• Translate

  • Memini, volat irreparabile tempus

    aprile: 2017
    L M M G V S D
    « Mar    
     12
    3456789
    10111213141516
    17181920212223
    24252627282930
  • Guarda il film online

  • Articoli Recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Segui assieme ad altri 368 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.
  • Live da Lourdes



  • Teads - Top dei blog - Religione e spiritualità

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’ATTESA DI DIO

313. Calma nel risveglio. – 314. Attesa premurosa. – 315. Alla scuola di Dio. – 316. L’attesa del Messia.

313. Calma nel risveglio. – « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel “regno dei cieli » (Mt 18, 3). Mio Dio! se mi sono inoltrato così poco nel vostro regno, non è forse perché, troppo preso dalle agitazioni, o troppo assopito nelle mie negligenze, non ho saputo restare aperto alla vostra azione? Purtroppo è così difficile, all’indipendenza orgogliosa o indolente, ritornare con voi alla confidenza del fanciullo verso la madre, confidenza così calma nella sua semplicità, così interrogativa anche nella sua attività, che riposa e risveglia nello stesso tempo tutto il suo essere! Ed ecco la calma nel risveglio, in cui l’anima mia dovrebbe costantemente mantenersi davanti a Dio per ricevere le operazioni del suo beneplacito.

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 35-37). Duplice preparazione, dunque: di raccoglimento in se stessi e di attesa del padrone, affinché il servo non sia colto all’improvviso, né il padrone trattenuto alla porta.

314. Attesa premurosa. – Dio continua a compiere, ad ogni istante e con tutti i mezzi, le sue operazioni vitali nell’anima mia, e io devo tenerla costantemente in grande semplicità e in tranquilla avidità, sempre aperta all’azione divina. I miei occhi siano rivolti verso colui che abita nei cieli. « Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi » (Sal 122, 2). In questa preparazione fondamentale non devo fare preferenze od esclusioni, ma devo esser disposto a ricevere indifferentemente tutto da Dio.

Ecco come san Francesco di Sales parla del grado supremo dell’indifferenza e dell’abbandono al divin beneplacito: « Mi pare, dice, che l’anima che si trova in questa indifferenza e che non ha alcun desiderio, ma lascia agire Dio secondo il suo volere, debba mantenere la sua volontà in una semplice e generale attesa; in quanto che, attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l’attesa dell’anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma una semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Alorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l’attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l’anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre ».

315. Alla scuola di Dio. – Non riuscirò certamente a raggiungere d’un tratto questa perfezione. Un primo sguardo ed un orientamento parziale e momentaneo dell’attenzione possono essere compiuti in un attimo; ma l’educazione di questa attitudine dell’anima, la sua chiaroveggenza, la sua stabilità sono necessariamente frutto di lungo esercizio, e tanto più lungo quanto più io debbo giungervi da lontano. Mi sono smarrito nelle vie della mia volontà, della mia agitazione, delle mie distrazioni, delle mie negligenze; non ho saputo ascoltare la voce di Dio, prestargli attenzione, interrogarlo; ed egli mi ha abbandonato ai desideri del mio cuore, mi ha lasciato seguire le vie della mia immaginazione (cf. Sal 80, 12-13). È di là ch’io devo giungere. Come si arriverà a questa tranquilla attenzione? Per gradi. La pietà incomincia lentamente, con la fuga del peccato, per elevarsi fino alla consumazione. Poiché la volontà di Dio è la via che conduce alla pietà, è chiaro che la via è in rapporto con il fine. Se vi sono dei gradi all’arrivo, è perché ve ne sono nella via. Dunque, all’inizio, potrò ricevere molto imperfettamente l’azione divina. La mente, il cuore e i sensi sono troppo abituati a vedere solo la creatura in sé, e non possono perciò elevarsi subito a comprendere, gustare e raggiungere il sacramento universale dell’operazione divina. Ho qui un lungo e paziente tirocinio soprannaturale da intraprendere e da proseguire con una serena sincerità. E, per essere sicuro di riuscirvi, occorre che, da docile allievo, mi metta alla scuola di colui che è il mio unico Maestro.

