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  • I.F.S.B.

Certosini al voto

25 voto 0

Per l’articolo di oggi ho scelto una curiosità. Come sappiamo una delle certose attive è quella di Pleterije, situata nel comune di Šentjernej nella Slovenia sud-orientale. Ebbene undici membri della comunità monastica certosina hanno partecipato alle recenti elezioni amministrative svoltesi lo scorso 18 novembre. Nelle foto possiamo scorgere alcuni certosini intenti a votare, che hanno destato la curiosità degli scrutatori presenti. Da notare che sono anziani ed uno ha anche un bastone, apprezziamo quindi la buona volontà.

Uno di loro ha detto: “la nostra comunità è composta interamente da stranieri, ma ciononostante intendiamo partecipare alle elezioni esprimendoci con il voto per dare il nostro contributo”.

Vi lascio alle immagini….

25 voto 1

25 voto 2

25certosino che vota

Non è la prima volta che vengono scorti monaci certosini ad espletare la funzione del voto politico. Nel 2007, a Valencia il 27 mayo, come ci mostrano le immagini di un video della EFE TV, I monaci certosini si recarono al voto, tra la curiosità degli astanti!

Le certosine che adorano Gesù Bambino

Noel 2

Carissimi amici, in moltissimi mi avete contattato per ricevere informazioni sul dipinto che ho inserito come immagine dell’articolo per il giorno del Santo Natale appena trascorso. Ebbene proverò a fare su di esso un approfondimento. Innanzitutto voglio precisare che l’immagine da me usata è solo una parte dell’intero dipinto, come potrete vedere dalla foto che ho inserito oggi, che lo raffigura per intero.

Questa tela del XVI secolo, di artista ignoto, apparteneva alla certosa femminile di Mont Sainte Marie di Gosnay in Francia, ed oggi è conservato al Museo di Belle Arti di Arras. Premesso ciò, andiamo ad analizzare il dipinto che presenta una scena centrale con la Natività e sedici riquadri laterali che rappresentano dall’alto verso il basso cominciando da sinistra: Adamo ed Eva, il sacrificio di Noè, l’apparizione a Mosè, l’arca dell’alleanza con l’iscrizione «VIRGA AARON», Gedeone e la prova del vello, lo sposalizio della vergine con la scritta «DEPOSIT MARIA MR IESU IOSEPH», l’annunciazione con la scritta «AVE GRACIA DOMINUS», la visitazione con la scritta «UNDE HOC MIHI UT VENIAT MR DNI MEI AD ME», l’apparizione dell’angelo a Giuseppe «IOSEPH FILI DAVID NOLI TIMERE ACCIPERE MARIA COJUGEM TUA MAT, l’apparizione della Vergine ai Profeti, l’apparizione della stella cometa ai re magi, la circoncisione, l’adorazione dei magi, la presentazione al tempio con l’iscrizione «GLORIA IN EXCELSIS DEO», il massacro di Erode, ed infine la fuga in Egitto.

Nella cornice che circonda la Natività sono rappresentati sul lato sinistro San Giovanni e San Marco con il loro rispettivo emblema. Sotto il profeta Isaia. Infine, la rappresentazione della scala di Giacobbe. Sul lato destro, San Matteo e San Luca con i loro rispettivi emblemi. Sotto, il profeta Michea. Finalmente una scena che rappresenta la triplice benedizione di Israele di Balaam.

Ma passiamo alla raffigurazione più intrigante e insolita, che ha attirato la curiosità di voi lettori.

Natività XVI sec.

Ad adorare Gesù Bambino, vi sono anacronisticamente due monache certosine, le quali indossano l’abito della consacrazione, vale a dire la stola, il manipolo e la croce.

Ma chi sono queste due monache? E perchè furono inserite nel dipinto?

