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Una lettera di Bernardo di Portes

Nell’articolo odierno voglio offrirvi il testo di una lettera inviata da Dom Bernardo di Portes, certosino dell’omonima certosa. Egli prese l’abito monastico nel 1125, e fu amico di san Bernardo di Chiaravalle, con il quale ebbe numerosi scambi epistolari. Questa amicizia condusse l’abate a visitare la certosa di Portes, dove potè apprezzare le virtù di questo pio anacoreta certosino, tanto da indurre san Bernardo a convincere Papa Eugenio ad elevarlo a dignità episcopale. Il certosino fu nominato vescovo di Belley nel 1136, e rimase in carica fino al 1146 allorquando egli ottenne dal Pontefice di poter ritornare alla vita monastica. Tornò alla certosa di Portes dove fu nominato Priore nel 1146, dove potè così vivere i suoi ultimi anni nel silenzio della vita claustrale fino al 16 dicembre del 1152, giorno della sua dipartita. La sua umiltà, la sua pietà e le sue virtù, furono di esempio per i suoi amati confratelli. Oltre a ricordare il suo spessore spirituale, vi offro una lettera che egli scrisse in risposta al recluso, in una cella di rigore, Raynaud de Saint Rambert, che gli chiedeva una retta regola di vita.

A voi il testo, alquanto lungo, ma che merita tanto.

“Mi chiedi di esporti per iscritto in qual modo tu debba vivere in presenza del Signore: una richiesta certamente onesta, ma tale che potrei ragionevolmente schermirmene. Per non darti tuttavia l’impressione che io manchi di carità, procurerò di rispondere alla tua richiesta non come, beninteso, sarebbe confacente al tema, ma come appunto me lo suggerisce la carità.

Voglio però avvertirti che io non intendo affatto disegnare per te una regola di vita fissa e stabile; voglio piuttosto indicarti brevemente le pratiche che mi sembrano adatte a te fra quelle che la vita eremitica ha l’abitudine di osservare. Se però avrò a prescriverti delle regole che ti sembreranno o troppo dure o troppo lievi, sarà tuo compito temperarle o renderle più severe, a seconda che il Signore te ne dia la volontà e la facoltà.

Osserva tuttavia sempre – questo ti raccomando sopra ogni cosa – la giusta misura che gioca un gran ruolo sia nei progressi sia nella possibilità di perseverare nella vita eremitica. Coloro infatti che cominciano – siamo soliti chiamarli novizi – dopo aver affrontato prove per lo più superiori alle loro forze – e ciò perché al loro fervore non si accompagna il senso della misura – vedono venir meno la perseveranza (e questo è deprecabile); ovvero, incorrendo in qualche grave malattia del corpo, e talora anche della mente, sono costretti a tornare a pratiche meno dure, e addirittura troppo facili, cui invece avrebbero dovuto rinunziare del tutto.

Parliamo anzitutto del silenzio. Mi sembra che tu debba assolutamente osservare il silenzio da Compieta a Prima durante l’estate, fino a Terza durante l’inverno.

Pur dovendo sempre, per quanto lo permettono le circostanze, aspirare al silenzio e cercarlo, soprattutto di notte non devi violarlo, tranne che una necessità impellente non ti costringa a farlo. Allora esprimiti con poche parole, proferite con modestia. Quanto alle parole oziose e di nessuna utilità, non solo non devi mai pronunciarle, ma nemmeno ascoltarle da alcuno.

Nessuno osi riferirti pettegolezzi, scurrilità, e nemmeno notizie sugli avvenimenti esterni. Ascolta volentieri soltanto quelle cose per le quali tu possa ringraziare Dio, se sono benefici divini, o implorarlo, se sono notizie tristi e funeste.

Chiunque venga da te ascolti buone parole, o te ne dica. Se poi ti visitano uomini religiosi o eruditi, sii sempre più pronto ad ascoltare i loro buoni discorsi che a parlare.

Se ti sforzerai di osservare queste cose, i fantasmi delle vanità non ostacoleranno la devozione del tuo cuore nella salmodia e nella preghiera.

Continuiamo con le occupazioni spirituali o corporali. E’ noto che l’ozio è nemico dell’anima, e l’Apostolo dice: Chi non vuol lavorare, neppure mangi (2 Ts 3,10). E’ necessario dunque che il tentatore ti trovi occupato in qualche opera spirituale o corporale per tutto il tempo durante il quale veglierai.

