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La Grangia di Aversa

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Ritorno in questo articolo a parlarvi di una antica grangia certosina. Questa volta vi farò conoscere la Grangia di Aversa in provincia di Caserta appartenuta alla certosa di San Martino di Napoli. Come già vi ho esposto in altri articoli, il termine grangia etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi al loro interno la costruzione di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio). Ciò premesso, proviamo a localizzare ciò che resta di questo antico possedimento certosino. Si possono scorgere attualmente alte mura perimetrali di una imponente costruzione, nei pressi della chiesa di S. Antonio nei pressi di Corso Umberto. Questa grangia, fu la più importante dell’agro aversano a causa della sua importante ubicazione. Ma non solo una importanza agricola e commerciale, ma essa fu abbellita nella sua struttura architettonica da valenti artisti. Purtroppo oggi non vi sono tracce visibili dello splendore e dei pregevoli interventi architettonici, ma da antichi documenti, si evince che i certosini di San Martino nel 1638 commissionarono al celebre architetto bergamasco Cosimo Fanzago la realizzazione di una cappella. Egli la realizzò con l’aiuto del suo ultimogenito figlio Carlo, mentre gli affreschi furono realizzati da un’altro grande artista caro ai certosini napoletani. Massimo Stanzione Soprannominato il “Guido Reni napoletano” per il suo talento pittorico e protagonista di vari cicli pittorici alla certosa di san Martino, contribuì nel 1642 alle decorazione qui nella grangia di Aversa. Pur non essendovi rimasta traccia dei loro interventi, possiamo immaginarne l’alto valore artistico, che rendeva questa grangia particolarmente prestigiosa.

Attualmente non restano che pochissimi elementi superstiti, rappresentati da una serie di terranei, adibiti nella loro funzione originaria a depositi per gli attrezzi, a stalle per animali da traino e da cortile, a deposito per le derrate: su cui si sviluppavano le camere superiori e le terrazze, ora in parte trasformate in appartamenti.

Al di sotto del cortile troviamo un’imponente cisterna d’acqua, la quale ebbe la funzione di rendere autonoma idricamente questa cittadella monastica, raccogliendo l’acqua piovana, a simiglianza della cisterna monumentale del chiostro grande della certosa napoletana.

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Un seme argentino: Dom Jorge Falasco

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Cari amici, nell’articolo di oggi vi ritorno a parlare della certosa argentina di San Josè, lo spunto mi viene offerto da un breve ma delizioso video. In esso potremo ammirare lo svolgimento dell’attività claustrale svolta da una comunità alquanto numerosa e giovane, frutto di un lavoro incessante svolto dai primi certosini che giunsero in Argentina.

Tra questi vi era Dom Jorge Falasco, di cui oggi parlerò.

Apprezziamo dapprima il video.

Ed ora attraverso la descrizione della sua vocazione, fatta in un suo scritto, Dom Jorge Falasco ci descrive il suo percorso particolare che lo condusse a ad essere uno dei fondatori della certosa di San Josè.

Uno dei primi semi che hanno fatto germogliare questa fervida certosa!

Premesso che, Jorge Falasco nacque nel 1947, da subito fu affetto da crisi epilettiche manifestatasi fino ai due anni di età, allorchè scomparvero, improvvisamente, dopo una visita al santuario di Nostra Signora di Luján. Successivamente egli si dedicò agli studi che lo avrebbero condotto a diventare un medico cardiologo, ecco la narrazione degli eventi succedutisi e che sconvolsero la sua esistenza.

Ho diviso in due parti la sua testimonianza.

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Prima parte

Un sabato di fine 1976 un amico mi chiama per incontrare alcune monache carmelitane in via Ezeiza, a Buenos Aires. Visto che era sabato e ho approfittato del weekend per leggere, allenarmi e aggiornarmi, ho cercato di evitare l’impegno e di mandare un altro medico. Inoltre, di solito non ci si prendeva cura dei pazienti a casa. Ma il mio amico ha insistito e mi ha convinto. Nel mentre stavo facendo un elettrocardiogramma sulla ragazza più giovane, circa quanto la mia età, lei improvvisamente e inaspettatamente mi ha chiesto cosa avrei fatto della mia vita. Non sono riuscito a darle una risposta chiara e precisa e lei, vedendo la mia esitazione, mi ha convinto ad accettare di recarmi per qualche giorno al monastero benedettino di Luján per mettere in ordine i miei propositi. La Madre Priora, che era presente, acconsentì e mi promise che in 24 ore avrebbe organizzato tutto per me. Sarebbe stato un modo per ringraziare i miei servigi. Pochi giorni dopo sono partito per il Monastero di San Benito, a Luján. Lì sono stato ricevuto dal suo abate, Dom Martín de Elizalde (attuale vescovo di Nueve de Julio). Sono stati cinque giorni intensi (il tempo mi è sembrato di più). Lì ho incontrato un seminarista del Paraná che stava facendo il suo ritiro prima della sua ordinazione diaconale. Appena mi ha visto e mi ha fatto alcune domande, mi ha convinto ad andare in Paraná. L’idea mi sembrò buona e gli dissi di farmi incontrare il Vescovo del Paraná, che in quel momento si trovava a Buenos Aires. Non sarebbe stato facile perché oltre ad essere arcivescovo di Paraná, era vicario militare e presidente della Conferenza episcopale. Due giorni dopo fui convocato per un incontro con il vescovo Adolfo Servando Tortolo, al Collegio Champagnat quella stessa notte. Ero lì nel tempo e nella forma. Mi sono fermato a vederlo dopo aver aspettato il mio turno dietro alcuni generali e brigatisti. Mi ha molto colpito il suo vestito: con tonaca rossa, zucchetto, fusciacca… Non avevo mai visto un vescovo da vicino. Fu breve e spedito: dovevo lasciare tutto il prima possibile ed entrare in Paraná. Ed è così che il 1 marzo 1977, dopo aver trasferito le quote dell’Unità Coronarica ai miei colleghi e i miei beni a mia sorella, ho preso l’autobus a Retiro per il Paraná. non sarei tornato più indietro. Sono arrivato in seminario all’alba. Per la prima volta mi trovavo in un ambiente corretto ecclesiastico. Il Padre Rettore mi ha fatto un progetto personale per fare due anni di filosofia in uno. Vale a dire, sono entrato direttamente al secondo anno e ho dato gratuitamente le prime materie. La mia gratitudine al Seminario è immensa. In sette mesi ho fatto due anni di Filosofia. Non ho mai studiato così tanto e con così tanto frutto. Il mio insegnante di metafisica Luis (Lucho) Melchiori mi ha dedicato lunghe ore con indicibile pazienza. Ho conosciuto, apprezzato e amato San Tommaso. La dottrina dell'”esse” come atto dell’essere e la sua applicazione allo studio della realtà mi ha dato le basi necessarie e sufficienti per dare solidità e stabilità non solo alla mia fede ma anche a tutte le conoscenze acquisite nella mia vita universitaria e professionale. Ho anche collaborato con il Seminario Minore impartendo agli studenti corsi di Anatomia e Fisiologia. In Seminario mi sono fatto grandi e cari amici, oggi alcuni di loro vescovi. Non ho parole per ringraziare questo trattamento che la Chiesa mi ha riservato all’inizio della mia vita consacrata.

