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Cartusiae vintage: Calci

Cartusiae vintage

Calci

1

Siamo giunti al terzo appuntamento con le immagini antiche di certose e certosini. Oggi vi offrirò alcune foto sbiadite della stupenda certosa di Calci, un tuffo nel passato quando vi era la presenza monastica in quegli ambienti affascinanti, oggi visitabili come museo.

Lascio a voi apprezzarle….

Buona visione

Fratello Domingos Mínguez

Fratello Domingos Míngues

Professo di Porta Coeli

Abito Fratello Converso

Proveniente da una famiglia di contadini, poveri di beni di questo mondo e nascosti agli occhi degli uomini, Domingos Mínguez raggiunse una grande perfezione, attraverso i sentieri di una condizione modesta. Suo padre gli affidò la guardia delle greggi. Il bambino crebbe nella campagna e nei boschi, senza sapere chi fosse Dio, ma ruminando in sé le meraviglie della creazione e chiedendosi: Chi ha fatto tutto questo?

Lo Spirito Santo parlava al suo cuore. Con un’attrazione viva allo stato religioso, non ci volle molto tempo a coronare i suoi anni passati, lontano dal mondo nell’innocenza e nella povertà. Il giovane Mínguez rispose ingenuamente a questa prima spinta del Cielo, senza sapere dove sarebbe arrivato, lasciando alla bontà di Dio, la cura d’imprimergli una direzione. La Grazia fece lentamente la sua opera. Appena il giovane raggiunse l’età di rendersi autonomo finanziariamente, i suoi genitori lo mandarono come servo alla Certosa di Porta Coeli. «Non è la strada che porta alla ricchezza, loro dissero, ma è quella che porta sicuramente al paradiso. Nostro figlio sarà là, in mani sicure ed in una buona scuola.» Ed il giovane pastore prese un posto tra i servi della casa. Inoltre, era un ragazzo robusto, di grande statura, resistente alla fatica, non ritirandosi mai davanti al lavoro. Tutto questo con una semplicità infantile, con un’obbedienza cieca, una pietà semplice e discreta.

Il seme della vocazione depositato in così buona terra si sviluppò velocemente. Docile alla voce del cielo che diventa ogni giorno più distinta, Mínguez chiese timidamente il favore di essere ammesso alla prova come postulante. Questo favore, non si può in buona fede rifiutare. Tutto parla in lui: il suo esterno ben composto, il suo linguaggio pieno di bontà, il suo spirito eccellente, il candore del suo viso. Puro, innocente, lo fu durante tutta la vita. Il suo confessore lo dirà più tardi. Il Priore, felice di avere un ragazzo così consigliato, gli diede il santo abito alla vigilia dell’Immacolata Concezione (1572).
Come un lavoratore, Fra Domingos rimase quello che era. Impossibile, in questo aspetto, richiedere di più. Abbastanza consapevole delle questioni agricole, egli migliorò la proprietà e coltivò le piantagioni di olivo, che gli rese bei benefici. Non parleremo della sua competenza per quanto riguarda il bestiame. In questo campo era diventato un vero maestro da molto tempo.

Una caratteristica lo distingueva moralmente: aveva una benevolenza, quella bontà nell’anima, senza concorrente; una pietà che si estendeva anche agli animali. Scontentare un confratello, maltrattare un servo, disturbare un povero animale…non lo faceva mai!

