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Dal recente congresso di Ittingen

locandina congresso Ittingen

Cari lettori di questo blog, nello scorso mese di luglio, esattamente dal 13 al 16, si è svolto un congresso internazionale sulla cultura del libro per i certosini. L’evento si è svolto nel Museo della certosa di Ittingen in Svizzera. Tra i relatori provenienti da tutta Europa, ha partecipato un mio personale amico, Corrado Lampe, il quale ha voluto inviarmi il suo interessantissimo intervento, che inserirò in questo articolo insieme ad un video della sua relazione. Il tema trattato dall’amico Corrado riguarda la “mia” certosa, difatti é concernente alle due biblioteche della certosa di san Martino a Napoli.

Con amore e dedizione, la sua ricerca è sfociata in questa minuziosa relazione. Nel ringraziarlo, vi lascio al video ed al testo.

Le due biblioteche della Certosa di San Martino a Napoli

(Congresso Internazionale sulle Biblioteche Certosine. Certosa di Ittingen (CH), 13-16 luglio 2017)

È superfluo dire quanto la Certosa di San Martino domini la città di Napoli. È un’immagine stupefacente. La famosa battuta “Vedi Napoli e poi muori”, citata anche da Goethe, la deve aver detta per primo qualcuno in visita alla Certosa, dopo essersi affacciato dal “Belvedere”. Insomma, tutti conoscono la Certosa di San Martino.

Quanti però, viene ora da chiedersi, ne conoscono tutta la storia?

Quando la visitai circa quattro anni addietro, c’ero stato solo una volta da bambino, non solo ho provato grande stupore, ma sono stato preso dalla curiosità per un complesso monumentale tanto straordinario e ne volevo subito scoprire la storia e gli eventi che lo caratterizzarono.

Naturalmente da bibliofilo e bibliomane quale sono, mi aspettavo di trovarvi una grande biblioteca, o almeno quello che ne poteva restare. Nella prima visita che feci non trovai alcun locale riconoscibile come biblioteca. Dopo aver richiesto lumi, mi fu indicato un ambiente nel quarto del Priore. Si vedeva che fosse stato un tempo usato come biblioteca, ma era troppo piccolo per contenere una raccolta di libri degna di tanto monastero.

Sul pavimento della stanza non solo si può ammirare una straordinaria meridiana —secondo gli esperti una delle più precise e complesse esistenti— ma si vedono lungo i bordi del pavimento le impronte lasciate dagli scaffali.

La volta è decorata, mentre manca ogni traccia di decorazione dalla base dei muri perimetrali all’attacco delle volte. Una decorazione sarebbe stata coperta dagli scaffali e dunque superflua. Questo ci fa tra l’altro capire, che gli scaffali già erano in loco prima della quasi completa decorazione delle pareti del quarto del Priore o che la stanza fu pensata e progettata per contenere una raccolta libraria sin dall’inizio.

Che in questa parte del complesso vi fosse stata una biblioteca è dunque indubbio, ma continuavo ad essere convinto che non potesse essere tutta la biblioteca di un monastero tanto ricco e antico.

Iniziai a frequentare assiduamente la Certosa e grazie al favore mostratomi dalla Direttrice del Museo, la dottoressa Rita Pastorelli, ebbi l’onore di iniziare un lavoro di riordino di una gran massa di materiali ceramici recuperati durante i lavori di restauro e ristrutturazione operati sull’edificio nell’arco degli ultimi 30 anni.

Parallelamente iniziai a studiare la storia della Certosa, sempre col pallino della biblioteca in testa. Le fonti a stampa moderne mi confermavano tutte che la biblioteca fosse quella nel quarto del Priore, ma semplicemente non riuscivo a capacitarmene, fino a quando un giorno un addetto del Museo mi parlò dello “scriptorium” del monastero, nel quale si trovavano degli affreschi ancora inediti.