Segue nel prossimo articolo…

(Estratto da “Prehistoria de la Cartuja San José”, scritto da P. Jorge Falasco)

Le infermità tra i certosini

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«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).
Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità

La XXX Giornata mondiale del malato, che ricorre oggi 11 febbraio, in cui si celebra la memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, ed istituita da papa Giovanni Paolo II nel 1992, fu concepita per rappresentare un momento speciale di preghiera, per dedicare attenzione al malato ed a tutti coloro che lo assistono quotidianamente. Va ricordato che nel 2013 papa Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni nel corso di questo giorno di festa, e ha citato la sua salute in declino come la ragione del suo gesto.

Il nostro pensiero va dunque alle persone malate ed a coloro che le assistono, ed in particolare a quanti, in tutto il mondo, in questo momento particolare, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. Premesso ciò, non possiamo trascurare come vengono accuditi gli infermi ed i malati all’interno di una comunità monastica certosina, e come vengono trattate le infermità tra i certosini.

L’Ordine certosino da sempre ha avuto una particolare attenzione a questo tema, al punto di dedicare un’ intero paragrafo nel capitolo Libro III – La Comunità– 27 degli Statuti, nel quale si spiega come gestire le malattie e la cura agli infermi nel rispetto della povertà che hanno professato e conformi allo spirito di solitudine.

Gli infermi

L’infermità o la vecchiaia ci invitano ad un nuovo atto di fede nel Padre che con tali prove ci configura più intimamente a Cristo. Così, associati in modo particolare all’opera della Redenzione, ci uniamo più strettamente con tutto il Corpo Mistico.

Il priore mostri una speciale sollecitudine e misericordia verso gli infermi, i vecchi e quelli che sono nella prova. Ciò si raccomanda anche a tutti coloro ai quali è affidata la cura degli infermi. Secondo la possibilità della casa, si fornisca caritatevolmente agli ammalati tutto ciò che è necessario e giovevole. Tutti i servizi, anche i più intimi, a cui essi non possono attendere da sé, siano compiuti umilmente dagli altri, in modo che si reputi felice chi ha ricevuto un tale incarico. Coloro che soffrono di qualche malattia nervosa, particolarmente molesta nella solitudine, siano aiutati in ogni modo, così da comprendere che possono dare gloria a Dio, purché, dimentichi di sé, si abbandonino con fiducia alla volontà di Colui che è Padre.

I malati però, come dice S. Benedetto, siano ammoniti di far bene attenzione a non contristare chi li serve, chiedendo cose superflue o impossibili o magari lagnandosi. Ricordandosi della vocazione abbracciata, riflettano che come vi è differenza tra il religioso sano e il secolare sano, allo stesso modo il religioso infermo deve comportarsi diversamente dal secolare infermo, per evitare – ciò non avvenga – che durante la malattia l’animo si ripieghi su se stesso e resti vana la visita del Signore.

I malati dunque siano invitati a meditare sulle sofferenze di Cristo, e chi li serve sulle sue misericordie. Così i primi diverranno forti nel sopportare e i secondi pronti nel soccorrere. E mentre quelli considerano di essere serviti per Cristo e questi di servire per lui, i primi non si inorgogliscono e i secondi non si scoraggiano, perché gli uni e gli altri attendono dal medesimo Signore la ricompensa della fedeltà al proprio dovere: i malati del patire, gli infermieri del compatire.

Come poveri di Cristo, ci accontenteremo del medico ordinario della casa o, se il caso lo dovesse esigere, di uno specialista delle città vicine. Se, oltre al medico abituale, un padre è costretto a consultare uno specialista, il priore gli può concedere di recarsi in una delle città vicine stabilite dai Visitatori col consenso del Capitolo Generale o del Reverendo Padre, purché sia di ritorno lo stesso giorno. Ugualmente il priore può permettere che un monaco sia ricoverato in ospedale; conviene, tuttavia, che ne venga informato il Reverendo Padre.

I nostri malati, per amore della solitudine, ricevono, per quanto è possibile, le cure necessarie nella propria cella.

In tutte queste circostanze abbandoniamoci con animo docile alla volontà di Dio e ricordiamoci che mediante la prova dell’infermità veniamo preparati alla felicità eterna, ripetendo col salmista: Quale gioia, quando mi dissero: ”Andremo alla casa del Signore”.

I medicinali vengono usati con grande parsimonia, e solo nei casi veramente necessari e previa licenza del padre priore, ciò appare dissonante con la presenza nei secoli nelle certose di spezierie molto attrezzate ed in grado di produrre farmaci e medicamenti di vario genere. Ciò va ricondotto alla estrema generosità e misericordia dei certosini, i quali per quanto fossero austeri e severi con se stessi, erano altrettanto prodighi con gli estranei. Le spezierie erano di fatto al servizio dei pellegrini indigenti che trovavano conforto bussando alle certose sicuri di ricevere assistenza. Va segnalata, inoltre, la diffusa riluttanza tra i monaci a ricorrere a cure ospedaliere, per l’attaccamento alla cella ed alla vita claustrale spesso approfittano della malattia sopraggiunta per “santificarsi” non chiedendo mai aiuto o difficilmente lo accettano. Accolgono la sofferenza con gioia!

