• Translate

  • Follow us

  • Memini, volat irreparabile tempus

    giugno: 2021
    L M M G V S D
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    282930  
  • Guarda il film online

  • Articoli recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • “La casa alla fine del mondo”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Unisciti ad altri 598 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


Il “cardinale della pace” e La Valsainte

5444_francisco-de-asis-vidal-y-barraquer

In un precedente articolo, da questo blog, vi ho già parlato del privilegio del cardinale svizzero Charles Journet, che ottenne di essere seppellito nel cimitero della certosa di La Valsainte. Oggi, invece vi parlerò di un altro cardinale che per trentacinque anni è stato sepolto sull’altare maggiore della certosa svizzera.

Ma ciò, come fu possibile?

Proverò ad illustrarvi questa vicenda, che portò il cardinale spagnolo Francisco de Asís Vidal y Barraquer a trovarsi in certosa nel giorno della sua morte.

Egli nacque a Cambrils, a sud di Barcellona il 3 ottobre del 1868. Dopo aver completato gli studi liceali ed in seguito aver conseguito la laurea in giurisprudenza, esercitò la professione forense per qualche tempo, ma nel 1895 decise di entrare in seminario a Barcellona. Ordinato sacerdote il 17 settembre 1899, esercitò il ministero nella curia della sua diocesi. Il 10 novembre del 1913 fu consacrato vescovo titolare di Pentacomia e l’anno successivo nominato amministratore apostolico della diocesi di Solsona. Il 7 maggio del 1919 fu inviato alla sede arcivescovile di Tarragona. Nel concistoro del 7 marzo 1921 Papa Benedetto XV lo elevò al rango di cardinale.

Durante la sua attività, in Spagna vi furono eventi politici che ne determinarono il corso della sua esistenza. Fu dapprima accusato ingiustamente di essere catalanista e quindi avverso alla monarchia, mentre successivamente, allo scoppio della guerra civile nel 1936, conobbe personalmente gli orrori della persecuzione anticlericale. Il 21 luglio 1936 lasciò il suo palazzo arcivescovile e fu trasferito a Poblet, dove fu arrestato due giorni dopo da elementi della FAI (Federazione Anarchica Iberica) e imprigionato a Montblanch, ma riuscì a farsi liberare ed il 30 luglio si imbarcò a Barcellona per l’Italia, passò per Roma e in seguito si stabilì nella Certosa di Farneta, vicino Lucca, dove vi rimase fino al 1939. Trascorse un periodo tra le mura certosine, dedicandosi al silenzio ed alla preghiera, riuscendo a conciliare i suoi impegni.

Il “cardinale della pace”, come era ribattezzato Vidal y Barraquer si rese protagonista di un episodio che lo costrinse a rimanere in esilio per il resto della sua vita terrena. Difatti egli si rifiutò di firmare la lettera collettiva dell’episcopato spagnolo che rappresentava l’approvazione di una delle due parti in lotta. Il suo atteggiamento pastorale non gli permise di escludere nessun cittadino spagnolo dalla sua attività a favore della pace. Il cardinale addirittura si offrì come ostaggio per evitare gli eccessi dei suoi compatrioti. Per questa sua decisione, il governo del dittatore Francisco Franco si oppose al suo ritorno a Tarragona, una volta terminata la guerra. E’ singolare che nonostante la lontananza forzata dalla sua diocesi, Papa Pio XII non chiese mai le sue dimissioni, tenendolo sempre a capo dell’arcidiocesi. Si narra che gli inverni li trascorreva a Farneta, mentre nel periodo estivo si recava alla certosa svizzera di La Valsainte. A causa delle turbolenze della guerra mondiale, decise di rimanere nella certosa elvetica ritenuta più sicura poichè sita in territorio neutrale.

Lunedì 13 settembre del 1943, all’età di 74 anni il cardinale Francisco de Asís Vidal y Barraquer, morì in esilio.

Cardinale Vidal

La cerimonia funebre fu caratterizzata da una solenne semplicità, il Padre Priore Dom Nicolas Barras e tutta la comunità certosina di La Valsainte si strinsero al feretro da loro composto, alla presenza di pochissimi amici, tra cui monsignor Charles Journet. Successivamente le spoglie mortali del cardinale furono sistemate sull’altare maggiore della chiesa della certosa, dove rimasero per trentacinque anni. Difatti, nel suo testamento egli espresse il desiderio che le sue spoglie potessero essere trasferite un giorno nella cattedrale di Tarragona, e sepolte vicino alla tomba del suo vescovo ausiliare, Manuel Borrás. Queste volontà testamentarie furono finalmente esaudite il 13 maggio del 1978.
Questa storia che vi ho voluto narrare fa luce su un personaggio dedito alla pace che visse in un periodo tormentato da violenze e persecuzioni, e che trovò ospitalità presso i certosini.

altare dove riposavano i resti

Oggi a La Valsainte vi è una targa che ricorda quella particolare sepoltura con l’iscrizione: “Ho amato la giustizia e ho detestato l’iniquità; ecco perché muoio in esilio. 13 settembre 1943 “. D’altronde va ricordato che il motto episcopale del cardinale Vidal era: diligite alterutrum” (“amatevi l’un l’altro”).