Ormai conoscevo abbastanza certose e certosini, per sapere che in base alla regola dell’ordine non poteva in alcun modo esistere uno scriptorium —inteso come spazio di scrittura collettiva—, dato che i monaci erano tenuti a lavorare in solitudine. Si aggiunga anche il fatto che l’epoca d’oro dei copisti finì alcuni decenni dopo la fondazione della Certosa di Napoli ed il compito dei copisti ben presto passò interamente ai tipografi. Di questa conquista parla ampiamente anche Benedetto Trombi nella sua monumentale opera.

Quando finalmente mi fu possibile entrare in questo supposto “scriptorium”, provai una vera e propria emozione: avevo finalmente trovato la Biblioteca di San Martino, della quale purtroppo restavano solamente mura spoglie ed una volta affrescata con immagini lacerate dal passare del tempo.

Questo ritrovamento fu solamente l’inizio di un difficile lavoro di ricerca in biblioteche ed archivi per ricostruirne la storia, che non stava scritta da nessuna parte. Del locale come già accennato non vi è traccia nella letteratura moderna, ma scavando tra le pagine di opere antiche trovai finalmente nuove notizie.

La prima in un’opera a stampa l’ho trovata nella “Napoli Sacra” di Cesare D’Engenio Caracciolo risalente al 1623: “… et a nostri tempi D. Severo Turbolo Napolitano Prior di molti anni di questo monasterio con grandissima spesa non solo rinovò la Chiesa, riducendola a meglior forma di quel ch’era prima, ma vi fé anche molte belle celle ornate & una principalissima libraria che qui sin da Germania fé recar libri.”

1635 – “Il Forastiero” Di Giulio Cesare Capaccio che a pag. 842, descrivendo l’intera collina di Sant’Elmo ci ricorda: “Ricchissimo di ori & argenti in suppellettili & ornamenti con pitture rarissime tutti di valent’homini e di Gioseppe d’Arpino condotto da D. Severo Turboli Priore del Convento, homo di gran governo, & autorità che procurò anco da Francia una sceltissima libraria.”

1692 – “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” del canonico Carlo Celano, fonte che nessuno storico di Napoli può evitare, il quale nella sesta giornata, pagg. 42 e 44 distingue nettamente tra la Libraria del Priore e la Libraria comune: “Nel lato di questa loggia vi è la Libraria detta del Priore, ricca tutta di libri scelti, e nobilmente ligati. L’armarii son tutti di noce, che rassembra ebano con ogni attenzione lavorati…(p.44) Vi è una bella Libraria di libri antichi, e manoscritti, ma si vede sfiorata, perché molti libri stanno trasportati nelle camere de’ Monaci”.

Con questo passo si chiarisce un primo dato concreto: i libri più preziosi ed antichi si trovavano nella libreria privata del Priore, mentre la massa dei volumi a stampa, ma anche manoscritti, stava alla fine del XVII secolo sparsa tra la grande Biblioteca comune e le singole stanze dei monaci.

Per tutto il ‘700 abbiamo notizie da autori stranieri, i quali si riferiscono esclusivamente alla biblioteca del Priore.

1778 – La famosa guida del Grand Tour, della quale profittò anche Goethe, “Historisch-kritische Nachrichten von Italien” di Johann Jacob Volkmann parla esclusivamente della Biblioteca del Priore e ne scrive in nota a p. 63 del terzo volume: “Die Bibliothek hat schöne griechische Handschriften. Sie ist unter allen neapolitanischen die einzige deren Verzeichniß gedruckt ist: Bibliothecae regalis Carthusianae Sancti Martini Catalogus (…). In dem einen Saal dieser Bibliothek ist 1773 eine merkwürdige Meridianlinie mit vielen dazugehörigen Dingen zu Stande gebracht worden.”

1780 – pubblica le proprie lettere dall’Italia il bibliotecario reale svedese Jacob Jonas Björnfähr, dal quale ci si aspettava qualcosa in più, ma riprende praticamente il testo di Volkmann ed aggiunge solamente: “Hier ist auch eine schöne Sammlung griechischer Handschriften, selbst in Chemie.”