316. L’attesa del Messia. – E’ necessario venire a questa scuola senza il preconcetto di voler essere diretto e di apprendere a modo mio, di interrogare i miei desideri anziché quelli del Maestro. Chi più del popolo eletto fu alla scuola di Dio? Eppure, dopo tanti secoli d’insegnamento, non seppe riconoscere colui che gli era stato indicato e che attendeva. Il Messia venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero (Gv 1, 11). Non lo ricevettero perché non lo riconobbero; non lo riconobbero perché, legati ai loro concetti ed alle loro ambizioni, l’attendevano diverso e diversamente dal come venne. Ecco il pericolo e la disgrazia. Quantunque circondato da tanti ammaestramenti divini, posso anch’io misconoscere, nella sua azione, la venuta di colui che fa di tutto per farsi conoscere ed accogliere. Quanto è vero, allora, che non bisogna legarsi a modi o a mezzi particolari, ma al di là di ogni mezzo o modo, occorre aderire all’azione purissima, che è distinta e che bisogna distinguere da ciò che ne è soltanto il veicolo!

L’attesa allora è serena, perché sta al disopra e al di fuori di ogni contingenza; ed è veramente un riposo ristoratore dell’anima. Inoltre, perpetuamente saziata dal torrente dell’azione divina, sempre avida di quest’azione, che segue e di cui è sicura, l’anima non conosce né le angosce d’un vuoto presente, né le ansietà d’una privazione futura. Dio le basta ora e per sempre.

La pace

monaco-in-quiete-claustrale

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27).

Eccoci giunti ad un altro dono dello Spirito Santo: la pace. Una meditazione di un certosino che ci esterna in questo brano parole su cui riflettere. Facciamone tesoro!

La pace è un altro frutto dello Spirito Santo. Essa presuppone l’assenza di agitazione, che è esattamente l’opposto della pace; presuppone il riposo della volontà in possesso stabile del bene desiderato. Questo è esattamente lo stato della persona che è totalmente consegnata allo Spirito Santo. Se ci troviamo in questa situazione, cosa sarebbe in grado di disturbare la pace? La malattia, la debolezza, le umiliazioni, le tentazioni? La persona sa che tutto questo, è permesso dal Padre del cielo e sarà per lei un gran bene. Potrebbe essere la morte? No, perché la aspetta con amore e sente che non le manca il valore ed il coraggio di accettarla, continuando, così, a vivere.

Come questa persona potrebbe non sentirsi inondata di pace, sapendo che è consegnata a Colui che è l’unico centro di tutte le cose, e avendo un unico timore: offendere, in qualsiasi modo, un Padre così buono? È pienamente immersa nell’ordine, quindi usufruisce della tranquillità che è il risultato necessario della vera pace. Questa è la pace che il Signore desiderava ai suoi discepoli dopo la risurrezione: “La pace sia con voi, vi do la mia pace”, così diversa dalla pace del mondo.

La pace è una condizione necessaria per una perfetta vita della grazia in noi. Ed il diavolo lo sa bene. Quindi cerca di seminare l’inquietudine, in ogni modo, particolarmente nelle persone consacrate a Dio. Questo è l’obiettivo immediato dei suoi sforzi. Una persona irrequieta, si lascia sopraffare dalla tristezza e si ripiega su se stessa, ciò la impedisce di aprirsi come un fiore al sole dell’amore divino e, quindi, di glorificare Dio come dovrebbe farlo. La via d’uscita da questa situazione, quando non se sa evitare le insidie del diavolo, è umilmente aprire il cuore al confessore o al suo maestro di novizi. Questo rimedio è più efficace quanto più spiacevole al demonio dell’orgoglio, e prepara la persona, in modo efficiente, a lasciarsi muovere dallo Spirito divino.

Infine, questa pace sarà più consolidata in noi, quanto più ci applichiamo a essere fedeli di fronte alle piccole ispirazioni della grazia, con l’unica preoccupazione di compiere la volontà di Dio, anche nei piccoli dettagli. “Grande pace hanno quelli che amano la tua legge”, canta il salmista (Sl 119). La pace è il frutto della santità e dell’amore filiale. Felice la persona che è pia – “farò scorrere verso di essa, come un fiume di pace” (Is 66, 12).

(Un certosino)

 

 

In memoria di Padre Christian

memoria-p-christian

Sono ormai trascorsi quattro anni da quel 3 aprile del 2013, allorquando l’anima santa del “piccolo grande” certosino Padre Christian è ascesa al cielo. Dopo avervi recentemente proposto un omaggio speciale con un documentario video, da voi molto apprezzato, in questa ricorrenza mi piace rinverdire la sua memoria, proponendovi una sua preghiera. Egli aveva l’abitudine di annotarle su lembi di carta, che donava ai suoi figli spirituali bisognosi di conforto. Nel testo che segue, possiamo percepire una sorta di appello salvifico esternato al Signore e rivolto al genere umano. Una vera perla!

