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La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

L’ISOLAMENTO

Effetti generali

447. Definizione. – 448. I cassetti. – 449. La svogliatezza. – 450. La sterilità.

447. Definizione. – I difetti che pervertono la concezione stessa della vita e ne falsificano lo scopo sono di loro natura i più perniciosi, perché lo scopo domina tutto. Gli altri, che contrastano l’unità della vita e nuocciono al suo ordinamento, sono ugualmente dannosi, perché l’unità è necessaria alla vita e l’ordinamento è necessario all’unità. Segnaliamo, tra gli altri, l’isolamento che altera l’ordine e spezza l’unità degli esercizi, e l’incostanza che è la mancanza di legame e di continuità nei movimenti dell’anima. L’uno causa la sconnessione delle pratiche, l’altro la sconnessione delle facoltà.

Innanzitutto vediamo l’isolamento. Chiamo isolamento l’abitudine di ripartire la propria giornata in parti sconnesse, separate, destinate ciascuna ad un’occupazione distinta, senza che tra esse vi sia corrispondenza né influenza né legame vitale. Non si tratta qui della santissima, utilissima e necessaria abitudine di una regolarità armonica e vivente, che stabilisce ad ogni azione il suo posto e il suo momento, secondo le esigenze del dovere e degli avvenimenti. La regolarità è una grande e indispensabile qualità. Chi vuol vivere per Dio deve vivere secondo una regola. Ho già trattato a sufficienza, nel capitolo precedente (n. 444), la necessità che ciascuno ha di conformarsi alle regole del proprio stato.

Nessun vocabolario dà, come sinonimi, questi due termini: regolarità ed isolamento; sarebbe come dire che salute e malattia sono sinonimi. L’isolamento, infatti, è la malattia e la morte della regolarità. Isolare, confinare, chiudere, significa arrestare la circolazione della vita, stabilire una separazione mortale che produce l’effetto di una fasciatura o quello dell’amputazione di un membro. Bisogna svincolare la regolarità dal suo isolamento, per renderla libera e feconda.

448. I cassetti. – Questa previsione materialistica della regolarità, questo regolamento meccanico, fa della vita un mobile a scompartimenti. Al mattino apro un cassetto: meditazione. Mezz’ora dopo lo chiudo; ciò basta per quel giorno. Più tardi ne apro un altro: ufficio divino; tre quarti d’ora ed è richiuso. Così per le altre pratiche ed occupazioni; ognuna ha il suo cassetto. Gli esercizi di pietà sono, in tal modo, confinati in un angolo della giornata, separati dalla corrente vitale e non esercitano sull’anima che l’influenza del momento, se pure la esercitano… L’insieme della mia vita è sconnesso, privo di unità.

Il pensiero di Dio è rinchiuso in alcuni cassetti di esercizi, e non esce che ad intervalli fissi. Talora esso appare, ma non come abitudine dell’anima, bensì come atto transitorio. È un ricordo della memoria, o una scintilla dell’immaginazione, ma non un principio vitale. Esso non compenetra l’essere, non ispira i pensieri, non alimenta l’amore, non dirige le azioni. Dovrebbe essere la vita della mia vita; invece non è che un accessorio; dovrebbe unificare l’anima, le sue azioni, i suoi affetti, le sue idee, la sua vita intera e farne un tutto compatto, coerente; invece io vivo troppo fuori di esso. La mia vita, i miei esercizi diventano così una successione abbastanza disordinata di particolari spesso in lotta gli uni contro gli altri.

449. La svogliatezza. – Gli esercizi di pietà sono allora compiuti molto male. Non orientando la mia vita, perché non ne sono l’anima, mi riescono di peso. Essi stonano troppo nell’insieme delle mie occupazioni e preoccupazioni. L’anima mia, dovendo farsi violenza per arrestare il corso delle sue disposizioni abituali ed elevarsi ai sentimenti richiesti per questi esercizi, ha fretta di sbarazzarsi di questo costringimento e farla finita con essi. Sono un peso che mi addosso con pena, che lascio con piacere e da cui mi esento quanto più mi è possibile. Io soccombo così alla precipitazione e alla svogliatezza, conclusione affatto naturale di questo triste modo di isolare gli esercizi di pietà. Se non arrivo sempre a questo punto, i miei esercizi non hanno però alcuna espansione; concedo loro il tempo strettamente richiesto, li faccio approssimativamente, ma non progredisco.