1

Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

Combes Dom Baglin

                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

Il “giuramento della Pallacorda” ed il certosino

David-incisione-dal-disegno-musee-national-du-chateau-versailles-1-1024x667

Oggi, cari amici, voglio proporvi l’analisi di un disegno preparatorio per un dipinto, nel quale è raffigurato un monaco certosino tra una moltitudine di persone. Come potrete notare è uno scenario alquanto insolito per un monaco dedito alla vita eremitica di clausura, ed allora come mai il pittore ha inserito nel suo disegno due elementi così dicotomici tra loro, come un certosino e la folla. Cerchiamo di fare chiarezza. Va detto che questo quadro sarebbe dovuto essere celebrativo, ovvero raffigurante un avvenimento realmente accaduto, ma vediamo di cosa si tratta.

L’evento da celebrare

Il 20 giugno 1789 Luigi XVI compì un grave errore: chiuse la sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles, dove per quarantacinque giorni si era riunita l’Assemblea Nazionale, col pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione. Il deputato Joseph-Ignace Guillotin, l’inventore della ghigliottina, propose di trasferirsi in una sala vicina, adibita al gioco della pallacorda. Qui, su proposta di Jean Joseph Mounier, i deputati prestarono giuramento di restare uniti fino a compimento della Costituzione Francese. Poco dopo, insieme ad alcuni rappresentanti del basso clero e alcuno nobili liberali, venne autoproclamata l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo evento avrebbe reso irreversibile il processo che portò alla Rivoluzione Francese ed alla caduta definitiva della monarchia. Fu deciso che questo momento decisivo, doveva essere immortalato in un’opera impegnativa, teatrale e quasi solenne da un noto artista dell’epoca.

L’autore e l’opera

L’autore dell’opera in oggetto, è il francese Jacques-Louis David (1748-1825), un pittore francese che nel 1790 cominciò a eseguire i disegno preparatorio per il “Giuramento della Pallacorda”( Serment du Jeu de Paume ). Il progetto prevedeva un dipinto di enormi dimensioni, che, infatti, una volta terminato avrebbe dovuto misurare dieci metri per sette. Il pittore prevedeva di raffigurare i 630 membri dell’Assemblea Costituente: al centro Jean Sylvain Bailly, il primo sindaco di Parigi dal 1798 al 1791, e sulla finestra di destra Jean Paul Marat e tra la folla in primo piano Maximillien de Robespierre.

Quando arrivò il momento di iniziare la tela era il 1791. Il parlamento era diviso, fra moderati e giacobini cresceva tra loro il dissenso e l’utopia di unità e fratellanza già vacillava. A David, appartenente al Club dei giacobini, non gli vennero concessi i finanziamenti ed il progetto venne abbandonato. Ed è così che oggi restano il solo disegno preparatorio a inchiostro ed acquerello, che misura 66 x 101 cm, conservato al Musée National du Château di Versailles, ed un piccolo quadretto a olio, 65 x 88 cm, conservato presso il Musée Carnavalet, di Parigi.

Schema

David-quadretto-musée-Carnavalet-1

Il certosino diventato difensore della Rivoluzione

Ma al centro, l’artista inserì al di sotto di Jean Sylvain Bailly tre personaggi che tra loro si abbracciano fraternamente. E più precisamente l’abate Gregoire rappresentante il clero secolare che cinge con le sue braccia il certosino Dom Gerle in rappresentanza del clero regolare e Rabaut Saint-Étienne, figlio del pastore protestante Paul Rabaut. Simboleggiando così idealmente l’avvento di una nuova era di pace e riconciliazione dei religiosi durante la Rivoluzione.

Ma chi era questo certosino e perchè è raffigurato in questo dipinto?

Dom Antoine Christophe Gerle, nacque a Riom (Puy de Dôme) il 23 ottobre 1736, egli fece la professione solenne nella certosa di Port Sainte Marie il 6 ottobre 1757. Dom Gerle fu vicario nel 1767, a seguire fu eletto priore di Vauclaire nel 1768, di Moulins nel 1780 fu nominato convisitatore d’Aquitaine e nel 1781, visitatore poi, nel 1785, priore di Valdieu lo stesso anno, nel 1788, di Port Sainte Marie, la sua certosa.

Venne raffigurato nel bozzetto del dipinto poichè fu eletto deputato della Assemblea Costituente, egli fu poi anche uno degli organizzatore della cosiddetta Chiesa costituzionale. Ovvero la Chiesa istituita e organizzata dalla Costituzione civile del Clero (1790) e composta da vescovi, sacerdoti, diaconi e chierici che prestarono il giuramento richiesto. Nel 1791 fu anche eletto vescovo di Meaux, ma rifiutò questo vescovato. Nel Novembre 1793, abiura il sacerdozio restando poi coinvolto in diversi casi di scandali esoterici.

Si riversò nell’Illuminismo, fu arrestato il 17 maggio1794 durante il Terrore, ma venne salvato da Robespierre, poi si sposò e morì a Parigi il 17 novembre del 1801.