Vieni Signore Gesù vieni.

Vieni ad asciugare tante lacrime

Vieni per impedire il massacro di tanti innocenti

Tu sei la nostra unica speranza in questa valle di pianto

Un fiume di sangue copre la terra: aborti, guerre, assassini, incidenti stradali

Il sangue del tuo fratello grida verso me

Chi può liberare la terra da tanti mali se non Tu

Unico salvatore del mondo.

Chi può ridare alla terra la pace se non Tu.

Principe della Pace che hai detto “vi lascio la pace

vi do la mia pace non quella che vi da il mondo”.

Tutto il mondo ha sete di pace, ma gli uomini senza di Te non possono trovarla

Perchè la pace divina è una pace che viene dall’Amore infinito.

Vieni Signore in ogni cuore per renderlo mite e umile come il tuo cuore

Perchè senza umiltà e mitezza non c’è amore.

Gesù ti darà la sua Vita nella misura che tu riceverai il suo corpo

chi mangia il mio corpo avrà la vita dice il Signore

Il mondo sta morendo perché non ha ascoltato il suo Signore!

Che Dio ti abbia in Gloria Padre Christian

biglietti-p-christian

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA PIETA’ PASSIVA

306. Tenere aperto. – 307. Accettare. – 308. Riconoscere, accogliere, subire. – 309. Semplice accettazione. – 310. Con pace e tranquillità. – 311. Il riposo in Dio. – 312. Definizione della pietà passiva.

306. Tenere aperto. – Che cosa si deve fare per corrispondere alle operazioni del divin beneplacito? La corrispondenza diretta e immediata non consiste qui nell’azione, ma nell’accettazione. Alla volontà significata devo corrispondere direttamente e formalmente facendo i piccoli passi della pietà attiva. La volontà di beneplacito richiede, come corrispondenza propria e speciale, ch’io mi lasci portare nelle braccia di Dio. « Esponi al Signore il tuo stato, spera in lui: Egli provvederà » (n. 294). Affinché l’azione divina possa agire nell’anima, è necessario che entri in essa e che l’anima si apra a tale azione. E poiché questa azione è di tutti gli istanti, richiede un’apertura costante. Come assicurarle questa costante apertura? Come tenerle la via aperta? Col fare quel che Dio mi domanda per mezzo della sua volontà significata; coll’apportare questa parte d’azione che egli attende da me; col fare con lui i piccoli passi che costituiscono la pietà attiva. È chiaro che, se non faccio quanto Dio mi domanda, mi chiudo alla sua azione, poiché sono in lotta contro di lui. Al contrario, è evidente che nei momenti in cui eseguisco la sua volontà significata, la corrispondenza tra la mia anima e lui è stabilita. Di conseguenza, uno dei risultati della pietà attiva, il suo effetto più santificante è di tener l’anima accessibile alle influenze divine, di dare libero ingresso ai movimenti ispiratori e vivificatori della grazia. Ma questa apertura è già il seguito di un movimento divino:

307. Accettare. – Come, infine, sarà a lungo spiegato nel libro seguente, la mia azione non può precedere quella di Dio. La prima e principale apertura non è dunque eseguita dalla mia azione, ma dalla mia accettazione. Accettare il beneplacito divino, sottomettermi a ciò che Dio compie in me e per me, è il modo con cui, prima di tutto e soprattutto, apro la via a Dio, e dò libero corso alle sue operazioni. Il mio compito qui è dunque passivo; si limita ad accettare, a lasciar fare, a lasciarmi portare, ad adorare e ringraziare. Dio mi porta fra le sue braccia ed io mi ci abbandono. Lasciar libera la via a Dio, accettare la sua azione, non rifiutargli nulla è ciò che chiamo pietà passiva o parte passiva della pietà. La disposizione unica, essenziale, qui, è la sottomissione amorosa, senza riserva, senza inquietudine, senza curiosità, senza mormorazione, all’azione di Dio, alla sua volontà di beneplacito.