Inoltre, egli godeva di una meritata reputazione per la dolcezza e la pazienza nella religione. Religiosi, conversi, servi, lavoratori, tutti lo veneravano profondamente, così bene che, per distinguerlo da un altro fratello con lo stesso nome, lo chiamavano: Domingos “il santo”. Il Priore, anche un grande ammiratore di questa eccellente persona, disse un giorno: «Quando la morte porterà via il buon Fratello Mínguez, perderemo una delle colonne della casa.»
Anche se ogni figlio di San Bruno è istintivamente devoto servitore di Maria, noi ci saremmo censurati, se avessimo lasciato all’ombra la tenerezza filiale del nostro Fratello per l’augusta Madre di Dio. Come egli era felice di appartenere a un ordine in cui il culto della Regina del cielo è particolarmente esaltato! E che unzione a recitare quella lunga serie di Ave Maria, che compongono l’Ufficio dei nostri fratelli!!Maria non mancava con il caro Domingos, gli apparve diverse volte. C’era tra di loro un’effusione di amore difficile da descrivere. Certamente il santo uomo mai parlò di questo rapporto intimo con il cielo. Ma un giorno, essendo distratto al punto di dare di capire che la sua cella era spesso inondata di chiarezze straordinarie, un confratello lo incalzò con domande così insinuanti, che lo portarano a fare il seguente racconto: «Una notte, ero in una desolazione deprimente. Quasi in preda alla disperazione, supplico alla Beata Vergine di avere pietà di me. Un po’ più tardi, quando ero nell’oratorio, senza luce, mi ritrovo circondato da fuochi celesti. Si direbbe una bellissima alba. Maria appare all’improvviso, il volto sorridente, lo sguardo rivolto teneramente al suo indegno servo. Nello stesso momento, le nubi di tristezza si evaporano, il mio cuore si apre alla gioia e la mia povera anima serena rende grazie alla sua insigne benefattrice.» Confuso, soffocato, bagnato di lacrime, il povero fratello interrompe venti volte il suo racconto commovente. «E soprattutto, aggiunge con una vivacità penetrante, e soprattutto non dire questo a nessuno, Io non te lo permetterò.»

Il servo di Dio aveva 45 anni di professione quando una febbre forte lo incollò al letto. Aveva solo 63 anni, ma il lavoro e le austerità avevano prematuramente minato la sua costituzione robusta. Sentendo la diminuzione delle forze e vedendo che arrivava la sua fine, chiese gli ultimi sacramenti e li ricevé con un fervore ammirevole. Dettaglio edificante che sottolinea la delicatezza della sua coscienza. Durante la cerimonia, chiamò il procuratore e borbottò qualche parola a bassa voce: senza dubbio, un’ultima confessione privata. Egli si ritenne gravemente colpevole, perché la sera prima, in un attacco di febbre, cadde e ruppe con il suo piede un bicchiere pieno d’acqua che avevano messo al culmine del suo letto. Pieno di rimorso, egli non voleva entrare nell’eternità con l’anima caricata di questo peso.

Poi il pensiero di Dio e del cielo, lo assorbì totalmente. Con lo sguardo sul crocifisso, rimase stordito in profonda contemplazione; si avrebbe detto che intravide come un raggio di luci celesti. Iniziò l’agonia; il moribondo si consegnò alle ultime preghiere. E fu pronunciando i due nomi di Gesù e Maria, che egli si addormentò nella pace del Signore. Era il nono giorno del mese di settembre dell’anno 1609.

La notizia della sua morte provocò un’esplosione di condoglianze e manifestazioni pubbliche di venerazione. Tutti proclamavano la sua santità e condividevano le sue vesti come veri reliquie.

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

GRAZIE

325. Modo di dire il grazie. – 326. Il fiume di gioia. – 327. Il dolore estinto. – 328. Meravigliosa forza di progresso.

325. Modo di dire il grazie. – Come bisogna accettare la sofferenza? Con riconoscenza; non però con gioia poiché questa spesso non dipende da me. Dio la dà come ricompensa, mentre la riconoscenza dipende sempre da me. A prima vista, e per un’anima che vi sia stata abituata dalla fede, può sembrare difficile giungere fino al sentimento di gratitudine sotto la stretta del dolore. In realtà, credo che sia più facile dire un grazie risoluto, anziché pazientare gemendo.

Uno slancio di generosità, poiché questo non si fa bene se non in un impeto del cuore: Mio Dio, grazie! e basta. Non v’è alcun bisogno di insistere, di ripetersi, quasi si dubitasse di sé e di lui. Le parole che sgorgano dal cuore si ripetono tanto meno quanto più sono sincere. Se la vostra amicizia mi rende qualche servizio, un semplice le grazie, che testimoni la mia riconoscenza per la vostra generosità, non basterà, alla vostra beneficenza ed alla mia riconoscenza? Quante cose dice una sola parola del cuore tra amici! Lo stesso avviene tra l’anima e Dio, quando egli la previene coi suoi doni di dolcezza e più ancora di dolore. Mio Dio, grazie! Quanto è eloquente questo grido del cuore! esso dice pienamente al mio Signore, che ho riconosciuto la sua azione ed ho compreso la sua intenzione.