A seguire diverse immagini e qui un breve video che ci fanno cogliere l’amore con il quale i monaci infermi o molto anziani, vengono assistiti e curati dai confratelli con caritatevole devozione.

Grazie al sito amico escadoceu.…..per le immagini.

Dom Jean-Baptiste Mortaize

mappa

L’articolo di oggi voglio dedicarlo a celebrare la memoria del 61° Priore Generale dell’Ordine certosino Dom Jean-Baptiste Mortaize.

Joseph-Casimir Mortaize nacque il 27 marzo del 1789 a Rabat-les-Trois-Seigneurs in una famiglia molto religiosa, che avviò attraverso il parroco del paese, amico di famiglia, il piccolo Joseph allo studio del latino. Crescendo, il ragazzo fu mandato nel collegio di Pamiers per proseguire gli studi, per poi giungere nel seminario maggiore di Tolosa. Ben presto, egli divenne diacono e successivamente decise di entrare alla Grande Chartreuse il 9 aprile del 1824, soltanto l’anno seguente il 24 giugno del 1825 emise la professione solenne, scegliendo il nome di Jean-Baptiste. Fu poi incaricato dai superiori del corso di teologia e iniziando i postulanti alla recita dell’Ufficio Divino ed ai vari usi e cerimonie proprie dell’Ordine certosino. Il suo zelo e l’osservanza per le rigide regole erano apprezzate dai suoi confratelli più anziani, Dom Mortaize insegnava con passione ai giovani l’amore per la solitudine e per la preghiera.

Nel 1827, viste le sue attitudini verso i giovani fu nominato maestro dei novizi e nel 1829 divenne vicario ed a causa della cattiva saluta del Priore Generale Benedetto Nizzati, spesso lo sostituisce nelle sue funzioni. A causa di ciò venne eletto, all’unanimità ed al primo scrutinio, Priore e Generale dell’Ordine il 6 ottobre del 1831.

A soli quarantadue anni Dom Jean-Baptiste Mortaize, si trova a dover affrontare diverse questioni, egli le affronterà dando nuovo slancio e nuova linfa all’Ordine di San Bruno. In quel tempo alla Grande Chartreuse, molti e diversi erano gli usi ed i costumi dei confratelli di età molto avanzata e provenienti da varie certose dopo la riapertura del 1816. Si narra, che già dal giorno della sua elezione egli si mise al lavoro per far si che venisse rispettata la stretta osservanza degli Statuti, il suo motto fu “Statuto, tutto lo Statuto, nient’altro che lo Statuto”.

La regola imponeva un giorno a settimana di digiuno a pane ed acqua, ed egli dispose, per evitare rilassamenti, che ne fossero tre! Egli riuscì comunque a plasmare i vecchi monaci con i nuovi che egli aveva formato meticolosamente.

Si adoperò alacremente per il ripristino del Capitolo Generale che potè svolgersi nuovamente il 2 luglio del 1837, dopo quasi cinquant’anni di sospensione forzata.

Anche la distilleria del famoso liquore Chartreuse fu nuovamente attiva nel 1840.

Con enormi sacrifici, ma con una costanza ferrea Dom Mortaize concepì il restauro della Certosa di Montrieux e nel1844 quello della certosa di Le Reposoir. Anche alla Certosa di Pavia riuscì a far insediare nuovamente una comunità certosina, in precedenza allontanatasi.

Tra le sue iniziative vi furono le ricostruzioni dei villaggi di Saint-Pierre-de-Chartreuse e di Saint-Laurent-du-Pont ricostruiti a spese del monastero in seguito agli incendi del 1845 e del 1854.

Nel 1852, fu fondata la certosa femminile di Montauban, e nel 1854 si adoperò per il restauro della certosa di Portes e nel 1858 di quella di Vauclaire, ed inoltre fu l’artefice del ripristino della certosa svizzera di la Valsainte. Operò altri interventi di restauro nella Grande Chartreuse. Nonostante la sua intensa attività nel corso dei trentadue anni del suo generalato, Dom Mortaize non smise di chiedere sempre di dimettersi a causa della sua estrema umiltà. Per poter terminare il suo mandato dovette chiedere ed ottenere da Roma di potersi dimettere, fu così che il 16 febbraio 1863 egli decise di trasferirsi alla certosa di Pavia dove chiese “una umile cella nel chiostro” . Gli ultimi anni vissuti da Dom Jean-Baptiste Mortaize furono all’insegna del totale isolamento e della convivenza con una fragilità cardiaca. La sera del 15 gennaio del 1870 fu sorpreso da un violento attacco di endocardite che stroncò la sua vita terrena, elevando la sua anima a godere della luce del Signore per l’Eternità. Le sue spoglie mortali furono poi trasferite alla Grande Chartreuse dove furono seppellite, nel cimitero con le croci di pietra riservato ai Priori Generali, nella prima sepoltura a sinistra.

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”Allez au diable Vauvert”

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Nell’articolo odierno voglio parlarvi di una locuzione presente nella lingua francese, un pò in disuso e di cui molti non ne conoscono l’origine.

Essa, è legata ai monaci certosini. Ma perchè?

E’ necessario fare una premessa storica, a Parigi, a sud delle mura cittadine, in piena campagna, nel Medio Evo, il Re Roberto II il Pio si fece costruire un piccolo castello chiamato «Vauvert» ovvero val verde. Alla morte del re, nessuno volle abitare questo maniero, il quale cadde in rovina risultando parzialmente diroccato.