450. La sterilità. – Isolando i miei esercizi, li sterilizzo e li annullo. « La religione vera e viva, dice il Solov’èv, non è una specialità, un dominio separato, un angolo a parte nell’esistenza umana. Rivelazione diretta dell’assoluto, la religione non può essere qualche cosa; essa è tutto o nulla ». Ciò che Solov’ev dice della religione, io lo dico degli esercizi di pietà, che ne sono l’applicazione alla vita pratica (n. 229). Se essi non penetrano interamente la vita, sono nulla.

L’esperienza m’insegna questa triste verità. Perché i miei esercizi si trascinano penosamente a guisa di moribondi? Perché, non formando il tutto della mia vita, ma solo un angolo separato, non sono altro che agonizzanti, pronti ad emettere l’ultimo gemito, ed ai quali riesco a stento mantenere un soffio di vita. Tutto li uccide, ed essi si uccidono a vicenda, perché sconnessi, distaccati, urtano in tutto e cozzano tra loro. Questi urti sono mortali. Vedrò più avanti (n. 462) come si possano evitare e come gli esercizi possano rivivere e diventare nuovamente il tutto della mia vita.

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La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

DIFETTI CONTRARI ALLA VITA

443. Fariseismo. – 444. Formalismo. – 445. Vanità. – 446. Sentimentalismo.

443. Fariseismo. – Gli esercizi non sono che mezzi di vita nei doveri del proprio stato. Hanno perciò valore solo in quanto servono allo sviluppo della vita soprannaturale ed al compimento del dovere, nello stato stabilito dalla Provvidenza. Tale è la pura e completa nozione del loro compito. Nozione fondamentale per guidare nella scelta, e altrettanto importante per guidare nella condotta. Se la perdo di vista, scelgo male e conservo male ciò che ho scelto. Si può dire che tutti i difetti commessi, sia nella scelta che nella custodia di ciò che scelgo, hanno la loro sorgente nella perdita di vista di questo punto fondamentale. Per convincersene, basta esaminare i difetti principali. Gli uni sono più nettamente contrari alla vita, gli altri più visibilmente opposti alla sua unità. Che cosa è innanzitutto il fariseismo, se non la perversione del senso religioso? Esso fu aspramente flagellato dall’indignazione del Salvatore. Dimentico del fine, pone l’apice della sua perfezione nella fedeltà meccanica alle pratiche esteriori, ritiene e considera gli esercizi come base e sostanza della pietà, si imprigiona in un angusto formalismo, filtra il moscerino ed inghiotte il cammello (cf. Mt 23, 24), ha una cura meticolosa di correggere ciò che appare agli occhi degli uomini e trascura ciò che solo Dio può vedere. Sotto l’esteriore impeccabilità nasconde la putredine del sepolcro (cf. Mt 23, 27) e si affida alla vanità delle sue molteplici osservanze (cf. Lc 18, 12). Questa illusione si ripartisce in gradi molto vari; ma, sia essa grave o leggera, è sempre l’esterno che è coltivato a detrimento dell’interno; è il mezzo preso per fine.

444. Formalismo. – A questo fariseismo dell’orgoglio se ne può paragonare un altro, che, come questo, fa consistere la sua pietà nel compimento di vuote formalità. E’ il fariseismo della pigrizia, volgarmente chiamato: formalismo. Noncuranza dell’anima che si abitua al più facile, che non ama la fatica, che teme lo sforzo, e giunge a persuadersi che basta curare l’esterno, che può fermarsi lì, e far uso degli esercizi solo quanto basti ad acquietarsi e ad addormentare la coscienza, nella supposizione che il suo dovere è sufficientemente adempiuto. Il primo è esagerato nella sua pretesa esattezza, quanto questo è rilassato nella fedeltà; sotto forme diverse, ma per una causa identica, ambedue vegetano senza espansione, senz’aria e senza vita.

Se occorre ripetere all’uno che la regolarità è indispensabile, e all’altro che essa non basta da sola, occorre ripetere ad ambedue, che la fedeltà esteriore vale in proporzione al risultato di glorificazione divina, di intima trasformazione e di grazia a cui essa contribuisce; che la sapienza consiste nel saper custodire ciò che è necessario e mutare ciò che non lo è, in modo da adattare tutto alle necessità, ai doveri ed ai progressi dell’anima, come nel pasto si regola l’ordine di preparazione secondo quanto conviene alla salute.