Sulla sinistra è stata effigiata Marguerite d’Houchin che entrò nella certosa di Mont Sainte-Marie nel 1504, e fu priora dal 1537 al 1553, morì il 15 settembre 1564. Sulla destra Marie De la Cloye, nata nel 1537, entrò a Mont Sainte-Marie nel 1542 all’età di 15 anni, e morì nel 1512. Sopra la testa di Margueritte leggiamo “Benedictus qui venit in nomine Domini salmo 117” , mentre sopra la testa di marie Marie leggiamo “Dominus enim Deus nos illuminat salmo 117”.

Questo dipinto fu indubbiamente fatto realizzare dalle famiglie di Houchin e De la Cloye per la professione solenne delle loro figlie, ed offerto alla certosa di Gosnay.

Mi associo a quanti hanno trovato questo dipinto molto originale, e spero di essere riuscito a spiegarvelo svelandone la sua storia.

Un aneddoto su Praga

certosino a san vanceslao praga

Con l’articolo di oggi, un pò bizzarro, voglio dare una risposta ad un amico lettore della Repubblica Ceca che mi ha posto recentemente un quesito. L’oggetto della sua curiosità, riguarda una delle figure poste alla base della statua equestre situata in piazza San Venceslao a Praga. Il monumento in statue bronzee, dedicato principalmente al santo protettore della Repubblica Ceca il duca di Boemia Venceslao I, è situato nell’importante piazza omonima del quartiere di Nové Město a Praga.

La statua attuale è del 1912 e insieme al principale santo patrono a cavallo ci sono, più in basso sui quattro lati gli altrettanti patroni della Repubblica Ceca

(Santa Ludmilla e San Procopio davanti, S. Adalberto e SantAgnese dietro).

Sullo zoccolo si possono leggere delle parole che i cechi hanno sempre invocato nei momenti di difficoltà:“San Venceslao, duca di terre ceche, nostro principe, Non permettere il nostro perire e quello dei nostri figli”.

Fin qui la descrizione di questo importante monumento nazionale, ma quale è il dilemma del nostro amico lettore ceco?

Ebbene, una delle due figure poste anteriormente, esattamente quella raffigurante San Procopio di Sázava è stata scolpita vestita con l’abito certosino!

Ma che nesso c’è tra questo patrono ceco, abate boemo e fondatore di un abbazia nel IX secolo?

Nessuno….è la risposta.

L’unico “collegamento” plausibile è che anch’egli ha condotto una vita eremitica, ma oggettivamente un po pochino per giustificare l’abito certosino. L’amico che mi ha contattato per dissipare i suoi dubbi, aveva ritenuto che l’autore della statua, avesse voluto ricordare la persecuzione subita dai certosini di Praga, con la successiva distruzione della certosa di Mariengarten.

Dopo una ricerca storica credo di poter affermare che trattasi di un errore grossolano, commesso dall’autore della statua, che rappresenta una curiosità sulla quale è stato interessante approfondire ogni aspetto. Se ci fosse qualcuno tra voi che ha una spiegazione diversa, suffragata da elementi storici, non esiti a contattarmi e comunicarmelo. 

certosino piazza san venceslao praga

La certosa di Garegnano e Francesco Petrarca

Petrarca

La certosa milanese di Garegnano fu fondata il 19 settembre 1349 da Giovanni Visconti, Vescovo ed al tempo stesso Signore della città, essa ebbe l’onore, nell’estate del 1357, di ospitare anche Francesco Petrarca. Il fecondo poeta soggiornò a Milano fino al 1361 anno in cui, a causa della grande pestilenza, fuggì dal capoluogo lombardo. Come è noto ai lettori di questo blog, in precedenti articoli vi ho illustrato infatti il particolare legame del Petrarca verso l’Ordine certosino, dettato anche dal fatto che suo fratello Gherardo era entrato, nell’aprile del 1343, nella certosa di Montrieux. Tra gli orti e il paesaggio naturale della campagna milanese il Petrarca si dedicò alle opere “Canzoniere” e a scrivere svariate lettere ai familiari, saggi in lingua latina e tante opere pregiate della letteratura italiana, non meno che alle sue celebri Rime.

Ma per meglio comprendere l’impatto che Petrarca ebbe con la certosa di Garegnano vi propongo un suo scritto, abbastanza eloquente.