Si diffusero, in quel luogo abbandonato, molteplici leggende che fecero assumere a quella località la denominazione di Diable Vauvert, ritenendola infestata da spiriti malvagi e da demoni. Diamone però una spiegazione razionale, siccome c’erano molte cave nelle vicinanze e il vento, che vi si introduceva, produceva rumori sinistri e sibili simili a lamenti, tra la gente si diffuse l’idea che i diavoli si erano impossessati di quei luoghi.

Questa area periferica di Parigi, a causa di questa malfamata reputazione, era evitata da tutti sia di giorno che di notte, diventando un rifugio di reietti e malviventi.

Questa pessima fama durò per circa due secoli, allorquando Re Luigi IX il santo, nel 1257 decise di fondare una certosa a Parigi. Fu così che un gruppo di certosini provenienti dalla certosa di Val-St.-Marie, si insediò dapprima nel bosco di Gentilly, per poi giungere nel castello abbandonato di Vauvert il 21 novembre 1258, ubicato fuori le mura della città. L’arrivo dei monaci in quella zona pericolosa, riuscì a bonificare un territorio tristemente noto perché covo di dannati.

Tra realtà e leggenda vi riporto le cronache dell’epoca che ci raccontano che, per tre giorni, il primo Priore Dom Jean de Josserand ed i suoi 12 confratelli rimasero in preghiere, «tra tuoni, lampi e un forte puzzo di zolfo». I diavoli erano, ovviamente, riluttanti, ad abbandonare il loro ritrovo. Ma, «constatando che non avevano nessun poter sui religiosi, si videro costretti a lasciare il posto».

Pertanto ancora oggi, in francese si dice “Allez au diable vauvert» come sinonimo di «mandare a quel paese o andare in malora..» o anche «Vivre au diable vauvert» per indicare «vivere fuori mano».

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Ma cosa accadde poi a quella certosa parigina?

Re Luigi IX concesse forse come ricompensa ai certosini un grandissimo terreno che corrispondeva all’attuale area dove oggi possiamo ammirare le Jardin du Luxembourg.

Bisognerà attendere poi il 1325 affinchè la costruzione sia completata

Dunque i certosini si installarono nei pressi di Parigi e vi rimasero per circa cinque secoli, fino a quando ad ottobre del 1792, termine legale delle leggi rivoluzionarie, che costrinse la comunità ad abbandonare Vauvert.

Questo articolo ho deciso di pubblicarlo oggi, poichè è mia intenzione celebrare la memoria dell’ultimo priore della certosa parigina, Dom Félix Prosper de Nonant, morto ghigliottinato il 9 luglio del 1794.

Félix nacque a Nogent-le-Rotrou (Eure-et-Loire) nel 1725, fu dapprima capitano dei carabinieri, e successivamente volle abbracciare la vita monastica certosina, facendo la professione nella certosa di parigi l’8 febbraio 1761. In seguito fu Vicario a Rouen nel 1775, poi procuratore a Parigi nel 1776 , fu eletto priore lì nel 1778. Ha optato per la vita comune nel 1790, ha prestato giuramento di libertà-uguaglianza ma, rifiutò l’abdicazione, e fu brutalmente ghigliottinato. Un martire che volle difendere fino all’ultimo la Fede cristiana. Vi lascio ad una sua considerazione:

“Chi non conosce i piaceri della nostra condizione, nascosti sotto le spoglie di una vita austera, potrebbe farti credere che gemiamo sotto il peso delle catene che ci legano al servizio di Dio; potrebbero farti pensare che non siamo liberi. È piuttosto dal turbine del mondo e dalla schiavitù delle passioni che ci siamo ritirati, per diventare più liberi nella calma della solitudine e nella pratica dei consigli evangelici. Ci lascerete quindi godere, Nostro Signore, di questa libertà che amiamo e di questa felicità di cui godiamo”.

Chartreuse de Paris

Chartreuse de Paris

La Chartreuse aux chartreux!

Saint-Pierre-de-Chartreuse,_Grande-Chartreuse,_les_chartreux_en_promenade,_p34_L'Isère_1900-1920

Cari amici, lo scorso 29 aprile vi ho narrato la triste espulsione subita, nel 1903, dai monaci certosini dalla Grande Chartreuse, con il conseguenziale esilio della comunità monastica in Italia, a Farneta.

La certosa di Farneta diventava così la Casa Generalizia dell’Ordine.

Ebbene, dopo trentasette anni di esilio, nel 1940, i certosini poterono tornare in Francia grazie all’audacia del Padre Generale, Dom Ferdinand Vidal.

Ma chi era costui?

Dom Ferdinand Vidal

Clément Vidal nacque a Saint-Vincent-d´Olargues (Hérault) il 30 gennaio 1883. Dopo gli studi al seminario maggiore di Montpellier, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1907. Decise di enrare nei certosini nel 1913, ed emise la professione alla certosa spagnola di Montalegre l’8 settembre 1914. Fu dapprima maestro dei novizi e poi Vicario di questa casa, fu poi fu inviato in Francia l’8 ottobre 1928, per presiedere alla riapertura della certosa di Sélignac.

Divenne poi assistente del superiore della certosa di Tarragona il 14 ottobre 1929 e poco dopo svolse il ruolo di procuratore della Grande Chartreuse (in esilio). È stato eletto priore della Grande Chartreuse (a Farneta) il 2 marzo 1938. Il 21 giugno 1940, durante la guerra mondiale, riuscì a venire in Francia ed a reinsediare, come vedremo, la comunità certosina alla Grande Chartreuse.

Il ritorno della comunità della Grande Chartreuse fu opera sua, è stato lui a progettarlo ed a realizzarlo. Ha avuto la grande gioia e la pesante responsabilità di riportare i certosini nella culla del loro Ordine.

Il Capitolo Generale del 1967 gli concesse, come vedremo, la misericordia. Dom Vidal morì alla Grande Chartreuse il 3 febbraio 1976.

Ma come si svolsero i fatti che consentirono il reintegro dei certosini?

Il 2 marzo 1938, la comunità di Chartreuse, con sede a Farneta, elesse come Generale dell’Ordine, il suo Procuratore, Dom Ferdinand Vidal.

