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I certosini e l’alimentazione

il pasto certosino

Il reportage che oggi vi offro, è tratto da un documentario dal titolo:

“Divines nourriture : Les liens entre la religion et la nourriture”.

Ossia un approfondimento tra il legame tra la spiritualità ed il cibo, in diversi contesti monastici. Il video integrale potrete vederlo qui, mentre in questo articolo mi soffermerò e vi offrirò la parte dedicata ai certosini di Montrieux. Attraverso la testimonianza di alcuni monaci certosini, avremo la descrizione ed il loro parere circa il severo regime alimentare, che da sempre ha contraddistinto la vita certosina. Splendide immagini che ci mostreranno gli ambienti monastici di Montrieux, e che ci consentiranno di entrare nella cucina della certosa, dove i fratelli addetti cuochi si dedicano alla preparazione dei pasti per i loro confratelli. Il tema del cibo è da sempre oggetto di curiosa attenzione, il sottoscritto ne aveva già delineato il profilo sul sito Cartusialover, descrivendone la simbologia ed anche alcune antiche ricette. Vi lascio alla visione del video ed alla voce dei monaci, che ci guidano in questo percorso. In basso il testo della rara e preziosa intervista in cucina tradotto in italiano.

(dal minuto 3:55 a 6:17)

Don Marie-Bruno, Priore:

Qui è il luogo che chiamiamo piccolo refettorio: mangiamo da soli durante la settimana, ad eccezione della Domenica, quando ci riuniamo tutti nel refettorio.

Don Étienne, Vicario:

Quando ci troviamo da soli per mangiare, cerchiamo di non ipnotizzarci sul fatto materiale di sostenerci.

In generale, i certosini leggono mentre mangiano. Quindi dovremo leggere un libro che non sia molto difficile.

Per la digestione, non è molto buono essere costretti ad uno sforzo intellettuale  in quel momento. Quindi questo pasto che facciamo è, allo stesso tempo, un arricchimento intellettuale e forzatamente spirituale, se prendiamo sul serio tutta la nostra vita, con noi e come con tutti i cristiani fuori, lo spirituale non deve mai essere scollegato dal materiale.

In questo livello spirituale, c’è l’importanza del pasto di domenica, di essere in comunità. Il certosino non è un eremita, egli è un solitario che vive nella comunità. C’è una parte della vita di comunità che è molto importante e che ci preoccupiamo di mantenere, che è il refettorio della domenica. Esso contrasta un po’ quello che la vita assolutamente solitaria può avere di pericoloso, di rischio…ed anche dal punto di vista dell’amore fraterno, è molto bello incontrarci insieme. Infatti in questo tempo che  si trascorre in silenzio, si sente una corrente fraterna che passa tra di noi, ma è ancora un po’ di una liturgia, è un’estensione della nostra Messa che abbiamo celebrato poche ore prima.

(dal minuto 12:38 a 16:30)

Don Étienne Vicario:

Il pane rappresenta il cibo che dà forza, che ci permette di vivere fisicamente la nostra vita normale.

Il vino è anche un elemento importante. Esso simboleggia soprattutto la gioia di vivere.

I nostri pasti ci portano al fatto che un giorno parteciperemo definitivamente nell’eternità del vero banchetto del Signore.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

Prendo le cipolle e le taglio per fare una salsa di pomodoro. È troppo buona.

È un alimento molto, molto semplice.

Ad esempio, sabato, ogni 15 giorni, mangiamo patate al vapore con un po’ di maionese. Alla comunità piace molto. Se le patate sono buone, per me è uno dei migliori piatti.

Faccio anche patatine fritte. Sabato farò le patatine fritte. Ma farle ogni settimana sarebbe troppo.

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Noi alterniamo: un giorno il pesce, un giorno le uova. Non mangiamo carne, evidentemente. Ed io preparo l’insalata.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

In generale, faccio quasi tutti i legumi. Faccio fagioli, piselli, carote, rape, porri, indivia… Domani farò indivia, per esempio. No, non domani. Farò salsefrica (una sorta di manioca).

