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Preghiera d’abbandono

Firenze - Rutilio Manetti, <i>Beata Margherita Certosina</i>, tela, 1620-1625

beata Margherita (Rutilio Manetti 1620- 1625)

Ecco a voi, una deliziosa meditazione in forma di preghiera della certosina Margherita d’Oyngt. Una dichiarazione di totale abbandono al suo dolce Signore. Bellissima!

Mio dolce Signore, quando penso alle speciali grazie che mi hai fatto per la tua richiesta: innanzitutto, per come mi custodisti dalla mia infanzia e come mi sottraesti al pericolo e come mi hai chiamato per dedicarmi al tuo santo servizio, e per come mi hai fornito di tutte le cose che mi servivano per mangiare, bere, vestire e indossare, e lo hai fatto in modo che non ho avuto mai occasione di pensare a tutte queste cose, ma alla tua grande misericordia.

Dolce Signore, io ho lasciato mio padre e mia madre e i miei fratelli e tutte le cose di questo mondo per il tuo amore; ma questo è pochissimo, perché le ricchezze di questo mondo sono solo spine che bucano; e quante più si possiedono più si è infelice. E per questo mi sembra di non aver lasciato altro che miseria e povertà; ma sai, dolce Signore, che se io possedessi mille mondi e potessi disporre a mio piacere, io abbandonerei tutto per amore tuo; e anche se tu mi dessi tutto ciò che possiedi nel cielo e nella terra, non mi considererei sazia finché non avrò te, perché tu sei la vita della mia anima, non ho né voglio avere padre e madre al di fuori di te.

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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA PREGHIERA

516. Tutti gli esercizi sono produttori di grazia. – 517. Aspirazione ed espirazione dell’anima. – 518. Bisogna pregare sempre. – 519. Domandare nel nome di Gesù. – 520. Perché Dio si fa pregare. – 521. Il compito della preghiera nella pietà.

516. Tutti gli esercizi sono produttori di grazia. – Mi resta ora da considerare brevemente gli esercizi produttori della grazia. Ho già notato (n. 436) che gli esercizi che dispongono la mia anima alla pietà, che l’abituano a rivolgersi a Dio, ad avvicinarsi a lui e a sottomettersi alla sua azione, mi aprono per ciò stesso delle sorgenti di grazia. Che cosa è infatti la grazia attuale, se non un’influsso di luce, di movimento e di forza comunicata alle mie potenze dall’azione divina? Tutto ciò che mi sottomette a questa azione o mi avvicina ad essa, contribuisce ad aumentare, su di me e in me, gli impulsi divini della grazia attuale. Del resto, se il mio interno è purificato dalle sozzure del peccato mortale, ogni atto che mi avvicina a Dio è meritorio di nuova grazia santificante; ogni esercizio pio è quindi, in qualche modo, un canale della grazia.

517. Aspirazione ed espirazione dell’anima. – La preghiera è, in certo modo, l’esercizio più divino e più sostanziale; perché è l’espressione più formale del culto, il mezzo più diretto di avvicinamento a Dio, il canale inesauribile di grazia. È un mezzo universale, alla portata di tutte le anime, in qualunque situazione. È il primo rimedio di chi vuole rialzarsi, suprema potenza di chi è vicino al cielo, strumento di sovrana efficacia per elevarsi, lodare ed ottenere grazie.

Che cos’è la preghiera? È l’elevazione dell’anima a Dio, per glorificare il suo nome e ricevere i suoi doni. Elevazione che avvicina l’anima a Dio, slancio filiale del cuore che ha bisogno di parlare col Padre celeste. In questa elevazione del suo sguardo, del suo amore e del suo sforzo, l’anima ha un duplice movimento: di aspirazione e di espirazione; di aspirazione che attira i doni, di espirazione che si esala nella lode. La preghiera vuol ottenere e vuol donare: aspirare a sé il tutto di Dio, per vivificarsi; espirare il tutto del suo essere e della creazione, per glorificarlo. Piange le miserie dell’uomo e grida il suo nulla; canta le grandezze del Signore ed esalta la magnificenza delle sue opere; esprime i diritti del Padrone ed i bisogni del servo; dice tutto ciò che può essere detto al Creatore dalla creatura. Non è essa così l’espressione suprema della mia vita, il responsorio del mio canto all’antifona della parola creatrice? Dio ha parlato e tutto è stato fatto; io parlo e tutto si compie per il mio bene e da me per la gloria di Dio. Dio ha parlato e le creature hanno ricevuto i suoi doni per benedire il suo nome; io parlo e ricevo le sue grazie per magnificare la sua Maestà. Che atto immenso! Quanto è grande l’uomo quando prega! La preghiera è veramente l’espressione della pietà.