Le popolazioni dei paesi de Delfinato non si erano mai rassegnate all’allontanamento coatto dei certosini, anzi al contrario mostrarono una toccante tenacia nel preparare e facilitare il loro ritorno.

Nel 1912, un giornalista di Grenoble, il signor Léon Poncet, attirò l’attenzione di tutta la Francia sulla situazione critica della Grande Chartreuse, i cui edifici abbandonati minacciavano la rovina. Questo appello fu raccolto da letterati, artisti, giornalisti, politici che risposero con eloquenti appelli a favore della conservazione del famoso monastero di Grenoble. Tutto questo clamore fece si che Léon Bérard, allora Sottosegretario di Stato per le Belle Arti, stabilì che la Grande Chartreuse e le sue dipendenze fossero classificate tra i monumenti storici. Anche il vescovo di Grenoble, monsignor Caillot, per evitare rigurgiti antireligiosi, contribuì incoraggiando il ritorno dei certosini nella culla del loro Ordine. Il 29 maggio del 1927, a seguito di una imponente campagna di propaganda che coinvolse l’opinione pubblica, si riunirono a Voiron circa cinquemila persone che chiedevano a gran voce la restituzione della “Chartreuse aux Chartreux!“.

Ma a questo movimento per il reintegro vi era l’opposizione politica dei fautori delle leggi antireligiose, che avevano anche previsto di trasformare il monastero in un “Centro universitario estivo”, ciò suscitò indignazione generale e forti proteste.

La rinascita della Grande Chartreuse come casa madre dei certosini divenne nell’opinione pubblica, un obiettivo da raggiungere a tutti i costi ed al più presto.

Gli eventi che fecero seguito ne accelerarono il ritorno, difatti quando scoppiò la guerra del 1939, ed i monaci erano ancora in esilio a Farneta, il governo italiano fece sapere attraverso il Vaticano che se l’Italia si fosse trovata coinvolta nel conflitto, il clero francese non si sarebbe dovuto preoccupare.

Nel maggio 1940 le cose andarono diversamente, sebbene Benito Mussolini avesse ufficialmente assicurato ai certosini francesi la sua personale protezione, se l’avessero richiesta, il Reverendo Padre Dom Vidal non ritenne opportuno ricorrere ad essa. Decise di lasciare l’Italia senza indugio. La Divina Provvidenza aveva creato l’occasione per far recuperare la propria culla all’Ordine!

Inoltre, anche i diplomatici francesi ne consigliarono la partenza.

Il 23 maggio il Reverendo Padre ha inviato al Sig. Georges Mandel, allora Ministro dell’Interno, un telegramma con questo testo lapidario: “Invitato a lasciare l’Italia, con la comunità francese, chiedo a Vostra Eccellenza di mettere a nostra disposizione il monastero della Grande Chartreuse”. Il 29 maggio, Dom Vidal affrontando i rischi di questo esodo, arrivò a Grenoble con un piccolo gruppo di confratelli francesi, e si stabilì vicino a Voiron, a Orgeoise, nella piccola residenza dei Fratelli conversi responsabili della fabbricazione del famigerato liquore.

La risposta a quel telegramma non arrivò direttamente, ma a seguito di varie intermediazioni, vi fu una intenzione verbale che consentì il rocambolesco ritorno.

Essendo l’esercito tedesco giunto a Bourgoin, l’indomito Dom Vidal essendo intenzionato a tornare al monastero prima del loro arrivo, decise di farlo informando il governo della sua decisione e dei motivi che l’avevano motivata.

La sera del 20 giugno, con Dom Bernard e Dom Michel, il Reverendo Padre Dom Vidal arrivarono in automobile a Saint-Pierre-de-Chartreuse, dopo aver attraversato i posti di blocco preparati per fermare i tedeschi in avvicinamento.

Fu così che venerdì 21 giugno, i tre Padri, dopo aver celebrato la Santa Messa nella chiesa di Saint-Pierre-de-Chartreuse, si sono presentati alla porta principale del monastero, accompagnati dal signor Villard, sindaco di Saint-Pierre e consigliere generale di Isère. Su richiesta del sindaco, le guardie hanno aperto, e finalmente i poveri certosini varcarono la soglia del loro convento. Essi si recarono dapprima al cimitero, dove i Padri e Fratelli defunti, sotto la loro croce, attendevano il ritorno e la preghiera dei vivi.

La pia catena fu ripresa dopo trentasette anni di silenzio ed esilio. I Padri si recarono poi nelle loro celle, più povere di quanto non fossero mai state, per riprendere la preghiera che era stata interrotta per troppo tempo in questi luoghi. Il 22, la Messa è stata celebrata nella chiesa del monastero da un commosso ed emozionato Reverendo Padre Generale. Poco dopo, il 6 agosto, a seguito di un accordo sommario, il gruppetto in attesa a Voiron venne ad occupare le poche celle abitabili. La vita regolare riprese presto nella sua integrità, in particolare l’ufficio divino cantato giorno e notte, prima nella Cappella dei Morti, poi, poco dopo, nella chiesa conventuale. Dopo trentasette anni, il deserto è tornato in vita.

Trentasette anni: una breve pausa nei nove secoli di storia della Grande Chartreuse!

Alla fine dell’ottobre 1940 il ministro dell’Interno, per “regolarizzare una situazione di fatto” che considerava “moralmente lesiva della dignità dello Stato”, insistette affinché i certosini presentassero domanda di autorizzazione. I Padri potevano rispondere solo chiedendo il riconoscimento legale, che era stato loro concesso da una legge speciale (21 febbraio 1941). Un accordo (11 marzo 1941) giunse a precisare i “termini di concessione all’Ordine dei Certosini di edifici dipendenti dal demanio noto come Grande Chartreuse”.

Essendo il monastero e gli annessi classificati come monumenti storici nel 1912, la suddetta convenzione ha determinato in particolare le condizioni in cui si sarebbero svolti i lavori di riabilitazione e manutenzione degli edifici, salvaguardando la solitudine e il silenzio dei monaci.