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Facciamo le uova bollite, fritte, omelette, le uova mimosa nei giorni di festa. Che altro? Le uova strapazzate alla domenica.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

In estate, in generale, faccio qualcosa di farcito: pomodori, melanzane, zucchine. In generale, è questo in estate. In inverno, alle feste sono indivia, salsefrica. Cosa faccio anche in inverno…? Bene, faccio le fave…Ah…no, faccio indivia, salsefrica. C’è un terzo legume…champignon.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Alla festa di San Bruno faremo una torta di tonno.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Per esempio, quando faccio la pizza, un piatto principale, un’entrata un po’ più calorica, allora faccio una crema più leggera. È molto apprezzata.

Abbiamo fatto un voto di povertà, quindi ci organizziamo in modo che il cibo non avanzi. Mi arrangio a distribuire più o meno per ciascuno. Ma il principio più importante qui a Montrieux è che non avanzi.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Per il giorno di digiuno, in particolare per i sacerdoti, è pane ed acqua. Coloro che vogliono, possono fare, per esempio, mangiano un legume e un’insalata a pranzo e solo.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Qui abbiamo un religioso di 85 anni. Ebbene, a 85 anni egli segue pienamente il regime della comunità. Egli segue gli uffici, il mattutino, la messa, i vespri, ed ancora il giorno di astinenza. Oggi è giorno di astinenza, solo gli serviamo un pezzo di pane. Non dico che ieri egli non abbia conservato una mela o un piccolo pezzo di cioccolato. A 85 anni si può fare questo, ma non tutti lo fanno. Ho 70 anni e non faccio più il mio digiuno a pane ed acqua. Io mangio un legume. Per me oggi sarebbe molto difficile.

si ringrazia:

Dom Marie Bruno priore

Dom Etienne Vicario

Fra Marie Paul dispensiere e panettiere

Fra Jean Michel primo cuoco

Fra Jean Marie secondo cuoco

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Reportage da Montrieux

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Cari amici nell’articolo odierno, varcheremo idealmente la soglia della certosa di Montrieux, grazie alle splendide immagini del video che segue. In poco più di due minuti scorreranno immagini forti e molto suggestive, che ci mostreranno la quintessenza della vita certosina a Montrieux. A seguire l’estratto di alcune interviste ai monaci di quella comunità, rilasciate nel novembre del 2007 alla rivista settimanale francese “Le Point” a cui vanno i miei ringraziamenti per questo reportage qui riassunto. Vi auguro una buona visione.

I segreti del monastero interdetto

Sono sempre stato felice, anche nei cinquanta anni che ho trascorso racchiuso nella solitudine e nel silenzio assoluto. Alcuni di noi soffrono di ‘taedium cellae’, il disgusto della cella. Personalmente non l’ho mai avuto. Diventare un monaco è sapere vivere in clausura”.

Dom Bruno è il Priore del monastero di Montrieux da dieci anni.

“Non pensavo che mi avrebbero affidato questa responsabilità”, spiega con modestia. “Quando sono stato chiamato a rappresentare la comunità al Capitolo Generale [la cerimonia che si svolge ogni due anni per nominare nuovi priori, NDLR], ho dovuto prendere un treno da Toulon. Ciò non mi accadeva da cinquantadue anni”. Da lì, Dom Bruno, per la sua umanità e la sua capacità, ha saputo farsi accettare nella comunità.

L’attività manuale è ritenuta importante così come la ricerca spirituale. Tra le opere dei monaci, c’è un San Bruno tagliato in piedi su un tronco di pino o una statua della Madonna di Montrieux. Opere che non possono essere viste prima di essere concluse. “Uno dei nostri fratelli aveva iniziato una statua e alcuni l’hanno vista prima che fosse completata, quindi lui l’ha distrutta parzialmente”. Un’attività manuale, pertanto, che viene eseguita con la massima segretezza. “Sono sessantacinque anni che lavoro da solo, senza che nessuno sappia quello che faccio”, spiega Padre Jean-Marie, il quale dice di avere la vocazione dall’età di 3 anni.