Dom Gerle busto

Pare che comunque in questa raffigurazione vi siano delle imprecisioni storiche, che il pittore ha volutamente ignorato per realizzare una sorta di manifesto simbolico. Difatti delle tre figure di religiosi che si abbracciano, il monaco certosino Dom Gerle, non era presente fisicamente quel giorno del giuramento, poichè divenne deputato di Riom soltanto alla fine di dicembre del 1789. Ma come vi ho detto, l’autore intendeva rappresentare con questo simpatico trio la nuova Chiesa costituzionale, nel 1791, speranza di riconciliazione. A questo si contrappone la scena, dal contenuto allegorico, che si intavede attraverso una finestra in alto a sinistra, laddove si vede la cappella di Versailles simbolo della Chiesa dell’Ancien Régime, colpita da un fulmine!

Lo stesso Marat, non poteva essere presente perché in quella data non era ancora deputato, ma solo un influente scrittore di pamphlet. Queste le principali incoerenze che si sommano ad altri simboli destinati ad essere interpretati.

Più che una rappresentazione precisa dei partecipanti alla seduta del 20 giugno 1789, David mette in scena le figure dell’Assemblea Costituente il cui ruolo è confermato dalla portata dei cambiamenti in atto e dagli uomini che furono particolarmente impegnati.

trio

cappella Versailles e fulmine

Il micologo certosino

Fra Cumino

Il personaggio di cui voglio parlarvi nell’articolo odierno, è un Fratello converso della certosa di Pesio, che si distinse per lo studio della micologia.

La micologia è un ramo della botanica che si occupa dello studio dei funghi.

Ma chi era costui?

Giovanni Paolo Cumino nacque l’8 giugno del 1762 a Revello in provincia di Cuneo, in Piemonte. Egli è il primogenito di otto tra fratelli e sorelle di una famiglia agiata, ciò permise a Giovanni Paolo di studiare a Moretta. Probabilmente gli studi che egli intraprese furono di carattere umanistico, se si considera la notevole padronanza del latino dimostrata dal Cumino nei suoi scritti. Successivamente si trasferì a Torino, dove il 24 maggio 1786 consegue il brevetto di farmacista, all’epoca “speziale“.

In questa permanenza a Torino, incontrò Carlo Antonio Lodovico Bellardi di cui diventa prima allievo e discepolo, poi fraterno amico. Questa amicizia sarà determinante per la passione verso la botanica, la micologia, per nutrire l’interesse verso le scienze naturali, che Cumino coltiverà per tutta la sua vita.

Ma nel 1788, a ventisei anni, decise, di prendere i voti entrando alla Certosa di Pesio come Fratello converso. qui egli vi rimase come vedremo fino al 1802. Difatti con l’arrivo delle truppe napoleoniche, la certosa venne soppressa ed il Cumino si trasferì a Cuneo.

In certosa, grazie agli importanti legami stretti a Torino con professori universitari, medici e botanici intraprese un fitto epistolario ricco di notizie e di informazioni.

Gli argomenti trattati nelle missive sono disparati. Essenzialmente vi sono notizie sulla raccolta di erbe, fiori, piante, funghi, semi, alla quale il Cumino si dedicò con passione.

Si evince inoltre da tale carteggio che Fra Cumino ebbe, a causa della sua passione per la botanica, scontri con il Priore ed i confratelli. I contrasti erano originati a causa di questa sua applicazione che lo assorbiva al punto da ostacolare seriamente la severa vita religiosa intrapresa.

Egli fu lo speziale della certosa e le sue occupazioni non gli permettevano come avrebbe voluto di occuparsi di botanica, infatti in una delle prime lettere scriveva “…vorrei inoltrarmi in questo dilettevole studio botanico ma gli affari della religione e del mio trattenimento farmaceutico il più delle volte mi disturbano…”.

Le sue difficoltà nel coniugare vita religiosa e studi vengono palesate in un’altra lettera, nella quale egli scrive “…dal momento sono uscito dallo scrutinio del Padre Visitatore, il quale mi ha fatto presente molti capi d’accusa che hanno fatto contro di me, e tutti toccanti l’assenza dal Monistero per andare in cerca di erbe…”.

Fratello Cumino era però dotato di una Fede incrollabile, e quindi sostenuto anche dal Padre Priore desistette dal proposito di lasciare la vita monastica

Egli obbedì ad ogni incarico, difatti gli venne assegnata la cura della foresteria e verrà privato, per un certo periodo, del suo orticello ove amorevolmente curava le sue piante, costringendolo a nascondere presso altri religiosi compiacenti alcuni vasi con le poche piante rimaste. Venne rimosso dalla Spezieria, e poi in seguito reintegrato. Forse per punizione, venne inviato per alcuni periodi ai possedimenti agrari della Certosa situati in località di Tetti Pesio, ove vi era una Grangia.

L’indomito Cumino non demorse mai, anche a Tetti Pesio continuò ad andare in cerca di funghi ed erbe da studiare, fu qui infatti che troverà una nuova specie di fungo, nei boschi di quercia allora molto diffusi.

Finalmente nell’estate del 1790 inizia l’agognato noviziato dove egli scelse di prendere il nome di Frate Ugo Maria, e scrisse così: “…forse in settembre mi sarà cambiato il nome, se la cosa andrà bene, e mi rimetto in questo alla Divina Volontà. Sono impaziente di divenire professo, perché allora non avrò più tante misure da prendere…”. Giunge così il 21 novembre 1791; superata l’ultima votazione fa solenne professione di fede “…non rincrescendomi di aver sofferto tante calunnie ed avversità perché così il Signore mi ha provato nella mia vocazione…”.