308. Riconoscere, accogliere, subire. – Ma come avviene questa accettazione? In che cosa consiste questa sottomissione? In questo: che la mente riconosca, il cuore accolga, i sensi subiscano in ogni avvenimento di beneplacito, l’operazione di Dio. Avvenimento, operazione: sono le due parti dell’azione divina, precedentemente distinte (n. 291). Occorre riconoscere, accogliere, subire l’uno e l’altra; ma l’uno in modo diverso dall’altra; l’uno a causa dell’altra; l’avvenimento, in vista dell’operazione, adattandosi e passando oltre; l’operazione, per se stessa, unendovisi in modo da custodirne gli effetti.

Quanto è importante non fare confusioni! Il capitolo precedente mi ha dimostrato come l’aderire o l’arrestarsi al mezzo divengano ostacolo all’azione (n. 305). Ricevere, ad esempio, la consolazione per la consolazione, significa indebolirmi nel trastullo; subire la prova per la prova, significa condannarmi ad uno schiacciamento. Ma accettare la consolazione o la prova quali operazioni divine, o piuttosto, accettare nella consolazione e nella prova l’operazione divina, significa ricevere la libertà e lo slancio del mio progresso. La sapienza dell’accettazione consiste, dunque, nell’adattarsi al fatto provvidenziale e nell’unirsi in tutti gli avvenimenti all’azione divina; riconoscere, accettare, subire gli avvenimenti come operazioni divine. Felice l’anima, che, senza più arrestarsi alle sue impressioni naturali di gioia o di dolore, incomincia a sentire, a gustare ed a comprendere il bisogno che Dio ha di operare in essa! A mano a mano che si diventa meno sensibili all’umano, ci si rende più sensibili al divino. Quando lo spirito impara ad uscire dal creato, giunge a vedere o ad intravedere, nei suoi incontri quotidiani, l’idea del suo Creatore. Il cuore che vuole allontanarsi dagli affetti naturali giunge a gustare, negli avvenimenti il desiderio del suo Dio. I sensi stessi, allorché diventano indifferenti alla gioia e al dolore, si sentono inondare dall’operazione purificatrice e vivificatrice. Oh, i grandi segreti della vita! Quanto è bella l’esistenza, vista, gustata e sentita in questo irraggiamento celeste!

309. Semplice accettazione. – Non mi è però necessario, né sempre possibile, avere la chiara percezione delle intenzioni di Dio e rendermi conto dei suoi modi di agire (n. 290). Talvolta egli preferirà svelarmele, ma agirà anche senza dire i suoi motivi. A me allora basterà sapere che agisce secondo il suo desiderio e la sua idea, basterà che mi pieghi puramente e semplicemente alla sua azione in quanto tale, per conformarmi al suo desiderio e realizzare la sua idea. Faccia pure quel che a lui piace; sia egli libero di modificare il suo lavoro su di me, secondo il suo desiderio attuale e la sua idea eterna, senza che la mia adesione a tale gioia, o la mia ripulsione per tale pena vengano ad ostacolarlo. Devo adorare sempre i suoi disegni, aderire alla sua intenzione, baciare la sua mano e ricevere ogni sua azione, unicamente perché viene da lui e a lui conduce. Qui è la vera e perfetta accettazione.

310. Con pace e tranquillità. – Ma ecco una questione importante: Dio agisce costantemente; occorre dunque ch’io ripeta continuamente atti di accettazione? No. Sarebbe anzitutto impossibile perché, se volessi rispondere positivamente, con atto di sottomissione, a ciascun particolare dell’azione del divin beneplacito, non basterebbe ogni mio respiro. Non bisogna qui, a causa dell’accettazione, ricadere nell’agitazione umana in cui non v’è Dio (cf. 1Re- 19, 11). Il luogo dell’azione divina è la pace; qui essa si compie; qui, di conseguenza, si riceve, si attinge, si gusta. Quest’azione giungerà all’anima solo nella misura in cui l’intelligenza e il cuore saranno custoditi in Cristo Gesù, mediante la pace che è elevata, che eleva al disopra di tutto ciò che è sensibile (cf. Fil 4, 7).

In questa pace, in questa unità, l’anima s’addormenta e si riposa nella confidenza assoluta nella quale è confermata dal Signore (cf. Sal 4, 9). Ma questa dolce confidenza è uno dei segreti che l’uomo difficilmente sa trovare, poiché egli è sempre incline ad agitarsi. Nel tempo stesso in cui gli si domanda la tranquillità egli fa degli sforzi per riuscire ad averla. Il solo mezzo sicuro per riposarsi è quello di incominciare a non agitarsi. Il bimbo che è portato sul seno materno ha bisogno di dimenarsi, per restare sulle braccia che lo sostengono? È precisamente ciò che richiede l’accettazione: riposarsi, addormentarsi nel divino beneplacito, allontanando ogni inquietudine e agitazione esteriore e interiore. Ecco il significato di questo riposo e di questo sonno. Oh! il riposo nella volontà di Dio! il sonno misterioso della confidenza in cui si ritempra la vita (n. 347), la serena tranquillità della pace al disopra dei turbini creati, la beatitudine dell’unità in cui l’anima è tutta stabilita in Dio!