518. Bisogna pregare sempre. – La preghiera è quindi l’alimento vitale della pietà. L’anima pia si nutre di preghiera come i polmoni si nutrono di aria e lo stomaco di cibo. « Bisogna pregare sempre, senza stancarsi », dice il Salvatore (Lc 18, 1); come se dicesse: bisogna respirare sempre senza mai cessare. La mancanza di preghiera è, per la pietà, come la mancanza di respiro per i polmoni; è, in una parola, la cessazione della vita.

Come farò a vivere questa incomparabile vita della pietà e dilatarmi in essa, senza aspirare continuamente l’aria divina ed esalare me stesso in Dio? Sotto qualunque forma io la faccia, con atti interni od esterni, con parole mie o con formule, poco importa; l’essenziale è che io respiri. Questa respirazione non è necessario che si compia sotto questa o quella forma determinata, ma può farsi con ciascun movimento della mia attività vitale. Ogni atto della mente, del cuore e dei sensi può essere una preghiera; non dovrei forse dire che deve essere una preghiera? Si, deve essere perché nostro Signore dice: Oportet, bisogna. E perché sia tale, che cosa si richiede? Che questo atto sia un allontanamento da me ed un avvicinamento a Dio. La vita diventa così una preghiera, e la preghiera diventa vitale. Le formule non sono necessarie se non in determinate circostanze in cui sono comandate, oppure in quanto contribuiscono a mantenere la respirazione divina.

519. Domandare nel nome di Gesù. – La formula della preghiera perfetta, insegnata dal Salvatore stesso, mi ha già mostrato l’altezza e l’universalità del suo oggetto, poiché abbraccia tutti gli interessi di Dio e dell’uomo (nn. 75ss). Debbo ora vedere ciò che m’interessa soprattutto in questa terza Parte, cioè la sua potenza sul cuore del Padre per ottenere la grazia. E l’ottiene in virtù della promessa formale dell’autore stesso della grazia. « In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà » (Gv 16, 23). Gesù ha preso l’impegno solenne in suo nome, ed in nome del Padre suo; tutto ciò che sarà domandato verrà concesso. Ma, dice, ciò che sarà domandato in suo nome. Che cosa significa: in suo nome? Ne dà lui stesso la spiegazione: « Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato » (Gv 15, 7). La nostra dimora in lui ci incorpora a lui, ci rende suoi membri, e come tali ci dà il diritto di domandare in suo nome, di valerci dei suoi meriti, di far valere la sua potenza presso il Padre. Se poi le sue parole rimangono e vivono in noi, ci penetrano dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, del suo Spirito, il quale pregherà in noi con gemiti inesprimibili (cf. Rm 8, 26), che saranno esauditi, perché Gesù ha offerto per questo le sue azioni, le sue suppliche ed il suo sangue, ossia ciò che conviene alla gloria di Dio ed alla pace degli uomini. Così noi abbiamo il senso divino dei beni da chiedere e dei mali da evitare e preghiamo in nome di Gesù. In queste condizioni la promessa è reiterata e tutto si ottiene.

« Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto » (Mt. 7, 7). Domandate la luce per la vostra mente vi sarà concessa; cercate il calore per il vostro cuore e lo troverete; picchiate alla porta della forza per la vostra azione ed essa si aprirà. Sì, mio Dio, domanderò, cercherò e busserò poiché desidero vivere. Domanderò per me, per gli altri, per tutta la santa chiesa di Dio. Vi sono tanti e così grandi interessi, per i quali debbo pregare. Aumenterò le mie domande, moltiplicherò le ricerche ed i colpi, affinché si attuino in me e per mezzo mio, secondo l’estensione della mia vocazione, i disegni per i quali l’amore vuol impiegare la mia vita.