Ma purtroppo questa quiete ritrovata venne stravolta dagli eventi storici che si susseguirono. L’attività monastica della certosa cessò con la nuova dominazione dell’impero napoleonico, il Primo Impero francese, con l’abolizione degli ordini monastici dal 31 ottobre1802. Il 3 marzo 1803, dopo l’allontanamento dei ventitré religiosi e di quarantatré fra inservienti e manovali, tutti i beni del complesso furono messi all’asta.

In quei giorni il nostro speziale ed i suoi confratelli, si trovarono sopraffatti da un violento sconvolgimento. Fra Ugo Maria si trovò espropriato di tutte le sue memorie, dei suoi scritti e dei suoi volumi di botanica e micologia. A seguito di ciò il Cumino fu costretto ad andare a Cuneo, dove si stabilì, e per vivere scelse di esercitare la professione di farmacista. Sappiamo che in quegli anni, fu anche nominato curatore dell’Orto Botanico, carica che mantenne fino al 1807.

Immagine

In quegli anni venne anche pubblicato il testo dal titolo “Fungorum Vallis Pisii Specimen” (1805) in tale opera, corredata da tre tavole, Cumino descrisse centocinquantuno specie di funghi di cui alcune classificate come nuove specie. Questa valente memoria micologica, non ebbe una larga diffusione a causa delle poche copie vendute. Le ultime notizie di questo illustre personaggio risalgono al 1828 anno, ipotizzato come quello della sua morte.

Pochi sanno che Fra Ugo Maria Cumino è considerato uno dei primi studiosi di micologia, a livello italiano, che abbia descritto e illustrato la flora micologica.

In questo articolo ho dunque voluto farvi conoscere questo esimio certosino, che tra notevoli difficoltà ha contribuito ad arricchire le conoscenze nello studio dei funghi.

Possa il ricordo di Fra Ugo Maria Cumino allontanarlo dall’oblio in cui non merita di cadere.

I Priori Generali sepolti in Italia

Nell’articolo di oggi voglio parlarvi della inconsueta sepoltura di tre Priori Generali dell’Ordine certosino. Difatti, contrariamente al solito, ovvero che colui che ricopre l’incarico di Priore della Grande Chartreuse è allo stesso tempo Priore Generale, e quindi alla fine dei suoi giorni è seppellito nel cimitero con le croci di pietra ad essi dedicato (nella foto).

Ma cosa ha impedito questa consuetudine?

A seguito della ignobile espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse il 29 aprile del 1903, frutto di odiose leggi anticlericali andate in vigore in Francia a seguito della Rivoluzione e che si concluderanno con la definitiva separazione tra Stato e Chiesa avvenuta nel 1905, la comunità espulsa trovò rifugio nella certosa di Farneta.

Fu così che il 10 novembre del 1903 l’Ordine certosino dovette riacquistare la certosa di Farneta, nel frattempo diventata proprietà privata. Difatti, l’eremo certosino toscano nel1806 a sua volta era stato soppresso, come tutti gli ordini religiosi dello stato lucchese, ed anche i certosini di Farneta furono così costretti ad abbandonare il monastero.

I monaci della Grande Chartreuse espulsi dalla Francia poterono così trasferirsi “in esilio” a Farneta. La certosa di Farneta diventava così la Casa Generalizia dell’Ordine ed in essa vi furono trasportati, tra l’altro l’importante archivio e la grande biblioteca provenienti dalla Grande Chartreuse..

Ma la piccola certosa, in disuso da un secolo, non era pronta per tornare alla sua antica destinazione. Si rese necessario l’ampliamento della casa per poter accogliere i Priori del Capitolo Generale e per ospitare la comunità della Grande Chartreuse. Un lavoro considerevole fu intrapreso e svolto con rapidità, nonostante le numerose difficoltà La vecchia struttura della certosa fu completamente rispettata e restaurata ed il numero delle celle fu triplicato, l’intero chiostro prese la graziosa forma di un immenso colonnato rettangolare, la cui profondità ricorda in qualche modo il chiostro della Grande Chartreuse. Sul fronte furono costruiti due grandi edifici, uno per gli ospiti e per i Priori ospiti del Capitolo Generale, l’altro per i Fratelli e per le obbedienze.

Nel 1903 e nel 1904, non potendo convocare il Capitolo Generale a Farneta, il Reverendo Padre ottenne dalla Santa Sede l’autorizzazione a riunirlo presso la Certosa di La Valsainte, in Svizzera. Fu lì che si tenne effettivamente l’incontro del 1904. Fu stabilito che il governo dell’Ordine, con il Reverendo Padre ed il Capitolo Generale, avrebbe avuto come sede Farneta.

Nel 1905, per la prima volta, si riunì a Farneta il Capitolo Generale.