Dom Maximilian preferisce la musica. Ai 52 anni, è il più giovane dei monaci del monastero di Montrieux. “Nella mia cella ascolto, con il permesso del priore, alcune canzoni ed anche il rock, che ha segnato la mia adolescenza. Si tratta di una forma di preghiera.” Prima della rivelazione, Dom Maximilian era “ostile a tutto ciò che era religioso, nonostante avessi già fatto esperienze di contemplazione. Ero un assiduo lettore di Charlie Hebdo ed un fan di romanzi gialli, di corse d’auto, di rock, di ragazze…” Per Dom Maximilian, cosa ha causato il cambiamento è avvenuto durante un viaggio in India. “Al mio ritorno, ho incontrato la donna perfetta, ma io non l’ho sposata, ho scelto la vita in cella perché ho trovato Dio”.

Per quanto riguarda  Dom Bruno, egli non rimane confinato nella sua cella. Egli, “amante della natura” trascorre molto tempo nel suo giardino. “Quello che, non necessariamente, capiscono gli altri religiosi”, confessa.

Responsabile per le cucine, Fra Jean-Michel, 75 anni, non permette alcuna stravaganza. “Confesso di essere molto rigoroso. Se la comunità vuole un menù speciale devono indirizzarsi al Priore”. Egli è entrato nel 1970 come aiuto cuoco, è un ex soldato che ha servito nel reparto “General Bigeard” e giustifica questa austerità: “I monaci hanno gusti molto semplice, amano patatine fritte ed al vapore, ci sono anche alcuni che amano il riso”.

Se la comunità vive in autonomia quasi totale, ha, tuttavia, alcune attrezzature moderne: una spaziosa cucina, un laboratorio di fabbro ed una lavanderia. Per il resto “abbiamo bisogno di adattarci all’ambiente”, riconosce il fratello Jean-Marie, 72 anni. Egli è arrivato al monastero trentanove anni fa. Questo insegnante anziano molto attento, lavora a volte in cucina o nei lavori di manutenzione: energia elettrica, idraulica, riparazione dei trattori…Instancabile, spiega: “La nostra casa sta diventando vecchia, quindi abbiamo bisogno di ripristinarla e come il materiale necessario si evolve molto velocemente, a volte vado a Toulon per fare shopping”.

Naturalmente, i certosini non hanno né la radio né televisione, molto meno il telefono cellulare. “Io non voglio neanche Internet, aggiunge Dom Bruno, perché in essa si trova tutto: il bene come il male”. Solo riviste religiose circolano nel monastero. “È solo in tempo di elezioni che distribuisco altri giornali, perché votiamo in tutte le occasioni. Sarebbe un errore davanti a Dio non votare per il presidente”, ha detto il Priore. “Io non votavo, ma quando sono arrivato qui, mi hanno chiesto di registrarmi nelle liste elettorali”, ricorda Dom Maximilien. Sessanta anni fa, il Priore diceva ai suoi monaci a chi votare, ma questa pratica è finita. “Quando alcuni politici vengano a me, io rispondo che i monaci votano a chi vogliono”, afferma Dom Bruno. E poi ci sono eccezioni, secondo il presente. “Abbiamo visto le immagini delle torri gemelle che sono state attaccate nel 2001”, ricorda con emozione il priore del monastero.

Per la maggior parte dei monaci di Montrieux, come per il Dom Maximilien che si è unito ai certosini 20 anni fa, vivere fuori dal monastero sarebbe impossibile. “Ho uno sguardo attento sulle persone, ma pessimista circa il mondo, spiega. Non potrei uscire da qui. C’è molto rumore, molta gente, molto auto …”

Gherardo Petrarca «Cum cane unico»

Gherardo Petrarca «Cum cane unico»

Mappa  Certosa Montrieux

Oggi voglio tornare a parlarvi di Francesco Petrarca, e del suo rapporto con i certosini tra i quali vi era entrato suo fratello Gherardo. Vi propongo una lettera che il sommo poeta scrisse a suo fratello alla fine del 1352.