326. Il fiume di gioia. – Non è necessario ripetere questo grido del cuore, quasi a volerne far scaturire, a viva forza e d’un tratto, uno stato di gioiosa riconoscenza. Un po’ di calma gli darà modo, e meglio ancora, di produrre i suoi effetti. E quali effetti! Esso, sgorgando, fa un’apertura in profondità tali, che mai avrei creduto a tanta immensità del mio essere. I sensi, qui, non hanno parte alcuna. Da queste profondità finora sconosciute, e che il grazie mi rivela, sento scaturire da una fessura misteriosa una sorgente anch’essa sconosciuta, che, or con un solo getto e ora lentamente, riempie le mie più intime capacità. L’anima è inondata di un’acqua così saporosa, di una gioia sì dolce, sì penetrante, sì calma da non potersi paragonare a nessuna gioia esteriore.Chiunque beve l’acqua delle gioie esteriori avrà ancora sete; mentre, chi berrà l’acqua delle profondità non avrà mai sete. Ma l’acqua data da Dio, diventerà, in chi la beve, una fontana zampillante fino alla vita eterna (cf. Gv 4, 13). E’ il grazie che la fa scaturire. « Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7, 38). Niente è da paragonarsi a questa dolcezza; dopo averla gustata, si comprenderà bene l’ebbrezza dei santi nelle tribolazioni (cf. 2Cor 7, 4). In essi vi erano i torrenti d’acqua viva. Bevevano al torrente; per questo erano così trionfanti (cf. Sal 109, 7). Il primo grazie non farà certo scorrere questo fiume di gioia, ma ciò che in principio è solo un impercettibile filo, non tarderà a diventare ruscello, torrente, fiume. « O voi tutti assetati venite all’acqua » (Is 55, 1).

327. Il dolore estinto. – Un altro effetto di questo grazie è di rendere l’anima invulnerabile al dolore così accettato. Il corpo continua a soffrire, se il dolore è fisico, ma l’anima gode. L’acqua che l’inonda la eleva al disopra della regione in cui soffrono i sensi. L’anima ha ricuperato come una parte del dono primitivo dell’impassibilità. Se il dolore è puramente interno, come un affronto, una calunnia, un’umiliazione, ecc., il sentimento della sofferenza è come soppresso. Se resta un’amarezza, questa è gradevole perché è proprio essa che reca la gioia.Il grazie è come il legno che Dio mostrò a Mosè e che, gettato nelle acque amare, le cambiò in dolci (cf. Es 15, 25). Ecco che io sono in pace nella mia amarezza. L’amarezza mi è dolce fin dall’istante in cui essa mi apre la fonte sigillata, le cui acque fanno germogliare in me come un paradiso di delizie (cf. Ct 4, 12). Si forma così un non so qual meraviglioso miscuglio di amarezza e di dolcezza, di gioia e di sofferenza, in cui l’amarezza dà origine alla dolcezza e questa si conserva nell’amarezza. Questa gioia è la sola vera, perché ogni gioia che non nasce e non si conserva nell’amarezza è poco durevole, mentre questa è forte e vivificante e fa scorrere la vita fino al midollo delle mie ossa. Mai si corrompe, mai corrompe; essa è forza e vita. Il mio dovere diventa allora la mia gioia, e l’accettazione riconoscente della sofferenza diventa così il vero mezzo per non soffrire. Godere della sofferenza è il grande segreto dei santi (n. 207).