520. Perché Dio si fa pregare. – Perché Dio si fa così pregare? Perché?… Non bisogna forse che io sia vicino a lui, affinché egli possa elargirmi i suoi doni? Lo scopo della mia vita non è forse di andare a lui? Se non mi avesse imposto l’obbligo di pregare, resterei costantemente in me ed abuserei dei suoi doni, lontano da lui. Spenderei così la mia vita come il figliuol prodigo, e finché mi resterebbe una risorsa da sprecare nel mio allontanamento, non ritornerei a lui. La necessità mi ci riconduce. Quando sento il bisogno e penso alle ricchezze della casa del Padre mio, mi alzo e ritorno, ossia prego (cf. Lc 15, 18). Dio aspetta che io sia vicinissimo a lui per abbracciarmi, ossia per darmi la sua grazia. Ecco perché mi fa attendere prima di esaudirmi. I mezzi dilatori che egli usa talora a mio riguardo non hanno altro scopo che questo avvicinamento più completo. Quanto è buono Dio, allorché mi sforza a pregare ed a pregare a lungo! In tal modo mi eccita ad elevarmi a lui, a stringermi a lui, ad entrare in lui. Mio Dio, quando comprenderò le vostre misericordie e la bellezza della preghiera?

521. Il compito della preghiera nella pietà. – Quale strumento di vita è la preghiera, con la sua triplice potenza di elevazione, di glorificazione e di intercessione!

Di elevazione; specialmente quando si unisce con lo strumento regolatore per eccellenza, cioè con l’occhiata. Mentre questa raddrizza, sorveglia e dirige, la preghiera può, con sicurezza e purezza, elevare, avvicinare e condurre al contatto divino. Con quale efficacia essa stabilisce questo contatto e lo rende progressivamente più continuo, più intimo, più totale!

Di glorificazione. Trasformata a poco a poco nei sensi, nel cuore e nella mente mediante le ascensioni verso Dio ed il contatto con lui, l’anima vive nella sua preghiera una vita più angelica; emula i cori celesti, vuole e può cantare sempre meglio l’inno di gloria di cui essi circondano il trono di Dio: « Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen » (Ap 7, 12),

Di intercessione. Per le sue ascensioni e le sue lodi, l’anima acquista l’onnipotenza di supplica; più essa è vicina a Dio, più è ascoltata; più benedice, più è benedetta. Così la sua preghiera può giungere ad ottenere una catena di grazie, quasi illimitata, per sé e per tutti. Quali e quante correnti crea l’efficacia della vera preghiera in un’anima che sa usare bene questo mezzo! E quali influssi propagati nel corpo della Chiesa intera, da un solo membro animato dal soffio divino!

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IV

LA MIA DEBOLEZZA

511. L’appoggio sopra me stesso. – 512. La caduta di san Pietro. – 513. Non stupirmi. – 514. Confidenza. – 515. Le rica. dute.

511. L’appoggio sopra me stesso. – Questa vita nuova mi è data dalla vite, di cui io sono il tralcio; la vita viene dalla linfa; la linfa dalla radice. Senza di essa non ho nulla; null’altro sono che un cadavere. Di che presumere? Di che inorgoglirmi? Se voglio presumere di me, mi separo dal ceppo, arresto la linfa, perdo la vita. Il membro che non può essere pienamente vivificato dall’anima, perde le sue forze, languisce e muore. Non capita ciò alla mia pietà? Ogni volta che, volendo confidare in me, agire da me e contare sulle mie capacità, dimentico di mangiare il mio pane, mi accorgo che i miei giorni svaniscono come fumo, le mie ossa si disseccano come fuscellini, le mie forze languiscono come il fieno, il mio cuore si estenua (cf. Sal 101, 4).

Se sapessi analizzare gli avvenimenti della mia esistenza, vedrei che ogni debolezza e ogni caduta è dovuta a questo oblio delle mie sorgenti vitali, causato dalla confidenza in me. Sono stato debole e sono caduto proprio quando ho voluto camminare da me stesso e abbandonare la mano di Dio. La misura nella quale ho lasciato la sua mano è quella esatta della mia catastrofe. La misura e il segreto di ogni debolezza stanno in questo. L’anima che confida nelle proprie forze cadrà sempre; quella che non si fida di se stessa non cadrà mai.

La misura e il segreto della forza sono anche qui. Quanto a me, dice san Paolo, « mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte » (2Cor 12, 9-10).