Padre Dom Ferdinand si occupò attivamente di risollevare la certosa dalle sue rovine, prima nel pieno della guerra mondiale, poi attraverso le molteplici difficoltà del dopoguerra. Fu fatto un lavoro considerevole  grazie alla competenza ed alla comprensione dell’amministrazione delle Belle Arti.

Nel 1947 il Reverendo Padre poté finalmente convocare regolarmente il Capitolo Generale presso la Casa Madre, l’ultimo si era tenuto, nella Certosa di Farneta, nel 1938.

Nel 1967, giunto ad una veneranda età a padre Dom Ferdinand, il Capitolo Generale gli concesse la grazia di poter concludere i suoi giorni nel ritiro della cella. Accettando la sua richiesta di dimissioni, di incarico generalizio che si ricorda per essere è stata una dei più lunghi nella storia dell’Ordine, il Capitolo ha voluto esprimergli la sua gratitudine a nome di tutti i certosini: “Vogliamo mostrare la nostra gratitudine al nostro Reverendo Padre Dom Ferdinando, raccomandandolo alle preghiere di tutti e invocando su di lui le benedizioni del Signore. Per ventinove anni rimase a capo dell’Ordine. Per grazia di Dio, ha restaurato l’antica dimora della casa di Chartreuse; e soprattutto ha dato a tutti noi l’esempio di fedeltà, di gentilezza sempre paterna e di ammirevole pazienza ”.

La “casa rifugio” a Zepperen

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Oggi vi parlerò della “casa rifugio” a Zepperen, della comunità certosina di Glandier, la quale svolse attività monastica in certosa fino al 1901, anno in cui una nuova legge impose la spoliazione, obbligando così i monaci ad abbandonarla.

Al 1 ° luglio 1901 a Glandier c’erano 37 religiosi, di cui 21 padri e 16 fratelli. Dom Pierre Ligeon, il priore ricevette il 22 agosto un invito dalla Grande Chartreuse per discutere con gli altri priori sulle misure da adottare contro quella odiosa legge.

Fu deciso che la comunità di Glandier doveva trovare un nuovo luogo dove recarsi, al di fuori dei confini francesi. Furono fatti vari tentativi, in Belgio, nei Paesi Bassi, in Spagna ed in Italia. Vano fu anche il tentativo di insediarsi nella antica certosa olandese di Roermond.

Alcune settimane dopo, Dom Albert Courtray, che era stato nominato il 2 novembre 1900. procuratore di Glandier individuò in Belgio, e precisamente in prossimità della cittadina di Sint-Truiden, nella provincia del Limburgo, in Belgio un castello da poter acquistare. Dopo una prima missione esplorativa di due monaci sul luogo, avvenuta il 19 settembre del 1901, fece seguito, poichè sollecitati ad abbandonare la certosa, un primo gruppo di confratelli, composto da Dom Mansuetus Bretoneiche, antiquior e responsabile del gruppo, Dom Auguste Hastraffer, Dom Alexis Sirois, Dom Ephrem Bruneel, Dom Pierre Anthouard e del fratello converso Jacques Marti, il 23 settembre raggiunse Zepperen. Con la partenza di questo primo gruppo terminò l’attività monastica a Le Glandier! Il 25 settembre giunse un nuovo scaglione che comprendeva altri dieci religiosi. Il vicario, Dom Hilaire Legrand, Dom Jean de la Croix Dufaître, Dom Félix Charvot, Dom Jean-Baptiste Lefebvre, Dom Léonce Choquette, Dom Basile Romans, Dom Grégoire Boutiron, Dom Gervais Gatineau, ed i fratelli conversi Georges Nora e Placide Scholastic.

Il giorno successsivo, giovedi 26 settembre un terzo gruppo guidato da Dom Joël Girandier, coadiutore, e composto da Dom Joseph de Cussé, Dom Hilaire Aurit, e dai Fratelli Michel Michel, Julien Lopez, Martin Rougemaître e Bernardin Escot si aggregò a Zepperen.

I fratelli del noviziato, Joseph Casnelnaud, Irénée Petit e Bruno Zurbach, erano stati promessi alla certosa di Montalègre in Spagna, pertanto lasciarono Glandier il 27 settembre in abiti civili.

Rimase l’ultimo gruppo, composto dal Padre priore, dal sacrestano Dom François d’Assise Marechal, dal Procuratore, Dom Albert Courtray e dai fratelli Alphonse Allen, Emmanuel Bélenguer, Victor Léonard, Hubert Bleylevens e Jean-Marie Raset, partì il 30 settembre da Le Glandier, lasciando definitivamente vuota la certosa.

Purtroppo, il frettoloso trasferimento non aveva consentito l’idonea trasformazione del castello di Zepperen alle necessità della vita monastica certosina. Dopo le pratiche burocratiche di acquisizione, non si era riusciti a rendere agevole la quiete monastica.

Il solerte Padre priore, riuscì già dal2 ottobre a recitare l’ufficio notturno in una cappella improvvisata, mentre i confratelli risiedevano in stanze che nulla avevano a che vedere con le loro amate celle. Piano piano, con grande pazienza e sacrificio, i monaci tutti dovettero adattarsi a quella difficile situazione, che non garantiva loro l’ideale isolamento e solitudine per svolgere la vita claustrale a cui erano abituati.

Zepperen interno

Breve fu la durata di quel soggiorno forzato, difatti il Capitolo generale del 1905 fu deciso di sopprimere Zepperen che rimase soltanto “una casa rifugio”, poichè non riuscì mai a garantire il silenzio e la solitudine cercata. Tra il maggio e l’agosto del 1905, i religiosi partirono per le certose a cui erano stati destinati, abbandonando per sempre il castello di Zepperen. Ma che ne fu di questa casa rifugio? Dopo un tentativo di insediarvi la comunità certosina femminile di Gard, come vi ho descritto in un precedente articolo, questa proprietà certosina fu venduta il 24 luglio del 1920 ai Padri Assunzionisti. Oggi, l’antico castello ospita l’Istituto Sint-Aloysius, ovvero un campus universitario.