Come è noto, la Certosa fu abolita una prima volta nel 1799 da Re Ferdinando I, col pretesto che i monaci avrebbero simpatizzato con i giacobini e una delle ultime notizie che abbiamo della biblioteca è del 1789, nella “Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor Giuseppe Sigismondo” il quale ci fa sapere che “Si può ben anche osservare la peculiare Libreria che ha nelle sue stanze il Priore, gli armadi della quale furono lavorati da fra Bonaventura Presti Converso dell’Ordine e la volta a chiaro scuro è del Rafaelino.”

Con la soppressione i monaci vengono scacciati e la biblioteca, o meglio, l’intero patrimonio librario della biblioteca del Priore, della biblioteca comune e le bibliotechine dei singoli monaci vengono mischiate e redistribuite —i pezzi più pregiati saranno incorporati nella Biblioteca Reale Farnesiana—, in parte vendute, in parte disperse in modo non sempre ordinato, per non dire caotico.

Per un breve periodo tornerà una biblioteca monastica dei Certosini tra le mura di San Martino, ma sarà composta da volumi provenienti da altri monasteri soppressi e solamente alcuni dei volumi probabilmente un tempo conservati nella biblioteca comune. Alla soppressione definitiva della Certosa nel 1866 anche questi volumi verranno incamerati, smistati, divisi, distribuiti, venduti a librai o dati via come carta straccia. Questo almeno ci fa capire una lettera del Vescovo di Orleans Felix Antoine Philibert Dupanloup indirizzata al Ministro delle Finanze italiano Marco Minghetti nel 1875, relativa alla spogliazione della Chiesa a Roma e in Italia: “Ho veduto a Napoli la celebre Certosa, quel monastero ammirabile che tutta l’Europa ha visitato, su quella bella montagna di rimpetto al Vesuvio e a quello splendido mare. Per lo addietro un religioso affabile e buono accoglieva il viaggiatore, gli offeriva una refezione, gli mostrava con intelligenza il monastero; oggi un ignorante soldato che fa sforzi ridicoli per parlare un cattivo francese vi riceve e vi guida. In luogo della superba biblioteca, levata di là e gettata non si sa dove, si è posto un magazzino di cristalli di Venezia e di maioliche dipinte; ecco un grande progresso per la civiltà!”

Dopo il 1866 nuove raccolte librarie troveranno posto a San Martino, trasformato in Museo Nazionale, ma anche queste non avranno vita tranquilla. Una prima raccolta voluta da Giuseppe Fiorelli di libri relativi alla storia di Napoli, nella quale confluirono in parte libri provenienti dalle soppressioni monastiche, tra i quali pare che vi fossero stati anche alcuni volumi già appartenenti ai Certosini, fu negli anni trenta trasferita alla Biblioteca Nazionale di Napoli, dove è sprofondata nel maremagnum dei fondi librari.

Per volontà di Bruno Molajoli nacque un’altra biblioteca a San Martino, trasferita da qualche anno a questa parte in cima alla fortezza di Sant’Elmo. Restano oggi nei magazzini del Museo pochi volumi di queste due biblioteche che non possono più essere definiti come “biblioteca”.

C’è da segnalare una piccola eccezione di libri appartenenti alla Certosa, mai rimossi da San Martino, rappresentata da 19 grandi antifonari miniati di XV.-XVI. secolo che assieme ad un nucleo di messali a stampa si sono salvati per essere stati anche dopo la soppressione conservati negli armadi della sagrestia, non essendo la chiesa subito sconsacrata e poi inclusi in un’asta del 1866 per vendere suppellettili ritenute superflue che però andò, Deo Gratias, deserta. Oggi si trovano nei magazzini del Museo.

La Certosa di San Martino iniziò assai presto a raccogliere e conservare libri, ben oltre ai volumi, direi d’obbligo, che ogni comunità certosina doveva avere. La più antica acquisizione di testi di varia natura di cui abbiamo notizia risale ai primordi della Certosa, retta dal secondo Priore pro tempore Adamo de Stefano di Aversa.