328. Meravigliosa forza di progresso. – Niente è forse tanto efficace per il progresso spirituale dell’anima mia quanto questo grazie. Niente reca la vita con tanta abbondanza ed impetuosità, fino alle più recondite profondità, e apre pienamente la via a Dio quanto il grazie. Questa pratica sola basterebbe a santificarmi in breve tempo; sarebbe la garanzia delle virtù e la condizione del loro progresso. Se sapessi!… se volessi!… Ma quanto è abile il demonio a eccitare la sensibilità… Come sa bene esagerare le esigenze della natura!… Arriva così a inaridire, con un solo colpo, la sorgente delle gioie più sostanziali, dei progressi più rapidi e dei meriti più preziosi. Crudele malfattore! col pretesto di risparmiarmi le pene della strada, mi spoglia, mi crivella di ferite e mi lascia mezzo morto sulla via (cf. Lc 10, 30). Ecco ciò che guadagno a voler fuggire la sofferenza. Oh, i tesori di un buon grazie! …

«Oh Vergine, fra tutte unica e dolce»

statua della Vergine diBenifassa

Statua della Vergine di Benifaca

Eco per voi una splendida omelia di un certosino dedicata alla Vergine su cui poter meditare.

È così che Maria è chiamata in un inno che recitiamo ogni giorno. Vorrei meditare per un momento l’esempio della sua mitezza.

Il Vangelo ci dice che i miti possiedono la terra, ma dice anche che i violenti conquistano il cielo. Il paradosso scompare se comprendiamo che l’uomo spirituale fa regnare la mitezza in tutte le sue azioni verso gli altri e la violenza nella prontezza e chiarezza con cui egli obbedisce alle chiamate dell’amore. È esattamente il contrario di ciò che l’uomo carnale fa, esteriormente egli è brutale verso gli altri e interamente imperfetto per quanto riguarda la giustizia e la passione per la verità.

La violenza degli uomini spirituali è inseparabile dalla loro dolcezza, e rapidamente se ne va se non si sa rinunciare decisamente alla menzogna che si nasconde in ogni scusa o debolezza personale. Tagliare la discussione interiore con un sì o un no: questa sincerità senza moderazione con noi stessi, alla quale il Signore ci invita, si tratta di una condizione da soddisfare prima di tutto, affinché l’anima sia liberata e conquisti il meraviglioso privilegio della mitezza.

Questa virtù che distingue la Vergine Santa da tutte le altre donne, è essenziale. Notiamo, in primo luogo, che la mitezza di Maria è come una replica della mitezza di Dio. La Vergine è uno specchio chiaro così libero da ogni forma di se stessa, che l’essenza divina si riflette in essa, senza alcuna macchia. Gli attributi dell’essenza sono riuniti in Maria, riflessi nella sua umiltà. Ecco perché la Vergine Immacolata è oggetto di contemplazione: la sua purezza corrisponde all’atto puro ed è Lei che lo rivela a noi.

La mitezza è in realtà un atteggiamento puramente divino. La violenza è l’atto di un’autorità che si sente troppo debole. Dio non ha bisogno di schiacciare gli esseri per imporsi. La mitezza di Dio non è altro che la sua onnipotenza; la mitezza di Maria, che è obbedienza piena , si mescola in certo senso con quella di Dio. Abbandonare senza lotta le richieste dell’amore di sé, acconsentire pacificamente a ciò che Egli ci chiede, è ciò che ci rende come la Vergine Maria ed eredi dei suoi fascini ed i suoi poteri. Perché Dio non rifiuta nulla, nulla può negare a chi gli ha consegnato tutto il cuore.

La mitezza verso le creature è fatta di pazienza e rispetto per loro. Qualcuno ha detto che la mitezza è la corona delle virtù cristiane, ed è un po’ più di una virtù. Si tratta infatti di una grazia singolare che penetra tutta la persona, tutta la sua vita, che si estende anche agli esseri inferiori all’uomo, alle cose inanimate. Una persona mite non apre una porta o non muove un mobile dello stesso modo che un’altra priva di mitezza. La saggezza è mite, l’intelligenza è mite, perché è necessario rispettare l’oggetto per comprenderlo. E la mitezza, è intelligente perché penetra nell’intimo degli esseri che si avrebbero chiuso alla violenza e alla brutalità. La mitezza è verginale, la mitezza è materna, e senza di essa nessuna azione sulle anime può essere profonda o efficace.