Mi son recato in un rifugio amenissimo e saluberrimo. Lo chiamano Garegnano, dista 3000 passi, come affermano, dalla stessa città, luogo elevato nella pianura e cinto da ogni parte da fonti modeste e limpide e tanto soavemente intersecanti e fluenti che a fatica si riesce a capire da dove vengono e dove siano dirette: tale è il modo in cui scorrono insieme e divergono e di nuovo s’incontrano in un solo alveo.

Qui abbondano i piaceri della campagna: frutti degli alberi, fiori dei prati, pesciolini nelle fonti, anatroccoli nei ruscelli, uccellini nei nidi, ricci nei campi e poi leprotti, caprioli e piccoli cinghiali, tutti nei modesti vicini di casa. Qui ha sede una Certosa, nuova e bella: avevo stabilito di inserirmi entro la clausura di questo cenobio, se non avessi temuto di offendere essi in qualche modo con la mia presenza; ma pensando di non poter stare senza cavalli, né servi, secondo il tenore della mia vita, ho avuto paura che l’intemperanza e lo schiamazzare dei servi ostacolassero il religioso silenzio. Così ho preferito una dimora vicino a loro per poter partecipare alle loro devozioni e non recare disturbo”.

Certosa garegnano

Una leggenda sulla nascita di Montalegre

 

certosa di Montalegre

Oggi, cari amici, voglio raccontarvi un particolare episodio, ovvero un antefatto che avrebbe preceduto la fondazione della certosa spagnola di Montalegre. Si tratta di un aneddoto singolare e curioso.

Si narra che due giovani studenti ed amici di nome Juan de Nea e Tommaso Parentuccelli durante un viaggio di ritorno dalla loro sede di studio, si fermarono per una sosta in un luogo molto attraente. Nel rallegrarsi di aver trovato un luogo così ameno per quella pausa, ne ammirarono estasiati la natura incontaminata che li circondava. Uno dei due, Tommaso Parentuccelli promise all’amico che se un giorno fosse diventato Papa avrebbe disposto di far costruire in quel sito una certosa, percependo essere in un luogo ideale per la preghiera e la meditazione. A questa promessa l’amico, stando al gioco controbbattè dicendo che lui sarebbe invece stato un monaco certosino in quella futura certosa. Risero entrambi fragorosamente per quelle ludiche considerazioni.

Con il passare degli anni questi due giovani amici si separarono e si persero di vista e di contatti. Ma la Provvidenza che in quel patto aveva individuato eccellenti intenzioni, rimediò a quell’ allontanamento.

Nel frattempo, difatti,  Juan de Nea era diventato un monaco certosino nella certosa di Porta Coeli a Valencia, ed un giorno ricevette una urgente comunicazione dal Papa che gli ordinava di recarsi immediatamente sul soglio pontificio. Il giovane certosino perplesso e spaventato, fece i preparativi e dopo pochi giorni partì per recarsi a Roma. Giunto nella Città Santa, l’umile monaco fu ricevuto dal Pontefice Niccolò V, e quando lo vide egli si rese conto tra lo stupore e l’incredulità che il pontefice altri non era che il veccho amico Tommaso Parentuccelli che nel periodo in cui si erano persi di vista era stato eletto Papa. Dopo l’iniziale meraviglia i due amici si riabbracciarono ed il Santo Padre spiegò che i motivi per i quali aveva preteso la presenza del certosino a Roma, erano per rispettare la promessa che si erano fatti e che la Provvidenza aveva voluto che si eseguisse. Era dunque giunto il momento di mantenere quella promessa che si erano fatti da giovani. Qualche giorno dopo, Juan de Nea ripartì per la Spagna, nominato Nunzio Apostolico di Sua Santità nel Regno di Aragona, come ambasciatore del Santo Padre e con pieno potere di fondare un monastero certosino a Montalegre, vicino a Barcellona, e con la facoltà di spendere tutto il necessario per reddito apostolico. In quel periodo, a causa dell’assenza di D. Afonso V, il Magnanimo, regnò come reggente la moglie, Donna Maria di Trastámara, la quale facilitò in ogni modo la realizzazione di quella promessa.