445. Vanità. – Posso però misconoscere la vita anche in un altro modo e, pur senza prendere i mezzi per il fine, assegnare agli esercizi un fine che non è il loro, cercando in essi il nutrimento umano, anziché quello divino; cercando insomma me stesso, pur mostrando di cercarci Dio.

Illusione! Ci vuol così poco a ripiegarsi su se stessi! e quanta fatica, invece, per elevarsi a Dio! Illusione dell’orgoglio che credendo di attingere di là idee, affetti ed energie divine, sviluppa in realtà soltanto le sue vedute personali, i suoi sentimenti e gli allettamenti della natura, e si stabilisce così bene in se stesso, credendo di unirsi a Dio. In questa illusione, l’anima trarrà motivo di vanità dai suoi supposti progressi nella perfezione, si stimerà molto elevata, quasi uguale ai santi di cui ambisce perfino i doni. I lumi e gli ardori della sua vita la seducono così bene, da non rilevare i suoi difetti; e quando qualche mancanza più notevole la costringe a costatare ciò che non vorrebbe, si rassicura attribuendo la cosa alle miserie della natura. E’ la forma più sottile della vanità.

Un’altra forma più volgare è quella di cercare, nelle pratiche pie, la stima degli uomini, la lode o la venerazione, certi privilegi o preferenze. Una terza, ancor più bassa e meno incosciente, è quella di cercare la fedeltà esteriore, solo per salvaguardare le convenienze e le apparenze, e nascondere sistematicamente certi difetti, per non apparire inferiore agli altri.

Di qualsiasi cosa si componga l’umano che essa ricopre, e il mantello con cui lo ricopre, la vanità negli esercizi è uno dei più fatali sconvolgimenti dell’ordine. Vi è orgoglio peggiore di quello che si nutre di alimenti spirituali? Cambiare gli alimenti divini in veleno dell’anima, servirsi di Dio per la ricerca personale, coprirsi di lui per conservare il proprio io: ecco la falsa devozione, molto falsa in verità, poiché è la negazione della devozione.

446. Sentimentalismo. – Non è solo lo spirito ad utilizzare falsamente le pratiche di pietà; la sensibilità causa dei danni ancor più frequenti. La manìa di cercare le consolazioni di Dio anziché il Dio delle consolazioni, secondo il detto di san Francesco di Sales, è una delle più seducenti e tenaci. Il sentimentalismo, aderendo alle dolcezze esterne che adorna dei più brillanti fiori di misticismo, cullandosi negli inquietanti vapori dei sensi, impedisce che l’anima penetri nelle profondità, le cela l’opera che dovrebbe compiere nel suo interno. Là è il lavoro, la lotta; lavoro su se stessa, lotta contro se stessa. Il lavoro è rude e le gioie sembrano rare. Vi sono sì, gioie, più vere, anzi, più piene di prima; i sensi però non le conoscono. Certe anime vedono le spine del cammino, le fatiche della salita, e si spaventano. È così facile illudersi quando, da una parte, s’incontrano senza grandi difficoltà gioie che si credono purissime e, dall’altra, fatiche che non si credono necessarie! Così, i pretesti abbondano, per preferire le dolcezze immediate e facili della superficie alle pene del combattimento. È così piacevole l’essere soddisfatti di Dio… e di sé! E quando si sta così bene su questo Tabor, perché non farvi tre tende? (cf. Mt 17, 4). Sì, ma là non faranno sosta né Cristo, né Mosè, né Elia; al contrario, in compagnia della pietà sensibile, alloggeranno la sensualità e l’orgoglio. Lo scopo degli esercizi di pietà non è certamente quello di preparare ed adornare una dimora per tali ospiti.

Meditando sulla Natività della Vergine Maria

certosino e Vergine

Oggi, nel giorno della Festa della Natività della Beata Vergine Maria vi propongo una
meditazione concepita da un Priore certosino alla propria comunità. A voi la lettura di questo splendido testo.