Abbiamo detto che è fatta di pazienza e rispetto. Ma prima di pazienza. Un’anima, infatti, non conserverà l’attraente mitezza, se non è determinata ad abbandonare spesso il suo diritto, a soffrire ogni giorno e, talvolta, crudelmente. Ma è anche vero che la mitezza disarma tutti gli avversari e toglie l’amarezza del dolore. Le nostre sofferenze sono fatte in gran parte di rivolte, di mancanza di delicatezza e di abbandono.

È vero che abbiamo bisogno di esercitare violenza su noi stessi e, se vogliamo, spogliarci di ogni violenza, ma in modo più generale e più profondo. Il rispetto e la pazienza che, all’esempio di Maria e Dio, dobbiamo mantenere nelle nostre relazioni con le creature, ci manca in relazione a noi stessi. Ci vuole grande pazienza con la nostra anima, per non parlare del corpo. L’aumento di scarico di energia naturale non potrebbe aggiungere un pollice alla nostra altezza, l’ha detto il Signore; e trasforma poco il carattere, sempre piuttosto basso, di cui siamo dotati per nascita o per istruzione.

Ma colui che riconosce francamente quello che è – e quindi perde la tentazione di criticare gli altri, nonostante la necessità di ricominciare ogni giorno i suoi sforzi, senza guardare il risultato, solo perseverando per Dio e basandosi sulla Sua bontà – può più di essere perfezionato. Riesce ad abbandonarsi, a consegnarsi a Dio, al quale l’umiltà nell’amore dà più gloria di tutte le vittorie. Ognuno deve rispettare la sua anima, figlia e sposa di Dio; deve accogliere l’azione dello Spirito Santo come meglio piace a Lui. L’anima è così delicata che solo Dio può toccarla.

Chiediamo alla Vergine Maria di comunicarci la sua mitezza: è lei che ci riserva a Dio e ci rende casti nel senso più alto, cioè, liberati da ogni resistenza e pronti per la venuta dello Sposo.

Virgo singularis

Inter omnes mitis

Nos culpis solutos

Mites fac et castos.

Amen.

Maggio il mese di Maria

vicente_carducho._la_virgen_maria_y_san_pedro_se_aparecen_a_los_primeros_cartujo

Cari amici lettori, cominciamo questo mese di maggio nel quale vi saranno articoli prevalentemente dedicati alla Vergine Maria, alla quale chiediamo insieme opportuna protezione. Pertanto…

Sub Tumm praesidium confugimus, Sancta Dei Genitrice, Nostra deprecationes despicias ne in necessitatibus, Sed un periculis cunctis Libera nos sempre, Vergine gloriosa et Benedicta.

(Sotto la tua protezione fuggiamo, santa Madre di Dio; Non disprezzare le suppliche di noi che, ma liberaci sempre da tutti i pericoli, o Vergine gloriosa e benedetta).

Intendo parlarvi dell’origine della devozione particolare alla Vergine Maria dei monaci certosini. Mi avvarrò per la descrizione di ciò, di un dipinto di Vicente Carducho che brillantemente raffigura tale episodio.

La tela, difatti, ci riferisce di ciò che avvenne qualche tempo dopo che san Bruno (febbraio 1090) dovette lasciare la sua comunità, per recarsi a Roma su richiesta del pontefice Urbano II. I suoi primi confratelli, erano profondamente sconfortati per la perdita della loro guida spirituale, che amavano tanto. E nonostante la presenza di Landuino, che guidava i certosini rimasti, ebbero sbandamenti e tentazioni che fecero vacillare la loro fermezza in quegli ideali eremitici. Accortosi di ciò Maestro Landuino invitò quei confusi confratelli, ad unirsi in preghiera per recitare inni e lodi alla Beatissima Vergine. Nel mentre i religiosi erano intenti alla preghiera, il cielo notturno, sullo sfondo del dipinto raffigurato con il nero, venne squarciato da una nube luminosissima che presto dileguò le tenebre illuminando a giorno la notte!