512. La caduta di san Pietro. – Qual forza conoscere la propria debolezza e qual debolezza credersi forte! Io sono un nulla, non posso nulla da solo; quanto meglio comprenderò e sentirò questo, tanto più sarò forte. Il più gran santo è colui che comprende meglio il suo nulla. Ad ogni evento e ad ogni cosa, in tutto e per tutto ho saputo abituarmi, dice san Paolo, perché posso tutto in colui che mi dà la forza (cf. Fil 4, 12). L’illusione più ostinata dell’uomo è di voler sempre contare sopra di sé. Questa presuntuosa confidenza non si guarisce se non mediante le cadute, se pur si guarisce.

Che esempio quello di san Pietro! (cf. Mt 26, 33-35. 69-75). Fu necessario che toccasse il fondo dell’apostasia per toccare il fondo del suo nulla e guarire dalla sua presunzione; non sarebbe guarito altrimenti. Le reiterate rimostranze del Salvatore furono impotenti a illuminarlo; tanto è cieca ed ostinata la presunzione! Mio Dio, quante volte sono caduto!… e quante volte ancora!… Giaccio continuamente in quell’abisso di disordine, che è la ricerca della mia soddisfazione a danno della vostra gloria. Vi ricado sempre!… Perché? Perché conto sempre su di me. Presunzione!… Orgoglio!… Le tante cadute mi hanno forse aperto gli occhi?… li aprirò finalmente? Dovrò cadere ancor più in basso, per vedere meglio il mio nulla? Mio Dio! guaritemi e preservatemi dalla presunzione.

513. Non stupirmi. – D’ora innanzi vigilerò per non appoggiarmi mai su me stesso. Come arrivare a non vedere, a non volere e a non fare nulla se non sotto l’influsso della grazia? Certo, non è opera di un giorno; arrivare a questo punto vuol dire toccare l’apice della santità, poiché dove semina solo la grazia miete solo la gloria di Dio.

A causa del fomite della concupiscenza che è in me, a causa delle mie abitudini e soprattutto dell’amor proprio, mi sentirò ancora portato ad appoggiarmi su di me, ad agire senza far conto della grazia, e cadrò. La ricerca della mia soddisfazione mi trascinerà più o meno nel disordine, secondo che avrò più o meno trascurato le mie sorgenti di grazia. Quanto meno mi stupirò, tanto meno mi turberò, fino a non scoraggiarmi più. Lo stupore, il turbamento e lo scoraggiamento dopo una colpa sono frutto dell’orgoglio. Si credeva buono e vedendosi cattivo se ne stupisce. Si credeva bello e, vedendosi deforme, ne è indispettito e turbato. Si credeva forte e, sentendosi debole, ne è scoraggiato. Si ostina a non voler andare alla sorgente che sola dà la bontà, la bellezza e la forza. Ascoltarlo è un male più grande della stessa caduta, poiché è una discesa nella caduta, che impedisce all’umiltà di ricavare, dalla caduta, i frutti di salvezza che essa sa trarre da tutto, anche dal peccato.

514. Confidenza. – Sono caduto perché mi sono appoggiato ad una canna spezzata qual sono io. Mi ci sono appoggiato ed essa mi è entrata nella mano e l’ha ferita (cf. Is 36, 6). Invece di stupirmi, di irritarmi, di scoraggiarmi seguendo gli incitamenti dell’orgoglio, che vorrebbe lasciarmi a terra e rialzarsi lui più robusto, io lo abbatterò mediante un grazie riconoscente, che mi getterà nelle braccia di Dio, il quale guarirà subito la mia ferita, e mediante la sua grazia, mi renderà la bontà, la bellezza e la forza. Parlerò all’anima mia caduta nella colpa e le dirò: « Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio » (Sal 42, 5). In tal modo, le mie mancanze spezzeranno il mio orgoglio e mi serviranno ad avvicinarmi a Dio.

515. Le ricadute. – E’ ancora un’astuzia e una illusione dell’orgoglio il persuadersi, per es. dopo un corso di esercizi, che ormai, grazie alle risoluzioni prese, non vi saranno più ricadute. Ho fatto propositi così belli! Ho preso delle risoluzioni così forti! Mi sento così deciso, così sicuro! « Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, non sono tornato senza averli annientati. Li ho colpiti e non si sono rialzati, sono caduti sotto i miei piedi » (Sal 17, 38-39). Parole sante quando scaturiscono dalla confidenza in Dio. Ma questo bel fuoco di confidenza sarebbe superbia, se fosse attivato dal soffio dell’orgoglio (n. 361).