Tale parrebbe essere l’origine leggendaria della famosa certosa di Montalegre.

Dom Bonaventure D’Argonne, un celebre letterato

certosa di bourbon Les gallion

Bourbon Les Gaillon

Il personaggio di cui voglio parlarvi oggi risponde al nome di Noel d’Argonne, ma egli si rese celebre anche con lo pseudonimo Sr. de Moncade o Vigneul- Marville. Ma vi spiego meglio….
Natale (Noel) d’Argonne, nacque a Parigi il 7 giugno 1640, era figlio di un orafo, e dedicò i suoi studi applicandosi alla giurisprudenza, egli infatti esercitò come avvocato fino all’età di 28 anni.
Disgustato dal mondo, entrò nell’Ordine dei Certosini, facendo la professione nella certosa di Bourbon Les Gaillon per effetto di ciò il suo nome Natale è stato cambiato in Bonaventura. Abbracciando la severa vita monastica, egli ha sempre mantenuto il suo gusto per la letteratura, riuscendo a mantenere contatti con i suoi amici letterati in tutto il mondo. Svolse mansioni di Vicario presso la certosa di Rouen, morì il 28 gennaio del 1704 a Les Gaillon, in Normandia.
Bonaventure D’Argonne, fu dunque un dotto certosino dalla mentalità aperta e progressista, e per questo inviso alla gerarchia ecclesiastica. la quale – sospettandolo fra l’altro di filogiansenismo – lo confinò vita natural durante nella periferica certosa di Gaillon, vicino a Rouen. D’Argonne era un grande erudito, un eminente umanista, un fine studioso e un prolifico saggista: ma soprattutto era un appassionato estimatore di Fozio. D’Argonne era uso nascondere la propria identità dietro a pseudonimi e personaggi fittizi Pubblicò il primo dei suoi libri senza un nome di autore.
Quindi in seguito userà gli pseudonimi di Monsieur de Moncade e Vigneul-Marville con i quali verrà apprezzato. Tutti i suoi testi sono accomunati da una caratteristica ben precisa: quella di essere tutti scritti in un latino impeccabile e forbito, anche se, non di rado, cervellotico, infiorettato, per di piu, sia di termini greci rari, sia di neologismi latini. D’Argonne, nella sua giovanile baldanza, acuita dalla consapevolezza di possedere un’erudizione fuori del comune, 
non si peritava di coniare nuovi termini. Egli è riconosciuto come un eccelso letterato francese, ebbe a dire di lui il grande Voltaire: “ E’ l’unico certosino che ha coltivato la letteratura”.
Tra le sue opere principali vi ricordo:

  • Trattato sulla lettura dei Padri della Chiesa (1688) un’opera che Mabillon lodò molto.
  • L’Educazione, massime e riflessioni di M. de Moncade, con un discorso di sale nelle opere della mente (1691)
  • Miscugli di storia e letteratura, raccolti da Vigneul-Marville(1699-170)

Ma cari amici voglio lasciarvi a questo saggio consiglio per una vita felice, indicataci dal certosino letterato. Leggiamo e meditiamo!

“Dei libri che sian scelti, e degli amici che lo siano ancor di più. Più buon senso che non scienza ed erudizione, e per unica filosofia, molto cristianesimo. Una casa adeguata e comoda in un luogo salubre ed ameno. Una rendita media, ma sicura. Niente maggiordomo e pochi servitori. Sufficienti occupazioni per non restare mai inattivi. Sufficiente inattività per non essere mai troppo occupati. Nessuna ambizione, nessun processo, nessuna invidia ed avarizia.conservare la propria salute con sobrietà e il lavoro piuttosto che con i farmaci. Essere fedeli a chi si deve. Non odiare se non ciò che è odioso, non amare se non ciò che è giusto amare. Lasciar scorrere senza inquietudine quel che non può durar per sempre, attendere con fiducia quel che durerà per sempre. Tale è la vita felice che Lucilio conduce in un angolo del mondo, sulla riva d’un mare che non ha tempeste che lo turbino, né quiete che non gli insegni ad amare ed a conservare la propria”.