Benedetto Trombi riporta il relativo paragrafo dal catalogo dei Priori: “Ibidem anno 1339 D. Adam de Aversa ex Familia de Stephano uti colligi videtur ex Instrumentis Archivii, professus huius Domus qui ut in scheda Benefactorum eiusdem Cartusiae legitur: Donavit Monasterio Massariam cum pluribus possessionibus in Casacellari, quasdam Domos in Aversa, et plures etiam libros”

In un’altra versione manoscritta del catalogo, redatto da D. Severo Tranfaglione troviamo l’aggiunta: “… et pulchris emit et fieri fecit anno 1340”. Ma ancora più preciso è Nicolò Toppi, il quale nella sua opera “Biblioteca Napoletana, et apparato a gli huomini illustri” del 1628 dice espressamente, parlando di Adamo de Stephano: “Fè una riguardevole Libraría che fin oggi si conserva & ammira… “

C’è da sperare che gran parte di quei volumi siano ancora conservati alla Nazionale di Napoli o in altre raccolte, ma per averne una lista la più completa possibile ci vorranno ancora diversi anni di ricerche ed assiduo lavoro. Ad ogni modo questo fatto ci induce a pensare, che la biblioteca del Priore sia nata grazie al Priore Adamo de Stephano, per la quale, fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili era sufficiente anche un locale di dimensioni ridotte.

Più volte abbiamo trovato nominato P. D. Severo Turbolo (o Turboli), al quale si deve un rafforzamento dell’efficienza economica della Certosa —Turboli proveniva da una antica famiglia di banchieri—, che rese possibile il programma costosissimo di ampliamento edilizio voluto ed iniziato dallo stesso e poi portato a termine dai suoi successori. Nel quadro di questi lavori venne edificata anche la libreria comune. A decorare la Certosa venne chiamato il gruppo di pittori che ruotava attorno al Cavalier d’Arpino e Belisario Corenzio, al quale vengono solitamente attribuiti anche gli affreschi della ora identificata Libraria Comune, che è di circa 130 mq.

Severo Turboli passò alla Certosa di Pavia prima che venisse completata questa sala, che si trovava esattamente sopra quella del Capitolo e verosimilmente i lavori non furono più portati a termine, per essere ripresi e conclusi nel corso del secondo priorato da lui ricoperto dal 1606 al 1607. In questa seconda fase vengono dipinte le lunette e realizzate le scaffalature. Questo almeno si deduce dai documenti che sino ad oggi è stato possibile reperire tra le tante carte certosine conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli.

Il primo documento, al quale sino ad oggi non era stata data alcuna attenzione per motivi che per il momento mi sfuggono, è la ricevuta di un pittore:

“A di 25 di Gennaro 1608

Io Matthia Meroldi confesso aver’ ricevuto / dal monasterio di San Martino manualmente / in più partite cento cinquantasei docati / quale mellorno pagati abon conto della pittu / ra che ho fatto alla libbraria et altre / pitture per la detta casa sicome si vede / et per segnio dlla verita hofatto la presente / et sotto schritta di propria mano

Io Matthia Meroldi affirmo come di sopra”

Questo artista è noto sino ad oggi per una unica Madonna realizzata per la Chiesa del Rosario di Palazzo. Non sono uno storico dell’arte e non spetta a me entrare in troppi dettagli, ma anche io posso affermare tranquillamente che questo buon Meroldi, che senza offesa possiamo chiamare “madonnaro”, è l’autore dei ritratti delle lunette, che esamineremo tra poco.

