgere. Quanto è effimera, dunque, quella pace che nasce dal fascino di un volto umano!

114. Ogni uomo desidera vivere sicuro. Egli è tanto più debole, quanto più è esposto all’inquietudine; inoltre, è tanto più turbato quanto più ciò che gli sta a cuore va in maniera diversa da come voleva. Se, dunque, una persona ti dicesse: ” Ti farò del male, ti toglierò la pace; penserò e dirò male di te “, eccoti sul punto di rattristarti e di cadere nel turbamento.

115. Il turbamento dell’anima è la miseria stessa. Tale turbamento, quasi sempre, sorge in te quando il signore, per sua misericordia, sottrae da te le armi di cui si serve il nemico per farti perire, cioè le realtà mutevoli alle quali ti eri attaccato in maniera inconsulta.