311. Il riposo in Dio. – Questo è il riposo in Dio, nell’azione di Dio, nella vita di Dio. Non è il riposo incurante, pigro, egoista, gaudente, il riposo in me stesso e nel creato, quel riposo che ha bisogno di non far nulla, che ha in orrore l’attività, che è disordine (n. 115) ed è la seconda forma della malattia umana. Questo non è riposo, ma la perdita della vita; mentre il riposo in Dio è la prima condizione della vita, che è composta essenzialmente di riposo e di movimento. Quando infatti l’anima si apre a Dio, si fida di lui, egli la invade, la penetra, la vivifica col suo soffio, la riempie della sua vita, le mette in azione tutte le energie, la conduce, la sostiene, le fa compiere veri atti di santità.

Chi rimane in Gesù Cristo deve comportarsi come lui (cf. 1Gv 2, 6). Se so rimanere in lui, nel riposo della vera accettazione, egli resterà in me colla sua azione e mi farà produrre molti frutti (cf. Gv 15, 5). Quando comprendo e pratico il vero riposo in Dio, la mia anima è come la locomotiva la cui chiavetta è totalmente aperta; il vapore può entrare, circolare e mettere tutto in movimento. Ma quando mi agito e mi riposo fuori di Dio, la chiavetta è chiusa. Dio resta alla porta dell’anima mia, la sua azione non mi penetra, il suo desiderio e la sua idea non si attuano.

312. Definizione della pietà passiva. – L’apertura d’anima con Dio è la prima condizione della vita; e tale apertura si chiama pietà passiva. Essa è il lato recettivo, la parte passiva della pietà cristiana. Cos’è la pietà passiva? È una disposizione recettiva dell’anima che si mantiene accessibile alle influenze divine, per essere animata e condotta dalle operazioni del divin beneplacito alle opere proprie della vita soprannaturale. Vedrò più per esteso, nel libro seguente, come questa passività conduca alla vera attività, e come l’una e l’altra formino una sola pietà.

Ma posso fin d’ora intravedere come l’apertura di recettività, mantenuta nell’anima da un’attitudine fedele di pietà passiva, tenga l’anima in condizione di riposo davanti a Dio e in contatto vitale con lui. Posso pure intravedere come l’azione di Dio, potendo entrare ininterrottamente dal punto di contatto sempre aperto, comunichi incessantemente il movimento di vita divina alle mie potenze, per l’esecuzione soprannaturale del dovere. Cosicché, l’anima, stabile in questo stato di accettazione, è nel medesimo tempo mutata in proporzione alla sua stabilità in Dio e compie le sue opere con un’intensità proporzionata a questa stabilità. Essa è contemporaneamente passiva ed attiva; ed è tanto più attiva quanto più è passiva; più riceve e più agisce; se non ricevesse nulla, non farebbe nulla.

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma: Il sole di amore

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma:

Il sole di amore

tramonto-e-certosino

Un brano estratto dall’opera Mystica Teologia, nel quale Ugo di Balma ci parla della potenza de il sole d’amore come metafora della passione travolgente per Dio.

Poiché Dio è un fuoco travolgente, divorante, lo spirito dell’uomo espelle tutti i tipi di freddezza, nella misura in cui si accede a stretto contatto con gli impulsi di fuoco d’amore. Quando l’anima, si eleva verso Dio, aspira a una più intima unione con Lui, esponendosi al sole cocente dei dardi dello spirito divino, e come stoppa è esposta ai raggi del sole ed incendiata dal fuoco disceso dal cielo.

Questo sole accende lo spirito in tre modi: in primo luogo, perché per sua natura aumenta l’ardore nello stato d’animo, e mediante questo ardore che si incenerisce gli ostacoli che impediscono all’amore di ardere ancora più incessantemente. In secondo luogo, perché dà benefici spirituali che fanno perfetto l’amore. Terzo e ultimo, perché infiamma la mente in modo che tu possa amare solo Dio con amore estremamente ardente. Oltre a questa saggezza l’anima si infiamma in modo che l’amore ardente per il prossimo diventi come amare se stesso, affinchè non ci si scoraggi nell’ avere un insaziabile desiderio di totale unione con Dio.