Sorpresi da tale prodigioso fenomeno, i pii religiosi alzarono contemporaneamente lo sguardo verso il cielo, scorgendo una figura di anziano con un vaporoso e ricco mantello. Riconobbero in quella sagoma San Pietro, portatore di un messaggio di pace e di conforto, il quale invitò i monaci a perseguire nel loro intento, essendo quella la via della Croce che volge al Paradiso. Oltre ad esortarli a perseverare nel rigore di vita certosina, Pietro affidò i loro turbamenti incitandoli alla devozione alla Vergine Maria, che appare nella parte alta del dipinto.

Ogni giorno le comunità monastiche certosine dovranno recitare l’officio alla Madonna, e riferì loro quanto detto da Maria: “il vostro Ordine durerà quanto durerà il mondo!

A seguito di questo evento, i certosini rinfrancati e tranquillizzati provvidero ad elevare come protettrice dell’Ordine la Gloriosissima Regina del Cielo.Santa Maria de Casalibus, fu infatti la prima intestazione del primo insediamento certosino.

Questa è quindi l’origine della devozione mariana, che si compie quotidianamente in ogni certosa da oltre nove secoli. Oltre all’ufficio divino, i monaci certosini recitano ogni giorno in cella l’ufficio della Vergine Maria, inoltre quasi tutti i giorni un sacerdote del monastero celebra una messa in onore di Maria, e tutti i sabati, se non ricorre una festa, la messa conventuale è una messa celebrata in onore alla Santa Vergine.

La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

GIOIE E PENE

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – 322. Distaccarsene. – 323. Difficoltà nell’accettare bene la sofferenza. – 324. Nulla chiedere, nulla rifiutare.

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – Occorre considerare, più da vicino e separatamente, i due modi dell’azione divina, e vedere come l’uno e l’altro debbano essere accettati. Sono ambedue assai difficili a prendersi bene. Non dico: a prendersi; giacché la consolazione si accoglie facilmente. Ho già visto (n. 299) che la natura stessa non ha troppa difficoltà a riconoscere in essa un sorriso di Dio. Ma altro è riconoscere il sorriso, altro comprenderlo, prenderlo bene ed utilizzarlo. Veramente non saprei se sia più facile accettare soprannatu­ralmente una consolazione o una sofferenza. Infatti, allorché Dio manda una dolcezza, non è facile vedere innanzitutto la mano che la dona, amarla come operazione divina e vedere il frutto spirituale che Dio vuole produrre per mezzo di essa. Facilmente sono riconoscente a Dio per la gioia che mi manda; sono sensibile a questa, ne godo e mi riposo in essa. Ma l’azione divina, il disegno di vita di cui questa gioia non è che uno strumento, il frutto di progresso che ne deve risultare, non sono forse misteri troppo elevati per la mia bassezza che non sa sollevare fin là né il suo occhio, né la sua riconoscenza? M’arresto al mezzo e perdo di vista il fine.

Eviterò questo disordine abituandomi a non desiderare tanto la consolazione, poiché essa non è Dio, ma semplicemente, un suo strumento; a non cercarla direttamente, a sopportarne generosamente la privazione, a riceverla con semplicità, a gioirne senza agitazione, a perderla senza rammarico, tenendo lo sguardo sempre fisso all’unico necessario, la gloria santa, a cui ogni consolazione deve tendere.

322. Distaccarsene. – San Giovanni della Croce va oltre. Egli si sforza di convincere che le consolazioni non sono Dio, ma uno strumento nelle sue mani, per produrre le ascensioni misteriose della sua gloria. Più lo strumento passa veloce, più l’effetto spirituale resta solo, puro e completo. Così egli consiglia di rinunziarvi subito, anche quando si è assolutamente certi che vengono da buona sorgente. In tal modo non si correrà mai il rischio di attaccarsi ad esse, anziché a Dio, né di essere ingannati da false attrattive del demonio. Comportarsi così nella consolazione suppone molta energia nella mortificazione. Tuttavia, lasciare a Dio la cura di darmela o di togliermela a suo piacere, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, suppone forse altrettanta forza e più umiltà. La forza più calma è ben lungi dall’essere la più facile, poiché deve essere più sostenuta. In questa calma prolungata, l’umiltà deve essere più illuminata, per sventare le seduzioni e le illusioni della ricerca personale in ciò che aggrada alla natura. I due consigli tendono allo stesso fine e la loro differenza caratterizza i due santi. Forse è bene aggiungere che il consiglio d’energia conviene a certe anime, quello di dolcezza a certe altre.