Rara immagine del Capitolo generale del 1905 alla certosa di Farneta

Rara immagine del Capitolo generale del 1905 alla certosa di Farneta

I tre Priori Generali a Farneta dal 1903 al 1940

Tre quindi furono i Priori Generali che si susseguirono in questo periodo, e che quindi morirono e non furono sepolti nel cimitero delle croci di pietra della Grande Chartreuse.

  • 1892-1905 : Michele Baglin
  • 1905-1911 : Renato Herbault
  • 1911-1938 : Giacomo Maria Mayaud

Dom Michel Baglin

Alfred – Louis Baglin, nacque a Château-Gonthier (Mayenne), il 15 novembre del 1839. Egli fece la professione solenne nella certosa di Notre Dame de Pres a Montreuil il 3 giugno del 1883. Fu eletto priore di Valbonne, e successivamente, nel 1892 fu incaricato come Priore Generale alla Grande Chartreuse. Ebbe il compito di organizzare le case rifugio, durante l’espulsione subita nel 1901. Rimase in tale incarico fino al 1905, quando decise per motivi di salute di ritirarsi, ottenendo misericordia, gli fu restituita così la pace, il silenzio, la felicità nascosta e raccolta della vita di un semplice religioso, interamente consacrato a cercate solo Dio. Scelse di ritirarsi alla certosa di Calci, Si narra che un anno dopo, alcuni Priori, venuti al Capitolo Generale e di passaggio a Pisa, si fermarono per alcune ore nella certosa dove si era ritirato Dom Michel, volendo salutare di passaggio il loro ex Generale. Era l’ora del lavoro manuale e lo trovarono nel suo giardino, con un grembiule da lavoro, la vanga in mano, calzato con zoccoli terrosi e copiosamente sudato! La vita certosina ha questi contrasti e questa semplicità…

A Calci terminò i suoi giorni terreni il 20 gennaio del 1922 dove fu sepolto.

Dom Renè Herbault

René-Marie Augustin Herbault nacque a Fontevrault, nella diocesi di Angers, il 2 febbraio del 1844. Entrò nella Grande Chartreuse e fece la professione il 22 gennaio del 1868. Successivamente fu nominato Procuratore Generale a Roma, fu dunque eletto il 3 maggio 1905 Priore Generale della Grande Chartreuse esiliata a Farneta, come successore di Dom Baglin. Nessun fatto esterno molto saliente contraddistinse il suo generalato, egli è ricordato come un padre pieno di gentilezza. Religioso esemplare, con una modestia pari solo alla sua pietà, Dom René non ebbe la fortuna di vedere riaprire la Grande Chartreuse. Morì in carica il 14 dicembre 1911, dopo una brevissima malattia, e fu seppellito nel cimitero di Farneta.

Dom Jacques Mayaud

Pochi giorni dopo la morte di Dom René Herbault, si elesse Priore e Generale dell’Ordine Dom Jacques-Marie Mayaud, nato a Saumur, nella diocesi di Angers, il 28 novembre del 1855, e professo a Valbonne il 21 novembre 1887. Al momento dell’espulsione del 1903, Dom Jacques era al fianco di Dom Michel Baglin, di cui era lo scriba. Quando Dom René fu eletto Priore Generale nel 1905, Dom Jacques lo aveva sostituito a Roma come Procuratore Generale. Divenuto a sua volta Reverendo Padre nel dicembre del 1911, conobbe i tumulti della prima guerra mondiale. Dal 1915 al 1918 gli fu impossibile, nel blocco universale delle comunicazioni, convocare il Capitolo Generale.

Dom Jacques diresse e svolse in prima persona, l’opera di adeguamento degli Statuti certosini al nuovo Codice di Diritto Canonico, opera richiesta dalla Santa Sede. Nel 1930, Dom Jacques preparò anche con il Capitolo Generale, una nuova edizione dell’Ordinario o Cerimoniale Certosino.

Le sue infermità lo costrinse, all’inizio del 1938, a chiedere alla Santa Sede di accettare le sue dimissioni. Ottenne con soddisfazione misericordia il 19 febbraio. Dom Jacques morì il 29 ottobre dello stesso anno, e fu seppellito nel cimitero della certosa di Farneta.

Per completezza…

Il 2 marzo 1938, la comunità di Grande Chartreuse ospitata a Farneta elesse a Generale dell’Ordine, Dom Ferdinand Vidal, già procuratore dal 1930. Questi ebbe la pesante responsabilità seguita dalla grande gioia di riportare i certosini nella culla del loro Ordine, ma questa è un’altra storia che presto vi racconterò.

Soltanto nel 1940 la comunità poi poté rientrare in Francia, fatto che fu accelerato anche per l’ingresso in guerra dell’Italia contro la Francia. Con decreto della Santa Sede del 3 agosto 1940, la certosa di Farneta fu così costituita Casa regolare con proprio noviziato.

Sui Fratelli Donati

Abito Fratello Donato

Cari amici, come voi saprete oltre alla figura dei Padri e dei Fratelli conversi nell’Ordine certosino vi è la figura dei donati. Ma chi erano costoro esattamente?

E’ già assai eloquente il paragrafo contenuto negli Statuti riguardante i fratelli donati, ma ciononostante il documento che segue ne è una testimonianza reale.

Il testo della donazione che vi propongo, ci fornisce alcune informazioni sull’impegno e sulla vita di questi fratelli.