Mi sembra anche conveniente che tu varii queste tue opere con ordine(1 Cor 14,40), secondo le parole dello stesso Apostolo. Dunque dedica agli esercizi spirituali le ore del mattino fino a Terza in inverno, e in estate fino a Prima. Chiamo opere spirituali la preghiera, la lettura di testi sacri, la meditazione e la salmodia.

Per il resto della giornata, fino a Vespro, sii occupato in qualche utile lavoro manuale, ma in maniera da interromperlo con brevi preghiere. Dopo Vespro, ricordati di dedicarti alle opere spirituali e di osservare anche allora, per quanto potrai, il silenzio. Dopo Compieta, non tardare a dar riposo alle membra.

Nei giorni festivi occupati soprattutto delle realtà spirituali, nella misura in cui il Signore vorrà concederti il fervore e la grazia di farlo.

Sappi che è meglio ricorrere, di tanto in tanto, a qualche lavoro manuale piuttosto che sonnecchiare su una lettura, e incorrere nel tedio per la sua prolissità; in modo tale che, dopo esserti dedicato a qualche lavoro, tu possa riprendere con più fervore, dopo questo gradito cambiamento, la preghiera o la lettura.

Ma allora attendi ad un lavoro che possa essere fatto in tranquillità e senza rumore, per non disturbare gli altri. Bada anche di non avere mai per l’attività manuale una sollecitudine che ti renda pigro o tiepido verso l’orazione, o verso le altre opere spirituali che devi compiere.

Non bisogna anteporre gli esercizi corporali a quelli spirituali, ma devi porre incomparabilmente più in alto quelli spirituali. I primi siano eseguiti a suo tempo con zelo e con energia. Ma a Dio non piaccia che la cura o la preoccupazione verso di essi siano di ostacolo al tuo fervore o alla tua pietà per le realtà dello spirito. L’Apostolo dice: Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil 4,6).

Fa’ senza sosta quello che insegna la Scrittura e che ti ho ricordato: Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita (Prv 4,23). L’animo umano è instabile e se non è tenuto, con l’aiuto del Signore, sempre impegnato in sante occupazioni, si distrae dietro pensieri vani e impuri, che il tentatore non cessa di suggerire e di evocare; così difficilmente uno riesce a raccogliersi nell’orazione e nella salmodia.

Accostati alla lettura con spirito devoto e pieno di desiderio, per attingere qualcosa da cui tu possa trarre esempio nella vita ovvero, se il Signore si degnerà concedertelo, per esser confortato dalla dolcezza delle parole e dei misteri divini.

Con questo zelo, con questa attenzione leggi successivamente tutte le Scritture che potrai avere, non per inorgoglirti del tuo sapere, ma per edificarti nella carità. Quei passi della Scrittura che non potrai penetrare con l’intelletto, rispettali umilmente come misteri divini, e rinviane piamente la comprensione, finché non entrerai nel santuario di Dio e ne intenderai le meraviglie.

Coloro che vivono in solitudine sogliono essere intimamente turbati e avere qualche nube di malinconia sotto l’istigazione del diavolo. Il nemico inveterato conosce diverse maniere di nuocere ai servi di Dio, per impedire che preghino e attendano alle loro sante occupazioni.

Per poter distogliere o trattenere l’animo dal suo santo ardore, il maligno si sforza di provocare ora tristezza ora un’ira irragionevole; ora l’orgoglio, ora il ricordo di qualche ingiuria; ora la vana memoria di quanto fu detto o fatto o che bisogna fare, ora pensieri impuri; ora la tepidezza dell’animo, ora il torpore del sonno.

E, se sente che non gli si resiste nelle cose più piccole, ci stringe nelle catene di tentazioni più forti. Preferisce disseminare delle trappole piuttosto che porre degli ostacoli. Tuttavia, non cessa di porre inciampi, per quanto è in suo potere, a coloro che non può far cadere nei suoi tranelli.

Però Dio è fedele-dice Paolo – e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla.(1 Cor 10,13). Armati della potenza della preghiera contro questi e contro tutti i generi di tentazione, e anche contro le illusioni notturne; afferra quello scudo del quale l’Apostolo dice: Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno (Ef E, 16). Il sincero amore e la fervida fede nella croce di Cristo rendono vane tutte le macchinazioni del nemico; e l’orazione accompagnata dalle lacrime respinge vittoriosa ogni genere di tentazione.