Per l’anno precedente, il 1607, in un libretto del Banco di Sant’Eligio appartenuto alla Certosa, troviamo le seguenti partite:

“a dì detto [28 marzo]

Al Detto [D.Severo Turboli] ducati 30 e per lui a Tomaso de Febraio de accompagnamento de ducati 75 per lo prezzo / di tavole ventisette di noce che gli / ha vendute li di passati per servizio del / del monasterio che gli altri ducati 45 li ha ricevuti per il banco di S. Jacomo a lui consegnati

a dì detto [11 settembre]

Al Monasterio di S. Martino ducati dieci e per lui a / Giovanni Cola Spuria detto ce li paga per prezzo di / cinquanta tavole di Abeto e tre / di castagno a lui venduti e consignati / per servizio del detto Monastero a lui consignati”

Si può congetturare che tali tavole servissero per la realizzazione delle scaffalature della biblioteca, dato che in quanto a legnami la Certosa non scarseggiava di certo, ma non ne aveva probabilmente di abbastanza pregiati per realizzare delle scaffalature.

Chiedo ora perdono se faccio un piccolo passo fuori tema, ma penso che me lo concederete; nello stesso libretto ho trovato la seguente partita:

“[lunedì 19 febbraio 1607]

Al detto [D. Severo Turbolo] ducati cinquanta, e per lui a Pietro Bernini / scultore dato a compimento de ducati 90 che li altri ducati 40 / ha ricevuti in 20. tomola di grano e sono a conto / de una statua fà della magine di nostra Signora per la loro / chiesa di S. Martino, e per lui a Spennazzi e Nuti (sic.) / per darli in credito.”

Con questa notazione è finalmente possibile datare con certezza questa straordinaria opera di Bernini padre.

Ma torniamo alle lunette di Mattia Meroldi. Queste immagini hanno subíto dei pesanti restauri; una, situata sopra ad una finestra, è andata completamente perduta, e così si sono in diversi casi cancellate le didascalie. Grazie a quelle superstiti possiamo indicare con esattezza: Johannes Justus Lansperger, San Cipriano, San Bruno, San Gregorio, San Dionisio, Ludolf von Sachsen e San Pier Crisologo. Facilmente riconoscibile è San Girolamo, Dionisio Cartusiano e Sant’Agostino d’Ippona. Per gli autori restanti, mi sono avvalso del prezioso aiuto di Roberto Sabatinelli, autore e webmaster del sito “Cartusialover”, il quale ha identificato San Benedetto da Norcia, San Bernardo da Chiaravalle, San Tommaso d’ Aquino e forse San Basilio Magno; resta solo qualche dubbio in merito all’effigie di un padre Gesuita, che potrebbe essere Sant’Ignazio di Loyola. La disposizione di questi illustri autori non sembra affatto casuale. I numeri 1/9 e 5/13, sono certosini formanti una croce, come dei punti cardinali. Le coppie 2/3, 7/8, 10/11 e 15/16 sono delle Pietre Angolari trattandosi di Padri della Chiesa antichi. I numeri 4,6,12 e 14 sono autori più recenti. 

schema affreschi (1)

Al di là di considerazioni strettamente artistiche per quanto attiene agli affreschi della volta, mi permetto alcune notazioni che potrebbero essere utili.

Delle tante ancora presenti, tre immagini in particolare hanno attirato la mia attenzione. Una è la rappresentazione, parzialmente andata perduta, della strage degli innocenti, che potrebbe alludere al martirio dei certosini inglesi. Questa idea mi viene dal fatto che sin dal 1591 Severo Turboli conosceva Bernardo Sedgravis, profugo a Roma in fuga di fronte agli aguzzini di Enrico VIII, poi accolto nella Certosa napoletana dove morì in odore di santità nel 1643; aveva dunque avuto un racconto diretto dei fatti inglesi. Visto il ruolo che l’ordine certosino svolse negli anni della controriforma, si trattava di una questione molto sentita. Del resto, come già accennato, il tema dei martiri inglesi tornerà in modo esplicito con gli affreschi del pronao di San Martino.

Mi ha incuriosito anche la figura di San Luca (identificato nella scheda catalografica del Museo come Mosè), raffigurato intento a dipingere mentre regge con la sinistra contemporaneamente la tavolozza ed una tavola e con la destra un pennello. Il volto è stato cancellato dal tempo e mi sono immaginato che potesse trattarsi di un autoritratto perduto di Belisario Corenzio. Infine la mia attenzione si è fermata su di una ben conservata figura di Salomone, ma non tanto per la persona, ma per il turibolo che tiene bene in mostra con la mano destra; non escluderei che si tratti di una allusione al cognome del Priore committente, a proposito del quale vanno segnalati ancora una paio di fatti.