Oggi celebriamo la Madonna, Madre di Dio, nel mistero della sua nascita, piena di grazia. Evento destinato ad illuminare, con grande speranza e promessa, tutto il mondo e tutta la sua storia. Quel giorno indica che è vicino il Messia, il Salvatore. Per questo Maria è stata chiamata “Stella del Mattino”. L’aurora che precede e annuncia il sorgere del Sole sul nostro triste orizzonte: l’apparizione della grazia. La Chiesa si rallegra oggi: Maria, la causa della nostra gioia!
È naturale che il giorno della nascita della Madre venga celebrato come lo è in ogni famiglia. Come non dovremmo riempirci di gioia e di ringraziamento a Dio celebrando la nascita della nostra Buona Madre? Inoltre, la nascita di Maria precede e annuncia l’abbagliante e sorprendente venuta del Dio incarnato per noi nel suo seno benedetto, pieno di grazia.
Maria è stata destinata dal disegno amorevole del Padre, a manifestare e dare alla luce Colui che dovrebbe incarnare in un modo unico e irripetibile, l’infinita misericordia della Santissima Trinità.
È motivo di grande gioia la nascita di quella che tutte le generazioni chiameranno benedetta e piena di grazia. Non dobbiamo mai, però, dimenticare il motivo per cui Maria sarà proclamata Beata. È a causa della sua fede, della sua docilità, della sua obbedienza alla Parola; è per la sua umiltà. Questa è la vera grandezza di Maria, piena di grazia, confermata da Cristo stesso, quando una donna l’ha congratulata per aver allattato tale figlio. La donna proclama: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. E Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28). Così, Gesù aiuta quella donna e tutti noi a capire dove si trova la vera grandezza di sua Madre e la vera felicità: nell’ascolto della Parola.
Cosa dobbiamo fare per mettere in pratica ciò che lo Spirito Santo ci ha voluto dire attraverso Maria ed il suo atteggiamento di credente e obbediente alla Parola di Dio?
La risposta più valida non è nella nostra devozione, è nella nostra imitazione. Ma che la nostra legittima devozione ci porti ad un’imitazione filiale! Qualcuno potrebbe dire: Sì! Ma come possiamo fare per imitare Maria a cui l’angelo chiamò “piena di grazia, il Signore è con te”? Innegabilmente Maria è piena di grazia dalla sua nascita. Ricordiamo, tuttavia, che Dio dà la sua grazia secondo la missione, secondo la vocazione. Quando contempliamo la pienezza di grazia, di bellezza spirituale e di unione con Dio, in Maria Santissima, dobbiamo pensare con la fermezza della fede, che Dio nella sua bontà dona a ciascuno di noi le grazie necessarie e sufficienti, senza mancare alcuna, perché portiamo avanti la nostra vocazione personale e specifica che Egli stesso ci ha regalato. La grazia di Maria è proporzionale alla sua missione, ed anche la nostra. La fedeltà di Maria è, dunque, un atto d’amore e di docilità allo Spirito Santo, nonostante sia suscitata da Dio e da Lui sostenuta; ma misteriosa, come è sempre l’incontro tra la grazia e la libertà.
Prima di concludere la nostra riflessione, vorrei dire che l’annuncio della grazia che viene dalla nascita della Beata Vergine e, poi, dalla parola dall’angelo, porta anche un carico di consolazione e coraggio che abbiamo bisogno di accettare e mantenere vivo nei nostri cuori. Maria è invitata dall’angelo a rallegrarsi per la grazia ed a non temere, a causa della stessa grazia. Anche noi siamo invitati a fare lo stesso. A tutte le anime è rivolto l’invito: “Rallegrati, piena di grazia! Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio”.

La solitudine di Dio

 

Le Masson, Innocent

Ecco a voi uno splendido brano scritto da Dom Innocent Le Masson, nel quale egli ci descrive la relazione tra la solitudine e Dio.

Dio per natura ed essenza è solo e solitario. In effetti, è impossibile che ci siano più Dio; e la solitudine di Dio non è ostacolata dalla presenza delle tre Persone della Santissima Trinità.

Questo mistero ci mostra solo ciò che è l’incessante opera e l’occupazione della solitudine divina,

cioè, la generazione del Figlio dal Padre per azione, comprensione e processione dello Spirito Santo con l’azione della volontà, occupazioni perfettamente solitarie, perché nulla di ciò che è stato creato collabora. Troviamo, quindi, nella stessa Essenza Divina il modello della solitudine istituita dal nostro Santo Padre Bruno.

Troviamo, infatti, la separazione di tutte le creature e la fuga da uno sterile tempo libero, per opera di quella immutabile attività attraverso la quale sempre si contempla e si ama Dio, ciò costituisce l’eterna operazione ed occupazione di questa solitudine divina; poi c’è la continua permanenza in questa solitudine: infatti, tutto ciò che Dio opera fuori di ciò, lo fa senza uscire da se stesso e senza interrompere mai quella operazione che gli è propria e che è solitaria.