Le ricadute ci saranno ancora, finché vi sarà il ritorno su me stesso. Sarò ancora ferito nella lotta o forse atterrato; debbo aspettarmelo, debbo prevederlo. Le strade percorse dalle carovane di schiavi, nei grandi deserti africani, sono disseminate di ossa umane, avanzi dei cadaveri déi poveri schiavi caduti sulla via.

Nel cammino della perfezione, quanta energia si perde nei vari scontri in cui si è avuto la peggio! E, per chi vuol comprendere e distaccarsi da sé, quale lezione in queste cattive riuscite! Lezioni dure, forse, ma che divengono un beneficio per colui, che, invece di scoraggiarsi, vuole attingere nuova luce. Sconfitte del passato e miserie del presente devono dunque servire a convincermi che in me non v’è nulla di mio, ma che tutto ho per la grazia divina: potenza di protezione, fermezza d’appoggio, riparo contro il vento, ombra negli ardori del meriggio, preservazione da inciampi, soccorso nella caduta, elevazione dell’anima, lume degli occhi, salute, vita e benedizione (cf. Sir 34, 19).

Cosa penso sulla morte?

monaci e candela

Per la ricorrenza odierna della commemorazione dei defunti, voglio proporvi una risposta molto esauriente data da un certosino sulla morte. Che essa ci inviti a riflettere e meditare. Vada un dolce pensiero a tutti i cari che ci hanno preceduto.

Cosa penso sulla morte?
“I certosini sono chiamati “figli della risurrezione”. Pertanto, è solo alla luce di questa definizione che si può concepire l’idea che il monaco ha sulla morte.
Se la risurrezione è pienezza di vita, vita perenne, senza termini, senza declino, è ovvio – e credo che non siamo sbagliati – che la morte sia per il certosino quello che in realtà deve essere per ogni cristiano: il passaggio alla vita definitiva, l’ultima fase della nostra esistenza terrena, la trasformazione in uno stato migliore; è soprattutto, cadere per sempre nelle braccia del nostro Padre; l’incontro con questo Dio,l’obiettivo della nostra ricerca e del nostro amore.
Cosa sento quando mi avvicino a questo momento culminante?
Qualcosa di indefinibile, ma che deve essere simile all’influenza che il magnete esercita sul ferro, o l’attrazione elettrica o, meglio ancora, a quell’impulso con cui il bambino si lancia al padre, che lo chiama e lo aspetta con le braccia aperte.
Scusami se non ho saputo spiegarmi meglio. Per molte cose, il silenzio è la migliore risposta. Dio ti benedica!”
(Un certosino)

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO III

NECESSITA’ DELLA GRAZIA

505. In generale. – 506. Per vedere. – 507. Per volere. – 508. Per agire. – 509. Noi non abbiamo il sufficiente. – 510. Vita nuova.

505. In generale. – Io mi devo elevare fino a Dio. Ma chi può elevarmi a lui se non lui stesso? Senza di lui non posso andare a lui. Nessuna creatura è all’altezza di Dio; nulla può elevarmi fino a lui. Ed io che posso fare? Con le mie sole forze non posso uscire da me stesso. Quando confido nelle mie forze, non esco da me, resto in me, nella ricerca di me. E quando, elevato a Dio, cesso di confidare in lui per confidare in me stesso, ricado in me; è la ricaduta nella ricerca di me; è il disordine.

Dio solo è la mia forza, il mio appoggio, il mio rifugio, il mio liberatore. Egli è il mio sostegno, il mio protettore, la forza della mia salvezza e il mio difensore (cf. Sal 17, 2-3). Io sono la vite, dice nostro Signore, voi i tralci. Colui che resta in me ed io in lui, questi porta molto frutto perché senza di me non potete far niente (cf. Gv 15, 5). Sant’Agostino fa notare che Gesù non dice: senza di me potete far ben poco, ma: senza di me non potete far nulla.

Senza di lui, non posso fare né poco né molto, non posso far nulla’.