Sono queste le armi e questi i combattimenti spirituali che sostieni sotto gli occhi del Re, al cui seguito hai cominciato a prestare servizio. Devi sapere che tu hai chiuso in isolamento il tuo corpo e l’hai sottratto agli affanni esterni, perché il tuo cuore possa attendere liberamente a tale lotta.

Dagli uomini sei reputato grande, poiché ti si dirà solitario; ma agli occhi di Dio sarai grande solo eseguendo con ogni zelo e attenzione quanto ti ho esposto. Gli uomini considerano solo le apparenze; l’Altissimo giudicherà le disposizioni interiori.

E quando vedrai che non sei in grado di adempiere simili precetti, confessando umilmente la tua mancanza di generosità e la tua imperfezione davanti a Dio, chiedi con grande ardore l’aiuto della grazia a colui che dice: Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Ti capiterà in effetti di scoprirti spesso torpido, spesso meno gagliardo; sappi che la grazia divina recede di tanto in tanto, perché tu debba confidare nel suo aiuto e non abbia eccessiva fiducia nella tua virtù.

Così il Padre buono sa guarire la superbia con l’umiltà. Se egli non ci diminuisse di tanto in tanto la sua grazia, la mente umana si inorgoglirebbe: credendosi capace di realizzare da sola la giustizia, cadrebbe più gravemente nella superbia. Ma se Dio ci abbandona nei momenti di orgoglio, lo fa per ritornare con grazia più clemente a chi si è umiliato; egli dorme nella tempesta in modo che, chiamato dalle preghiere, possa comandare ai venti e al mare, e ristabilire la tranquillità.

Quando avrai imparato da Cristo ad essere mite e umile di cuore, colui che resiste ai superbi ma concede la sua grazia agli umili, per mezzo dello Spirito Santo ti donerà, se la cerchi, la chiedi e la invochi, la carità: la grazia maggiore che Dio dona all’uomo in questa vita.

Appena la carità comincerà ad ardere nel tuo cuore, lo dilaterà al punto che tutto ciò che ti sembra duro o difficile nei precetti divini, ti diverrà semplicissimo. Dilaterà, dico, in tal modo il tuo cuore e renderà così dolce e lieve tutto ciò che ti sembra aspro o duro, che in verità dirai: Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore. E anche: Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene (Sal 118,32.14).

Sappi che questa carità non è nient’altro che l’amore verso Dio e verso il prossimo. Perché due sono i comandamenti, ma la verità è una. Quando il Signore parla dei due comandamenti dice: Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti (Mt 22,40). Quando l’Apostolo parla della carità, che è una, dice: Pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,10).

Due quindi sono i comandamenti, ma una è la carità che ci consente di porli in atto.

I comandamenti sono nella legge, ma la carità, per mezzo della quale corriamo al loro adempimento, è nel nostro cuore. Senonché non può trovarsi nei nostri cuori generata da noi o per mezzo nostro. L’amore di Dio – dice l’Apostolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato(Rm 5,5). Quest’amore tu chiedilo incessantemente con la più grande insistenza e devozione possibile a colui dal quale proviene ogni buon regalo e ogni dono perfetto (Gc 1, 17).

Un testo assolutamente edificante per consolidare certezze nel percorso monastico che il giovane Raynaud de Saint Rambert aveva intrapreso, ma  cedendo alle umane debolezze.

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Ancora sulla “cella di rigore”

Ancora sulla “cella di rigore”

monaco penitente

Al termine del recentissimo articolo riguardante la “cella di rigore” presente all’interno delle certose, avevo rivolto un appello a tutti coloro in grado di fornire ulteriori informazioni al riguardo. Le vostre interazioni, non si sono fatte attendere. Ed è mio piacere fare un altro articolo su quanto da voi fornitomi, sempre al fine di arricchire la conoscenza su questo tema.