Dio anche nella sua essenza, è anche solo nelle sue operazioni, ci governa e ci da soccorso. Queste occupazioni solitarie di Dio, per Egli naturali, ci insegnano quali devono essere le nostre occupazioni in solitudine: conoscere e volere rettamente, cioè, intendere ed amare con cuore puro: Dio ha anche la assoluta necessità di rimanere costantemente nella sua solitudine, perchè Egli è immutabile, e pertanto non puo che essere un solitario, sempre assorto nella contemplazione.

Nella solitudine della Essenza Divina è possibile ottenere la ragione fondamentale per cui l’uomo ha bisogno della pratica della solitudine. Non esito a vedere in questo bisogno una caratteristica della immagine e somiglianza divina che onora l’uomo. Per essa, infatti, l’uomo è incoraggiato a raccogliersi in sé stesso e produrre, in solitudine, frutti che in qualche modo riflettono quelli che Dio produce nella sua solitudine.

Dom Innocent Le Masson “Disciplina. lib.I,c.IV, p.13”

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO II

LA LORO SCELTA

440. I fiori del giardino della Chiesa. – 441. Pratiche obbligatorie. – 442. Pratiche di consiglio e facoltative.

440. I fiori del giardino della Chiesa. – Nella Chiesa, giardino chiuso dello Sposo celeste, si trova una meravigliosa varietà di fiori, cioè di pratiche pie, rispondenti ai molteplici bisogni delle anime. Tutti questi fiori, ossia queste pratiche, quando appartengono veramente al giardino dello Sposo, cioè quando sono approvate dalla Chiesa, sono frutti di gloria e di ricchezza. Emanazioni dello Spirito di Dio e fruttificazione dell’anima della Chiesa, o efflorescenze olezzanti del cuore dei santi, esse spandono il buon odor di Gesù Cristo e profumano le anime di santità. Oh, quanto è bene coglierli!

Ma non tutti gli esercizi di pietà convengono a tutti. A che giova una sì ricca varietà, se non a soddisfare le molteplici necessità delle anime? Fra questa moltitudine di fiori, ognuno può scegliere, secondo il proprio desiderio e gusto, sempre sicuro di trovare pieno appagamento. Occorre scegliere, poiché prendere tutto sarebbe opprimente ed impossibile, e rifiutar tutto sarebbe far sfiorire la pietà. E’ necessario comporre un mazzo; ciascuno il proprio. La scelta dei fiori e la loro disposizione dipende dallo stato dell’anima, poiché un esercizio può essere utile ad uno e non ad un altro. Un insieme di esercizi molto atti per uno stato, diventerebbe ridicolo per uno stato diverso.

Come farò questo mazzo? Quali fiori sceglierò? Come li disporrò? Per riuscirvi, debbo anzitutto fissare i miei sguardi sul fine supremo e non perderlo di vista, poiché ogni fiore è utile solo in quanto serve a questo fine. In secondo luogo, debbo interrogare i bisogni dell’anima mia, le sue debolezze, le sue attitudini, il suo stato attuale per fare la scelta e la disposizione occorrente. In terzo luogo, consulterò il mio direttore, poiché senza di lui raccoglierei spesso un mazzo abbastanza meschino. Se osserverò queste tre condizioni, farò certamente una buona scelta di esercizi, un buon ordinamento di vita. Il mio mazzo di fiori spirituali mi gioverà, mi attirerà, ed io correrò all’odore dei suoi profumi (Ct 1, 3).

441. Pratiche obbligatorie. – Nel mio mazzo, non tutti i fiori avranno la stessa importanza, ma gli uni avranno. maggior splendore, profumo, efficacia e utilità degli altri. Certi esercizi di pietà sono obbligatori ed hanno sempre la precedenza sugli altri. Ad essi, fedeltà assoluta, amore costante e adesione di tutte le forze dell’anima. Essi mi sono imposti: sono dunque l’alimento necessario della mia pietà. Senza questo cibo cadrei nell’inedia e non potrei mai avanzare sulla via che debbo percorrere. Nella mia estimazione nulla dev’essere anteposto a questi esercizi. Essi debbono occupare il posto principale nella disposizione della mia giornata. Se sono sacerdote, la messa e la liturgia delle ore avranno le mie prime e migliori cure, poiché in essi voglio cercare il mio alimento sostanziale. Da essi la mia orazione deve attingere le ricche sostanze che la Chiesa ha preparato per i suoi sacerdoti. L’orazione del sacerdote, infatti, difficilmente avrà la sua forma ed il suo valore sacerdotale, se egli non attinge soprattutto dalla santa messa e dall’ufficio divino (n. 271).

