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Dom Georg Pirckheimer: il certosino alchimista

certosa di Norimberga

Certosa di Norimberga

Le origini dell’alchimia sono antichissime, e da far risalire all’antico Egitto ma la diffusione di testi alchemici avviene tra il 1350 ed il 1500. Inoltre, a partire dai primi anni del XV secolo, si assiste a un incremento numerico di manoscritti alchemici, che raggiunge il suo apice negli anni del primo Rinascimento. La proliferazione dei laboratori di alchimia, ovvero l’arte della trasformazione dei metalli, avviene nel XIV secolo, ed è in particolare l’aumento di impostori che induce il papato a proibirne l’esercizio.

Oggettivamente, se molti alchimisti cercano in buona fede di trasformare metalli, altri, meno scrupolosi, usano le loro scoperte e la creduloneria degli uomini per poter mettere denaro contraffatto in circolazione, un vero mercimonio. La bolla papale “Spondent Pariter” venne emanata da papa Giovanni XXII nel 1317, essenzialmente per la sua condanna degli abusi dell’alchimia, essa mira quindi a proteggere la popolazione dai criminali, ma senza fare distinzione tra alchimisti e impostori. Nel 1493, è la città Imperiale di Norimberga che ordina il divieto di alchimia tra le mura della città. Anche in questo caso, le motivazioni e gli obiettivi erano quelli di proteggere la popolazione che subivano la circolazione di denaro contraffatto, e spiacevoli inganni commessi da turpi imbonitori. Questo decreto, tuttavia, sembra completamente ignorato dal priore della Certosa di Norimberga, Dom Georg Pirckheimer, che si dedica da tempo all’alchimia all’interno della clausura. Va detto che i monaci certosini, provenienti da ambienti sociali culturalmente elevati, potevano dedicarsi non solo alla contemplazione, ma anche allo studio di discipline che esulavano dal campo religioso. Uno statuto pubblicato dal Capitolo Generale del 1499, in particolare per le Province del Reno e della Germania inferiore, indica che alcuni certosini si impegnano nella pratica dell’alchimia nei monasteri.

Poiché l’Ordine aveva già proibito in precedenza con un documento specifico, valido per tutte le certose, lo studio del diritto, dell’astrologia, dell’alchimia, delle opere di Erasmo e della lingua greca ed ebraica, tale menzione costituisce pertanto un avvertimento mirato per quella area geografica. Nel caso in cui le attività non si fossero fermate immediatamente, i certosini sarebbero stati puniti con la sospensione del loro ufficio nel caso di priori, o con una pena detentiva. Poiché l’avvertimento fu destinato a due Province, senza indicare con precisione le Certose direttamente interessate, possiamo considerare che non vi era un caso isolato, ma piuttosto che diverse certose erano dedite alla ricerca della quintessenza. Un caso era già stato identificato presso la certosa di Güterstein nel 1470 e il Capitolo Generale convocò il colpevole tale monaco Ulricus. Ancora una volta, il vertice dell’Ordine non punì il certosino, ma gli diede un primo avvertimento: Et dominus Ulricus, monachus dicte domus [Güterstein], amplius non intromittat se de alchimia nec de quinta essentia. Et si que concessa sunt aut mandata super his, revocamu. Ovvero Ulrich, un monaco della casa [Güterstein], non immischiarsi in alchimia e la quinta essenza. E se questo sono stati concessi o commissioni su quelli revochiamo.