Ho voluto narrarvi le vicissitudini di questi confratelli certosini alle prese con i trambusti derivanti da odiose leggi anticlericali, che videro turbata la serenità della loro vita eremitica.

Zepperen aerea

-Zepperen oggi

Il volto dei certosini che salvarono i dipinti di Goya

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Circa dieci anni fà, da questo blog vi parlai della straordinaria intercessione dei certosini di Aula Dei, per evitare la distruzione delle undici pitture a olio realizzate dal grande pittore Francisco Goya. I certosini sono stati da sempre i custodi dei dipinti che Goya realizzò tra il 1772 ed 1774 e che adornano le pareti della chiesa. Le tele dedicate alla vita della Vergine e di Cristo, inizialmente erano undici, attualmente se ne conservano solo sette in parte restaurate, le quattro mancanti furono sostituite nel 1903 da dipinti dei fratelli Paolo ed Amedeo Buffet.

Ma vediamo di chiarire quanto accadde.

I certosini furono allontanati nel 1835 dalla certosa di Aula Dei per la Desamortización di Mendizábal, successivamente vi fecero ritorno nel 1901, in quella occasione si restaurò l’intero complesso e le opere d’arte presenti. Il restauro fu affidato all’architetto francese Pichard che era intenzionato a distruggere ciò che era stato danneggiato per poter ricostruire. Ciò avvenne anche per i quadri e le sculture particolarmente rovinate.

Grazie alla tenacia di due certosini, il Padre Priore Dom Leonard Gorse ed il suo Vicario Dom Anastasio Malasignè, i quali si opposero alla distruzione delle tele particolarmente danneggiate decidendo di rimpiazzare soltanto le quattro più deteriorate, fu possibile salvare i capolavori di Goya, che ancora oggi possiamo ammirare. Va detto, per la precisione, che i religiosi non conoscevano ancora la attribuzione di quei dipinti. Soltanto qualche mese più tardi, infatti, giunse in certosa lo storico tedesco Augusto L. Mayer, che stava scrivendo una biografia d’artista e studiandole, conclamò che quelle tele erano opere di Goya.

Quei certosini di cui conoscevamo il nome, oggi hanno un volto!

La novità sorprendente, è che sono state recentemente ritrovate alcune fotografie scattate nella certosa spagnola, da Aurelio Grasa nel 1917, che permettono di dare un volto ai monaci che hanno impedito la scomparsa dei dipinti di Goya, di cui tra l’altro quest’anno ricorre il 275° anniversario della nascita.

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Ma perchè furono scattate quelle fotografie?

Il 9 settembre 1917, il noto fotografo Aurelio Grasa realizzò alcuni scatti tra i certosini di Aula Dei, su richiesta del governo francese, che voleva essere informato a causa della prima guerra mondiale, dei cittadini francesi presenti in Spagna.

Il 13 maggio 1917 il Priore Dom Gorse scriveva: ′′ Per ordine delle Cortes spagnole, in occasione della guerra europea il console di Francia a Saragozza chiede un ritratto dei religiosi stranieri di questa casa e a tal fine è venuto oggi il giovane signore Aurelio Grasa con suo padre Joaquin, commerciante di Saragozza per scattare le fotografie “.

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Gli inconsapevoli eroi

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Dom Lèonard Victor Gorse, nacque a Tulle nel 1840 e da giovane fece parte della “Société des Missions Etrangères de Paris”, una società missionaria internazionale per la quale fu inviato in Cina. Solo successivamente egli decise di entrare tra i certosini nella Grande Chartreuse facendo professione il 16 febbraio del 1868. In seguito, nel 1872, fu Vicario e Maestro dei novizi nella certosa di Le Reposoir, poi procuratore a Le Glandier nel 1874 ed ancora sotto procuratore alla Grande Chartreuse. Nel 1885, fu nominato Priore nella certosa di Montreuil, e l’anno seguente Convisitatore. Nel 1897 Dom Gorse divenne Priore di Valbonne, successivamente, fu nominato priore della certosa spagnola da restaurare di Aula Dei. Padre Gorse si mise subito al lavoro e ripristinò le dipendenze perché fossero vivibili e una cappella quella della Madonna del Pilar, per svolgere le funzioni religiosi. Lo vediamo quindi protagonista dei fatti che vi ho narrato, Dom Gorse morì il 6 ottobre del 1934 come Antiquior di tutto l’Ordine.

Di Dom Anastasio Malasigné sappiamo che fu anche un valente pittore e fu colui che ha ripristinato le lunette dipinte dal confratello Fra Jusepe Bautista Martinez, che appartenevano alla certosa ma che all’epoca si trovavano depositate al Museo di Saragozza.

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Le tele di Goya, potranno così essere ammirate nella chiesa certosina di Aula Dei per le celebrazioni del 275° anniversario della nascita del più grande pittore spagnolo del suo tempo.

Dom François Grangier, da certosino a parroco

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Cari amici lettori, lo spunto per realizzare l’articolo odierno mi viene offerto da un piccolo libro edito in francese dal titolo “Dom François Grangier, les exils d’un chartreux”. In esso, l’autore Julien Fleury un sacerdote della diocesi di Marsiglia dal 2006 e parroco di Saint-Giniez dal settembre 2015 riesce a descriverci la martoriata vita di questo monaco certosino.

All’origine di questo libro ci sono tre lettere trovate negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, dove Dom François Grangier trascorse i suoi ultimi anni.

Ma cerchiamo di ricostruire i fatti, e di conoscere questo certosino.

François Grangier nacque a Salon de Provence il 18 maggio del 1755, quando ha soli ventuno anni muore suo padre Joseph, ed egli qualche mese dopo decide di abbracciare la vita monastica. Entra nella certosa di Bonpas, pronunciando i suoi primi voti il 28 maggio del 1776. Comincia il suo percorso di vita claustrale fino al 1781 quando pronuncia la sua professione solenne, dopo aver studiato e conseguito il diaconato ed il sacerdozio.

Nel 1791 Dom François Grangier, viene inviato alla certosa di La Verne per assistere il Padre Priore diventandone il Vicario. Sta per cominciare il terribile periodo legato agli avvenimenti della Rivoluzione Francese, ed egli diventerà un testimone di quei tragici tempi, che stravolgeranno la sua vita.