506. Per vedere. – Se voglio, in particolare, convincermi della mia impotenza, non ho che da richiamare alla mia mente ciò che debbo fare e cioè: conoscere, amare e cercare Dio come mio fine, e la sua volontà come mia via. Ora, né la vista né l’amore né l’esecuzione, che costituiscono la pietà, sono in mio potere.

La vista di Dio, alla quale sono chiamato dal disegno misericordioso del mio Creatore, è assolutamente fuori della capacità naturale dell’occhio della mia intelligenza. Non parlo soltanto della visione eterna, a faccia a faccia, che sarà la grande beatitudine del cielo e che esisterà solo negli splendori della gloria. Parlo della vista semioscura della fede che penetra i misteri di Dio nella rivelazione della sua parola, della vista soprannaturale di Dio nello specchio degli esseri, e della sua azione nell’enigma dei loro movimenti. Da me stesso sono incapace ad avere il minimo raggio di questa vista.

Noi non siamo capaci, dice san Paolo, di pensare qualunque cosa da noi, come venisse da noi, ma ogni nostra capacità viene da Dio (cf. 2Cor 3, 5). Così, non soltanto non posso avere in me e da me la piena cognizione, ma nemmeno un semplice pensiero, un principio d’idea soprannaturale. Per vedere soprannaturalmente Dio nella sua parola, e l’azione di Dio nello specchio delle cose e nell’enigma dei loro movimenti, bisogna vedere nella luce di Dio. Questa sola dà all’occhio la penetrazione soprannaturale, l’estensione di vista che si chiama fede e con l’aiuto della quale esso scopre i misteri divini.

507. Per volere. – La mia volontà può forse, da se stessa, elevarsi a quell’amore di Dio che si chiama carità, che è la più divina delle virtù divine, l’anima e la vita di tutte le virtù e il vero vincolo d’unione fra l’uomo e Dio? « L’amore di Dio, dice san Paolo, è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5). Esso è l’opera, il dono, il gran dono dello Spirito Santo. So che è Dio che opera in me il volere e il fare (nn. 335-339). So che la volontà e lo sforzo dell’uomo non giungono fino a quel punto, poiché solo la misericordia di Dio opera questa elevazione (cf. Rm 9, 16). La carità è talmente opera della grazia, che i teologi disputano se essa sia o no distinta dalla grazia santificante. Dunque, per volere il bene di Dio, amare la sua gloria, ho bisogno del suo impulso, senza del quale mi perdo deplorevolmente nell’amore di me stesso e delle creature per me. La grazia, che è la luce del mio occhio, a cui dà la vista della fede, è anche il calore del cuore al quale comunica l’impulso dell’amore.

508. Per agire. – Senza la grazia, sono talmente incapace a compiere la minima opera di salvezza, che la pronunzia stessa di una sua parola è superiore alle mie forze. « Nessuno, afferma san Paolo, può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Cor 12, 3). Se la semplice invocazione del nome del Salvatore, invocazione meritoria e santificante, che è un atto di pietà, sta ad un’altezza inaccessibile alle sole forze della mia natura, qual è l’opera, qual è l’atto del quale io sono capace? Con la forza di Dio posso tutto (cf. Fil 4, 13), poiché ciò che è impossibile alle mie forze di uomo è possibile a Dio (cf. Lc 18, 27). Con la forza di Dio posso perciò compiere le opere più soprannaturali della mia vocazione; ma con la sola forza delle mie facoltà naturali non posso elevarmi a nessun atto di vera pietà soprannaturale. Le mie potenze hanno bisogno di essere accresciute, sopraelevate dalla virtù soprannaturale della grazia, che le rende atte alle operazioni della vita divina.