 

Dom Lorenzo Surio

 

surius

Nell’articolo odierno, voglio farvi conoscere il certosino Lorenz Sauer noto come Lorenzo Surio, o in latino Laurentius Surius. Egli nacque a Lubecca nel 1522 in una famiglia luterana. Fu uno studente prima della Facoltà di Lettere dell’Università di Francoforte sull’Oder, e poi di Colonia, dove ebbe come compagni ed amici di studi Nicolas Van Esch (Eschius) e Pietro Canisio. Quest’ultimo lo convinse e lo introdusse alla Chiesa Cattolica, convertendolo. Nella città di Colonia Lorenzo ebbe l’opportunità di conoscere e frequentare Dom Giovanni Giusto Lanspergio, del quale rimase affascinato e fu attratto dalla vita certosina. A seguito di ciò decise di entrare, giovanissimo, nella certosa Santa Barbara di Colonia il 23 febbraio del 1540, facendo la Professione solenne il 21 febbraio del 1541 e ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1543. Fatta eccezione per un breve soggiorno alla vicina certosa di Magonza, nel 1548, Dom Lorenzo Surio trascorse trentasei anni di vita monastica tra le mura della certosa di Colonia. Egli si dedicò alacremente alla scrittura coniugandola con grande fervore alla sua attività religiosa dove fu un modello di pietà, di rigida osservanza delle regole dell’Ordine. Morì nella sua amata cella il 23 maggio del 1578.
Tra i suoi scritti vi furono molte opere riguardanti l’agiografia e la storia della Chiesa, ed inoltre tradusse in latino diverse opere di ascetica e teologia di autori mistici renani, fiamminghi ed olandesi. La sua opera più nota fu il De probatis sanctorum historiis (7 voll., 1576-81). Un grande studioso che seppe conciliare la sua inclinazione verso la scrittura con la rigida ed austera vita claustrale certosina. Questo particolare è sottolineato nel dipinto che ho inserito in questo articolo, laddove Dom Lorenzo viene raffigurato a scrivere con il pennino all’interno della sua cella, con alle spalle diversi volumi, mentre sullo sfondo si fa riferimento alla sua dedizione per la vita monastica certosina, fatta di preghiere e meditazione.

detaglio-surius

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

IL SUO CAMMINO

300. L’ago e il filo. – 301. Triplice spogliamento esteriore. – 302. Spogliamento interiore. – 303. Il perché dell’unione delle potenze. – 304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – 305. 1 doni di Dio che diventano ostacoli.

300. L’ago e il filo. – Per comprendere meglio i risultati purificatori, cerchiamo di seguire l’azione divina nel suo alternarsi di gioie e di dolori. Nessuno forse ce ne ha dato un quadro più completo e più conciso di quello di p. Antonio del SS. Sacramento, nel suo Ritiro dei dieci giorni-. Senza dubbio, la sua esposizione, come tutto ciò che è sintesi umana, presenta più rigore metodico di quanto ve ne sia nella realtà. Le vie di Dio, infatti, sono varie quanto le esistenze. Tuttavia, gli avvenimenti osservati nelle anime rivelano una certa economia generale, le cui grandi linee sono ben definite nella sintesi del p. Antonio. A chi cerca vedute di unità, le indicazioni rivelatrici non sono date per mezzo delle varietà accidentali, ma per mezzo dei tratti più salienti in cui si dichiara la somiglianza dei procedimenti divini.

Dio solo è Dio; nessuno dei suoi doni è lui, eccetto, in qualche modo, la grazia santificante, che è la sua vita in noi, con le trasformazioni che opera in noi e che sono la nostra vita in lui. Gli altri doni di Dio non sono che gli strumenti delle sue operazioni. Anche quei doni del tutto spirituali, che penetrano nel più intimo dell’anima, sono soltanto una preparazione della sua dimora in noi. Non sono perciò destinati a fermarsi, bensì ad operare e passare, altrimenti ritarderebbero o impedirebbero la azione della grazia. Ciò è chiarito dal grazioso paragone di san Francesco di Sales, circa l’ago il quale, se si ferma nel tessuto, non lascia passare il filo. E, come nella cucitura o nel ricamo, i punti si succedono e si aggiungono secondo l’attività del passaggio dell’ago, così nell’anima si susseguono i doni e gli avanzamenti divini.