«Cenavo per caso presso quella santissima ed ottima persona che fu il vescovo di Padova Ildebrandino, […] quand’ecco che il caso portò da noi due priori del tuo Ordine, uno italiano, l’altro francese.» Comincia così la lettera che Francesco Petrarca scrive al fratello Gherardo, probabilmente alla fine del 1352, per raccontargli del curioso incontro. Gherardo, minore di circa tre anni, aveva infatti pronunciato i voti presso la certosa provenzale di Montrieux (Mons Rivi) nel 1343: «con decisione improvvisa», si trova nei testi, dopo aver condiviso con il fratello poeta studi e spostamenti (compresa la famosa ascesa al Mont Ventoux).

La conversazione si protrae a lungo ed a un certo punto il vescovo comincia a interrogare i due monaci a proposito di Gherardo, «chiedendo loro quale vita conducessi, contento del tuo destino e della tua vocazione». I due priori si profondono in lodi di ogni tipo e infine raccontano quanto accaduto in occasione della grande pestilenza di qualche anno prima (la peste nera del 1348). Al primo manifestarsi del male il priore di Montrieux aveva esortato i trentacinque confratelli ad abbandonare la certosa e a mettersi in salvo, ma Gherardo si era opposto, e quando il priore aveva insistito, «tu gli rispondesti di nuovo, con più forza, che andasse pur egli dove credesse, ma che, quanto a te, saresti rimasto nel luogo affidatoti da Cristo». Il priore, che nel frattempo se n’era andato ed era morto poco dopo, non aveva del tutto torto: la peste si era abbattuta sul monastero, con estrema virulenza: uno dopo l’altro i certosini di Montrieux erano morti tutti.

Tutti tranne Gherardo, che, «solo nel monastero», aveva assistito all’agonia dei confratelli, «ricevendone le ultime parole e l’ultimo bacio»; ne aveva lavato i «gelidi corpi», li aveva preparati per le esequie e infine li aveva seppelliti, anche tre in un giorno, scavando da solo trentaquattro fosse e recitando l’ufficio dei defunti per ciascuno di essi; e alla fine, «solo in compagnia di un solo cane (solum te ad ultimum cum cane unico), sei rimasto a vegliare ogni notte dopo aver un pochino riposato durante il giorno».

«Trascorsa quella terribile estate», Gherardo era andato alla Grande Certosa e aveva chiesto nuovi confratelli e un nuovo priore per ripopolare Montrieux, cosa che i priori riuniti in capitolo gli avevano concesso, tributandogli insoliti onori: «Per la tua cura, la tua saggezza, la tua fede il monastero di Montrieux, un tempo venerando e poi reso deserto, era stato rifondato».

Alla fine del racconto il vescovo Ildebrandino è in lacrime e anche il Petrarca è visibilmente commosso. I due religiosi si volgono verso di lui e «ravvisando la mia somiglianza con te non so se per un monito di Dio o per un qualche intuito della mente, subito mi abbracciarono con pianto devoto e con gioia dicendo: “Te felice della pia devozione di tuo fratello!”» Questo il resoconto di una storia che sembrerebbe romanzata o di fantasia, ma che ahimè è accaduta realmente. Grazie all’autore fonte di questo post. Lode al Petrarca certosino, meno noto del celeberrimo fratello.