Certamente, la dimensione mistica dell’alchimia avrebbe potuto essere una ragione del divieto della pratica da parte del Capitolo Generale. In effetti, Aristotele afferma che Dio è l’essenza di tutte le cose, il che implica quindi che si trova in tutte le cose e quando l’alchimia propone di trasformare la natura degli elementi, attacca solo l’essenza divina, che può quindi essere assimilata Ora, non sembra che il Capitolo Generale proibisca la pratica dell’alchimia nei certosini per ragioni teoriche, ma piuttosto per motivi pratici. Prima di tutto, perché l’alchimia è un’arte molto costosa. Gli elementi necessari per i preparativi richiedono un capitale iniziale abbastanza grande, che è in contraddizione con il voto di povertà imposto ai certosini dalla loro professione di fede. I religiosi che si abbandonavano all’alchimia dovevano quindi fare affidamento su di un sostegno finanziario esterno al monastero, oppure compromettere i fondi destinati per la gestione ordinaria della casa. Tuttavia, nessuna soluzione drastica fu autorizzata dagli statuti dell’Ordine. Gli alchimisti avevano quindi bisogno di un contributo finanziario regolare, che può essere troppo restrittivo, persino pericoloso per una comunità. Inoltre, il monaco-alchimista certamente non lavora nella sua cella, in primo luogo per motivi di salute, ma anche perché ha bisogno di un assistente che lo aiuti nei preparativi e che alimenti perennemente il forno, “atanor”. Ciò comporta la creazione di un laboratorio, vale a dire uno spazio non destinato alla realizzazione dell’ideale certosino, ma d’altra parte incoraggia una collaborazione tra due certosini, che rinunciano in effetti alla solitudine imposta dalla severa regola dell’Ordine. Inoltre, l’alchimia è un’arte che richiede diligenza. I preparativi possono talvolta essere complicati e i tempi di elaborazione possono richiedere diversi giorni. Ne consegue quindi che l’alchimista non può rispettare un impiego rigoroso del tempo certosino: al monaco gli mancherebbe il servizio, non poterebbe dedicarsi alla preghiera nella cella, insomma, si discosta notevolmente dal suo scopo originale, la contemplazione. Tuttavia, ciò che preoccupava l’Ordine non è tanto la pratica dell’alchimia da parte di un padre, anche se non fa parte delle normali attività monastiche, quanto la complessità dell’insieme e l’inevitabile alterazione della vita solitaria e silenziosa. La costruzione di un laboratorio nella Certosa, così come l’irregolarità di un padre in ufficio, non sfuggirono al resto della comunità. In effetti un’attività, vietata dagli statuti dell’Ordine, trova posto nell’eremo solo con il consenso generale, in altre parole un tacito accordo per ignorare la legge.

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

alchimista certosino (tarsie sagrestia certosa san Martino)

Poiché l’alchimista è il priore della Certosa, questa pratica mette a repentaglio l’intera comunità, poiché il superiore, che dovrebbe incarnare la regola, non la rispetta. La legittimità della sua autorità è compromessa e quindi conseguenzialmente l’unità tra tutti i confratelli. Si ha una prova inconfutabile della pratica alchemica svolta dal priore Dom Pirckheimer, difatti nel Germanische Nationalmuseum di Norimberga, è conservato il manoscritto con sigla HS 9715, intitolato Alchemie, il massiccio lavoro del certosino Georg Pirckheimer. Egli è stato Priore della certosa di Norimberga dal 1477 al 1498, fu anche Visitatore della provincia tedesca inferiore tra il 1486 e il 1493 e infine, fu vicario della certosa di Ilmbach. Inoltre, va detto che il suo cognome ci riferisce delle sue origini patrizie, poiché la famiglia Pirckheimer fu una delle famiglie più importanti della città imperiale. Un suo parente Willibald Pirckheimer fu sicuramente uno degli umanisti più famosi della città ed è anche conoscitore e diffusore dell’alchimia. Allo stesso modo, Caritas Pirckheimer, Badessa del convento delle clarisse di Norimberga, figura importante della vita religiosa di Norimberga e sorella di Willibald, che fu in contatto diretto con Dom Georg Pirckheimer