La cosiddetta certosa di Taranto

Grangia san brunone

Nell’articolo odierno voglio parlarvi della cosiddetta certosa di Taranto. Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci, non si tratta esattamente di una certosa, ma di una Grangia di proprietà dei monaci certosini di Padula. Questo chiarimento circa la differenza tra una certosa ed una grangia era opportuno, anche se tra i tarantini è diffusa la convinzione di essere in presenza di una certosa. Proviamo a ricostruirne la storia, ma prima una breve spiegazione del significato di Grangia. Etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium). Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella.
La ricca certosa di Padula, possedeva immense proprietà terriere, tra queste quella sita nei pressi di taranto in Puglia, difatti la nobile famiglia Nasisi, senza eredi, decise di donare ai certosini i propri terreni, che si estendevano dall’attuale cimitero fino al Galeso. Anche nel territorio tarantino c’erano zone paludose che venivano affidate come grangie ai monaci, notoriamente dediti anche a lavori di prosciugamento e disboscamento. Fu così che i monaci eressero questi edifici tra il 1626 ed il 1634.
La vita nella grangia continuò indisturbata fino al 1807, quando a seguito della soppressione degli ordini religiosi voluta da G. Murat, i certosini furono costretti ad abbandonare le loro proprietà, che furono incamerate dal Demanio. Nel 1820 gli ambienti della Grangia certosina furono dati in affitto alla famiglia Nitti. L’anno precedente, per ordine di Ferdinando di Borbone, fu acquistato il giardino adiacente che doveva servire da cimitero, realizzato nel 1837, dopo che fu spiantato l’oliveto esistente nel territorio della masseria della famiglia. Il cimitero di Taranto che venne realizzato fu intitolato a San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, a ricordo della presenza cartusiana in quella area, verso la fine dell’800 venne innalzato l’attuale portale in stile neoclassico col motto paolino: “Canet tuba et mortui resurgent”(1 Cor 15,52). Il sacrificio di questi monaci non fu vano perchè nei loro possedimenti oggi riposano i defunti, cosi come accadde anche per la certosa di Bologna e  per quella di Ferrara, trasformate in cimiteri
Ma perchè oggi il mio interesse cade su questa grangia?
Poichè recentemente si sono levati appelli circa le condizioni di estremo degrado del luogo dove sono situati i resti dell’antica grangia certosina. Attualmente in quella medesima area vengono accatastate vecchie lapidi marmoree di un certo pregio artistico, appartenenti a cappelle cimiteriali dismesse, ai fini della realizzazione di un famedio, in un’area attigua. Purtoppo alle lodevoli intenzioni non sono susseeguiti i fatti!
Ma provo a descrivervi cosa resta della antica struttura monastica. Sulla facciata esteriore del portale ancora si può notare un’arme coronata, consunta dal tempo, che tra due teste d’angelo reca una croce latina. Attorno all’asta inferiore della croce (T) c’è una grande “C” seguita da due piccole lettere, “ar”: “Cart” è infatti la sigla che ricorda il latino Cartusia e l’intero scudo rappresenta l’arme dell’Ordo Cartusiensis, cioè l’Ordine dei certosini. Entrando si accede nel chiostro a forma rettangolare; attiguo l’androne c’è un modesto portale con fregi floreali. Degli interni della chiesa resterebbe solo una piletta dell’acquasanta e sul pavimento una lapide sepolcrale senza iscrizione.
Credo sia giunto il momento di valorizzare questa antica struttura e fare qualcosa affinchè non versi più in abbandono o cada nell’oblio o nell’ulteriore degrado.

Taaranto

taranto 2
Nel video che segue vi è una splendida ricostruzione di come era la grangia ai tempi del suo splendore, comparata con le immagini dell’attuale decadimento.