Una preghiera di Dom Sallier

Una preghiera di Dom Sallier

certosino in adorazione alla Vergine

Cari amici, la vocazione spesso comporta notevoli sacrifici, soprattutto quando si tratta di una scelta orientata verso la vita monastica di clausura. Essa impone fatalmente degli abbandoni e dei forti distacchi. Ho scelto per voi questa splendida preghiera concepita da un giovane certosino, di cui vi racconterò brevemente la sua biografia. Jean Jean-Baptiste Uldaric Sallier, nacque a Aix-en-Provence il 7 luglio del 1806 in una famiglia della locale borghesia, suo padre infatti ricopriva l’incarico di sindaco. Trascorse un infanzia tranquilla, e successivamente frequentò la scuola fondata da Eugène de Mazenod, ed in seguito il collegio dei Gesuiti ad Aix. Oltre ad una forte formazione religiosa, egli nutriva già a quattordici anni una forte passione ed una attrazione verso la vita solitaria che cozzerà con una forte opposizione familiare. Il giovane optò per continuare i suoi studi classici, poi nel 1828 entrò nel seminario della sua città natale. I suoi genitori per verificare la sua vocazione, l’anno successivo, lo mandarono al Saint-Sulpice a Parigi, ma la rivoluzione di luglio lo riportò ad Avignone, dove ha seguito i suoi insegnanti. Tornò a Aix per frequentare l’ ultimo anno per poi essere ordinato diacono il 23 dicembre 1832. Nell’agosto successivo, invece di passare al sacerdozio, il giovane Jean Baptiste affrontando la resistenza della madre che si oppose drasticamente alla sua decisione, entrò nel novizizto della Grande Chartreuse. In seguito farà la sua professione il 6 ottobre del 1834 e sarà ordinato prete il 19 dicembre seguente. Molto precocemente,nel 1836, ricevette la nomina di maestro dei Novizi, ruolo che svolse con grande impegno. Nel dicembre del 1838, fu inviato come Vicario alla certosa di Collegno, da poco restaurata. Fu scelto Dom Sallier per le sue doti utili a far ripristinare l’integralità nell’osservanza della regola ad alcuni monaci che per molti anni erano stati costretti a riprendere la vita regolare.

Il suo impegnativo operato, fu molto apprezzato dal re Carlo Alberto di Savoia di cui divenne amico. Nel novembre del 1846, anche a causa della sua sopraggiunta sordità, fu richiamato alla Grande Chartreuse, ma poi nel 1847 il Capitolo generale lo destinò alla nuova fondazione di Montrieux, nei pressi di Tolone, in Francia. Anche in questa piccola certosa egli seppe infondere la sua enorme influenza spirituale. Nel 1856, fu chiamato nuovamente alla Grande Chartreuse, dove visse i suoi ultimi anni di vita terrena, morì infatti il 2 gennaio del 1861.

Questa la sua breve e succinta biografia, ma come vi annunciavo egli, devotissimo di Maria, scrisse una breve preghiera dedicandola a sua madre, che come vi ho raccontato era fermamente contraria alla sua decisione di diventare certosino. A voi questo prezioso e commovente testo:

O Maria, abbi pietà di mia madre”: 

“O Maria, Madre di Gesù, attraverso il dolore che hai provato per la perdita di tuo Figlio a Gerusalemme da parte di questo dolore che trafisse il Tuo cuore immacolato quando il Tuo Gesù fu rapito per essere messo nelsepolcro, abbi pietà di mia madre e dona a lei la forza di compiere la santa volontà di Dio.

 Amen

Dossier certose attive: Montrieux

 Dossier certose attive :
Montrieux

La certosa di Montrieux, risulta essere l’ottava costruzione certosina in ordine cronologico, essa fu la prima in Provenza, la sua fondazione risale al 1137 ovvero cinquanta anni dopo l’istituzione dell’Ordine. Buona parte della sua notorietà, è data dalla frequentazione del grande poeta Francesco Petrarca, il quale si recava a trovare suo fratello Gherardo fattosi certosino nel 1342. La sua storia nei secoli, è caratterizzata da varie devastazioni, con conseguenti allontanamenti dei monaci, ed altrettanti ritorni. La pagina più tragica riguarda l’uccisione durante i giorni del Terrore nel corso della Rivoluzione francese, di Dom Bonaventura Froment, il Vicario della comunità sciolta nel 1792, venne arrestato a Nimes, nello svolgimento delle sue funzioni religiose. Egli fu condannato e ghigliottinato il lunedì di Pasqua del 1794, mentre il priore Xavier Genot riuscì a svolgere il suo ministero fuori dal convento travestito da pastore riuscendo ad avere salva la vita. Il complesso monastico successivamente fu quindi venduto, ed i suoi beni in parte dispersi. Poi nel 1928, l’anno in cui la certosa è stata riacquistata dall’Ordine, è stata  riavviata l’attività claustrale, che continua fino ai nostri giorni nella massima quiete e serenità. Va ricordato che questa certosa, di modeste dimensioni  attualmente non ha il noviziato. Ora spazio alle immagini, alcune rare, degli interni del monastero e di qualche componente la comunità certosina.