Ecco per voi il testo della donazione di Benoit Vial, come fratello donato alla certosa di Port Sainte Marie datato 16 novembre 1759, una sorta di contratto.

*******

“Vale a dire, che il suddetto Vial vivrà in futuro senza fare, avere o mantenere nessuno dei suoi, sarà costretto a vivere in comune, a dimettersi e – a mettere nelle mani del suo superiore tutto ciò che avrà nelle sue potere quando e quando richiesto, per essere vero. obbediente e fedele a detto convento, procurarsi e custodire i suoi beni e il suo onore, non manterrà il segreto ma sarà obbligato a scoprire il danno e la disgrazia che vorremmo rendere al detto Priore e religioso di detto convento, di cui e dell’Ordine si sottomette completamente, e promette di rendere un buon e fedele conto al venerabile Padre Priore e agli ufficiali delle cose che avrà avuto in suo carico, tutta la fede che sarà richiesto anche a loro, di vivere in continenza, senza mai potersi sposare.

E la detta casa e il convento di detta certosa saranno tenuti a provvedere alle necessità di detto Vial, e se egli è convinto di non aver mantenuto la continenza e di non aver osservato le suddette cose o una di esse, ciò che Dio non vuole permettere per la sua santa grazia, l’Ordine potrà rompere la donazione e l’obbligo presenti, senza che il suddetto Vial possa chiedere alcun salario o ricompensa per il suo servizio nè per il tempo che gli sarà rimasto dato in condotta. Ordine, il quale Vial, sarà vestita alla maniera dei fratelli donati e vivrà religiosamente, e in questo modo godrà dei privilegi, delle indulgenze e delle libertà di detto Ordine, e avrà il beneficio di fratello ovunque nell’Ordine, se persevererà lodevolmente; reciterà l’ufficio divino mentre è contenuto nel libro dei fratelli donati, e che è stato appreso e insegnato, confesserà e comunicherà nelle solennità di Natale, Giovedi Santo, Pasqua, Pentecoste, Festa di San Bruno, ogni prima domenica di ogni mese dell’anno ; e sebbene possa mangiare carne al momento e nel luogo appropriato secondo l’usanza delle case in cui risiederà, tuttavia non potrà mangiarla in certosa né dare o permettere che sia data a nessuno, e si asterrà a mangiarlo in Avvento, e il mercoledì dell’anno, si comporterà con onore e rispetto con i religiosi, accetterà di buon cuore le correzioni e le istruzioni che saranno fatte dai superiori, e non potrà lasciare i limiti di questa casa senza il loro permesso e licenza, a tutto ciò che il suddetto Vial si è volontariamente sottoposto” .

Escargot alla certosina

escargot et chartreuse

Cari amici, oggi come ultimo articolo di questo 2020, anno caratterizzato dalla angoscia che il coronavirus ha instillato in tutti noi, voglio proporvi qualcosa di diverso per distrarci un pò. Una ricetta culinaria, che i monaci certosini preparano sovente, essendo ghiotti di lumache di terra, le meglio note escargot. Una pietanza semplice, ma arricchita dalla presenza del liquore Chartreuse, utilizzato per aromatizzare le chiocciole. Un binomio perfetto!

Ecco per voi la ricetta:

Ingredienti

Una dozzina di lumache di Borgogna grandi
Una dozzina di mini croste di pasta sfoglia (piccole dimensioni)
500 g di burro
30 g di scalogno
20 g di aglio
1 mazzetto di prezzemolo
50 g di nocciole sgusciate
5 cl di liquore Chartreuse verde
2 g di pepe macinato

Preparazione

Mettete il burro a temperatura ambiente con largo anticipo in modo che si ammorbidisca e diventi cremoso.
Adagiate le nocciole su una teglia e mettetele in forno medio (180 °) per qualche minuto per farle dorare quindi toglietele e lasciate raffreddare.
Quando sono fredde, grattugiatele con una piccola grattugia e mettetele da parte.
Tritate finemente l’aglio, il prezzemolo e lo scalogno.
Quindi mescolare tutti gli ingredienti con il burro, comprese le nocciole e il liquore Chartreuse verde.
Adagiate le mini croste su una teglia e muniti di sac à poche, mettete in ciascuna il quantitativo di circa mezzo cucchiaino di composto di burro.
Quindi introdurre una lumaca per boccone, quindi riempire ogni crosta fino al bordo, formando un trito con il burro.
Mettere poi in un forno caldo (220°) fino a quando il burro non schiumeggia all’interno. (Da 5 a 10 minuti)
Servite calda questa deliziosa pietanza, e…buon appetito!

Mini-bouchee-escargot

La Grangia di Tecchiena

Tecchiena

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui oggi vi parlerò, è la Grangia di Tecchiena di proprietà dei certosini di Trisulti.