323. Difficoltà nell’accettare bene la speranza. – Se troppo facilmente mi lascio ingannare dalla gioia, con più facilità mi scoraggio e mi irrito e mi lamento nel dolore. Basta spesso un piccolo dispiacere per abbattermi, una leggera amarezza per disgustarmi. Se mi capita una prova più crocifiggente, sono schiacciato. Pianta esile che paventa i colpi del vento e della pioggia, del sole e del freddo! L’abitudine del piacere ha causato all’anima mia un temperamento delicato, incapace a sopportare la minima pena. Per questo, le operazioni purificatrici di Dio, invece di produrre in me frutti di progresso, non servono, per colpa mia, che ad aumentare il mio male.

Oppure, m’inasprisco, mi irrito, insorgo contro il dolore. Se lo subisco, è troppo spesso a malincuore, mormorando, senza riflettere che in tal modo, ricalcitrando, respingo Dio e la sua sollecitudine. Terribile abitudine di vedere tutto coi sensi, di apprezzare tutto alla stregua della mia soddisfazione! Giungo perfino a misconoscere la paternità divina, a respingerla, talora a insultarla, poiché la mormorazione non è forse un insulto all’amore? Oh quanti sforzi di questo amore ho reso sterili finora!… Quante volte l’ho respinto, nel momento in cui veniva a me sotto la sua veste più rigida, ma non meno misericordiosa!… Mio Dio, se vi avessi compreso!… vi comprenderò meglio d’ora innanzi?…

324. Nulla chiedere, nulla rifiutare. – Ogni sofferenza, da qualunque parte arrivi, viene da Dio. Venendo da Dio, ha il compito di purificare, liberare ed elevare. È l’inviata di Dio, perciò debbo accoglierla bene e lasciare compiere l’opera sua. Accettarla è tutto il mio dovere. Non bisogna mai domandarla. Chiedere le prove, è sempre una presunzione, e per conseguenza un pericolo, a meno che si tratti di una particolare ispirazione dello Spirito Santo, la quale raramente è data prima del quinto grado della pietà. « Non domandate né rifiutate alcuna cosa » è la massima favorita di san Francesco di Sales, che ben può servire di motto al cristiano nel suo cammino attraverso le consolazioni e le desolazioni.

D’altronde, vi è un tratto molto lungo da percorrere prima di giungere all’accettazione totale, amorosa, riconoscente, di tutto ciò che Dio manda, senza mai nulla rifiutare (n. 315). Non sono io ordinariamente occupato nell’allontanare tutte le sofferenze? Non è forse questa una delle grandi cure della mia vita? Quante precauzioni e quanti mezzi adopero per fuggire il dolore! In nessun’altra cosa mi mostro così abile e premuroso. Non dico che sia male risparmiarsi certe sofferenze. Adoperare per questo i mezzi che Dio ha stabilito a tale fine, può anche essere un atto di virtù (n. 87). Per quanto sta da me, debbo preservare il mio essere da lesioni funeste; la cura della mia salute fisica e spirituale è un dovere. È bene anche rimuovere certe sofferenze, le quali, pur senza recarmi grave danno, sono tuttavia un vero ostacolo, per lo stordimento che possono causare alle mie migliori facoltà. Vi sono dunque sofferenze contro le quali posso e debbo premunirmi. Se però desidero soffrire, ho migliaia di occasioni, anche senza nulla chiedere a Dio. Quando ricordo san Francesco di Sales che non si accostava mai al fuoco, per sentire il freddo come Dio glielo mandava, oppure lasciava che le mosche insanguinassero la sua fronte calva, senza scacciarle; e san Benedetto Labre, che conservava gl’insetti parassiti, ecc., comprendo qual campo infinito sia aperto all’accettazione pura e semplice delle sofferenze di ogni giorno. È bene tuttavia ricordare che l’amore alla sofferenza è proporzionato al grado di elevazione dell’anima, e che, salvo casi eccezionali, solo le anime giunte alla santità sono capaci di affrontare le sofferenze eroiche.