442. Pratiche di consiglio e facoltative. – Vi sono pratiche pie che servono all’osservanza dei comandamenti e dei consigli e fanno parte di essi. Come dunque non v’è da scegliere tra i comandamenti, che devono essere tutti ugualmente osservati (n. 245), così non v’è scelta tra le pratiche obbligatorie. E come si impone la scelta per i consigli (n. 246), così pure quella per le pratiche corrispondenti. Sia che tale scelta sia fatta, per me, da una regola o dalle indicazioni della Chiesa, sia che la faccia io stesso con le precauzioni testè suggerite (n. 440), una volta fatta, la mia pietà vi si deve attenere con fedeltà costante, quanto lo permetterà la debolezza della mia natura. Dopo gli esercizi di obbligo, vengono le pratiche di consiglio. E qui devo far attenzione a non fermarmi troppo a pratiche di mia scelta, con pregiudizio di quelli, ben sapendo, per l’autorità stessa del consiglio che me le traccia o indica, che esse sono pure ricche per il nutrimento dell’anima mia.

Nelle refezioni spirituali, gli esercizi obbligatori sono i piatti sostanziosi, mentre le pratiche di consiglio sono i piatti di contorno. Vengono infine gli accessori, rappresentati dalle pratiche interamente facoltative. Alcune di queste possono essere utili, ma ne occorrono poche e ben scelte (nn. 371, 372). Un pasto serio non dev’essere fatto di inezie. Chi si nutre solo di queste mostra che la sua salute è malferma. Accetterò dunque le pratiche facoltative solo in quanto mi saranno di giovamento per sostenere ed incoraggiare la mia fedeltà alle pratiche più sostanziose.

Inoltre, in ciò che è facoltativo, saprò conservare una certa libertà e non mi legherò irrevocabilmente a nessuna pratica. Siccome le necessità dell’anima variano secondo le sue ascensioni, le pratiche utili per un periodo, possono essere nocive in un altro, e certe pratiche che non convengono all’inizio diventano in seguito necessarie.

La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO I

IL LORO SCOPO

436. Triplice scopo. – 437. Mezzi di formazione. – 438. Il desiderio di Dio. – 439. Varietà.

436. Triplice scopo. – Per chi cerca Dio solo, tutto è esercizio di pietà; per chi cerca se stesso, nulla lo è; così avevamo detto precedentemente (cf. n. 229). Nella vita non c’è alcun atto o mezzo, che non debba essere esercizio di pietà. Essendo essa il tutto, non deve ogni cosa servire a formare il tutto? Ma prendiamo ancora questa espressione nel senso speciale che le è attribuito, e diamole tutta l’ampiezza di significato di cui è capace. Comprenderemo in essa tutte le pratiche pubbliche e private, che nelle loro comunicazioni con Dio sono contemporaneamente, per l’anima, espressione del suo culto, strumenti della sua educazione divina e canali di grazia. Si può dire che tutte le cose abbiano questo triplice scopo di culto da rendere, di educazione spirituale da formare e di grazia da comunicare. In alcune, senza dubbio, lo scopo della grazia è più rilevante, come ad esempio nei sacramenti; ma questi sono anche, e l’eucaristia soprattutto, gli atti più sublimi del culto. Ora, dallo svolgimento dei loro riti, vengono impartiti insegnamenti per la mente, il cuore e i sensi. Se la preghiera è implorazione del soccorso divino, è più ancora omaggio reso al Signore; e quanti segreti, abitudini, impressioni celesti sgorgano da essa! Quelle che comunemente vengono chiamate pratiche spirituali: meditazione, lettura, esame, ritiro, ecc., tendendo più direttamente alla formazione interiore, sono anche testimonianza di culto e sorgente di grazia. Ovunque, perciò, io posso onorare Dio, trasformarmi e nutrirmi di grazia.

Con queste pratiche, occorre comprendere anche gli oggetti, le forme e i metodi che entrano nel loro ordinamento, ossia tutta l’economia tradizionale del culto cristiano. Quanti oggetti da studiare, e quante lezioni, per la pietà e per la sua fecondità! Limitiamoci, tuttavia, ad uno sguardo più succinto.