Castello grangia Tecchiena

La storia

In zona di confine tra Alatri e Ferentino, in provincia di Frosinone, sorge un castello di pianura, il cosiddetto Castello o Grangia di Tecchiena. Il Castello di Tecchiena, sorse intorno all’anno Mille, nel corso dei secoli fu più volte distrutto e ricostruito. Venne fortificato con una poderosa torre di guardia, un muro di cinta ed un leggendario cunicolo segreto, utilizzato in caso di pericolo dalla popolazione circostante per potersi rifugiare al suo interno. Papa Innocenzo IV nel 1245 incamerò il castello come feudo del papato. Nel 1395 fu deciso di cederlo ai certosini di Trisulti che lo trasformarono in una grangia, ovvero un importante centro agricolo, che i monaci gestirono fino agli inizi del Novecento. Grazie alla alacre presenza dei certosini, il castello prosperò e così tutta la comunità di Tecchiena godette di tanti benefici, furono redatti infatti degli Statuti che ne regolavano la vita sociale, lavorativa e religiosa. I certosini, con questa Grangia oltre a soddisfare il fabbisogno alimentare della certosa di Trisulti, mantennero in quei luoghi condizioni di pace per cinque secoli, elessero anche un castellano, a cui era affidato il compito di fare osservare gli Statuti. I certosini furono impegnati a Tecchiena come agricoltori, allevatori di bestiame ed artigiani. Essi si curavano delle necessità delle popolazioni circostanti, sostenendo soprattutto i poveri. Ma dopo tanto benessere, sopraggiunse il tempo delle soppressioni degli ordini monastici. La prima avvenne nel 1789, la seconda nel 1810 e la terza nel 1849, durante questi tragici eventi la grangia fu selvaggiamente saccheggiata, mentre i certosini furono allontanati e reintegrati. Il periodo buio continuò fino all’ultima soppressione avvenuta nel 1873, quando il Demanio prese possesso dei possedimenti monastici. L’Ordine certosino, resosi conto che la certosa di Trisulti non poteva fare a meno dei possedimenti di Tecchiena, operò uno sforzo economico per riacquistare dallo Stato nel 1874 la Grangia. Essendo formalmente ancora soppresso, l’Ordine non poteva intestarsi nulla, ragion per cui escogitarono di intestare a due soggetti la proprietà. I monaci Dom Michele Duca, il Priore, e don Benedetto Giovannangeli benedettino di Fossanova, divennero proprietari a nome dell’Ordine, ed in nove anni di incessanti mediazioni finanziarie venne ristabilita la quiete. Ma purtroppo, nell’arco di otto mesi, tra il febbraio e l’ottobre del 1887, morirono. Finalmente, dopo un ventennio di estenuanti vicende giudiziarie, i monaci riebbero di diritto la loro Grangia. Ma l’annosa vertenza per la tenuta ed il ridotto numero di monaci agricoltori, artigiani ed allevatori di bestiame si era notevolmente assottigliato, e quindi ciò indusse i certosini di Trisulti a svendere malvolentieri la Grangia di Tecchiena. Il 2 marzo 1918, l’ acquirente Arturo Pisa, un mercante ebreo, entrò in possesso del castello e della tenuta, di ben 969 ettari e «di ricche suppellettili e di attrezzi e di macchinari e di scorte». Si concluse così la presenza certosina che perdurava da oltre cinque secoli, Vari proprietari si susseguirono nel corso dei decenni successivi, nei quali la fisionomia della superba grangia svanì lentamente.

grangia tecchiena

La struttura

Il complesso della Grangia di Tecchiena, è ancora oggi costituito dal castello, dalla chiesa di San Bartolomeo e dai granai. Nei pressi del complesso, che rappresenta il più bell’esempio di architettura settecentesca presente in quei territori, sono visibili anche alcune antiche rovine di quello che doveva essere il borgo dei contadini. Il Castello Grangia di Tecchiena è oggi una proprietà privata, e l’imponente struttura appare come una dimora abbandonata, mentre la sola parte che dà sul piazzale interno è ancora ben tenuta e sembra pulita. Sul monumentale portone esterno che immette all’interno della Grangia, alzando gli occhi, si scorge ancora intatto, uno stemma con il monogramma certosini CAR di «Cartusia» All’interno dovrebbe essere ancora presente quella che era la primitiva chiesa del castello, già intitolata a San Silvestro. Le poche immagini che vi offro sono solamente dell’esterno, poichè nessuno può accedervi, e ciò è un vero peccato poichè si potrebbe prevedere di consentirne l’accesso per visitarlo, essendo un monumento testimonianza di un passato glorioso, e pregno di storia.

entrata Grangia con Car

Cart

«La tenuta dei Certosini chiamata Ticchiena è uno dei più ricchi possedimenti della Campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che pagano l’affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria. Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la beneficenza. Il nome della Certosa di Trisulti è benedetto e lodato in tutta la contrada»
(Ferdinand Gregorovius, “Passeggiate per l’Italia”)

“GRA-CAR” l’elisir perduto

cerosa-liquore(1)

In questo articolo, voglio svelarvi una storia poco conosciuta.

Lo sapevate che è esistito un liquore uguale alla famigerata “Chartreuse” prodotto dai monaci certosini?

Ebbene ecco per voi questa vicenda.

Necessita conoscere la storia del noto liquore monastico, e per questo vi rimando alla lettura di questo precedente articolo.

Dopodichè può iniziare il racconto ma… contestualizzando gli avvenimenti.