Per informazioni e contatti

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Michel Goyat, il discepolo di Charles de Foucauld

Michel Goyat, il discepolo di Charles de Foucauld

 

Oggi in occasione dell’anniversario della beatificazione di Charles de Foucauld, voglio raccontarvi la storia poco nota di Michel Goyat. Questi era un giovane francese, seguace di Charles de Foucauld il noto religioso francese, esploratore del deserto del Sahara e studioso della lingua e della cultura dei Tuareg che recentemente, il 13 novembre 2005 è stato proclamato beato da papa Benedetto XVI. Michel Goyat, fu un giovane bretone, di Finistere, nato il 2 ottobre 1886, figlio di pescatore che fin da giovanissimo, visse tre anni in Africa come zuavo. Dopo aver vissuto questa esperienza decise di intraprendere la vita religiosa, entrando come missionario tra i Padri Bianchi, nella Maison-Carrée, presso Algeri. Adottò un nuovo nome religioso, diventando così Frère Gilles, fu nel 1906 che incontrò e conobbe Charles de Foucauld, con il quale passò qualche giorno, dal 29 novembre al 10 dicembre. Da questo incontro Goyat rimase attratto e rapito dallo stile di vita che egli conduceva, ciò lo indusse a chiedere al suo superiore un permesso per poterlo seguire e condividerne la vita. Michel Goyat, ottenuto il placet, raggiunse de Foucauld nel novembre del 1906, diventandone suo discepolo, e cominciò a vivere una esperienza fatta di  preghiera, silenzio, lavoro manuale ed assistenza ai poveri. Goyat rimarrà al fianco di Charles de Foucauld fino al marzo del 1907, quando fu costretto ad abbandonare tale regime di vita severa. Egli rinunciò a continuare, riconoscendo di non avere le sufficienti energie fisiche e psicologiche per sostenere il ritmo tenuto dal suo maestro. Successivamente il 20 gennaio del 1908, Goyat proveniente da El Golea, in Algeria  fece ritorno in Francia, decidendo di continuare la sua vita religiosa presso l’Ordine certosino. Fu così che egli fece ingresso, l’11 febbraio 1911, nella certosa di La Valsainte, prendendo l’abito il 19 marzo, ed adottando il nome di Michel Marie il 19 marzo 1912, dopo la guerra riuscì a fare la professione solenne, il 1 novembre 1924. A questo punto voglio farvi leggere un testo scritto di suo pugno che menziona tutti i suoi successivi passaggi tra le varie certose, e le sue attività come fratello converso:” “Sono andato in guerra il 15 marzo del 1915, per poi tornare in certosa appena finito il conflitto. Vi sono rimasto fino al 22 febbraio1929. Poi sono giunto alla certosa di Sélignac da dove sono partito per la Grande Chartreuse,  il 16 agosto del 1940. In seguito sono arrivato alla certosa di Montrieux il 30 gennaio del 1944, dove tuttora ricopro l’incarico di cuoco, taglialegna, imbianchino, fornaio e giardiniere”. Stabilitosi nella certosa francese di Montrieux, vi rimarrà fino al giorno della sua morte sopraggiunta il 20 luglio del 1963. La Provvidenza aveva attribuito a Frère Michel Goyat una strada diversa da Charles de Foucauld, ma essenziale fu il loro incontro, per quel giovane bretone desideroso di una vita da condurre alla ricerca di Dio. La foto pubblicata in quest’articolo è una rara immagine di Frère Michel Goyat, gentilmente inviatami da un caro amico che da tempo segue Cartusialover.