Queste pratiche, il loro oggetto, i loro riti, che cosa sono nei riguardi della pietà? Strumenti della vita. Non sono la vita e, come dice san Giovanni, non sono la luce, ma rendono testimonianza alla luce (cf. Gv 1, 8). Essi rendono, per l’appunto, questa triplice testimonianza: portano alla vita la perfezione dei suoi atti più sublimi, nel culto reso a Dio; sviluppano il suo progresso interiore; le comunicano, nella grazia, la forza di animazione. Questo triplice servizio è immenso. Tuttavia, il più utile, praticamente, è quello della formazione. Ed eccone il perché. Se la mia anima si forma e trasforma mediante i suoi esercizi, diventa più capace di grazia e, con più capacità e più grazia, arriverà sicuramente a comprendere ed a compiere meglio le sue grandi pratiche di culto. È dunque sugli esercizi di formazione, ch’io debbo appoggiarmi di preferenza; questo sarà l’argomento del secondo libro.

437. Mezzi di formazione. – Sotto questo aspetto si addice il loro nome; ma il loro nome ne indica bene il compito? Esercizi di pietà, come se si dicesse: manovre spirituali mediante le quali l’anima si esercita a formare, a sviluppare e a perfezionare in sé, la disposizione di unità che si chiama pietà. Sono dunque mezzi; mezzi vari, di un risultato sicurissimo; vari, secondo la necessità della dispersione da cui si deve uscire; congiunti, nella loro varietà, per condurre all’unità.

Se sono mezzi, non sono fine; se non sono fine, non sono la pietà; poiché, come ho già visto (n. 89), essa consiste essenzialmente nel fine, visto, amato, ricercato. Non hanno, dunque, né possono avere valore se non come mezzi; e sono un bene per me, nella misura in cui mi servono a raggiungere il mio fine. Di conseguenza, non li posso considerare, amare o adoperare né capricciosamente per me, né sistematicamente per se stessi; ma soltanto per l’opera di cui sono strumenti.

438. Il desiderio di Dio. – Gli esercizi di pietà devono nutrire l’anima quali mezzi di formazione soprannaturale e alimenti della sua crescita divina. Come per il nutrimento del corpo, il loro profitto dipende anzitutto dall’appetito che ne avrò. Poiché io voglio vivere della vita di Dio, la fame di lui è l’appetito, il quale verrà, ad un tempo, calmato e stimolato dal nutrimento degli esercizi. È questo bisogno di Dio, questo desiderio di nutrimento divino, che bisogna sorvegliare, poiché il vero contrassegno della salute spirituale consiste nel sentire, nel proprio interno, la brama soprannaturale di Dio, come un forte appetito è l’indizio più sicuro di salute del corpo.

Se sento questa appetenza divina, se la soddisfo nutrendomi degli esercizi di pietà, se la sento aumentare, Dio sia benedetto! la salute dell’anima è buona; non ho che da proseguire nella mia vita. La mia sete, ininterrottamente calmata ed eccitata dai miei esercizi, andrà aumentando, fino al giorno in cui non potrà più essere saziata che dalla visione della gloria di Dio. Ma il suo affievolimento sarebbe un cattivo segno; occorrerebbe allora risvegliarla ed eccitarla con ogni mezzo. Se poi è scomparsa, io sono morto o lo sarò ben presto; gli alimenti degli esercizi non mi gioveranno più di quanto giovino ad un morente o ad un cadavere a meno che, animato dal desiderio di ritrovare questa vita soprannaturale, non li usi sinceramente all’opera della mia risurrezione spirituale, perché, così impiegati, hanno anche il potere di risuscitare i morti. « Io sono la risurrezione e la vita, dice il Salvatore. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno » (Gv 11, 25-26). Gli esercizi di pietà partecipano di questo potere di risurrezione e di vita che nostro Signore comunica loro. Se sono ben praticati, possono rendere la vita ai morti e conservare i vivi fino alla vita eterna.

439. Varietà. – Il cibo spirituale abbonda nella Chiesa, ove gli esercizi di pietà sono molto vari. Lo sono ordinatamente, secondo che predomina lo scopo di culto, di formazione o di grazia. Le pratiche sono numerose e possono soddisfare ai bisogni ed ai più svariati gusti delle anime. Sono soprattutto adatte quelle di formazione, secondo le facoltà cui si dirigono. Essendo la pietà opera della mente, del cuore e dei sensi, occorrono, come per la penitenza (n. 391), delle pratiche adatte a questi tre generi di facoltà, e che siano capaci di condurle a Dio. La mente ha le sue, per formarsi alla contemplazione di Dio. Tali sono, ad esempio: le prediche, le letture, le meditazioni, gli esami, ecc. Il cuore ha le sue, per formarsi all’amor di Dio; per esempio: l’orazione, le giaculatorie, le esortazioni, le pratiche di devozione, ecc. I sensi hanno le loro, per formarsi al servizio di Dio; ad esempio: le cerimonie, i canti, le devozioni, ecc.