Dovendo abbandonare La Verne, Dom François comincia il suo periplo raggiungendo la certosa di Montrieux, ma dopo poco tempo anche questa comunità viene dispersa. Ritroviamo nel 1792 Dom Grangier in Italia, nella certosa di Bologna dove stette poco, poichè braccato nuovamente dagli eserciti napoleonici, si rifugiò a Montello tra il 1797 e il 1805 con i suoi confratelli.

Dopo l’incoronazione di Bonaparte, avvenuta nel dicembre del 1804, egli spera in un ritorno alla quiete della vita monastica in Provenza e torna a Salon, sua città natale dove rimarrà dal 1805 al 1811. Scoprendo che molti dei suoi confratelli erano stati perseguitati, deportati o giustiziati, divenne vicario parrocchiale e poi parroco. Successivamente lo troviamo ad Arles nel 1811, poi parroco a Saint-Chamas per dieci anni. Infine, il13 novembre del 1822 il certosino ha ricevuto un ultimo nomina a Saint-Giniez vicino Marsiglia. È proprio in quest’ultima parrocchia che Dom Grangier ha lasciato più ricordi. E’ qui che l’autore del libro, Julien Fleury avendo ritrovato tre lettere negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, riesce a ricostruire la vita tormentata ed il suo peregrinare che lo porterà a dover abbandonare la vita monastica che aveva condotto per ben trenta anni. La Provvidenza dopo averlo sottoposto a tante prove lo ha condotto negli ultimi anni della sua vita alla cura pastorale, che svolse con grande impegno. Una vita spesa con Fede e radicata in Cristo.

In una di queste missive, indirizzata al vescovo di Marsiglia, Mons. Fortuné de Mazenod, Dom François ormai parroco settantenne scrisse al suo vescovo per informarlo dei suoi problemi di salute. La parrocchia è enorme, ha una grande estensione territoriale, lamenta che un ginocchio gli fa male, ed è paralizzato dai reumatismi. Espone un suo timore: doversi alzare di notte per portare il viatico a un malato che vive sui ripidi pendii di Notre-Dame de Garde. Pur sapendo che la vita monastica è ripresa alla Grande Chartreuse, a causa della sua età e dalla salute precaria opta nel luglio del 1831 di ritirarsi in campagna nei pressi di Marsiglia, avendo ottenuto dal Vescovo il permesso di potersi ritirare. La vita terrena di Dom François Grangier si concluderà il 24 febbraio del 1832.

Spero vogliate apprezzare l’avervi portato a conoscenza un’accenno della storia esposta in questo libro su questo personaggio, che avrebbe voluto vivere la sua vita all’interno delle mura monastiche, in quiete e solitudine.

“San Brunello” a Reggio Calabria

statua di san Brunello (1730)

Con l’articolo di oggi, voglio narrarvi le vicende legate alla presenza di una chiesa dedicata a San Bruno sita a Reggio Calabria.

Ma facciamo dapprima una premessa.

Sappiamo che Maestro Bruno era stato a Reggio Calabria tra il 1089 ed il 1090, al seguito di papa, Urbano II, e che su proposta di quest’ultimo, il futuro fondatore dei certosini fu nominato arcivescovo di Reggio Calabria. Bruno rifiutò chiedendo, ed ottenendo il permesso per poter ritrovare un luogo ove poter continuare la sua vocazione monastica nel silenzio e nella solitudine. Ritirandosi in solitudine Bruno incontrò poi il generoso conte Ruggero d’Altavilla che gli offrì un territorio nella località Torre a 850 metri di altitudine nel cuore di un bosco della Calabria “ulteriore”. In questo luogo il patrono certosino nel 1090 fondò l’eremo di Santa Maria ed a breve distanza l’insediamento per i fratelli conversi, il monastero di Santo Stefano.

La nascita della chiesa di “San Brunello

A nord di Reggio Calabria, dove il massiccio dell’Aspromonte degrada dolcemente verso il mare dello Stretto, ai primi del 1700, i pochi abitanti sparsi tra i vasti terreni ricchi di bergamotti e gelsi per la coltura del baco da seta, avevano la necessità di una chiesa e di un santo protettore. Fu così che la famiglia Miceli, proprietaria di quei territori, costruì una piccola chiesa, dedicandola a San Bruno, canonizzato il 19 luglio 1514 e la cui festa era stata estesa a tutta la Chiesa solo nel 1623, mentre da poco, dal 1674, essa era stata elevata a “rito doppio”. Nel 1730, vi fu l’esigenza di avere una statua del santo certosino, fu così che giunse una scultura di piccole dimensioni e fu per questo che da allora venne affettuosamente chiamata chiesetta di San Brunello, solo successivamente questo toponimo fu esteso all’intera contrada.

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Chiesetta-interno-300x300

Trascorsero vari anni, nei quali nella piccola chiesetta si celebrava non sempre assiduamente. La città di Reggio Calabria crebbe, e quindi San Brunello si ritrovò al centro di un nuovo popoloso quartiere. Si rese necessario erigere una nuova parrocchia, e quindi il 27 giugno del 1957 veniva fondata canonicamente «La Parrocchia di San Bruno», fu costruito un nuovo edificio con annesse opere parrocchiali, in sostituzione della piccola antica chiesetta, dotandoli di tutti gli arredi necessari.

parrocchia

altare maggiore con statua

reliquia di San Bruno

Curiosità

Va ricordato che la tradizione vuole che maestro Bruno, durante la sua breve permanenza a Reggio Calabria, al seguito del pontefice Urbano II, si ritirasse a pregare nel posto ove un tempo sorse la chiesetta, ed oggi la parrocchia, a lui dedicata

Si narra, inoltre che durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, una bomba cadde dietro la chiesetta prodigiosamente senza scoppiare, lasciandola intatta.

Non dimentichiamo inoltre che questa parrocchia è la prima al mondo ad essere dedicata a San Bruno di Colonia!

statuetta