Rallentare il passaggio di un dono vuol dire diminuire la purezza e la rapidità dell’operazione e, di conseguenza, ritardare l’arrivo di un altro dono. « Se io non me ne vado – dice il Salvatore – non verrà a voi il Consolatore » (Gv 16, 7). Affinché Dio cresca occorre che chi è precursore si eclissi (cf. Gv 3, 30).

301. Triplice spogliamento esteriore. – I primi doni che esercitano la loro azione sono, abitualmente, le consolazioni sensibili, le quali affluiscono nella parte inferiore dell’anima per allontanarla dalle seduzioni dei sensi e unirla a Dio. Esse durano il tempo necessario ad ottenere il loro effetto, poi scompaiono seguite dall’aridità, il cui compito sarà di purificare la sensibilità dalle sue false compiacenze nelle dolcezze sensibili.

Allorché l’aridità ha compiuto la sua opera, Dio invia un dono migliore, quello dei lumi, che purificheranno l’intelligenza dalle sue vedute terrene e l’inizieranno ai misteri di Dio e del suo Cristo. Nel firmamento dello spirito si aprono magnifiche vedute sulle cose, disegni, parole, operazioni di Dio, sulle sue perfezioni e sulla sua vita. E quando lo sguardo è sufficientemente retto, fortificato ed elevato, i lumi s’eclissano, si fa notte. La mente si spoglia allora delle adesioni alle false luci.

Terminata la sua missione, questo periodo di tenebre aprirà la porta a nuove infusioni divine. Desideri santi, infuocati ardori s’impossesseranno della volontà e la trascineranno ad immensi sacrifici per Dio, per la santa Chiesa, per le anime. Il calore inebriante continuerà in grado bastevole a cattivarsi la generosità del cuore e, a sua volta ancora, esso si estinguerà in un disgusto ed in un’impotenza che dovranno svincolare gli affetti dai loro attaccamenti egoistici a questi doni così penetranti.

Terminato questo nuovo spogliamento, l’anima ritroverà una forza più pura per agire, una facilità più vigorosa per operare per Dio e secondo Dio. Ecco dove la conduce la triplice fase dei doni e degli annientamenti che operano sui sensi, sulla mente e sul cuore in vista del loro spogliamento esteriore.

302. Spogliamento interiore. – Ma non è tutto finito. L’anima è ormai distaccata all’esterno, ma non ancora nell’interno; è distaccata dal creato, ma non da se stessa. Le sue potenze conservano dei segreti e sottilissimi legami alle loro impressioni, vedute ed affetti. Queste alterazioni non possono sussistere con la vita divina; saranno perciò espulse da nuove operazioni più crocifiggenti, poiché staccheranno l’anima da se stessa. Qui gli spogliamenti si susseguono senza grandi intramezzi di periodi di consolazioni, senza altre soste che quelle che esige un cammino lungo e penoso. Questo stato viene chiamato dai santi la traversata del grande deserto.

A tutta prima, la parte inferiore sarà agitata da spaventose tentazioni di impurità, di collera, d’impazienza, ecc.; tutto è sconvolto dalle passioni.

A loro volta, l’intelligenza e la volontà saranno scosse e desolate da tentazioni terribili di dubbi, disperazioni, bestemmie, angosce, tenebre, rinunzie, abbandono di Dio, oppressioni, ecc.

L’opera di annientamento va oltre. Ecco che Dio toglie all’anima la virtù attiva, cioè quella facilità di agire che era stata rispettata dalle ultime tempeste. L’impotenza diviene tale che le forze non hanno più altro potere che quello di ricevere e soffrire.

Infine, quest’ultimo residuo della loro attività naturale, questa virtù passiva si va anch’essa paralizzando al punto da non poter compiere da sola il minimo movimento. La parte umana non fornisce più neppure l’energia per l’accettazione; di là non viene più nulla, né un pensiero, né un sentimento, né un atto. Più nessun movimento umano; tutto è tolto, distrutto, annientato. La vita puramente naturale dell’anima non è capace di nulla; è la morte mistica, l’ultimo passaggio dalla morte alla vita.