L’amico lettore Giulio Armani sotto forma di commento mi ha inviato la sua preziosa testimonianza circa la certosa di Calci, eccola:

Riguardo alla cella di rigore, ricordo che nella certosa di Calci ne esiste una, la visitai, accompagnato da uno degli ultimi monaci residenti in quella casa, all’inizio degli anni settanta. Rimasi molto colpito dell’esistenza di tale “carcere”. L’ingresso sembrava quello di una comune cella come tutte le altre nel chiostro grande. Si salì una scala e arrivammo al primo piano, c’era una piccola stanza con una finestra dalla quale si vedeva solo il cielo, affianco un’ altra stanza, quasi un corridoio, che per mezzo di una finestrella comunicava con la cella, alla parte una croce o, non ricordo bene, un piccolo altare.Mi fu detto che li veniva celebrata la Messa per il recluso. Tutto era disadorno e abbandonato. Chiesi se recentemente fosse stata “abitata”, il monaco mi rispose che l’ultimo ospite risaliva alla metà del milleottocento e la colpa per meritarsi tale trattamento era quella di aver mangiato carne durante un viaggio!”

Successivamente ho registrato la testimonianza dell’amico Fabrizio Girolami, il quale oltre a fornirmi la sua personale esperienza, legata ad un sopralluogo effettuato alla certosa di Trisulti, per verificare l’esistenza della suddetta “cella di rigore”, mi allegava due foto dimostrative. Egli era stato stimolato a tale ricerca da un articolo pubblicato nel 1916 su “Civiltà Cattolica”, nel quale si parla della cella di rigore situata nell’area dell’antico chiostro (sul quale è stato poi sopraelevato quello attuale del 1700). Dalle foto che vi allego si evince chiaramente una piccola celletta contigua ad una cappellina della stessa misura, quest’ultima con un piccolo altare che si può osservare di fronte alla grata dall’interno della cella stessa.

interno cella di rigore Trisulti Foto F. Girolami

 Certosa di Trisulti Interno “cella di rigore” foto di Fabrizio Girolami

cella di rigore trisulti fot Fabrizio Girolami

Certosa di Trisulti grata che consente la visuale dell’altare contiguo

Come vedete cari amici lettori il vostro contributo è stato essenziale per confermare la presenza nelle certose di questa singolare cella,

La “cella di rigore”

La “cella di rigore”

chartreuse-de-villeneuve

Portone accesso cella di rigore  (Villeneuve les Avignon)

L’argomento di cui voglio parlarvi in questo articolo di oggi, lo avevo già trattato nel sito alcuni anni orsono. Vi parlerò della cosiddetta  cella di rigore. Trattasi di un tema alquanto controverso, poiché non supportato da documenti che ne spieghino l’esatto funzionamento e le eventuali prescrizioni che lo regolavano.

Nella certosa francese di Villeneuve-les-Avignon, ed in quella di Scala Coeli ,ad Evora, in Portogallo vi sono rare tracce, testimonianza di quegli ambienti tipici delle fondazioni del Medio Evo destinati a celle di rigore o prigione. Di questa cella particolare, si sa, che era contraddistinta dagli spazi molto ridotti, circa 12 m² e costituita da un tavolo un camino ed un letto, inoltre su di una parete vi era un lucernario, che consentiva al penitente di poter osservare un altare posto in una stanza prospiciente, per poter seguire l’ufficio. Subivano l’onta di questo luogo, tutti quei religiosi che si concedevano qualche sbavatura alla severa regola certosina. Un sistema adoperato dal Priore per raddrizzare quei giovani monaci forti nella vocazione ma deboli nell’assimilare la disciplina.

Come sempre auspico, sarebbe interessante una interazione con chiunque abbia altre informazioni su questo argomento. Vi invito ad inviarmi ulteriori notizie per corroborare questo scarno articolo.

cella prigione 2

Cancello ingresso cella di rigore (Scala Coeli) foto di Paulo Falcao Tavares

cella prigione

Grata recinzione (Scala Coeli) foto di Paulo Falcao Tavares

La certezza della reale esistenza di questa cella di rigore è testimoniata anche da una lettera che santa Caterina da Siena, amica dei certosini, scrisse ad un monaco recluso in una di essa,in una imprecisata certosa. Vi allego il testo:

Ad un Monaco della Certosa essendo in carcere

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissimo e carissimo fratello in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava de’ servi di Dio, scrivo, e confortovi nel prezioso sangue del Figliuolo suo; con desiderio di vedere il cuore e l’anima vostra unito e trasformato nel consumato amore del Figliuolo di Dio. Perocchè senza questo vero amore non possiamo avere la vita della Grazia, nè portare i pesi con buona e perfetta pazienzia. E questa vera carità non veggo, carissimo fratello, che possiamo avere, se l’anima non ragguarda lo inestimabile amore che Dio ha avuto a lui; e singolarmente vederlo svenato in sul legno della santissima croce, dove solo l’amore l’ha tenuto confitto e chiavellato.