Nel 1497, il Capitolo Generale lo nominò “sovrintendente” della certosa di Prüll, in altre parole, doveva assicurarsi che il cambio di priore in questa casa fosse conforme alla legislazione dell’Ordine. Per questa missione, Pirckheimer agisce come rappresentante dell’autorità del Capitolo Generale, ciò ci illustra non solo la sua riconosciuta capacità di assicurare questo ufficio, ma anche la fiducia che l’autorità suprema dell Ordine gli conferì. Tuttavia, nel 1498, perse il suo ufficio prima di essere trasferito nella certosa di Ilmbach, poi nel 1499, il Capitolo Generale pubblicò il divieto di praticare l’alchimia nelle case della  Germania Inferiore e del Reno. I meccanismi istituzionali certosini sono implacabili: lo spostamento di Georg Pirckheimer da Norimberga a Ilmbach e il suo degradarlo dall’ufficio precedente per un vicariato sono certamente una conseguenza della sua disobbedienza agli statuti. Si potrebbe pensare che la pena inflitta dal Capitolo Generale sia leggera, poiché Pirckheimer mantenne la carica vicariale. Tuttavia, il suo trasferimento verso la certosa di Ilmbach, molto meno influente, ebbe il sapore di un esilio. Anche se non fallì come capo spirituale della sua comunità, né nei vari compiti che il Capitolo Generale gli affidò nella provincia della Bassa Germania, che si trattasse della visita o delle missioni spontanee, con la sua condotta mise in pericolo la Certosa di Norimberga, prima di tutto per il rischio insito nella pratica dell’alchimia, ma soprattutto per la sua mancanza di assiduità nella preghiera. Come un priore, egli avrebbe dovuto agire con l’esempio. Il Capitolo Generale non può reagire se non con il suo licenziamento. Infine, va notato che all’inizio del XV secolo la certosa di Norimberga ha avuto serie difficoltà finanziarie e ci si interroga se ciò non sia una conseguenza delle azioni di Georg Pirckheimer. Certamente lui utilizzò il patrimonio di famiglia per finanziare le sue attività di alchimista, ma è lecito pensare che abbia usato anche le entrate della Certosa e che abbia effettivamente contribuito a gravare sul bilancio ordinario. Ma non tutti i mali vengono per nuocere! Va altresì detto, infatti, che tracce di questi studi si riversarono sui medicamenti concepiti all’interno delle note spezierie certosine. Tra queste ne ricordiamo alcune, come la polvere di smeraldo con miele per problemi oculari, lo sciroppo di corallo contro le febbri insistenti, l’ambra contro la disuria, e la canfora contro la peste e nonchè come anafrodisiaco, non a caso i monaci ne portavano un sacchetto addosso, per placare le pulsioni sessuali. A Dom Georg Pirckheimer, per la precisione, va anche attribuito il merito dell’impegno per far si che venisse pubblicata la prima edizione di “Imitato Christi” di Tommaso de Kempis nel 1494.

Speziale

certosino speziale

In memoria del beato Bonifacio di Savoia

Medaglione di Bonifacio di Savoia a Westminster

Medaglione di Bonifacio di Savoia a Westminster

Cari amici se non è già capitato a qualcuno di voi di rimanere meravigliati, potrebbe accadere allorquando visiterete a Londra la stupenda Cattedrale di Westminster. Ma per che cosa vi starete chiedendo. Ebbene per uno dei medaglioni in marmo che sono presenti come decorazione sulla facciata della nota cattedrale inglese. Ma per quale motivo tra questi vi è il beato certosino Bonifacio di Savoia?

Egli dopo essere stato certosino, venne nominato dapprima vescovo di Belley poi arcivescovo di Canterbury. In questa scultura marmorea viene raffigurato con il globo crucigero in mano, ad indicare un breve periodo di reggenza del regno d’Inghiltera, e con un cappuccio sul capo a memoria del suo trascorso da certosino. Ma perchè proprio sulla facciata della cattedrale di Westminster? Vi svelo il motivo di questo omaggio a questo insigne personaggio che ebbe contrasti frequenti con il re d’Inghilterra Enrico III, e che vide l’apice di questi dissidi nel Natale del 1252 allorquando proprio nella Cattedrale di Westminster, esattamente nella Cappella di Santa Caterina, intimò la scomunica al re ed a chiunque altro avesse idea di violare la Magna Charta Libertatum, pilastro delle libertà degli inglesi. Bonifacio per quasi venticinque anni svolse la sua attività episcopale nel tentativo di riformare la Chiesa liberandola dalla attività politica. La Provvidenza intervenne sulla sua volontà, egli pur appartenendo alla casa Savoia preferì la casa di Dio ed il nascondimento tra le mura della certosa, voleva vivere ignorato ma così non fu. Diventato vescovo ed Arcivescovo mostrò sempre grande zelo per il suo gregge. Nel giorno in cui ricorre la sua memoria, preghiamo:

Preghiera
Signore, che hai fatto del beato Bonifacio un esempio di pastorale
zelo e di amore. Concedici con il suo aiuto, nella nostra solitudine
di contribuire alla salvezza delle anime.

beato Bonifacio (medaglioni Scriva-

La certosa di Genova ed i suoi “rissêu”

Cartusia risseu

Oggi voglio parlarvi della Certosa di San Bartolomeo di Rivarolo a Genova. Questo complesso monastico sorto nel 1297 ed abbandonato dai certosini nel 1797 per la soppressione degli ordini monastici, fu trasformato in chiesa parrocchiale, oggi ancora attiva. Delle sue vicende storiche vi rimando all’articolo sul sito Cartusialover. Premesso che nel 1519 fu costruito il monumentale chiostro grande, di rara eleganza che risulta essere stato il chiostro più grande della Liguria, e che consentì l’aumento del numero delle celle portandole a 18. Ma ora voglio illustrarvi il piccolo chiostro, realizzato nel 1530 e composto da 32 colonne di ordine tuscanico che è caratterizzato dalla sua originale pavimentazione perimetrale a “rissêu”.

Ma che cosa è il “rissêu”?

Il risseu o rissêu è un termine genovese usato per indicare un ciottolo, forse derivante dal francese ruisseau ruscello.

Essa è una particolare pavimentazione tipica della Liguria e che consiste in un mosaico realizzato con acciottolato di pietre solitamente bianche e nere con le quali venivano pavimentati gli spazi esterni di chiese e conventi. Ciottoli di pietra disposti come petali di fiori che seguono antichissime tradizioni orientali, ma che sembra anche riferirsi all’ usanza di ricoprire di fiori freschi le strade, durante la processione del Corpus Domini.

La posa di un “rissêu” era preceduta dalla realizzazione di un disegno precostituito sulla pavimentazione da decorare, su cui si sarebbe basata l’opera. Il fondo era costituito da una malta di calce e porcellana in polvere. La ricerca meticolosa di ciottoli scelti per la forma ed il colore sul greto di fiumi, torrenti spiagge o cave impegnava tempo ed impegno.

Alla certosa, questo monumentale pavimento mosaico a “rissêu” realizzato tra il 1572 ed 1671, è il più antico esempio noto in Liguria di pavimento a mosaico di ciottoli. Essso si estende per 720 metri quadrati lungo il perimetro del chiostro ed è tra i più raffinati e complessi, si sviluppa in 36 riquadri con cornice decorati con motivi apparentemente astratti. Ogni riquadro raffigura un universo con un forte impatto visivo, disegni ipnotici con geometrie e contrasti di cromie, realizzato dai certosini per consentire nell’osservazione un ausilio alla meditazione, mentre passeggiavano tra il colonnato claustrale. Le condizioni di conservazione di questo piccolo tesoro, custodito nell’attuale parrocchia di San Bartolomeo della certosa, sono alquanto precarie, auspichiamo che presto le autorità competenti possano intervenire per ridare lustro a questo pregiato manufatto, da tutelare e riportare all’antico splendore.

A seguire una sequenza di immagini che vi permetteranno di ammirare ciò di cui vi ho parlato.