In questa fase di aridità e di annientamento interiore, l’anima è fissata in Dio, non più come nel periodo degli spogliamenti esteriori, da parte della sua attività e delle sue facoltà in cui tutto sembrava in disordine, ma dal suo centro e senza che ella stessa se ne renda sempre conto. Infatti, assorbita dallo sconvolgimento delle sue potenze, essa si crede spesso abbandonata e perduta. Solo in qualche sprazzo di luce confortevole può costatare come Dio la custodisca.

303. Il perché dell’unione delle potenze. – Qual è il motivo e la necessità di questo totale annientamento della virtù attiva e passiva, questa unione delle potenze in ogni movimento di azione e di passione? Dal fatto che l’anima deve perdere tutto il modo di vedere, di volere, di agire e di ricevere umanamente per sé, fuori di Dio. Le sue facoltà sono bandite solo per impedirle ogni minimo movimento umano. Questa specie di paralisi transitoria è la via per arrivare al grado di spogliamento, precedentemente indicato da san Francesco di Sales (n. 188), e rallegrarsi infine nella trasformazione. « Bisogna, diceva san Paolo, che quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne, e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2Cor 5, 15-17).

Allorché si sono cancellate le ultime tracce della vetustà del vecchio uomo, Dio entra nel pieno possesso dell’anima, e l’anima nell’unica possessione del suo Dio per mezzo del matrimonio mistico, in cui si consuma lo stato di unità. In questo stato, l’anima non ha più altro movimento che in quello di Dio; nessun impulso della natura determina le sue azioni, che sono determinate dalla volontà di Dio, unico e sovrano motore delle sue facoltà. Dio compie in essa tutte le sue opere. Le sue potenze, svincolate dalla tirannia delle creature e dalla propria indipendenza, sono ora pienamente libere, sovranamente operanti, sotto lo stimolo della volontà di Dio.

304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – Queste diverse operazioni fanno successivamente salire l’anima attraverso i cinque gradi della pietà. Le consolazioni giungono all’inizio della vita spirituale e corrispondono d’ordinario ai due gradi della fuga del peccato. I lumi accompagnano sovente il terzo grado della rettitudine. I grandi desideri e la facilità d’agire sono stati dati al quarto grado. Le altre operazioni, talvolta incominciate in questo grado, si compiono, nella maggior parte, solo nel quinto grado.

È bene considerare questa via della santità fino alle sue più alte vette. Comprendo così un poco quel che sono i santi, vedo meglio quale distanza mi separa da essi e mi animo a nutrirmi del pane nutriente della rinunzia, che mi darà la forza di giungere, sulle loro orme, al monte di Dio (cf. 1Re 19, 7-8). E non soltanto vedo meglio l’altezza del monte, ma scorgo più chiaramente la purezza immacolata del suo vertice. Più luminosa mi appare la distinzione tra i doni che passano e la glorificazione del nome che resta; più viva la consapevolezza che il mio unico bene consiste nell’aderire a Dio solo; più chiara la certezza che soltanto le operazioni divine sono capaci di condurre le anime sulle sue vette; più puro, di conseguenza, il bisogno di vedere, amare e cercare soltanto Dio in ogni cosa; più ferma, infine, la confidenza che poggia unicamente in lui. E così, col salmista, io canto dal più profondo del cuore: « Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio » (Sal 72, 28).

305. I doni di Dio che diventano ostacoli. – Debbo considerare una lezione, forse ancor più immediatamente pratica, atta a dissipare tante e non lievi illusioni. Non v’è nulla che possa aprire gli occhi quanto il vedere i doni stessi di Dio, non soltanto quelli di ordine materiale e temporale, ma anche i doni più spirituali, quelli destinati più direttamente al progresso della mia anima, ossia le consolazioni di Dio, i suoi lumi, i suoi ardori, divenire, per l’anima che si attacca ad essi, un ostacolo all’azione divina. Tanto è rigoroso il principio fondamentale dell’ordine essenziale!… (nn. 70-73), vasto di disordine dell’adesione al creato, pericolosa l’aberrazione di non comprendere che Dio solo è Dio, elevata e pura la sorte dell’uomo che deve vivere soltanto di Dio, da Dio e per Dio! Ah, se il mio occhio sapesse restare in questa luce, il mio cuore in questo irraggiamento, la mia vita in questa verità! Quanti annientamenti penosi Dio è obbligato ad operare, a causa degli ostacoli che io pongo alla sua azione! E quanto essi avverrebbero più agevolmente e più sollecitamente se io vigilassi per non attaccarmi alla falsità e non indugiare nel basso!