Dicovi, carissimo fratello, che non sarà veruna amaritudine che non diventi dolce, nè si gran peso che non diventi leggiero. Ho inteso la molta fadiga e tribulazioni, le quali voi avete; cioè reputiamo noi, che siano tribulazìoni, ma se noi apriremo l’occhio del cognoscimento di noi medesimi, e della bontà di Dio, ci paranno grandi consolazioni. Del cognoscimento di noi, dico; cioè, che noi vediamo, noi non essere; e come siamo sempre stati operatori d’ogni peccato e iniquità. Perocchè quando l’anima ragguarda sè avere offeso il suo Creatore, sommo ed eterno bene, cresce in uno odio di sè medesima, intanto che ne vuole fare vendetta e giustizia; ed è contenta di sostenere ogni pena e fadiga per satisfare all’offesa che ha fatta al suo Creatore. Onde, grandissima grazia reputa che Dio gli abbia fatta, che egli il punisca in questa vita, e non abbia riservato a punire nell’altra, dove sono pene infinite. O carissimo fratello in Cristo Gesù, se noi consideriamo la grande utilità a sostenere pene in questa vita, mentre che siamo peregrini, che sempre corriamo verso il termine della morte, non le fuggiremo. Egli ora ne segue molti beni dallo stare tribolato. L’uno si è, che si conforma con Cristo crocifisso nelle pene e obbrobri suoi. Or che può avere maggiore tesoro l’anima che essere vestita dagli obbrobri e pene sue? L’altro si è, che egli punisce l’anima sua, scontando i peccati e i difetti suoi, fa crescere la grazia, e porta il tesoro nella vita durabile, per le sue fadighe, che Dio gli dà, volendola remunerare delle pene e fadighe sue.

Non temete, carissimo fratello mio, perchè vedeste o vediate che il dimonio, per impedire la pace e la pazienzia del cuore e dell’anima vostra, mandi tedi e tenebre nell’anima vostra, mettendovi le molte cogitazioni e pensieri. Ed eziandio parrà che ‘l corpo vostro voglia essere ribello allo spirito. Alcuna volta, ancora, lo spirito della bestemmia vorrà contaminare il cuore in altre diverse battaglie; non perchè creda che l’anima caggia in quelle tentazioni e battaglie, perocchè già sa che egli ha deliberato d’eleggere la morte innanzi che offendere Dio mortalmente con la volontà sua; ma fàllo per farlo venire a tanta tristizia, parendogli offendere colà dove non offende che lasserà ogni esercizio. Ma non voglio che facciate cosi; perocchè non debba l’anima mai venire a tristizia per neuna battaglia che abbia, nè lassare mai veruno esercizio, o officio, o altra cosa. E se non dovesse fare altro, almeno stare dinanzi alla croce, e dire: Gesù, Gesù! Io mi confido in domino nostro Jesu Christo. Sapete bene: perchè vengano le cogitazioni, e la volontà non consente, anco vorrebbe innanzi morire, non è peccato: ma solo la volontà è quella cosa che offende.

Adunque vi confortate nella santa e buona volontà, e non curate le cogitazioni: e pensate, che la bontà di Dio permette alle dimonia che molestino l’anima vostra per farci umiliare e ricognoscere la sua bontà, e ricorrere dentro a lui nelle dolcissime piaghe sue, come il fanciullo ricorre alla madre. Perocchè noi benignamente saremo ricevuti dalla dolce madre della Carità. Pensate che egli non vuole la morte del peccatore; ma vuole che si converta e viva. é tanto smisurato amore, che ‘l muove a dare le tribolazioni, e permettere le tentazioni quanto le consolazioni; perocchè la sua volontà non vuole altro che la nostra santificazione. E per darci la nostra santificazione, diè sè medesimo a tanta pena, e all’obbrobriosa morte della santissima croce. Permanete dunque nelle piaghe dolci di Gesù Cristo, e nella santa dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.