Collaborazione nell’opera divina (2)

prostrazione

Sulla nostra piccolezza e la cura delle piccole cose
Parte seconda

Ci sono cristiani che si credono pronti per grandi sacrifici e volentieri svolgerebbero compiti eroici, ma trascurano i piccoli compiti come se essi fossero indegni di loro. Chi alimenta un’illusione simile, si perde miseramente perché nulla è insignificante alla luce dell’amore. Tutti gli atti animati dalla carità sono una nobiltà divina. Dimentichiamo troppo spesso che il Figlio di Dio e sua Madre hanno vissuto nascosti la maggior parte della loro vita, impegnati nei compiti più comuni e umili, e che nemmeno per un attimo hanno lasciato di rendere al Padre la pienezza della Sua gloria. Prima di insegnarci, Gesù ci ha dato l’esempio: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Chi disprezza il dettaglio, non ci vuole molto tempo a cadere nelle debolezze più gravi e, talvolta, anche a perdere poco a poco la nozione di peccato. Se tutti i discepoli di Gesù avessero osservato i Suoi precetti su questa fedeltà, Giuda non avrebbe commesso il suo crimine sotto la minaccia che è la controparte della promessa che abbiamo appena citato: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Non c’è nulla di sacro nella vita dell’anima che non può essere profanato: per più in alto che essa sale, si può sempre cadere. Ma, al contrario, non c’è nulla di profano nell’anima che non può essere santificato: lo dimostra l’esperienza dei santi che abbiamo l’obbligo di imitare.
Tra le persone pie ci sono delle anime che vogliono raggiungere gradi elevati di preghiera e credono di avere il diritto, in un certo senso, alla più intima unione, semplicemente perché osservano più o meno i comandamenti di Dio. Non sono consapevoli dell’alto concetto esagerato che fanno di se stesse, che è appunto un ostacolo alle vere grazie, di cui non hanno nemmeno l’ombra. Sarebbe necessario che una nuova purificazione le facesse confessare, prima, con sincerità che non hanno né il merito né il valore e dipendono in ogni momento della misericordia divina. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).
Quando Dio diventerà per noi l’unica realtà, l’ardore e la certezza viva traboccheranno sull’ambiente in cui viviamo con tale forza che rapirà le anime. Perché nessun uomo, nessuna creatura può impedire questa influenza, questa donazione spontanea di un’anima fervente verso tutti coloro che hanno bisogno di sostegno, di salvezza e di aiuto. Il Maestro vuole che l’amore irradii dal cuore dei suoi. «Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, quando sarai tornato, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Queste parole sono state dette a Pietro, ma sono rivolte a ciascuno di noi, perché nessuno può tenere per sé i tesori che gli sono stati affidati, se sono veramente spirituali. L’ultimo di noi ed il più nascosto ha una missione da quale non può schivarsi. La Verità vuole che le nostre azioni la manifesti, che tutto il nostro comportamento la faccia, che il nostro stesso essere, vivendo del suo amore, dia testimonianza. Guai a colui che si vergogna della sua fede, perché il Signore si vergognerà di lui. Dobbiamo combattere per Dio e per i Suoi diritti inalienabili, costi quel che costi. Il Salvatore predisse la sanguinosa storia della sua Chiesa: «Ma prima di tutto ciò vi prenderanno con violenza e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti ai loro re e ai loro governatori, a causa del mio nome. Allora avrete occasione di dare testimonianza. Ritenete per sicuro che non vi dovete preoccupare di quello che direte per difendervi; io stesso vi darò linguaggio e sapienza, così che i vostri avversari non potranno resistere né controbattere…Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Eppure, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime!» (Lc 21, 12-15; 17-19)

(Un certosino)