509. Noi non abbiamo il sufficiente. – Con le mie facoltà naturali posso vedere, volere ed agire; ma non è affatto questa vista, questo amore e questa ricerca che costituiscono la pietà cristiana, la quale è un’opera essenzialmente soprannaturale, che suppone nell’anima una vita soprannaturale. Gli atti di questa vita soprannaturale si esercitano mediante le mie facoltà naturali, ma unicamente in virtù del principio soprannaturale che le anima. Le mie facoltà prestano alla grazia il concorso della loro azione. La grazia è l’agente principale, il motore essenziale, la causa vitale. Il mio corpo non agisce soprannaturalmente che in virtù della grazia. L’anima produce le opere naturali, servendosi degli organi del corpo; la grazia produce le opere soprannaturali, servendosi delle potenze dell’anima. L’anima non basta, da se stessa, per le operazioni della vita soprannaturale, come non basta il mio corpo per le operazioni della vita umana; entrambi posseggono gli elementi primi e sono come la materia di tale vita; manca loro la forma. Essi non sono capaci, secondo la profonda espressione di san Paolo (cf. 2Cor 3, 5). Nel corpo è impossibile la minima operazione vitale senza l’anima; così, nell’anima è impossibile la minima operazione soprannaturale senza la grazia, poiché la vita del corpo è l’anima, e la vita dell’anima è Dio.

510. Vita nuova. – La pietà è dunque una vita nuova, superiore, una vera creazione di Dio, poiché nulla vi è in me che possa darle origine. Quantunque il mio essere naturale sia elevato a questa partecipazione divina, tuttavia, la vita stessa non ha principio da me, ma è creata da Dio in me.

Una volta creato alla vita naturale, posso compierne gli atti. Una volta creato alla vita soprannaturale, posso fare altrettanto; ma Dio, mediante la sua grazia, li compirà con me, in modo che i suoi atti saranno più numerosi dei miei. Da me stesso sono un nulla, incapace di un’azione soprannaturale come lo sono della mia creazione. E’ la grazia, dice l’apostolo, che vi dà la salvezza mediante la fede; e questa non viene da voi, ma è dono di Dio; né dalle vostre opere, affinché nessuno se ne vanti, perché noi siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per fare le opere buone preparate da Dio in modo che noi possiamo praticarle (cf. Ef 2, 8).

La santa animazione alla pietà ed alle sue opere proviene dunque dal soffio di Dio. Questo è ancora il motivo per cui san Paolo la chiama nuova creatura (cf. 2Cor 5, 17), nuova vita (cf. Rm 6, 4), l’uomo nuovo che è stato creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (cf. Ef 4, 24). Ciò che qui chiama giustizia e santità vera, altrove chiama: fare la verità nella carità (n. 90); sono questi ancora i tre termini della pietà. Perché io abbia questa nuova vita che è secondo Dio, simile a quella di Dio, questa vita che è la giustizia e la santità della verità, cioè la pietà, bisogna ch’io vi sia creato. Tutto deriva dalla grazia, tutto: verità, giustizia, santità, vista, amore e ricerca di Dio.

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO II

LA SORGENTE DELLA GRAZIA

501. I meriti del Salvatore. – 502. L’azione di Dio. – 503. I serbatoi. – 504. La mia azione.

501. I meriti del Salvatore. – Dono soprannaturale, la grazia è essenzialmente gratuita. Se è grazia, dice san Paolo, non è dunque prodotta dalle nostre opere, altrimenti non sarebbe più grazia (cf. Rm 11, 6). Data dal Creatore, perduta per il peccato, è stata riscattata dal Figlio dell’uomo, disceso dal cielo per venire a salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). Questo mezzo divino della vita divina è dato agli uomini da colui che è l’Uomo-Dio e che, essendo Dio, si fece uomo, affinché, partecipando delle due nature, potesse elevare la natura umana alla partecipazione della natura divina. Nell’unione ipostatica delle sue due nature, egli è il vincolo d’unione, il mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1Tm 2, 5). Per mezzo di lui, Dio discende a me; per mezzo suo, io risalgo a Dio. « In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » e in lui io sono ricolmo dei doni della grazia (Col 2, 9), frutto del suo sangue. Piacque a Dio far abitare in lui ogni pienezza e, per mezzo di lui, riconciliare ogni cosa, e col sangue della sua croce pacificare ciò che è in terra e ciò che è in cielo (cf. Col 1, 19-20).

502. L’azione di Dio. – Gesù Cristo è la sorgente. Ma, per quali canali scorrono, fino al campo dell’anima mia, le acque della grazia? Ho già visto (nn. 341, 342) che, mediante le operazioni del beneplacito divino, si produce un immenso e perpetuo flusso di grazie. Le creature, che servono di strumento a Dio, sono dunque strumenti di grazia. Nei molteplici contatti che subisco, in tanti modi e ad ogni istante, ricevo una moltitudine di soccorsi soprannaturali, continuamente vari e rinnovantisi secondo i bisogni della vita. Oh, se mi adattassi a questa azione!