Sulla quiete turbata a Marienau

marienau58
Cari amici lettori, l’articolo odierno è volto a fare chiarezza su quanto è circolato sul web la scorsa settimana circa la certosa tedesca di Marienau. Andiamo per gradi. Su di un blog si è diffuso un articolo dal titolo alquanto allarmistico: Monaci certosini in fuga dal visitatore.
Ma a cosa si riferiva? e quale era il contenuto dell’articolo? Il riferimento è che, nell’unica certosa tedesca attualmente attiva, negli ultimi anni alcuni Padri hanno cominciato a celebrare seguendo l’Antico Rito certosino in latino. Ciò sarebbe avvenuto, nonostante non siano stati incoraggiati né dall’attuale Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, nè dal suo predecessore Dom François-Marie VelutL’ex abate benedettino, lo svizzero Mons Martin Stefan Werlen è stato nominato commissario del monastero certosino di Marienau. Ho appreso, da fonti certe, che nel 2017, su richiesta del Capitolo Generale, la Santa Sede ha nominato Mons Martin Stefan Werlen come assistente (non come “visitatore”) presso il superiore della certosa di Marienau. Egli visita la certosa ogni mese, incontra i monaci individualmente e parla regolarmente alla comunità. Docile esternamente, avrebbe però diviso la comunità e seminato sfiducia tra i monaci. Werlen avrebbe cambiato la guida della comunità. Il precedente priore infatti è stato sostituito da Oliver Thiel, che ha adottato il nome religioso Dom Moses Maria, e che ha ricevuto un mandato di due anni come “rettore”. Werlen avrebbe fatto pressioni per diffondere l’uso della comunione sulla mano ed avrebbe introdotto in biblioteca libri moderni. Un Padre ed un Fratello converso, legati ai vecchi usi certosini e scettici su Werlen, sarebbero stati costretti a trasferirsi nella certosa di Pleterje, in Slovenia. Successivamente, si sarebbero trasferiti presso la Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX) in Austria. Il priore della FSSPX a Vienna ne ha fatto menzione in una sua omelia.

Mons Martin Stefan Werlen e Dom Moses

Mons Martin Stefan Werlen                                                      Dom Moses Maria

Come potete immaginare questa notizia molto forte e destabilizzante ha scosso tutti, ed ha creato tanta confusione.
Questo blog ha preferito attendere qualche giorno prima di scrivere, per dovere di cronaca, quanto accaduto. Ho ritenuto attendere una risposta dei vertici dell’Ordine certosino, che non si è fatta attendere e, che vi riporto senza entrare nel merito della questione.
Per la precisione, la risposta del Priore Generale Dom Dysmas de Lassus ha fatto seguito ad un quesito posto dall’International Fellowship Of St. Bruno (IFSB), un gruppo laico vicino ai certosini, sui recenti eventi accaduti a Marienau, ed appena descritti.
Nella sua risposta alla IFSB, De Lassus difende la nomina di Martin Werlen descrivendolo come un valente psicologo preparato, ma come vi dicevo vi riporto la risposta testuale, ponendomi in maniera equanime rispetto ai fatti accaduti

Risposta di De Lassus citata dalla IFSB:
“Il monastero certosino di Marienau ha ricevuto un Assistente Apostolico la cui missione è la risoluzione di una situazione di tensione che il precedente priore aveva lasciato sviluppare troppo a lungo e che minacciava di diventare esplosiva.La missione di don Werlen non è dottrinale. Siamo a conoscenza del fatto che le sue posizioni dottrinali non sono sempre ideali, ma i commenti degli ultra conservatori a questo proposito sono così ovviamente esagerati che non c’è nemmeno bisogno di rispondere. Ciò che è intollerabile è il potere [con cui] gli ultra-conservatori si sono impossessati della comunità, non permettendo ad alcuno se non a loro stessi di esprimere opinioni, perché nessun pensiero diverso è accettabile. Due monaci se ne sono andati. Però, non tutta la comunità la pensa come loro, al contrario, le lettere inviate dai monaci al Reverendo Padre lo provano. Quel che desidera la maggior parte dei monaci è vivere in pace la vocazione. La missione di don Werlen è tornare a rendere ciò possibile, nient’altro.”
Questo articolo ha l’intento di fare chiarezza con quanti mi hanno contattato per sapere cosa stava accadendo alla comunità certosina di Marienau, in attesa di un eventuale ulteriore chiarimento ufficiale dell’Ordine, che prontamente vi comunicherei, ho deciso di pubblicare questa risposta ufficiosa di Dom Dysmas. In ogni caso, uniamoci in preghiera da rivolgere a san Bruno, affinchè i certosini tedeschi, ritrovino la quiete che in queste settimane è apparsa turbata.

san Bruno

La Torre di San Michele alla certosa di Serra san Bruno

torre 2.jpg

La certosa di Serra san Bruno presenta una cinta muraria quadrilatera, intervallata da torri cilindriche, risalenti alla metà del cinquecento. Oggi della merlatura originaria non resta molto, le uniche tracce sono la torre angolare di nord-ovest e la torre di San Michele, di cui oggi vi parlerò.