Infine, gli esercizi sono diversi secondo che sono obbligatori, di consiglio o facoltativi. Ve ne sono alcuni obbligatori, per legge stabilita dalla Chiesa; ad esempio: la recezione dei sacramenti, nelle condizioni da essa determinate; la santificazione delle domeniche e delle feste di precetto, la liturgia delle ore per i sacerdoti, ecc. Altri possono divenire obbligatori per un voto pubblico, come i punti essenziali della regola per il religioso, o per un voto privato personale. Altri ancora possono esserlo in certe necessità dell’anima, per evitare gravi mancanze.

Vi sono degli esercizi di consiglio, sia per istituzione e raccomandazione della Chiesa, come la comunione frequente, le cerimonie pubbliche, i punti ordinari della regola per il religioso; sia per l’esperienza dei santi e l’insegnamento dei maestri della vita spirituale.

Quelli che sono puramente facoltativi dipendono totalmente dalla buona volontà personale, dai bisogni e dalle aspirazioni dell’anima e dagli impulsi dello Spirito Santo.

La varietà è grande; più grande ancora la ricchezza; vi è un influsso di tesori incalcolabili ed inesauribili. In tutti vi è la virtù di Dio. Nulla mi mancherà per i singoli bisogni dell’anima; a me il saperne approfittare.

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma:Cinque modi per lodare Dio

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma:

Cinque modi per lodare Dio

monaco certosino in meditazione

Vi offro un altro testo di Ugo de Balma, tratto dalla sua opera Mystica Theologia, in esso vedremo i suoi consigli per lodare in maniera magistrale Iddio.

Anche se Dio è innominabile in lui e in se stesso, tuttavia noi lo nominiamo in termine delle sue opere. E sulla base di queste opere noi lodiamo la sua magnificenza.

Noi lo lodiamo innanzitutto in conformità del fatto che Lui è l’origine e l’inizio di ogni creatura, sia fisica che spirituale.

In secondo luogo, un po ‘più sublime, lo lodiamo come Egli sta in piedi nei confronti di coloro che lo contemplano nella Sua gloria, ossia le menti angeliche e umane, che Egli abbraccia per la loro contemplazione della sua ineffabile bellezza, che essi vedono come è, e dal quale elimina, in questo modo, tutte le necessità.

In terzo luogo, ancora più sublime, lo lodiamo come Egli è in relazione con tutte le creature, che Egli comanda, comandando l’Altissimo. E tutte le creature, sia razionali che non razionali, lo obbediscono come loro Maestà.

In quarto luogo, lo lodiamo per quanto riguarda la sua creatura più nobile, cioè l’uomo. Noi lo lodiamo principalmente per gli uomini che servono il loro Creatore nell’amore.

Noi lo lodiamo per quanto segue: che il Padre rivolge ai Suoi figli, ancora dimoranti in questa vita soggetta a miseria, molti doni di consolazione interiore.

Questi doni sono alcuni indicatori di una futura felicità o di beatitudine per uomini che, a malapena esistenti, sono come figli dell’Alto Altissimo.

Quinto, e infine, lo lodiamo nei confronti di quei peccatori che per lungo tempo sono rimasti nel peccato, per quanto grandi, e hanno prolungato le loro azioni malvagie.

Nonostante ciò, quando hanno bussato alla porta della grazia divina, la misericordia divina li accoglie nel seno del suo amore.

E Dio perdona loro misericordiosamente per i peccati commessi – li perdona in modo tale che da Lui, contro cui hanno offeso in modo abominevole, un giorno otterranno, più che i benefici innocenti, abbondanti e abbastanza preziosi che scenderanno dal cielo.

Perché in questi uomini viene mostrata la bontà divina, mostrata dalla manifestazione iniziale della grazia divina, diffusa fino ai ceti di quelli che permangono nei peccati.

Queste cinque lodi sono sinteticamente incluse nelle cinque parole seguenti: “buono”, “bello”, “signore”, “dolce”, “misericordioso”.

E dopo che Dio è stato lodato con queste parole, si potrà, senza timore, chiedere ciò che intendeva, cioè, la completa remissione degli atti malvagi che ha fatto.

(Ugo di Balma Mystica Theologia, via purgativa, 12)