Prima di tutto il fatto che doveva essere non solo versato in economia, ma aveva evidentemente una vera passione per i libri, tanto che mentre faceva costruire ed arricchire la libreria comune di San Martino, era in contatto con il Cardinal Borromeo, in quello stesso tempo intento a costruire e raccogliere volumi per la sua Biblioteca Ambrosiana, che fu aperta al pubblico nello stesso anno in cui Turboli vide terminata la biblioteca della sua Certosa. Non fu un semplice contatto, ma una vera e propria collaborazione, tanto che Turboli donò a Borromeo la sua personale collezione di testi greci.

Nonostante i suoi indubbi meriti, fu alla fine accusato di superbia e dovette dimettersi neanche un anno dopo il suo accesso al secondo priorato di San Martino. Non obbedì all’ordine di trasferirsi a Capri ed andò a Roma, dove intendeva veder riconosciuti i suoi diritti da un alto Tribunale ecclesiastico. A Roma finì i suoi giorni nell’agosto del 1608 e fu sepolto nella Certosa di Santa Maria degli Angeli alle terme di Diocleziano.

Per concludere dobbiamo ancora cercare una spiegazione al fatto che una biblioteca tanto grande per quei tempi ed anche costata tanti soldi fosse caduta in oblio tanto presto.

La risposta ce la offrono, almeno parzialmente, alcune disposizioni emanate dopo delle visite. In quella del 1624 i padri visitatori ordinano che “La cura della Libraria l’habbia il Padre Vicario”. Dai documenti sino ad oggi reperiti non si comprende cosa avesse causato una disposizione del genere; al massimo lo può far intuire quanto accadde una ventina di anni dopo. Nella visita del 1646 viene sottoposta ai visitatori una lista di ben 41 punti, tutte lamentele a carico del Priore P. D. Tomaso Cantini. Al punto 37 leggiamo: “Tiene serrata la libraria non potendosi havere libri da’ Religiosi per studiare”, accusa alla quale lo stesso Cantini risponde: “Dovunque vi [sono] Certosini vi è libraria, si tiene serrata essendo la sua apertura contro la solitudine, il silentio; qui concorrono altre ragioni ancora”.

Chissà se mai sapremo quali furono queste altre ragioni. Fatto è che per il periodo successivo alla metà del XVII secolo non si reperiscono altre notizie relative alla Libreria comune. Anche nel catalogo pubblicato nel 1764 troviamo scarsissime indicazioni. Tale catalogo fu redatto in due tomi, uno per autori ed uno per argomenti, dei quali fu dato alle stampe in tiratura limitata solo quello per autori. L’altro rimase manoscritto e si conserva nella Biblioteca Nazionale di Napoli, assieme alla copia a stampa che è quella che appartenne alla Certosa, visto che vi sono diverse aggiunte posteriori di titoli.

Le poche parole “nunc decentissimo loco posita” suggerisce che i libri non si trovassero più nella sala fatta costruire da Turboli, ma da qualche altra parte del monastero. Manca nel catalogo ogni riferimento ai manoscritti, che dovevano essere in gran quantità e qualità. Si ha notizia solamente di alcuni dei manoscritti, ma non si può sapere che fine abbiano fatto.

Resta ancora molto lavoro da fare, ma per ora ci possiamo accontentare!

Corrado Lampe

Biblioteca (1)

 

 

La certosa di Ittingen, eletto luogo più riposante al mondo!

La certosa di Ittingen, eletto luogo più riposante al mondo!

Kartause Ittingen

Kartause Ittingen

Recentemente, la casa editrice australiana Lonely Planet, che diffonde guide turistiche in tutto il mondo ha stilato una classifica dei luoghi più rilassanti e tranquilli esistenti al mondo. Ebbene cari amici lettori, il primato di questa graduatoria è stato assegnato ad un antica certosa: la certosa di Ittingen.