Grazie ad antichi manoscritti, si è riusciti a ricostruire la storia e gli aneddoti legati a questa torre.

Dapprima Dom Urbano Fiorenza, calabrese di Badolato fu priore della certosa calabrese dal 1633 al 1638, dopo essere stato priore alla certosa di Chiaromonte poi Vicario alla certosa di san Martino a Napoli, in un suo scritto Enarratio Residuae Vitae S. P. N. Brunonis ci svela il motivo delle origini dei certosini legame con San Michele.

Egli ci narra che il motivo del culto di San Michele in questa certosa ha origini lontane, e più precisamente legate al periodo in cui maestro Bruno congedatosi dal Pontefice Urbano II ed alla ricerca di un luogo dove potersi ritirare nel meridione d’Italia, si recò in Puglia con Lanuino, Lamberto ed altri cinque compagni. Giunto a Bari visitò la chiesa di S.Nicola e poi proseguì sul monte Gargano recandosi al santuario dedicato a San Michele. Scrive Dom Urbano: in quel luogo, gli apparve il santo Arcangelo, e promettendoglisi di assisterlo in quello che avesse a fare, avvisollo che si portasse per l’Adriatico sino al Golfo di Squillace, e radendo la parte sinistra, prendesse alfin terra nel lido di Saginario. Là giunti, entrarono tutti nel tempio, presso la spiaggia, e consacrato pure a S. Michele. Fatta ivi lunga orazione, apparve di nuovo l’Arcangelo, e dopo aver inteso il loro desiderio, ingiunse tosto il privarsi di qualunque danaro, che avessero. Ciò avendo fatto Lanuino, in favore dè poveri, si misero in cammino, accompagnati da S. Michele, il quale, al giugner che fecero dove entra in mare il fiume Ancinale: “Andate, disse loro, andate, o carissimi, sempre a ripa di questo Fiume insino alla sua fonte, che ivi troverete il felice luogo apparecchiatovi dal Signore.” Ciò detto alzassi verso il cielo, e disparve agli occhi loro. Tutti ciò vedendo, rendettero grazie a Dio, e all’Arcangelo S. Michele.” E poi arrivarono felicemente al luogo destinato.
Fu dunque per perpretare la memoria di queste due apparizioni che fu portata la Statua di S. Michele nella Certosa dei SS. Stefano e Brunone.

interno torre

interno della torre

Svelato dunque il perchè di quella statua sulla torre, ma un’altra interessante descrizione riguarda il giorno della “Solenne Inaugurazione della Statua di San Michele sul suo piedistallo”. A rivelarcelo e un altro certosino, Dom Elia M. Poinsotte, che narrando le cronache della certosa ci narra che essa avvenne in data primo novembre del 1921. Descrive la torre cosparsa di fiori variopinti in maggior numero crisantemi policromi, ed in un aria di festa il Vicario dell’epoca Dom Leandro alla presenza della comunità e della cittadinanza, recitò un suggestivo panegirico in onore di San Michele. Ho voluto raccontarvi questi due aneddoti poco noti, di quella torre che oggi ammiriamo e di quella statua che svetta a protezione della certosa serrese.

statua sulla torre. san Michele trafigge il diavolo con la lancia.

statua sulla torre. san Michele trafigge il diavolo con la lancia.

 