Premetto che con la legge 3036 del 7 luglio 1866, la certosa di Pavia fu dichiarata monumento nazionale italiano e i beni ecclesiastici diventarono proprietà del Regno d’Italia, anche se fino al 1879 alcuni certosini continuarono ad abitare il complesso monastico.

In questo periodo fortemente tormentato per le comunità certosine, si innesca la storia che segue.

Siamo nel 1892, allorquando Ignazio Giraud, un garibaldino di Genova che combatté nelle guerre del Risorgimento, ebbe in concessione dal Demanio della Foresteria della Certosa di Pavia gli antichi locali della Spezieria. Si narra che un monaco certosino della certosa di Grenoble, avrebbe rivelato la ricetta segreta del rinomato elisir monastico, al Giraud. Egli decise dunque di avviarne la produzione, ma non potendo utilizzare il nome “Chartreuse”, decise di distribuire il “Liquore Speciale della Certosa di Pavia” con il nome “Gra-Car” (acronimo di Gratiarum Cartusia, Certosa delle Grazie).

bottiglia

Negli anni seguenti gli si affiancò il genero Enrico Maddalena che diede il nome alla ditta la quale ebbe momenti di massima espansione commerciale, il prodotto, fu presente all’Esposizione Universale di Milano del 1906. Durante il proibizionismo, l’azienda ha iniziato a esportare il “Gra Car” in tutto il mondo, da New York all’Argentina, conservando la sede unica nell’antica spezieria della Certosa di Pavia, dove veniva prodotto. Ma Enrico Maddalena fu anche l’artefice di una bizzarra ma geniale iniziativa, ovvero la messa in funzione, nel 1913, della tranvia a cavalli, che per 30 anni ha fatto da navetta di collegamento fra la stazione ferroviaria di Pavia ed il Piazzale della monumentale certosa. Dapprima trainato da cavalli bianchi, poi da un motore elettrico. Il vagone faceva un tragitto intorno alle mura esterne del monastero, che era compiuto in cinque minuti e si effettuavano dalle tre alle quattro coppie di corse al giorno, per la gioia dei turisti. Dopo avervi riferito di questo altro aneddoto, continuo la storia di questo liquore prodotto da una azienda esclusivamente a conduzione familiare. Trascorrono gli anni e fin da bambina, Alma, ha seguito il proprio padre Enrico e, anno dopo anno, ha imparato tutti i segreti legati alla produzione di questo liquore, ella è colei che fino al 2013, dopo 121 anni di attività, è stata l’ultima titolare dell’azienda pavese, che all’epoca ultranovantenne, decise di sospendere la produzione dell’elisir.

La signora Alma, nata nel 1918 e morta centenaria due anni fa, aveva coraggiosamente portato avanti l’azienda di famiglia, con immensi sacrifici. Ella affermava: «Il liquore dei frati è nato a Certosa e deve rimanere a Certosa»

La produzione fino all’ultimo prevedeva due diversi tipi di infuso del liquore originale: “Verde”, più forte e secco, adatto come digestivo, ed un altro “Giallo” di 40°, più dolce, adatto come liquore da dessert, da aggiungere eventualmente sulla macedonia o sul gelato; il colore viene dato da stimmi di zafferano. A questi si aggiunse, successivamente, un terzo liquore che è un infuso di chicchi macinati di caffè messi in infusione nell’alcool con altre erbe, con una gradazione di 40°.

Il patrimonio di questa gloriosa azienda familiare, è andato in parte disperso.

Le medaglie, le onorificenze, la ricetta e il marchio, le bottiglie pregiate e l’attività che per oltre un secolo aveva reso celebre il “Gra Car”, tutto dimenticato. Con la scomparsa di Alma, due anni fa, non restano che i ricordi. E una storia gloriosa affidata ai registri che la vecchia signora aveva gelosamente conservato con le dediche di sovrani, artisti, scrittori, il poeta Cesare Angelini, ad esempio, in compagnia della poetessa Ada Negri erano clienti abituali, ed anche uno zar assiduo degustatore.

I discendenti della titolare non hanno avuto interesse a proseguire la produzione di questa specialità che su Ebay si trova ancora in vendita a cifre stratosferiche!

Una storia molto triste, quella del “GRA-CAR” l’elisir perduto che ho voluto raccontarvi per renderla nota a tutti coloro che non la conoscevano.

Lotto-3-Bottiglie-Bottigliette-Gra-Car-Certosa-Di

Tram

Tramvia

la signora Alma

Un raro video della certosa di Aula Dei

Aula dei

Nell’articolo di oggi, vi propongo un breve video che rappresenta una vera chicca. Questo filmato mi è stato segnalato da un amico lettore, ed io lo offro a voi. Trattasi di un cortometraggio realizzato nel 1947 dal cineasta amatoriale Guillermo Fatás, padre di due fratelli monaci certosini nella certosa di Aula Dei di Zaragoza. La peculiarità di questo breve filmato, sono le rare immagini dell’ interno della certosa, ma soprattutto il montaggio con le scene della vita mondana e frenetica del genere umano, a cui si contrappone la quiete monastica. Ad oltre settanta anni da quelle immagini, il contrasto ci appare ancora molto attuale.

Godiamoci il fascino di questi fotogrammi, tremolanti e con scarsa risoluzione, ma davvero rari.

Buona visione….