Questo ex monastero certosino, situato in Svizzera, a circa 40 km da Zurigo ed a pochi minuti dal lago di Costanza, è stato restaurato tra il 1979 ed il 1983 e destinato ad ospitare una fattoria ed un museo che spiega la vita monastica certosina e la storia della certosa elvetica. In un luogo idilliaco, ancora pregno delle atmosfere monastiche, ed attorniata da una natura incontaminata e da un splendido paesaggio circostante l’antica certosa oggi centro culturale dove si svolgono convegni, mostre, concerti e seminari, ha ritrovato l’antico splendore. Attualmente, infatti, negli ambienti si ritrova la quiete monastica abbinata a tutti i comfort moderni, un mix ideale per chi vuole staccarsi dallo stress quotidiano e rilassarsi totalmente. Un resort dotato di infrastrutture moderne ma sapientemente inserite rispettando la primigenia funzione di quei religiosi dediti alla contemplazione ed alla spiritualità. All’esterno un laboratorio agricolo e giardini spettacolari, nei quali passeggiare ed ammirare la natura fanno da riposante cornice. Un percorso tra profumi floreali, essenze aromatiche, frutteti colorati, scrosci di fonti e sensazioni inebrianti derivanti dalla tradizione certosina. E’ per questo motivo che la prestigiosa Lonely Planet lo ha incoronato come il luogo più riposante al mondo. Alcune immagini ed un gradevole video, in lingua francese, ci permetteranno di visitarlo virtualmente, ma ciò non ci impedirà di percepire la residua sacralità dei luoghi e la tipica quiete certosina presente in questo meraviglioso sito. Un altro documento filmato ci farà apprezzare le bellezze artistiche contenute nella chiesa della certosa, egregiamente restaurata.

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Viale fiorito tra le antiche celle

Immagine Bruno statua Ittingen

Statua di san Bruno

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Ricostruzione di una cella

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Museo con arredi certosini

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Vigneto e laghetto artificiale