Il certosino morto per una donna

1 monaco sul chiostro

E da molti anni che custodisco nel mio archivio una notizia di un fatto curioso accaduto ormai venticinque anni orsono. Un episodio che all’epoca scatenò polemiche e clamore. Siamo nella certosa di Farneta, in provincia di Lucca, la sera del 20 marzo 1995, nella sua cella l’ottantenne Dom Giacomo Del Rio, un nobile spagnolo che dopo aver combattuto come ufficiale franchista nella guerra civile spagnola aveva deciso di abbracciare la vita monastica certosina, era infatti dal 1940 diventato monaco certosino e dal 1975 viveva nella certosa toscana, si appresta ad uscire dalla cella per recarsi in chiesa. Nel silenzio e nell’isolamento della sua cella egli viene colto da un malore, un infarto pare stroncare il povero monaco, che si accascia a terra. Il Padre priore dell’epoca Dom Giovanni Battista Briglio( 1988-2001), resosi conto della assenza in chiesa del confratello che non tardava mai ad uscire dalla cella per il Mattutino, decise di verificare i motivi del ritardo. Dopo aver bussato alla cella e non aver ottenuto risposta decise di aprirla e, accortosi del malore occorso a Dom Giacomo provvide a chiamare i soccorsi. Dopo pochi minuti sopraggiunse un’ambulanza con i soccorritori, ma grande fu lo stupore della dottoressa rianimatrice, che alla sua vista le impedì di varcare la soglia della certosa poichè di sesso femminile. Il Priore tenne a rassicurare la dottoressa dicendo che il confratello era già morto e che pertanto il suo intervento sarebbe stato vano. Successivamente, dopo quei concitati momenti e l’incredulità dei soccorritori, sopraggiunse un altro staff medico con un dottore maschio, che entrando nella cella di Dom Giacomo Del Rio ne constatò il decesso.

Clamore e polemiche si alimentarono nei giorni successivi, ma Dom Giovanni Battista Briglio tranquilizzò tutti asserendo che il confratello era già deceduto tra la chiamata e l’arrivo dei soccorritori, ma che comunque la regola del divieto di ingresso di una donna in certosa è assolutamente ferrea.

Priore Dom Giovan Battista Briglio

Priore Dom Giovan Battista Briglio

Non si saprà mai come questa vicenda andò realmente, ma il certosino Del Rio seppellito nel cimitero della certosa di Farneta non avrebbe mai immaginato tanto clamore intorno alla sua morte. Una prece a lui ed al suo priore, protagonisti involontari di questa clamorosa vicenda.

cimitero-certosa-farneta

La noce di preghiera

noce di preghiera 1

In questo articolo vi parlerò di un oggetto molto curioso, in uso tra il XV° ed il XVI° soprattutto nei Paesi Bassi e nelle Fiandre. L’oggetto in questione denominato noce di preghiera, a causa della sua forma e delle sue dimensioni paragonabili al frutto secco.

Data la meticolosità con cui venivano realizzate queste miniature,venivano prodotti su commissione per personaggi di altissimo rango, erano oggetti molto costosi, si narra che ne furono possessori re Enrico VIII d’Inghilterra, Caterina d’Aragona, e l’imperatore Carlo VI. Le noci di preghiera, erano ricavati in un unico pezzo di legno di bosso, materiale duro ma dalla grana fine, particolarmente adatto ad essere intagliato, e piacevole al tatto dopo la lucidatura.

Esternamente apparivano semplicemente come sfere di legno, di circa 4 cm di diametro con figure decorative, ma quando si aprivano rivelavano un’incredibile opera d’intaglio, la cui precisione talvolta non si riesce ad apprezzare ad occhio nudo.

Ma veniamo ai nostri amati certosini.

Fu dunque un oggetto devozionale in uso anche ai monaci, soprattutto dai superiori dell’Ordine. Esso era apprezzato, per la sua manegevolezza e dunque idoneo ad essere utilizzato durante i viaggi per pregare.

L’esemplare che vi propongo nelle immagini che seguono, è appartenuto al Reverendo Padre Priore Generale Dom François du PuyAnalizzando la miniatura in oggetto, ammiriamo che la sfera presenta nei suoi due emisferi le seguenti raffigurazioni incise. Dom François du Puy genuflesso, presentato dal fondatore dell’ordine, San Bruno dietro il Priore, in piedi con i suoi simboli iconografici alla Vergine ed al Bambino scolpiti nell’altra metà della noce. Il guscio esterno, finemente intagliato, raffigura San Bruno in compagnia dei suoi primi sei compagni che si recano dal vescovo Ugo, raffigurato sulla sedia vescovile e con la di sotto le sette stelle. A memoria dell’origine dell’Ordine. Un piccolo gioiello, capolavoro di artigianato, realizzato da Adam Dircksz tra il 1517 ed 1521, appartiene oggi ad un collezionista privato.