E non soltanto le operazioni del beneplacito, ma anche le regole della volontà significata sono per me delle grazie. Nel magistero dottrinale della Chiesa, che salvaguarda la verità; nell’organizzazione sacerdotale, che nutre la carità; nell’autorità disciplinare, che garantisce la libertà, quante grazie vi sono! I soccorsi soprannaturali mi arrivano dunque da ambo i lati della volontà divina.

Questi canali sono continuamente aperti e continuamente scorrono da essi le grazie necessarie. Essi non si arrestano; ma io, purtroppo, posso chiudermi, e allora le grazie che scorrono non entrano in me. Se mi tengo aperto, ricevo, secondo la mia misura, la pienezza di ciò che essi contengono per me.

503. I serbatoi. – Ma vi è di più. Nostro Signore ha istituito dei serbatoi speciali di grazie speciali, di cui basta nominare i due più grandi: la preghiera e i sacramenti. L’uno è alla portata di tutti; ad esso, ciascuno può attingere a suo piacimento, in ogni tempo, senza misura. L’altro è affidato soprattutto alla custodia della Chiesa, che ne ha l’amministrazione e che desidera solo versarne la sovrabbondanza nelle anime. Alla fine del libro si parlerà di questi due serbatoi.

504. La mia azione. – Io non posso, per stretto diritto, meritare la grazia prima, ossia quella che mi giustifica facendomi uscire dallo stato di peccato. Questa grazia è sempre assolutamente gratuita. Fino a tanto ch’essa non ha trasformato il fondo della mia natura, nessuno dei miei atti è proporzionato alla grazia per poterla meritare. Senza dubbio, gli sforzi fatti col solo concorso della grazia attuale hanno un certo merito di convenienza, ma non di stretto diritto, a ricevere grazie più abbondanti.

Al contrario, una volta che la vita divina è comunicata alla mia anima, ogni atto animato da questa vita diventa meritorio di nuove grazie. La grazia attuale e quella abituale possono così essere aumentate ad ogni istante, a misura che io faccio fruttificare le risorse vitali che sono in me.

Foto dallo spaziamento

Ingresso Museo Ferrerie Reali

Cari amici, oggi vi offro una curiosità, che credo vi farà molto piacere.
Ciò grazie alle foto inviatemi da un amico, il quale è riuscito ad intercettare una delegazione di monaci certosini di Serra San Bruno durante lo spaziamento del lunedi.
Come consuetudine, lo spaziamento dei certosini di Serra avviene tra i boschi che circondano la certosa, e più esattamente, essi si recano nei sentieri situati in prossimità della vicina chiesa di Santa Maria del Bosco vicino al Dormitorio di San Bruno.
Il percorso si addentra in una straordinaria foresta di abeti bianchi, abeti rossi e faggi, appunto il Bosco di Santa Maria, ci si immerge in una vertiginosa natura rigogliosa ed incontaminata.
La passeggiata dei monaci si sviluppa, solitamente, nel Sentiero dedicato al beato Pier Giorgio Frassati, ovvero un itinerario ad anello tra Serra e Mongiana della lunghezza di circa 20 km, con un dislivello di 480 metri.
Premesso ciò, occupiamoci dell’oggetto delle foto che in seguito ammirerete.
Nello spaziamento del mese scorso la comunità certosina serrese, durante il tragitto che vi ho descritto, ha deciso di fare visita al Museo delle Reali Ferriere Borboniche di Mongiana.
Ma che cosa erano le Reali Ferriere Borboniche?
Esse furono un imponente polo siderurgico, il più grande d’Italia fondato nel 1768 dalla dinastia dei Borbone, i cui prodotti hanno consentito l’inizio e lo sviluppo dell’industrializzazione di Napoli.
La delegazione monastica ha deciso di fermarsi in visita al museo che raccoglie cimeli, ricordi e testimonianze storiche del glorioso passato delle Reali Ferriere.
Le foto che seguono ci mostrano l’interesse mostrato dai monaci, calorosamente accolti dagli addetti alla struttura, che hanno spiegato loro l’importanza storica del polo siderurgico chiuso nel 1881.
Ma ora a voi le immagini!

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