Video interno Chiesa

Alla ricerca del silenzio perduto

Alla ricerca del silenzio perduto

La storia di Hans Wagner

Oggi, in occasione della ricorrenza del giorno della sua celebrazione voglio illustrarvi la storia particolare di questo certosino. Jean o Hans Wagner, del quale non conosciamo l’esatta data di nascita, forse il 1456, nacque a Riedlinger sul Danubio, nei dintorni di Ülm in Germania. Egli decise di entrare, da giovanissimo, nella certosa svizzera di Ittingen, dove fu accettato come fratello laico nel 1475, emettendo i voti nel 1476. Il convento che lo accolse era stato solo pochi anni prima, nel 1461, affidato ai certosini che lo ebbero in consegna dagli Agostiniani. Questo passaggio, fu caratterizzato da prevedibili problemi legati alla trasformazione della struttura che doveva essere adattata alle funzionalità della regola certosina. Ciò fu consentito, negli anni, grazie al sostegno ed al contributo di alcuni benefattori, che permisero le radicali trasformazioni strutturali. Esse perdurarono, nel tempo coinvolgendo attivamente i fratelli conversi, i quali parteciparono direttamente ai lavori manuali. Questa intensa attività finì col sottrarre molto tempo ai fratelli conversi, i quali si videro costretti a trascurare la meditazione e la  preghiera. Il giovane Hans, durante il suo breve periodo di noviziato, si era fatto notare per un fervente spirito di penitenza che lo portò dopo solo un anno a diventare fratello converso. Ma purtroppo nella sua nuova veste, si trovò coinvolto nei lavori manuali di ristrutturazione, tale impegno non si coniugava con le sue spiccate doti che lo rendevano maggiormente incline alla meditazione ed alla ascesi spirituale. Combattuto, egli si rese conto che la sua ambizione di eremita non poteva esercitarsi nella certosa di Ittingen, avvolta dal frastuono e dagli impegni dei lavori ai quali non poteva esentarsi. Fu così che Hans Wagner, decise di scrivere al pontefice Innocenzo VIII, per chiedere l’autorizzazione per poter lasciare la certosa e continuare la sua attività eremitica in maniera più severa, ad imitazione dei primi anacoreti. Il 16 maggio del 1489, Hans a seguito del consenso espressogli dal papa, e dietro autorizzazione del priore una volta fuori dalla certosa, si ritirò in una radura situata sul Monte Pilato dove esisteva un piccolo eremo medievale. Ovvero una buia grotta circondata da rovi e fitta vegetazione! In questo luogo, nei pressi di Obernau, chiamato Herrgotteswald (la foresta del Signore) egli visse gli ultimi ventidue anni di vita, conducendo un esistenza all’insegna del più puro eremitismo, seguendo le austere regole certosine, poco cibo, acqua e per letto una roccia con un cuscino di pietra. Rimase sempre isolato senza uscire quasi mai dalla sua spelonca, dove rimaneva spesso in estatica meditazione. La sua aura di serenità e pace, tangibile sul suo volto, era percepita da chi provava ad incontrarlo e dalle popolazioni limitrofe che lo venerarono come un santo. Nel 1516, durante la festa di Pentecoste il santo anacoreta si ammalò gravemente ed il 9 maggio la sua vita terrena terminò, in odore di santità, tra il calore della gente che lo amò e che narrò di aver visto una luce celestiale che discese su di lui al momento del trapasso. Le spoglie mortali dell’eremita furono seppellite in una cappella precedentemente eretta (1504) in suo onore da famiglie nobili di Lucerna. A conferma della sua santità, nel 1613 la tomba del pio certosino fu aperta alla presenza di alti prelati e numerosi spettatori che poterono testimoniare di aver percepito un gradevole ed intenso profumo di fiori. Tale evento fece diffondere ulteriormente il culto di Hans Wagner, convogliando numerosi pellegrini sulla sua tomba.

Nel 1621, la cappella fu ristrutturata, ed i resti del beato Hans furono rimossi per essere sistemati in un sepolcro più dignitoso, coperto da una grande lapide su cui è scolpita a grandezza naturale la sua immagine con l’abito certosino. Nel 1651, poi a Herrgotteswald, oggi Hergiswald vicino Lucerna, venne costruita l’attuale imponente chiesa barocca sul cui lato destro vi è il sepolcro del beato eremita certosino, che ancora oggi risulta essere nota meta di pellegrinaggi.

Vi riporto la lettera apostolica che Innocenzo VIII inviò ad Hans Wagner

Il Papa Innocenzo VIII al nostro amato figlio Jan Hans Wagner, fratello-laico dell’Ordine dei Certosini.

“Mio caro figlio, prima di tutto ti invio il mio saluto e la benedizione apostolica! Sappiamo che hai fatto, per essere più libero per servire Dio, sei entrato nel monastero di Ittingen, dell’ Ordine dei Certosini, situato nella diocesi di Con.  La tua presa di posizione, e che all’interno della tua certosa non ritrovi le condizioni idonee per vivere nella pietà assoluta, a causa dei lavori di ristrutturazione del complesso monastico. Pertanto chiedi umilmente il permesso per poter continuare nella solitudine la tua attività meditativa destinata a servire Dio.

Al fine di servire meglio l’Onnipotente, vuoi “ritirarti” in solitudine e mi chiedi umilmente che ti conceda la tua richiesta. Voglio aderire ai tuoi desideri con piacere ed io “acconsento”, ai sensi della presente lettera, dopo che tu hai richiesto il permesso ai tuoi superiori, ad andare a trascorrere il resto della tua vita in solitudine, tu sceglierai come ti pare, per servire l’Onnipotente, da solo o con un compagno, che indossa una tonaca grigia di lana  grossa in  conformità, un panno con i tre voti del tuo ordine, rispettando l’austera regola senza mangiare carne e di portare il cilicio”.

“Roma, il 6 maggio 1489, il quinto anno del Pontificato di Innocenzo VIII”